mercoledì 23 gennaio 2019

ANCORA SUL TRAFFICO DI ESSERI UMANI

Caro Roberto [Savio],
sono quasi totalmente d’accordo con la valutazione di La Grassa che mi hai inviato [si veda in fondo a questa lettera]. Anzi, mi ha dato la voglia di ripubblicare sul blog di Utopia rossa il mio articolo di fine luglio contro i trafficanti di esseri umani che a suo tempo fece un po’ di scalpore, ma non mi sembra aver influenzato più di tanto gli ipocriti commentatori umanistici di questa autentica vergogna dell’umanità: basti pensare che per le Nazioni Unite il traffico degli esseri umani è il crimine internazionale più grave (e forse anche il più diffuso) dopo quello del traffico di droga. 
Nell’articolo dicevo che la cosa più logica e utile sarebbe stata di uccidere gli scafisti onde impedir loro di proseguire il traffico in altri paesi (come è infatti accaduto con gli sbarchi in Spagna e con la tratta «privilegiata» dalla Grecia)  aspettandoli al varco in acque internazionali. Questa frase è stata eliminata dalla versione inglese del mio articolo, ma io continuo a pensare che una criminalità di questa natura può essere combattuta solo eliminandola fisicamente e calcolando che prima si fa e più vite umane si salvano. E ovviamente bisogna affondare i lager galleggianti di queste reti criminali dopo aver tratto in salvo gli occupanti, ma su mezzi della marina militare e non su navi di varia e dubbia provenienza: ciò allo scopo di non incrementare un «traffico di ritorno» come in parte accade anche se in misura per ora molto contenuta con la storia vergognosa dei «rimpatri».
Se qualcuno sa mostrarmi una strada più efficace e rapida dell'uccisione degli scafisti colti in mare per porre termine al loro traffico e accelerare il salvataggio di vite umane, sono pronto ad ascoltarlo. Ma finora ho sentito solo appelli umanitaristici volti a facilitare il compito «in mare» di questi efferati criminali.
L’articolo di La Grassa mi spingerebbe a dire che forse si dovrebbero affondare anche le navi delle presunte «Ong» che si prestano a questo traffico e che tanta importanza hanno avuto nell'alimentarlo con il pretesto di correre a «salvare». Non so che dire, anche perché ignoro da dove queste presunte Ong ricavino i soldi per comprare o affittare addirittura delle navi. Gestire delle navi (a un certo punto era diventata quasi una «flotta di linea») non è uno scherzo e non ci si arriva a farlo con donazioni o risparmi. Su questo aspetto del traffico, però, non ho tutti i dati a disposizione e quindi preferisco tacere. Purché queste navi abbondantemente pagate in rimborsi (al riguardo si hanno alcune cifre abbastanza elevate che però non vengono pubblicizzate) si levino di torno.
Ovviamente non cambio nemmeno la mia posizione di principio sul fatto che chiunque arrivi in Italia (non importa come) ha diritto a restarvi - con tutti i diritti e i doveri dei cittadini italiani - e non dev'essere assolutamente rimpatriato: questa è un'altra crudeltà, ma è anche un altro business che si aggira sui diecimila euro a rimpatrio. E continuo a insistere che gli «umanitari», se fossero veramente tali, oltre a esigere che si ponga termine agli imbarchi, dovrebbero esigere il transito in voli charter semigratuiti degli immigrati via aeroporto di Fiumicino (diretti a Roma o altre capitali europee). Invece da questo orecchio gli «umanitari» non sentono e quindi continuano a favorire  il pagamento agli scafisti di cifre impossibili per i «dannati della terra»: dagli originari 1000 euro le tariffe sono ormai salite intorno ai 3000 o più a seconda del tipo di tragitto. Soldi che vanno alla criminalità organizzata del Nordafrica, che gestisce il traffico, con le loro appendici in Italia e, come si comincia a vedere, dentro i partiti e le istituzioni.
Un giorno si scriveranno romanzi e si faranno dei film su come le mafie italiane sono coinvolte in questo scandaloso traffico di esseri umani. Anche perché sono poi questi nuovi negrieri, di mafie e camorre vecchie e nuove, che costringono gli immigrati «via mare» a diventare prostituti/e e schiavi/e del lavoro nero, come nella vicenda dei 500 lavoratori stranieri di pochi giorni fa, in cui risulta coinvolto addirittura un dipendente dell’Ispettorato del lavoro!

La proiezione, pubblicata nel report Modern Slavery Index 2017 a cura del centro studi britannico Verisk Maplecroft, si basa soprattutto sull’elevato numero di sbarchi sulle coste italiane. Arrivi che hanno provocato un innalzamento del numero delle “persone vulnerabili” facili prede di mafie e sfruttatori. Il sociologo: "Il problema è il sistema d'accoglienza. L'80% di sfruttati è di nazionalità straniera, gli altri italiani"

Tutti coloro che incoraggiano le partenze via mare garantendo loro navi di soccorso appena giunti in acque internazionali, che piaccia o no, sono complici moralmente (o anche solo per stupidità) del traffico di esseri umani: lo stanno solo incrementando dopo averlo incoraggiato negli anni del centrosinistra e del centrodestra.
Bloccare il traffico alla partenza è una priorità assoluta per salvare centinaia di migliaia di vite umane dal rischio della morte per mare, dal capolarato mafioso dopo lo sbarco, dalla prostituzione e dalla piccola criminalità, ma soprattutto  dalla mancanza di dignità che attende tali vite umane proprio per il modo criminale e clandestino con cui vengono fatte arrivare in Europa.
Continuo a chiedermi senza trovare risposta: come può la coscienza civile dei cosiddetti umanitari accettare che questa immigrazione avvenga clandestinamente per via mare invece che legalmente per via aerea o ferroviaria? Non potrebbero gli elettori più coscienti rivolgere questa domanda ai dirigenti dei loro partiti e costringerli ad agire di conseguenza invece di piangere ipocritamente ogni volta che un barcone carico di esseri umani affonda o viene fatto affondare per considerazioni tattiche degli scafisti?
Ci sarebbe poi il discorso più generale e  certamente più importante a lunga scadenza di come, incoraggiando questi flussi migratori selvaggi, si stanno depauperando ulteriormente alcune regioni dei Paesi africani e asiatici (basti pensare che il Bangladesh è al secondo posto per numero di immigrati, a riprova che il pretesto dell'asilo politico è solo l'ipocrita copertura a una disperazione d'ordine economico). Ma questo è un altro discorso che può essere inteso solo da chi ha raggiunto la consapevolezza di essere abitante della Terra. Francamente non me la sento di intavolarlo con chi incoraggia gli imbarchi clandestini, anche se animato da princìpi umanitari più o meno sinceri.
Ciao
Roberto [M.]


