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mercoledì 20 giugno 2012

L'antifascismo militante è una ossessione?, di Stefano D'Andrea


1. Ho avuto una discussione sul gruppo facebook dell’ARS con l’amico Dario Romeo. Queste note riprendono il dialogo e lo sviluppano.
 Il dissenso tra me e Dario, o meglio il profilo di dissenso che intendo sviluppare, consiste in ciò: io asserisco che oggi i fascisti non sono miei avversari, in ragione del fatto che sono pochi e tenuto conto dei miei obiettivi politici: essi, infatti non mi avversano; non si frappongono al raggiungimento dei miei obiettivi politici (chiarisco al lettore che stiamo utilizzando la parola fascismo in senso stretto; ci riferiamo ai fascisti fascisti). Dario sostiene che il fascismo è un nemico materiale, ossia un nemico che esiste, anche se è secondario, in ragione del limitato numero di fascisti.
La differenza sembra notevole, perché se il nemico è astratto non bisogna combatterlo. Infatti si starebbe combattendo contro i mulini a vento. Si sprecherebbero energie a vuoto: pensieri; tempo; azioni. Se il nemico è concreto, ossia esiste ed ostacola i nostri obiettivi, sia pure in minor misura rispetto a molti altri nemici, allora l'errore sta nel dare al nemico secondario troppa importanza; nel combattere il nemico secondario come se fosse il nemico primario; o addirittura nell’avere del tutto inopportunamente un pensiero fisso: una fissazione; un’ossessione. Un ossessione non molto diversa da quella di chi lotta contro i mulini a vento.
Si noti che non è una questione di maggiore o minore lontananza di posizioni. Chi, a torto o ragione, pensa che il fascismo (in senso stretto) oggi sia un avversario solo teorico, non politico (la dottrina è nemica; mentre i fascisti non sono avversari, perché non ci ostacolano nel perseguire i nostri obiettivi) non per questa ragione è meno lontano dalle posizioni fasciste  rispetto a chi crede che oggi i fascisti siano nemici politici, anche se secondari, in ragione del fattore numerico.
2. Ora, io credo che non soltanto Dario – non ne faccio una questione personale – ma moltissimi militanti di sinistra quando considerano il fascismo come un “nemico concreto” perdano completamente il senso della misura.
Infatti, abbiamo in Italia un partito, con alcune centinaia di migliaia di iscritti e con milioni di simpatizzanti e di votanti che ha voluto (più del PDL o almeno più compattamente del PDL) una guerra di aggressione contro la Libia. Esso ha concorso a cagionare, moralmente e materialmente, decine di migliaia di morti (chi dice sessantamila; chi dice centosessantamila); ha concorso materialmente e moralmente a distruggere uno stato che assicurava i servizi essenziali a tutti i cittadini; uno stato che accoglieva due milioni di stranieri, ai quali dava lavoro, pace e sicurezza; uno stato dal quale, salvo pochissimi dissidenti politici, nessuno emigrava: in Italia gli immigrati libici si contavano sulla punta delle dita. Oggi il territorio libico è senza stato; la maggior parte della gente è caduta in povertà. Gli stranieri sono stati costretti a fuggire; e i libici di pelle nera sono perseguitati, rinchiusi in lager, torturati e uccisi; stessa sorte spetta ai sospetti combattenti pro-Gheddafi. Una pulizia politica, senza pietà, perdono e rispetto per i combattenti nemici si affianca a una pulizia etnica.
Questo partito maledetto – è divenuto il partito del male –  è il PD. E per PD intendo la sequenza storica pds-ds-pd. Il medesimo partito che ha privatizzato le principali imprese nazionali. Il medesimo partito che ha espresso il peggior sindaco di Roma di tutti i tempi (quando un giorno l’EUR di Veltroni verrà paragonata all’Eur di Mussolini, purtroppo Veltroni farà la figura del nano; e “Porte di Roma” grida vendetta). Il medesimo partito che ha svenduto gli immobili pubblici. Il medesimo partito che ha concorso a commissionare agli Stati Uniti la guerra alla Serbia; il medesimo partito che ha desiderato (si, proprio desiderato) Mario Monti; il partito più filo Unione europea che esista; il più grande partito di maggioranza quando il Parlamento italiano approvò il pacchetto Treu. Il partito che più di ogni altro è responsabile dell’impoverimento dei cedi bassi e medi. Il partito che ha governato malissimo per dieci anni (alcuni dirigenti del pd erano al governo anche al tempo dei governi tecnici dei primi anni novanta: si pensi ad Amato). Dunque un partito classista, guerrafondaio, genocida, razzista o comunque disponibile ad allearsi con i razzisti, cinico al punto da allearsi con i fanatici islamisti libici e arabi in generale. Antipatriottico; senza senso dello stato; antistatalista; liberista; dissolvitore di ogni tradizione.
