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mercoledì 4 marzo 2015

Dividere per comandare, di Manuel Freytas



La cosiddetta "guerra di genere" tra uomo e donna è una strategia per dividere le società e deviare  l’attenzione dai problemi di ingiustizia sociale di cui  soffrono (e sono vittime) sia gli uomini che le donne. Nel mondo dei paesi arabi islamici e come parte complementare della strategia di invasione militare, gli Stati Uniti e le potenze capitaliste centrali, attraverso un’ operazione di infiltrazione della  CIA e  delle grandi catene mediatiche internazionali, alimentano la ribellione femminista delle donne islamiche  contro le strutture storiche, sociali e culturali dell’islam. L'obiettivo è dividere internamente quelle società e appropriarsi dei  loro mercati e delle risorse strategiche, in particolare energia e petrolio. Nella zona occidentale al di fuori delle zone di conflitto militare, dove si controlla e si domina con la strategia della “democrazia, la pace e i diritti umani”, di divide la società al fine di neutralizzare le resistenze socialmente organizzate. Come parte centrale di questa strategia, si spingono a una guerra manipolata, le donne contro gli uomini. Utilizzando le tesi femministe alienate della “violenza di genere” (promosse dalle ONG della CIA). Con le teorie manipolative (sviluppate da sociologi e psicologi di sistema) di "anti-violenza"  deviano la società dai problemi centrali di ingiustizia sociale, della povertà, della fame, e dello sfruttamento mediante la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Questa strategia di divisione di uomini e donne con il femminismo e le dottrine della "violenza domestica" serve come una cortina di fumo per distogliere l'attenzione dal sistema di dominio su tutte le parti, compresa la testa umana. Nel frattempo, e mentre conducono la lotta "per la democrazia, contro la violenza", gli Stati Uniti e le potenze imperiali invadono paesi, massacrano massicciamente le popolazioni civili, assassinano con la fame e con le politiche di speculazione sugli alimenti, generano e fabbricano grande povertà con le loro economie di depredazione, sostenute solo dalla ricerca del libero scambio. Mentre fomentano la guerra e la divisione fra uomini e donne con lo scontro di genere, distruggono la comprensione della realtà del sistema di ingiustizia sociale in cui sono inseriti (e sono vittime) tanto gli uomini quanto le donne . Dividere e far scontrare l'uomo con la donna,  distruggere il cervello umano per regnare sulle ceneri dell'umanità sono le principali dinamiche strategiche e funzionali del sistema capitalistico su scala globale.

Traduzione dallo spagnolo di Costanza Lopez

venerdì 3 ottobre 2014

Il potere occulto: da dove nasce l’impunita’ di Israele? di Manuel Freytas

Fonte: voltairenet



La grande complicità internazionale con i massacri periodici israeliani non si creano per paura di Israele ma per paura di quello che lo stato ebraico rappresenta. Israele è il simbolo più emblematico, la patria territoriale del sionismo capitalista che controlla il mondo senza frontiere dagli uffici direttivi di banche e corporazioni transnazionali. Israele è fondamentalmente la rappresentazione nazionale di un potere globale sionista, che è padrone dello Stato di Israele tanto quanto degli Stati Uniti e degli altri Stati con le loro risorse naturali e sistemi economico-produttivi. E che controlla il pianeta attraverso le banche centrali, le grandi catene mediatiche e gli arsenali nucleari militari.


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Il potere occulto

Israele, è il più chiaro riferimento geografico del sistema capitalista transnazionalizzato che controlla dai governi ai sistemi economici produttivi e i grandi mass media, sia nei paesi centrali come nel mondo sottosviluppato e periferico.
Lo Stato ebraico, al di là della sua incidenza come Nazione, è il simbolo più rappresentativo di un potere mondiale controllato nelle sue molle decisive da un gruppo minoritario di origine ebraica e conformato da una struttura di strateghi e tecnocrati che operano le reti industriali, tecnologiche, militari, finanziarie e mediatiche del capitalismo transnazionale esteso nei 4 punti cardinali del pianeta.
Con una popolazione di circa 7,35 milioni di abitanti, Israele è l’unico Stato ebraico del mondo.
Ma quando parliamo d’Israele, parliamo prima di tutto di un disegno strategico di potere mondiale che lo protegge, interattivo e totalizzato, che si concentra attraverso una rete infinita di associazioni e vasi comunicanti tra il capitale finanziario, industriale e dei servizi che trasforma i paesi e governi in gerenze d’enclave.
La lobby sionista che sostiene e legittima l’esistenza d’Israele, non è uno Stato nel lontano Medio Oriente, ma un sistema di potere economico planetario (il sistema capitalista) di banche e corporazioni transnazionali con ebrei dominando la maggioranza dei pacchetti azionari o egemonizzando le decisioni dei gerenti dai loro posti di direttori e esecutori.
Chi si prende la briga di indagare i nomi dei membri dei direttivi o degli azionisti delle grandi corporazioni e delle banche transnazionali statunitensi ed europee che controllano dal commercio estero e interno fino ai sistemi economici produttivi dei paesi, sia centrali che “sottosviluppati” o “emergenti”, potrà facilmente verificare che (in una stupefacente maggioranza) sono di origine ebraica.
I direttivi e gli azionisti delle prime trenta mega aziende transnazionali e banche (le più grandi del mondo) che sono quotati negli indici Dow Jones di Wall Street, sono principalmente ebrei.
Megacorporazioni del capitalismo senza frontiere come Wal-Mart Stores, Walt Disney, Microsoft, Pfizer Inc, General Motors, Hewlett Packard, Home Depot, Honeywell, IBM, Intel Corporation, Johinson&Johnson, JP Morgan Chase, American International Group, American Express, AT & T, Boeing Co (armi), Caterpillar, Citigroup, Coca Cola, Dupont, Exxon Mobil (petrolifera), General Eletric, McDonald’s, Merck & Co., Protecter & Gamble, United Technologies, Verizon, sono controllate e/o dirette da capitali e persone di origine ebraica.
Queste corporazioni rappresentano la creme de la creme dei grandi consorzi transnazionali ebraicoo-sionisti che, attraverso la lobby esercitata dalle ambasciate statunitensi ed europee, dettano e condizionano la politica mondiale ed il comportamento di governi, eserciti o istituzioni mondiali ufficiali e private.
Sono i proprietari invisibili del pianeta: quelli che guidano i paesi e i presidenti con un telecomando, come se fossero burattini di ultima generazione.
Coloro che ricercano con questo stesso criterio, inoltre, i mass media, l’industria culturale o artistica, associazioni imprenditoriali, le organizzazioni sociali, fondazioni, organizzazioni professionali, ONG, sia nei paesi centrali come periferici, si sorprenderà della notevole incidenza di persone di origine ebraica nei posti decisionali più alti.
Le tre catene televisive principali degli USA (CNN, ABC, NBC e Fox), i tre giornali principali (Wall Street Journal, New York Times e Washington Post) sono controllati e guidati (attraverso il pacchetto azionario o di famiglie) da gruppi lobbisti ebrei, principalmente newyorkesi.
Allo stesso modo come le tre più influenti riviste (Newsweek, Time e New Yorker) e consorzi egemonici d’Internet come la Time-Warner (unitasi con America online) o Yahoo!, sono controllati da direttori e capitale ebraico che opera a livello delle reti e conglomerati allacciati ad altre aziende.
Colossi del cinema di Hollywood e dello spettacolo come Walt Disney Company, Warner Brothers, Comlumbia Pictures, Paramouth, 20th Century Fox, tra gli altri, formano parte di questa rete interattiva del capitale sionista imperialista.
La concentrazione del capitale mondiale in mega-gruppi o mega-compagnie controllate dal capitale sionista, in una proporzione schiacciante, rende possibile le decisioni planetarie di ogni tipo, nell’economia, nella società, nella vita politica, nella cultura, ecc. e rappresenta l’aspetto più caratterizzante della globalizzazione imposta dal potere mondiale del sistema capitalista imperiale.