DEBBONO MORIRE LORO, NOI SALVIAMOCI
di Gianfranco La Grassa


Non l’ho fatto subito, anche perché sono stufo di simili notizie che cominciano ad essere noiosamente ripetitive, ma posso garantire che è la domanda che mi sono posto quando ieri sera ho ascoltato la notizia in TV. Chi s’imbarca ammassandosi su natanti inadatti e pericolosi ha proprio contato quelli che erano assieme a lui? E perché si devono credere sulla parola questi giovanotti che spendono sui 3000 dollari per arrivare dove saranno comunque mal accolti, essendo stati debitamente ingannati su che cosa possono trovare da queste parti. Ho poi anche sentito, per convincere gli ascoltatori, le parole attribuite ai tre superstiti, che si racconta fossero in ipotermia e quindi assai poco coscienti: “meglio morti che in Libia”. Erano in grado, in quelle condizioni, di fare simili valutazioni? E in tre esprimevano l’opinione dei 117 crepati (ma che precisione di numero)? E non sono stati raccolti o almeno visti in mare un bel numero di cadaveri?
Mi dispiace, ma credo si debbano infine affondare (quando ancora non hanno raccolto nessuno) le navi di quelli che continuano a fare gli umanitari, a prendere un bel po’ di soldi e a spingersi verso le coste libiche per creare continui casi con cui tentare di impietosire una minoranza di ebeti, istupiditi pure dalla propaganda di una Chiesa guidata da puri ipocriti. Pur non essendo credente, sono pronto a sempre difendere il sentimento religioso e chi ne è sincero portatore. Lo ritengo estremamente importante e in tutte le epoche storiche ha avuto una rilevanza decisiva per la stragrande maggioranza di ogni data popolazione; non a caso è sempre esistito e provoca riso e fastidio, per la sua improntitudine e arroganza, chi pensa di estirparlo con la “conoscenza scientifica”. Se però vi è un’organizzazione che ormai se ne serve per scopi utilitari – non di soli soldi, lo so, ma anche per motivazioni perfino peggiori – allora quest’ultima provoca in me irritazione e inimicizia irriducibile. Secondo la mia opinione, si dovrà difendere la religione perfino da questa “Istituzione” profittatrice. Il discorso continuerà a lungo e opporrà gruppi viepiù nemici fra loro. 
Per quanto mi riguarda, l’opposizione a questa falsa pietà non riguarda i migranti. Lo ripeto: si tratta di illusi, che certo possono meritare un minimo di pietà. Bisogna andare ai vertici politico-economici di queste nostre società “occidentali” (e al ceto di intellettuali, giornalisti, falsi educatori, che li serve con la massima infamia), ormai impauriti dalla sensazione di una fine non troppo lontana. Vi ricordate i lucidi ragionamenti del principe di Salina ne “Il gattopardo”? Quelle classi (semi)nobiliari, presaghe della loro sorte, lottavano anche solo per ritardarla di qualche decennio; per loro era una sorta di “eternità”. E invece bisogna affrettarsi a schiacciare questi autentici zombi che, pur inconsapevoli, ragionano come Sansone: muoio io e allora muoiano tutti gli altri assieme a me. Facciamo “morire” loro, noi dobbiamo salvarci invece.    





di Roberto Massari 
(18/7/2018)
(già apparso sul blog)

Premetto che mi riconosco pienamente nel recente articolo di Roberto Savio («Immigrazione, molti miti e poca realtà») in cui si mostrano le cifre reali del processo immigratorio, si elencano i vantaggi che derivano all’economia dai flussi migratori (anche se si sottovalutano i danni che tali flussi provocano ai Paesi di provenienza) e mi dichiaro favorevole alla massima accoglienza di tali flussi purché compiuta in maniera umana, legalmente programmata e secondo tradizioni e valori della civiltà laica occidentale (cioè illuministica).
Nel testo che segue non si parla quindi del fenomeno dell’immigrazione o degli «sbarchi» in quanto tali. Si parla del traffico internazionale di esseri umani e quindi del crimine contro ogni principio di umanità rappresentato dagli «imbarchi», punto terminale di una rete criminale internazionale. Questa è sempre esistita, ma si è rafforzata negli ultimi anni per ragioni che non sono sempre chiare avendo essa delle connivenze negli apparati statali dell’Italia e della Libia, in primo luogo, ma anche di Turchia, Spagna ecc., oltre ai paesi di provenienza.
Per queste ragioni desidero dare la massima visibilità alla lettera che segue, di Fred Kuwornu,  regista italiano di origini ghanesi, che dice con franchezza ciò che io penso da molto tempo e che le cifre dimostrano in maniera inoppugnabile: vale a dire che tutta questa storia umanitaria degli imbarchi/sbarchi è gestita da mafie nazionali e internazionali come traffico di esseri umani, una vera e propria «tratta» del XXI secolo. Essa cominciò sfruttando l'emotività psicologica provocata dai primi naufràgi di gommoni (e forte è il sospetto che essi fossero provocati ad arte) e proseguì come incentivo a un esodo di massa dall'Africa e dall'Asia, violando tutte le norme della civiltà, del rispetto della persona umana, della salvaguardia della vita, creando traffici di prostituzione e nuovo schiavismo, e danneggiando anche la condizione economica dei paesi di provenienza.
Ben presto le «carrette della morte» furono sostituite da navi delle Ong (superpagate per svolgere il trasporto fino a destinazione) e il traffico di esseri umani poté svolgersi più o meno indisturbato per alcuni anni.
La verità è che le Ong (finché è stato concesso loro), le associazioni umanitarie impegnate a favorire gli sbarchi (in realtà… gli imbarchi), i settori della marina coinvolti, faccendieri vari e aziende locali particolarmente interessate agli sbarchi stavano perpetrando o fornendo copertura a uno dei più grandi crimini dell'epoca attuale.
Se esiste il dramma degli sbarchi e se ci sono migliaia di persone morte nelle acque del Mediterraneo è perché esiste il traffico degli imbarchi, gestito da associazioni criminali che fino ad oggi hanno potuto compiere il loro sporco lavoro indisturbate. Anzi, agli inizi, quando erano costrette a usare proprie imbarcazioni, queste venivano loro gentilmente restituite perché potessero continuare la tratta.
So di essere colpevolmente in ritardo, perché da tempo era arrivato l’obbligo morale di gridare forte che tutti coloro che favoriscono in un modo o in un altro il commercio degli imbarchi sono complici più o meno preterintenzionali di questa rete criminale. Essa parte da paesi lontani come il Bangladesh (che è il secondo gruppo etnico per quantità di profughi in questa tratta camuffata da richiesta di asilo politico e proprio il Bangladesh sta a dimostrare che l'asilo politico non c'entra niente, è solo un pretesto), passa per l'Africa centrale e arriva alle sponde del Mediterraneo.
Che queste cose le dica un intellettuale di origini ghanesi (e quindi africane) può forse aprire brecce nel cervello della presunta area «progressista» che con le sue campagne umanitarie sugli sbarchi non si rende conto di favorire gli imbarchi, col loro triste seguito di morti o di gommoni fatti affondare appositamente per suscitare la reazione umanitaria dei media. Questo non significa che non si debbano accogliere tutti coloro che riescono ad arrivare sulle coste italiane: ciò è fuori discussione. Ma significa che se non si vuole essere moralmente corresponsabili delle morti per annegamento e del traffico criminale che si svolge prima e dopo gli sbarchi, si deve impedire che avvengano gli imbarchi, si deve cioè intervenire duramente e prima di subito nei luoghi in cui ha origine la tratta. Ma per farlo non c'è altra via che la distruzione fisica delle imprese criminali che gestiscono il traffico.
Misure timide e parziali possono per ora tamponare qualche situazione, come ha dichiarato Massud Abdel Samat (capo dei guardiacoste libici e dipendente dal comando di Tripoli):

«Il nuovo governo italiano ha fatto bene a fermare le Ong, che nei fatti erano funzionali alla tratta. Per i trafficanti e le organizzazioni criminali che prosperano sulla vendita di esseri umani è crisi nera. Una crisi tanto grave che stanno spostando le loro attività in Tunisia e Marocco» (Corriere della Sera del 15/7/2018, p. 3)

