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martedì 17 luglio 2012

Ancora sulla Dittatura indiretta della classe globale di Eugenio Orso

«Quando sento parlare di democrazia, diritti umani e pacifismo, unità europoide e globalizzazione dei mercati, tiro fuori la pistola.»
Se fossimo in un paese ancora fondamentalmente sano, la frase riportata in apertura del post la sentiremmo pronunciare diffusamente da esponenti politici di forze d’opposizione, che si preparano ad una lotta dura, senza quartiere, contro il direttorio Monti-Napolitano e tutti coloro che lo sostengono, per la liberazione del paese e della popolazione dal giogo rigorista-finanziario.
Ma purtroppo così non è e non sarà.
Avevo ragione da vendere – ed ora anche i meno dotati e attenti dovrebbero ammetterlo – per quanto ho scritto nel breve saggio Stato di eccezione liberaldemocratico e sondaggi d’opinione (pubblicato su questo blog e in altri siti), ed anche nel saggio La catena imperialista, l’anello debole e la catena di comando globalista (comparso in Pauper class e in qualche altro blog).
Avevo ragione essenzialmente per i seguenti motivi:

1)     La democrazia liberale si è trasformata nella Dittatura indiretta globalista, eliminando tutte le alternative politiche all’interno del sistema democratico.

2)     I diritti umani e il pacifismo strumentale serviranno come pretesto per scatenare altre guerre disastrose, probabilmente in Siria e forse anche in Iran, e per controllare le masse in occidente, evitando ribellioni e guerriglia sociale.

3)     L’unione europoide ci tiene completamente in pugno, attraverso lo spread con il bund e il debito pubblico, prepara un futuro memorandum per l’Italia con la complicità di Monti, e ci sta riducendo a servi meridionali e mediterranei del neocapitalismo, a pattumiera postindustriale dell’Europa.

4)     La globalizzazione economica e finanziaria continua a rullare l’Italia, e l’ultimo declassamento del rating subito dall’onnipotente agenzia americana Moody’s (azionisti Warren Buffet, BlackRock …) ne è l’ennesima prova, nonostante le menzogne massmediatiche sulla “credibilità internazionale” del paese, riacquistata grazie a Monti.

Procediamo con ordine, esaminando brevemente i quattro punti:

1)     La Dittatura indiretta della classe globale nasce dalla manipolazione del sistema liberaldemocratico e mira a neutralizzare completamente la volontà popolare, ad impedire che possano trovare consenso diffuso, nel paese, programmi politici alternativi a quello impostoci dall’esterno attraverso la BCE, finora diligentemente applicato da Monti. Non è un caso che prospettando nuove elezioni si avverte che i cartelli elettorali che le vinceranno non potranno disfare ciò che ha fatto l’attuale governo. Le controriforme montiane resteranno intangibili, la depressione del produttivo arriverà alle estreme conseguenze e la disoccupazione di massa galopperà oltre il venti per cento reale. Lo stesso rinnegato Napolitano, cortigiana di tutti (ex fascista, ex comunista, oggi “puntello istituzionale” dei neoliberisti) esterna in tal senso, e non è certo un caso. Poi, una eventuale, nuova legge elettorale avrà la funzione di continuare ad impedire l’esercizio della preferenza, nelle politiche, da parte degli elettori (vedremo con quali stratagemmi), di assicurare governabilità (al partito-servo Pd, quasi sicuramente vittorioso, con i soliti “premi di maggioranza”) e di impedire una rappresentanza parlamentare troppo consistente per Grillo e i suoi “grillini”. Ma ci sarà anche la possibilità concreta di ulteriori rinvii del rito elettorale (che così sarà sempre più riservato alle sole amministrative) per “cause di forza maggiore”, confermando in futuro la sequenza di esecutivi incostituzionali e decisi all’esterno dell’Italia. Se vi sarà la rappresentazione teatral-elettorale, questa sarà, appunto, soltanto una rappresentazione ad uso e consumo delle masse idiotizzate da ingannare, perché il vincitore non potrà essere che l’infame Pd con i suoi “alleati” (UdC, forse il SEL ed eventuali altre consorterie minori, aggregatesi ai filoeuropidi-democratoidi). Berlusconi potrà pure interpretare la parte del populista che mette in discussione l’euro, ma sarà soltanto una parte nella recita, senza alcuna possibilità di ritorno alla lira e alla sovranità monetaria, e Berlusconi stesso lo sa bene. Poi, Grillo, Casaleggio e M5S, interpreteranno la cosiddetta antipolitica e serviranno come utile “valvola di sfogo” della protesta, ma dentro il sistema e senza metterlo in pericolo, poiché non raggiungeranno la maggioranza assoluta dei seggi (a meno di sorprese e di imprevisti clamorosi). Non la raggiungeranno neppure se si alleeranno con quella IdV dipietrista che il Pd ha buttato definitivamente a mare, per ordine dei suoi padroni. Le future elezioni politiche, perciò, se effettivamente vi saranno, si terranno nel quadro delle ferree regole imposte della Dittatura indiretta della classe globale, in alcun modo potranno aprire la strada ad alternative politiche autentiche e sanciranno l’intangibilità delle controriforme già realizzate da Monti. A questo punto, anche i ritardati dovrebbero comprendere che sarà perfettamente inutile andare alle urne, a meno di voler avallare, con un gesto simbolico e senza decidere alcunché, la distruzione dell’Italia, della sua popolazione e i genocidi sociali di massa (previste per i prossimi anni, fra l’altro, riduzioni delle “dotazioni organiche” del pubblico impiego fino ad oltre cinquecentomila unità). Nel mio Stato di eccezione liberaldemocratico e sondaggi d’opinione avevo scritto, a suo tempo, «E’ vero che dopo la realizzazione delle controriforme montiane ci potranno essere ancora tornate elettorali politiche, per riproporre il vecchio rito sistemico liberaldemocratico, ma ciò non toglie che queste avrebbero ben poco effetto, a giochi fatti, e se si presenterà ancora la necessità, si potrà rapidamente nominare, come è già stato fatto, un governo non eletto che goda della fiducia della classe neodominante.». Oggi posso confermarlo in pieno, per come la situazione si sta “evolvendo”. Ma vi è addirittura la possibilità che a causa dello spread, del debito, del rating e dello stato dei conti pubblici – magari con l’imposizione di un Memorandum in stile greco all’Italia, costretta a chiedere aiuto all’unione europoide, possibilità non a caso ventilata da Monti – si rinvii ancora il (farsesco ed inane) momento elettorale, mantenendo Mario Monti dove si trova o sostituendolo con un altro Quisling scelto dai globalisti.

2)     I ripugnati diritti umani liberaldemocratici, usati come cavallo di troia per scatenare nuove guerre di sterminio globaliste, e il pacifismo strumentale, diffuso come un virus in occidente per impedire che le masse insorgano, creando seri problemi di tenuta sistemica, sono sempre al centro dell’attenzione. Consideriamo separatamente i due aspetti della stessa medaglia, che pur sono interrelati. Il pacifismo strumentale è uno strumento di dominazione che produce l’inerzia delle masse, sottoposte ad esproprio e tortura da questo sistema genocida, e la sua capillare diffusione è di fondamentale importanza per la tenuta sistemica complessiva. Se i metalmeccanici si fossero ribellati, con insurrezioni violente, prima a Marchionne e ai suoi modelli imposti per mettere sotto il lavoro, e poi allo stragista Monti che ha voluto i licenziamenti liberi per alimentare la disoccupazione, il problema sociale sarebbe emerso in tutta la sua straordinaria gravità, e forse il “contagio” (da intendersi, in tal caso, in chiave positiva), si sarebbe esteso a gran parte della società. Per evitare un simile esito, la diffusione delle “idee” pacifiste è stata di grande aiuto, alle Aristocrazie globali, che hanno potuto contare, in Italia, sui sindacati gialli, democratici e pacifisti, come la CGIL, la CISL e la stessa Fiom dentro la CGIL, i quali hanno contribuito non poco a “raffreddare” la protesta, a spegnere potenziali incendi e ad agevolare, in tal modo, il massacro dei lavoratori. Queste cose io le sostengo da tempo, e l’unico errore che ho commesso (qui lo ammetto senza riserve) è l’aver dato qualche credito, fino ad un paio d’anni fa, alla sola Fiom, che all’epoca millantava di stare dalla parte del lavoro contro il capitale, lasciava intendere di voler guidare una protesta sociale dura (per quanto non armata), riuscendo ad ingannare moltissimi, fra i quali il sottoscritto. Di questo unico errore commesso, non mi pentirò mai abbastanza. Anche la Fiom, come ho avuto modo di scoprire correggendo l’errore commesso, è un autentico verminaio, un sindacato giallo al servizio dei padroni globali. Il discorso del pacifismo strumentale, che si lega indissolubilmente alla passività e all’inerzia di massa, non riguarda soltanto l’Italia. In Spagna, ad esempio, i minatori delle Asturie e del Leon hanno intrapreso una lotta dura contro il governo filoglobalista-europoide di Rajoy. Hanno marciato attraverso la Spagna per diciannove giorni, per poi entrare a Madrid. Ma non hanno trovato, nel resto della popolazione, fra quei lavorati pubblici ai quali l’unione europoide attraverso il burattino Rajoy ha tagliato brutalmente le tredicesime natalizie, un vero e proprio appoggio, una condivisione piena della lotta contro la dittatura europide e le misure antisociali. Soltanto “solidarietà passiva” e “simpatia”, niente altro. I diritti umani liberaldemocratici costituiscono un’astrazione che ha giustificato, finora, una lunga sequenza di guerre globaliste, per l’imposizione delle dinamiche neoliberiste ai paesi più riottosi dell’ex terzo mondo. La difesa di questi diritti inesistenti, ipocritamente postulata dalle “cancellerie occidentali”, a partire da quella americana, strombazzata ai quattro venti dall’apparato ideologico-massmediatico al servizio della classe globale, giustifica agli occhi della sedicente opinione pubblica democratica le peggiori barbarie belliche contro regimi e governi sgraditi, e soprattutto contro le stesse popolazioni dei paesi attaccati. Così in Afghanistan, così in Iraq, così in Libia e così in Siria, nel prossimo futuro, o addirittura in Iran, con il rischio, in questo ultimo caso, di innescare la prima, vera guerra “globale” del terzo millennio. Il pacifista strumentale idiotizzato, soggetto al culto idolatra dei diritti umani liberaldemocratici, oltre a non ribellarsi per ciò che subisce socialmente nel suo paese, accetta le guerre di aggressione contro i paesi dell’ex terzo mondo come se fossero un male necessario, inevitabile, per “portare la democrazia” in quei lidi. Questa è la vera sostanza dei diritti umani esportati con la destabilizzazione dei paesi-obiettivo e la guerra. Fra l’altro, ho visto giusto, quando ho individuato nel pacifismo strumentale un fondamentale strumento di dominazione neocapitalistica, d’importanza cruciale in periodi, come l’attuale, in cui possono scatenarsi forti tensioni sociali (nel saggio Strumenti di dominazione violenta e nonviolenta, in Pauper class). I diritti umani si utilizzano cinicamente per la colonizzazione esterna, mentre il pacifismo è utilissimo per agevolare le trasformazioni sociali nei paesi occidentali, ed anche in Italia, evitando i riots e la critica delle armi al sistema. Pacifismo strumentale e diritti umani significano, rispettivamente, stragi sociali ininterrotte e vere e proprie stragi di massa (vedi i morti in Iraq dal marzo del 2003 ad oggi, con la guerra che non è mai veramente cessata in oltre nove anni). Il fine della loro diffusione è esclusivamente quello di sostenere ed estendere le dinamiche neocapitalistico-finanziarie. In estrema sintesi e in conclusione, (a) il pacifismo strumentale contribuisce a sottomettere le masse in Italia, nell’unione europoide e in tutto l’occidente “sviluppato”, mentre (b) i diritti umani liberaldemocratici, lungi dal rappresentare un’effettiva tutela dei diritti dell’uomo, giustificano le peggiori barbarie belliche contro i popoli non ancora sotto il controllo della classe globale.