L’obiettivo centrale espansivo di questo capitalismo sionista

transnazionalizzato è il controllo e il dominio (attraverso guerre di conquista o “sistemi democratici”) delle risorse naturali e dei sistemi economico-produttivi, in un’azione che i suoi sostenitori e teorici chiamano “politiche di mercato”.
Il capitalismo transazionale, su scala globale, è il proprietario degli stati e delle loro risorse e sistemi economico-produttivi, non soltanto del mondo dipendente, ma anche dei paesi capitalisti centrali. Così i governi dipendenti e centrali sono gerenze d’enclave (di sinistra o di destra) che con varianti discorsive realizzano lo stesso programma economico e le stesse linee strategiche di controllo politico e sociale.
Questo capitalismo transnazionale “senza frontiere” della lobby sionista che sostiene lo Stato d’Israele si basa su due pilastri fondamentali:
* la speculazione finanziaria informatizzata (con base territoriale a Wall Street) e la tecnologia militare-industriale di ultima generazione (la cui massima espressione di sviluppo si concentra nel Complesso Militare Industriale degli USA).
La lobby sionista internazionale, sulla quale si basano i pilastri esistenziali dello Stato d’Israele, controlla dai governi, eserciti, polizia, strutture economico produttive, sistemi finanziari, sistemi politici, strutture tecnologiche e scientifiche, strutture socio-culturali, strutture mediatiche internazionali, fino al potere della polizia mondiale fondato sugli arsenali nucleari, i complessi militari industriali e gli apparati di dispiegamento militare degli USA e delle potenze centrali.
Questo potere, e non lo Stato d’Israele, è ciò che temono i presidenti, politici, giornalisti ed intellettuali che tacciono o deformano giornalmente i genocidi d’Israele in Medio Oriente, intimoriti dal rimanere sepolti a vita sotto la lapide dell’”antisemitismo”.

La Lobby imperiale

La lobby sionista pro-israeliana, la rete del potere occulto che controlla la Casa Bianca, il Pentagono e la Federal Reserve, non prega nelle sinagoghe ma nella Cattedrale di Wall Street. Un dettaglio di cui tener conto, per non confondere la religione con il mito e l’affare. Quando si riferiscono alla lobby sionista (che chiamano lobby pro-israeliana) la maggior parte degli esperti ed analisti parlano di un gruppo di funzionari e tecnocrati, nelle cui mani c’è il disegno e l’esecuzione della politica militare nordamericana.
A questa lobby di pressione viene attribuito l’obiettivo strategico permanente di imporre l’agenda militare e gli interessi politici e geopolitici del governo e lo Stato d’Israele nella politica estera degli USA. Come definizione, la lobby pro-israeliana, è una gigantesca macchina di pressione economica e politica che opera simultaneamente in tutte le fasce del potere istituzionale statunitense: la Casa Bianca, il Congresso, il Pentagono, il Dipartimento di Stato, la CIA e agenzie della comunità dell’intelligence, tra i più importanti.
Per mezzo dell’uso politico del suo potere finanziario, della sua strategica posizione nei centri decisionali, i gruppi finanziari della lobby esercitano un’influenza decisiva nella politica interna e estera degli USA, la prima potenza imperiale, oltre al suo ruolo dominante nel finanziamento dei partiti politici, dei candidati presidenti e dei congressisti. A livello imperiale, il potere finanziario della lobby si esprime principalmente attraverso la Federal Reserve degli USA, un organismo chiave per la concentrazione e la riproduzione del capitale speculativo a livello planetario.
Il cuore della lobby sionista statunitense è il potente settore finanziario di Wall Street che ha implicazioni dirette e la partecipazione alla nomina di funzionari chiave del governo degli Stati Uniti e organi di controllo della politica monetaria e degli enti creditizi (nazionali e internazionali) con sede in Washington e New York.
Gli organismi economico finanziari internazionali come la OCDE, la Banca Mondiale, il FMI, sono sotto diretto controllo delle banche centrali e dei governi degli USA e delle potenze controllate dalla lobby sionista internazionale (Gran Bretagna, Germania, Francia, Giappone tra le più importanti).
Organizzazioni e alleanze internazionali come l’ONU, il Consiglio di Sicurezza e la NATO sono controllati dall’asse sionista USA-UE, le cui potenze centrali sono quelle che garantiscono l’impunità degli stermini militari d’Israele in Medio Oriente, come è successo con l’ultimo massacro degli attivisti solidali con il popolo di Gaza.
Le principali istituzioni finanziarie della lobby (Goldman Sachs, Morgan Stanley, Lehman Brothers, ecc) e le banche principali (Citigroup, JP Morgan, Merrill Lynch, ecc) influiscono in modo decisivo alla nomina dei titolari della Federal Reserve, il Tesoro e la segretaria del Commercio, oltre ai direttori della BM e del FMI.

