Visualizzazione post con etichetta Stefania Limiti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stefania Limiti. Mostra tutti i post

sabato 19 marzo 2016

Trump il fascista, Uomo della provvidenza per la classe media

Intervista a Webster Griffin Tarpley a cura di Stefania Limiti.

Webster Griffin Tarpley, classe 1946, giornalista, autore del bestseller "George Bush: The Unauthorized Biography": "Il fenomeno politico viene allevato dalla rabbia della piccola borghesia - commercianti, broker, gente che lavora nel settore immobiliare - e della 'plebe' fatta di pensionati, ex militari, sbandati. Insomma i poveri, gente ammazzata dalla grande crisi economica del 2008". Una creatura "delle banche" che usa "squadracce nei suoi comizi per picchiare i contestatori".

Dietro Donald Trump c'è l'America arrabbiata e sconfitta, anche se fa ridere con quei capelli che sembrano un parrucchino - lui giura di no - e per le frasi esagerate, i commenti allucinanti. "Attenti, è un fascista e un pericolo reale per gli States e per il mondo intero. Non è un buffone ma l'uomo delle banche. Sbaglia di grosso che lo sottovaluta".
Parola di Webster Griffin Tarpley, classe 1946, filosofo della storia, giornalista, scrittore, molto noto per il bestseller George Bush: The Unauthorized Biography (1992) e per molti altri lavori, tradotti in diversi paesi, che vivisezionano la storia dei poteri americani. Esperto di terrorismo, faceva il giornalista in Italia nel 1978 e qui scrisse il famoso rapporto che gli fu commissionato da ambienti del governo italiano (tramite il fedele amico di Cossiga, Giuseppe Zamberletti) e intitolato Chi ha ucciso Aldo Moro?.
Tarpley è un fiume di parole che affascina - per fortuna tra le altre lingue che conosce bene c'è anche l'italiano - perché racconta i fatti dandogli sempre una cornice solida per comprenderli a fondo. Chi è Donald Trump? "Il personaggio è ben noto da diverso tempo come speculatore immobiliare, megalomane e arrivista, organizzatore di concorsi di bellezza, protagonista della stampa rosa, amico di tutti - pure dei Clinton, tanto da partecipare al matrimonio della loro figlia Chelsea. Come politico 'sfonda' nella primavera del 2015, quando Jeb Bush, il classico candidato reazionario, esponente di una storica frazione della Cia, nonostante i milioni di dollari, fallisce nei sondaggi".
E poi resta sulla cresta dell'onda: "Il candidato Trump nasce dalla insoddisfazione e dalla irrequietezza del Partito repubblicano: cioè di coloro che ritengono inutili i loro rappresentati al Congresso (nel 2010 hanno vinto la Camera, quattro anni dopo il Senato) perché fanno accordi con Obama, gli stessi che ritenevano non abbastanza reazionario l'ultimo Bush, che spendeva soldi per cercare di far fronte alla crisi nella quale stavamo sprofondando. Inoltre, il fenomeno politico 'Trump' viene allevato dalla rabbia della piccola borghesia - commercianti, broker, gente che lavora per le banche e gira intorno al business immobiliare - e della 'plebe' costituita da pensionati, ex militari, sbandati, insomma i poveri, tutta gente ammazzata dalla grande crisi economica del 2008 ed esclusa, messa ai margini, e sensibili ai richiami irrazionali di un personaggio come Trump. Per tutti costoro lui si presenta come l'uomo della provvidenza".
Anche l'Italia ha avuto il suo uomo della provvidenza, anzi più d'uno. Ma che cosa rende il candidato Trump forte? Tarpley non ha dubbi:"Le nostre televisioni non parlano d'altro. E' ospite quotidiano di tutte le maggiori tutti, l'ABC, la CBS, l'NBS, lo ritrovi nella tv pubblica, finanche la MSNBC, che è liberal e filo Obama, manda in onda i suoi comizi senza commenti. Trump potrebbe essere davvero il candidato che esce vittorioso dalle primarie repubblicane e questo fa di lui un pericolo per tutti: nell'Iowa, uno stato importante perché influenza molto il voto, Trump e l'altro suo concorrente fascista, Ted Cruz, hanno il 50% dei consensi rispetto agli altri candidati. Nel New Hampshire i sondaggi danno Trump al 34,5. Insomma, è molto sciocco, secondo me, pensare che Trump sia un perdente".
Tarpley lamenta una scarso contrasto sul piano mediatico anche da parte dei settori liberal: "Sì, questo è un problema, in America tutti sembrano storditi, parla Trump ovunque, e, se non contrastiamo la sua vittoria, Trump potrebbe essere il candidato repubblicano alle elezioni per la presidenza degli Stati Uniti d'America. E questo mi sembra già un orrore. I Repubblicani sono barbari, come appare chiaro da tutto ciò che dicono".
Ma perché Donald Trump merita l'appellativo di "fascista"? "Innanzitutto lui usa quella che definirei 'l'arte del fascismo', cioè finge di essere un anti-sistema, un avversario dell'establishment, un pacifista, un anticapitalista al servizio dei più bisognosi, ma in realtà è al servizio di chi lo ha sempre sostenuto: il sistema delle banche. Trump ha avuto miliardi dalle banche per tutta la sua vita. Ora dice che vuole tassare Wall Street, colpendo le tasse sugli edge funds, ma in realtà ha già detto che abolirà la tassa sull'eredità, che intende tagliare dal 40 al 25% la tassa sui guadagni, e che non gli piace affatto l'idea di aumentare il salario minimo che oggi è a 7,25 dollari. Nei suoi progetti insomma c'è una redistribuzione dei redditi a favore dei più ricchi. Trump, inoltre, usa metodi fascisti; dalle 'smorfie' alla Mussolini, alle squadracce che vanno nei suoi comizi per cacciare, picchiare e spaventare i contestatori: avrete sicuramente visto il caso della signora con il velo fatta uscire da una sala dove lui parlava".
Le immagini sono rimbalzate sui media di tutto il mondo."Ma c'è ben altro. Veri e propri picchiatori che tengono lontano dalle sue manifestazioni ogni possibilità di contestazione. Ci sono stati vari casi, come quello del nero in Alabama picchiato a sangue. Non è un caso che nella sua massa di consensi ci sono anche i movimenti nazionalisti bianchi, dai neoconfederati al Ku Klux Klan. Trump muove questa massa sociale. E la usa a suo oiacimento. Dobbiamo denunciare, parlare, spiegare chi sono davvero Trump e il suo compare-competitor, Ted Cruz, che è sostenuto dai soldi della Goldman Sachs e dai gruppi che incitano ad uccidere i medici che praticano l'aborto".
In Italia da circa un anno è stata istituita una commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro, sul quale la magistratura sta ancora indagando:"Qui in America gira ancora un signore che parla spesso in radio e tv si chiama Steve Piecznick. E' un fervente sostenitore di Donald Trump, un suo tifoso accanito. Mentre io facevo il giornalista in Italia e insieme a tanti altri colleghi ero angosciato per la vita di Moro, lui arrivò a Roma mandato dal governo di Washington per 'stabilizzare l'Italia'. Chiedessero a lui. Piecznick sa tutta la verità sull'assassinio di Aldo Moro".
http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=125158



Convegno NoNato: Webster Tarpley: " Chi sono i signori della Nato?"

martedì 2 giugno 2015

Alla Fiera del Libro di Torino avranno il coraggio di discutere il libro di James Petras? Ne dubito, di Stefania Limiti

Devo dire che è con grande piacere che pubblico questa - oramai datata - recensione di Stefania Limiti del mai abbastanza elogiato libro di James Petras - Usa: padroni o servi del sionismo - di cui consiglio caldamente la lettura. S. Z.


Il potere di Israele “si basa sulla Diaspora, i circoli sionisti economicamente e politicamente influenti che hanno accesso diretto e indiretto ai centri di potere e di propaganda del paese più imperialista e dominante del mondo”. Sono parole James Petras autore di un saggio illuminante dal significativo titolo Usa: padroni o servi del sionismo che suona come un nuovo atto di accusa nei confronti del piccolo ma strapotente stato sionista - dopo quello dei due docenti universitari americani John Mearsheimer e Stephen Walt che in libro molto chiacchierato hanno denunciato senza ambiguità il peso della lobby israeliana nella politica estera statunitense.
Petras, anch’egli docente statunitense e certamente non super partes ma schieratissimo militante radicale contro tante ingiustizie, dalla Palestina all’America Latina, ben noto il Italia per le sue battaglie e analisi dell’imperialismo, analizza la << relazione strutturale storica>> tra Stati Uniti e Israele ma i meccanismi di controllo esercitati dal piccolo stato sionista sulla super-potenza sono gli stessi messi in pratica in tutto il resto del mondo, almeno là dove gli viene consentito.
L’Italia, come è noto non è esente.
Gli esempi sono tanti: l’ultimo è la decisione di dedicare ad Israele la prossima edizione della Fiera internazionale del Libro di Torino. L’indiscrezione era trapelata gia da qualche mese ma ora si tratta di una certezza. Israele sarà ospite d’onore nel più importante salone libraio del nostro paese. La decisione, inutile sottolinearlo, è assai contestabile, anzi piuttosto preoccupante.
La scelta di rendere Israele il paese protagonista della Fiera arriva nell’anno in cui a livello mondiale sarà commemorata la Nakba, cioè la pulizia etnica con cui questo Stato ha iniziato la costruzione della propria identità nazionale e che fino ai nostri giorni non è mai stata interrotta, né ha mai pagato almeno uno dei responsabili dei crimini commessi nei confronti del popolo palestinese. Anzi, proprio recentemente il progetto di annientamento di Gaza e della Cisgiornadia ha assunto caratteri disumani e intollerabili e tutto ciò che mette a tacere questa realtà, compresa la kermesse torinese, è complice di questa aberrazione.
Ciò che sta avvenendo a Torino è proprio la dimostrazione di quanto ci sia bisogno anche in Italia di una analisi più approfondita dei meccanismi di controllo e persuasione esercitata dalle nostrane lobby sioniste: vi immaginate un evento, anche meno esposto all’attenzione internazionale, magari anche meno autorevole, dedicato alle sofferenze delle genti palestinesi? Si aprirebbe una preventiva caccia al terrorista – sinonimo del palestinese-tipo – e l’iniziativa sarebbe affossata prima ancora di nascere. Invece, nel caso della Fiera di Torino, la scelta di dedicarla ad Israele non ha trovato critiche nella grande stampa e negli acuti editorialisti: perfino Liberazione rivendica l’autonomia dello spazio della Cultura (che orrore!! Praticamente sarebbe una invenzione tutta la problematica del rapporto conoscenza-potere), rinunciando ad una presa di posizione chiara e non subalterna.
Petras, come Mearsheimer e Walt, incarna quella figura di “intellettuale pubblico” – definizione attribuita al compianto Edward Said – che tenta di rompere le barriere che dividono il mondo dell’erudizione e della ricerca scientifica dall’opinione pubblica.
Il risultato è una denuncia implacabile e incontrovertibile: la lobby pro israeliana – dice Petras - controlla gran parte dei mezzi d’informazione, l’opinione pubblica ed il meccanismo elettorale negli Usa. Nel parlamento statunitense ci sono più sionisti che in quello israeliano, tanto che gli Usa conducono una guerra in Medioriente che è addirittura in contrasto con i loro stessi interessi imperiali – “l’unico potenziale beneficiario delle sanzioni economiche o di un attacco militare contro l’Iran sarebbe Israele”.
L’alleanza Usa-Israele, insomma, non è giustificabile in termini di razionalità strategica o come presa di posizione morale ma è motivata dall’influenza che un raggruppamento di persone e istituzioni, una vera e propria lobby pro-Israele, e, aggiunge Petras ‘sionista’, ha, e ha sempre avuto, sui diversi governi americani sui quali esercita una vera e propria <<tirannia>>. La straordinaria potenza del controllo della lobby israeliana negli Stati Uniti, la capacità di persuasione e orientamento di una elite che non si limita a fare pressione, come ogni lobby, arriva a forgiare i meccanismi decisionali, tanto da trasformare <<la causa di Israele nella causa dell’America>>.
A differenza degli altri due più cauti autori, Petras parla apertamente della natura coloniale dello Stato israeliano e critica con veemenza molti intellettuali nordamericani <<subalterni al ricatto di ‘antisemetismo’>> - questione che ‘sentiamo’ assai vicina alle problematiche nostrane. Per i lettori italiani il suo libro è interessante anche perché la maggior parte delle fonti su cui l’autore basa le sue analisi sono giornali e documenti, confidenze e notizie riservate raccolte sul campo, dunque se non inaccessibili, almeno di difficile reperibilità nel nostro paese, perché il Web non è tutto.
<<Quale paese – si chiede l’autore - continua ad avere negli Usa centinaia di spie, talpe e collaboratori che da oltre trent’anni lavorano senza impunità per un governo straniero?>>. Petras racconta che nel solo 2006, in una delle più grosse inchieste spionistiche mai effettuate, oltre 100 agenti dell’FBI provenienti da tutto il paese hanno intervistato migliaia di potenziali testimoni, informatori e sospetti collegati allo spionaggio israeliano nel territorio degli Stati Uniti. <<Un ex giornalista di cronaca che lavorava per un autorevole settimanale inglese mi ha detto – dice Petras - di essere stato interrogato per ben due volte in dodici ore sulla collaborazione tra mass media e Mossad nel trasmettere informazioni tendenziose e propaganda filo-israeliana come ‘notizia di cronaca’. Da alcune conversazioni con i giornalisti intervistati dall’Fbi, emerge il quadro di una penetrazione ampia e ramificata nella società e nel governo americani per mano di spie israeliane e loro collaboratori>>. Sempre secondo le fonti dell’autore, l’Fbi avrebbe condotto indagini sulle reti spionistiche israeliane per oltre trent’anni ma le inchieste sono state ostacolate dai rappresentanti di entrambi gli schieramenti politici che in qualche modo sono soggetti alle lobby israeliane o ai loro finanziatori di campagne filoisraeliane, un trasversalismo non certo sconosciuto tra le fila dei nostri politici.
Un libro da studiare bene. Ne discuteranno alla Fiera del Libro di Torino?

* autrice de “I fantasmi di Sharon” ed. Sinnos e di “Rapito a Roma, Il rapimento di Mordechai Vanunu” ed. L'Unità