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lunedì 29 dicembre 2025

Il genocidio di Gaza, l'imperialismo israeliano e la lotta di Liberazione del popolo palestinese


 Intervista a Mohammad Hannoun

Presidente Associazione dei Palestinesi in Italia a cura di Stefano Zecchinelli, della redazione di "Futura Società" e del Dipartimento Esteri del MpRC.

lunedì 7 gennaio 2019

Il PKK/YPG smetterà di collaborare con l'imperialismo americano-sionista?, di Stefano Zecchinelli



Una notizia importante è stata taciuta dai media alternativi; le ragioni di questa amnesia possono essere inquadrate dopo una attenta analisi dei fatti. Nella celebrazione del cinquantunesimo anniversario del Fronte popolare di liberazione della Palestina, tenutosi a Rafah l’11 dicembre scorso, è arrivata la condanna ufficiale da parte della sinistra di classe palestinese nei confronti di PKK e YPG,  guerriglie curde ormai filo-americane; il FPLP e gli Hezbollah libanesi, a differenza dei separatisti curdi (cito testualmente) ‘’non hanno mai cercato l’appoggio militare e di intelligence degli USA, avendo ben chiara la propria identità e ripudiando ogni strumentale vittimismo sotteso unicamente alla propria sopravvivenza’’ 1. Il vittimismo del PKK ha dilapidato la causa curda: una guerriglia, un tempo marxista-leninista ed anti-americana, ha invocato l’aiuto dell’imperialismo israeliano e americano. Nei fatti, questo è un tradimento politico.
comunisti palestinesi sostengono gli Hezbollah libanesi

La decisione di Trump, riguardante il ritiro delle truppe USA dalla Siria, ha gettato nel panico la sinistra imperiale e messo in moto l’offensiva del complesso militar-industriale. La destra cristiano-fascista ‘’yankee’’ ha piani diversi rispetto ai falchi liberali, certamente non agisce per benevolenza: l’Alt Right, puntando sugli evangelici brasiliani, vorrebbe ripristinare la Dottrina Monroe ragion per cui l’imperialismo statunitense non potrà impegnarsi in guerre (d’aggressione) lontano dalla madrepatria. Un progetto destinato a scontrarsi con la resistenza dei popoli latino-americani.
Torniamo al mondo arabo, qual è stato il ruolo delle milizie curde? Secondo il giornalista Fulvio Grimaldi ‘’Da noi, affetti dalla solita ipocrisia clericomafiosa, si piagnucola sull’abbandono dei curdi, “avanguardia democratica, laica, ecologista, femminista, LGBT”, con tanto di majorettes in armi. Si sorvola su queste milizie curde YPG arrivate in massima parte dalla Turchia che, mascherate da Federazione Democratica Siriana (solo la Cruciati del Manifesto li vuol far passare per coalizione multinazionale di arabi, assiri, turcomanni, puffi e curdi), grazie all’aiuto degli Usa dall’alto, si sono sostituiti all’Isis come fanteria Nato contro la Siria’’ 2. Oggi, dopo aver perso la guerra, l’YPG chiede l’aiuto del governo di Damasco. Ci sono tre problemi – in ordine – da menzionare:
  • I separatisti curdi hanno perseguito intenti reazionari. La Rete Voltaire ha analizzato con rigore la loro vicenda, leggiamo: ‘’Benché si richiamino al «municipalismo libertario» dell’anarchico statunitense Murray Bookchin, le autorità di Manbij hanno messo in atto una politica di kurdizzazione forzata della città. Nonostante la popolazione fosse inizialmente solo per un quarto kurda, il Consiglio Militare di Mandij vietò l’insegnamento in arabo e mise in atto una politica di discriminazione e spoliazione verso arabi, assiri e circassi’’ 3. I capi dell’YPG risponderanno di tutto ciò al legittimo governo di Damasco?
  • Fonti inoppugnabili dimostrano che i miliziani del Rojava hanno ricevuto armi da diversi governi imperialisti come quello canadese 4. Questo rapporto, organico al capitalismo di guerra, verrà abbandonato con una autocritica credibile? Chi scrive ne dubita fortemente.
  • L’Esercito Arabo Siriano, entrando a Manbij, ha tratto in arresto diversi agenti stranieri fra cui un ufficiale israeliano che monitorava l’attività dei guerriglieri. La notizia ci arriva dall’affidabile canale iraniano PressTV, ma la sinistra di classe panaraba (siriana, libanese e palestinese) da anni denuncia l’involuzione di PKK e YPG. I combattenti siriani e palestinesi difficilmente si riconcilieranno con gli alleati di un tempo.

L’imperialismo USA cambia prospettiva?
Dove va Donald Trump: il governo americano ha realmente riconosciuto la sconfitta oppure il complesso militar-industriale ha già ripreso in mano la situazione? Nel suo lungo articolo, Grimaldi esprime alcune ipotesi andando – come sempre – controcorrente: ‘’Se questo ritiro, con conseguente  occupazione turca di larghe fasce siriane, ha comportato la messa in crisi della triplice Russia-Turchia-Iran, oggi a capo della strategia mediorientale, la cancellazione dell’acquisto del sistema anti-aereo S400 russo e, chissà, la sospensione del gas-oleodotto Turkish Stream, allora lo scenario delle alleanze rischia ancora una volta di essere sovvertito. E quello che, secondo le colleriche geremiadi dei globalisti occidentali e di Israele, sarebbe stato un regalo a Russia e Iran, potrebbe ben rivelarsi una trappola mortale proprio per Mosca e Teheran’’. Il collante fra l’Alt Right e l’ideologia dei neoconservatori è l’adesione al sionismo religioso ed al progetto ultra-imperialista del Grande Israele. Il presidente rischia d’essere divorato da nemici esterni (il complesso militar-industriale) e (falsi)amici interni: cristiano-sionisti ed evangelici provenienti dalla cerchia di Bush. E’ presto per cantare vittoria.
L’estrema destra internazionale chiama – proprio in questi giorni – ad una ‘’alleanza cristiana’’ contro marxismo e nazionalismo progressista. L’appoggio russo alla causa sciita (siriana ed iraniana) dovrebbe risultare decisiva.