Il mito dell’ ”antisemitismo”

Questo fenomeno di “potere capitalista mondiale” ebraico, e non Israele, è cioò che temono presidenti, politici, giornalisti ed intellettuali che evitano puntigliosamente di condannare o nominare nei giornali i genocidi militari di Israele a Gaza, ripetendo quello che hanno già fatto durante il massacro israeliano in Libano nel 2006. La grande complicità internazionale con i periodici massacri israeliani non si creano per paura dello Stato d’Israele ma per paura di quello che lo Stato d’Israele rappresenta.
Non si tratta d’Israele, uno Stato sionista in più, ma del “Grande Israele”, la patria del giudaismo mondiale (con territorio rubato ai palestinesi), della quale tutti gli ebrei del mondo si sentono i suoi figli prodigi sparsi nel mondo. Non si tratta d’Israele ma delle potenti organizzazioni e comunità giudaiche mondiali che hanno appoggiato in toto il genocidio militare d’Israele su Gaza, che usano il loro potere e “scala di prestigio” (costruita attraverso la loro vittimizzazione storica dell’Olocausto) per trasformare in un lebbroso sociale chi osa criticare o alzare la voce contro lo sterminio militare israeliano a Gaza.
I governi del mondo capitalista, i giornalisti, intellettuali, organizzazioni sindacali e sociali non hanno paura d’Israele, ma della loro lapidazione sociale come “antisemiti” ( parola con cui viene chiamato chi sfida e/o denuncia il sionismo ebreo).
Non temono lo Stato d’Israele ma ai figli d’Israele camuffati nei grandi centri decisionali del potere mondiale, principalmente economici- finanziari e mediatico-culturali.
I politici, intellettuali e giornalisti del sistema non temono Israele ma temono i mass media, organizzazioni e aziende ebraiche e la loro influenza sui governi e processi economico-culturali del sistema sionista capitalista esteso in tutti i paesi su scala planetaria.
In definitiva temono che le aziende, università, organizzazioni, fondazioni internazionali sioniste che finanziano e o promuovono la loro promozione e posti nel macchinario del sistema li dichiarino “antisemiti” e li lascino senza lavoro, senza vacanze e senza pensione.
Questa è la ragione principale che spiega perché gli intellettuali, accademici e giornalisti del sistema vivono rimuginando analisi intelligente della "realtà" politica, economica e sociale senza la presenza della parola Ebreo o del sistema capitalista che paga per i loro servizi.
Sebbene c’è un gruppo di intellettuali e di militanti ebrei di sinistra (tra di essi Chomsky e Gelman) che hanno condannato e ha protestato contro il genocidio israeliano a Gaza, la stragrande maggioranza delle comunità ebraiche e delle organizzazioni a livello globale ha sostenuto esplicitamente la macellazione di civili a Gaza, sostenendo che si trattava di una "guerra al terrorismo".
Nonostante Israele non ha invaso né abbia perpetuato un genocidio militare a Gaza con la religione ebraica ma con aerei F-16, missili, bombe a grappolo, elicotteri Apaches, carri armati, artiglieria pesante, navi, sistemi informatici, e di una strategia ed un piano di sterminio militare su vasta scala chi questiona tale massacro è condannato come “antisemita” dal potere ebraico mondiale distribuito nel mondo.
Le campagne di denuncia di antisemitismo con le quali Israele e le organizzazioni ebraiche cercano di neutralizzare le critiche contro il massacro, affrontano la questione come se il sionismo ebraicoo (sostegno dello stato d’Israele) fosse una questione “razziale” o religiosa, e non un sistema di dominio imperiale che include interattivamente il piano economico, politico, sociale e culturale, superando la questione della razza o dei credo religiosi.
La Lobby sionista non controlla il mondo con la religione: lo controlla con le banche, transnazionali, egemonia sui sistemi economici- produttivi, controllo sulle risorse naturali, controllo della rete informatica, e della manipolazione mondiale, e il controllo dei valori sociali attraverso la pubblicità, la cultura ed il consumo standardizzato e globalizzato dei mass media.
In definitiva, la lobby ebraica non rappresenta nessuna sinagoga né espressione razziale, ma è la struttura che controlla il potere mondiale attraverso il controllo sui centri economici finanziari e di decisione strategica del sistema capitalista diffuso come “civiltà” unica.
Prima della religione e la razza, la lobby sionista e le sue reti si muovono da un’ideologia politica funzionale: il sionismo capitalista- imperiale che antepone il mercato, la concentrazione di ricchezza, la “politica degli affari”, a qualsiasi filosofia che sfiori le nozioni del “bene “ e del “male” intesi dentro i parametri sociali.
Quindi: Cosa intendono quando parlano di “antisemitismo” o di “anti-giudaismo religioso”? 
Su quali parametri di riferimento si basa la condizione di antisemita? 
Chi è antisemita? 
Chi critica gli ebrei per la loro religione o per la loro razza nelle società mondiali?
Al massimo, gli ebrei, come è comprovato nella realtà sociale di qualsiasi paese, non sono criticati per la loro religione o condizione razziale ma per il loro attaccamento eccessivo allo status del denaro (coltivato anche per altre collettività) e all’integrare strutture o gerarchie di potere dentro un sistema ingiusto di oppressione e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, come lo è il sistema capitalista.
Salvo gruppi minoritari di fanatici e razzisti che rappresentano solo se stessi nella società (ad eccezione dei nazisti tedeschi ed alcune eccezioni) quasi mai c’è stata una “persecuzione religiosa o razziale” dell’ebreo, ma c’è stata un’associazione dell’ebreo con il “peggior volto del capitalismo”, rappresentato nel sistema economico-finanziario speculativo.

