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lunedì 25 marzo 2019

New Zealand Mosque Massacre: White Supremacy and Western Wars, by James Petras

The mass murder and wounding of 97 Muslim worshipers in Christchurch, New Zealand (NZ) which took place on Friday, March 15, 2019, has profound political, ideological and psychological roots.



First and most important, Western countries led by the Anglo-American world has been at war killing and uprooting millions of Muslims with impunity over the past thirty years. Leading media pundits,political spokespeople and ideologues have identified Muslims as a global terror threat and the targets of a ‘war against terror’.

giovedì 7 marzo 2019

The Recolonization of Latin America and the War on Venezuela, by James Petras

Introduction Not since the US pronounced the Monroe Doctrine proclaiming its imperial supremacy over Latin America, nearly 200 years ago, has a White House regime so openly affirmed its mission to recolonize Latin America.



The second decade of the 21st century has witnessed, in word and deed, the most thorough and successful US recolonization of Latin America, and its active and overt role as colonial sepoys of an imperial power.
In this paper we will examine the process of recolonization and the strategy tactics and goals which are the driving forces of colony- building. We will conclude by discussing the durability, stability and Washington’s capacity to retain ownership of the Hemisphere.

https://petras.lahaine.org/the-recolonization-of-latin-america-and/

lunedì 4 febbraio 2019

Peculiarità dell’imperialismo USA in America Latina, di James Petras

Comprendendo l’imperialismo come fenomeno generale si perde di vista il suo modus operandi in ogni contesto specifico e significativo. Mentre l’esercizio del potere imperialista è una strategia comune, motivazioni, strumenti, obiettivi e impegno variano a seconda della natura del sovrano imperiale e del Paese bersaglio. Il Venezuela, attuale obiettivo degli Stati Uniti del presidente Donald Trump, è un caso che illustra le “peculiarità” della politica imperialista. Procederemo delineando sfondo, tecniche ed impatto della presa del potere imperiale.
Sfondo storico
Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di interventi in Venezuela principalmente per ottenere il controllo della sua ricchezza petrolifera. Negli anni ’50, Washington appoggiò la dittatura militare di Perez Jiménez fin quando fu rovesciata dall’alleanza di massa dei partiti socialisti, nazionalisti e socialdemocratici rivoluzionari. Washington non poteva e non intervenne; invece si schierò coi partiti democratici di centro-sinistra (AD) e centro-destra della COPEI che dichiararono guerra alla sinistra radicale. Negli anni gli Stati Uniti riguadagnarono l’egemonia fin quando l’economia non entrò in crisi negli anni ’90, portando a sollevazioni popolari e massacri di Stato. Gli Stati Uniti non intervennero inizialmente perché ritenevano di poter cooptare Hugo Chavez non essendo affiliato alla sinistra. Inoltre, gli Stati Uniti erano militarmente impegnati nei Balcani (Jugoslavia) e nel Medio Oriente e si preparavano per le guerre contro l’Iraq e altri Paesi nazionalisti che si opponevano a Israele e sostenevano la Palestina. Usando il pretesto della minaccia terroristica globale, Washington chiese la subordinazione alla sua dichiarazione di “guerra al terrorismo” mondiale. Il Presidente Chavez non si presentò dichiarando che “non si combatte il terrorismo col terrorismo”. Gli Stati Uniti decisero che la dichiarazione di indipendenza di Chavez rappresentava una minaccia all’egemonia statunitense in America Latina e oltre. Washington decise di rovesciare il Presidente eletto Chavez, ancor prima di nazionalizzare l’industria petrolifera statunitense. Nell’aprile 2002, gli Stati Uniti organizzarono un colpo di Stato militare, che fu sconfitto in quarantotto ore dalla rivolta popolare sostenuta dall’esercito. Un secondo tentativo di rovesciare il Presidente Chavez fu messo in moto dai dirigenti petroliferi attraverso il blocco petrolifero. Fu sconfitto dagli operai e dagli esportatori del petrolio. La rivoluzione nazional-populista di Chavez procedette alla nazionalizzazione delle compagnie petrolifere che sostennero il “blocco”. I falliti colpi di Stato portarono Washington ad adottare temporaneamente una strategia elettorale pesantemente finanziata attraverso fondazioni e ONG controllate da Washington. Ripetute sconfitte elettorali portarono Washington a passare ai boicottaggi elettorali e alla campagne di propaganda progettate per delegittimare il successo elettorale del Presidente Chavez. I tentativi falliti di Washington di restaurare il potere imperialista, gli si ritorsero contro. Chavez aumentò il sostegno elettorale, estese il controllo statale sul petrolio e altre risorse e radicalizzò la base popolare. Inoltre, Chavez si era sempre più assicurato il sostegno delle politiche antimperialiste tra governi e movimenti dell’America Latina, aumentando influenza e legami nei Caraibi fornendo petrolio sovvenzionato. Mentre i commentatori attribuivano al suo carisma il sostegno e l’influenza di massa del Presidente Chavez, decisive furono le circostanze oggettive peculiari dell’America Latina.