Se questo è il PD, ne deriva per il nostro tema una conseguenza molto rilevante. Quando un antifa militante si scontra con imbecilli che vorrebbero una guerra di riconquista dell’Istria e della Dalmazia e poi va a sedersi al bar con un piddino, magari con suo cugino piddino, il quale ha sostenuto la guerra contro la Libia o al più ha balbettato, vergognandosi, un ”né con… né con….” (ma si è ben guardato dall’abbandonare il partito), allora possiamo essere certi (e mi auguro che sul punto converrà anche Dario) che quell’antifa è uno degli uomini più stupidi della terra.
Non ha senso della misura, perché se decide di tirare un pugno a un imbecille che vorrebbe una fantomatica guerra di riconquista dell’Istria e della Dalmazia, dovrebbe almeno torturare il piddino che ha sostenuto la vera, crudele, tragica guerra di aggressione contro la Libia. Insomma oggi un antifa che non è cento volte più antipiddino che antifa è un idiota: una persona che sarà politicamente insignificante, perché vive in un mondo assurdo, privo di proporzioni, di senso della misura, di principio di realtà, di concretezza. Vive un tempo che non è il suo. Probabilmente è servo o schiavo e non ha in sé le forze per liberarsi. Quando una persona si comporta in modo così assurdo, incoerente, irragionevole, sproporzionato, credendo di seguire una qualche logica, significa che in lei c’è qualche cosa che non va; qualcosa che non funziona. E’ un cittadino che politicamente non serve a nulla. Se è intelligente è malato: un malato che ha un’ossessione. Preciso soltanto che non sto parlando dei ragazzini, che nella lotta tra fazioni opposte vivono comunque un’esperienza potenzialmente formativa. Sto parlando di adulti: di uomini. E per me dai 25 anni in su si è uomini, non ragazzi.
3. Dario non rientra nella categoria di antifa che ho descritto e sa benissimo che oggi un antifa dovrebbe essere, per coerenza, almeno cento volte più antipiddino che antifa.
Bisogna però che ne tragga una conseguenza. Seppure fosse vero che i fascisti oggi sono avversari politici, egli dovrebbe disprezzare, temere, insultare, offendere, prendere a pugni, voler processare a piazzale loreto, combattere, distruggere cento volte di più i dirigenti piddini che i dirigenti fascisti e dovrebbe dedicare a questi ultimi un centesimo dei pensieri rivolti ai dirigenti piddini.
Così le posizioni che sembravano diverse si sono molto avvicinate. O i fascisti sono un nemico astratto (è soltanto la dottrina fascista a dover essere ripudiata) o sono un concreto nemico politico al quale però si deve dedicare soltanto un centesimo dei pensieri, delle accuse, degli attacchi da rivolgere al nemico principale.
Ma se il problema politico è distruggere il PD (il PDL va implodendo da solo); e se è un problema politico che potrebbe vederci impegnati per cinque-sette anni (se il PD implode) o per venti, in che senso per raggiungere questo obiettivo politico i fascisti sono avversari? Quale ostacolo oppongono? Oppongono ostacoli? Ne oppongono più del CCD o di SEL? O di FLI o del PDL?