3)     Non c’è nessun progetto politico per l’Europa dei popoli. L’unionismo, che negli anni novanta ha sostituito la vecchia e molto più innocua comunità europea, è un’affermazione di potenza globalista, pensata e realizzata contro i popoli del continente. Oggi “Europa” significa soltanto colonizzazione attraverso le famigerate istituzioni europoidi – che sono il nostro nemico – a vantaggio della classe globale dominante. L’euro funziona contro il lavoro e ad esclusivo vantaggio del capitalismo finanziario. Gli strumenti utilizzati per l’assoggettamento sono ben noti, si sostanziano in trattati e cinicamente portano i nomi di città europee: Roma (1957), Maastricht (1992), Lisbona (2007), eccetera. Come ho scritto nel saggio L’Europa posticcia dell’unione, « Possiamo far risalire simbolicamente l’adesione dell’Europa “comunitaria” alle nuove dinamiche capitalistiche, ultraliberiste e globalizzanti, al 1992, che è l’anno della firma del Trattato di Maastricht da parte dei dodici paesi allora parte della Comunità Europea, trattato che ha sancito la nascita dell’attuale Unione. In seguito, attuando le nuove pattuizioni, si è proceduto a dare consistenza all’Unione economica e monetaria (UEM) creando la BCE (1999) e successivamente introducendo l’euro nella circolazione monetaria effettiva dei paesi aderenti (2002).» Altri meccanismi per stritolare la sovranità degli stati si sono aggiunti in questi ultimi anni, in cui si impongono ai paesi più deboli e maggiormente assoggettati Memorandum e pareggio di bilancio sancito costituzionalmente. L’unione europide ha un parlamento eletto che non decide nulla, si basa su parametri puramente economico-finanziari usati politicamente per sottomettere gli stati, al suo interno la privatissima BCE è sovrana, non contempla in alcun modo la dimensione sociale e non porge più alcuna speranza, per quanto fasulla, truffaldina, alle popolazioni. Il doppio maligno dell’Europa si basa sul ricatto, sulla paura, sulla coercizione e sull’esproprio. Le periodiche litanie sulla “Crescita” (ed ora finalmente la crescita!) sono ovviamente menzognere, perché le uniche cose che crescono esponenzialmente sono gli squilibri sociali, la deindustrializzazione, la disoccupazione, i debiti pubblici e, naturalmente, i grandi capitali finanziari. Quelli che hanno accusato il solito Berlusconi (un piccolo furfante, davanti ai grandi stragisti sociali che manovrano Monti) di aver fatto odiare l’euro e l’Europa agli italiani, sono al servizio di questi meccanismi, compreso quello della “stabilità”, che è soltanto la stabilità del potere assoluto della classe globale (della quale Berlusconi, benché ricchissimo, culturalmente non ha mai fatto parte). Il loro Quisling Monti, dopo aver interpretato a fine giugno la sceneggiata di Bruxelles con i “leader europei”, ha ventilato la possibilità futura, per l’Italia, di ricorrere al “soccorso blu” europeo (l’EFSF, beffardamente noto come fondo salva-stati), nel caso di attacchi speculativi e di livelli insostenibili dei tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico. Naturalmente firmando un Memorandum strangolante con l’unione europide, per dare garanzia che ulteriori controriforme saranno portate a compimento. Eventualità, questa, che secondo l’abbietto impiegato di Goldman Sachs non si può escludere per il futuro. Monti non si è fatto scrupolo di rivelare, in modo subdolo, ricattatorio e indiretto, che la strada per l’Italia è già tracciata, ed è esattamente quella che è stata imposta alla Grecia, firmataria di uno specifico Memorandum. Inoltre, quando sono in ballo le controriforme e le finanziarie montiane (al presente, la «Spending review», manovra finanziaria mascherata da “razionalizzazione” della spesa pubblica), schizza verso l’alto lo spread con il bund, come minaccia per impaurire il paese e far passare le misure dell’esecutivo Monti-Napolitano. Sopravviviamo sotto le bombe della speculazione finanziaria da molti mesi, come in una grande Sarajevo, irreale e assediata. I morti e i feriti sono i disoccupati, i pensionati, i lavoratori privati e pubblici, i suicidati per ragioni economiche e per “fallimento individuale”, i ceti medi che finiranno sul lastrico, ossia, la grande maggioranza della popolazione italiana. Ecco la vera sostanza del progetto europeo ed il futuro che ci riserva l’unione criminale. In questo futuro, l’Italia avrà un ruolo di pattumiera postindustriale d’Europa, e di serbatoio di manodopera dequalificata a basso costo.

4)     Altra leva alla quale si fa ricorso per assoggettare gli stati, e mantenere nell’angoscia e nella paura la popolazione, puntandogli costantemente il fucile alla tempia, è il rating d’agenzia. Se l’onnipotente Moody’s Corporation (azionisti Warren Buffet, BlackRock ed altri squali) declassa i titoli italiani, non lo fa per pura razionalità economica e “trasparenza finanziaria”, in ossequio al fondatore John Moody, ma agisce politicamente per prevenire e piegare in alcuni paesi le “resistenze al cambiamento”. Un cambiamento in peggio, contrario all’interesse dei popoli, che l’ordine globale-finanziario esige ed impone con ogni mezzo, dal rating alle bombe “intelligenti” NATO. Il continuo downgrade che investe i titoli del settore pubblico, e di quello bancario, giustifica il “percorso di guerra” che Monti riserva al paese, e sicuramente sarà una guerra contro i dominati, le classi subalterne, i poveri. Una guerra di sterminio sociale combattuta contro di noi dalle Aristocrazie globali, che manovrano i loro infami collaborazionisti politici, tecno-politici e sindacali: Monti, Napolitano, Bersani, Casini, Alfano, Camusso, Bonanni. Ricordiamoci questi nomi (e non solo questi), quando e se verrà il momento della resa dei conti. Le responsabilità hanno sempre nomi, cognomi e indirizzi, e camminano su due gambe. Non c’è mai impersonalità, non c’è«realismo dell’autoregolazione sistemica», come scrisse un Lyotard in malafede nella Condizione postomoderna, non ci sono automi, ma individui che hanno fatto una scelta ben precisa, e questo è vero anche nell’ordine neocapitalistico globale.

Il nostro nemico di civiltà (prima ancora che politico e sociale) indossa molteplici maschere: la democrazia che è dittatura, i diritti umani, il pacifismo, l’unione europide e la globalizzazione dei mercati.
Non temo alcuna smentita, in proposito, e ciò che accadrà nei prossimi mesi, di qui alla fine dell’anno, non farà altro che confermare le mie parole.

lunedì 18 giugno 2012

Aforismi: l'anti-Nietzsche, di Eugenio Orso

I.                    Il senso della vita è riflesso dalla morte, ma è la vita a dar senso alla morte.

II.                 L’alienazione umana è come uno specchio che riflette l’altro da sé. Ma dietro lo specchio non c’è un volto sbiadito, c’è il vuoto.

