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domenica 6 ottobre 2019

Paolo Borgognone: Storia alternativa dell’Iran islamico






Storia alternativa dell’Iran islamico



Dalla rivoluzione di Khomeini ai giorni nostri (1979-2019)

Prefazione di Diego Siragusa

Non riesco a dimenticare un celebre quadro di Pieter Bruegel il Vecchio,  Parabola dei ciechi, in cui sei ciechi vanno aggrappati l’uno all’altro con un bastone dietro a un cieco che è caduto in un fosso. Il quadro riproduce le parole del vangelo di Matteo (15:14) quando Gesù dice rivolto ai farisei: «Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!». In Bruegel scorgo i segni della consapevolezza della follia collettiva, della cecità di massa di un’umanità irrazionale dominata da un desiderio di ottimismo che le impedisce di vedere le minacce che gravano sul proprio destino.
Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, l’Europa e gli Stati Uniti vivevano una stagione di incanto edonistico, di spensieratezza e di ottimismo determinato dalle conquiste scientifiche, da stili di vita appaganti, da una più diffusa ricchezza indotta dai commerci e dallo sviluppo industriale. Quel periodo, finito con le prime cannonate della Grande Guerra, passò alla storia come la “Belle Époque”. Nessuno poteva o voleva prevedere e vedere la tragedia che si preparava dietro le quinte. Nemmeno le forze demiurgiche della borghesia trionfante, che aveva costruito il transatlantico Titanic, seppero intuire che quella tragedia, consumatasi nelle fredde acque del mare del nord, fosse il preludio della catastrofe.
Oggi osservo che il passaggio dal 2018 al 2019, nei messaggi augurali dei capi di stato rivolti alla propria popolazione, è stato segnato da questo benevolo e rassicurante ottimismo teso a sdrammatizzare e a tracciare sentieri di luce, nonostante una situazione internazionale gravida di serie minacce alla pace. Ho ascoltato i discorsi di Putin e Mattarella e nessuno di loro ha fatto riferimento alla situazione internazionale e ai rischi di guerra e di logoramento dei rapporti tra gli stati. Analogamente un capetto di un partitino della sinistra italiana, rappresentato in Parlamento, ha rivolto un messaggio autoprodotto tramite Facebook dicendo amenità e trascurando del tutto la politica estera. Quanto diverso quel famoso messaggio augurale pronunciato dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini il 31 dicembre del 1978 rivolto agli italiani: «… Lo ripeto qui a voi, italiani e italiane, quello che ebbi a dire innanzi al Parlamento quando fui insediato come Presidente della Repubblica: “Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte; si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che stanno lottando contro la fame”.»
Oggi solo Papa Francesco osa mettere in guardia il mondo da quella Terza Guerra Mondiale che, dice lui, è già iniziata e che ha definito “a bassa intensità” o “a pezzi”. Perché questa trascuratezza mentre una parte del mondo, il Medioriente, da settant’anni non conosce pace e, molto probabilmente, sarà ancora il teatro di conflitti bellici? La Belle Époque” occidentale, fatta di consumi tecnologici ed edonistici, di informatica, di comunicazione tramite mezzi sociali di diffusione di notizie, ha trasformato i cittadini in macchine desideranti di consumi illimitati, l’apoteosi del materialismo capitalistico fondato sul pilastro dell’ideologia liberista. Questa trasformazione antropologica ha contaminato ogni forma di pensiero critico e falsificante. I linguaggi si sono dissolti per lasciare il posto a un solo linguaggio: quello del dogma dell’unica formazione sociale vincente, del modello di vita e di produzione che si sostanzia nel capitalismo liberista. Non è casuale che le lingue europee abbiano ceduto la loro autonomia per accogliere in modo servile la neolingua anglo-americano-sassone che imperversa a ogni pie’ sospinto come lingua universale dell’impero. In questa trasformazione antropologica e linguistica emergono nitide le radici infestanti del pensiero unico e dell’unico centro di diffusione dell’informazione che emargina ogni forma di dissenso nel recinto dell’eresia e dell’irrilevanza. Eroica diventa la resistenza delle minoranze militanti e degli intellettuali che hanno rifiutato la greppia di conventicole organizzate attorno a partiti di potere o attorno a giornali compiacenti controllati e finanziati dalle lobby sempre riconducibili a massonerie economiche e finanziarie in combutta con lobby sioniste, attivissime nella censura di ogni notizia che contraddica la religione e il culto per lo stato di Israele. L’accordo sottoscritto tra lo stato ebraico e facebook,[1] per censurare e bloccare tutti coloro che criticano le politiche criminali israeliane, sono un esempio allarmante di questo stato di degrado e di controllo totalitario dell’informazione. Analogamente segnalo l’attacco ai liberi pensatori, ai docenti del mondo accademico la cui carriera e stata rovinata dalle pressioni delle lobby sioniste. Questa è stata la sorte di Norman Finkelstein, di Tim Anderson, Marc Lamont Hill, Steven Salaita. Hatem Bazian, Ahlam Muhtaseb, William Robinson, Rabab Abdulhadi sono stati anche minacciati.
Il lettore sappia che in questo poderoso lavoro di Paolo Borgognone troverà la documentazione necessaria per capire l’architettura del potere imperiale israelo-americano che governa il mondo occidentale e che non desiste, nonostante le sconfitte e gli incidenti di percorso, nel suo progetto di dominio del mondo intero. Nel caso dell’Iran vi sono tutti gli ingredienti per capire la strategia globale dell’imperialismo nordamericano, in coppia con lo stato coloniale sionista, finalizzata alla reductio ad unum dei modelli socio-economici su scala planetaria e, in particolare, alla frammentazione del Medioriente in tanti piccoli stati, divisi e disarmati, sotto l’egemonia totale dello stato ebraico allargato fino ai futuri confini del Grande Israele, dal Nilo fino all’Eufrate, un territorio giudaizzato che dovrebbe comprendere tutta la Palestina storica, la Giordania, metà dell’Iraq, quasi tutta la Siria, un terzo dell’Arabia Saudita e una parte dell’Egitto. Un disegno messianico folle che si chiama TERRA PROMESSA. Promessa da chi? Gli ebrei, credenti e atei, rispondono all’unisono: da Dio. Bene: allora che dio sia convocato a testimone e firmi un atto notarile! Gli ebrei sionisti, però, sanno che le promesse divine non esistono nel diritto internazionale. Ma insistono, confidando nella credulità religiosa dei più e nel sostegno dei sionisti cristiani che negli USA, si dice, che siano circa cinquanta milioni. Per raggiungere questo obiettivo, nel medio e lungo periodo, Israele ha bisogno di sconvolgere il Medioriente e di imporre la propria volontà, scatenando guerre per procura e mettendo l’uno contro l’altro le varie fazioni in lotta, sia politiche che religiose. In questo progetto c’è una convergenza di interessi tra Stati Uniti e Israele che agiscono come una volontà monolitica e senza contraddizioni interne. Questo potentissimo blocco politico-militare si comprende in tutta la sua dimensione se si prende atto che ormai è Israele che comanda gli Stati Uniti, almeno nella politica estera, e che il controllo che la lobby ebraica esercita sull’economia, sulla finanza, sull’informazione, sulla scuola pubblica e privata è capillare ed efficacissimo. Anche tutte le case produttrici cinematografiche di Hollywwod sono controllate da ebrei sionisti. Intendeva dire questo Sharon con quella frase famosa mai smentita: «Ogni volta che facciamo qualcosa tu mi dici che l’America farà questo o quello… Devo dirti qualcosa molto chiaramente: non preoccuparti della pressione americana su Israele. Noi, il popolo ebraico, controlliamo l’America, e gli americani lo sanno».[2]