La sconfitta del Presidente Chavez dell’intervento imperialista può essere attribuita a cinque obiettivi e condizioni. Il profondo coinvolgimento degli Stati Uniti in più guerre prolungate allo stesso tempo, in Medio Oriente, Asia meridionale e Nord Africa. distrassero Washington. Inoltre, gli impegni militari statunitensi nei confronti d’Israele minarono gli sforzi degli Stati Uniti per concentrarsi nuovamente sul Venezuela. La politica delle sanzioni nordamericane si ebbe durante il boom delle materie prime tra il 2003 e il 2011, che fornì al Venezuela le risorse economiche per finanziare i programmi sociali nazionali e neutralizzare i boicottaggi locali da parte delle élite alleate agli Stati Uniti. Il Venezuela beneficià delle crisi neo-liberiste degli anni ’90 -‘2000 che portarono all’ascesa dei governi popolari nazionali di centro-sinistra in tutta la regione. Ciò avvenbe in particolare in Argentina, Brasile, Ecuador, Bolivia ed Honduras. Inoltre, i regimi “centristi” in Perù e Cile rimasero neutrali. Inoltre, il Venezuela e i suoi alleati si assicurarono che gli Stati Uniti non controllassero l’organizzazione regionale. Il Presidente Chavez da ex-ufficiale si assicurò la lealtà dei militari, sottraendosi ai complotti degli Stati Uniti per organizzare colpi di Stato. Le crisi finanziarie mondiali del 2008-2009 costrinsero gli Stati Uniti a spendere diversi miliardi di dollari per salvare le banche. Le crisi economiche e la parziale ripresa rafforzarono la mano del Tesoro ed indebolì l’influenza relativa del Pentagono. In altre parole, mentre le politiche imperiali e gli obiettivi strategici rimanevano, la capacità degli Stati Uniti di perseguirli era limitata da condizioni oggettive.
Circostanze che favoriscono gli interventi imperiali
Le circostanze inverse che favoriscono l’imperialismo possono essere viste in tempi più recenti. Questi includono quattro condizioni:
La fine del boom delle materie prime indebolì le economie degli alleati del centro-sinistra del Venezuela e portò all’ascesa dei regimi clienti di estrema destra diretti dagli Stati Uniti, oltre a intensificare le attività golpiste degli oppositori sostenuti dagli Stati Uniti contro il neoeletto Presidente Maduro. L’incapacità di diversificare le esportazioni, i mercati, i sistemi finanziari e distributivi durante il periodo espansivo portò a un calo dei consumi e della produzione e consentì all’imperialismo di attirare elettori, in particolare consumatori delle classi media e medio-bassa, impiegati, negozianti, professionisti e affaristi. Il Pentagono trasferì l’attenzione militare dal Medio Oriente all’America Latina, identificando i clienti militari e politici tra regimi chiave: Brasile, Argentina, Ecuador, Perù e Cile. L’intervento politico di Washington nei processi elettorali dell’America Latina aprì la porta allo sfruttamento economico delle risorse e al reclutamento di alleati militari per isolare e circondare il Venezuela nazionalista e populista. Le condizioni estere obiettive favorirono la ricerca di Washington del dominio imperiale. Le configurazioni nazionali del potere oligarchico rafforzarono la dinamica dell’intervento imperiale, il dominio politico e il controllo sull’industria petrolifera. Il declino delle entrate petrolifere del Venezuela, la mobilitazione dell’élite della propria base elettorale e il sistematico sabotaggio della produzione e della distribuzione ebbero un effetto moltiplicatore. I mass media e l’autoproclamata destra elettorale abbracciarono il colpo di Stato di estrema destra guidato dagli Stati Uniti manipolando la retorica democratica e umanitaria. Washington intensificò le sanzioni economiche per affamare i sostenitori chavisti dal basso reddito e mobilitò i clienti europei e latinoamericani per chiedere la resa del Venezuela mentre pianificava un sanguinoso colpo di Stato militare.
L’ultima fase del colpo di Stato militare pianificato dagli Stati Uniti richiedeva tre condizioni:
Divisione nell’esercito per fornire al Pentagono e ai golpisti una “testa di ponte” e un pretesto per l’invasione “umanitaria” degli Stati Uniti
Una leadership politica “compromettente” che persegua il dialogo cogli avversari che si preparano alla guerra.
Il congelamento di tutti i conti all’estero e la chiusura di tutti i prestiti e mercati dai quali il Venezuela continua a dipendere.
Conclusioni
L’imperialismo è un aspetto centrale del capitalismo globale degli Stati Uniti. Ma non può raggiungere i suoi obiettivi ogni volta e come desidera. Cambiamenti globali e di regime nella correlazione delle forze possono ostacolare e ritardare il successo imperialista. I golpe possono essere sconfitti e convertiti in riforme radicali. Le ambizioni imperialiste possono essere contrastate da politiche economiche di successo ed alleanze strategiche. L’America Latina è stata soggetta a colpi di Stato ed interventi militari imperialisti. Ma è anche in grado di costruire alleanze regionali, di classe e internazionali. A differenza di altre regioni ed obiettivi imperiali, l’America Latina è terreno di lotte di classe ed antimperialiste. I cicli economici accompagnano l’ascesa e la caduta delle classi e di conseguenza il potere imperialista avanza e si ritira. L’intervento USA in Venezuela è la più lunga guerra del nostro secolo (diciotto anni), superando l’invasione nordamericana dell’Afghanistan e dell’Iraq. Il conflitto illustra anche come gli Stati Uniti si affidino a clienti regionali ed alleati oltreoceano per una copertura alla loro presa del potere imperialista. Mentre i golpe sono frequenti, le loro conseguenze sono instabili: i clienti sono deboli e i regimi soggetti a sollevazioni popolari. I colpi di Stato degli USA contro i regimi popolari portano a sanguinosi massacri che non garantiscono un consolidamento ampio e a lungo termine. Queste sono le “peculiarità” dei colpi di Stato in America Latina.
Traduzione di Alessandro Lattanzio
http://aurorasito.altervista.org/?p=5185