In sintesi

La lobby sionista che protegge lo Stato d’Israele (da destra e sinistra) è conformata da una struttura di strateghi e tecnocrati che operano nelle reti industriali tecnologiche militari finanziarie e mediatiche del capitalismo transnazionale esteso nei quattro punti cardinali del pianeta.
Le sue reti si esprimono attraverso una moltitudine di organizzazioni dedicate a promuovere l’attuale modello globale, tra le quali si contano principalmente: The Hudson Institute, The RAND Corporation, The Brookings Institution, The Trilateral Commision, The World Economic Forum, Aspen Institute, American Enterprise Institute, Deutsche Gesellschaft für Auswärtigen Politik, Bilderberg Group, Cato Institute, Tavestock institute, e il Carnegie Endowment for International Peace e altri.
Tutti questi think tank o “banca di cervelli” riuniscono i migliori tecnocrati, scienziati e studiosi nei loro rispettivi campi, i laureati delle università degli Stati Uniti, in Europa e nel mondo.
La lobby non risponde solo allo Stato d’Israele (come affermano gli analisti di “destra” dei neocon) ma ad un potere mondiale sionista che è il proprietario dello Stato d’Israele tanto quanto dello Stato nordamericano e del resto degli Stati con le loro risorse naturali e sistemi economico-produttivi.
La lobby non è soltanto alla Casa Bianca ma comprende tutti i livelli delle operazioni del capitalismo su scala transnazionale, il cui disegno strategico di grandi teste charmans e dirigenti di banche e società multinazionali che fanno parte del Washington Consensus e condividere il pianeta come una torta. Né la sinistra né la destra partitica parlano di questo potere “totalizzato” per il semplice motivo che tutte e due sono fuse (a modo di alternative falsamente scontrate) ai programmi e strategie del capitalismo transnazionale che controlla il pianeta.
Di conseguenza, e mentre non si articola un nuovo sistema di comprensione strategica (una “terza posizione” rivoluzionaria del sapere e della conoscenza) il potere mondiale che controlla il pianeta continuerà a perpetuarsi nelle false opzioni di “sinistra” e di “destra”.
E la lobby ebrea di “destra” dei repubblicani conservatori continuerà a succedere alla lobby ebraicaa di “sinistra” dei democratici liberali in una continuità strategica avente le stesse linee guida dell’Impero sionista mondiale.
E i massacri dello Stato d’Israele continueranno, come in passato, impunite e protette dalle strutture del sistema del potere mondiale sionista capitalista che lo considera come la “sua patria territoriale”.
 http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=44001

venerdì 10 maggio 2013

Il modello di dominio in arrivo: la ''democrazia blindata'', di Manuel Freytas



La crisi economica si conclude con il progetto imperialista del "soft power" (1) e prepara il terreno per la "democrazia blindata" (2).

di Manuel Freytas

Il modello di capitalismo "assistenzialista" nell'America Latina, con le sue banche centrali zeppe di dollari, senza una sua distribuzione sociale delle ricchezze, con la povertà e la disoccupazione strutturale, con i suoi contratti di lavoro spazzatura, con le sue sovvenzioni al capitalismo per contenere l'inflazione, ed i suoi conflitti sindacali, esplode per mancanza di entrate.

In breve, il modello del welfare del capitalismo transnazionale nell'America Latina, con i suoi governi trasformati in satelliti di un modello economico "unico" per l'intero pianeta, con le sue banche centrali zeppe di dollari, senza una sua distribuzione sociale delle ricchezze, la povertà e la disoccupazione strutturale, con i suoi contratti di lavoro spazzatura, con le sue sovvenzioni al capitalismo per contenere l'inflazione, ed i suoi conflitti sindacali, si trova nel mezzo di un processo di collassamento generalizzato a causa della recessione che contrae i ricavi e i bilanci dei governi dell'intera regione.

A sua volta, il calo dei consumi e la disoccupazione fungeranno da attivatori delle rivolte sindacali e dei disordini sociali che andranno a moltiplicarsi e diffondersi come un virus in tutta la regione, terminando con il processo di "pace" sociale e sindacale, e mettendo a rischio la governabilità del sistema, soprattutto nei paesi più vulnerabili al contagio della crisi, come nel caso dell' Argentina, del Brasile e del Messico, le tre principali economie della regione.

La minaccia della disoccupazione di massa è il punto cruciale, la miccia principale dei conflitti sociali e sindacali che inizieranno ad diffondersi attraverso le banche e le imprese transnazionali che oggi hanno già iniziato a congedare la forza lavoro nell'America Latina.

A sua volta tale processo, di pari passo al progressivo aumento di conflitti sociali e sindacali, guiderà una profonda ristrutturazione sia nelle strategie che nei metodi di controllo politico e sociale "senza repressione" che i governi della regione stavano già da tempo attuando per mezzo delle politiche di welfare e del "soft power" della democrazia imperialista.

Gli eserciti e le polizie regionali, relegate ad un posto di secondo piano dalla strategia di dominio del "soft power", acquisiranno un nuovo ruolo repressivo per contenere le proteste violente causate dai licenziamenti, dai salari bassi e dalla impossibilità di accedere al consumo di base per la sopravvivenza da parte della maggioranza che verrà spiazzata dal mercato del lavoro e dei consumi.

Non si tratterà tanto di repressione militare nello stile delle vecchie dittature militari degli anni settanta, ma di un processo che combinerà simultaneamente l'azione repressiva militare con strategie mediatiche di controllo sociale, senza tuttavia condizionare l'orientamento dell'ordine costituzionale.

"Mano dura" e democrazia, con le forze armate sotto il comando di governo civile che svolgerà operazioni "anti-insurrezionali" (come nelle favelas del Brasile), e dei mezzi di comunicazione, facendo classifiche stime dei conflitti e delle proteste proteste, e collocando i "violenti" da un lato e i "pacifici" dall'altro.

In altre parole, l'implementazione della "democrazia blindata", realizzata in una sintesi operativa tra potere "morbido" e potere "duro", al fine di preservare la governabilità regionale come condizione di base affinché gli Stati Uniti e le potenze centrali possano ridisegnare un nuovo piano di dominio transnazionale capitalista nell'America Latina.
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(1) http://it.wikipedia.org/wiki/Soft_power
(2) http://www.laondadigital.com/laonda/laonda/446/A6.htm 
La “democracia blindada”, como señalan los expertos, es una síntesis gerencial político-militar conjugada dentro de una nueva estrategia de control político y social orientado a preservar el sistema de dominio imperial capitalista en América Latina”. - trad.: "La "democrazia blindata" come segnalano gli esperti, è una sintesi politico-militare coniugata all'interno di una strategia di controllo politico e sociale volto a preservare il sistema di dominio imperialista nell'America Latina''.

mercoledì 10 ottobre 2012

Machiavelli in America Latina, di Manuel Freytas

Ogni figura storica ebbe una sua frase emblematica e Lenin ebbe la sua: "La stupidità è la cosa più difficile da combattere." Ed è la stupidità che generalmente salta alla vista quando qualcuno domanda (e ridomanda) utilizzando logica e buonsenso.

“E per quale motivo dovrebbero invadere (il Venezuela) per petrolio se Lei se lo vende già tutto agli USA?" fu la domanda fatta dal presidente peruviano Alan García, al vertice UNASUR, lasciando Chávez per la prima volta a bocca aperta e senza risposta.

In quale libro di strategia militare si consiglia che per vincere una guerra bisogna vendere le risorse strategiche e di sopravvivenza al nemico e trasformarsi nel suo primo socio commerciale?

Questo è proprio quello che fa Chávez: principale fornitore di petrolio ed principale socio commerciale degli USA in America Latina.

Secondo le cifre della Camera del Commercio ed Industria Venezuelana (Venancham) che raggruppa le imprese venezuelane e le multinazionali americane che operano in Venezuela, lo scambio commerciale tra USA e Venezuela ha raggiunto i 70.000 milioni di dollari nel 2008.

La cifra rappresenta - secondo la Camera del Commercio - un vero e proprio record storico e mette in evidenza che le turbolenze diplomatiche tra i due paesi non colpiscono il commercio bilaterale.

Secondo il presidente di Venancham, Edward Jardine "questa cifra di scambio economico nel 2008 dimostra la solidità delle relazioni commerciali che esistono tra entrambi i paesi."

Venancham associa più di 1.000 imprese venezuelane e multinazionali americane che danno impiego diretto ad approssimativamente 700.000 persone e la maggioranza degli specialisti stimano che se si producesse una rottura commerciale tra USA e Caracas, probabilmente l'economia venezuelana collasserebbe.

La principale spinta alla bilancia commerciale bilaterale fu l'alto prezzo del petrolio registrato a metà del 2008. Il Venezuela vende giornalmente agli Stati Uniti più di 1,1 milioni di barili.

I dati ufficiali dimostrano che: A) Gli USA sono il principale cliente delle esportazioni venezuelane, in particolare per l’industria petrolifera B) Il Venezuela invia più di un milione di barili di greggio al giorno al mercato statunitense, in gran parte a raffinerie di sua proprietà che alimentano il sistema delle stazioni di servizio Citgo, di proprietà venezuelana C) Dagli USA proviene circa un terzo dalle importazioni venezuelane D) Gli USA rappresentano il 50% delle relazioni commerciali del Venezuela con tutto il mondo, secondo quanto detto dal precedente presidente di Venancham, Edmond Saade.

Un recente comunicato di Venancham, segnala che dai dati dei primi tre mesi dell'anno in corso, si dimostra che il 96% delle esportazioni è stato costituito dal petrolio, essendo solo il 4% restante formato da esportazioni non petrolifere.

Secondo quanto espresso recentemente dal presidente della Camera, Edward Jardine, le imprese americane che operano in Venezuela "promuovono la massima crescita commerciale ed industriale, come anche gli investimenti tra le due nazioni."

In conclusione Chávez, non solo secondo le cifre ufficiali mantiene intatto il sistema capitalista in Venezuela (commercio controllato dalle corporazioni transnazionali Usa) ma è inoltre il principale fornitore latinoamericano dell'unica risorsa strategica che gli USA non hanno (producono solo il 25% del loro fabbisogno): il petrolio.

Una domanda logica, semplice ed ovvia: come può Chávez pensare di essere un pericolo strategico per la sopravvivenza degli USA?

In questo scenario, segnato da statistiche ufficiali e numeri reali, un Chávez rivoluzionario ed anti-USA è tanto "illogico" per il buonsenso, come pensare che in Cuba ci fosse una rivoluzione con Fidel Castro come principale alleato commerciale di Washington per L’America Latina.

Nonostante questa realtà di dipendenza commerciale con l'Impero che dice di combattere, Chávez, nel 2005, nella Cumbre de las Americas in Argentina, si eresse come portavoce contro l'Alca (Trattato di libero scambio delle Americhe) che gli USA volevano imporre all’America Latina.

Come si può essere nemico (a morte, come si definisce Chávez) degli USA e contemporaneamente essere un suo principale alleato commerciale? Questo è il punto che una mente logica e non alienata, non comprende di Chávez.

Chávez, storicamente, costruì potere politico e consenso elettorale, interno ed esterno, ricorrendo a due cavalli di battaglia: la guerra antimperialista e la minaccia di un'invasione da parte degli USA in Venezuela per impadronirsi delle sue risorse petrolifere.

C'è di più, tutta la campagna immaginaria della sinistra sulla "militarizzazione imperialista" gira su l'ipotesi che gli Usa vogliano invadere il Venezuela per impadronirsi della sua principale risorsa strategica.

Torniamo alla domanda ovvia di Alan García a Chávez: “E per quale motivo dovrebbero invadere (il Venezuela) per il petrolio se Lei se lo vende già tutto agli USA?”

Per trovare una risposta logica a questa domanda bisogna allinearsi alla strategia di dominio coi "nemici di paglia."

REALTÀ E FINZIONE

Probabilmente Chávez, dopo il referendum che vinse nel 2004, siglò un patto con l'imprenditorialità locale e transnazionale (uno dei cui attori principali fu il multimilionario Gustavo Cisneros) che lo tutelò dalla cospirazione economica per rovesciarlo come quella dell’aprile del 2002.

Probabilmente: lo Stato venezuelano, il suo Parlamento, le sue istituzioni, i suoi partiti politici, i suoi funzionari, il suo sistema elettivo-parlamentare, non sono rivoluzionari bensì capitalisti-borghesi.

Probabilmente: l'ambiente di funzionari e d’imprenditori che circonda Chávez non è rivoluzionario bensì capitalista-borghese e fa affari privati con il petrolio venezuelano.

Probabilmente: la struttura socio-economica del Venezuela non è rivoluzionaria bensì capitalista a tal punto che la sua società di consumo riflette una delle piramidi più marcate dalle linee di contrasto tra i "ricchi" e i "poveri" nella regione.

Probabilmente: le forze armate del Venezuela e la sua struttura non sono rivoluzionarie bensì forze al servizio di un Stato capitalista. In molti casi i suoi generali (come il resto dei militari in America Latina esclusa Cuba) furono addestrati dal Comando Sur degli USA, e la maggioranza di essi continua mantenendo fluide relazioni col Pentagono ed il dipartimento di Stato.

Probabilmente: i servizi di intelligence del Venezuela mantengono relazioni storiche con la CIA, la DEA, FBI e con il resto delle agenzie nordamericane nate dalla lotta contro il "narcoterrorismo" ed il "crimine organizzato."

Probabilmente: il Venezuela è un Stato capitalista, con una struttura economico capitalista ed una società stratificata tra "ricchi e poveri" ideologizzata nei parametri del consumismo capitalista che non differisce, salvo Cuba, dal resto dell'America Latina.

Probabilmente: il Venezuela capitalista è un socio commerciale strategico degli USA e se rompesse le relazioni con Washington la sua struttura economica collasserebbe.

E Chávez non è il presidente di Cuba, un paese che fece una rivoluzione, ma solo il Presidente del Venezuela.

MACHIAVELLI IN AMERICA LATINA

Nonostante la realtà dei numeri e delle statistiche della relazione commerciale (simbiotica) di Chávez con gli USA, perchè la sinistra continua a richiamare "rivoluzionario" il suo governo?

Perché la parte maggioritaria della sinistra internazionale chiama "rivoluzionario ed antimperialista" Chávez, se né il suo governo, né le sue politiche tanto economiche come sociali, mai ruppero la struttura del sistema capitalista che sempre ha governato in Venezuela?

E perché l'Impero capitalista americano, nonostante l’accettazione provata da parte del Venezuela all’ordine e la governabilità capitalista, continua a considerare a Chávez come al "nemico numero uno" del suo sistema di dominio in America Latina?

C'è un principio strategico (di natura machiavellica) che sostiene che per evitare che sorga un nemico reale che metta in pericolo il sistema di potere vigente, è necessario inventare un "nemico di paglia" controllabile ed inoffensivo, il quale si presenterà come se fosse il nemico reale, o la "principale minaccia" del sistema.

A parte il discorso "rivoluzionario", i governi di sinistra guidati da Chávez non cambiano le condizioni di stabilità economica, governabilità politica e "pace sociale" che le banche ed imprese transnazionali capitaliste necessitano per continuare a depredare le risorse strategiche dell'America Latina dentro una cornice di "legalità democratica."

I governi di sinistra, indipendentemente dai loro discorsi mediatici anti-USA nei fori regionali, trovano la propria sopravvivenza economica e politica elettorale legata al destino dello Stato Capitalista e sono i primi difensori della legalità e governabilità democratica nella regione.

In questo scenario la strategia con un "nemico di paglia" ha come obiettivo principale quello di "disattivare" i conflitti sociali e le lotte popolari (naturalmente violente e antisemite) ed incanalarli su binari "pacifici" e meramente "reclamativi" attraverso la sua integrazione nel "sistema democratico" controllato da Washington e dall'establishment economico capitalista nella regione.

La relazione vincolante - FARC e governi di sinistra - tracciata dall'intelligence nordamericana come principale ipotesi di "terrorismo" e di "destabilizzazione", nasconde un profondo pensiero machiavellico che è quello di "dividere per dominare", creando un falso avversario e controllando in forma simultanea i due rivali.

Chávez ed Uribe, Colombia e Venezuela + il "terrorismo" delle FARC, sono solamente l’involucro (mascherato da “conflitto maggiore”) di un intreccio di interessi sotterranei dell'Impero nordamericano e del capitalismo transnazionale, (corporazioni e banche) che controllano i governi dell'America Latina, al di sopra delle istituzioni giuridiche-statali che la designano come “nazioni indipendenti”.

In questo scenario il "terrorismo" delle FARC serve:

A) Serve a che il Complesso Militare Industriale ed i fabbricanti d’ armi le vendano agli eserciti latinoamericani che combattono il "terrorismo" sotto la "protezione" del Comando Sur degli USA.

B) Per giustificare gli spiegamenti militari imperiali intorno alle fonti strategiche delle risorse naturali e d’energia del "giardino dietro casa" che Washington considera e controlla come suo.

C) Per giustificare la dottrina di futuri compiti di repressione e criminalizazzione dei conflitti sociali che iniziano a prendere impulso causa il processo recessivo-inflazionistico originato dalla crisi globale del sistema capitalista. 

E a che servono Chávez e i "governi di sinistra?"

Chávez, secondo come lo dipingono i media dell'Impero, è una figura emblematica, in sintesi è l'immagine rappresentativa della materializzazione in un tutt’uno del "pericolo dittatoriale" e "terrorista" che incombe sull'America Latina.

Col presidente venezuelano come astuto “dittatore-terrorista”, gli USA compensano la mancanza di un "nemico reale" che all’epoca della guerra per aree di influenza con l'URSS fu rappresentato dalla Cuba di Fidel Castro esportatrice di rivoluzioni armate.

In Chávez coincidono mediaticamente e psicologicamente il "terrorismo" delle FARC ed il "nemico rosso" dell'epoca della Scuola delle Americhe e della Dottrina di Sicurezza Nazionale.

Come dicono i concetti basilari di qualunque libro di strategia politica: bisogna inventarsi un nemico falso, malleabile e controllabile che opacizzi e sottragga protagonismo al nemico reale che possa presentarsi.

L'immagine di "terrorista" e "destabilizzatore" che Washington ed il Dipartimento di Stato addossano a Chávez è orientata a neutralizzare l'apparizione di veri nemici.

Ossia di quei leader popolari che ancora organizzano scioperi generali, bloccano strade, occupano imprese e mettono a rischio la "governabilità" ed i "commerci" delle banche transnazionali capitaliste in America Latina.

In sintesi, con Chávez, Morales e Correa, non c’è nessuna possibilità di crescita della sinistra rivoluzionaria nelle strade, ma c'è una crescita della sinistra elettorale e governativa. Una sinistra da salotto istituzionale, disciplinata, assimilata ed integrata al sistema.

Una sinistra di Stato capitalista, con apparati sindacali, movimenti e partiti di sinistra che compiono la loro funzione di "opposizione" dentro la cornice del sistema "democratico" e dei parametri stabiliti per preservare la "governabilità", la "pace sociale" e la "stabilità", precisamente quello ciò di cui il sistema ha bisogno per la sua "crescita economica" senza redistribuzione sociale della ricchezza.

La falsa lite tra Uribe e Chávez, con la FARC come detonante, sintetizza le due punte di strategia del "nemico di paglia" per dominare e controllare a "sinistra" e a "destra", secondo il vecchio detto machiavellico aggiornato da Washington e dai suoi strumenti di potere.

Tanto Chávez (in misura minore) come Uribe (in forma totale) hanno le loro linee di comando e di intelligence militare infiltrate dalla CIA e dal Comando Sur degli USA, i realizzatori della strategia di controllo militare di Washington nella regione.

In pratica, se Chávez volesse ordinare una guerra contro la Colombia che non figurasse nei piani degli USA sarebbe eliminato o rovesciato da un golpe interno e questo indica chiaramente che se scoppiasse un conflitto militare è perché Washington lo sta utilizzandolo per i suoi piani.

In questo scenario, gli analisti superficiali e i giornalisti del sistema (pagati da imprese e consorzi mediatici) possono solo vedere il guscio senza arrivare al contenuto. La falsa guerra Chávez-Uribe, ha il suo scopo nella "governabilità democratica" imposta da Washington come strategia di dominio nella zona.

La falsa guerra di "sinistra" e "destra", con le FARC nel mezzo, rimane demolita di fronte ad una realtà.

In politica, sia i governi di sinistra come quelli di destra, si reggono su due principi basilari: 1) Difesa incondizionata del "sistema democratico" come mezzo di regolazione politica e sociale stabilita dal sistema capitalista 2) Programma di lotta contro il "terrorismo", il "narcotraffico" ed il "crimine organizzato", stabilito come ipotesi di conflitto dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e dal Pentagono.

E se Chávez, Correa e Morales, nella realtà concreta e statistica, fanno la stessa cosa di Uribe, Alan García o Calderon? In che cosa si differenziano?

Nel discorso, solo nel discorso. Machiavelli (Usa) ha separato la realtà dal discorso e ha trovato la formula cercata: i nemici di paglia.

La colonizzazione mentale, la manipolazione informativa, la frammentazione della realtà, la comprensione atomizzata dei processi politici e sociali e la programmazione delle masse con la "democrazia" demente made in Usa, ha fatto il resto.

Ha vinto Machiavelli, e si è fatta realtà la massima di Lenin: "La stupidità è la cosa più difficile da combattere".

Manuel Freytas è giornalista, investigatore, analista di strutture del potere, specialista in intelligenza e comunicazione strategica.

Titolo originale: "Mentes colonizadas: ¿La estupidez es lo más difícil de combatir?"

Fonte: http://www.iarnoticias.com
Link
31.08.2009

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da LILIANA BENASSI

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6259

sabato 22 settembre 2012

Operazioni mediatiche: come si distruggono le teorie cospirative, di Manuel Freytas

Distruggere il nemico con il mito della “teoria della cospirazione, controllare e trasformare la massa individuale in potenziale sociale manovrato con scopi di controllo politico ed economico, sono i due obiettivi chiave della struttura mediatica mondiale che determina e decide quello che la maggioranza deve capire (e consumare) come “informazione obiettiva”. 

Di Manuel Freytas


Quando la stampa del sistema e i suoi giornalisti stipendiati vogliono screditare (o ridicolizzare) un' informazione pericolosa (per gli interessi dei loro padroni) la catalogano immediatamente come “teoria del complotto”. 

Per Wikipedia, “
"Una teoria del complotto è la spiegazione di un evento o una catena di eventi già avvenuti o che ancora devono accadere (solitamente politici, sociali, popolari o storici) partendo dall’occultazione delle sue vere cause alla conoscenza pubblica o a un complotto segreto, spesso ingannevole, da parte di un gruppo di persone o organizzazioni potenti e influenti che rimangono nell’ombra”.Nel circuito delle corporazioni dominanti della stampa commerciale, l’espressione “teoria cospirativa” si usa per mettere in risalto la mancanza di fondamenta di una spiegazione, valutandola come speculativa, falsa o stravagante. 

La definizione chiude, tranne che per un dettaglio: Abitualmente la categoria di “teoria cospirativa” si applica particolarmente a documenti o investigazioni critiche (del sistema) che non s’inseriscono nei canoni di “normalità” stabiliti dalla corporazione mediatica dominante che fissa le regole di accettazione e valorizza ciò che “è notizia” da ciò che “non è notizia”.
 A livello politico e sociale, il sistema applica la qualifica di “teorie cospiratrici” per squalificare e screditare il discorso dei leader e dei movimenti popolari che si scontrano con lo status quo del sistema dominante vigente. 

I discorsi (e le teorie) antimperialisti dei leader dei movimenti popolari che si scontrano e/o prendono posizione contro la struttura del potere imperiale sono svalutati e ridicolizzati come “cospiratori”.
 Le denunce e gli avvertimenti di Chavez agli USA e il capitalismo, gli avvertimenti ed i discorsi di Ahmadineyad contro l’agire di Israele e delle potenze sioniste, sono presentati come parte di “deliri cospirativi” o “fondamentalismi religiosi” infondati nella realtà. 

Presentarli come “pazzi”, “deliranti”, o “fuori dalla realtà” è una tecnica manipolatrice ricorrente che la struttura mediatica usa storicamente contro i leader (o le teorie) che si scontrano col sistema capitalista stabilito come la civiltà accettata e “normale”.
 

Allo stesso modo, i sacerdoti (analisti e giornalisti) dei 
monopoli della comunicazione stabiliscono scale di valori e determinano come “cospirativa” (o di poca fiducia) tutta l’informazione che circola liberamente fuori dal circuito commerciale e dei loro interessi politici e aziendali. 

Cosa giudicata
 

Così come le grandi corporazioni economiche fissano le regole del mercato e stabiliscono i prezzi, le grandi corporazioni mediatiche fissano le regole e determinano giornalmente (attraverso la concentrazione monopolistica) quello che “è notizia” e ciò che “non è notizia” nel 
mercato dell’informazione a livello locale ed internazionale.

Generalmente, quando un’informazione rompe con le maglie di ciò che è stabilito, quando rivela aspetti funzionali o interessi del sistema capitalista che sussistono dietro i governi, delle corporazioni imprenditoriali, o della struttura dominante dell’affare informativo, viene qualificata immediatamente come “teoria cospirativa”.Che si tratti di risultati provenienti da investigazioni scientifiche, di verifiche reali e documentate, di documentazione fondamentali con prove, il “sistema” chiude qualsiasi tipo di analisi e di valutazione con due parole fatali: “Teoria cospirativa”. 

Un esempio chiaro di questo metodo è l’
11 settembre: Decine di documenti d’investigazione sviluppati e documentati e perfino con prove fotografiche, sono stati sistematicamente squalificati (o svalutati) come “cospirativi” perché non si adeguavano alla “versione ufficiale” diffusa dalla Casa Bianca e dei servizi dell’Intelligence. 