Ovviamente questo militare libico non è tenuto a sapere che il governo italiano attuale, diretto dalla Lega e in second’ordine dai 5 Stelle, è animato da spirito razzistico e xenofobo nella sua opposizione agli sbarchi, ma è anche vero che per la prima volta si sentono sui media, da ambienti governativi italiani, parole come «trafficanti» e simili che in precedenza (governi PD) erano tabù (mentre erano da tempo moneta corrente in altri paesi europei). Aggiungo che il governo attuale non dice nulla sulla politica dei rimpatri. Questa è non solo cinica barbarie (visti, al di là di altre considerazioni, anche i sacrifici finanziari e rischi della vita che hanno corso queste povere vittime del traffico di esseri umani), ma non si dice al contribuente che il costo medio unitario per ogni rimpatrio si aggira intorno ai diecimila euro (incluso il ritorno in prima classe in aereo dei due agenti di scorta previsti per ogni povero diavolo rimpatriato). 
Riguardo alle Ong bisogna prendere atto che esse hanno collaborato e vorrebbero continuare a collaborare con i criminali del traffico umano. Il loro compito era di andare a prelevare i migranti sui gommoni appena usciti dalle acque territoriali libiche, farli salire sulle navi (ultrafinanziate), condurli nei porti italiani e farsi belli con la balla «di averli salvati». Senza di loro il traffico avrebbe avuto problemi a proseguire, sia perché i gommoni rischiavano di non arrivare tutti sino alle coste italiane (stiamo parlando di decine di migliaia di esseri umani), sia perché altri paesi non li volevano (tranne la Turchia dove però i migranti arrivavano e arrivano via terra allo scopo di rimpinguare le casse del governo dittatoriale di Erdogan che riceve miliardi dalla UE), sia perché la marina militare italiana aveva pur sempre delle norme da rispettare.
I gommoni affondati di recente, guardacaso appena Salvini ha chiuso i porti alle Ong, erano in un certo senso «previsti» da parte dei negrieri-trafficanti che hanno usato gommoni obsoleti e a rischio facile di affondamento. (La notizia data per certa l’ho scovata tra le righe del Corriere della Sera). Questi criminali sanno benissimo l'effetto psicologico che ha sull’opinione pubblica la morte dei migranti in mare: del resto cominciò proprio così questa tratta vergognosa, forse la più grande vergogna in atto in questo momento nel mondo: cominciò con l'affondamento più o meno programmato di alcuni gommoni. Il fatto commosse comprensibilmente l'opinione pubblica (complici i giornali, i media, i governi Pd), suscitò reazioni emotive tutt’altro che razionali e così cominciò questo traffico inaudito di cui il capitalismo dovrà vergognarsi un giorno di averlo permesso e incoraggiato. E con lui tutta la processione umanitaristica.
Per centinaia di milioni di persone, il sogno di abbandonare l'Asia e l'Africa per raggiungere l'Europa è antico quanto il colonialismo che ha impoverito questi continenti. Ma non è antica, anzi è recentissima, la costruzione di una rete internazionale che dietro il versamento di cifre altissime per la povera gente che le paga, e a rischio della vita sui barconi, riesce a far entrare masse di migranti in Europa, senza passare per le dogane, gli aeroporti e senza documentazione. Agli inizi venivano chiesti dalle mafie del traffico almeno 1.000 euro a persona (cioè una cifra mostruosa per i poveri d’Asia e d’Africa), ma ora queste cifre sono in aumento (per il traffico dalla Grecia si parla di quasi 3.000 euro) oltre alle estorsioni prima dell’imbarco di cui parla anche Fred Kuwornu. E chi dopo l'arrivo in Libia (dopo settimane o mesi di sofferenze) non le può pagare o non può pagare i supplementi richiesti, nell'impossibilità di tornare indietro può vedersi ridotto allo stato di schiavitù nei campi profughi libicie in altri lager gestiti da bande criminali e funzionari statali corrotti. La prostituzione femminile è spesso l'ultima possibilità che rimane per pagare le cifre richieste dai negrieri. E comunque è sempre la prostituzione che attende molte di queste donne una volta «sbarcate» sulle coste italiane, quando vengono riprese in ostaggio da altre reti criminali legate alle stesse reti che le hanno trasportate.
La differenza con il sogno del passato di emigrare in Europa e la possibilità di realizzarlo concretamente è stata data a un certo punto dalla prassi di accettare gli immigrati purché arrivassero via mare, su barconi e altri mezzi di fortuna e non tramite permessi consolari, aerei charter ecc. È stata una mossa (non saprei dire fino a che punto voluta dal governo italiano di Renzi) che ha fatto credere a centinaia di milioni di persone che quella dello sbarco marittimo (camuffato da richiesta di asilo politico) fosse finalmente la porta spalancata a chiunque per entrare in Europa. È stata cioè una speranza rinfocolata artificialmente, quasi un invito a mettersi in cammino (dal Bangladesh, dal Medio Oriente, dall'Africa centrale ecc.) procurandosi con qualsiasi mezzo i 1.000 euro da pagare alle bande criminali e disposti ad affrontare i rischi del viaggio per mare.
Con l'intervento delle Ong quei rischi si sono ridotti al minimo e quindi anche l'afflusso è cresciuto a dismisura. In questo senso le Ong sono state complici «tecniche» della nuova tratta. E comunque ogni viaggio se lo facevano pagare profumatamente (si parla di almeno 240.000 euro a viaggio, ma ovviamente è difficile avere certezza sulle cifre, costi accessori, tangenti ecc.). Spero però che nessuno creda più alla buona fede di queste «agenzie di trasporti» che nulla hanno a che vedere con lo spirito originario delle Ong che in alcuni casi e in alcuni paesi ancora permane.
Sulle illusioni di tanta povera gente hanno speculato le bande criminali e la filiera addetta al trasporto marittimo. Il tutto perché la nostra «civiltà» italiana ed europea non consente che chi è desideroso di immigrare in Europa lo faccia con un volo charter da meno di 100 euro a testa, sbarcando legalmente e civilmente all’aeroporto di Fiumicino. No, la bestiale ricerca di denaro, di lavoratori o lavoratrici da supersfruttare col lavoro nero, di nuova manovalanza da reclutare a traffici di ogni genere, fa sì che l'entrata possa avvenire solo pagando le bande criminali, solo rischiando la vita, solo consegnandosi ad altre bande criminali attive in Italia e in Europa. Questa differenza i benpensanti nostrani sembrano non capirla, ma io la ripeto: perché non si entra gratis e legalmente da Fiumicino, invece che pagando le mafie e illegalmente dal mare?
Invece di lamentarsi indignati ogni volta che un tentativo di sbarco si conclude tragicamente, invece di pensare ipocritamente solo al dramma degli sbarchi, si cominci a pensare al traffico degli imbarchi e si risponda alla mia domanda (che tra l’altro la gente comune già si pone da tempo, ovviamente senza ricevere risposte dalla nomenklatura politica). Ponendosi quella domanda, si comincerà a capire la natura mostruosa del crimine rappresentato dal traffico di esseri umani e dalla rete degli imbarchi.
La ex pseudosinistra, divenuta nel frattempo semplice massa d'opinione progressista, è totalmente in malafede col suo piagnisteo su chi muore durante i viaggi organizzati dai trafficanti di esseri umani. Non avendo più ideali di emancipazione sociale in cui credere, si affida al buonismo umanitario che, come spesso è accaduto nella storia dell'umanità (dalle riserve con vaccinazione antivaiolo per i nativi americani all'odierno traffico assistito di esseri umani) serve solo a nascondere il senso di colpa individuale e collettivo nei confronti di Paesi che sono stati rovinati proprio dalle politiche colonialistiche, prima, e imperialistiche, poi, di quegli stessi Stati dei quali ora si vorrebbe diventare sudditi.

La mia posizione, se fossi ministro degli Interni in un governo anticapitalistico, sarebbe di organizzare delle task-force che, con o senza permesso dei libici, vadano ad aspettare i trafficanti appena fuori delle acque territoriali e li ammazzino uno per uno, salvando e portando in Italia gli immigrati che stanno sui barconi.  Lo sterminio dei trafficanti è indispensabile per impedire loro che ricostruiscano la rete o spostino altrove il traffico. E la loro eliminazione, fatta in acque internazionali non creerebbe grandi problemi giuridici. E comunque, a mali estremi estremi rimedi: uccidendo qualche centinaio di trafficanti si salverebbero decine di migliaia di vite umane e si porrebbe termine al sogno artificialmente indotto di poter raggiungere l'Europa «clandestinamente» via mare e dietro pagamento di tangenti alle mafie di vario genere.
Dei trafficanti risparmierei la vita solo a quelli disposti a indicare i nomi che compongono la filiera del traffico, dalla manovalanza fino ai vertici (quelli che la organizzano e ci hanno già guadagnato negli anni miliardi di euro).  Il traffico finirebbe nel giro di poche ore e si dimostrerebbe per quello che è: una tratta di esseri umani organizzata internazionalmente con complicità negli apparati statali di vari paesi africani e asiatici oltre che dell'Italia, e col sostegno «morale» degli utili idioti.