Noi dobbiamo concorrere a distruggere in primo luogo il PD: i gruppetti fascisti non soltanto oggi sono insignificanti, perché deboli teoricamente e praticamente, ma nemmeno frappongono un minimo ostacolo al raggiungimento del nostro fine primario (tra quelli strumentali: l'obiettivo finale è la costruzione di un'ampia zona di consenso politico sovranista). Dunque essi non sono un avversario politico. Magari lo saranno tra dieci anni o prima (e speriamo di no). Ma oggi non sono un avversario. Su questo punto, dunque, Dario sbaglia ed è in numerosa compagnia. E sia chiaro che dire che non sono un avversario non significa né affermare comunanze di vario tipo; né volerli nella nostra formazione; significa non essere antifascisti militanti; e giustificare al più l’antipiddino militante – ma io non giustifico nemmeno quest’ultima figura, perché ho un’altra idea della dialettica politica: come Togliatti in assemblea costituente chiariva che la costituzione era antifascista perché era nata dalla lotta di tutto il popolo italiano contro il fascismo, e non nel senso che era contro i fascisti i quali, invece, dovevano essere reinseriti nella vita civile e politica, allo stesso modo credo che il problema sia il PD e la classe dirigente di questo partito, fermo restando che bisogna cercare di persuadere i simpatizzanti piddini ad abbandonare questo partito anche ricorrendo, in senso metaforico, a calci in mezzo le gambe volti a svegliarli e a far ad essi prendere coscienza di cosa sia divenuto quel partito.
4. Oggi l’antifascista militante è fuori fase anche se eventualmente tra alcuni anni sarà utilissimo e anzi indispensabile (ma speriamo di no). Oggi le classiche formule “topi di fogna” “carogne” “razzisti di merda” “schifosi imperialisti”, se qualcuno ama esprimersi in questo modo (io no), vanno rivolte ai piddini (i fascisti oggi sono fenomeni pittoreschi, come noi del resto). Oggi se qualcuno desidera una piazzale Loreto (io non ho questo desiderio), deve desiderarla per i dirigenti piddini, non per i dirigenti fascisti, che sono avversari soltanto nella mente degli ossessionati.
Ci tengo a precisare che queste non sono idee dell’ARS. Sono mie idee, che nell’ARS hanno pari dignità così come la tesi opposta o idee intermedie. Tutte queste tesi sono pienamente sostenibili dai membri dell’ARS ai sensi dell’atto costitutivo, che non ci vincola a considerare i fascisti come politicamente avversari – altro è la dottrina nazionalista-imperialista esaltatrice della volontà di potenza e della superiorità o del preteso destino di supremazia del popolo italiano, che è chiaramente incompatibile con una precisa clausola dell’atto costitutivo. Niente ci impone di trovare una linea sul punto. Anzi niente ce lo consente. Il dissenso riguarda l’analisi, non le proposte e si tratta di un profilo di analisi estraneo all’atto costitutivo e al Documento di analisi e proposte. Non si può obbligare taluno a sostenere che oggi i gruppuscoli fascisti sono di ostacolo all’obiettivo politico delladistruzione dei partiti attuali, al fine della creazione di una vasta area sovranista, quando quella persona non riesce nemmeno ad immaginare in che modo e in che senso i gruppuscoli fascisti possano frapporre ostacoli allo svolgimento dell’azione politica volta a perseguire l’obiettivo politico. Non si può negare a un iscritto all’ARS di pensare che oggi un antifa  che non sia cento volte più antipiddino che antifa sia uno stolto o un ossessionato. Lo scopo sociale dell’associazione è perfettamente conseguibile avendo idee diverse sul profilo oggetto di queste note. Che poi non sono idee ma analisi concrete della situazione concreta.
In ogni caso è certo che quando, in concreto, uno o altro gruppuscolo fascista si frapporrà in qualche modo allo svolgimento dell’azione politica dell’ARS, quel gruppo sarà considerato avversario e andrà combattuto. Ma il discorso vale per qualsiasi gruppuscolo, fosse anche anarchico o comunista. Chiunque ci sfida avrà la nostra risposta. Noi oggi non abbiamo avversari, né tra i gruppuscoli fascisti, né tra i gruppuscoli clericali, né tra i gruppuscoli anarchici; né tra i gruppuscoli comunisti. E non vogliamo averne. Le guerre tra poveri non ci interessano. L’essere costretti ad una lotta tra gruppuscoli è di per sé una grave debolezza: quasi certamente un cancro mortale; sicché andarsela a cercare, sfidando altri gruppuscoli, è da suicidi. Se ci attaccano, rispondiamo con il doppio della violenza; se ci criticano li distruggiamo criticamente; se ci offendono li insultiamo razionalmente fino a far emergere le più grandi miserie. Poi proseguiamo per la nostra strada.