III.               Il Lavoro, il linguaggio e il senso hanno generato la storia, ma la storia talvolta disperde lavoro, linguaggio e senso.

IV.             E’ l’amore il motore della storia, ma è l’odio ad alimentarne il motore.

V.                La metafisica finisce dove finisce l’uomo, ma l’uomo finisce dove inizia la metafisica.

VI.             Le idee sono come la materia: non muoiono, si trasformano. Ma la materia è come le idee: trasforma la morte.

VII.           La fine è un nuovo inizio. Ma ogni cosa che inizia è destinata a finire.

VIII.        L’ultimo uomo non nasce dall’uomo, è generato dalla sua ombra. Ma dall’uomo può nascere l’ombra dell’ultimo uomo.

IX.              Il progresso è un’inutile ribellione alla natura, ma la tradizione è un impossibile ritorno.

X.                 L’uomo che progredisce e si emancipa, si lascia qualcosa alle spalle, e quindi la perde. Ma l’uomo che regredisce non coglie ciò che è davanti a lui, e quindi lo perde.

XI.              Verità e giustizia sono una necessità che l’urgenza del bisogno pone in ombra. Ma il bisogno di verità e giustizia ci fa uscire dall’ombra.

XII.            I tempi in cui la vita non vive sono i tempi in cui la morte non muore.

XIII.         Il sonno della ragione partorisce mostri, ma anche i mostri possono essere dotati di ragione e di senso del limite.

XIV.        Se dio è morto, è morta con lui la verità trascendente e la realtà è diventata la sua tomba, ma la verità trascendente può rinascere soltanto dall’immanenza.

XV.          Tutto ciò che è astratto ha un’origine reale, ma tutto ciò che è reale può diventare astrazione.

XVI.        La volontà di potenza è un flusso che esclude riflessione e comprensione. Ma sono la riflessione e la comprensione del mondo la vera forza dell’uomo.

Naturalmente "aformismi" è un'ironia voluta. 

Fonte:http://pauperclass.myblog.it/archive/2011/05/11/aformismi-l-anti-nietzsche-di-eugenio-orso.html

venerdì 18 maggio 2012

L'antipolitica, il grillismo e il controllo sistemico, di Eugenio Orso


Voglio proporre una definizione (spero) originale di antipolitica che potrebbe valere nelle attuali contingenze, senza prenderla troppo alla lontana scomodando la polis del demos e il mondo antico:
«Antipolitica è tutto ciò che si muove, politicamente critico ma non autenticamente rivoluzionario, al di fuori dei cartelli elettorali del sistema liberaldemocratico, e che potrà a sua volta diventare interno al sistema stesso in seguito ad affermazioni elettorali, assegnazioni di seggi in parlamento e cooptazione dei nuovi arrivati nella sub-dominanza politica nazionale.»
Se questa è l’antipolitica, tanto sbandierata propagandisticamente come un pericolo “per la democrazia” dall’apparato ideologico-massmediatico ed accademico in momenti elettorali e in momenti critici per la tenuta sistemica come questo, allora non è altro che l’anticamera per accedere ad una posizione di sub-potere all’ultimo livello della catena di comando neocapitalistica, che coincide con la dimensione nazionale.
Marine Le Pen, fuori degli italici confini, sarebbe antipolitica, secondo la definizione di antipolitica da me proposta?
Assolutamente no, perché è talmente interna al sistema liberaldemocratico, in tal caso francese, e alla sub-dominanza politica d’oltralpe, che addirittura è figlia di un politico di professione della République, Jean-Marie, e ne ha semplicemente raccolto il testimone.
«Come?» – dirà qualcuno, sdegnato – «Lo xenofobo e populista Le Pen è stato un politico “di sistema” liberaldemocratico?»
Certo, e così anche la sua figliola, perché Le Pen padre si è sempre presentato con il Front National alle elezioni, come gli altri partiti, allo stesso modo di gollisti e socialisti, ed ha sempre abbassato la testa davanti alle regole sistemiche in caso di sconfitta, senza provarsi ad incendiare piazze e a far erigere barricate per le strade, mentre la figliola, continuando la sua opera, ha messo in ombra la questione degli immigrati (con conseguente riduzione dell’intolleranza xenofobica) ed ha astutamente insistito su quella politicamente più pagante della sovranità politica e monetaria.
Qualcosa di simile varrà, probabilmente, per il temutissimo partito greco di estrema destra Alba radiosa (uno dei tre “destrorsi” presentatisi alle recenti politiche nell’Ellade), definito addirittura nazista per la simbologia pittoresca che usa e il suo approssimativo programma nazional-antieuropeista, che potrebbe fare la fine “parlamentarista” dell’ammorbidito Front National francese, o almeno quella del temuto Jobbik ungherese, comodamente seduto nel parlamento di Budapest e non certo per le strade a sparare.
Ma veniamo a noi e all’Italia, in cui le elezioni politiche ancora e chissà per quanto tempo non si potranno fare, a differenza della Francia che ha avuto le presidenziali, e addirittura della Grecia, primo paese occupato dalla Trojka globalista, che è andata alle urne per rinnovare il parlamento nazionale.
Ci sono state, qui da noi, elezioni amministrative parziali, che hanno riguardato meno di 7,2 milioni di aventi diritto al voto, elezioni indette per mantenere il rito elettorale liberaldemocratico – il popolo può esprimersi ancora, nonostante Monti non eletto e la sovranità nazionale ridotta a zero – ed elezioni che soprattutto non decidono aspetti rilevanti come la “riforma” del mercato del lavoro, la pressione fiscale, la cosiddetta spending review del governo (con un anglicismo caro a Monti), e simili questioni strategiche.
La bestia nera di queste elezioni non è stato un fronte nazionale populista ed antieuropeo, una formazione neonazista di nerboruti picchiatori, un partito xenofobo, o peggio (che Dio ci scampi!), omofobico, bensì le liste elettorali di un personaggio, ex attore di buon successo ed ex comico di grande successo, che presentavano i nomi di sconosciuti in prevalenza di giovane età, in molti casi dotati di buoni titoli di studio, non di rado precari, che soffrono per il peso delle politiche antipopolari degli ultimi esecutivi e per quello di una politica minore, che non decide più, ma che mangia risorse a tutto spiano in cambio dell’appoggio a governi di occupazione imposti all’esterno (non per voler a tutti i costi fare nomi: quello di Monti-Napolitano).
Anche se Napolitano dice che il voto invita a riflettere sulla governabilità, ma che non c’e nessun “boom”, e lui di “boom” ricorda quello degli anni sessanta – quando era un giovane dirigente comunista, sia pur amendoliano di destra e non più stalinista, o addirittura fascista come nei primi quaranta – i molti  voti acquisiti dalle liste di Grillo annunciano un nuovo partito politico che si inserirà prima o poi nel circuito liberaldemocratico.
Un nuovo partito che entrerà in parlamento a dividersi con gli altri i seggi nell’emiciclo, quando e se si terranno le politiche con il placet del grande capitale finanziario, cui lo stesso Napolitano (cortigiana di tutti nella sua lunga esistenza fatta di numerose metamorfosi) riporta senza fiatare.
Certo, qualche ragione c’è l’ha Debora Billi che nel suo post Elezioni: il Movimento 5 Stelle e il miracolo italiano, comparso oggi in Crisis e ComeDonChisciotte, dice che gli italiani hanno avuto culo, in qualche modo, gli è andata addirittura di lusso, perché l’”antipolitica” qui è rappresentata da bravi giovani, con le facce pulite, adeguatamente forniti di titoli di studio e specializzazioni, e non dalle teste rasate, da sciovinisti impuniti e da picchiatori psicopatici.
In tal senso, secondo la Billi, c’è stato un “miracolo italiano”.
Sarà vero … ma se le liste di Grillo sono una valvola di sfogo della pur timida e politicamente corretta protesta (naturalmente Nonviolenta! Ci mancherebbe solo questo!), allora il punto è un altro e forse, riflettendoci sopra, si capirà che proprio tanto culo gli italiani non hanno avuto, in prospettiva futura.
Ci si dovrebbe chiedere perché l’apparato ideologico-massmediatico ha dato tanto spazio al “populista” Grillo (così lo definivano coralmente prima delle elezioni giornali e televisioni) e alle sue liste incorruttibili dal “bollino blu” – pur evocando i soliti pericoli connessi al “populismo” – se queste potranno essere veramente pericolose per la stabilità e la riproducibilità sistemica complessiva, per il governo Monti-Napolitano, per i piani della classe globale in relazione all’Italia e al suo futuro.
Sarebbe stato meglio, e i media possono farlo, silenziare del tutto Grillo e i suoi giovani, ignorando totalmente la loro pur pacifica protesta e la loro presenza.
La risposta potrebbe essere che Grillo e i suoi grillini dalle facce pulite, giovani sconosciuti e sicuramente in buona fede, servono da valvola di sfogo del profondo ed ampio malessere politico e sociale che investe il paese (valvola di sfogo, appunto, esattamente come ha scritto la Billi nel suo post) per evitare che la protesta si irrobustisca, esca dai recinti sistemici e diventi effettiva, portando alla formazione di un vero blocco sociale e politico antagonista, capace di esprimere un’alternativa e di coagulare rapidamente intorno a sé le masse impoverite e tradite dalla politica minore.
Con Grillo e i suoi giovani il sistema non dovrebbe correre questo rischio, cioè il rischio che la tanto millantata “antipolitica” – il babau favorito dai media asserviti al potere – si trasformi in effettiva critica sociale al neocapitalismo, la quale, non trovando altri sbocchi possibili, potrebbe diventare in futuro “critica delle armi”.
Pericolo scampato, con la relativa affermazione di Grillo e dei grillini, che probabilmente costituiranno un partito per arrivare in parlamento?
Forse, ma intanto, nonostante le amministrative parziali in cui il movimento 5 Stelle ha spopolato, niente cambia per quanto riguarda la controriforma del lavoro, che s’ha da fare per ordine superiore ed esterno, o l’insostenibile fiscalità che induce al suicidio, e questo è un tragico dato di fatto.