mercoledì 12 dicembre 2018

A World of Multiple Detonators of Global Wars, by James Petras

We face a world of multiple wars some leading to direct global power conflagrations and others that begin as regional conflicts but quickly spread to big power confrontations.



We will proceed to identify ‘great power’ confrontations and then proceed to discuss the stages of ‘proxy’ wars with world war consequences.
Read essay [PDF]

https://petras.lahaine.org/a-world-of-multiple-detonators-of/

lunedì 26 novembre 2018

President Trump’s Presidency: Results and Perspectives, by James Petras

Introduction: We need an objective evaluation of the President’s foreign and domestic polices – the means, the goals, their results and consequences. The Trump performance requires we discuss the style and substance of foreign and domestic policies.



We will ignore the fly swatting by Trump critics who ply peripheral issues – the state investigation of the fading Russian conspiracy tales— and focus on strategic issues that purport to transform global economic, political and social relations.

https://petras.lahaine.org/president-trumps-presidency-results-and-perspectives/

martedì 15 maggio 2018

Trump, un maestro delle sconfitte, di James Petras

Prof. James Petras, Global Research, 14 maggio 2018Introduzione
Per qualche tempo, i critici delle politiche del presidente Trump le hanno attribuite a un disturbo mentale; maniaco-depressione incontrollato, narcisismo e altre patologie. La questione della salute mentale di Trump solleva una domanda più profonda: perché le sue patologie assumono una direzione politica specifica? Inoltre, le decisioni di Trump hanno una storia e un background politico, e derivano da logica e credenza nelle ragione e logica del potere imperiale. Esamineremo la ragione per cui Trump ha abbracciato tre decisioni strategiche che hanno conseguenze storiche mondiali, in particolare: Trump rinnega l’accordo nucleare con l’Iran; la dichiarazione di guerra commerciale alla Cina; e l’incontro di Trump con la Corea democratica. In breve esploreremo le ragioni politiche delle sue decisioni; cosa si aspetta di guadagnare; e qual è il suo piano se non riesce a ottenere i risultati atteso e i suoi avversari adottano rappresaglie.
Quadro strategico di Trump
L’ipotesi alla base del pensiero strategico di Trump è che il “potere funziona”: più la sua postura è intransigente, maggiore è la convinzione nel mondo unipolare basato sulla potenza degli Stati Uniti. Come corollario, Trump interpreta qualsiasi alleato, avversario, concorrente che cerca trattative, reciprocità o concessioni come “debole” che dovrebbe spingere o costringere a concedere maggiori concessioni e ulteriori ritiri e sacrifici, fino all’obiettivo finale della resa e sottomissione. In altre parole, la politica della forza di Trump riconosce solo la contro-forza: limitazioni nelle politiche di Trump si avranno solo quando perdite e costi economici e militari tangibili nelle vite degli Stati Uniti minacceranno il dominio imperiale degli USA.
Ragioni per cui Trump ha rotto l’accordo con l’Iran
Trump ha rotto l’accordo con l’Iran perché l’accordo si basava sulla limitazione delle sanzioni statunitensi all’Iran; il totale smantellamento del programma nucleare e la discussione del ruolo limitato dell’Iran a favore di possibili alleati in Medio Oriente. Concessioni unilaterali dell’Iran; lo scambio tra difesa ed opportunità di mercato incoraggiava Trump a credere di poter intimidire militarmente l’Iran chiudendone tutti i mercati. Trump vede il presidente Ruhani come un venditore di tappeti e non uno stratega militare. Trump crede che una stretta economica porterà il Presidente Rouhani a sacrificare gli alleati in Siria, Libano (Hezbollah), Yemen (huthi), Palestina (Hamas) e Iraq (sciiti) e a smantellare la strategia della difesa basata sugli ICBM. Trump persegue l’obiettivo strategico d’indebolire l’Iran e prepararne il cambio di regime, riportando l’Iran a Stato cliente, come prima della rivoluzione del 1979. sotto lo Shah. La seconda ragione della politica di Trump è il rafforzamento del potere militare israeliano in Medio Oriente. Il regime di Trump è profondamente influenzato dalla configurazione del potere sionista (ZPC) negli Stati Uniti, soprannominata “Lobby”. Trump riconosce e si sottomette ai dettami sionisti-israeliani perché hanno un potere senza precedenti nei media, nel settore immobiliare, finanziario e assicurativo (FIRE). Trump riconosce il potere della ZPC nell’acquistare i voti del Congresso, controllare partiti e assicurarsi nomine nel ramo esecutivo. Trump è un tipico autoritario: salta alla gola di deboli, cittadini, alleati e avversari e s’inginocchia al potente ZPC, ai militari e a Wall Street. La sottomissione di Trump al potere sionista rafforza e persino detta la sua decisione di rompere l’accordo con l’Iran e la volontà di fare pressione. Francia, Germania, Regno Unito e Russia a sacrificare accordi commerciali da miliardi di dollari con l’Iran e perseguire una politica di pressione su Teheran per accettarne il programma di disarmo e l’isolamento unilaterale di Trump. Trump crede di poter costringere le multinazionali europee a disobbedire ai propri governi e rispettare le sanzioni.
Ragioni della guerra commerciale di Trump alla Cina