sabato 19 maggio 2012

L'incubo del capitale: la libertà dei popoli, di Stefano D'Andrea


Dice Angela Merkel e con essa tutta la elite politico-finanziaria: se crolla l'euro crolla l'intero ordine giuridico europeo. Rispondiamo: lo sappiamo. E infatti non ci sono altre ragioni per uscire dall'euro se non quella di perseguire la disintegrazione dell’ordine giuridico europeo.
La verità è che faranno di tutto per salvare l'ordine giuridico europeo. E noi, che vorremmo distruggerlo, non abbiamo, apparentemente, alcun potere di incidere sul corso degli eventi.
Soltanto apparentemente, non abbiamo alcun potere. In realtà, le elite politico-finanziarie lottano contro le immense forze immonde che esse hanno generato e che sono sfuggite di mano. Noi invece, quasi per paradosso, viaggiamo sospinti da quelle potenti forze che ci hanno soggiogato e sconfitto. Esse oggi non ci fanno paura. Quando erano regolari, modeste, moderate e controllate ci schiavizzavano, cambiavano la vita sociale attorno a noi ed estinguevano una civiltà, costringendoci a cercare angoli in cui rifugiarci. Ora che sono irresistibili ci stanno per liberare. Saranno esse stesse a condurci al crollo o alla esasperazione che spingerà i cittadini a riconquistare la completa sovranità. 
Cercano di terrorizzarci sui rischi che correremo una volta raggiunta la libertà. Sono i tipici discorsi tenuti dal datore di lavoro o dall'artigiano, quando il lavoratore o l'apprendista comunicano che hanno intenzione di cambiare lavoro o mettersi in proprio. Sono i discorsi che il padre borghese rivolge al figlio che ha deciso di non continuare l'esercizio dell'attività d'impresa iniziata e svolta dal padre. E' il terrore del padre-padrone. La gioia di ogni libertario
Noi che sappiamo che la libertà costa, che è fortuna e sfortuna, che è tentativo e fallimento, vittoria e sconfitta, ridiamo con scherno di questi discorsi, con i quali le elite politico-finanziarie cercano di terrorizzare gli sciocchi ma soprattutto di rimuovere la realtà per esorcizzare i loro incubi.
E ci prepariamo al momento in cui, spinti dalle potenti forze della finanza globale,  i ribelli che hanno resistito alla devastazione culturale e hanno visto crollare dinanzi ai loro occhi intere civiltà, vedranno disintegrarsi tutte le forze distruttive: il cosiddetto ordinamento giuridico europeo e l'organizzazione mondiale del commercio, da un lato; la diffusione del commercio internazionale, dall’altro – sono  i due volti, giuridico e fattuale, della globalizzazione. E con la globalizzazione anche l’impero statunitense, che ne è stato l’artefice.
A quel punto, gli ordinamenti statali dichiareranno estinte le "libertà" di circolazione delle merci, dei servizi e del capitale (le libertà sulle quali è stato fondato l’ordinamento giuridico europeo – ma vi rendete conto?); estinte le unioni doganali e le unioni monetarie; esaurito il bando dei monopoli pubblici. Gli ordinamenti statali sperimenteranno, ciascuno a suo modo, nuove discipline della "libertà di informazione", che oggi è soltanto potere del capitale di formare l'opinione pubblica. Gli ordinamenti statali non conosceranno più il terrore di una modesta inflazione, perché riscopriranno l’istituto della scala mobile; e, più in generale, pur non perseguitando la ricchezza, potranno essere costituiti da norme che,  a tutela di diversi interessi, anche non economici, limiteranno in vario modo la valorizzazione del capitale, e valorizzeranno il lavoro, autonomo e subordinato.
Pensate di cosa dovremmo avere paura!
Saremo costretti a fabbricare i nostri ombrelli, le nostre lavatrici, i nostri carrozzini, i nostri maglioni, i nostri pantaloni; e avremo l’onere di costruirli durevoli e di prestarli di fratello in fratello e di cugino in cugino!  Saremo costretti a mangiare le nostre arance. Le scuole e le università potranno tornare a formare (in maniera severa) l’uomo e non il lavoratore, senza dover seguire assurde strategie elaborate da menti straniere e criminali. Dovremo fissare i prezzi dei beni essenziali (equo canone, scala mobile). Potremo tornare a tutelare il commercio con le licenze e i professionisti con i  minimi tariffari, il divieto di pubblicità e il limite nel numero dei collaboratori. Potremmo decidere che la banca centrale non è più autonoma, almeno come non lo era fino al 1979. Potremo stabilire (oggi il diritto europeo ce lo impedisce!) che le società a responsabilità limitata non possono essere unipersonali; o che in molti settori del commercio o addirittura in tutti è vietato il franchising; e potremo porre molte altre norme,  che oggi non abbiamo il potere di emanare. Insomma, saremo costretti a tornare ad esercitare, nel bene o nel male, la nostra libertà e a edificare la nostra civiltà. Pensate di cosa  dovremmo avere paura: di essere liberi!
Alcuni popoli eserciteranno male la riconquistata libertà? Certamente. E’ sempre accaduto e sempre accadrà. Ma questa consapevolezza non ci spaventa. Noi vogliamo tornare ad avere la possibilità di esercitarla bene. Noi amiamo la libertà dei popoli: quella del nostro popolo e quella degli altri. Concedendo una finta e risibile libertà agli individui, ormai concepiti come aziende, con debiti e crediti e con "libertà di stabilimento", avevano oppresso la libertà dei popoli. I popoli europei, senza troppi meriti, a dire il vero, bensì per l’assurdità del disegno criminoso che li voleva oppressi e schiavi, la stanno per riconquistare.