http://www.linterferenza.info/esteri/le-clamorose-contraddizioni-dei-curdi/?fbclid=IwAR0XMZrKlE6Su0qOyI-IzkIma-6d_SlXiWGD393epZeTU7OTx3OFL-9jefM

domenica 8 gennaio 2017

sabato 7 gennaio 2017

PFLP mourns the loss of struggling Archbishop Hilarion Capucci


The Popular Front for the Liberation of Palestine mourns the loss of the struggling Archbishop Hilarion Capucci, an icon and a role model, who placed the struggle against the Zionist entity above all and played his religious role in the service of the struggle, even in the prisons of the occupation. When he was released, he continued his struggle around the world, defending the rights of the Palestinian people and building support for the Palestinian cause, and exposing the plans and policies of the racist Zionist entity.
The Palestinian people and the Arab nation have lost a great, honorable fighter. We will be loyal to his legacy of struggle by continuing to fight for the liberation of Palestine until we achieve victory. We salute his strong position against sectarianism and reactionary thought, which have devastated his native Aleppo and his homeland of Syria, through building a broad Arab national progressive front to confront this threat across the region that restores the progressive vision of the struggle of the Arab people for liberation, emancipation and unity.
Popular Front for the Liberation of Palestine
January 2, 2017
http://pflp.ps/english/2017/01/05/pflp-mourns-the-loss-of-struggling-archbishop-hilarion-capucci/

venerdì 4 novembre 2016

Conversazione con Antonella Ricciardi

"Palestina. Una terra troppo promessa"

Mercoledì 13 febbraio, alle ore 18.30, la Fondazione "Gerardino Romano", presso la sede sociale di piazzetta G. Romano, n. 15, Telese Terme (BN), ospita la prof.ssa Antonella Ricciardi. All'incontro, coordinato dal prof. Felice Casucci, si discute del libro: "Palestina. Una terra troppo promessa", Controcorrente, Napoli, 2008. Il volume, seguendo una filosofia affermativa, non rinunciataria, evidenzia la giustezza del sostegno al principio dell'autodeterminazione dei popoli.

Particolare attenzione viene anche riservata al tema della rimozione storica, di cui l'Autrice fornisce documentati e dettagliati esempi. L'opera scava in profondità nella dibattuta questione di una identità nazionale fondata sulla religione, che dissimula interessi legati alle disponibilità idriche. La disamina, a tratti, si fa dura, anche se sempre coerente e rigorosa. La prospettiva ultima accompagna il ritorno dei profughi palestinesi per la costruzione di un unico Stato di Palestina, nel quale ogni sua etnia possa vivere, come parte di una terra libera, laica e indipendente.
Gli appuntamenti settimanali della Fondazione sono aperti al pubblico e rappresentano un'occasione di confronto per lo sviluppo culturale sostenibile del territorio sannita Tutti i video relativi agli incontri sono visibili sul sito della Fondazione: www.fondazioneromano.it, nella Sezione: "Mercoledì culturali".

Antonella Ricciardi è laureata in Filosofia, giornalista pubblicista, professoressa abilitata, di filosofia e storia. È stata vincitrice, nel 2009, del premio giornalistico "Progetto Napoli Nord". Ha poi vinto il premio letterario internazionale "Giacomo Leopardi", con l'articolo sulle "minoranze oppresse del Kosovo", nel 2011, e il concorso promosso da IRIB (radio giornalistica di Stato iraniana) per un servizio dedicato a una possibile pace equa in Palestina, nel 2012; oltre ad un premio ACLI (Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani) sulla salvaguardia della natura. Nel dicembre 2012, ha conseguito, con un nuovo concorso legato al premio letterario internazionale "Giacomo Leopardi", un riconoscimento alla carriera, con particolare riferimento al saggio "Palestina-una terra troppo promessa", sua opera prima.

martedì 13 settembre 2016

La maledizione dell’Achille Lauro: la storia di Abu al-Abbas, di Stefano Zecchinelli


Risultati immagini per La maledizione dell'Achille Lauro di Reem al-Nimer Editrice Zambon immagini
Foto: www.libreriamilitareares.it
Recensione del libro ‘’La maledizione dell’Achille Lauro. La storia di Abu al-Abbas’’, di Reem al-Nimer.
Il libro La maledizione dell’Achille Lauro – edito da Zambon, 2016 – narra la storia di Abu al-Abbas tramite la penna della moglie: Reem al Nimer. La lista delle scrittrici palestinesi,  in questo modo, si allunga, aiutandoci a conoscere la tragedia di un popolo che – come scrive Diego Siragusa nella sua Introduzione ‘’non cede al logorio della lotta e afferma la propria identità con orgoglio, un gesto di sfida al nemico storico, il sionismo che ha devastato la Palestina e inflitto al suo popolo una ingiustizia tra le più crudeli’’ ( pag. 17 ).
La storia di Abu al-Abbas verrà associata alla ‘’maladezione dell’Achille Lauro’’ ma Reem al-Nimer descrive, con grande consapevolezza, la genesi storica della lotta di liberazione palestinese; i retroscena dei governi arabi – amici e nemici – vengono svelati, con indubbie capacità letterarie, da una diretta protagonista, così come le divisioni all’interno della Resistenza palestinese, le divergenze fra movimenti patriottici non sempre uniti.
Parto, come la struttura del libro richiede, dalla vicende dell’Achille Lauro: Che cosa accadde veramente a bordo dell’Achille Lauro ?
Il 7 ottobre 1985, durante una crociera sul Mediterrano, quattro guerriglieri palestinesi appartenenti al Fronte popolare di liberazione della Palestinasequestra il transatlantico con a bordo 201 passeggeri e 344 membri dell’equipaggio. ‘’Il loro piano’’ era solito dire Abu al-Abbas ‘’non era prendete la nave o degli ostaggi, e di certo non fare del male ad alcun passeggero. Miravano a un unico nemico: i soldati israeliani al porto di Ashdod. Per questo – continua Abu al-Abbas – li avevo addestrati e li avevo inviati più volte a bordo della nave: perché effettuassero un’operazione onorevole contro l’esercito israeliano. Se avessi voluto che dirottassero la nave, lo avrebbero fatto fin dall’inizio. Io volevo che raggiungessero Ashdod, non che se la prendessero con i passeggeri a bordo’’ ( pag. 47 ). Le teorie sul motivo per cui le cose ‘’andarono storte’’ sono varie ma Reem al-Nimer si sofferma su quella più fondata.