Allego un interessante commento fatto da Eugenio Orso ad un mio articolo, sullo stesso argomento. Il mio articolo è questo: http://zecchinellistefano.blogspot.it/2012/05/dallanti-politica-alla-post-politica.html

Ho letto l'articolo relativo alla post-politica.


Veniamo la punto 1, con la precisazione che la mia personale definizione di antipolitica è velatamente ironica, ma soprattutto finalizzata allo sviluppo del discorso che ho inteso fare scrivendo il presente articolo.
Se per post-politica si intende la scomparsa progressiva della partecipazione popolare (per quanto manipolata e orientata nel senso voluto), lo svuotamento di contenuti dei partiti, che diventano sempre più "leggeri" e avulsi a comunità e territorio, nonché l’atto definitivo di morte della dicotomia destra/sinistra, non posso che convenire.
Le elezioni politiche, in quanto rito sistemico, non sembrano più tanto necessarie, e le élite neocapitalsitiche le sospendono a piacimento, sostituendo progressivamente la (putrefatta) liberaldemocrazia con una Dittatura indiretta della classe globale. In tal senso, l'esperimento greco e quello italiano. L'importante è che le masse-pauper, condannate a morte, non possano esprimersi in alcun modo sulle scelte strategico-politiche che le riguardano direttamente, o che lo facciano soltanto a cose fatte e a controriforme realizzate (esattamente come vuole l’infame rinnegato e servo Bersani del Pd, che sosterrà il governo di occupazione fino alla fine, fino al 2013).


Per quanto riguarda il punto 2 dell'articolo, vorrei fare qualche semplice precisazione.
Non senza un po' di ironia, confesso che io sono un "lavoratore intellettuale" (origine: ceto medio legato al lavoro intellettuale dipendente, oggi impoverito), e che non nutro particolare stima per bottegai, commercianti e piccoli faccendieri vari.
Il nucleo originario dell’elettorato e della militanza leghista, intorno al quale si è consolidato il potere della lega e quello personale del satrapo Bossi, è proprio costituito da questi soggetti (sociali), e non è certo un caso.
Che poi questo “movimento” sia un sublime esempio di interclassismo … 
E’ bene chiarire questo aspetto e mettere in dubbio l’interclassismo leghista, se non altro perché il voto operaio del nord intercettato dalla lega (elezioni politiche del 2008, in cui è emerso prepotentemente il problema) è confluito nel cosiddetto carroccio per disperazione degli operai abbandonati a sé stessi proprio da quei partiti (infami, ultrarevisionisti e infine servi del neoliberismo) che avrebbero dovuto rappresentarne gli interessi.
E siccome “voto non olet” (esattamente come il denaro, i gioielli, i lingotti, le porsche o le audi a6 …) la lega lo ha fagocitato opportunisticamente, ma poi per circa tre anni ha supportato politiche antipopolari e (neanche a dirlo) antioperaie, standosene come un topo nel formaggio a Roma e gestendo quattro ministeri.
La reintroduzione delle famigerate gabbie salariali è una proposta leghista, respinta persino da molti forzisti …
La lega bossiana se ne è sempre sbattuta degli attacchi al Ccnl e allo Statuto dei Lavoratori.
L’IMU si sarebbe accompagnata al “federalismo” voluto da Bossi e compari, imposto a Berlusconi, eccetera, eccetera.
Quello della lega è (o forse dobbiamo già dire era) un interclassismo sbilanciato, che danneggia in particolare i lavoratori dipendenti, e fra loro gli operai.
Altro piccolo rilievo, i bottegai “padani”, i piccoli commercianti inseriti in una rete distributiva abnorme come quella italiana, che solo la violenza della crisi razionalizza, i piccoli imprenditori del nord, figli della “sfiga” (con il senno di poi, in piena crisi della PMI) perché nati dalla frantumazione del tessuto produttivo nazionale in una miriade di piccole unità deboli ed esposte, sarebbero i mitici “ceti produttivi” che reggono le sorti del paese?
E’ chiaro che scherzo, ma c’è chi ha propagandato questa assurdità capitalistica e chi ci ha veramente creduto … mentre le delocalizzazioni, la grande distribuzione, la concorrenza “sleale” emergente iniziavano a farla da padroni.
Per quanto riguarda l’integrazione del “lavoro intellettuale subalterno” nel sistema neocapitalistico, stiamo un po’ attenti a non generalizzare troppo, perché molta parte di questi soggetti subirà un processo di riplebeizzazione (finendo nell’immenso calderone della classe povera), mentre soltanto una minoranza, invero piccola, può essere cooptata negli strati più bassi della classe globale neodominante.
A questo proposito ricordo che i vecchi marxisti, basandosi anzitutto sulla dicotomia sociale di Marx Borghesia/Proletariato si trovavano in imbarazzo davanti agli “impiegati”.
Cos’erano?
Non borghesi perché non proprietari dei mezzi di produzione, ma neppure proletari perché non subivano l’intenso sfruttamento degli operai e l’estorsione selvaggia del plusvalore.
In non pochi casi, avevano funzioni direttive di rilievo ed erano uomini di fiducia della proprietà, ben retribuiti.
I vecchi marxisti, per trarsi d’impaccio, conclusero che lo sviluppo del capitalismo avrebbe provocato il riassorbimento degli “impiegati” (che per noi potrebbero corrispondere al “lavoro intellettuale subordinato”) nel proletariato.
Pur muovendo da presupposti ormai non attuali, superati dal corso storico, i vecchi marxisti in fondo non si sono sbagliati del tutto, tranne che i ceti medi riplebeizzati e impoveriti alimenteranno la Pauper class e non il tradizionale proletariato otto-novecentesco, che è stato disintegrato dalle trasformazioni neocapitalistiche ancora in corso.


Saluti


Eugenio Orso

venerdì 9 marzo 2012

Monti, le imposte e l'iniquità sociale, di Eugenio Orso

Ed ecco che il gioco di Monti e del suo esecutivo, al servizio della classe dominate globale, diventa chiarissimo anche sul piano della fiscalità.

In qualità di ministro dell’economia, oltre che di capo di un governo imposto all’Italia dai potentati finanziari, nell’Atto di indirizzo sulla politica fiscale per il triennio 2012-2014, Mario Monti manifesta pubblicamente l’intenzione di spostare gradualmente il peso dalle imposte dirette, sul reddito (IRPEF, IRES, IRAP) ed anche sul patrimonio (ICI), a quelle indirette che colpiscono i consumi (IVA, accise ed altre).

[http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2012/02/28/visualizza_new.html_105297999.html]

Perché lo vuole fare e quali sono i veri scopi di questa manovra?

Cerchiamo di capirlo, attraverso una breve ma non inutile analisi.

Sappiamo bene che le imposte indirette, ed in particolare quelle che colpiscono i consumi di massa, sono "regressive", cioè punitive per i bassi livelli di reddito e "premianti" per i redditi più alti, in particolare se la loro manovra in aumento sostituisce progressivamente quella sulle aliquote delle imposte dirette sui redditi personali e delle società.

L'imposizione cosiddetta regressiva è quella che meglio realizza l'iniquità sociale, e ciò può avvenire seguendo due strade:

1) Stabilendo per le imposte dirette, che colpiscono i redditi personali, aliquote decrescenti per scaglioni di reddito crescenti. Ma in tal caso il gioco sarebbe scoperto, e l'iniquità sociale quanto mai palese. La giustificazione di un simile obbrobrio fiscale potrebbe essere: "Premiare chi produce un maggior reddito, e stimolare chi ha redditi bassi a produrre redditi più alti", giustificazione che è falsa, oltre che ipocrita. Questa soluzione, nonostante Monti non abbia necessità di consenso popolare e i suoi padroni hanno preventivamente comprato interi gruppi parlamentari e numerosi capi sindacali, è però irrealistica, non applicabile, perché è troppo “scoperta”, e potrebbe suscitare forti reazioni nel paese. Una via più nascosta per colpire i subalterni e incrementare il tasso di iniquità sociale potrebbe essere quella di ridurre il numero di scaglioni e aliquote, relativi alle imposte sui redditi. Ad esempio, per quanto riguarda l’IRPEF vigente in Italia, dagli attuali cinque a soli tre, o peggio, da cinque a due, che è quello che da sempre avrebbe voluto fare l’estromesso Silvio Berlusconi.