Quindi prego di dare la massima circolazione alla lettera di Fred Kuwormu, perché il suo contenuto non potrebbe essere più giusto e più utile per frenare la complicità «umanitaria» del mondo «progressista» con i trafficanti di esseri umani.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

lunedì 21 gennaio 2019

Cospirazionismo e analisi


Prima che la NATO bollasse come «cospirazionista» ogni ricerca sugli attentati dell’11 settembre 2001, gli interrogativi di Thierry Meyssan erano considerati legittimi. Questa è una trasmissione del 2002 della catena d’informazione continua LCI.
Domanda/Edizioni Demi-luneInnanzitutto, grazie Meyssan per aver accettato quest’intervista, il cui obiettivo è spiegare ai suoi lettori, e non solo, la coerenza della sua produzione editoriale. In seguito alla pubblicazione di Sotto i nostri occhi, abbiamo ritenuto importante rieditare L’Effroyable Imposture 2, un’opera fondamentale purtroppo esaurita; la nuova edizione è uscita a ottobre scorso, sicché i suoi ultimi tre lavori sono ora disponibili nella collezione Résistences. Gli internauti che leggono Rete Voltaire conoscono l’importanza del suo lavoro e ne sanno valutare la cospicua portata; ma per gli altri lei è il “polemista” dell’11 Settembre e, per i suoi detrattori (ossia i media atlantisti nel complesso o, per essere più precisi, i direttori di giornale, i capo-redattori e gli editocrati), un pericoloso «cospirazionista», addirittura il «gran sacerdote delle teorie del complotto». Lei come si definirebbe?
Thierry Meyssan: Un analista di relazioni internazionali. Provengo dal mondo politico francese. Per 12 anni sono stato segretario nazionale di un partito di governo, quello di Jean Moulin. Come lui sono radicalmente repubblicano, nel senso di «votato all’interesse generale». Per questo motivo non ho taciuto quando il governo di George W. Bush ha presentato la sua versione degli attentati dell’11 Settembre. Sono stato immediatamente oggetto di pressioni, cui mi sono rifiutato di sottostare. Inizialmente ho avuto la fortuna di beneficiare della protezione del presidente Chirac; dopo l’elezione di Nicolas Sarkozy, invece, uno dei servizi di Stato ha ricevuto l’ordine di eliminarmi. Piuttosto che chinare la testa, ho preferito lasciare tutto e andare in esilio. Dopo qualche mese, ho cercato di capire a quale potere avessi dato fastidio. Ho coltivato relazioni già consolidate con leader come il presidente venezuelano Hugo Chavez e ne ho allacciate altre, per esempio con il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. A poco a poco ho acquisito riconoscimento in ambienti professionali – diplomatici, militari e politici – del mondo intero. Certamente ci sono moltissimi esperti migliori di me, ma operano all’interno di governi e non pubblicano i propri lavori. Sono l’unico ad aver avuto esperienze di governo in diversi Paesi e ad avere scritto sulla stampa di molti Paesi.
DomandaCi vuole malafede inaudita per definire «teorici del complotto» quanti mettano in dubbio la versione ufficiale degli attentati; una versione che asserisce che gli attentati terroristi contro gli USA sono stati appunto risultato di un complotto, di cui il responsabile è Al Qaeda di Bin Laden! Si può dire senza pericolo di esagerare che, secondo i media, chiunque non aderisca ciecamente alla versione di un’amministrazione criminale – che ha fatto due guerre illegali, instaurato la detenzione permanente e la tortura, nonché mentito compulsivamente e ripetutamente all’intera comunità mondiale – è un «teorico del complotto».
Thierry Meyssan: Sin dall’inizio non ho accettato la tesi che a far cadere le Torri Gemelle fossero stati aerei di linea; che un aereo avesse colpito il Pentagono; che individui che non risultavano sulle liste d’imbarco avessero piratato degli aerei; che una terza Torre fosse crollata per mimetismo. Il mio atteggiamento sin dall’inizio non collima con quello che, prima dell’11 Settembre, gli universitari definivano «teoria del complotto», ossia il rifiuto, per principio, che gli avvenimenti possano essere in contraddizione con la propria visione del mondo. È la volontà di resistere, non razionale ma ragionevole, che mi ha spinto a riflettere.
DomandaTuttavia, il sottotitolo dell’ultimo libro, Dall’11-Settembre a Donald Trump, sembrerebbe dare ragione ai suoi nemici, che si compiacciono a presentarla come un teorico del complotto con una fissazione per gli attentati dell’11 Settembre… Ed è un fatto innegabile, benché si abbia talvolta la tendenza a dimenticarlo, che questi attentati hanno «cambiato il mondo».
Thierry Meyssan: Tutti gli storici sono concordi nell’affermare che l’11 Settembre ha segnato un cambiamento radicale nella politica internazionale, altrettanto importante della dissoluzione dell’Unione Sovietica.
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DomandaComunque sia, per i più, che siano supporter o detrattori, lei rimane il giornalista che ha diffuso a livello planetario il dubbio sulla responsabilità dei fatti, colui che ha affermato che nessun Boeing è caduto sul Pentagono… Nella riedizione de L’incredibile menzogna non abbiamo ripreso questa frase choc dell’edizione originale: ci è sembrato che avrebbe sminuito l’obiettivo generale dell’opera, ben più vasto e ricco. Infatti, sin da marzo 2012, ossia un anno prima dell’invasione illegale dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, lei aveva previsto quanto stava per accadere: dall’invasione dell’Iraq all’avvio della «guerra senza fine». Il men che si possa dire è che non gliene è stato riconosciuto il merito…
Thierry Meyssan: Innanzitutto, il mio lavoro fu sottovalutato negli Stati Uniti, dove la gente ha aspettato parecchi anni prima di porsi i quesiti che io mi sono immediatamente posto. E poi distinguiamo due cose: il mezzo che ho usato per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulla menzogna dell’amministrazione Bush e lo studio della direzione imperialista che quest’amministrazione stava imboccando.

L’aereo sul Pentagono non era il soggetto del mio libro

Dimostrare a tutti che nessun aereo aveva colpito il Pentagono era un mezzo semplice e verificabile per mettere in risalto la manipolazione dell’amministrazione Bush. Non era però il soggetto del mio libro. Il vero soggetto era l’imposizione negli Stati Uniti di un sistema di sorveglianza, il Patriot Act, e il perseguimento di una «Guerra senza fine», secondo l’espressione usata dallo stesso Bush; guerra che da allora vediamo imperversare sotto i nostri occhi.
Mi mancavano molti elementi, che solo in seguito ho potuto analizzare, ma ne avevo a sufficienza per prevedere quel che sta accadendo oggi. Molti sono stati infastiditi, non dal mio ragionamento, ma dalle mie conclusioni. Per esempio, Le Mondemi ha rimproverato di sostenere solo per «antiamericanismo» che Washington avrebbe attaccato Bagdad. Secondo il quotidiano, gli Stati Uniti avevano già attaccato l’Iraq con Bush padre ed era una mia fissa credere che lo avrebbero rifatto. Dimenticando le accuse della prima ora, lo stesso giornale oggi mi accusa di essere filo-Trump, quindi «filo-americano».
In particolare, alcuni dei miei detrattori hanno tratto conclusioni assurde dalle mie opere, che probabilmente non hanno letto: rifiutando il fatto che Al Qaeda fosse l’ideatrice degli attentati, cercavo di minimizzare la minaccia islamista. L’ultimo mio libro, Sotto i nostri occhi, dimostra esattamente il contrario: penso che bisogna combattere gli islamisti per quanto fanno, e non per quanto gli viene falsamente attribuito. Per «islamista» non intendo i credenti di religione mussulmana, bensì l’ideologia politica della Confraternita dei Fratelli Mussulmani.
DomandaDifatti, sembra che nessuno abbia preso sul serio il presidente Bush quando dichiarava che gli Stati Uniti avrebbero ingaggiato una «guerra contro il terrore» che, diversamente dalle guerre moderne, avrebbe potuto durare un’intera generazione, persino oltre. Sembrava un’idea delirante, ebbene eccoci qui, 17 anni dopo, in un mondo in cui i conflitti e i teatri di guerra non hanno fatto che accumularsi.
Thierry Meyssan: Allora non si conoscevano i lavori dell’ammiraglio Arthur Cebrowski. Certo, egli già teneva conferenze in tutte le accademie militari USA, ma il suo pensiero è stato divulgato pubblicamente nel 2003 da Vanity Fair e, soprattutto, per mezzo di un libro del suo assistente, Thomas Barnett, pubblicato nel 2004.
L’idea generale è che, scomparsa l’Unione Sovietica, non ci saranno più amici o nemici, solo persone che accettano o non accettano di entrare in affari con gli Stati Uniti. Il Pentagono non dovrà più fare guerre contro grandi potenze, bensì instaurare un ordine mondiale compatibile con la globalizzazione finanziaria. Cebrowski divide il mondo in due parti: da un lato gli Stati stabili, inseriti nell’economia globale, dall’altro i rimanenti; stabilisce che gli Stati Uniti non faranno più guerre per accaparrarsi risorse, al contrario presidieranno l’accesso da parte dei Paesi globalizzati alle risorse naturali delle zone non globalizzate. Conclude che basterà infine distruggere le strutture statali della parte del mondo che può essere sfruttata per impedirle di difendersi.
Quando ho letto il libro di Barnett – che ci gira intorno prima di arrivare alla conclusione – non volevo crederci. Era cinico e crudele. Quando, dopo qualche anno l’ho riletto, vi ho trovato descritto quello che vedevo con i miei occhi: la distruzione del Medio Oriente Allargato.
DomandaNe L’incredibile menzogna lei ricordava che il rovesciamento dei talebani e l’invasione dell’Afghanistan, presentati come risposta agli attentati, in realtà erano stati concepiti e preparati prima.
Thierry Meyssan: Tutti hanno notato che il leader tagiko Ahmed Chah Massoud è stato assassinato appena prima degli attentati. Ma nessuno ha avuto tempo di chiedersi il perché: gli avvenimenti incalzavano, gli attentati avevano colpito gli Stati Uniti e già Washington e Londra attaccavano l’Afghanistan. In realtà, nei mesi precedenti, a Berlino e a Ginevra, c’erano stati negoziati, che però erano falliti. Rientrando a Islamabad, il rappresentante del Pakistan aveva annunciato che il Paese doveva prepararsi perché la guerra con l’Afghanistan era inevitabile. Washington e Londra hanno ammassato truppe nella regione. Poi è arrivato l’11 Settembre: la giustificazione ritenuta da tutti sacrosanta della guerra coloniale già in preparazione.
Domanda: Anche le dichiarazioni del generale Wesley Clark, a marzo e ottobre 2007, sui sette Paesi che dovevano essere attaccati e distrutti dagli Stati Uniti, rivelano che la lista era stata stilata all’indomani degli attentati. Ebbene, ognuno di questi Paesi (Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran) è stato poi vittima di una guerra, di un tentativo di rovesciamento di regime, o di un’invasione, di bombardamenti, di distruzioni, di smembramenti, di destabilizzazioni o di embargo… Le dichiarazioni di Clark, ex comandante supremo della NATO, che i media non potevano certo accusare di “cospirazionismo”, sono passate sotto silenzio; soltanto i siti alternativi le hanno riportate. Il che equivale a dire che il grande pubblico ne è stato tenuto all’oscuro…