Prima della presidenza di Trump, in particolare col presidente Obama, gli Stati Uniti lanciarono la guerra commerciale e il “perno militare”contro la Cina. Obama propose il Patto Transpacifico per escludere la Cina e dirigere un’armata aeronavale nel Mar Cinese Meridionale. Obama istituì un potente sistema di sorveglianza in Corea del Sud e le esercizitazioni di guerra al confine con la Corea democratica. La politica di Trump ha approfondito e radicalizzato le politiche di Obama. Trump ha esteso la politica bellicosa di Obama nei confronti della Corea democratica, chiedendo la de-nuclearizzazione del suo programma di difesa. Il Presidente Kim della Corea democratica, e il presidente Moon della Corea del Sud raggiunsero l’accordo per aprire negoziati per il trattato di pace per porre fine a 60 anni di ostilità. Tuttavia, il presidente Trump aderì alla conversazione sulla presunzione che le aperture di pace della Corea democratica fossero dovute alle sue minacce di guerra ed intimidazioni. Insisteva sul fatto che qualsiasi accordo di pace e fine delle sanzioni economiche si sarebbero avuti solo cil disarmo nucleare unilaterale, mantenimento delle forze statunitensi nella penisola e supervisione di ispettori approvati dagli Stati Uniti. La dichiarazione unilaterale di Trump della guerra commerciale contro la Cina accompagna la sua convinzione che le minacce militari abbiano portato alla “capitolazione” della Corea democratica, e la promessa di porre fine al programma nucleare. Trump ha imposto un dazio di oltre 100 miliardi di dollari alle esportazioni cinesi per ridurre lo squilibrio commerciale di 200 miliardi in due anni. Ha chiesto alla Cina di chiudere unilateralmente lo “spionaggio” industriale, il “furto tecnologico” (tutte accuse fasulle) e conformarsi al monitoraggio trimestrale degli Stati Uniti. Trump ha chiesto che la Cina non reagisse a dazi o restrizioni o affrontava sanzioni peggiori. Trump minacciava di rispondere a qualsiasi dazio da Pechino, con maggiori dazi e restrizioni su beni e servizi cinesi. Gli obiettivi di Trump è convertire la Corea democratica in un satellite militare per invadere il confine settentrionale della Cina; e della guerra commerciale per spingere la Cina nella crisi economica. Trump crede che se la Cina declina come potenza economica mondiale, gli Stati Uniti cresceranno e domineranno l’economia asiatica e mondiale. Trump ritiene che una guerra commerciale porterà a una guerra militare riuscita. Trump crede che una Cina sottomessa, basata sul suo isolamento dal mercato ‘dinamico’ degli Stati Uniti, migliorerà la ricerca di Washington del dominio incontrastato sul mondo.Dieci tesi errate di Trump
L’agenda politica di Trump è profondamente errata! La rottura dell’accordo nucleare e l’imposizione di dure sanzioni hanno isolato Trump dagli alleati europei e asiatici. L’intervento militare infiammerà una guerra regionale che distruggerebbe i giacimenti petroliferi sauditi. Costringerà l’Iran a perseguire lo scudo nucleare contro l’aggressione USA-Israele e porterà a una guerra prolungata, costosa e alla fine perdente. Le politiche di Trump unificheranno gli iraniani, liberali e nazionalisti, minando i collaborazionisti degli statunitensi. Il mondo musulmano unificherà le forze e porterà il conflitto in Asia, Africa e Medio Oriente. I bombardamenti di Tel Aviv porteranno a contrattacchi su Israele. I prezzi del petrolio saliranno alle stelle, i mercati finanziari crolleranno, le industrie andranno in bancarotta. Le sanzioni di Trump e l’aggressione militare all’Iran porteranno alla reciproca distruzione economica.
La guerra commerciale di Trump con la Cina porterà all’interruzione della catena di approvvigionamento che sostiene l’economia statunitense e in particolare le sue 500 multinazionali che dipendono dall’economia cinese per le esportazioni verso gli Stati Uniti. La Cina aumenterà il consumo interno, diversificherà i mercati e i partner commerciali e rafforzerà la sua alleanza militare con la Russia. La Cina ha maggiore capacità di recupero e di superare le perturbazioni a breve termine e riguadagnare il ruolo dominante di potenza economica globale. Wall Street subirà un catastrofico collasso finanziario e manderà gli Stati Uniti in depressione mondiale.
Le trattative di Trump con la Corea democratica non andranno da nessuna parte finché chiederà il disarmo nucleare unilaterale, il controllo militare USA sulla penisola e l’isolamento politico dalla Cina. Kim insisterà sulla fine delle sanzioni e il trattato di mutua difesa con la Cina. Kim offrirà la fine dei test nucleari ma non delle armi nucleari. Dopo che Trump ha rinnegato l’accordo con l’Iran, Kim riconoscerà che gli accordi cogli Stati Uniti non sono degni di fiducia.
Conclusione
La gesticolazione minacciosa di Trump è un vero pericolo per la pace e la giustizia nel mondo. Ma le sue ipotesi sulle conseguenze della propria politica sono profondamente errate. Non vi è alcuna base per ritenere che le sanzioni possano rovesciare il regime iraniano; che Israele sopravviverà incolume a una guerra con l’Iran: che una guerra petrolifera non metterà a repentaglio l’economia statunitense; che l’Europa permetterà alle sue compagnie di essere congelate sul mercato iraniano.
La guerra commerciale di Trump con la Cina è morta. Non trova siti di produzione alternativi per le multinazionali statunitensi. Non può escludere la Cina dal mercato mondiale, poiché ha legami con cinque continenti.
Trump non può dominare la Corea democratica e costringerla a sacrificare la propria sovranità sulla base di vuote promesse economiche nel revocare le sanzioni.
Trump veleggia verso sconfitte su tutti i fronti. Ma potrebbe portarvi il popolo statunitense nell’abisso nucleare.
Epilogo
Le minacce belluine di Trump fanno parte della strategia del bluff e del bombardamento intimidatorio, al fine di garantirsi vantaggi politici? Trump interpreta la tattica “pazza” di Nixon-Kissinger, in cui il segretario di Stato diceva agli avversari di accettare le sue “ragionevoli” richieste o di affrontare il peggio dal presidente? Non lo penso. Nixon a differenza di Trump non era menato per il naso da Israele. Nixon a differenza di Trump non era guidato da consiglieri favorevoli alla guerra nucleare. Nixon, al contrario di Trump, aprì gli Stati Uniti al commercio con la Cina e firmò accordi per la riduzione nucleare con l’URSS. Nixon promosse con successo la coesistenza pacifica. Trump è un maestro nelle sconfitte.Prof. James Petras è ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione.
Traduzione di Alessandro Lattanzio
https://aurorasito.wordpress.com/2018/05/15/trump-un-maestro-delle-sconfitte/

sabato 5 maggio 2018

[Vídeo] James Petras analiza la realidad latinoamericana Texto completo en: https://www.lahaine.org/video-james-petras-analiza-la

x Cristóbal García Vera
Entrevista con James Petras sobre la situación en Nicaragua, Brasil, las derechas regionales y el régimen de Trump

Después de una etapa marcada en América Latina por el auge de gobiernos progresistas, liderados por el difunto líder venezolano Hugo Chávez, asistimos ahora a una contraofensiva de la derecha regional y los EEUU, que han hecho caer a algunos de estos gobiernos y recrudecen la presión sobre los que aún resisten.
En la presente entrevista, concedida a Canarias Semanal, el reconocido sociólogo estadounidense James Petras analizó esta coyuntura política, respondiendo a interrogantes sobre lo que está sucediendo realmente en Nicaragua con el Gobierno de Daniel Ortega o en Brasil con el procesamiento y encarcelamiento de Lula Da Silva, sobre la situación en Venezuela, el trasfondo de la política de Donald Trump más allá de sus manifestaciones grandilocuentes o el papel que desempeñan en el contexto internacional potencias como Rusia y China.
Algunos titulares de la entrevista:
"El Gobierno de Daniel Ortega combina políticas neoliberales con políticas antiimperialistas por las que Washington quiere tumbarlo"
"En Brasil se impuso un golpe de Estado contra Dilma Rousseff, pero el golpista Temer era socio de Lula y la propia Dilma"
"No se puede construir el socialismo en un país con una economía rentista como la de Venezuela"
"El gran problema en América Latina es la falta de un movimiento revolucionario"
"Todos los gobernantes progresistas llegaron al poder con organizaciones políticas multiclasistas en el marco de un capitalismo extractivo"
"Rusia sirve de contrapeso a EEUU, pero se trata de una lucha entre capitalistas"

Canarias Semanal
Texto completo en: https://www.lahaine.org/video-james-petras-analiza-la

martedì 3 aprile 2018

Why the UK, the EU and the US Gang-Up on Russia, by James Petras

Introduction: For the greater part of a decade the US, the UK and the EU have been carrying out a campaign to undermine and overthrow the Russia government and in particular to oust President Putin. Fundamental issues are at stake including the real possibility of a nuclear war.



The most recent western propaganda campaign and one of the most virulent is the charge launched by the UK regime of Prime Minister Theresa May. The Brits have claimed that Russian secret agents conspired to poison a former Russian double-agent and his daughter in England , threatening the sovereignty and safety of the British people. No evidence has ever been presented. Instead the UK expelled Russian diplomats and demands harsher sanctions, to increase tensions. The UK and its US and EU patrons are moving toward a break in relations and a military build-up.
A number of fundamental questions arise regarding the origins and growing intensity of this anti-Russian animus.
Why do the Western regimes now feel Russia is a greater threat then in the past? Do they believe Russia is more vulnerable to Western threats or attacks? Why do the Western military leaders seek to undermine Russia’s defenses? Do the US economic elites believe it is possible to provoke an economic crisis and the demise of President Putin’s government? What is the strategic goal of Western policymakers? Why has the UK regime taken the lead in the anti-Russian crusade via the fake toxin accusations at this time?
This paper is directed at providing key elements to address these questions.
The Historical Context for Western Aggression
Several fundamental historical factors dating back to the 1990’s account for the current surge in Western hostility to Russia.
First and foremost, during the 1990’s the US degraded Russia, reducing it to a vassal state, and imposing itself as a unipolar state.
Secondly, Western elites pillaged the Russian economy, seizing and laundering hundreds of billions of dollars. Wall Street and City of London banks and overseas tax havens were the main beneficiaries
Thirdly, the US seized and took control of the Russian electoral process, and secured the fraudulent “election” of Yeltsin.
Fourthly, the West degraded Russia’s military and scientific institutions and advanced their armed forces to Russia’s borders.
Fifthly, the West insured that Russia was unable to support its allies and independent governments throughout Europe, Asia, Africa and Latin America. Russia was unable to aid its allies in the Ukraine, Cuba, North Korea, Libya etc.
With the collapse of the Yeltsin regime and the election of PresidentPutin, Russia regained its sovereignty, its economy recovered, its armed forces and scientific institutes were rebuilt and strengthened. Poverty was sharply reduced and Western backed gangster capitalists were constrained, jailed or fled mostly to the UK and the US.
Russia’s historic recovery under President Putin and its gradual international influence shattered US pretense to rule over unipolar world. Russia’s recovery and control of its economic resources lessened US dominance, especially of its oil and gas fields.
As Russia consolidated its sovereignty and advanced economically, socially, politically and militarily, the West increased its hostility in an effort to roll-back Russia to the Dark Ages of the 1990’s.
The US launched numerous coups and military intervention and fraudulent elections to surround and isolate Russia . The Ukraine, Iraq, Syria, Libya, Yemen and Russian allies in Central Asia were targeted. NATO military bases proliferated.
Russia’s economy was targeted : sanctions were directed at its imports and exports. President Putin was subject to a virulent Western media propaganda campaign. US NGO’s funded opposition parties and politicians.
The US-EU rollback campaign failed.
The encirclement campaign failed.
The Ukraine fragmented - Russia allies took control of the East; Crimean voted for unification with Russia. Syria joined with Russia to defeat armed US vassals. Russia turned to China’s multi-lateral trade, transport and financial networks.
As the entire US unipolar fantasy dissolved it provoked deep resentment, animosity and a systematic counter-attack. The US’s costly and failed war on terror became a dress rehearsal for the economic and ideological war against the Kremlin ..Russia’s historical recovery and defeat of Western rollback intensified the ideological and economic war.
The UK poison plot was concocted to heighten economic tensions and prepare the western public for heightened military confrontations.
Russia is not a threat to the West: it is recovering its sovereignty in order to further a multi-polar world. President Putin is not an “aggressor” but he refuses to allow Russia to return to vassalage.
President Putin is immensely popular in Russia and hated by the US precisely because he is the opposition of Yeltsin - he has created a flourishing economy; he resists sanctions and defends Russia’s borders and allies.
Conclusion
In a summary response to the opening questions.
1) The Western regimes recognize that Russia is a threat to their global dominance; they know that Russia is no threat to invade the EU, North America or their vassals.
2) Western regimes believe they can topple Russia via economic warfare including sanctions. In fact Russia has become more self-reliant and has diversified its trading partners, especially China, and even includes Saudi Arabia and other Western allies.
The Western propaganda campaign has failed to turn Russian voters against Putin. In the March 19, 2018 Presidential election voter participation increased to 67% ..Vladimir Putin secured a record 77% majority. President Putin is politically stronger than ever.
Russia’s display of advanced nuclear and other advanced weaponry has had a major deterrent effect especially among US military leaders, making it clear that Russia is not vulnerable to attack.
The UK has attempted to unify and gain importance with the EU and the US via the launch of its anti-Russia toxic conspiracy. Prime Minister May has failed. Brexit will force the UK to break with the EU.
President Trump will not replace the EU as a substitute trading partner. While the EU and Washington may back the UK crusade against Russia they will pursue their own trade agenda; which do not include the UK.
In a word, the UK, the EU and the US are ganging-up on Russia, for diverse historic and contemporary reasons. The UK exploitation of the anti-Russian conspiracy is a temporary ploy to join the gang but will not change its inevitable global decline and the break-up of the UK.
Russia will remain a global power. It will continue under the leadership of President Putin .The Western powers will divide and bugger their neighbors - and decide it is their better judgment to accept and work within a multi-polar world.

https://petras.lahaine.org/why-the-uk-the-eu-and/

martedì 2 gennaio 2018

President Trump’s Jerusalem Decision: the End of Hegemony?, of James Petras

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Introduction
The Trump regime proclaimed that the vote in the General Assembly of the United Nations regarding the recognition of Jerusalem as the capital of Israel was a strategic US decision.
Both President Trump and his bombastic UN Ambassador Nikki Haley threatened that all decisions and agreements regarding alliances, loans, aid and diplomatic relations were at stake.
Moreover, the Trump regime clearly defined the style and substance of US imperial dictates: All UN member nations (large and small) must grovel in the most abject manner to his orders. Ambassador Haley demanded that each nation on earth accept Trump’s and the racist-Zionist Netanyahu’s declaration that the ancient city of Jerusalem is the eternal, undivided and ethnically managed capital of the Jews. Trump’s message was loud and clear – he was the great ‘decider’ and the UN votes would identify America’s true friends and enemies. “We are making a list… and there will be consequences…”
Clearly Trump’s boast of US power and Haley’s assumption that her terrifying threats would ensure that Washington had a majority vote in the ‘gifting’ of Jerusalem to Zio-fascism. They believed that US dominance and global hegemony was absolute and unassailable. The vote proved something else, something very new was happening.
The US suffered an overwhelming and humiliating defeat, one that kept Ambassador Haley dexterous fingers busy ‘taking notes’: 128 nations demanded that the Trump regime withdraw its declaration that Jerusalem was Israel’s undivided capital for Jews. Only 9 micro-nations (some mere postage stamps and a few death-squad banana-stans) voted with the Trump-Haley decision, 35 mendicant-states put their heads down and abstained while 21 timorous ambassadors chose to hide their shamelessness in the toilet stalls rather than show up for this important vote.
Political Context
First and foremost it is important to discuss the steps leading up to the US suffering such a crushing debacle. In other words, who was responsible for leading the Trump Administration by the nose down the blind alley of submission to the dictates of Zio-fascism.
The leader and driving force behind the UN disaster was Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu whose quest to seize Jerusalem and convert it into the ‘eternal’ capital of the Jews was his top priority. For decades the entire world has rejected Israel’s seizure of Jerusalem and its conversion into an ethnically cleansed capital for the ‘Jewish’ state. The UN and international jurists denounced Israel’s colonial conquest and ethnic cleansing of Palestine.
Netanyahu took charge with the election of Donald Trump as President. Operation Jerusalem was his first order to Puppet Donald. A number of Israel-First multi-billionaires, who financed Trump’s electoral campaign, demanded an immediate pay-off from their puppet: The Administration’s unconditional support for Netanyahu’s agenda. Despite protests from the rest of the world, especially the US closest European allies, Trump plunged the nation right into the Zionist soup: a Jewish Jerusalem; the systematic eviction of all Arabs, Christian, Muslim and secular, and the eventual annexation of all of Palestine; as well as an increasing military confrontation with Iran.
Real estate speculator, Jared Kushner, Trump’s pampered son-in- law, and a complete Netanyahu flunky, became the senior advisor for the Middle East. Kushner pressured Trump’s National Security Advisor General Michael Flynn to intervene with Russia on behalf of Israel’s take-over of Jerusalem. Flynn was subsequently prosecuted for discussing global US Russian relations and the ‘good soldier’ is falling on his sword on behalf of the Zionists. Not surprising, the Congressional Democrats, the FBI and the Special Prosecutor found it easier to prosecute Flynn for his discussion regarding de-escalating the tense US-Russian relations provoked by the Obama administration than his discussions with the Kremlin in support of Israel’s seizure of Jerusalem!
Netanyahu’s operational weapons in manipulating US policy involved Jared Kushner, the billionaire Israel-First donors, the AIPAC and UN Ambassador Nikki Haley. Tel Aviv succeeded in securing Trump’s commitment to the Israeli agenda, despite opposition from the entire UN National Security Council and the overwhelming majority of the General Assembly. In the style of a typical authoritarian, US President Trump grovels at the feet of his ‘superior’, Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, while tearing at the throats of his ‘inferiors’, the 193 member nations of the UN General Assembly.