sabato 24 marzo 2012

Gli anticapitalisti, le nazioni e l'internazionalismo, di Stefano D'Andrea

E’ stimolante rileggere il Manifesto del Partito Comunista a piccole dosi. Brani isolati. Pochi pensieri. Per lo più stringati ragionamenti su innumerevoli concetti importanti della vita, della politica, della società.

Alcuni brani appaiono totalmente condivisibili. Il giudizio di valore o il giudizio storico è rimasto identico. Altri brani necessitano di un semplice adeguamento linguistico. In particolare i termini “borghese” e “borghesia” non sono adatti a descrivere alcun fenomeno del mondo moderno, perché, per molti versi, la borghesia alla quale Marx ed Engels alludevano non esiste più. Anche il termine proletariato, con riguardo alle realtà politiche dell’occidente sviluppato, è poco calzante. Non perché non esistano realtà fenomeniche definibili mediante tale termine. Bensì perché esso designa una parte del tutto, che è costituito dai lavoratori – anche autonomi, oltre che subordinati- anzi, più precisamente, dagli spiriti anticapitalistici. Molti lavoratori, infatti, non sono minimamente contrari alla suprema regola della valorizzazione del capitale. Basta però sostituire il termine che appare indebolito con un termine di uso più comune (per esempio, secondo il mio avviso,“proletariato” con “partito anticapitalista”) ed ecco che la frase ha un significato chiaro e sovente pienamente condivisibile. Altri brani non ci trovano d’accordo e spesso non ci hanno mai persuaso. Con riguardo a questi brani è piacevole fissare il nostro pensiero prendendo le distanze da due giganti. Lo stile del Manifesto è limpido: obbliga a chiarire il dissenso e impegna ad adottare uno stile altrettanto cristallino.

C’è un brano del Manifesto del Partito Comunista appositamente dedicato al concetto di nazione:

“Si è inoltre rimproverato ai comunisti di voler liquidare la patria, la nazionalità.

I lavoratori non hanno patria. Non si può togliere loro ciò che non hanno. Dovendo anzitutto conquistare il potere politico, elevarsi a classe nazionale, costituirsi in nazione, il proletariato resta ancora nazionale, ma per nulla affatto nel senso in cui lo è la borghesia.

Le divisioni e gli antagonismi nazionali fra i popoli tendono sempre più a scomparire già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà del commercio, con il mercato mondiale, con l’uniformità della produzione industriale e delle condizioni di vita che ne derivano.

Il potere proletario li farà scomparire ancora di più. L’azione comune almeno dei paesi più civilizzati è una delle prime condizioni della sua liberazione.

In tanto in quanto viene eliminato lo sfruttamento del singolo individuo da parte di un altro, svanisce anche lo sfruttamento di una nazione da parte di un’altra.

Con l’antagonismo delle classi all’interno delle nazioni cade la reciproca ostilità fra le nazioni”.

Il brano stupisce e spinge a chiedere: quanti comunisti lo hanno letto con attenzione? Esso contiene affermazioni sistematicamente negate da moltissimi comunisti delle ultime due generazioni.

Intanto Marx ed Engels stanno difendendo i comunisti dall’accusa “di voler liquidare la patria, la nazionalità”. Essi non scrivono “è vero”, precisando poi in che senso l’accusa è fondata, come invece fanno con riguardo ad altre accuse rivolte ai comunisti. Al contrario, replicano: non è vero che i comunisti vogliono liquidare la patria, la nazionalità.

Paradossalmente, nella forma dello slogan (“il proletariato non ha nazione”), ha avuto successo l’affermazione secondo la quale “I lavoratori non hanno patria”. Ma essa o è smentita dal contesto linguistico – direi da tutte le altre proposizioni – ; oppure, più esattamente, va intesa in senso molto lato; è un’iperbole che vuole contestare l’idea di nazione delle classi dominanti, non l’idea di nazione in sé. Infatti, quando gli autori iniziano l’analisi, assegnano al concetto di nazione un ruolo imprescindibile e fondativo: “Dovendo anzitutto conquistare il potere politico, elevarsi a classe nazionale, costituirsi in nazione, il proletariato resta ancora nazionale, ma per nulla affatto nel senso in cui lo è la borghesia”.

I comunisti, dunque, sono comunisti di una nazione: vogliono che la nazione sia comunista. Le nazioni sono perenni e ci saranno anche quando i comunisti avranno preso il potere. Sono “Le divisioni e gli antagonismi nazionali fra i popoli” che, secondo Marx ed Engels, tendono a scomparire; non le nazioni. Già lo sviluppo del mercato mondiale tenderebbe a questo risultato – e qui non direi che il carattere futurologico del pensiero Marxiano abbia colto nel segno -; “Il potere proletario li farà scomparire ancora di più”. Sarebbero scomparsi gli antagonismi nazionali. Non le nazioni: “svanisce anche lo sfruttamento di una nazione da parte di un’altra”. Svanisce lo sfruttamento di una nazione sull’altra. Non le nazioni, che anzi, nell’ottica del Manifesto, permangono.

Dunque i comunisti (oggi direi più semplicemente i membri del partito anticapitalista) sono e non possono che essere nazionali, perché aspirano a conquistare il potere politico e ad elevarsi a classe nazionale – altrimenti il tentativo fallirebbe ben presto. L’organizzazione politica dei comunisti, secondo Marx ed Engels, non sarebbe stata aggressiva nei confronti delle altre nazioni. Perciò, il mondo ideale, immaginando che i comunisti avessero preso il potere in ogni nazione – si fossero elevati ovunque a classe nazionale –, sarebbe stato un mondo di nazioni pacifiche.

E l’internazionalismo che cos’è? E’ “l’azione comune” dei proletari delle varie nazioni, la quale “è una delle prime condizioni” della liberazione del proletariato (oggi degli anticapitalisti). Nel Manifesto del Partito Comunista non vi è un progetto paragonabile alla Ummah che gli islamisti internazionalisti vorrebbero ricostruire. Questi ultimi sono talvolta contrari agli stati nazionali, perché quegli stati – quei confini, quei regnanti e quelle nazioni – sono stati imposti dalle nazioni imperialistiche e colonialistiche straniere. Dunque gli islamisti internazionalisti, oltre a voler ricostituire il califfato (l’unità politica superiore) che copra tutti i terreni dell’islam (in senso stretto), vorrebbero o sarebbero disposti anche a modificare i confini delle unità politiche derivate o secondarie. Niente di tutto ciò emerge dal brano del Manifesto del Partito Comunista appositamente dedicato alle nazioni. Marx ed Engels non pensano ad un super stato (uno stato mondiale o universale) comunista; e non contestano le ragioni e le lotte in forza delle quali erano sorti gli stati nazionali europei – d’altra parte, Engels aveva combattuto sulle barricate per la creazione della Germania. “L’azione comune” è la solidarietà internazionale; solidarietà di pensiero e di azione. Allora perché i proletari di ogni nazione conquistassero il potere nella loro nazione; e oggi perché il partiti anticapitalisti conquistino il potere nelle rispettive nazioni.

Quale deve essere oggi la linea politica del partito anticapitalista rispetto all’idea di nazione? Credo che debba essere, nelle linee essenziali, quella tracciata nel Manifesto del Partito Comunista, la quale, paradossalmente, non ha nulla a che vedere con quella seguita, generalmente, dai comunisti delle ultime due generazioni.

Dunque l’ideale è che gli anticapitalisti si facciano classe nazionale e che proliferino nazioni anticapitaliste. L’avversione dei comunisti delle ultime due generazioni per il concetto di nazione è ingenua, frutto di posizioni irrealistiche, contraria alla storia dei comunisti (quando erano veramente comunisti) e generatrice di un universalismo falso che non consente la critica della globalizzazione. Un universalismo che non preme per la nascita di una forte volontà di ridurre gli scambi internazionali (i quali, sovente, hanno come unica ragion d’essere la valorizzazione del capitale). Non muove dal riconoscimento, ad ogni partito anticapitalistico, della piena dignità e legittimazione a perseguire e a edificare una società anticapitalistica singolare, particolare, originale e unica. Marx ed Engels avevano intuito, infatti, che sono i detentori (e oggi anche i gestori) dei grandi capitali a voler distruggere le nazioni e prima ancora ad avere interesse a distruggerle. Si legge in altro luogo del manifesto:

“Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni.

Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un'impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell'industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All'antica autosufficienza e all'antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L'unilateralità e la ristrettezza nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale”.

E’ la suprema regola secondo la quale occorre massimizzare la valorizzazione del capitale ad essere contraria alle nazioni, nel senso che i titolari e i gestori di grandi o medi capitali perseguono l’omogeneità dei consumatori, l’apertura e la scomparsa dei confini, la libertà di circolazione delle merci, del lavoro e dei capitali. Gli appartenenti ad una nazione che hanno accumulato un certo capitale, nonché gli appartenenti a quella medesima nazione che si trovino a gestire grandi capitali, hanno interesse a “investire” o semplicemente ad acquistare azioni e in genere titoli ovunque reputino che gli investimenti o i titoli siano redditizi. Il capitale risparmiato da un imprenditore di una nazione con cento anni di svolgimento di un’attività di impresa e quindi con l’apporto di lavoratori di una nazione (italiani per esempio) durante cento anni, a un certo punto è impiegato per acquistare materie prime da soggetti dello stato A, per produrre nello stato B e vendere nello stato C, anche se né A, né B e né C sono gli stati originari nei quali è stato accumulato quel capitale. Il capitalismo deve funzionare. E per funzionare non deve trovare attriti: giuridici; religiosi; posti da secolari tradizioni; derivanti dalla eterogeneità dei consumatori. Il capitale ha la vocazione per lo spazio planetario e lo vuole senza frontiere.

Siamo dinanzi ad un apparente paradosso. Il capitale può riuscire a massimizzare la propria valorizzazione soltanto abbattendo e distruggendo sempre più gli Stati Nazione; o comunque internazionalizzandosi rallenta la caduta tendenziale del tasso di profitto. Gli anticapitalisti – che è bene siano uniti nonostante tutte le possibili diversità di obiettivi (in realtà gli anticapitalismi si differenziano per la diversità dei valori o beni che in via prioritaria si vogliono sottrarre alla logica necrofila del capitale) – “devono farsi nazione” (come scrivevano Marx ed Engels con riguardo ai Comunisti); devono conquistare il potere nelle nazioni e cominciare così o a sottrarre al capitale, in uno o più luoghi della terra, il dominio sulla nuda vita degli uomini; o, comunque, a ridurre l’ambito e le forme di quel dominio. Per il capitale le nazioni sono un ostacolo. Per gli oppositori del capitalismo – ossia della suprema regola secondo la quale lo scopo dell’attività sociale dell’umanità deve essere quello di massimizzare la valorizzazione del capitale – l’edificazione di una nazione anticapitalistica è l’obiettivo.

Se oggi l’anticapitalismo, in tutte le sue forme, nuove e vecchie (compresa quella, “relativa” ma significativa, della socialdemocrazia) è così debole, ciò è dovuto allo stato oggettivo in cui sono state ridotte molte nazioni, ma anche e soprattutto alla irragionevolezza degli anticapitalisti, i quali, osteggiando il concetto di nazione, sono destinati a restare nello stato velleitario delle declamazioni fumose, posto che il loro obiettivo dovrebbe essere quello di impegnarsi per costruire nazioni anticapitaliste. E va da sé che, se è giusto solidarizzare con anticapitalisti di altre nazioni ed eventualmente partecipare a una o altra battaglia reputata importante, è pur sempre ovvio che, per mille ragioni, gran parte dell’impegno di ogni anticapitalista dovrebbe essere indirizzato ad indebolire, all’interno della propria nazione, la forza della regola sulla quale affondano pressoché tutte le costituzioni nazionali: il capitale si deve valorizzare.

http://www.appelloalpopolo.it/?p=3928