Registrazione nel 2006 della prima testimonianza pubblica del generale Wesley Clark, ex comandante supremo della NATO, sui piani del Pentagono per gli anni a venire.
Thierry Meyssan: Clark si riferiva a una discussione avvenuta al Pentagono subito dopo l’11 Settembre. Si trattava, di fatto, dell’applicazione della dottrina Cebrowski al Medio Oriente Allargato. Anche Clark al momento non vi ha creduto, l’ha capito a cose fatte.
Scrissi degli orrori di cui era responsabile Clark quando bombardava la Jugoslavia. Ho scoperto in seguito che era un uomo rispettabile che aveva fatto carriera in un sistema mostruoso. Nel 2011 mi ha salvato la vita.
DomandaRivedendo questo video, sono stato colpito da quanto affermato da Clark all’inizio (e alla fine) senza giri di parole! Parla letteralmente di un colpo di Stato politico che c’è stato subito dopo l’11 Settembre, a opera dei membri del PNAC. È un’affermazione non dissimile dalla sua analisi, salvo che lei pensa che il colpo di Stato sia stato l’11 Settembre stesso…
Thierry Meyssan: Il generale Clark pensava di presentarsi alle elezioni presidenziali. Quindi non era libero di parlare con franchezza.
DomandaDal 2002 lei non esiste più per i media e i politici francesi… L’hanno bandita dal dibattito pubblico. Ne riparleremo dopo, a proposito delle fake news. Altro punto essenziale affrontato ne L’incredibile menzogna è il ruolo che, all’indomani dell’11 Settembre, la religione ha improvvisamente assunto nella (geo)politica statunitense…
Thierry Meyssan: No. Per i responsabili politici francesi io continuo a esistere. La maggior parte di loro mi combatte, però con molti ho relazioni epistolari.
Per quanto concerne il ruolo della religione, questa ha sostituito le ideologie politiche della Guerra Fredda. Siamo più attenti al ruolo del giudaesimo e dell’islam che a quello del buddismo o dello scintoismo, però sono tutte religioni che oggi fungono da vettori di ambizioni politiche.
Non parliamo degli evangelici che, in nome del proprio credo, sostengono qualunque decisione del Likud, citando passaggi dell’Antico Testamento; questi temi però nei Vangeli non ci sono. O anche dei mussulmani che condannano i crimini di Daesh, pur considerandola un’organizzazione mussulmana.
DomandaIl controllo delle risorse energetiche fossili ha giocato un ruolo fondamentale nella decisione d’invadere l’Iraq (poi la Libia e anche la Siria). L’amministrazione Bush-Cheney era allora certa dell’imminenza del picco petrolifero. Wesley Clark si è espresso sulla questione, lo ha fatto anche Alan Greenspan, ex direttore della Federal Reserve («Rimuovere Saddam Hussein era fondamentale per l’approvvigionamento mondiale»). In Sotto i nostri occhi, non senza ironia, lei ricorda che il primo nome dato all’invasione dell’Iraq fu Operation Iraqi Liberation, ma che, a causa dell’acronimo troppo rivelatore (oil significa petrolio), fu subito rinominata Operation Iraqi Freedom. Tuttavia, per l’inconscio collettivo giornalistico, così come per la Storia e, in ogni caso, per la narrazione ufficiale, questa guerra è stata sia frutto di errori di giudizio (per non dire di menzogne) sulle armi di distruzione di massa della coppia Bush-Blair, sia della cecità politica nel «voler esportare la democrazia in Iraq».

Alan Greenspan, ex direttore della Federal Reserve, prende atto che le armi di distruzione di massa furono un pretesto per fare la guerra all’Iraq. Secondo Greenspan, se il movente era altrove, il petrolio era comunque un elemento centrale.
Thierry Meyssan: Non in quello consistettero gli errori di giudizio. La guerra all’Iraq non ha alcuna relazione con le giustificazioni pubblicamente dichiarate. Il ricordo stesso che abbiamo è alterato.
Le ragioni esposte dal segretario di Stato Colin Powell alle Nazioni Unite non consistevano soltanto nelle pretese armi di distruzione di massa irachene, una diretta minaccia agli Stati Uniti, ma anche nella responsabilità dell’Iraq negli attentati dell’11 Settembre. Questa menzogna è stata sradicata dalla memoria collettiva, è una giustificazione che ricordiamo solo per la guerra all’Afghanistan.
Certamente la posta in gioco nelle guerre d’Iraq, Libia e Siria è il petrolio. L’amministrazione Bush pensava che ci sarebbe stata penuria di petrolio a breve, entro due o tre anni. Questo timore oggi è sparito. I dirigenti statunitensi erano acciecati dal malthusianesimo, che professano dai tempi del Club di Roma.
Questi conflitti non erano guerre per accaparrarsi risorse per gli Stati Uniti. Del resto, nella frase da lei citata, Greenspan parla di garantire l’approvvigionamento mondiale, non quello degli Stati Uniti, e nemmeno dei loro alleati, come invece fece il presidente Carter nel 1979. Si tratta della dottrina Cebrowski: il controllo da parte del Pentagono dell’accesso dei Paesi ricchi (Cina e Russia comprese) alle risorse naturali della regione.