Netanyahu’s vitriolic bar room threats against the entire membership of the UN prior to the vote ensured the repudiation of all Security Council representatives with the exception of his South Carolina puppet, Ambassador Nikki Haley. Trump and Haley backed the blustering Netanyahu by issuing gangland threats to all UN representatives who dare to oppose Washington’s dictates.
In this way, Prime Minister Netanyahu secured the greatest diplomatic and political success of his career – the total submission of the US to his agenda, at the risk of a major humiliation in the UN. This, in effect, formalized Israeli hegemony over Washington, for the world to see.
In contrast to Netanyahu’s beaming success, the US suffered a historic diplomatic defeat: Fourteen times as many nations voted against the demands of the US President over– Netanyahu’s grab of Jerusalem.
What makes the defeat even more striking is the fact that all major allies and most of the biggest aid recipients openly defied the US threats. Eight of the ten biggest US aid recipients voted against Trump–Netanyahu–Haley. This bizarre troika is now left with an enemy list circling the entire globe, and a few timorous allies in the South Pacific and among the death squads of Guatemala.
Trump’s total and puerile embrace of the raving Netanyahu has exposed and widened fissures in US global hegemony.
Apart from ‘capturing’ Netanyahu’s vote, the other pro Trump nations included a handful of insignificant Pacific islands (Marshall Islands, Palau, Micronesia), Togo, a corrupt African mini-state and two banana-sized ‘death squad democracies’, Honduras and Guatemala. The latter two regimes hold power via stolen elections backed by narco-thugs in the pay (dubbed ‘foreign aid’) of the US.
All of the leading Asian and Western European countries voted against Trump. They openly rejected the crude blackmail of the US-Israel duet. Subservient regimes in Eastern Europe, corrupt regimes in Latin America and some horrifically impoverished nations in Africa and Asia chose to abstain or excuse themselves to the bathrooms of Times Square. Narco-neo-liberal regimes in Mexico, Colombia, Paraguay, Panama and the Dominican Republic abstained. Even rightwing Eastern European regimes, which usually give unquestioned support to all US demands, like Romania, Bosnia, Poland and Latvia defied Nikki Haley’s ‘name taking’ by abstaining. The ‘no-shows’ (hiding in the toilets) included US puppets like Georgia, Samoa, St Kitts and Tonga.
An openly humiliated UN Ambassador Haley was left with the task of thanking the abstainers and ‘no-shows’ for their courage and preparing a few bags of goodies (matzos, Mogan David wine and discounts to the brothels of Tel Aviv) for the torturers of Honduras and half-drowned ‘leaders’ of Palau in gratitude for such loyalty.
Conclusion
Clearly Trump’s championing of a racist, colonialist, ethnic cleansing state like Israel is view as a strategic diplomatic disaster. The Manhattan egomaniac has tied the US fortunes to the whims of a pariah state led by a complete lunatic.
Trump’s decision to demonstrate total loyalty to his Zionist billionaire campaign ‘donor-owners’ and his Israel-First son-in-law in his first major foreign policy decision failed to impress any of the influential nations of the world – East or West. Indeed, it showed how fractured and dangerously dysfunctional the US Administration had become.
Most important, Trump’s proclamation of a unipolar world based on his notion of the US’s economic power has collapsed. Israel, despite Haley’s bluster and list-taking, has no legitimacy. It’s continued Mossad assassinations of leading Palestinians and others and the increasing IDF slaughter of the spontaneous Palestinian civilian resistance has failed to improve its international standing – except among Guatemalan torturers.
However, it is not clear that the US has lost its big power influence regarding other regional conflicts. The subsequent UN Security Council vote in favor of Washington’s demands for added sanctions against North Korea demonstrated Trump’s power to intimidate the oligarchs and leaders of China and Russia.
In other words, limits on US power still depend on the issues, the allies, the diplomatic appeals, the adversaries and the distribution of benefits and costs.
In the case of Jerusalem, Real Estate Mogul Trump’s bizarre decision to hand an entire city over to the Zionists alienated all Muslims and Christians the world over, as well as the secular Western liberal nations and emerging powers, like Russia and China. The US tied its prestige to the whims of a paranoid nation arrogantly flaunting its racist superiority complex, backed by groups of immensely wealthy overseas dual citizens.
Diplomatically, Israel’s vituperative responses to any legal criticism from world bodies undermines its chances of coalition building.
Finally, Washington’s support for Israel’s perpetual and overt violation of international law and its bombing of humanitarian missions makes Israel a very costly ally.
https://www.unz.com/jpetras/president-trumps-jerusalem-decision-the-end-of-hegemony/