2) Agendo sull'imposizione indiretta che grava sui consumi ed aumentando indiscriminatamente le aliquote, che per quanto riguarda l'IVA sono tre: 4%, 10% e 21%. E' chiaro che l'incidenza dell'aumento, e quindi del peso fiscale sopportato, cresce con il ridursi del reddito disponibile, ed è proprio in ciò che risiede la regressività dell'imposta. Storicamente, durante il seicento francese e il regno di Luigi XIV, il sovrintendente alle finanze del re, il celebre mercantilista Jean-Baptiste Colbert, cercò di colpire l'aristocrazia e recuperare risorse per lo stato ristrutturando il rudimentale sistema d’imposizione fiscale di allora, e cercando di aumentare l'imposizione indiretta sui consumi. In quel mondo protocapitalistico, tardo aristocratico e proto borghese, si verificava una situazione opposta rispetto a quella attuale: i consumi erano privilegio della classe dominante, spesso si trattava di consumi di prestigio (arazzi di Gobelines, sete di Lione, lussuosi candelabri d’argento ed ammennicoli vari), e non erano perciò accessibili alla massa, al vecchio popolo di estrazione medioevale. Quella che ai tempi di Colbert era una politica fiscale tutto sommato "progressiva", che colpiva i ricchi difesi dai privilegi (l'aristocrazia, imbellettata e parassitaria, trasferitasi simbolicamente nella nuova reggia di Versailles, fra i piaceri dell’isola incantata), oggi diventa "regressiva", al punto che penalizza i bassi livelli di reddito nel segno più manifesto dell'iniquità sociale. Una strada, se combinata con una leggera discesa delle aliquote delle imposte dirette (sui redditi personali e d'impresa) per tutti gli scaglioni di reddito, che consente di mantenere o aumentare la pressione fiscale, in modo subdolo e (appunto) indiretto, sulle classi subalterne e sui bassi scaglioni, "defiscalizzando", di fatto, i più ricchi.

E' questa la strada che seguirà il governo fantoccio di Monti, il quale intende spostare progressivamente il peso fiscale dall'imposizione diretta a quella indiretta, in primo luogo gravante sui consumi di massa. Del resto, Monti ha già mostrato la direzione di marcia che intende seguire il suo esecutivo mantenendo l’aumento di un punto percentuale della massima aliquota IVA, entrato in vigore il 17 settembre 2011, ed elevando le accise sui prodotti energetici (in breve, sui carburanti) con il decreto detto ironicamente Salva-Italia, accise che guarda caso sono imposte indirette quanto l’IVA e sulle quali incide la stessa Imposta sul Valore Aggiunto.

Ecco cosa nasconde il famigerato «Atto di indirizzo per il conseguimento degli obiettivi di politica fiscale per gli anni 2012-2014» pubblicato alla fine di febbraio sul sito del ministero dell'Economia e delle Finanze.

Un’ultima considerazione: se l’aumento dell’imposizione fiscale sui consumi avrà, com’è ragionevole aspettarsi, un effetto depressivo sugli stessi, e quindi un riflesso negativo su produzione e occupazione, in che modo ciò potrà conciliarsi con il progetto Cresci-Italia (la Crescita neocapitalistica “salvifica”) tanto sbandierato propagandisticamente da Monti e dalle grancasse mediatico-politiche che lo sostengono?

http://pauperclass.myblog.it/archive/2012/03/01/monti-le-imposte-e-l-iniquita-sociale-di-eugenio-orso.html

giovedì 23 febbraio 2012

Le vittime predestinate, l'invidia e il massacro sociale, di Eugenio Orso

La Marcegaglia, rampolla di una famiglia di sfruttatori, corrotti e imbroglioni, più elegantemente definiti imprenditori, ha nuovamente insultato i lavoratori, sostenendo che il sindacato tutela assenteisti e ladri, e sottintendendo che dopo l’abolizione, o la neutralizzazione, dell’articolo 18 ci sarà mano libera per licenziare, per fare “piazza pulita” nelle aziende e creare altre centinaia di migliaia di disoccupati cronici.

Secondo Emma Marcegaglia, le multinazionali non verranno in Italia, regalandoci a piene mani investimenti e lavoro (è il loro scopo!), «finché non si è in grado di licenziare un fannullone».

Questo è ciò che vuole la vampira di Viale dell’Astronomia, perché le vittime designate per il massacro devono preventivamente essere criminalizzate, onde giustificare il massacro che è in arrivo e farne cadere la responsabilità interamente sulle loro spalle.

Le parole inequivocabili della Marcegaglia si combinano con la debole reazione dei sindacati collaborazionisti, disposti a qualsiasi compromesso pur di “restare a galla”, e si armonizzano con la “fermezza” dimostrata della ministra Fornero, che ha il compito di demolire integralmente le tutele dei lavoratori ed è disposta, per raggiungere l'obbiettivo in tempi brevi, ad andare avanti anche senza accordi con le parti sociali.

E' chiaro che tali dichiarazioni annunciano un bagno di sangue senza precedenti per i dipendenti privati ed anche per quelli pubblici.

Libertà di licenziamento, eccezion fatta per i licenziamenti discriminatori in ossequio alle inutili “libertà” liberaldemocratiche (con le quali non si mangia), riforma peggiorativa o abolizione della cassa integrazione, per privare di ogni sostegno economico i licenziati, mantenimento ed estensione della precarietà sono gli obbiettivi non soltanto della Marcegaglia, ma anche della ministra Fornero e di Mario Monti, che devono rendere conto del loro operato al grande capitale finanziario, al servizio del quale operano.

Le vittime predestinate forse intuiscono di non avere più alcuna difesa, davanti al Libero Mercato che avanza, preda come sono del Salva-Italia e del Cresci-Italia di Monti, abbandonate al loro destino da tutti i cartelli elettorali e dai sindacati organici al sistema.

Il giubilo del giullare deforme Renato Brunetta e la sadica soddisfazione di Maurizio Sacconi, che hanno assicurato l’appoggio del PdL nella riforma del cosiddetto mercato del lavoro, è una prova che siamo giunti al rush finale.

A loro serve ancora un piccolo sforzo, senza incontrare particolari contrasti sindacali o opposizioni politiche (tutti sono stati preventivamente “comprati” dai padroni di Monti), e per i decenni a venire il volto del paese cambierà completamente, naturalmente in peggio: un tempo si sarebbe parlato di “brasilianizzazione” della società, con masse crescenti di poveri e poverissimi, disoccupati cronici, giovani senza futuro, tutti privi di assistenza e tutela, e un dieci per cento di benestanti e ricchi.

Questo è il risultato finale che si vuole ottenere su un piano sociale, al di là delle disgustose dichiarazioni propagandistiche con le quali si vorrebbe far credere che la finalità sono quelle di dare opportunità ai giovani e di favorire, con una maggiore flessibilità, un aumento generalizzato delle retribuzioni, per non parlare poi delle dichiarazioni menzognere di Napolitano, che agita la carota dell’afflusso di investimenti stranieri in Italia, a pioggia in conseguenza della “riforma” del lavoro.

Non ci sono organizzazioni politiche e sindacali, oggi, che fanno anche soltanto parzialmente gli interessi dei lavoratori dipendenti, ma anzi, tutti parteciperanno, in modo diretto (Monti, Fornero, Marcegaglia, eccetera) o vigliaccamente indiretto (Bonanni, Camusso, Pd, centristi, PdL, eccetera) al massacro che è alle porte.

Nel momento in cui Bonanni dichiara che l’articolo 18 antilicenziamenti, ultima frontiera dell’attacco al lavoro ed ultimo baluardo per milioni di lavoratori, necessita di un’ampia manutenzione, e la Camusso dichiara di non voler abbandonare il tavolo delle trattative, nonostante il governo tiri dritto per la sua strada, si comprende che costoro aspettano l’occasione buona per abbandonare i lavoratori al loro destino, ma senza scoprirsi troppo.

Anche i politici sostenitori dell’esecutivo Monti invocano la “manutenzione” dell’articolo antilicenziamenti ammessa dai sindacati gialli, infatti, Bersani in persona ha dichiarato che «se c’è da fare manutenzione all’articolo 18, facciamola».

Nonostante gli stragisti sociali e i loro complici abbiano già praticamente vinto, e la realizzazione della “riforma” del mercato del lavoro è solo questione di tempo, l’attacco propagandistico ai lavoratori, ai subalterni, ai poveri, combina la criminalizzazione preventiva delle vittime, che diventano tutte fannulloni, assenteisti e ladri, con la riprovazione davanti all’invidia sociale, perché ribellarsi davanti ai privilegi ingiusti, denunciare gli squilibri sociali, rifiutare il dominio incontrastato di sfruttatori (impresari, imprenditori decotti e disposti a tutto), parassiti (politici, sindacalisti gialli) e delinquenti (criminalità organizzata, agenzie di rating, “istituzioni” finanziarie e investitori), significherebbe invidiare gli altri, le loro fortune, il loro successo, ed assumere, quindi, comportamenti riprovevoli, moralmente censurabili, tipici di chi non ha autostima e capacità proprie.

L'opposto dell'invidia in tal caso non sarebbe tanto una benefica autostima, quanto la mitica coesione sociale, evocata dai valletti della classe globale che temono moti popolari destabilizzanti, e che nel concreto significherebbe, per le vittime, accettare con rassegnazione il massacro in arrivo, senza reagire o permettersi di far sentire la loro voce.

Il gioco è chiaro, perché non basta definire i lavoratori dipendenti, privati e pubblici, fannulloni, assenteisti e ladri, ma per colpevolizzarli oltre ogni limite, predisponendo il loro massacro, se osano rivendicare diritti come in passato e un trattamento non disumano, devono essere fatti passare per meschini che invidiano i “meritevoli” e i più fortunati.