Decine di scienziati, di ricercatori e di prestigiosi esperti, sono stati messi a tacere o attaccati con discredito pubblico, per il semplice fatto di presentare una versione degli attacchi terroristi che non corrispondevano alla visione predominante nella struttura mediatica egemonica.
 E’ solo un esempio, dato che è la metodologia usata giornalmente (e in massa) per squalificare gli influssi d’informazione alternativa, o di controinformazione, che filtrano attraverso la rete e minacciano la “versione ufficiale” delle notizie manipolate dalla stampa del sistema. 

In termini funzionali (ed anche se esistono canali sfruttati dai servizi dell’intelligence, i governi ed i gruppi economici) l’informazione alternativa che il sistema qualifica come “teoria cospirativa” nel web ha, in generale, una funzione molto precisa: Far venire alla luce quei rumori e sospetti che esistono sulle attività occulte (o segrete) che al potere, inclusa la 
stampa del sistema, non interessa che siano diffuse. 

In termini politici, la missione essenziale della struttura mediatica convenzionale (la cui informazione “obiettiva non è nient’altro che la cospirazione del potere per occultare la realtà”) squalifica e ridicolizza tutto ciò che esca dai canoni del sistema capitalista.
 Paradossalmente, quelli che giudicano e decidono ciò che è “informazione obiettiva” e ciò che è “informazione cospirativa”, sono gli stessi monopoli della comunicazione che hanno costruito il loro potere economico sulla base della speculazione commerciale con “informazione cospirativa” venduta come se fosse “informazione obiettiva”. 

La merce venduta come “obiettività giornalistica”
 

L’informazione mondiale (convenzionale e popolare) non è costruita sull' obiettività e la ricerca della verità, ma sulla base della 
commercializzazione delle “notizie” e la manipolazione attraverso il controllo dei cervelli e l’orientamento del comportamento sociale in massa con scopi politici ed economici. In primo luogo,l’informazione è una merce destinata a produrre profitto economico come qualsiasi altro prodotto commerciale in offerta sul mercato capitalista. 

In termini funzionali (e aldilà delle leggende che si costruiscono intorno ad essa)
 le aziende giornalistiche non sono guidate da scopi sociali ma dalla ricerca del lucro economico. In secondo luogo e per il carattere strategico della funzione comunicativa che sviluppano (dal punto di vista di preservare la “governabilità” del sistema) i mass media sono strumenti centrali per il controllo (e/o manipolazione) dei processi economici, politici e sociali. 
I mass media (al contrario di quanto recitano i loro mistificatori) non praticano l’ "obiettività informativa” nè l’indipendenza editoriale per due motivi pratici principali:
 
  • A) Sono aziende che non funzionano con obiettivi sociali ma con obiettivi commerciali soggetti alla legge della ricerca del profitto capitalista.
  • B) La loro dipendenza strutturale al sistema del potere economico che controlla tutte le molle della produzione, le finanze e il commercio internazionale, al di sopra dei paesi e su scala planetaria.
L’azione dei grandi conglomerati mediatici (sia a livello locale come internazionale) non è orientato- come si vuole fare credere- a servire l’interesse della società ma a servire l’interesse dei gruppi economici e politici dominanti che costituiscono la loro maggiore fonte di finanziamento e di profitto commerciale.
La “grande fabbrica cospirativa” 

In generale, e a livello planetario, sono i monopoli mediatici (meno del 5% totale dei mass media mondiali) quelli che dettano le regole e stabiliscono i parametri dell’informazione a scala globale.
 In questo scenario, i mass media ed i giornalisti del sistema sono i primi elaboratori e diffusori di “teorie cospiratrici” a livello planetario ed in massa. In modo tale che, tutto quello che “informa” la stampa popolare è orientato e manipolato dagli interessi privati che fanno passare come “pubblici” (di tutta la società). 

Le guerre politiche ed economiche del capitalismo, all’ombra, alimentano una
manipolazione psicologica continua e nutre la maggior parte dell’universo dell’”informazione mondiale”. (venduta dalla stampa del sistema come se fosse “obiettiva”). Facciamo un esempio preciso: Le “fonti” che usano i mass media ed i giornalisti del sistema non sono “disinteressate”.

Tutta l’informazione che la stampa convenzionale raccoglie proviene da funzionari, politici, militari, lobbisti e manager di aziende che 
usano l’informazione di massa per manipolare. 

Interessi elettorali, politici e economici
 

La maggior parte delle “fonti” citate dal giornalista stipendiato sono sempre del potere.
 Esempio: I dossier sul “terrorismo”, prodotti e lanciati in serie dalla CIA ed i servizi dell’Intelligence, sono accettati come “fonti sicure” dalla struttura e i giornalisti della stampa convenzionale. Le notizie sull’Iraq, Afghanistan e le zone occupate, si nutrono di documenti e portavoci ufficiali dello stesso esercito invasore. 

In questo scenario, di manipolazione dell’informazione con scopi economici e politici, tutte le notizie (senza eccezione) che circolano per l’universo della comunicazione giornalistica commerciale (locale ed internazionale) sono “cospiratrici” e la loro funzione è precisa: 
Alimentare le guerre politiche ed economiche del potere. 

Da un aspetto politico, quell' informazione non è orientata alla ricerca dell’”obiettività” ma a guidare la condotta sociale, sia per il consumismo economico, per il beneficio elettorale, che per 
creare consenso in massa verso quei processi che favoriscono le corporazioni economiche e i governi del sistema capitalista. 

Per mancanza di contro-informazione in massa, 
le maggioranze planetarie (ignoranti della manipolazione) consumano quelle notizie come se fossero parte di una realtà emergente dei processi e dei fatti che si succedono come prodotto di una dinamica “naturale” del mondo. 

Riassumendo, mentre da una parte la stampa convenzionale e in massa qualifica come “teoria cospiratrice” le informazioni che rivelano i loro interessi e le strategie funzionali occulte, dall’altra parte, usa l' “informazione cospirativa” (venduta come se fosse “informazione obiettiva) per sostenere il sistema capitalista che paga per i suoi servizi.
 

Distruggere il nemico con il mito della “teoria della cospirazione, controllare 
e trasformare la massa individuale in potenziale sociale manovrato con scopi di controllo politico ed economico, sono i due obiettivi chiave della struttura mediatica mondiale che determina e decide quello che la maggioranza deve capire (e consumare) come “informazione obiettiva”. 

Fonte:
http://www.iarnoticias.com/2010/secciones/contrainformacion/0008_teorias_conspirativas_20en2010.html 

Traduzione per Voci Dalla Strada a cura di 
VANESA 

http://www.vocidallastrada.com/2010/01/operazioni-mediadiche-come-si.html