Questo controllo ossessivo dell’informazione, a livello planetario, se da una parte dimostra la potenza degli ebrei sionisti, dall’altra è il segno della perdita della sua sicurezza e rivela la paura che la sua narrazione di piccolo paese super sviluppato, accerchiato da un’orda di arabi barbari, sta perdendo molti seguaci. La consapevolezza che ampi settori dell’opinione pubblica americana non sono più disposti a vedere le proprie tasse dirottate per armare Israele, si sta rivelando un fiume carsico che ogni giorno rafforza la sua capacità di penetrazione. Indagini sociologiche rivelano la perdita di credibilità di Israele presso i grandi mezzi di informazione, CNN, CBC, New York Times, Washington Post, e il successo di fonti alternative messe a disposizione da internet che stanno liberando la mente dei cittadini dal culto acritico verso Israele e il sionismo. Così Philip Weiss, ex giornalista del New York Times, ora blogger esperto di questioni mediorientali, ha dichiarato: «Farò sventolare alta la mia strana bandiera di anti-sionista, non di post-sionista».[3]
Il 2019 sarà l’anno del 40° anniversario della caduta dello scià di Persia, Reza Pahlavi, e del sequestro dei diplomatici americani nella sede della loro ambasciata a Tehran. Quell’assedio, grazie al tam tam dell’apparato della disinformazione occidentale, fu presentato come la violazione di elementari diritti diplomatici e un oltraggio al diritto internazionale. Non fu detto che nel comune sentire degli iraniani gli USA rappresentavano il sostegno fondamentale del regime dello scià e un soggetto che ebbe un ruolo di primo piano nel rovesciamento del governo democratico di Mossadeq nel 1953, quel Mossadeq che aveva nazionalizzato il petrolio in mano agli americani e agli inglesi sottraendolo alla Anglo-Iranian Oil Company. Nel sentimento popolare era viva la coscienza che lo scià aveva accumulato immense fortune depositate nelle banche americane e che il MOSSAD, il famigerato servizio segreto israeliano, aveva addestrato la SAVAK, la spietata polizia segreta dello scià. Gli iraniani volevano la restituzione di quei beni, la garanzia che gli USA, e i suoi alleati, non avrebbero più complottato contro l’Iran. La risposta fu una chiusura netta. Il presidente dell’epoca, Jimmy Carter reagì con la missione americana fallita per salvare gli ostaggi conosciuta come Operazione Artiglio dell'Aquila (Operation Eagle Claw). Da allora i rapporti tra i due paesi peggiorarono.
Il 4 novembre 2018, grazie a un invito dell’Università di Tehran, ho avuto la fortuna di partecipare ad una grande manifestazione per il 39° anniversario dell’assedio all’ambasciata americana. Ho potuto verificare direttamente, anche facendo una dichiarazione alla TV iraniana, la dimensione dell’avversione del popolo iraniano agli Stati Uniti e a Israele. Mi ha colpito la grandezza dell’ex ambasciata americana e le mura che recintano un enorme parco, segno tangibile dell’immenso ed esclusivo ruolo di controllo e di direzione esercitato in Iran sotto la monarchia dello scià.
Il giorno dopo, gli amici iraniani mi hanno portato a visitare L'EBRAT MUSEUM, un edificio costruito come prigione, progettato da ingegneri e disegnatori tedeschi nel 1932 per ordine di Reza Shah. L'edificio fu terminato nel 1937 con una struttura progettata per impedire qualsiasi forma di fuga. Le pareti sono insonorizzate per annullare all'esterno le urla dei prigionieri torturati. Il direttore del Museo mi ha accompagnato nella visita mostrandomi tutte le celle, i cimeli dei prigionieri, la squallida sala delle docce, le stanze della tortura con manichini che mostrano le varie tecniche di supplizio a cui i prigionieri furono sottoposti. In alcune salette si proiettano dei cortometraggi con interviste alle vittime sopravvissute alla detenzione e alle torture che raccontano le violenze subite. Anche i rappresentanti del clero sciita entrarono e sostarono in questa prigione: gli ayatollah Ali Khamenei, Rafsanjani, Ali Rajaee, Beheshti, Motahari e Taleghani. 
Gli aguzzini dello scià non risparmiarono nemmeno le donne. Lungo i corridoi ho osservato le centinaia di fotografie delle detenute, alcune coi segni in volto delle percosse. Questo era il regno della SAVAK la spietata polizia segreta. Uno dei capi della SAVAK, Parviz Sabeti, fuggì in Israele con la sua famiglia all'inizio della rivoluzione e poi si trasferì negli Stati Uniti. È ancora vivo, si chiama Peter Sabeti e fa il costruttore edile a Orlando in Florida. Diversa fu la sorte del Direttore della SAVAK, il generale Nematollah Nassiri, che fu arrestato e giustiziato con un processo sommario assieme a 438 agenti.[4] 
L’assedio dell’ambasciata durò 444 giorni e la data del 4 novembre per gli iraniani è una specie di festa della liberazione dall’oppressione di un regime crudele di cui gli USA furono il principale sostenitore. Poi vennero le pagine di storia torbide del regime komeinista fatte di tribunali del popolo che comminavano sentenze di morte sommarie agli oppositori e di imposizioni di costumi e stili di vita anacronistici improntati a norme coraniche desuete e oscurantiste.
Da allora, gli USA e Israele, e i paesi occidentali in generale, non hanno smesso di complottare contro la repubblica islamica col proposito di farla cadere attraverso rapporti e finanziamenti con tutta l’opposizione iraniana, in patria e all’estero, compresi anche settori sedicenti marxisti. La dichiarazione di sostegno alla causa palestinese, politica e materiale, fu un duro colpo per lo stato sionista e per il suo protettore, gli USA. La repubblica islamica, quindi, era divenutane parte “dell’asse del male” come i dirigenti americani solevano allora, e anche adesso, denominare tutti coloro che non si piegano al loro modello totalitario libero-scambista. Gli strumenti classici dell’imperialismo nordamericano e della sua creatura sionista, lo stato di Israele, per combattere l’Iran sono stati: la coscrizione obbligatoria degli apparati di informazione e delle cancellerie dei paesi occidentali nei ranghi della CIA e del MOSSAD, l’uso delle sanzioni economiche per destabilizzare l’economia e innescare una rivolta dal basso, sostegno e finanziamento dei gruppi di opposizione, prevalentemente attivi tra i ceti abbienti che rimpiangevano l’epoca d’oro dello scià. Necessario, quindi, fare un uso spregiudicato di ogni forma di dissenso interno all’Iran per dipingere i suoi dirigenti, soprattutto i capi religiosi, come fanatici criminali assetati di sangue che hanno trascinato l’Iran in un regime medievale, una replica tipica dei rivoluzionari termidoriani francesi col loro “regno del terrore”. Per onestà occorre dire che i dirigenti iraniani fornirono molti argomenti ai loro avversari, interni ed esterni, e hanno continuato anche in seguito. Il libro di Borgognone fornisce una descrizione minuziosa di tutte le fasi della tormentata vicenda della repubblica islamica, mettendo in evidenza con ammirevole attitudine analitica le lotte di potere tra i vari partiti e la dislocazione politica delle classi iraniane.