I giornalisti sono il clero della religione dominante

DomandaInsomma, tutto il piccolo mondo mediatico e politico francese sembra dimenticare (o finge d’ignorare) che per il diritto internazionale questa guerra era illegale! È una delle principali ragioni che mi hanno indotto a pubblicare Les Guerres illégales de l’OTAN, dello storico Daniele Ganser. I media francesi semplicemente non prendono mai in considerazione il concetto di diritto internazionale (e questo vale anche per le guerre contro la Libia e la Siria).
Thierry Meyssan: È molto difficile per un governo alleato degli Stati Uniti qualificare illegali le guerre USA. Charles De Gaulle se lo permise nel discorso di Phnom Penh, Jacques Chirac ha preferito sottolineare che le guerre sono «la peggiore delle soluzioni».
Con ogni evidenza, la maggior parte dei media francesi non è capace di pensare con la propria testa. Del resto, i giornalisti non sono più analisti, sono semplici commentatori. In passato “giornalista” non era un mestiere, ma un mezzo per diffondere il proprio pensiero. Dagli anni Ottanta, i proprietari di giornali hanno creato le scuole di giornalismo. Qui i futuri dipendenti vengono formati a lavorare sui dispacci d’agenzia, senza contestarli. Questi “giornalisti” professionisti sono una casta omogenea, diventata il clero della religione dominante. Ignorano molte cose, tra cui il diritto internazionale, sebbene lo abbiano elaborato francesi e russi. Abbiamo assistito a una drastica caduta del livello intellettuale delle élite del nostro Paese; un processo che sta per invertire la rotta sotto la spinta dell’attuale rivolta. Ora i cittadini discutono di nuovo dell’interesse comune. Dimostrano una maturità politica che non hanno né i giornalisti né i politici al governo. I media saranno costretti ad assumere di nuovo giornalisti competenti.
È un problema ricorrente nella nostra storia. Il primo giornale francese, La Gazette, nel XVII secolo era diretto da Théophraste Renaudot per conto del cardinale Richelieu. Era un “giornalista professionista”. Ma soltanto personalità del calibro di Voltaire, che denunciò la condanna del cavaliere de La Barre, o di Zola, che denunciò quella del capitano Dreyfus, sono per me veri giornalisti.
DomandaSenza temere di cadere nell’ingenuità, non si può non essere sconvolti dal fatto che Bush, Cheney, Rumsfeld e Blair non sono mai stati inquisiti per i crimini commessi; ma quel che è davvero scandaloso è che a novembre 2014 Blair sia stato accolto con tutti gli onori alla radio nazionale, che lo ha presentato come «l’invitato d’eccezione di Patrick Cohen». È assolutamente ignobile. Le decisioni di quest’uomo hanno contribuito alla morte di centinaia di migliaia di persone!
Thierry Meyssan: Non penso sia giusto giudicare e condannare personalmente dirigenti politici per crimini commessi per conto di gruppi d’interesse. D’altra parte, ritengo indispensabile lavare i panni sporchi in pubblico, ma non di ritenere tale o talaltra personalità personalmente responsabile per errori strutturali. Certamente, Bush, Cheney e accoliti sono dei criminali e le loro vittime possono pretendere che vengano giudicati. Questo però non avrà alcun effetto politico.
Secondo me, la Rivoluzione Francese è finita con la decapitazione del re. Luigi XVI aveva tradito la patria e meritava il disonore, ma non era responsabile delle strutture ereditate dall’Ancien Régime e non avrebbe dovuto esserne il capro espiatorio. Era la posizione di Thomas Paine, l’iniziatore dell’indipendenza degli Stati Uniti, diventato poi deputato alla Convenzione. Esaltando la morte del re, Robespierre ha invece bloccato la trasformazione della società francese e si è lanciato in una sanguinosa corsa al Potere.
DomandaAllo stesso tempo, generalizzando, tutti quelli che si oppongono alle nuove guerre imperialiste vengono stigmatizzati come «cospirazionisti», individui nefasti, persino pericolosi per la società, esclusi dal dibattito pubblico. Ecco uno straordinario rovesciamento della realtà!
Thierry Meyssan: È meno doloroso di quando i sovietici mandavano gli oppositori negli ospedali psichiatrici, ma non è diverso.
(segue…)
https://www.voltairenet.org/article204742.html

giovedì 17 gennaio 2019

Giù le mani da Evo Morales: la sinistra post-marxista si allinea alla propaganda imperialista, di Stefano Zecchinelli

‘’Commemoriamo la nascita di Hugo Chavez, compagno di lotta, militare patriota e statista che ha concepito la rivoluzione del XXI secolo. La tua voce vibrante ha respinto l’imperialismo e ora torna in vita attraverso la lotta rivoluzionaria dei popoli’’ Evo Morales

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La sinistra post-marxista non ha risparmiato ingiuste accuse di tradimento al presidente boliviano Evo Morales, causa l’estradizione dell’ex terrorista Cesare Battisti. L’accaduto deve essere contestualizzato – e spiegato in termini (geo)politici – partendo da una triplice prospettiva, ignorata da quasi tutti gli analisti alternativi.

Guerriglia o terrorismo?

Nel 2007, Morales concesse asilo politico a Walter Sanchez vicino alla guerriglia castrista del MRTA. Il socialista boliviano ha cambiato rotta? La risposta è no. Gli antimperialisti sudamericani hanno da sempre rifiutato l’assimilazione delle guerriglie filo-cubane col militarismo europeo assolutamente alieno alla (reale) conflittualità sociale. Le stesse Brigate Rosse, ripiegando sulla teoria del SIM (Stato Imperialistico delle Multinazionali), rimossero la centralità dell’imperialismo USA – messo sullo stesso piano d’un inesistente social-imperialismo sovietico – scontando le pesanti responsabilità di Washington. L’eurocentrismo connotò organizzazioni le quali, alla prova dei fatti, devo ritenerle metodicamente anti-marxiste.
Un importante riferimento teorico è la posizione di James Petras sugli scritti militari di Ernesto Guevara: ‘’In primo luogo il Che ha descritto dettagliatamente le condizioni in cui la lotta armata è necessaria: la dittatura (la Cuba di Batista, la Bolivia di Barrientos), le invasioni imperialiste (Vietnam, Guatemala), dittatori coloniali/neocoloniali (Congo, Zaire). Qualcuna di queste condizioni è presente oggi in alcuni paesi dell'America Latina (Perù, Colombia, Messico)’’ 1. Nessuna delle condizioni indicate da Petras e Guevara trovarono riscontro nei contesti italiano, francese oppure tedesco degli anni ’70 e ‘80, quindi chi trasse vantaggio dalla sovrapposizione dello spontaneismo (terroristico) alla lotta di classe? La risposta mi sembra ovvia: il centrismo atlantico, demolitore dello statalismo sociale.
Prosegue Petras: ‘’il Che concettualizza l'imperialismo come un fenomeno storico contraddittorio, la cui espansione produce conflitti nazionali/di classe che portano al suo declino. I globalisti invece hanno una concezione lineare dell'espansione capitalista, che nel suo consolidamento produce un nuovo ordine mondiale. Nella sua forma estrema (e reazionaria) i globalisti concepiscono il divenire del capitalismo come un "sistema capitalistico mondiale" autoperpetuantesi, in cui gli unici cambiamenti avvengono in diversi luoghi all'interno del sistema’’. L’impostazione teorica dei terroristi di ‘’sinistra’’, influenzata dagli scritti di Toni Negri (oramai del tutto organico al neoliberismo), elimina la centralità dello stato, il cuore pulsante del potere imperialista statunitense. In questa prospettiva, la (falsa)guerriglia urbana occidentale entrò in rotta di collisione coi lavori teorici di Lenin, Guevara e Fidel Castro mettendo a punto una periodizzazione del capitalismo indulgente verso l’americanismo. Passiamo adesso al ‘’caso Battisti’’ (irrilevante) e alla denigrazione del governo boliviano (inaccettabile).

Cesare Battisti e i neoconservatori francesi in Siria

La Bolivia è una nazione antimperialista alleata della Repubblica Islamica dell’Iran e della Siria panaraba. Evo Morales ha salutato la sconfitta di Washington contro il governo nazionalista di Damasco: ‘’Trump canta vittoria nel momento del ritiro delle sue truppe che hanno invaso la Siria senza autorizzazione del suo Congresso né del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ma la vera vittoria è del popolo siriano, degno e sovrano. Gli Stati Uniti devo imparare a rispettare la legge e ritirasi da Iraq e Afghanistan’’ 2. Dall’altra parte, Battisti, in linea col pensiero di Bernard Henry Levy, non ha perso l'occasione per solidarizzare coi ribelli islamisti della CIA, snocciolando una ideologia politica anarcoide tipica della tradizione anglosassone. Perché la Bolivia avrebbe dovuto ignorare l’amicizia di Battisti con Levy, promotore delle sovversioni islamista e neofascista in Siria e Venezuela? L’ex terrorista, non ha nessuna affinità politica col governo antimperialista di La Paz, la sinistra post-marxista deve convincersi di questo.