Marcegaglia, Monti, Fornero, Marchionne sono sulla stessa linea, ed i Bonanni e le Camusso, che alla fine saranno disposti a qualsiasi compromesso per “riformare” il mercato del lavoro, rendendolo mercato degli schiavi, i Bersani, i Brunetta e i Sacconi, che alla fine appoggeranno in parlamento la “riforma”, in compagnia di una miriade di intellettuali-servi e di giornalisti-pennivendoli seguono a ruota.

http://pauperclass.myblog.it/archive/2012/02/23/le-vittime-predestinate-l-invidia-e-il-massacro-sociale-di-e.html

martedì 21 febbraio 2012

Napolitano fantoccio delle banche e dei globalisti (e in Sardegna lo sanno), di Eugenio Orso

I sardi stanno vivendo una crisi spaventosa: niente lavoro, uno stato latitante da anni, nessuna prospettiva per il futuro.

La due giorni di Napolitano in Sardegna rappresenta perciò un’autentica provocazione nei confronti della popolazione sarda, alla quale va tutta la mia solidarietà e la mia simpatia.

Colui che ha ordito una specie di golpe, aggirando la costituzione repubblicana della quale dovrebbe essere il garante, e favorito, per conto terzi, la rapida ascesa di quel Monti che deve mettere in liquidazione il sistema produttivo nazionale e il welfare, ha avuto l’incredibile faccia tosta (non certo il coraggio, perché è ben protetto) di “andare in visita” in una delle regioni italiane dove i morsi della crisi si fanno sentire con più violenza.

Niente di strano, dunque, che i sardi, popolazione orgogliosa e intelligente con qualche tendenza autonomista, abbia chiesto a gran voce di rimuovere, come ha fatto senza esitare, la bandiera del Quirinale dal palazzo del consiglio della regione e di lasciare al suo posto la bella bandiera con i quattro mori, simbolo dell’isola.

Sardinia Natzione, Movimento dei pastori, agricoltori, artigiani, disoccupati, e più in generale i sardi tutti, non potevano tollerare di vedere quella che è diventata, per loro, la bandiera dell’oppressore, il vessillo di un traditore e non più il simbolo nazionale di unità e coesistenza, sventolare come una beffa al posto della loro bandiera.

Napolitano è dovuto entrare nel palazzo del consiglio regionale sardo dalla porta di servizio, alla chetichella come fanno i ladri, evitando accuratamente l’ingresso principale, a testimonianza dell’amore che nutre nei suoi confronti la Sardegna, ma quella vera, non quella "istituzionale", quella fatta di lavoratori poveri in carne ed ossa, di senza lavoro cronici, di orgogliosi autonomisti.

Napolitano ha avuto la sfacciataggine di dichiarare, in relazione alla condizione della Sardegna, che “il quadro complessivo è drammatico anche più di quanto non potessi pensare”, ben sapendo che se così è quanto sta accadendo all’isola e alla sua economia è anche “merito” suo.

Accusato di essere il galoppino delle banche e della grande finanza, per conto dei quali ha preparato il terreno per il governo fantoccio di Monti, Napolitano non ha trovato di meglio che negare, impantanandosi nella più scontata e vuota retorica: “Io non rappresento le banche e il grande capitale finanziario come qualcuno umoristicamente crede o grida. Io sarò accanto a chi darà il suo apporto allo sforzo collettivo di rilancio della nazione italiana e di ricostruzione di una nuova Europa.”

Ma chi ricostruirà la Sardegna dei senza lavoro, chi salverà l’industria sarda dal dilagare della cassa integrazione in deroga e dalle chiusure di stabilimenti, Portovesme di Alcoa per l’alluminio, Porto Torres chiuso da Vinyls in morte della chimica nell’isola, Rockwool per ciò che rimane del minerario ad Iglesias, eccetera, eccetera?

Non certo Giorgio Napolitano e il suo complice di palazzo, Mario Monti.

Cagliari e Sassari, principali centri dell’isola, hanno fischiato ed inveito contro il presidente della repubblica, con pochi pudori, dandogli dell’”uomo delle banche” nel migliore dei casi, del “buffone, non ti vogliamo” e scagliandosi contro l’esecutivo “infame” del suo socio in affari, Mario Monti.

Pur avendo ricevuto il sigillo d’oro dalle mani del rettore dell’università di Cagliari, Napolitano ha compreso di non avere molti estimatori, in Sardegna, se non fra i pochi privilegiati ed uomini del sistema.

Nonostante permanga nell’isola dei quattro mori una situazione di estrema difficoltà, fra cassa integrazione, disoccupazione e chiusura di stabilimenti, i sardi, secondo un Napolitano formale e retorico, possono starsene tranquilli e sopportare la crisi a denti stretti, perché "L'Italia sta recuperando fiducia e credito sul piano europeo" (sai quanto gliene frega a chi non ha lavoro e reddito!) ed oggi, grazie a Monti ed al cosiddetto governo del presidente, "svolge un proprio ruolo ed ha voce in una dialettica che sembrava fino a qualche tempo fa solo fra due Paesi, Germania e Francia.”

I sardi hanno ben compreso chi è Giorgio Napolitano, sanno che il suo gioco è scoperto e che il suddetto rappresenta soltanto il potere esterno di una nuova classe dominante finanziaria, ma è importante che tutti lo capiscano, anche nelle altre regioni.

(Solidarietà agli amici sardi)

http://pauperclass.myblog.it/archive/2012/02/21/napolitano-fantoccio-delle-banche-e-dei-globalisti-e-in-sard.html

sabato 11 febbraio 2012

Stragisti sociali e torturatori del popolo al governo in Italia, di Eugenio Orso

Da qualche giorno ha tirato le cuoia il nonagenario Oscar Luigi Scalfaro. Un corrotto ed un vigliacco che ha fatto carriera in questo sistema degenerato, perchè ne aveva tutti i titoli. “Presidente emerito”. Grande eroe di facciata. Un’occasione per la propaganda, un vero “martire” della liberaldemocrazia. Il "non ci sto” per antonomasia, o almeno dai tempi dello scandalo SISDE, però con il culo sempre al sicuro. Le celebrazioni dei guitti e dei disinformatori di sistema si sono sprecate. Ma quello che c’è oggi in Italia è ancora peggio, molto peggio del pur infame Oscar Luigi Scalfaro e del panorama politico devastato di una ventina di anni fa.

E’ quello che c’è oggi in Italia che deve interessarci, e non qualche cadavere di politico di professione, che fra un po’ sarà mummia dei tempi antichi. Ma per distogliere l’attenzione dal massacro sociale in corso, i media, in mancanza di uno Scalfaro il giorno che tira le cuoia (e che leva la buona informazione di torno), stanno sfruttando ancora, spremendolo fino all’ultima goccia, il caso dell’affondamento della nave passeggeri di Costa Crociere, e in futuro si vedrà …

La priorità di tutti i servi del sistema (politici di ogni ordine e grado, giornalisti, accademici, economisti, sociologi) è quella di coprire con cortine fumogene ciò che sta accadendo all’occupazione, ai diritti dei lavoratori, ai giovani senza lavoro, al meridione.

E Chissenefrega di Scalfaro, chissenefrega della Costa Concordia, se dopo una prima ondata di liberalizzazioni arriva l’attacco decisivo a quello che per loro è soltanto “il mercato del lavoro”, mercato fra i tanti in cui si trattano fattori produttivi, ma che vuol dire la sopravvivenza e un minimo reddito per moltissimi, anzi, per la stragrande maggioranza degli italiani.

L’obbiettivo ormai dichiarato di Monti e Fornero è di eliminare la cassa integrazione in tempi brevi e di introdurre la libertà di licenziamento a tutto campo. E’ facile intuire che le due cose insieme, contestuali o quasi, provocherebbero una nuova, formidabile ondata di disoccupazione, che potrebbe lambire il pubblico impiego. Per giustificare il massacro, questi due vili criminali fingono di puntare sul rilancio dell’occupazione giovanile, oggi tendente a zero, e di tanto in tanto agitano la carota, del tutto irrealistica, dell’aumento delle paghe e del riassorbimento dei precari.

Ma gli stragisti sociali del governo fantoccio dichiarano che procederanno comunque nell’opera di distruzione dei diritti dei lavoratori, chiamata ironicamente riforma del mercato del lavoro, anche senza un’intesa con tutte le “parti sociali”. E’ già stabilito che la controriforma rischiavizzante del lavoro sarà portata a compimento costi quel che costi. Le “indicazioni” contenute nella lettera del 5 agosto 2011 di Draghi e Trichet, parzialmente eluse da Berlusconi, non potranno più essere ignorate. Infatti, Monti e Fornero sono lì per questo.

Il sadismo degli stragisti sociali e torturatori del popolo italiano, che qualcuno si ostina a chiamare “governo Monti”, sembra non conoscere limiti, con l’aguzzino bocconiano che sbeffeggia pubblicamente i lavoratori in odor di perdere l’occupazione e il reddito, dichiarando che il posto di lavoro fisso è monotono, e la puttana Fornero che si fa riprendere sorridente (non frigna più?), mentre si prepara a calare la mannaia sulla testa di milioni di lavoratori, e su quella dei loro familiari.