In questi 40 anni l’Iran è cambiato, piaccia o no ai suoi detrattori. Nonostante gli errori imperdonabili, la repubblica islamica si è consolidata ed è diventata un baluardo della lotta antimperialista e antisionista in Medioriente. La grande maggioranza della sinistra occidentale non ha capito nulla di questo ruolo”progressista” del regime iraniano e si è lasciata pietrificare dal confessionalismo religioso islamico, dalla presenza degli hayatollah alla guida della repubblica, da intollerabili precetti religiosi imposti al popolo per legge, dalle dimostrazioni speciose di dissenso organizzato, come il movimento 18TIR e l’Onda Verde, e da episodi oscuri e controversi, come la morte misteriosa di Neda Agha Soltan, una ragazza che si trovava, per caso, presente a una manifestazione dell’opposizione. Su questi, e altri, episodi la stampa occidentale, cosiddetta “mainstream”, ha suonato la grancassa all’unisono inventando crimini inesistenti, alterando versioni di fatti e incidenti coadiuvata da fuoriusciti iraniani e da agenti prezzolati dell’opposizione in esilio. Valga per tutti la vicenda di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana, che dal 2006 al 2014 ha scontato una pena per omicidio volontario del proprio marito, eseguito, su sua commissione,  dal presunto amante e da un complice. Fu diffusa la voce in occidente che fosse stata lapidata[5] in quanto adultera, condanna che, ovviamente, suscitò un moto di profonda indignazione nell’opinione pubblica. Notizia del tutto falsa, amplificata ad ampio raggio con interventi personali della moglie dell’ex presidente francese Sarkozy, Carla Bruni, e di Hillary Clinton Segretaria di Stato di Barak Obama. Non taccio gli anacronismi e le arretratezze del sistema giudiziario iraniano, ma mi sembra ragionevole la replica dell’ex presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad che denunciò il caso Sakineh come una campagna mediatica contro l'Iran, evidenziando i casi delle 53 condanne a morte nei confronti di donne pendenti negli Stati Uniti d'America al settembre 2010, del tutto ignorate dall’informazione occidentale. Attivissimo in quest’opera di diffamazione dell’Iran il sanculotto ebreo sionista Bernard-Henry Lévy votato al silenzio e alla giustificazione quando Israele massacra migliaia di palestinesi innocenti, ma pronto e febbrile nell’arte di cavalcare e diffondere menzogne al servizio dello stato ebraico.

 

In 40 anni di Repubblica islamica, l’Iran, nonostante l’attacco alla sua economia e alla sua stabilità politica, ha conosciuto un innegabile progresso materiale, culturale e scientifico. Le università sono piene di giovani e le ragazze sono in numero prevalente. Gli scienziati iraniani sono stati mobilitati nella ricerca sul nucleare civile con notevoli risultati. Ricerca scientifica e sua applicazione alla difesa nazionale vanno di pari passo. L’alleanza con la Russia e la Cina si dimostra solida e permette di avere a disposizione un grande mercato. Israele, per realizzare il suo folle progetto, ha esortato più volte gli Stati Uniti a intervenire militarmente contro l’Iran diventato il suo più pericoloso antagonista. La ricostruzione scientifica dei fatti avvenuti l’11 Settembre 2001 a New York e al Pentagono portano logicamente alla ipotesi che la CIA, il Mossad e l’FBI abbiano costruito un “inside job”, un lavoro fatto dall’interno per scatenare l’arabofobia, l’islamofobia a vantaggio unico di Israele e dell’Occidente egemonizzato dagli USA. Sono troppi gli indizi che conducono a Israele.[6] Quando l’ex generale Wesley Clarck, ex Comandante in Capo della NATO in Europa, rivela alla televisione Democracy Now[7] che, pochi giorni dopo l’11 Settembre 2001, un collega del Pentagono lo informa che il governo americano sta preparando la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein e che è stato fatto un progetto per sovvertire in cinque anni i governi di sette paesi: Siria, Iran, Iraq, Libano, Libia, Sudan e Somalia allora appare evidente che l’unico e diretto beneficiario di questo progetto criminale ed eversivo è, oltre al Complesso Militare Industriale americano, ISRAELE. L’attacco all’Iraq nel mese di marzo del 2003, col falso pretesto delle armi di distruzione di massa, che non furono mai trovate, fu il primo atto per avvicinarsi ai confini iraniani. Primo atto coronato da successo. Il secondo atto doveva essere la Siria. Un altro stato forte e coeso che “dava fastidio a Israele” e che doveva essere eliminato per procedere, poi, all’eliminazione dell’Iran sciita, sostenitore del movimento libanese Hetzbollah, pur esso sciita, con un esercito di circa cento mila uomini, super armato e spina nel fianco dello stato ebraico.

Dopo l’Iraq, come sovvertire la Siria? Semplice. Lo stesso metodo applicato in Ucraina: la “rivoluzione colorata”. Organizzare manifestazioni dell’opposizione, sull’esempio delle “primavere arabe”, finanziare e introdurre migliaia di mercenari e innescare una guerra civile fino al rovesciamento del governo legittimo. Così avvenne, come testimoniano diverse fonti tra cui, la stessa Hillary Clinton e, soprattutto, l’ex ministro francese degli Esteri Roland Dumas in una intervista televisiva durante la quale racconta di essere andato a Londra al Foreign Office[8] per salutare dei colleghi che gli avevano confidato che “stavano preparando una cosa in Siria” e chiedendogli se i francesi volessero partecipare. La parte più interessante di questa intervista è la domanda che il giornalista rivolge a Dumas: “Perché?” La risposta è chiara e pronta: perché è nell’interesse di Israele, come gli aveva confidato il primo ministro israeliano. 

Come tutti sappiamo, il progetto di distruggere la Siria e portare al governo dei fantocci filoisraeloamericani è clamorosamente fallito, grazie all’esercito siriano, alla Russia di Putin, alle milizie di Hetzbollah e all’Iran che ha aiutato e armato la Siria. Mentre scrivo, il presidente Trump annuncia che ritirerà il contingente americano che era in Siria illegalmente senza essere stato chiamato da nessuno. Israele ha manifestato il suo disappunto vedendo fallire clamorosamente i suoi progetti criminali. Stati Uniti, Inghilterra, Turchia, Israele, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi sono stati la Santa Alleanza in questa missione fallita che ha distrutto un paese sovrano, tra i più evoluti del mondo arabo, provocando una catastrofe umanitaria di immani proporzioni.

Un’altra ossessione di Israele è la possibilità che l’Iran acquisisca la bomba atomica e diventi inattaccabile. L’uso del nucleare per scopi civili è stato ripetutamente affermato dai dirigenti iraniani e l’amministrazione Obama, mostrando flessibilità e lungimiranza, stipulò nel 2015 un accordo con Teheran e con i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, più la Germania. Lo stato sionista, nell’ultimo decennio, ha organizzato ed eseguito, con spietata precisione, l’uccisione di scienziati iraniani come Ardeshir Hassanpour e Mustafa Ahmadi Roshan[9] pur di impedire che l’Iran si dotasse dell’arma atomica che Israele possiede da diversi decenni sfuggendo consapevolmente ai controlli dell’AIEA, l’Agenzia per la limitazione delle armi atomiche. Con l’avvento dell’Amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno deciso di annullare quell’accordo sempre avversato dallo stato sionista che lo aveva definito «la resa dell’Occidente all’asse del male guidato dall’Iran». La verità è che Israele possiede stivati nei bunker nel deserto del Negev tra 300 e 400 missili a testata atomica pronti al lancio su missili balistici, come il Jericho 3, e su cacciabombardieri F-15 e F-16 forniti dagli Usa, cui si aggiungono ora gli F-35. L’accordo sottoscritto dagli iraniani consente le ispezioni dell’AIEA e vi è l’impegno a non costruire armi atomiche sotto il controllo internazionale. Israele ha centinaia di armi atomiche e non consente ispezioni a nessuna istituzione internazionale. Osserva Manlio Dinucci: «Gli alleati europei degli Usa, che formalmente continuano a sostenere l’accordo con l’Iran, sono sostanzialmente schierati con Israele. La Germania gli ha fornito quattro sottomarini Dolphin, modificati così da poter lanciare missili da crociera a testata nucleare. Germania, Francia, Italia, Grecia e Polonia hanno partecipato, con gli Usa, alla più grande esercitazione internazionale di guerra aerea nella storia di Israele, la Blue Flag 2017».[10] Quindi: chi minaccia chi? La condotta israeliana è più simile a quella di un’associazione per delinquere che a uno stato moderno e democratico.

Mentre scrivo, il Segretario di Stato americano, il superfalco Mike Pompeo, sta visitando nove stati mediorientali per riprendere i rapporti con gli arabi amici, isolare l’Iran e rassicurare Israele. È andato in Egitto e ha fatto un discorso all'Università americana del Cairo accusando Obama, senza mai nominarlo, per le sue politiche «fuorviate» che hanno «diminuito il ruolo dell'America nella regione, danneggiato i suoi amici di lunga data e incoraggiato il suo principale nemico: l'Iran».

Riprendendo il discorso pronunciato da Obama al Cairo nel 2009, ha detto a un pubblico invitato di funzionari egiziani, diplomatici e studenti stranieri: «Ricordate: era qui, proprio qui in questa città, un altro americano stava davanti a voi. Vi ha detto che gli Stati Uniti e il mondo musulmano hanno bisogno di "un nuovo inizio". I risultati di questi errori di valutazione sono stati disastrosi». Dopo aver criticato l’accordo del 2015 sul nucleare iraniano, l’alleggerimento delle sanzioni e l’inerzia di Obama per impedire la crescita di Hetzbollah in Libano a scapito della sicurezza di Israele, Pompeo, pomposamente, ha aggiunto: «La buona notizia è questa: l'era della vergogna americana autoinflitta è finita, così come le politiche che hanno prodotto tanta sofferenza inutile». Non basta, «Ora arriva il vero 'nuovo inizio'», dice messianicamente dopo aver intitolato, senza alcun pudore, il suo discorso: “Una forza per il bene: Il ruolo rinvigorito dell'America in Medio Oriente”.[11] “Una forza per il bene”!!! Questa è la dichiarazione più evidente della IRREDIMIBILITA’ degli Stati Uniti come potenza globale terroristica e aggressiva che attribuisce, da sempre, a se stessa il titolo di “forza salvifica”. Pompeo in questo modo afferma che la guerra non dichiarata contro l’Iran continua, dunque, annullando la politica di distensione obamiana e facendo la faccia feroce come, certamente, gli ha chiesto di fare il primo ministro israeliano Netanyhau. La questione palestinese, vera causa, prima e ultima, della instabilità mediorientale? Di questa non si parla. Dopo aver seppellito qualunque ipotesi di pace, l’amministrazione Trump si affida al “genocidio incrementale dei palestinesi”, come direbbe Ilan Pappe, al furto continuo di terra in Cisgiordania nella speranza che la disperazione dei palestinesi si traduca in un esodo biblico verso la Giordania, la Siria in ricostruzione e altri paesi arabi disposti ad accoglierli in massa. In tal modo assisteremmo alla scomparsa della Palestina storica e alla sua giudaizzazione completa. Non è forse questo il fine del “Piano Ynon” che Borgognone, correttamente, rammenta all’inizio di questo saggio? Oded Ynon è un giornalista e il suo breve saggio, apparso nel febbraio del 1982 sul giornale sionista Kivunim (Direzioni), è intitolato “Una strategia per Israele negli anni Ottanta”, un piano ideato per Ariel Sharon e per il generale Rafael Eitan. Esso prevede la dissoluzione di tutti gli attuali stati arabi e la formazione di altri tanti piccoli stati arabi in base a divisioni religiose ed etniche. Nonostante il saggio sia caratterizzato da un volgare anticomunismo e faccia riferimento alla minaccia sovietica, che non c’era e non esiste più, esso delinea il progetto di trasformazione di Israele in una potenza imperiale mondiale. Ynon attacca gli accordi di Camp David coi quali l’Egitto riottenne la penisola del Sinai occupata da Israele in cambio della pace rimpiangendo “la perdita dei giacimenti petroliferi del Canale di Suez” e di altre ricchezze naturali. Ynon aveva previsto la distruzione dell’Iraq e auspicato anche la distruzione, che non è avvenuta, della Giordania dove esiste una maggioranza di palestinesi: “Non vi è alcuna possibilità che la Giordania continui ad esistere a lungo nella sua struttura attuale, e la politica di Israele, sia in guerra che in pace, dovrebbe essere diretta alla liquidazione della Giordania sotto l’attuale regime e il trasferimento del potere alla maggioranza palestinese. (…) non è possibile continuare a vivere in questo paese nella presente situazione senza separare le due nazioni, assegnando agli arabi la Giordania e agli ebrei le zone ad ovest del fiume [Giordano]”. Chiarissimo: i palestinesi siano deportati in Giordania e tutta la Cisgiordania sia data a noi ebrei. “La convivenza autentica e la pace regneranno sul paese solo quando gli arabi capiranno che senza il dominio ebraico tra il Giordano e il mare essi non avranno né esistenza né sicurezza”. Nella sua brutalità, Ynon non poteva essere più esplicito e perentorio. Qui sta la chiave ermeneutica per capire la centralità della minaccia sionista sul mondo intero. Se questo progetto fosse realizzato del tutto, regnerebbe nel mondo la legge della jungla, la fine del diritto internazionale e delle istituzioni sovrannazionali, come l’ONU, che oggi appaiono molto depotenziate e svilite, prive di autorità. Ergo, chiunque ostacoli questo progetto è un nemico di Israele e degli Stati Uniti controllati da Israele. L’Iran sostiene la causa palestinese e combatte il sionismo? Che l’Iran sia sovvertito, come gli altri sei paesi citati dal generale Clarck!

Se la diplomazia nordamericana fosse autonoma, e non condizionata strettamente dalla lobby sionista, probabilmente una politica di distensione e di fiducia reciproca sarebbe stata possibile con l’Iran. Nel 2000, gli USA riconobbero le proprie responsabilità in relazione al colpo di stato che aveva deposto, nel 1953, il governo laico e progressista di Mossadeq e riportato sul trono la dinastia dei Pahlavi. Fu Madeleine Albright, all’epoca segretario di Stato, che definì il regime dello scià «brutale e repressivo». Non si sa quanto fosse sincera quell’affermazione, ma occorreva iniziare dall’ammissione di quel crimine storico, chiedere scusa al popolo iraniano e avviare un nuovo corso tra i due governi perseguendo il reciproco vantaggio. Così non è mai stato perché, dietro le quinte, il veto israeliano ha orientato e imposto a tutte le amministrazioni USA l’obiettivo dell’eversione del regime antimperialista e antisionista iraniano. Accettare l’Iran così come esso è significa per Israele cancellare il progetto del grande Israele e la conseguente pulizia etnica della Palestina, così come si presenta nel “Piano Ynon”. Basta sfogliare i giornali e la pubblicistica occidentale, nel periodo in cui alla presidenza della repubblica islamica c’era l’uomo più antisionista del gruppo dirigente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, per avere la controprova del ruolo decisivo di Israele e dei sionisti. L’informazione occidentale lo presentò come un tiranno nazista, “l’Hitler iraniano”, sfruttando alcune sue infelici e maldestre affermazioni sulle dimensioni dell’Olocausto e sulle esagerazioni numeriche delle vittime ebraiche eliminate dai nazisti. Furono orchestrate campagne furibonde a favore dei candidati filo-occidentali e sfacciatamente filo-americani avversari di Ahmadinejad nelle elezioni del 2009. Ma Ahmadinejad vinse le elezioni per la seconda volta consecutiva col il 62,63% dei voti. Cosa accadde? In Occidente si levarono grida e strepiti accusando il regime di brogli. Se avesse vinto il candidato coccolato dagli americani e dai sionisti, ovviamente, le elezioni sarebbero state glorificate come un trionfo della democrazia, ma quando vincono gli altri tutta la stampa occidentale, come un plotone d’esecuzione, accusa il vincitore di brogli. Un’altra accusa diffusa a piene mani contro Ahmadinejad fu quella di essere “antisemita”. Fu alterata persino la traduzione di alcuni suoi discorsi pur di sostenere quest’accusa. Nessuno scrisse che, per legge, nel Parlamento iraniano devono essere rappresentati gli ebrei, i cristiani e le altre minoranze religiose. Nessuno mostrò le foto che ritraggono Ahmadinejad coi rabbini ortodossi iraniani, coi quali intratteneva ottimi rapporti, né le foto dei rabbini giunti dagli Stati Uniti  a Tehran per incontrarlo. Avrebbero dovuto ammettere che il presidente iraniano era molto popolare nel suo paese, che era stato un efficace sindaco di Tehran e che aveva un occhio di riguardo per i più poveri.

Nella storia delle Repubblica islamica dell’Iran c’è un episodio che non è stato narrato e che la grande stampa evita di divulgare.
Nel mese di maggio del 2003, mentre era in corso l’attacco anglo-americano all’Iraq, le autorità iraniane inviarono una proposta di negoziato agli Stati Uniti tramite gli svizzeri. Cosa chiedevano gli iraniani?
• La fine del comportamento ostile degli Stati Uniti per mezzo di interferenze, in terne ed esterne e la presentazione dell’Iran come "asse del male";
(interferenza nelle relazioni interne o esterne, lista del terrorismo).
• Abolizione di tutte le sanzioni: sanzioni commerciali, restituzione dei beni congelati, sentenze, impedimenti nel commercio internazionale e presso leistituzioni finanziarie.
• Iraq: creazione di un governo democratico e pienamente rappresentativo in Iraq, sostegno alle richieste iraniane per le riparazioni di guerra irachene, rispetto degli interessi nazionali iraniani in Iraq e legami religiosi con Najaf / Karbal.
• Pieno accesso alla tecnologia nucleare pacifica, alle biotecnologie e alla tecnologia chimica.
• Riconoscimento dei legittimi interessi di sicurezza dell'Iran nella regione con capacità di difesa adeguate.
• Terrorismo: ricerca di terroristi anti-iraniani, soprattutto MKO (Mojahedin-e-Khalq Organization (People's Mujahedin of Iran)  e sostegno al rimpatrio dei loro membri in Iraq, azione decisiva contro i terroristi anti-iraniani, soprattutto l'MKO e le organizzazioni affiliate negli Stati Uniti.

Cosa chiedevano gli Stati Uniti?

• piena trasparenza per la sicurezza con l’impegno che l’Iran non avrebbe sviluppato o posseduto armi di distruzione di massa; piena cooperazione con l'AIEA (Agenzia internazionale per l'energia atomica) basata sull'adozione da parte iraniana di tutti gli strumenti e i protocolli AIEA)

• Terrorismo: azione decisiva contro qualsiasi terrorista (soprattutto al Qaida) sul territorio iraniano, piena cooperazione e scambio di tutte le informazioni pertinenti.
• Iraq: coordinamento dell'influenza iraniana per l'attività a sostegno della stabilizzazione politica e la creazione di istituzioni democratiche e un governo non religioso.
• Medio Oriente:
1) fine di ogni sostegno materiale ai gruppi di opposizione palestinese (Hamas, Jihad, ecc.) dal territorio iraniano, pressioni su queste organizzazioni per fermare azioni violente contro i civili entro i confini del 1967.
2) l'azione su Hezbollah per diventare una mera organizzazione politica all'interno del Libano
3) accettazione della dichiarazione di Beirut della Lega Araba (iniziativa saudita, approccio di due stati)
passi:
• Iraq: costituzione di un gruppo comune, sostegno attivo dell'Iran per la stabilizzazione dell'Iraq, impegno degli Stati Uniti per sostenere attivamente le richieste di risarcimento iraniane nell'ambito delle discussioni sui debiti esteri dell'Iraq.
• Terrorismo: impegno USA per disarmare e rimuovere MKO dall'Iraq e agire contro la sua leadership, impegno iraniano per un'azione rafforzata contro i membri di Al Qaida in Iran, accordo sulla cooperazione e lo scambio di informazioni
• Dichiarazione generale iraniana "per sostenere una soluzione pacifica in Medio Oriente che coinvolga le parti interessate"
• Dichiarazione generale USA secondo cui "l'Iran non apparteneva all'asse del male"
• Accettazione da parte degli Stati Uniti di eliminare gli impedimenti contro l'Iran nelle istituzioni finanziarie e commerciali internazionali.[12]

Le “colombe”, presenti in entrambi i campi in conflitto, si erano adoperate per quello che nei documenti era chiamato “il grande affare” iraniano. Nell’amministrazione di Bush Junior non mancavano i segnali di disponibilità, come fanno supporre certe affermazioni di Condoleeza Rice. Tuttavia, era oggettivamente difficile per un paese antimperialista e anticoloniale poter accettare le limitazioni al sostegno alla causa palestinese e la trasformazione di Hetzbollah in un partito politico. Nella controproposta americana risulta evidente l’influenza della lobby sionista ampiamente presente nell’amministrazione Bush. Nonostante gli incontri diplomatici e i traccheggiamenti per non apparire come coloro che hanno voluto chiudere le trattative, il tentativo di negoziato era destinato a naufragare.
La proposta iraniana, distensiva e conciliativa, si era sviluppata all’interno della presidenza Khatami, notoriamente considerato un moderato, un riformista, e fu un tentativo animato da buone intenzioni che la controparte lesse come un segnale di debolezza per arginare la crisi interna di un regime di cui gli USA e Israele si auguravano il collasso. Un’occasione mancata che sul New York Times del 28 aprile 2007 Nicholas D. Kristof commentò con queste parole:

Nella rubrica di domenica ho esposto i tentativi di raggiungere un "grande affare" tra Stati Uniti e Iran, prima che i sostenitori della linea dura dell'amministrazione Bush uccidessero lo sforzo nel 2003. Qui sto fornendo ulteriori informazioni di base e i documenti completi. (…) Sembra una cattiva gestione diplomatica di altissimo livello che l'amministrazione Bush abbia rifiutato quel processo a priori e ora stia invece battendo i tamburi di guerra e considerando gli attacchi aerei sui siti nucleari iraniani.[13]

La verità prima è ultima è questa: la politica estera degli Stati Uniti, sotto la dettatura dello stato ebraico che la dirige, non accetterà mai alcuna sorta di pacificazione o di cordiale intesa con la repubblica islamica dell’Iran finché questa non rinuncerà alla sua ideologia antisionistica e al sostegno alle legittime aspirazioni del popolo palestinese. Questa era la linea di demarcazione che i dirigenti iraniani al governo nel 2003 non potevano varcare. Il progetto del Grande Israele, quindi, deve andare avanti anche a costo delle peggiori avventure. Come scrisse l’ambasciatore svizzero in Iran, Tim Guldimann, in una lettera inviata al Dipartimento di Stato americano: “Ho avuto la chiara impressione che c’è una forte volontà del regime [iraniano] di affrontare il problema con gli Stati Uniti ora e di metterlo alla prova con questa iniziativa”.[14] Iniziativa lungimirante e saggia, mentre Bush e la sua cricca battevano i tamburi di guerra. Il mondo, dunque, continua la sua esistenza guidato da ciechi, come nel quadro di Pieter Bruegel il Vecchio



[1] The Independent, 15/09/2016.

[2] Ariel Sharon, Primo Ministro d’Israele, 31 ottobre 2001, risposta a Shimon Peres, come riportato in un programma della radio Kol Yisrael.
[3] https://www.ilfarosulmondo.it/lisraelizzazione-degli-usa-e-le-guerre-senza-nome/
[4] https://diegosiragusa.blogspot.com/2018/11/rapporto-dalliran.html
[5] In Iran non esiste la pena della lapidazione.
[6] https://youtu.be/Xs9EJiGMfgs   Conferenza di Christopher Bollyn, uno tra i maggiori studiosi di terrorismo e autore di diversi libri sull’11 settembre. Secondo Bollyn tutte le premesse e diversi indizi conducono a identificare Israele come il beneficiario principale della messa in scena dell’11 settembre 2001.
[7] https://www.youtube.com/watch?v=69Xo5Gxn2o4
[8] https://youtu.be/jeyRwFHR8WY
[9] Diego Siragusa,  Il terrorismo impunito, pagg: 481-483, Zambon Editore, 2012.
[10] https://diegosiragusa.blogspot.com/2018/05/israele-200-armi-nucleari-puntate.html
[11] Fonte: https://abcnews.go.com/beta-story-container/Politics/wireStory/pompeo-egypt-amid-concerns-us-mideast-policy-60279845
[12]    Trita Parsi, Treacherous alliance, the secret dealings of israel, iran, and the united states, yale university press, 2007, pagg.341-346.
[13] https://kristof.blogs.nytimes.com/2007/04/28/irans-proposal-for-a-grand-bargain/

lunedì 3 giugno 2019

L'islamisme est une maladie de l'islam, par Roger Garaudy

L'islamisme est une maladie de
l'Islam. Et cette épidémie se présente
sous des formes très diverses.
Je voudrais donc en rappeler la principale
source, celle d'ailleurs, dont on
parle d'ordinaire le moins. Elle en est
pourtant le modèle idéologique par ses
interprétations les plus étroites de la
"tradition", et sa lecture la plus littérale
et la plus formaliste du Coran. Elle en
est l'aliment économique de loin le plus
important.

LES SOURCES
DE L'INTÉGRISME MUSULMAN
L'intégrisme Hanbalite et Wahabite
de l'Arabie Saoudite joue un rôle capital
comme justification idéologique de
la monarchie absolue, comme autrefois
chez nous la "politique tirée de l'écriture
sainte" de Bossuet servait de fondement
théologique à la monarchie de
"droit divin".
Premièrement à l'intérieur du pays,
comme justification idéologique d'une
théocratie tribale exercée par une famille,
qui depuis 1913, a accepté d'être vassale
de l'Angleterre en échange de sa
protection militaire, et, depuis la deuxième
guerre mondiale jusqu'à aujourd'hui,
d'être, après Israël, la base la plus sûre
des maîtres du pétrole du Moyen-Orient:
les États-Unis.
Deuxièmement, à l'extérieur du pays,
elle exporte ses imams, et ses porteparoles,
sa littérature de propagande
fondamentaliste, ses mosquées ostentatoires,
de Genève à Rome et à Madrid,
ses centaines de millions de dollars déposés
en priorité dans les banques américaines.
Elle ouvre ses marchés juteux et illimités
aux trafiquants cosmopolites pour ses
achats d'armes, des Awacs aux Mirages,
et aux chars d'assaut, pour construire
ses aéroports démesurés ou les monuments
de prestige des émirs, le reste servant
non à des investissements
endogènes, mais à se créer une clientèle
d'assistés chez les plus démunis, de
l'Afrique au Bangladesh, et aussi, du
Pakistan au Maroc, des subventions substantielles
à leur sous-traitants idéologiques
ou politiques. Cet Islam-là peut
couper autant de mains qu'il veut, réduire
les femmes en servitude, emprisonner
ou torturer ceux qui protestent contre la
torture au nom des droits de l'homme,
ses princes sont partout reçus chaleureusement
et ne sont la cible ni des chaînes de télévision
de leurs principaux constructeurs,
ni des gouvernements qui
trouvent un débouché pour leurs armements,
de l'Awacs aux Mirages et aux
chars d'assaut, ni des démocraties
modèles qui contrôlent à travers eux les
pétroles du Moyen-Orient, et se font
même payer leurs frais d'occupation.
A l'autre pôle de l'intégrisme, et rival
redouté du premier car il est au contraire
un ferment de révolte il y a l'Iran, où
la révolution islamique a donné un visage
à l'espérance de millions de musulmans,
car c'était la première révolution
dirigée, non pas seulement contre un
régime, mais contre une civilisation -
celle qui était l'âme de tous les colonialismes.
Cette forme de vie était imposée
de l'extérieur par les États-Unis et leur
gendarme dans le Golfe: le Shah d'Iran.
Elle répandait une anti-culture à la fois
méprisant les hautes traditions spirituelles
de l'Iran, et opposant la corruption
des grands à la misère de l'immense
majorité d'un peuple.
Cet intégrisme lui aussi exporte, avec
moins de moyens financiers, mais par
le rayonnement de son puritanisme, fut-il
archaïque et parfois barbare (comme
dans l'affaire Rushdie), un fondamentalisme
qui n'est plus celui de la servilité
mais de la subversion.
La pénétration de ces deux formes
d'intégrisme, si opposés soient-elles, a
trouvé un terrain particulièrement fertile
à l'étranger non pas pour des raisons
religieuses mais essentiellement économiques
et politiques, du fait de la dépendance
à l'égard de l'Occident et de la
corruption des "élites" locales bénéficiaires
de cette dépendance.

L'INTÉGRISME PREMIER :
LE COLONIALISME OCCIDENTAL
Le fait dominant de notre époque et
qui devrait être le point de départ de
toute réflexion politique, c'est que 80%
des ressources naturelles de la planète
sont aujourd'hui contrôlées et consommées
par 20% de ses habitants. Ce qui
coûte au Tiers-Monde 25 millions de
morts par la malnutrition ou la faim
chaque année. Notre modèle occidental
de croissance coûte au Tiers-Monde un
Hiroshima par jour.
L'on comprend dès lors la colère des
victimes de cette nouvelle barbarie qui
ose s'appeler civilisation ou démocratie.
Leur dénonciation de l'hypocrisie qui
consiste à appeler "démocratie" un pays,
où, de l'aveu de M . Clinton, 1 % des
citoyens américains disposent de 70% de
la richesse de la nation, un pays où le
dernier numéro du bulletin de I'UNICEF
(p. 17) nous apprend qu'aux États-Unis
un enfant sur 8 ne mange pas à sa faim.
Tel est le mensonge fondamental d'une
conception de la démocratie qui réduit
les droits de l'homme au droit de vote
(dont on sait ce que la manipulation peut
faire, par exemple, lorsque Hitler, est élu
le plus démocratiquement du monde par
70% des voix du peuple allemand) alors
quel le droit de vivre, de manger à sa
faim, d'avoir un logement, de pouvoir
aller à l'école et participer à la culture
n'est pas au premier plan des critères des
droits humains bafoués à l'échelle de la
planète. Tout ceci, au nom d'une prétention
de l'Occident d'être un peuple
élu, chargé d'acheminer le monde vers
la civilisation.
L'intégrisme, c'est la prétention de
posséder la vérité absolue et, par conséquent,
non seulement le droit mais le
devoir de l'imposer à tous, fût-ce par le
fer et le feu. L'intégrisme premier et fondamental,
c'est le colonialisme occidental.
Tous les autres sont des réactions au
premier pour se défendre contre la
dépendance, pour sauvegarder une identité,
fût-elle archaïque et mythologique
opposée à la culture importée, lointain
âge d'or dilué dans le passé.

LE REPLI SUR LE PASSÉ
CONDUIT À DES ABERRATIONS
A la prétention occidentale d'être LA
culture et non une culture parmi les
autres s'oppose alors le mythe d'une
"islamisation" qui constitue l'erreur
symétrique de la précédente: au lieu de
rechercher une véritable universalisation
de la culture qui réalise une unité non
pas hégémonique, coloniale ou impériale,
mais symphonique par l'apport de
chaque culture à la culture universelle.
Si bien que les réponses apportées ne
répondent nullement aux problèmes
posés.
Dernièrement en Malaisie, l'on m'a
offert une série d'ouvrages sur "l'islamisation
du savoir". Je comprends très bien
les répulsions de ces peuples pour les prétendues
"sciences humaines" de
l'Occident. Je me souviens de la banderole
de nos étudiants en 1968: "Faculté
des sciences inhumaines". Combien ils
avaient raison! Lorsqu'on prétendait leur
faire croire que l'économie politique, par
exemple, est une science (avec tout ce
que cela comporte de résignation à la
fatalité déterministe de "lois du marché"),
alors que tout l'édifice repose sur
un postulat idéologique, sur une conception
de l'homme: "l'homme est simplement
producteur et consommateur, et
mû par son seul intérêt".
Ce n'est pas seulement le contraire
de la conception musulmane de
l'homme, mais de toute conception qui
considère que la vie a un sens, et que le
monothéisme du marché, l'idolâtrie de
l'argent, le mythe meurtrier de la croissance
- produire de plus en plus vite,
n'importe quoi: utile, inutile, nuisible, ou
même mortel (comme la drogue ou les
armements) - , privent notre vie de toute
espèce de sens.
Mais à partir de cette réaction légitime,
le repli sur le passé conduit à
d'autres aberrations. La semaine dernière,
à Kuala Lampour, j'ai lu dans la
presse que dans la province du Kelantan
(la plus pauvre de Malaisie) l'on vient
de voter une loi sur le viol excluant le
témoignage de toute femme et exigeant
quatre témoins masculins.
J'ai aussitôt protesté à la télévision
malaise en tant que musulman: cette prétendue
référence à la Sourate XXIV, verset
4, conduit à cette aberration: si
quatre hommes ont assisté à cette agression,
et s'ils ne sont pas intervenus pour
l'arrêter, leur place n'est pas comme
témoins, mais en prison pour lâcheté et
complicité. Le juge qui accepte de tels
témoignages et les politiciens qui ont
voté la loi ont leur place également en
prison. J’ai dû m'expliquer sur le fond, et je
crois qu'il s'agit là du point crucial en
matière d'intégrisme et en matière de
lutte contre l'intégrisme prétendant
"appliquer la shari'a".
Dans le Coran, le mot shari'a n'est
employé qu'une fois. Il a le sens de "chemin
vers la source" (façon imagée de dire
chemin vers Dieu, loi divine).
La signification est précisée par un
mode de même racine: le verbe
"shara'a", "ouvrir un chemin" et le
Coran le définit avec précision (Sourate
XLII, verset 13: "En matière de religion,
Dieu vous a ouvert une voie (ici c'est le
verbe shara'a) qu'il avait recommandé à
Noê, celle-là même que nous t'avons
révélée, celle que nous avons recommandée
à Abraham, à Moïse, à Jésus:
suivez-le, et n'en faites pas un objet de
division".
Il est donc parfaitement clair que
cette voie est celle de Dieu et qu'elle est
commune à tous les peuples à qui Dieu
a envoyé ses prophètes (à tous les
peuples et dans la langue de chacun
d'eux).
Or, les codes juridiques concernant
par exemple le vol et sa punition, le statut
de la femme, le mariage ou l'héritage,
sont différents dans la Thora juive,
dans les Évangiles des chrétiens, ou dans
le Coran. La shari'a (la loi divine pour
aller à Dieu) ne peut donc pas inclure
ces législations (qui, à la différence radicale
de la « shari'a », commune à toutes les
religions, diffère avec chacune d'elles
selon l'époque et la société où un prophète
a été envoyé par Dieu.
Prétendre appliquer littéralement une
disposition législative sous prétexte
qu'elle est écrite dans le Coran, c'est
confondre la loi éternelle de Dieu, la
"shari'a" qui est un "invariant" absolu,
commun à toutes les religions et à toutes
les sagesses), avec la législation destinée
au Moyen-Orient au Vile siècle, (qui
était une application historique, propre à
ces pays et à cette époque, de la loi éternelle).
Les deux figurent bien entendu
dans le Coran mais la confusion des
deux et leur application aveugle refusant
cette "réflexion" à laquelle ne cesse de
nous appeler le Coran nous rend incapables
de témoigner du message vivant,
du Coran vivant et éternellement actuel,
du Dieu vivant.
La loi divine, la shari'a, unit tous les
hommes de foi, alors que prétendre
imposer aux hommes du X X siècle une
législation du VIIsiècle, et de l'Arabie,
est une oeuvre de division qui donne une
image fausse et repoussante du Coran.
Cest un crime contre l'Islam.

ATTENTION À LA PROPAGANDE
QUI NOUS ABREUVE
Le prophète parlant au nom de Dieu
tenait parfaitement compte de la situation
géographique et historique du
peuple pour lequel il appliquait de
manière spécifique les principes éternels.
Lorsqu'il ordonne de jeûner de l'aube
au crépuscule il est clair qu'il s'adresse à un peuple où
le jour est la nuit ont une durée peu différente.
Pour un Esquimau, entre les
deux moments, il y a six mois: il faut
donc "réfléchir". Comme pour l'esclavage,
pour ne pas appliquer littéralement le
verset, mais pour nous interroger sur le
but qu'il visait et l'appliquer dans des
conditions différentes.
Il est absurde, dans cette perspective,
de dire que l'Islam est par principe,
ennemi de la science ou de la tolérance
religieuse.
Il faut des politiciens ignorant tout
du passé de leur propre culture pour
proclamer: la France ne sera pas multiculturelle,
comme si la culture arabo-islamique
ne faisait pas partie de notre
propre culture occidentale. Il est coutumier
de dire que cette culture a deux
sources: gréco-romaine et judéo-chrétienne.
Cest oublier l'héritage arabo-islamique.
Celui que l'on considère avec juste
raison comme l'introducteur de la science
expérimentale en Europe, le moine
anglais Roger Bacon, reconnaît modestement
dans son "Opus majus" qu'il en
a tout appris de l'école musulmane de
Cordoue et cite constamment le "Traité
d'optique" de l'égyptien Ibn Hayttham
qui a donné le premier exemple de cette
méthode: faire une hypothèse mathématique,
et, ensuite, monter un dispositif
expérimental pour la vérifier ou
l'infirmer.
En d'autres domaines, il suffit de lire
le traité "De l'amour" de Stendhal rappelant
que "c'est sous la tente noirâtre
du bédouin que s'exprime le véritable
amour", comme c'est dans l'oeuvre d'Ibn
Hazm sur l'amour courtois, comme chez
Ibn Arabi que l'on trouve l'expression
de la continuité entre l'amour humain
et l'amour divin qui inspirera, selon la
belle expression du Père Asin Palacios
"l'eschatologie" musulmane dans la
"Divine Comédie" de Dante.
Il en est de même de la tolérance:
l'intolérance ne découle pas de l'Islam
mais de ses perversions. En Espagne, des
juifs sont ministres des émirs. C’est seulement
en 1492, avec la chute de
Grenade et la victoire des "rois très chrétiens",
que commence la "purification
ethnique" (que l'on appelait alors lois
sur la pureté du sang), avec l'expulsion
d'Espagne des juifs puis des maures.
Ce changement de notre propre attitude
exige que nous ne nous laissions
pas intoxiquer par la propagande dont
on nous abreuve. Par exemple, s'agissant
de l'Algérie, n'inversons pas les
rôles: ne laissons pas des gens qui n'ont
pas d'autre mot à la bouche que le mot
de "démocratie" nous faire oublier qu'ils
ont demandé, à cor et à cri, des "élections
libres" en Algérie. Elles ont eu lieu,
et ce ne sont pas les "islamistes" du
F.I.S. qui en ont interrompu le cours et
violé le jeu parlementaire: ce sont les
gens de la dictature militaire, sous les
applaudissements de nos "bons démocrates".
Cela me rappelle une pièce de
Bertold Brecht: "Le peuple a voté. Il a
voté contre le gouvernement. La solution
la plus simple est de dissoudre le
peuple et d'en élire un autre".
Telle est l'origine de la violence: le
refus, par les militaires, du libre-jeu parlementaire.
L'on invoque les assassinats,
en effet déplorables, d'intellectuels ou
d'étrangers, mais on fait moins de bruit
sur les assassinats d'intellectuels, dirigeants
du Fis, assassinés en prison, après
avoir été torturés: des milliers dont
Amnesty International rend compte, et
des centaines d'exécutions rendues
publiques.

DE L'USAGE DES "BONS"
ET "MAUVAIS'MUSULMANS
Cette indignation à sens unique est
d'autant plus scandaleuse qu'elle feint
d'oublier que la branche armée des intégristes
d'Algérie comme d'Egyptea son
noyau dur chez ceux qu'on appelle les
"Afghans", c'est-dire ceux qui ont été
armés par les États-Unis contre I'URSS
Tout comme Saddam Hussein a été
armé et financé par l'Occident tant qu'il
combattait l'islamisme iranienUn livre
français s'intitulait alors: "Saddam
Hussein, le de Gaulle irakien". Lorsqu'il
cesse de servir les intérêts de l'Occident
il devient: "l'Hitler irakien".
En réalité, la campagne pour diaboliser
l'Islam est sélective: il a, pour les
États-Unis et leurs vassaux de "bons
musulmans": ceux qui acceptent des diktats
du Fonds monétaire international
et servent les intérêts américains. Ceux-là
peuvent exercer la terreur chez eux: ils
n'en sont pas moins dans le camp de la
liberté et de la démocratie, comme le
furent les Pinochet et les tortionnaires
du Brésil, de l'Argentine ou du Panama.
Les "mauvais musulmans" dont il
faut parler en termes de croisade ou de
nazisme sont ceux qui résistent au F MI,
qu'ils soient Algériens, Soudanais, ou
Palestiniens.
Mme Mendès-France a posé récemment,
à propos de la Palestine, un principe
digne de la mémoire de son mari
qui fut l'un de nos ministres les plus respectés.
"Je refuse, dit-elle, d'appeler terroristes
des hommes qui résistent à une
occupation étrangère." (Ce qui devrait
évoquer, pour nous, Français, des souvenirs
bien précis.)
En Algérie, il s'agit d'autre chose
encore: non seulement un colonialisme
relayé par le FMI et les prêteurs étrangers
tient, des 26 milliards de dollars de
dettes de l'Algérie, 6 milliards d'intérêts
par an, mais le FMI impose un modèle
de développement ayant pour objectif
unique de faire payer la dette en réduisant
- sous prétexte "d'ajustement
structurer - les crédits de logement,
d'éducation, de santé et de régulation
des prix, notamment du pain.
Il y a là une suite du colonialisme
qui, déstructurant l'économie des pays
conquis pour en faire des appendices des
économies de la métropole, les rendit
invivables lors de leur libération.
*Ce ne sont là que quelques rappels
des conditions dans lesquelles
prolifère l'Islamisme. Mais ils
nous permettent de suggérer, en conclusion,
quelques principes nécessaires pour
aborder, dans notre pays, des immigrés
musulmans tentés par l'intégrisme extérieur.
Ne pas leur demander, sous prétexte
"d'intégration", de renoncer à leur identité
musulmane mais de refuser les caricatures
des "collabos" hypocrites du
Golfe et de retrouver leurs racines véritables,
qui sont aussi les nôtres.
Nous sommes là aux antipodes d'une
politique purement répressive comme
celle de M. Pasqua qui met non seulement
en danger ceux de nos compatriotes
qui résident en Algérie en
appelant des représailles, mais qui, ici
même, en France, rend de plus en plus
irrespirable l'atmosphère en assimilant
de simples gens traditionalistes et suivant
les coutumes de leur pays à des terroristes
en puissance.
L'axiome fondamental, en ce domaine,
dans l'ensemble des relations internationales
comme dans les rapports
politiques internes, est qu'il n'y a pas
d'autre choix qu'entre le dialogue et la
guerre.
Maudit soit qui choisit la guerre.

Roger Garaudy
« Aujourd’hui l’Afrique », n°49-50 , 1993

(Rubrique Actualités franco-africaines)