Cesare Battisti mostra la bandiera del mandato coloniale francese in Siria

Il socialista Evo Morales non ha tradito nessuno, mancano i presupposti per parlare di ciò; semplicemente, l’ex militante dei PAC è vicino ad un mondo ostile al nazionalismo antimperialista ed al populismo indios rivoluzionario. In conclusione, Cesare Battisti è un reazionario.

Bolivia: una nazione antimperialista e sovrana

La Paz sta affrontando una battaglia importante: ‘’il ritorno dell’ex presidente Gonzalo Sanchez de Lozada, rifugiato negli Stati Uniti, perché sia giudicato nelle patrie aule di giustizia’’ 3. Chi è questo losco figuro? Leggiamo: ‘’ Gonzalo Sanchez de Lozada, detto Goni, ha governato per la prima volta la Bolivia dal 1993 al 1997. Nel 2002 rivinse le elezioni, e nel 2003 ebbe una bella gatta da pelare: lo scoppio della cosiddetta Guerra del Gas. Il popolo boliviano chiedeva a gran voce che i proventi della vendita del gas dei giacimenti boliviani restassero nel Paese. Lo stesso Goni, durante il primo mandato, aveva però promosso una legge che ne destinava invece la maggior parte alle compagnie estere che arrivavano per estrarlo. I moti popolari furono violentissimi. Così forti che Goni ritenne fosse necessario dispiegare persino l’esercito a La Paz e nella vicina El Alto. Il risultato fu il cosiddetto Massacro di Ottobre, che fece 60 morti e 200 feriti. Odiatissimo dai boliviani, Goni fu costretto a fuggire dal Paese nello stesso anno 2003 con destinazione Miami, Florida’’. Perché mandare tutto all’aria nella difesa d’un uomo (Battisti) ostile alla prospettiva d’un mondo multipolare? La sinistra zombie non ha il senso delle relazioni internazionali soprattutto quando si tratta di spezzare l’unilateralismo nord-americano, il grande burattinaio.
Nel 2018, il blocco sociale indios s’è rafforzato mettendo la destra golpista con le spalle al muro. Dall’altra parte, la cooperazione militare Bolivia – Iran ha ridotto ai minimi termini i sogni di conquista di Trump, ponendo fine all’infiltrazione di bande armate filo-statunitensi nella regione. La speranza d’indipendenza latino-americana rimane aggrappata a pochi stati (Cuba, Messico, Nicaragua, Venezuela e Bolivia) per un orizzonte strategico condiviso.

Stefano Zecchinelli

martedì 15 gennaio 2019

Dugin e il duginismo all'interno della Russia, di Hari Har Dash

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Aleksandr Dugin con David Duke, ex membro del Ku Klux Klan


Introduzione

Dugin viene presentato quale mente strategica di Putin. Una favola che piace sia ai denigratori di Putin, per poterlo spacciare come dittatore ‘fascista’, sia a Dugin e seguaci, perché così ottengono un immeritato prestigio riflesso dalla figura del presidente russo, di cui in realtà sono nemici. Anche la storia che Dugin rappresenti la ‘filosofia politica’ alla base dell’Eurasiatismo è fasulla. Dugin non fa mai riferimento alla corrente del post-zarismo russo detta ‘Smena Vekh‘ o all’eurasiatismo russo vecchio e nuovo, che si tratti di Trubetskoj o di Gumiljov. Semmai riprende concetti ‘metapolitici’, ovvero considerazioni che si autosostengono senza dover ricorrere a dati economici, sociali e storici. Quindi abbiamo dei ‘geopolitici’, nell’ambiente duginista, che non hanno idea di cosa sia la Storia, la società dei Paesi che analizzerebbero, o dell’economia, ridotta a ‘corridoi energetici’, quindi appendice della geopolitica ‘metapolitica’, ovvero onirica ed ideologizzata.


E ciò si riverbera sul piano pratico attuale della politica internazionale. Le idee che avanzano e che promuovono Dugin e i suoi seguaci fanno a pugni con la geopolitica razionale di Mosca volta a costruire un mondo multipolare, incentrato sullo sviluppo delle relazioni politico-economiche nel nucleo multipolare tra Russia, India e Cina. Anzi, spesso l’ambiente duginista suscita aspre polemiche e posture che smentiscono l’intenzione di voler sostenere l’eventuale percorso intrapreso dalla dirigenza russa attuale.


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Aleksandr Dugin e il teorico neocon Brzezinski




Ad esempio, è da diversi mesi che i duginisti conducono un’inesplicabile polemica astiosa e violenta contro l’India, che viene dipinta come vendutasi agli Stati Uniti. Stesso discorso è ripreso contro il Vietnam, solo perché Obama vi aveva compiuto una visita, la prima di un presidente statunitense in 40 anni. Non viene risparmiato lo stesso Putin, definito velatamente un fantoccio di oligarchie e banche, di volta in volta accusato di essere circondato da quinta, sesta e persino settima colonna, nel tentativo palese di screditare e danneggiare l’immagine dell’esecutivo russo. Arrivando a denigrare figure di spicco dell’ambiente accademico geopolitico russo, molto vicini a Putin, che Dugin definisce agenti degli USA. La CIA non chiederebbe di meglio. In ciò non va trascurato anche l’aspetto umano di tali accuse all’ambiente putiniano. In fondo voleva accreditarsi come sorta di ‘Rasputin’ di Putin; ma ovviamente questa dirigenza l’ha respinto dopo un breve periodo di convergenze.

Concretamente, in tale visione grottesca dell”Eurasia’ duginista, si erge la figura di Erdogan, con i cui agenti Dugin ha stretti contatti. Erogan viene esaltato e celebrato quale combattente antiamericano, condonandogli in modo sfacciato 5 anni di guerra d’aggressione alla Siria e un imperialismo straccione che ha avuto come vittime diversi Paesi alleati e vicini alla Russia (Siria, Iraq, Armenia, Asia Centrale, Cina) se non la stessa Russia, dove Ankara finanzia e sostiene da sempre l’islamismo nel Caucaso del Nord. Tutto questo, sul piano della sostanza politica e geopolitica, per l’ambiente duginista non conta, volendo presentare Erdogan quale nuovo feroce nemico degli USA, in quanto mera vittima di un golpe che i dugnisti attribuiscono senza incertezze a Washington, anche se si basano solo sui propri desideri. Senza dimenticare che la politica di Erdogan, da ben 15 anni, abbattimento del cacciabombardiere russo compreso, viene dai duganisti assegnata in blocco a presunti gulenisti e agenti della CIA che agivano nell’assenza totale di consapevolezza di Erdogan. Una spiegazione grottesca che non fa una piega presso tale ambiente di settari ideologizzati. Difatti finora Ankara non ha ufficialmente accusato nessun funzionario statunitense, ma solo il vecchio sodale di Erdogan, Gulen. Quindi, il neo-ottomanismo di Erdogan viene arruolato dai duginisti nella costruzione del loro impero onirico, (onirismo che sta infettando sempre più cosiddetti siti d’informazione alternativa). E per preservare il nuovo idolo, nel tentativo di giustificare quest’improvvisa svolta pro-ottomanista e pro-islamista, i duginisti non esitano a denigrare perfino la Siria e le sue Forze Armate, diffondendo e legittimando la peggiore propaganda anti-siriana.

E non si creda che tale ‘impero onirico’ di Dugin corrisponda al Blocco multipolare che va formandosi in Eurasia e nel resto del mondo. Seguendo tali deliri onirici, l’ambiente duginista, ad esempio, è arrivato ad immaginare la restaurazione in Giappone di un sistema feudal-militarista, l’abolizione del parlamento, l’elevazione dell’imperatore ancora una volta a divinità, e infine creazione di un’alleanza tra tale ‘nuovo’ Giappone e Russia duginista per muovere guerra…. alla Cina popolare…. Dov’è in tutto questo il mondo multipolare e l’Eurasia antimperialista nell’impero onirico integralista schmittiano* di cui vaneggiano Dugin e sodali? In realtà, tutto ciò appare essere opera di sabotaggio ideologico e mediatico, oggettivo e forse soggettivo; ad esempio denigrando irresponsabilmente l’India, grande Paese amico della Russia da decenni, e con cui continuano ottimi rapporti a tutti i livelli; e perfino il Vietnam, altro grande alleato della Russia che ha subito lo stesso inverecondo trattamento da tale ambiente. E qualcuno si è spinto, tastando il terreno, a fare rumore su una presunta frattura tra Pechino e Mosca. Pessima aria spira nell”Imperium’ di Dugin e seguaci.