Polvere contro lusso: una nuova interpretazione

Reem al-Nimer tiene presente un terzo fattore, basandosi sulla intervista rilasciata da uno dei dirottatori, Bassam al-Achkar. Per la nostra scrittrice: ‘’semplicemente, questi giovani si tirarono indietro quando giunse per loro il momento di morire. Non dimentichiamoci che erano ragazzi poco più che diciottenni. Venivano dai campi profughi palestinesi della Giordania e della Siria e non avevano mai visto niente di tanto lussuoso quanto ciò che videro a bordo dell’Achille Lauro. Quell’ambiente era ad anni anni luce dalle strade affollate e polverose del campo di Yarmouk a Damasco, o dai campi di Wihdat o di Baq’a in Giordania. Non avevano ricevuto un’istruzione vera e propria, erano nati in minuscoli alloggi ammucchiati gli uni sugli altri, ed erano cresciuti per strada’’ ( pag. 50 ). Prima di questa esperienza i guerriglieri avevano coraggiosamente sfidato la morte perché non avevano vissuto comodamente un solo giorno in tutta la loro vita, in poche parole non avevano nulla da perdere in combattimento. L’Achille Lauro ha loro insegnato che la vita ‘’poteva avere un significato del tutto nuovo e dolce’’.
Per la prima volta, i quattro combattenti, scoprirono la bellezza della vita ed ebbero, tutto ad un tratto, paura di perderla. Umano troppo umano.
La situazione precipitò quando si scoprì che un passeggero disabile, cittadino ebreo-americano, Leon Klinghoffer, era stato ucciso e gettato in mare in circostanze mai chiarite. A quel punto gli Usa intervennero pesantemente, intercettando il Boeing 737 egiziano, diretto a Tunisi e costringendolo a dirigersi verso la base NATO di Sigonella. Il presidente del Consiglio italiano, Bettino Craxi, si oppose agli Usa ripristinando il diritto internazionale.

Il ruolo di Bettino Craxi

Bettino Craxi, scrive al-Nimer ha avuto ‘’il merito di aver rifiutato di estradare Abu al-Abbas e di avere tenuto duro di fronte agli americani’’ ( pag. 63 ). E continua:‘’Fu la prima sfida di questo tipo lanciata da un governo italiano nei confronti degli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale’’. Craxi diede l’ordine agli italiani di circondare l’aereo per proteggerlo dagli americani, difendendo – contro gli Usa ed il sionismo israeliano – i ‘’tradizionali legami diplomatici dell’Italia con il mondo arabo’’.
Il segretario del PSI pagò cara questa decisione: ‘’Il suo scontro con gli Usa determinò la caduta del suo governo il 18 ottobre, otto giorni dopo il fatto, dopo che il suo ministro della Difesa Giovanni Spadolini aveva ritirato l’appoggio del Partito repubblicano alla coalizione di governo proprio a causa dell’Achille Lauro’’. Bisogna fare chiarezza: Craxi non era un anticapitalista e certamente non un antimperialista ma rappresentava quelle fazioni della borghesia nazionale italiana che, per non vedersi soffocare nella ricerca di nuovi mercati, ha rifiutato le imposizioni più umilianti dell’imperialismo statunitense. Sbilanciarsi sulla sua strategia e anche sul suo ruolo politico sarebbe del tutto fuorviante.
Il processo ai ‘’quattro dirottatori’’ si tenne a Genova con rito direttissimo. Il PM, Luigi Carli, chiese clemenza alla Corte riconoscendo il sacrosanto diritto di autodecisione del popolo palestinese. Tutti i testimoni hanno riconosciuto il ‘’buon comportamento’’ dei guerriglieri; Ahmad Marrouf al Assadi dimostrò grande umanità verso gli ostaggi come confermarono undici testimoni chiamati a deporre. A Bassam al Ashker e Jbrahim Fatayer Abdelatif vennero riconosciute attenuanti generiche in quanto ‘’furono costretti a prendere le armi contro la loro volontà’’, mentre Mager Moussef al Molqi si dichiarò il ‘’responsabile’’ dell’attività del gruppo compreso l’ordine di usare le armi; l’accusa chiese nove anni di reclusione ma il tribunale gliene inflisse otto.
L’Operazione Achille Lauro, grazie al potere mediatico della lobby sionista, viene ricordata, soprattutto, per l’uccisione di Leon Klinghoffer. Alla domanda ‘’perché nel 1985 fu ucciso Leon Klinghoffer?’’, Abu al-Abbas era solito rispondere: ‘’E’ triste che lo chiediate’’; ‘’Nel mio paese il sangue sta scorrendo a fiumi, eppure il cadavere di un solo uomo continua a perseguitarmi ancora oggi, dopo quindici anni’’. La seguente famosa citazione di Orwell inchioda l’ipocrisia dei media imperialisti: tutti gli uomini sono uguali ma alcuni uomini sono più uguali degli altri.

Le divisioni all’interno della Resistenza palestinese

Reem al-Nimer ricorda le divergenze fra suo marito ed Ahmed Jibril, passato dal marxismo al baathismo. Ahmed Jibril ‘’ruppe con il FPLP fondando il Fronte per la Liberazione della Palestina – Commando Generale ( FPLP-CG ). Jibril accusava Habash di essere ‘’tutto parole e niente azione’’. Diversamente da Habash, Jibril era disposto ad accettare la fornitura di armi e di addestramento dai siriani’’ (pag. 110 ).
Nel 1977, Jibril attuò una rappresaglia contro Abu al-Abbas e Talaat Yacoub: le forze del FPLP-CG, appoggiate dal Ba’th siriano, fecero esplodere la sede del FLPa Beirut uccidendo duecento persone. Nel 1981 Talaat Yacoub accettò l’aiuto della Siria e quando, nel 1985, l’Operazione Achille Lauro fallì, Talaat denunciò Abu al-Abbas in quanto responsabile dell’attacco mentre Abbas criticò i legami di Talaat con la Siria.

Un favore a Hafez al-Assad

I rapporti fra Abu Al Abbas ed il presidente siriano Hafez al-Assad migliorarono nel 1982 quando il leader baathista chiese al guerrigliero palestinese di addestrare suo figlio Basel. Ecco il racconto di Reem al-Nimer:
‘’Un giorno, il presidente Assad invitò Abu al-Abbas nel suo ufficio sulla collina che sovrasta Damasco. Hafez al-Assad era seduto su una grande poltrona di legno scuro, decorata con motivi arabi tradizionali in madreperla. ‘’Il mio figlio maggiore, Basel, si sta addestrando per diventare ufficiale dell’esercito’’, disse il presidente siriano. ‘’Voglio che lei mi aiuti a fare di lui un uomo. Voglio che riceva lo stesso addestramento che ho ricevuto io da giovane. Ma questo è difficile in Siria, perché tutti lo trattano come un re. Voglio che lei, Abu al-Abbas, lo addestri nell’uso dei deltaplani, insieme ai suoi ragazzi’’ ( pag. 165 ).
Il comandante del FLP fu piacevolmente colpito da questa richiesta di Assad.
Abu al-Abbas diede – scrive sua moglie – istruzioni molto precise ai suoi ufficiali del FLP: ‘’Non perdetelo di vista per un solo istante. Quello è il figlio di Hafez al-Assad: se gli succede qualcosa, siamo morti !’’.
Una testimonianza preziosa per capire meglio i rapporti fra i socialisti arabi, uniti contro l’imperialismo ed il sionismo.

1990: L’operazione Gerusalemme Mare; 1993: gli Accordi di Oslo

La seconda azione militare più importante condotta da Abu al-Abbas fu l’Operazione Gerusalemme Mare. L’attacco anfibio, purtroppo, non andò secondo i piani.
Abu al-Abbas spiegò che secondo i suoi accordi con Gheddafi la nave-madre libica avrebbe dovuto scaricare i combattenti a pochi kilometri dalla costa, invece li fece scendere in alto mare dando il tempo agli israeliani di intercettare i combattenti ed assassinarli.
Questa operazione avvenne in una fase critica della storia palestinese: l’Intifada scoppiata nel 1987 era giunta al culmine e l’Unione Sovietica era sull’orlo del collasso. Il comportamento di Arafat fu da campione della realpolitik: ‘’Arafat diede il benestare all’operazione Mare solo dopo aver stabilito un contatto con gli americani. Se la sua storia d’amore con gli americani fosse andata male, avrebbe approvato l’azione rivendicandone il merito. Se invece fosse andata bene, avrebbe preso definitivamente le distanze dall’operazione Mare, sostenendo che era stata un’iniziativa di Abu al-Abbas’’ pag. 207 ).
Abu al-Abbas sostenne con coerenza un combattente del calibro di Arafat ( tanto da allontanarsi da Hafez al Assad, negli anni ’70 ed ’80 in polemica con il leader dell’OLP ) ma davanti agli Accordi di Oslo, del 1993, i due sostennero posizioni del tutto diverse. Il capo militare del FLP si adirò nel vedere Abu Ammar stringere le mani – sporche di sangue – di Rabin: ‘’Quando seguimmo alla televisione la diretta su Oslo, Abu al-Abbas iniziò a picchiarsi i pugni in testa, quasi in preda a una crisi isterica, ed ebbe problemi di pressione che ci costrinsero a chiamare il medico. Niente avrebbe potuto essere più sconvolgente per un uomo della sua statura morale che vedere Yasser Arafat porgere la mano per stringere quella di Yitzhak Rabin. E a rendere la cosa ancora peggiore fu la celebre esitazione di Rabin, che rimase indietro e allungò a sua volta il braccio solo dopo essere stato ‘’spinto’’ dal presidente Bill Clinton’’ ( pag. 223 ). Invece di rendere la vita più facile ai palestinesi l’ ‘’accordo’’ rese difficilissimi gli spostamenti tra Israele e Palestina; si trattò di una vera beffa per i socialisti arabi ed Edward Said parlò, giustamente, di ‘’seconda Nakba’’. Oslo non fece altro che lasciare la Palestina frammentata, lasciò Israele impunita per i suoi crimini che non si limitano alle continue violazioni del diritto internazionale, e i disaccordi fra Arafat e le componenti marxiste divennero incolmabili.

L’aggressione imperialistica all’Irak

Abu al-Abbas condannò l’invasione dell’Irak baathista contro il Kuwait, ma si schierò dalla parte della Resistenza irakena di fronte alle due aggressioni imperialiste statunitensi. Gli Usa accusarono Saddam di appoggiare il terrorismo islamista; nulla di più falso.
L’analisi di Reem al-Nimer del ‘’socialismo arabo’’ è di grande attualità: ‘’Saddam era un baathista – non un islamista. E l’Islam come ideologia politica rappresentava probabilmente la più grave minaccia del momento al suo potere; a meno di considerare la possibilità che i suoi nemici del passato tornassero alla ribalta. In quest’ultima categoria si potevano annoverare il suo arcinemico, l’Iran, e la maggioranza sciita le cui tribù meridionali erano state violentemente represse da Saddam dopo la ritirata delle truppe irachene dal Kuwait nel 1991. Vi erano poi i curdi del nord, che Saddam aveva gassato – schiacciandone poi la rivolta nel 1991’’ ( pag. 238 ).
I baathisti erano laici e nazionalisti, volevano unire il mondo arabo contro il colonialismo occidentale e il sionismo. L’Islam era celebrato solo come un tratto culturale comune. Lo stesso Hussein si rifaceva agli insegnamenti di Miquel Aflaq, un cristiano che simpatizzò per l’Urss e quindi era del tutto estraneo a tentazioni fondamentaliste. L’imperialismo statunitense, nel 2003, non fece altro che aggredire uno Stato sovrano con l’obiettivo di rafforzare l’egemonia israeliana in Medio Oriente; i neoconservatori ‘’israelo-statunitensi’’ fecero piazza pulita dei movimenti di liberazione nazionale laici che, per oltre settanta anni, si erano opposti con coraggio ai loro progetti.
Abu al-Abbas non perse la lucidità nemmeno davanti ai fatti dell’11 settembre 2001: ‘’Abu al-Abbas – scrive la moglie – non era mai stato un terrorista, e distingueva nettamente tra l’obiettivo ‘’limitato storico’’ del FLP, cioè la liberazione della Palestina, e gli attentati dell’11 settembre, che definì ‘’una guerra santa senza quartiere e illimitata contro l’America, Israele, gli americani e gli ebrei. Abu al-Abbas era idealista, ma mai irrazionale. Rispettava la fede religiosa, ma non era osservante e non si considerava motivato dalla dottrina religiosa. L’espressione ‘’guerra santa’’ non ha mai avuto nulla a che fare con la sua vita e con le sue azioni. La guerra è iniziata nel 1948 con la Nakba. E quella guerra non si è ancora conclusa. Dopo più di settant’anni non c’è ancora un accordo di pace’’ pag. 274 ).
Qusto grande combattente palestinese morì nel marzo del 2004, in circostanze oscure, mentre si trovava sotto custodia americana. Una cosa, dodici anni dopo la sua morte, è certa: il sionismo non vuole la pace. Israele è disposto a rinunciare a questa ideologia sciovinista e razzista che, come dicono gli stessi rabbini Neturei Karta, ‘’ha creato fiumi di sangue’’? Farsi delle illusioni, in questo caso, non è soltanto politicamente inutile ma anche criminale.

http://www.linterferenza.info/cultura/la-maledizione-dellachille-lauro-la-storia-abu-al-abbas/


lunedì 12 settembre 2016

Manifestación en Paris para exigir la liberación de Georges Abdallah el pasado 10 de septiembre de 2016 (Imágenes)









 



 
Georges Abdallah es un militante comunista árabe, combatiente por la lucha de liberación nacional de Palestina, que está preso en las cárceles del Estado francés desde hace más de 31 años. Condenado a cadena perpetua por complicidad en actos de resistencia armada reivindicados por las Fracciones Armadas Revolucionarias libanesas y por el Frente Popular de Liberación de Palestina (FPLP).
 
Manifestation de la campagne unitaire pour exiger la libération de Georges Abdallah le 10 septembre 2016 à la fête de l'Humanité qui a, cette fois encore, rempli son rôle d'information et de mobilisation tout en coordonnant les forces œuvrant pour la libération de notre camarade. Très bon accueil de l'initiative dans les différents stands avec annonce de la manif, reprise des mots d'ordre et manifestations de soutien. Prochaine étape dans le calendrier d'action de la campagne : la semaine d'actions internationale pour exiger la libération de Georges Abdallah, du 15 au 22 octobre 2016 avec l'aboutissement de cette semaine pour la France à Lannemezan et pour les autres pays devant les consulats ou les ambassades de France - avec toujours cette exigence de coordonner et d'intensifier nos forces.
Mentionnons enfin qu'aux mots d'ordre pour la libération de Georges Abdallah ont aussi été associés des mots d'ordre pour la libération des prisonniers politiques au Maroc portés par des camarades du stand pour les prisonniers politiques au Maroc. Vive la solidarité internationale des peuples
http://odiodeclase.blogspot.it/2016/09/manifestacion-para-exigir-la-liberacion.html

domenica 11 settembre 2016

PALESTINA - di Mumia Abu Jamal

Tradotto in Italiano da Traduzioni Clandestine
Il Movimento per la Liberazione della Palestina è in molteplici forme simile al Movimento di Liberazione degli Africani negli Stati Uniti, in primo luogo la prigionia è una parte imprescindibile della lotta.
Ecco il volto nudo dell'impero - grezzo, razzista, violento e inenarrabilmente distruttivo. Poichè, in un sistema imperialista, la vera nozione di libertà non è solamente oppositiva - è un anatema.
E' un'eresia. E', dal punto di vista statalista, dalla prospettiva sionista - tradimento.
Pensate a questo: Libertà è Tradimento
Wow!
Per i Palestinesi, sotto la febbre sionista delle incarcerazioni di massa, la propria stessa esistenza è un pericolo per il progetto sionista.
Poichè le due cose non sono compatibili - e mai lo saranno.
Detto ciò, potremmo sopprimere la libertà per opportunismo?
Oppure, detto in maniera diversa, potremmo mai schiacciare la libertà?
Questa è l'essenza della lotta di liberazione Palestinese - libertà o repressione? Liberazione o morte?
Noi dobbiamo optare per la Libertà. Sempre. Sempre.
Io sono sempre dalla parte della Libertà. Sempre. E per sempre. Sempre.
Mumia Abu Jamal (in prigione dal 1981)
PALESTINE
The Palestinian Freedom Movement is in many
ways similar to the Black Freedom Movement
in the US in that prison is an inescapable part of
the struggle.
Here we are the naked face of the empire – raw, racist, violent and
unerringly destructive. For, in an imperial system, the very notion of
freedom is not just oppositional – it is an anathema.
It is heresy. It is from the statist, Zionist perspective – treason.
Think of that: Freedom is Treason.
Wow!
For Palestinians, under the Zionist fever of mass incarceration, their very
existence is a threat to the Zionist project.
For the two are not compatible – and never will be.
That said, can we suppress freedom for expediency?
Put quite another way, how can we ever suppress freedom?
That is the essence of the Palestinian freedom struggle – freedom or
repression? Liberation or death?
We must opt for freedom. Always. Always.
I am always on the side of freedom. Always. And forever.
Always.
Mumia Abu Jamal (in prison since 1981)

mercoledì 2 marzo 2016

Dove va Hamas ?, di Stefano Zecchinelli

Le recenti manovre dell’esercito israeliano contro i territori occupati, hanno obbligato, volente o nolente, il movimento islamico Hamas ad una nuova radicalizzazione: senza il sostegno dell’Iran, la Resistenza palestinese difficilmente può avere risultati concreti.

Siamo ad un bivio: Netanyahu ha (ri)lanciato la sua sporca guerra. Purtroppo, fonti certamente affidabili, ci dicono che l’imperialismo israeliano stia preparando una nuova aggressione militare 1. Il popolo palestinese come si difenderà ?

Questo è uno dei motivi per cui il movimento islamico è stato obbligato a fare ‘’autocritica’’: Hamas, screditata, per avere sostenuto la ‘’ribellione’’ sunnita contro la Siria baathista, cerca di riavvicinarsi all’Iran destituendo il corrotto Khaled Meshaal, uomo del Qatar, slittato su posizioni collaborazioniste e di destra. La notizia sulla possibile ( ed auspicabile ) destituzione di Meshaal è stata ripresa da alcuni siti di controinformazione vicini politicamente alla Repubblica Islamica dell’Iran: ‘’Gli esperti ritengono sia indispensabile per il mantenimento dell’integrita`e per non accrescere la sfiducia del popolo palestinese che negli ultimi periodi si e` notevolmente avvicinato ad altri gruppi fedeli alla causa palestinese, come Jihad Islamica ,che  i leader di Hamas per mantenere la propria coerenza e per prevenire il collasso imminente, devono rimuovere certe figure che sono controverse’’ 2. Probabile – stando alle informazioni raccolte – che da Teheran siano state chieste maggiori garanzie ai rappresentanti palestinesi: Meshaal è oramai una carta sporca o quanto meno ambigua e controversa, non può più rappresentare un popolo in lotta.

In Europa lo spostamento a destra di Hamas – da Damasco ad Ankara – ha accresciuto l’ostilità verso questo movimento, complici l’ignoranza relativamente al contesto storico in cui operarono i fondatori del primo nucleo resistente ( i vari Yassin, Rantisi, ecc … ) ed una certa islamofobia la quale, a mio avviso, ha sempre caratterizzato la sinistra. Ma che cos’è Hamas e che obiettivi persegue ?

Hamas: forza bigotta e retrograda o movimento di liberazione nazionale ?

Il problema riguardante la definizione della natura sociale di Hamas viene immediatamente inquadrato, metodologicamente, dal marxista africano Mohamed Hassan il quale, in una intervista molto diffusa in rete, ci spiega che: ‘’Hamas è un movimento politico nato da uno tra i più vecchi movimenti politici dell’Egitto, i Fratelli Musulmani. La parola «Hamas» significa risveglio, fa riferimento a qualcosa in eruzione… é un movimento nazionalista islamico che può essere paragonato a quello nazionalista irlandese. Di fronte all’occupazione dell’Irlanda da parte dei Britannici, si è sviluppato, a partire dal 1916, un movimento di resistenza, L’Esercito Repubblicano Irlandese. Siccome gli Irlandesi erano cattolici e i coloni britannici protestanti, l’occupante ha tentato di trasformarla in una guerra tra religioni. La religione può essere utilizzata per mobilitare un popolo a favore di una causa’’. 3

Dico subito che il raffronto con l’IRA è azzardato: il movimento irlandese presenta molte più analogie con gli Hezbollah libanesi in quanto a solidità ideologica e – soprattutto – per non aver mai abbandonato un programma politico che contempla alcuni aspetti alternativi al capitalismo nell’ambito della complessità dei rapporti sociali.

Per il resto l’analisi di Hassan coglie il carattere ‘’popolare’’ di Hamas, organizzazione figlia della “borghesia progressista” palestinese ma legata ai Fratelli Musulmani egiziani, storicamente antinasseriani ed antisocialisti. Due elementi confliggono nettamente, e li analizzo separatamente: (a) l’affiliazione di Hamas ai Fratelli Musulmani(b) il richiamo alla figura di Azzadin Al Kassam.

(a) Hamas ed i Fratelli Musulmani

Nel 1973, Ahmed Yassin, fonda il movimento Mujamma al Islami, l’Unione islamica, organizzazione paravento dei Fratelli Musulmani. Questo movimento possiamo definirlo come esclusivamente religioso e alla richiesta di combattere l’occupazione, Yassin rispose che si trattava di una punizione di Dio contro Nasser. Lo storico dell’Islam, Lucas Catherine, riporta che ‘’Il numero di moschee a Gaza passò da 200 prima dell’occupazione a 600 nel 1987, grazie al denaro saudita, giordano e israeliano’’. ( Lucas Catherine, L’Islam spiegato agli infedeli, Editore Zambon ). Il 1987 è l’anno della svolta: Yassin volta pagina e prende di petto la lotta al colonialismo israeliano ed al regime sionista. Mohamed Hassan nelle carceri – fra i prigionieri politici dell’OLP – ricorda il debutto di Hamas‘’La prima Intifada segna la comparsa di Hamas, movimento che nacque nelle prigioni ! Le prigioni erano solitamente considerate come luogo di punizione. Ma, dopo che i resistenti dell’Intifada furono imprigionati, questo cambiò. E’ in queste carceri che Hamas cominciò a reclutare e a svilupparsi come organizzazione. Con l’Intifada, Hamas fu esposto all’opinione palestinese, israeliana e internazionale’’.

Le piroette verso destra di questa organizzazione sono riconducibili alla adesione aiFratelli Musulmani, non è un caso che la dirigenza del FDLP nota che ‘’In Siria, Hamas non ha rispettato la decisione palestinese di tenere i palestinesi in neutralità o la situazione nei campi palestinesi all’interno del conflitto siriano. Inoltre Hamas non ha rispettato la promessa di ritirare gli uomini armati, compreso il sollevare l’assedio e far tornare una situazione di sicurezza e protezione’’ 4.

Il riavvicinamento all’Iran è compatibile col fondamentalismo sunnita ?

(b) Hamas e la figura di Azzadin Al Kassam

Azzadin Al Kassam fu l’uomo politico che organizzò la rivolta antibritannica ed antisionista del 1935-’36. La sua figura è particolarmente importante perché si oppose al collaborazionista – prima coi britannici e poi coi nazisti – Al Husseini, cosa evidenziata – oltre che da Catherine – anche dallo studioso di origini ebraiche Lenni Brenner. Scrive Catherine: ‘’Nel 1935 egli scatena la rivolta contro Britannici e sionisti, ma muore poco dopo. I suoi funerali furono la più grande manifestazione mai vista prima in Palestina, ma Ami Husseini e i suoi seguaci non vollero parteciparvi’’. La guerriglia guidata da Al Kassam ebbe un carattere di classe, oserei dire squisitamente proletario, per questo i britannici appoggiarono lo sceicco Al Husseini, un reazionario latifondista pronto a collaborare perfino con Hitler.

Certamente non è casuale il richiamo di Hamas ad Azzadin Al Kassam. Un movimento reazionario e con spinte collaborazioniste avrebbe scelto il più noto Al Husseini – già membro dei Fratelli Musulmani – ma Yassin, nel 1987, guardò ad Al Kassam, uomo della classe operaia appoggiato dall’allora Partito comunista palestinese. Perché questa dicotomia ?

Un dibattito interno alla sinistra palestinese…

Se il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina chiede la rottura di Hamascoi FM, il Fronte popolare ammette che ‘’Hamas è parte vitale del movimento nazionale palestinese e questa è la posizione del FPLP’’. Continua ‘’Noi non invitiamo né Hamas né qualunque altro movimento ad abbandonare né le loro ideologie né i loro punti di riferimento’’.

La verità è che Hamas in quanto movimento ‘’popolare’’ raccoglie al proprio interno gli interessi contrapposti di diverse classi sociali – dal proletariato alla borghesia nazionalista – quindi è ‘’socialmente’’ divisa al proprio interno. Ciò ha portato alla nascita di una ‘’componente Al Kassam’’ antimperialista e vicina all’Iran, e di una ‘’componente Al Husseini’’ collaborazionista e al soldo di Erdogan. Queste due fazioni riflettono le contraddizioni ma anche il conflitto di classe che pervade il movimento – comunque – antimperialista. Chi prevarrà ? Difficile dirlo in questo momento, purtroppo – sulla base delle ricerche fatte – le documentazioni scarseggiano.

E’ degna di nota la recente intervista ad Osama Hamdan, responsabili delle Relazioni Internazionali, il quale ha gettando un ponte verso l’Iran: ‘’Iran has been well-known and well-recognized for their support and inspiration extended towards the Palestinian people and the Palestinian cause. Before Iran’s victorious Revolution of 79, the Shah was a strategic ally of the Zionist regime; Iran’s Islamic Revolution put an end to that matter. The Islamic Revolution won over and the Shah ran away; did Israel welcome the Shah? Did Israel grant him anything? The Zionist regime did not help him one bit. For the Zionist regime mercenaries are cheap objects! Those who abandon their own nation to join Israel are worthless possessions for the Israelis. There is a proverb that says, “The one who does no good for his close ones, won’t do good for others.” Those who think they can benefit from Israel are delusional’’ 5. L’intervista è stata pubblicata nel sitoKhamenei.ir, a dimostrazione della mai cessata solidarietà sciita verso la parte sana dei resistenti nella terra di Palestina. La Guida Suprema dell’Iran, in questi anni, non ha mai smesso di denunciare l’imperialismo israeliano, merito grande che il popolo palestinese gli riconosce. Khamenei è una spina nel fianco dei guerrafondai di Tel Aviv e al momento anche un soggetto politico importante per una stabilizzazione dell’area mediorientale

Il fatto che in Hamas ci siano dirigenti filoiraniani è senz’altro positivo e ci lascia ben sperare in una una ‘’profonda democratizzazione’’ del movimento. Domanda: Hamas, può riavvicinarsi ad un paese relativamente “progressista” (pur con tutte le sue contraddizioni) come l’Iran e mantenere la retrograda ideologia dei Fratelli Musulmani ?L’Islam sciita si è dimostrato compatibile con l’antimperialismo, anche se non ancora con l’anticapitalismo; vedremo in futuro – può l’Islam sunnita entrare in una dimensione rivoluzionaria ?

Il problema di Hamas sopra esposto – in verità – non riguarda solo questo movimento, ma una parte ben precisa del mondo musulmano, cioè i sunniti, troppe volte deboli davanti alla propaganda occidentale o saudita. Le cose possono cambiare ? Forse lo storico marxista Maxime Rodinson, autore della libro L’Islam ed il capitalismo, darebbe di getto una risposta negativa, ma personalmente un po’ di ottimismo in più voglio averlo. Il dialogo è necessario.


http://www.linterferenza.info/esteri/3344/

lunedì 1 febbraio 2016

PFLP salutes Beit El operation, calls for escalation of intifada

The Popular Front for the Liberation of Palestine saluted the heroic operation carried out by the Palestinian fighter, Amjad Sukkari Abu Omar, at Beit El checkpoint, from Jamma’in village near Nablus, and called on all strugglers in Palestine to escalate the flame of the intifada, saying that intifada is an irreversible choice of the people.
The Front, noting that the martyr was a staff sergeant in the Palestinian Authority police, said that all security coordination projects have proven to be failures and will fall in the hands of the Palestinian people. The Front also emphasized the need for a comprehensive review of the Palestinian security services to provide security for the Palestinian people and not the occupier, saying that the Beit El operation is a slap in the face of security coordination with the occupation.
http://pflp.ps/english/2016/01/31/pflp-salutes-beit-el-operation-calls-for-escalation-of-intifada/

lunedì 14 dicembre 2015

48° anniversario della fondazione del FPLP: la gioventù rivoluzionaria palestinese, anima dell’Intifada, è un tutt’uno con la Resistenza

Come Comitato del Martire Ghassan Kanafani, ci siamo già ampiamente espressi sul fenomeno delle “primavere arabe”, sull’aggressione alla Siria e, più recentemente, sull’“Intifada” nei Territori occupati Palestinesi, Cisgiordania e Gaza.
Non abbandoniamo certo oggi questa nostra priorità celebrando un importante anniversario per chi, al pari nostro ed in ogni angolo del mondo, continua ad avere a cuore la causa palestinese: sono infatti trascorsi 48 anni dalla fondazione del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. I compagni e le compagne del FPLP, principale organizzazione della sinistra rivoluzionaria palestinese, anche nel 2015 hanno condotto la dura lotta per una Palestina libera dal sionismo e realmente democratica. La Resistenza palestinese cambia nelle forme ma non perde l’orientamento (segno di una bussola funzionante), pervade ogni aspetto dell’esistenza del suo popolo, la si può vedere in azione nello sciopero della fame di chi è costretto alla detenzione amministrativa, nella ferrea volontà di vedere presto liberi il Segretario Generale Ahmad Sa’adat e la compagna Khalida Jarrar, come nello spirito di chi vive in un campo profughi continuando a desiderare ardentemente il ritorno in una Patria, in molti casi, solo descritta nei racconti degli anziani.
Questa inarrestabile tendenza alla libertà si è poi manifestata, negli ultimi mesi, in una sollevazione popolare di giovani e giovanissimi che scendono per le strade armati di pietre, coltelli e bottiglie molotov contro le forze d’occupazione. In molti abbiamo ammirato le portentose immagini dell’Intifada, l’autorappresentazione di una gioventù che dimostra, se possibile, una accresciuta convinzione ed una risolutezza tali da farci comprendere, forse anche lontanamente, la forza del legame con la propria terra, con la propria storia e quindi con la Resistenza. E’ questo, senza ombra di dubbio, il 48° anniversario di una forza autenticamente progressista, marxista, proletaria e, soprattutto, viva grazie alla sua gioventù rivoluzionaria.
Dal canto nostro, tuttavia, complici molti fattori che non intendiamo affrontare qui, spesso si fatica ad accettare le scelte di un giovane (o giovanissimo) rivoluzionario palestinese. Tutto ciò è comprensibile e legittimo fino al punto in cui l’incapacità però non si tramuta in indifferenza, giudizio e invidia. E’ sulla scia di questi poco nobili sentimenti che germogliano intellettualismi, analisi e narrazioni che, dalla mancata comprensione di un fenomeno (per quanto eccezionale e distante), rischiano di divenirgli avversari, antagonisti, addirittura nemici. Se consideriamo l’alone di leggenda ed il romanticismo che da sempre accompagna la figura del ragazzo con il sasso in mano, riguardo la gioventù palestinese, tale dinamica si innesca quasi automaticamente.
Pochi, drammaticamente, sono coloro ai quali importa approfondire la storia, il pensiero, le scelte dietro quell’immagine accattivante. Alla gioventù resistente è tuttavia riservato lo stesso trattamento che più in generale investe, tra incapacità ed opportunismo, l’intera sinistra rivoluzionaria palestinese, delegittimata tramite due meccanismi complementari: la depoliticizzazione della sua lotta e l’accusa, estesa indistintamente a tutte le organizzazioni tradizionali (partiti) palestinesi, di essersi dimostrata incapace nel dirigere la resistenza popolare contro il nemico. Due parole sulla natura, artefatta, di questo “nemico”, che da queste letture ne esce progressivamente più immateriale, più etereo, privato della sua natura socio-economica, orfano della stretta parentela che pur possiede con l’imperialismo nord-americano, senza un apparato repressivo composto da uno degli eserciti più forti del mondo.
Nel caso palestinese non avremo quindi, come per altre situazioni (basti pensare alla Siria), una sinistra buona ed una cattiva, una sinistra dal basso ed una top-down, una sinistra “nuova” di movimento ed una di regime. Nessuno, o pochissimi, si permettono attualmente di sostenere questa bislacca tesi, viceversa ad essere oggetto di giudizio è la stessa società palestinese rea di non seguire supinamente una modernizzazione occidentale che, in gran parte, consisterebbe nella depoliticizzazione, nella laicizzazione forzata e, non meno importante, nell’inasprimento di alcune differenze (non di classe, ci mancherebbe!) al proprio interno: giovani VS anziani, territori occupati VS territori del ’48, arabi palestinesi VS arabi israeliani, e così via. A livello più pratico, questa lettura si traduce in una interpretazione distorta di quanto sta accadendo in questi mesi in Palestina e si sente diffusamente parlare di “uno spontaneismo a-politico giovanile” come “sorta di innesco per una democrazia diretta”. Tale critica, non potendo abbattersi direttamente sulla sinistra palestinese (troppo immaginifica), sfuma attaccando la stessa forma  tradizionale dell’organizzazione politica, tutti i partiti, i sindacati e le fazioni della Resistenza (accomunate indistintamente a chi collabora con Israele).
A ben vedere però  la via più immediata per capitalizzare questo “spontaneismo” sarebbe, a detta dei suoi stessi teorizzatori, quella di “cacciar via gli anziani dalla leadership delle forze politiche per sostituirli con i rappresentanti più brillanti del movimento, meglio se intellettuali,  liberi di agire all’interno di uno spazio protetto dalla dominazione politica”. Appare tutto più esplicito quando, fatalmente, tali discorsi finiscono col celebrare una “nuova sensibilità di sinistra” che starebbe nascendo (indovinate un po’?) in Israele, “come ha dimostrato la costituzione, alle ultime elezioni parlamentari, di una lista unitaria degli arabo-israeliani”. L’enfasi poi con la quale viene avvalorato il presunto scontro “generazionale” in seno alla società palestinese è un altro segnale rivelatore dell’aggressività di tali narrazioni, agitate con troppa leggerezza e che, se solo avessero reali recettori nel mondo arabo, rischierebbero di mettere in pericolo una continuità generazionale costata sangue e lacrime. I naturali alleati di questa visione (si, perché di Movimento non si può fortunatamente ancora parlare), fuori il mondo arabo, sarebbero gli attori della “solidarietà internazionale”, dell’attivismo non-governativo e della società civile: ONG ambientaliste, associazioni contro il muro, associazioni per i diritti umani, associazioni che non si spingono oltre la promozione del boicottaggio, ecc… E come definire questo, poco auspicabile, cataclisma politico se non “primavera palestinese”? Ecco che cade la maschera!
In questo 11 dicembre 2015, 48° anniversario della nascita del FPLP, non nascondiamo un certo orgoglio nello schierarci dalla parte opposta di questo revisionismo, la cui genesi e le cui finalità sono più che evidenti e tendono a scippare la causa arabo-palestinese, traghettata al di fuori dei propri sofferti confini (politici, geografici, valoriali, metodologici, storici), ai suoi legittimi possessori. Non possiamo non denunciare lo sciacallaggio, da parte di sedicenti “esperti” (opinion leaders), di quanto sta avvenendo in Palestina, dove molti giovani e giovanissimi offrono la propria vita, il dono più prezioso, alla libertà ed alla Rivoluzione, non certamente per rivendicare un’alterità rispetto quei padri e quelle madri dai quali hanno appreso il significato di Resistenza. Troppo facile, se non volgare, è diluire in un mare di falsità alcuni inoppugnabili dati di fatto, come il fallimento degli Accordi di Oslo, il crimine della collaborazione di sicurezza o l’urgenza di andare oltre la leadership dell’ANP (punti da decenni sostenuti dalle organizzazioni della Resistenza, prime tra tutte quelle della sinistra rivoluzionaria).
Spesso, i ragazzi e le ragazze che scendono in strada e nei campi profughi con sassi, coltelli e bottiglie molotov contro l’occupazione sionista non sentono la necessità di farlo indossando i colori della propria organizzazione partitica/ideologica/confessionale. Questa legittima scelta non deve essere messa a profitto per sostenere ardite congetture (come una “primavera palestinese”), va viceversa accettata come l’atto di volersi manifestare al mondo per quello che si è, una giovane generazione di palestinesi, al di là delle appartenenze, unita nella Resistenza eroica contro il sionismo e l’imperialismo. A dimostrazione di ciò, sono decine, tra le circa 120 vittime di questi ultimi mesi, i militanti e le militanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ad aver perso la vita: vogliamo qui ricordare l’ultimo, in ordine di tempo, giovane compagno Malek Shanin, ucciso dagli occupanti sionisti nel campo Dheisheh. I funerali in cui si rende onore ai giovani rivoluzionari caduti sono momenti centrali nella vita di quelle comunità che rinnovano e persistono nel proprio difficile percorso di lotta: anche migliaia di uomini, donne, bambini, giovani ed anziani, stringendo le bandiere partigiane della Palestina, hanno accompagnato nell’ultimo saluto il martire. Sfidiamo noi a guardare quelle immagini e a dire che questi sono esempi di un mondo destinato ad estinguersi sotto il peso di una presunta modernità (di stampo occidentale) con il suo attivismo civile e la sua cooperazione allo sviluppo.
Concludiamo salutando, ancora una volta, il traguardo raggiunto dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina con questi suoi onorati 48 anni d’attività. Questa giornata non poteva essere scenario migliore per le celebrazioni a seguito della liberazione dei compagni Ghassan Zawahreh e Nidal Abu Aker, eroi dello sciopero della fame dentro le prigioni dell’occupante sionista. Alle famiglie Zawahreh e Abu Aker va la nostra profonda gratitudine, tre diverse generazioni di partigiani e partigiane che continuano nel cammino verso libertà.
Comitato del Martire Ghassan Kanafani
http://kanafani.it/?p=1167