Tanto, i mercenari al governo in Italia sanno di essere al sicuro, di non rischiare, sanno che qui non esiste opposizione, non esistono organizzazioni popolari di difesa, che gli italiani sono in grande numero idiotizzati, ricattati, spaventati. Questo è un paese in cui girano poche armi, se si eccettuano i territori controllati dalla criminalità organizzata, che però è alleata dei padroni di Monti e Fornero, cioè delle élite globaliste.

Se questo è il governo del presidente che ha “salvato l’Italia” dal default e da Berlusconi, meglio il default e meglio Berlusconi. Meglio sarebbe un ritorno in grande stile del comunismo staliniano di guerra, o addirittura del dirigismo nazionalsocialita. Qualsiasi cosa è migliore di questo capitalismo assassino, stragista, servito da rinnegati vigliacchi come Napolitano, gestito ai livelli più bassi – quelli degli stati-nazione occupati e sottomessi – da mercenari spietati come Monti.

Oggi ho sentito un tale che ripeteva la solita solfa di chi è furibondo, ma politicamente impotente: “Se almeno ci fossero ancora le Brigate Rosse …”

Che dire? Le BR, composte di romanticoni che sparacchiavano di tanto in tanto alle gambe di qualche figlio di puttana, in questa situazione rischierebbero di apparire anche loro inadeguate, quasi quanto gli "utili idioti" idignados/ occupy che rappresentano un pacifico binario morto della protesta. Soltanto i leggendari Khmer Rouge di Pol Pot – che il cielo li benedica! – forse potrebbero salvarci … ma mi rendo perfettamente conto che si tratta di bei sogni, e di fantasmi della storia.

http://pauperclass.myblog.it/archive/2012/02/03/stragisti-sociali-e-torturatori-del-popolo-al-governo-in-ita.html

martedì 17 gennaio 2012

L'Europa posticcia dell'Unione, di Eugenio Orso

L’Europa posticcia dell’Unione

Ovvero la perdita della coscienza sociale e della sovranità nazionale

di Eugenio Orso



Quello che ha portato all’attuale stato di cose, nell’Europa sopraffatta dalla crisi neocapitalistica strutturale e dall’assoggettamento degli stati ad entità monetarie e finanziarie private, è stato un lungo processo di creazione e sviluppo delle istituzioni e delle strutture di potere cosiddette comunitarie, le cui radici affondano nel periodo della seconda guerra mondiale, un processo che si è accompagnato alle rilevanti trasformazioni culturali, socio-economiche e geopolitiche manifestatesi dagli anni quaranta del novecento fino ai giorni nostri.

Un processo che un giorno gli storici dovranno ricostruire fuori della retorica e dalle mistificazioni che l’hanno accompagnato in questi ultimi decenni, per far digerire agli europei ciò che loro non volevano, o volevano molto tiepidamente.

Un processo, inoltre, che ha proceduto di pari passo con quello di allargamento fisico e psicologico dei mercati che è alla base della globalizzazione neoliberista, contribuendo a rafforzare e ad estendere il potere dei Mercati & Investitori nel mondo, e la cosa non può essere frutto del caso.

La mano invisibile neoliberista, che altro non è se non la longa manu accaparratrice della una nuova classe dominante globale, ha voluto ed indirizzato fin dalla seconda metà degli anni ottanta lo sviluppo di questa Europa, così come oggi la conosciamo, ampiamente imposta dall’alto e non particolarmente amata né desiderata dalle popolazioni del vecchio continente, determinandone la sostanza di centro di potere sopranazionale, stabilito contro l’autonomia e l’indipendenza dei vecchi stati nazionali, nonché la sua funzione di apparato burocratico onninvasivo e di detentore del potere finanziario e monetario.

La retorica europeista, la cui inconsistenza è ormai scoperta particolarmente in paesi completamente assoggettati come l’Italia e la Grecia, vorrebbe far credere che un’Europa costruita intorno all’allargamento del mercato, e quindi di natura commerciale, ed in conseguenza dell’imposizione di un’unica moneta in mani private, e quindi monetaria, costituisca il presupposto indispensabile per realizzare, nel lungo periodo, una vera e libera unione politica dei popoli.

Se non si accetta questa Europa, commerciale, monetaria, soggetta interamente alle leggi del mercato e tassello (sempre meno importante, ma ancora utile ai dominanti) della globalizzazione neoliberista, la minaccia che si paventa, al fine di spaventare gli europei ed indurli ad accettare ciò che senza condizionamenti respingerebbero, è quella della riproposizione dei distruttivi conflitti fra le nazioni europee che hanno funestato il novecento, attraverso due guerre mondiali la cui origine era in questa parte del mondo, e che hanno contribuito in modo decisivo a far perdere al vecchio continente, forse per sempre, la sua preminenza a livello mondiale.

Così, nel caso collassi l’euro e si svuotino per logica conseguenza le istituzioni europee, abbandonate al loro destino, la propaganda europeista e neocapitalistica, a tutto vantaggio del potere della classe globale occidentale, prospetta scenari terrifici simili a quello già vissuto della “guerra civile europea” fra nazionalsocialismo e comunismo bolscevico, proposto a suo tempo dallo storico Ernst Nolte in una rilettura della storia del novecento (da bravo “revisionista” che rompe i tabù), e dispiegatosi funestamente fra il 1917 (Ottobre Rosso, nascita del potere bolscevico in Russia) e il 1945 (fine della seconda guerra mondiale, sconfitta del nazismo e smembramento della Germania), oppure minaccia disastri economici e sociali a catena, i quali, per la verità, sono già in atto almeno in quella una parte dell’Europa considerata economicamente più debole e più “spendacciona” – in termini di spesa pubblica, di welfare, di burocrazia statale, e questo a causa delle regole e delle misure recessive imposte per tenere in vita la moneta unica, nonché per effetto dello stessa natura e dei veri scopi che ha l’Unione.

La costruzione europea, intesa negli ultimi decenni quale strumento di potere e di controllo dei popoli (e delle risorse) da parte degli agenti neocapitalistici, non solo non ha permesso al vecchio continente di riacquisire una posizione preminente nel mondo, da un punto di vista geopolitico oltre che puramente economico (come avrebbe potuto accadere dopo la fine del bipolarismo USA-URSS), sviluppando politiche unitarie e riappropriandosi della propria indipendenza, ma non poteva che produrre, per gli europei e per le vecchie istituzioni statuali che li rappresentano, esiti maligni come quelli che ha concretamente prodotto e che viviamo drammaticamente sulla nostra pelle.

Le esigenze della riproduzione neocapitalistica allargata recepite dall’Europa posticcia dell’Unione, hanno imposto, da circa un trentennio a questo parte, l’allargamento fisico e psicologico dei mercati oltre ogni limite politico, culturale, di sostenibilità ambientale e sociale, il “declassamento” dei vecchi stati nazionali destinati a perdere irrimediabilmente la necessaria sovranità politica e monetaria, l’assoluta preminenza della produzione capitale finanziario derivato su quella del capitale produttivo di marxiana memoria, la flessibilizzazione all’estremo del fattore lavoro (compresso dalle controriforme giuslavoristiche) e la distruzione dei modelli capitalistici particolari, in cui si realizzava ancora, attraverso il welfare, le politiche neokeynesiane sopravviventi, l’intervento dello stato nell’economia per sostenere i consumi interni, quel patto fra Stato e Mercato (inteso come grande capitale in mani private) che ha connotato il capitalismo per buona parte della seconda metà dello scorso secolo.

L’Unione europea di oggi, dal suo cerchio interno e monetario al suo cerchio esterno, è una prova evidente che lo Stato non è più sovrano e il Mercato si è definitivamente affrancato dalla Politica.

Il calvario della Grecia e dell’Italia, paesi occupati per realizzare attraverso l’euro e le politiche imposte dalla BCE e dagli organi comunitari il grande sogno neocapitalistico di dominio assoluto, sono la dimostrazione più evidente che non è più il Mercato a dover sottostare alla Politica, ma è la politica (questa volta con l’iniziale minuscola) a dover sottostare al Mercato.

La vicenda europea ha avuto il suo inizio formale con i cosiddetti Trattati di Roma del 1957, istitutivi della Comunità Economica Europea (l’“antenata” dell’Unione più blanda e meno distruttiva della discendente) e di quella dell’energia atomica (Euratom), preceduti di qualche anno dal trattato istitutivo della Comunità del carbone e dell’acciaio (CECA).

Fra i primi obbiettivi di allora, vi erano quelli dell’abbattimento delle tariffe e dei dazi doganali, per l’allargamento definitivo del Mercato oltre i confini nazionali, e l’istituzione di un organismo finanziario come la Banca Europea degli Investimenti.

L’Allargamento capitalistico dei mercati e la finanza, ragioni commerciali ed energetiche, e non un vero “matrimonio” fra i popoli voluto dal basso con positivi riflessi geopolitici, sono comunque all’origine della cosiddetta Europa unita, ed è proprio per questo che la “fratellanza” fra i popoli europei è oggi lettera morta, mentre le istituzioni dell’Europa posticcia e totalitaria che conosciamo, calata dall’alto come un volere divino, la fanno da padrone, e ci impongono con la coercizione ed il ricatto le controriforme liberlcapitalistiche.

E’ però evidente che i trattati per l’istituzione di un mercato comune e per la realizzazione di progetti energetici condivisi, siglati dalla Germania ovest, dalla Francia, dall’Italia, dal Belgio, dall’Olanda e dal piccolo Lussemburgo negli anni cinquanta, sono il frutto di una maturazione storica, culturale, politica ed economica degli eventi, che ha le sue radici nel periodo della seconda guerra mondiale e negli anni trenta, nonché il risultato della sconfitta dell’Europa nel secondo conflitto mondiale, a vantaggio della potenza americana e di quella sovietica, e della conseguente divisione del vecchio continente in un due aree di influenza, prive di una vera autonomia, a sovranità limitata.

E’ altrettanto vero che il processo che ha portato alla costituzione, al consolidamento e allo sviluppo delle istituzioni europee sopranazionali si è accompagnato nel corso dei decenni alla “evoluzione capitalistica”, fino a aderire perfettamente alle dinamiche ed alle esigenze riproduttive del Nuovo Capitalismo finanziarizzato del terzo millennio.

Possiamo far risalire simbolicamente l’adesione dell’Europa “comunitaria” alle nuove dinamiche capitalistiche, ultraliberiste e globalizzanti, al 1992, che è l’anno della firma del Trattato di Maastricht da parte dei dodici paesi allora parte della Comunità Europea, il quale ha sancito la nascita dell’attuale Unione.

In seguito, attuando le nuove pattuizioni, si è proceduto a dare consistenza all’Unione economica e monetaria (UEM) creando la BCE (1999) e successivamente introducendo l’euro nella circolazione monetaria effettiva dei paesi aderenti (2002).

Ma l’Europa “comunitaria” prima, e dell’Unione dopo, considerando la sua genesi, oltre a seguire nella sua storia ultradecennale le linee dello sviluppo e delle trasformazioni capitalistiche, è innegabilmente figlia della decadenza, del declino del continente europeo prostrato da due conflitti e non più centro del mondo, ed è proprio questo esser figlia della crisi e della perdita di potenza che l’ha portata fin dalle origini ad una completa subordinazione al cosiddetto occidente americano, ed infine, a divenire ciò che è oggi nella veste di Unione commerciale e monetaria: un utile strumento di dominazione, attraverso le sue istituzioni, i suoi trattati e la sua moneta “straniera” e privata, della classe dominante globale.

E’ nel disastro del secondo conflitto mondiale, che ha completato il suicidio dell’Europa sancendo la definitiva perdita della sua preminenza, che l’irrequieto federalista Altiero Spinelli, espulso dal partito comunista prima della guerra e in quegli anni condannato al confino dal fascismo, ha scritto il celebre Manifesto di Ventotene del 1941 (proprio nell’isola dove trascorse la seconda parte del confino), quale anticipazione, e premonizione, dei tempi nuovi che di lì a poco, dopo la sconfitta della Germania nazista e il suo smembramento, sarebbero arrivati.

In questo celebre documento politico “protoeuropeista”, scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, pubblicato e diffuso in clandestinità da Eugenio Colorni, emerge con estrema chiarezza l’ostilità nei confronti dello stato nazionale sovrano, confuso con i totalitarismi europei novecenteschi e con i disegni imperialisti delle grandi potenze, e ciò che si propone come alternativa è sostanzialmente una riorganizzazione federale (e sopranazionale) dell’Europa, nell’attesa che si creino le condizioni per l’unità politica dell’intero globo, ossia per un governo mondiale.

Internazionalismo, mutuato dai sogni comunistici otto-novecenteschi, e dimensione sopranazionale salvifica, per non ripetere gli errori e gli orrori del novecento, ai giorni nostri agitati come spauracchi dalla propaganda filo europeista e globalista, costituiscono la sintesi estrema del Manifesto di Ventotene.

Il mostro da sconfiggere, perché non si ripresenti più nell’Europa del futuro, assumendo le forme del totalitarismo e dell’imperialismo che hanno scatenato due guerre mondiali, per Altiero Spinelli è proprio la sovranità assoluta dello stato-nazione (senza la quale, però, si mette in discussione anche la sua concreta indipendenza da potentati esterni), ed infatti nel Manifesto si legge che La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo "spazio vitale" territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti. [Manifesto di Ventotene, La crisi della civiltà moderna]

E’ molto importante, e addirittura profetica (detto con il senno di poi), questa presa di posizione “internazionalista” e sopranazionale, di totale ostilità nei confronti del vecchio (e oggi diciamo, con qualche nostalgia, protettivo) stato-nazione sovrano, al punto che sembra che lo Spinelli anticipi gli eventi di portata storica accaduti in seguito, ai nostri giorni, in cui drammaticamente si afferma uno strano “internazionalismo”, però sostanzialmente diverso da quello auspicato da Spinelli, che doveva emancipare le masse proletarie e popolari, far cessare le distruttive guerre elitistiche, realizzare il suo particolare ideale di socialismo, e ridare all’Europa dopo il conflitto un ruolo positivo nel mondo.

L’internazionalismo emancipativo dei popoli, dai lineamenti curiosamente socialistici ed egualitari, in salsa federalista, auspicato da uno dei più inquieti “padri dell’Europa” – quale è stato indubbiamente Altiero Spinelli, espulso dal partito comunista per il suo essere antistaliniano e piccolo borghese, carcerato dal fascismo per dieci anni, poi costretto al confino, e fondatore nel 1943, a Milano, del Movimento Federalista Europeo, in realtà ha assunto le forme minacciose della globalizzazione neoliberista, ed ha comportato la supremazia del Mercato e della finanza, la distruzione della coscienza sociale, oltre che dell’autonomia e della sovranità degli stati, informando, nel passaggio dal secondo al terzo millennio, la stessa costruzione europea.

E’ andata diversamente da come aveva auspicato questo “padre dell’Europa”, antemarcia della Comunità e della successiva Unione, e ai vecchi totalitarismi novecenteschi, nati nell’alveo degli stato-nazioni dotati di sovranità assoluta, si è sostituita – dopo i necessari passaggi storici, socio-economici e geopolitici e le forche caudine della “guerra fredda” fra i blocchi, le rilevanti trasformazioni capitalistiche, l’avvio della globalizzazione economica e finanziaria, una forma di totalitarismo neocapitalistico che ha demolito, con la coscienza sociale e le solidarietà di classe, le dimensioni politiche e sociali dell’esistenza, ha flessibilizzato le masse precarizzandole e idiotizzandole, ed ha sottomesso gli stati nazionali, investendo in pieno, con la sua onda d’urto espropriatrice, impoverente e de-emancipante, le popolazioni europee soggiogate dai trattati e dalla burocrazia di questa brutta copia, saldamente nelle mani elitistico-oligarchiche, dell’Europa stessa.

Mai come oggi l’Europa dell’Unione si configura come una “prigione dei popoli”, in prospettiva futura peggiore di quella zarista.

Eppure Spinelli scriveva, nel Manifesto di Ventotene del 1941, identificando I compiti nel dopo guerra della riforma della società: Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l’attuazione saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.

Oggi sta accadendo esattamente il contrario, e quanto sta accadendo è la migliore (o meglio, la peggior) prova che non è stata sufficiente la caduta dei regimi totalitari europei, per giungere ad un mondo nuovo, di popoli federati in un’Europa unita, nell’attesa dello stabilirsi di un benefico governo mondiale, come credeva il povero Spinelli: La caduta dei regimi totalitari significherà per interi popoli l’avvento della “libertà” sarà scomparso ogni freno ed automaticamente regneranno amplissime libertà di parola e di associazione. [Manifesto di Ventotene, La situazione rivoluzionaria: vecchie e nuove correnti]

Se Altiero Spinelli, con i suoi compagni federalisti europei e “anti-sovranisti”, sognava l’avvento di un’Europa libera, unificata e federalista dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ed auspicava come esito finale, di lungo periodo, la mitica e mai realizzata unità internazionale, la sola unità internazionale che si è realizzata è quella dello spazio globale per lo scorrimento libero – previo abbattimento degli ostacoli politici, sociali, culturali, dei grandi capitali finanziari, coerentemente con le caratteristiche del nuovo modo di produzione dominante, rappresentato dal Nuovo Capitalismo finanziarizzato del terzo millennio.

L’Europa non è mai stata veramente libera, dopo il secondo conflitto mondiale (non imputabile alla pura forma dello stato-nazione sovrano), il cui esito disastroso l’ha ridotta in una posizione ancillare rispetto alle potenze emergenti, USA e URSS, divisa territorialmente fra i due blocchi come se fosse “bottino di guerra” da spartire.

Dopo la fine dell’Unione Sovietica l’Europa non ha saputo, o non ha potuto, riacquisire la sua piena indipendenza dall’esterno, perché oltre agli scenari geopolitici (che rappresentano la superficie) sono mutati radicalmente gli scenari capitalistici (che rappresentano la profondità), e la costruzione europea – ancora fragile, ambigua, parziale, indeterminata sul piano della politica estera e su quello militare, è finita nelle mani della nuova classe dominante, la classe globale neocapitalistica, che sta provvedendo a “normalizzare” il capitalismo europeo con robuste dosi di liberismo economico, aprendo definitivamente al Mercato i paesi più riottosi, più esposti alle intemperie della speculazione finanziaria e più deboli.

Come possiamo facilmente comprendere, accade esattamente il contrario di quello che sognava Altiero Spinelli, e questa Europa posticcia, sopranazionale ed elitistica – nuova “prigione dei popoli” che non possono sfuggire agli appetiti neocapitalistici, sta distruggendo la coscienza sociale delle popolazioni e la sovranità degli stati nazionali, perché l’una e l’altra, lungi dall’essere incompatibili, sono presupposti indispensabili per la libertà e l’autodeterminazione.

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