(Alessandro Lattanzio)

*(con la pedante ripetizione della sublimazione ‘filosofica’ e a-storica della suddivisione tra Terra e Mare, idea generata dall’ambiente nazista, consapevole della propria subalternità all’impero inglese a cui si concedeva il dominio degli oceani, dopo la sconfitta nel 1918 dell’imperialismo d’oltremare della Germania guglielmina).

Se Dugin viene talvolta associato al regime di Putin, in realtà l’odia considerando il presidente russo troppo liberale. Dugin stesso non crede nell’esistenza di quattro ideologie politiche. Per lui, ci sono sempre state solo tre ideologie: comunismo, liberalismo e fascismo, e Dugin mette il neo-eurasiatismo in quest’ultima categoria.
I principali punti di Dugin sul fascismo.








 1. Tre elementi della prossima dittatura:




1) il Partito Russia Unita la cui ideologia è debole va sostituito col neo-eurasiatismo, cioè il fascismo;

2) la Camera pubblica che, su “richiesta del popolo”, chiederà a Russia Unita d’introdurre misure anti-costituzionali e antidemocratiche;

3) un movimento giovanile che formi il “commissario dell’autorità illegittima” per reprimere tutti coloro che si oppongono alla dittatura.

2. “Abbiamo avuto una dittatura liberale, quindi la prossima dittatura sarà illiberale. Abbiamo avuto una dittatura sovietica, ma ora è passata. Quale sarà la prossima? Indovinate la terza“.

3. I neo-eurasiatisti devono controllare due elementi della prossima dittatura: l’ideologia del partito Russia Unita e il movimento giovanile.

4. Essendo il fascismo considerato un male in Russia, il movimento giovanile neo-eurasiatista dovrebbe evitare di farsi chiamare “Hitlerjugend“, e usare nomi come “oprichnina”, dalla polizia segreta dello zar Ivan il Terribile.

Quando l’Ucraina avviò il conflitto, Dugin disse di voler attaccare l’Ucraina e uccidervi tutti e annetterla alla Russia. I neo-eurasiatisti cercano di sbarazzarsi di Putin e di creare uno Stato fascista totalitario, a tutti gli effetti. Dugin appare spesso in talk show politici di prima serata e scrive sui giornali.

Questo testo non offrirà una nuova visione della concezione di Dugin e delle sue opinioni politiche, anche se spera di contribuire a una visione scientifica di tale figura politica quale agente dalla Weltanschauung fascista.


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Aleksandr Dugin a un convegno dell'organizzazione neonazista CasaPound



Il pensiero geopolitico di Dugin è politicamente legato a colui che fu un tempo il principale geopolitico di Adolf Hitler, Haushofer. Sembra che sia un seguace di una ristretta corrente geopolitica, vale a dire la geopolitica fascista di Haushofer. La prima organizzazione spiccatamente socio-politica che Aleksandr Dugin raggiunse, impegnandosi in politica, fu l’associazione storico-patriottica ‘Pamjat‘ nota per l’antisemitismo centonerista. Prima di tale affiliazione, la sua visione del mondo si modellava sugli insegnamenti esoterici e metafisici cui fu introdotto quando era membro del ‘circolo Juzhinskij‘, o per usare le parole di uno dei suoi ex-membri, dell”underground schizoide intellettuale’. Tale circolo fu costituito negli anni ’60 intorno allo scrittore e poeta russo Jurij Mamleev, che risiedeva in due stanze di un appartamento condiviso su viale Juzhinskij, nel centro di Mosca.

Mamleev trasformò l’alloggio in un salotto letterario illegale dove un certo numero di volatili artisti, scrittori, poeti e intellettuali anti-sistema e non conformisti si riuniva per discussioni che avrebbero potuto danneggiare gli interessati. Il circolo Juzhinskij era evidentemente anti-sovietico, ma rimase in gran parte apolitico prima che Mamleev emigrasse negli Stati Uniti nel 1974. Pochi anni dopo un grande ‘fazione’ del circolo finì sotto l’influenza dello scrittore mistico, poeta e traduttore Evgenij Golovin. Quando Dugin aderì al circolo nel 1980, si legò a tale ‘fazione’. Nel circolo, Golovin propagò progressivamente occultismo, esoterismo, opere di René Guénon e di altri autori e, in seguito, la rivoluzione conservatrice e i classici fascisti ‘tradizionalisti integrali’. La ‘fazione’ di Golovin fu caratterizzata da una ‘filosofia che negava la realtà circostante come qualcosa di malvagia, ostile, erronea ed artificiale’. Per via dell’affiliazione di Dugin al circolo ‘Juzhinskij’ per la prima volta partecipò a un ‘movimento’ che percepiva la transitorietà del presente, possiamo supporre che in tale ‘movimento’ Dugin fu incoraggiato nella sua via alla sintesi confusa (mazeway resynthesis), che avrebbe imposto a seguaci e compagni di viaggio negli anni successivi.

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Dugin con il segretario della Lega Nord, il sionista Matteo Salvini







Quando Eltsin ascese al potere e dopo, quando Putin divenne presidente, sapeva che Putin poteva spedirlo in carcere, ma sapeva anche che se lo spediva in prigione gli USA avrebbero scatenato una rivoluzione religiosa facendo di Dugin un capro espiatorio. Non ha mai rinunciato a sfruttare il ‘tradizionalismo’ e l’occulto per la sua causa politica, usando l’approccio attivista di Julius Evola sfruttando la dottrina per scopi politici. Nel periodo sovietico Dugin fondò l'”Ordine Nero delle SS” basandosi sul nazismo. Ma suo padre era un generale dell’intelligence militare e Dugin non ebbe alcun problema su ciò. Da “figlio dell’élite” fu salvato dalla coscrizione nell’esercito sovietico.

Oggi è molto più popolare all’estero che in Russia. Dugin è bravo nelle lingue straniere, ne conosce 7-8 europee. Fu il primo nell’URSS che iniziò a leggere e tradurre massicciamente i testi dei cosiddetti “tradizionalisti” (Guenon, Crowley, Evola, ecc). La sua carriera si fonda su questo lavoro. Su FB ho incontrato molti suoi seguaci. Per lo più provengono da Germania, Portogallo, Italia, Grecia. Pochissimi dalla Russia. Dugin e i suoi seguaci sono supportati e sponsorizzati dalla cosiddetta “vecchia élite europea”.

Dugin: Il fascismo è il nazionalismo non ancora nazionalista, ma una rivoluzionaria, ribelle, romantica, idealistica (forma di nazionalismo) che si appella a un grande mito ed idea trascendente, cercando di mettere in pratica il sogno impossibile, dare vita alla società dell’eroe superumano, cambiando e trasformando il mondo.

Il simbolismo occulto svolge un altro ruolo importante nell’immaginazione ideologica. La freccia a otto punte di Dugin, simbolo ufficiale della sua organizzazione, fece la prima apparizione sulla copertina di Geopolitikij Osnovij, posta al centro dei contorni dell’Eurasia. Tale simbolo è una versione modificata della ‘Stella del Chaos’ e farebbe riferimento al ‘Chaos Magico’, una dottrina occulta basata sui testi di Crowley, Austin Osman Spare e Peter Carroll.

Sembra opportuno considerare il ‘Chaos Magico’ stesso un prodotto della via alla sintesi confusa. I ‘praticanti la magia del caos’ ammettono apertamente che ‘per loro, visioni del mondo, teorie, credenze, opinioni, abitudini e anche personalità sono strumenti che possono essere scelti arbitrariamente al fine di comprendere e manipolare il mondo che vedono e creano attorno a sé’. La ‘Star of Chaos’ è uno degli ‘strumenti’ simbolici adottati nei libri fantasy di Michael Moorcock, diffusa dai giochi di ruolo, in particolare della serie Warhammer40K.



 Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora