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martedì 15 gennaio 2019

Dugin e il duginismo all'interno della Russia, di Hari Har Dash

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Aleksandr Dugin con David Duke, ex membro del Ku Klux Klan


Introduzione

Dugin viene presentato quale mente strategica di Putin. Una favola che piace sia ai denigratori di Putin, per poterlo spacciare come dittatore ‘fascista’, sia a Dugin e seguaci, perché così ottengono un immeritato prestigio riflesso dalla figura del presidente russo, di cui in realtà sono nemici. Anche la storia che Dugin rappresenti la ‘filosofia politica’ alla base dell’Eurasiatismo è fasulla. Dugin non fa mai riferimento alla corrente del post-zarismo russo detta ‘Smena Vekh‘ o all’eurasiatismo russo vecchio e nuovo, che si tratti di Trubetskoj o di Gumiljov. Semmai riprende concetti ‘metapolitici’, ovvero considerazioni che si autosostengono senza dover ricorrere a dati economici, sociali e storici. Quindi abbiamo dei ‘geopolitici’, nell’ambiente duginista, che non hanno idea di cosa sia la Storia, la società dei Paesi che analizzerebbero, o dell’economia, ridotta a ‘corridoi energetici’, quindi appendice della geopolitica ‘metapolitica’, ovvero onirica ed ideologizzata.


E ciò si riverbera sul piano pratico attuale della politica internazionale. Le idee che avanzano e che promuovono Dugin e i suoi seguaci fanno a pugni con la geopolitica razionale di Mosca volta a costruire un mondo multipolare, incentrato sullo sviluppo delle relazioni politico-economiche nel nucleo multipolare tra Russia, India e Cina. Anzi, spesso l’ambiente duginista suscita aspre polemiche e posture che smentiscono l’intenzione di voler sostenere l’eventuale percorso intrapreso dalla dirigenza russa attuale.


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Aleksandr Dugin e il teorico neocon Brzezinski




Ad esempio, è da diversi mesi che i duginisti conducono un’inesplicabile polemica astiosa e violenta contro l’India, che viene dipinta come vendutasi agli Stati Uniti. Stesso discorso è ripreso contro il Vietnam, solo perché Obama vi aveva compiuto una visita, la prima di un presidente statunitense in 40 anni. Non viene risparmiato lo stesso Putin, definito velatamente un fantoccio di oligarchie e banche, di volta in volta accusato di essere circondato da quinta, sesta e persino settima colonna, nel tentativo palese di screditare e danneggiare l’immagine dell’esecutivo russo. Arrivando a denigrare figure di spicco dell’ambiente accademico geopolitico russo, molto vicini a Putin, che Dugin definisce agenti degli USA. La CIA non chiederebbe di meglio. In ciò non va trascurato anche l’aspetto umano di tali accuse all’ambiente putiniano. In fondo voleva accreditarsi come sorta di ‘Rasputin’ di Putin; ma ovviamente questa dirigenza l’ha respinto dopo un breve periodo di convergenze.

Concretamente, in tale visione grottesca dell”Eurasia’ duginista, si erge la figura di Erdogan, con i cui agenti Dugin ha stretti contatti. Erogan viene esaltato e celebrato quale combattente antiamericano, condonandogli in modo sfacciato 5 anni di guerra d’aggressione alla Siria e un imperialismo straccione che ha avuto come vittime diversi Paesi alleati e vicini alla Russia (Siria, Iraq, Armenia, Asia Centrale, Cina) se non la stessa Russia, dove Ankara finanzia e sostiene da sempre l’islamismo nel Caucaso del Nord. Tutto questo, sul piano della sostanza politica e geopolitica, per l’ambiente duginista non conta, volendo presentare Erdogan quale nuovo feroce nemico degli USA, in quanto mera vittima di un golpe che i dugnisti attribuiscono senza incertezze a Washington, anche se si basano solo sui propri desideri. Senza dimenticare che la politica di Erdogan, da ben 15 anni, abbattimento del cacciabombardiere russo compreso, viene dai duganisti assegnata in blocco a presunti gulenisti e agenti della CIA che agivano nell’assenza totale di consapevolezza di Erdogan. Una spiegazione grottesca che non fa una piega presso tale ambiente di settari ideologizzati. Difatti finora Ankara non ha ufficialmente accusato nessun funzionario statunitense, ma solo il vecchio sodale di Erdogan, Gulen. Quindi, il neo-ottomanismo di Erdogan viene arruolato dai duginisti nella costruzione del loro impero onirico, (onirismo che sta infettando sempre più cosiddetti siti d’informazione alternativa). E per preservare il nuovo idolo, nel tentativo di giustificare quest’improvvisa svolta pro-ottomanista e pro-islamista, i duginisti non esitano a denigrare perfino la Siria e le sue Forze Armate, diffondendo e legittimando la peggiore propaganda anti-siriana.

E non si creda che tale ‘impero onirico’ di Dugin corrisponda al Blocco multipolare che va formandosi in Eurasia e nel resto del mondo. Seguendo tali deliri onirici, l’ambiente duginista, ad esempio, è arrivato ad immaginare la restaurazione in Giappone di un sistema feudal-militarista, l’abolizione del parlamento, l’elevazione dell’imperatore ancora una volta a divinità, e infine creazione di un’alleanza tra tale ‘nuovo’ Giappone e Russia duginista per muovere guerra…. alla Cina popolare…. Dov’è in tutto questo il mondo multipolare e l’Eurasia antimperialista nell’impero onirico integralista schmittiano* di cui vaneggiano Dugin e sodali? In realtà, tutto ciò appare essere opera di sabotaggio ideologico e mediatico, oggettivo e forse soggettivo; ad esempio denigrando irresponsabilmente l’India, grande Paese amico della Russia da decenni, e con cui continuano ottimi rapporti a tutti i livelli; e perfino il Vietnam, altro grande alleato della Russia che ha subito lo stesso inverecondo trattamento da tale ambiente. E qualcuno si è spinto, tastando il terreno, a fare rumore su una presunta frattura tra Pechino e Mosca. Pessima aria spira nell”Imperium’ di Dugin e seguaci.

(Alessandro Lattanzio)

*(con la pedante ripetizione della sublimazione ‘filosofica’ e a-storica della suddivisione tra Terra e Mare, idea generata dall’ambiente nazista, consapevole della propria subalternità all’impero inglese a cui si concedeva il dominio degli oceani, dopo la sconfitta nel 1918 dell’imperialismo d’oltremare della Germania guglielmina).

Se Dugin viene talvolta associato al regime di Putin, in realtà l’odia considerando il presidente russo troppo liberale. Dugin stesso non crede nell’esistenza di quattro ideologie politiche. Per lui, ci sono sempre state solo tre ideologie: comunismo, liberalismo e fascismo, e Dugin mette il neo-eurasiatismo in quest’ultima categoria.
I principali punti di Dugin sul fascismo.








 1. Tre elementi della prossima dittatura:




1) il Partito Russia Unita la cui ideologia è debole va sostituito col neo-eurasiatismo, cioè il fascismo;

2) la Camera pubblica che, su “richiesta del popolo”, chiederà a Russia Unita d’introdurre misure anti-costituzionali e antidemocratiche;

3) un movimento giovanile che formi il “commissario dell’autorità illegittima” per reprimere tutti coloro che si oppongono alla dittatura.

2. “Abbiamo avuto una dittatura liberale, quindi la prossima dittatura sarà illiberale. Abbiamo avuto una dittatura sovietica, ma ora è passata. Quale sarà la prossima? Indovinate la terza“.

3. I neo-eurasiatisti devono controllare due elementi della prossima dittatura: l’ideologia del partito Russia Unita e il movimento giovanile.

4. Essendo il fascismo considerato un male in Russia, il movimento giovanile neo-eurasiatista dovrebbe evitare di farsi chiamare “Hitlerjugend“, e usare nomi come “oprichnina”, dalla polizia segreta dello zar Ivan il Terribile.

Quando l’Ucraina avviò il conflitto, Dugin disse di voler attaccare l’Ucraina e uccidervi tutti e annetterla alla Russia. I neo-eurasiatisti cercano di sbarazzarsi di Putin e di creare uno Stato fascista totalitario, a tutti gli effetti. Dugin appare spesso in talk show politici di prima serata e scrive sui giornali.

Questo testo non offrirà una nuova visione della concezione di Dugin e delle sue opinioni politiche, anche se spera di contribuire a una visione scientifica di tale figura politica quale agente dalla Weltanschauung fascista.


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Aleksandr Dugin a un convegno dell'organizzazione neonazista CasaPound



Il pensiero geopolitico di Dugin è politicamente legato a colui che fu un tempo il principale geopolitico di Adolf Hitler, Haushofer. Sembra che sia un seguace di una ristretta corrente geopolitica, vale a dire la geopolitica fascista di Haushofer. La prima organizzazione spiccatamente socio-politica che Aleksandr Dugin raggiunse, impegnandosi in politica, fu l’associazione storico-patriottica ‘Pamjat‘ nota per l’antisemitismo centonerista. Prima di tale affiliazione, la sua visione del mondo si modellava sugli insegnamenti esoterici e metafisici cui fu introdotto quando era membro del ‘circolo Juzhinskij‘, o per usare le parole di uno dei suoi ex-membri, dell”underground schizoide intellettuale’. Tale circolo fu costituito negli anni ’60 intorno allo scrittore e poeta russo Jurij Mamleev, che risiedeva in due stanze di un appartamento condiviso su viale Juzhinskij, nel centro di Mosca.

Mamleev trasformò l’alloggio in un salotto letterario illegale dove un certo numero di volatili artisti, scrittori, poeti e intellettuali anti-sistema e non conformisti si riuniva per discussioni che avrebbero potuto danneggiare gli interessati. Il circolo Juzhinskij era evidentemente anti-sovietico, ma rimase in gran parte apolitico prima che Mamleev emigrasse negli Stati Uniti nel 1974. Pochi anni dopo un grande ‘fazione’ del circolo finì sotto l’influenza dello scrittore mistico, poeta e traduttore Evgenij Golovin. Quando Dugin aderì al circolo nel 1980, si legò a tale ‘fazione’. Nel circolo, Golovin propagò progressivamente occultismo, esoterismo, opere di René Guénon e di altri autori e, in seguito, la rivoluzione conservatrice e i classici fascisti ‘tradizionalisti integrali’. La ‘fazione’ di Golovin fu caratterizzata da una ‘filosofia che negava la realtà circostante come qualcosa di malvagia, ostile, erronea ed artificiale’. Per via dell’affiliazione di Dugin al circolo ‘Juzhinskij’ per la prima volta partecipò a un ‘movimento’ che percepiva la transitorietà del presente, possiamo supporre che in tale ‘movimento’ Dugin fu incoraggiato nella sua via alla sintesi confusa (mazeway resynthesis), che avrebbe imposto a seguaci e compagni di viaggio negli anni successivi.

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Dugin con il segretario della Lega Nord, il sionista Matteo Salvini







Quando Eltsin ascese al potere e dopo, quando Putin divenne presidente, sapeva che Putin poteva spedirlo in carcere, ma sapeva anche che se lo spediva in prigione gli USA avrebbero scatenato una rivoluzione religiosa facendo di Dugin un capro espiatorio. Non ha mai rinunciato a sfruttare il ‘tradizionalismo’ e l’occulto per la sua causa politica, usando l’approccio attivista di Julius Evola sfruttando la dottrina per scopi politici. Nel periodo sovietico Dugin fondò l'”Ordine Nero delle SS” basandosi sul nazismo. Ma suo padre era un generale dell’intelligence militare e Dugin non ebbe alcun problema su ciò. Da “figlio dell’élite” fu salvato dalla coscrizione nell’esercito sovietico.

Oggi è molto più popolare all’estero che in Russia. Dugin è bravo nelle lingue straniere, ne conosce 7-8 europee. Fu il primo nell’URSS che iniziò a leggere e tradurre massicciamente i testi dei cosiddetti “tradizionalisti” (Guenon, Crowley, Evola, ecc). La sua carriera si fonda su questo lavoro. Su FB ho incontrato molti suoi seguaci. Per lo più provengono da Germania, Portogallo, Italia, Grecia. Pochissimi dalla Russia. Dugin e i suoi seguaci sono supportati e sponsorizzati dalla cosiddetta “vecchia élite europea”.

Dugin: Il fascismo è il nazionalismo non ancora nazionalista, ma una rivoluzionaria, ribelle, romantica, idealistica (forma di nazionalismo) che si appella a un grande mito ed idea trascendente, cercando di mettere in pratica il sogno impossibile, dare vita alla società dell’eroe superumano, cambiando e trasformando il mondo.

Il simbolismo occulto svolge un altro ruolo importante nell’immaginazione ideologica. La freccia a otto punte di Dugin, simbolo ufficiale della sua organizzazione, fece la prima apparizione sulla copertina di Geopolitikij Osnovij, posta al centro dei contorni dell’Eurasia. Tale simbolo è una versione modificata della ‘Stella del Chaos’ e farebbe riferimento al ‘Chaos Magico’, una dottrina occulta basata sui testi di Crowley, Austin Osman Spare e Peter Carroll.

Sembra opportuno considerare il ‘Chaos Magico’ stesso un prodotto della via alla sintesi confusa. I ‘praticanti la magia del caos’ ammettono apertamente che ‘per loro, visioni del mondo, teorie, credenze, opinioni, abitudini e anche personalità sono strumenti che possono essere scelti arbitrariamente al fine di comprendere e manipolare il mondo che vedono e creano attorno a sé’. La ‘Star of Chaos’ è uno degli ‘strumenti’ simbolici adottati nei libri fantasy di Michael Moorcock, diffusa dai giochi di ruolo, in particolare della serie Warhammer40K.



 Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

sabato 5 maggio 2018

[Vídeo] James Petras analiza la realidad latinoamericana Texto completo en: https://www.lahaine.org/video-james-petras-analiza-la

Cristóbal García Vera
Entrevista con James Petras sobre la situación en Nicaragua, Brasil, las derechas regionales y el régimen de Trump

Después de una etapa marcada en América Latina por el auge de gobiernos progresistas, liderados por el difunto líder venezolano Hugo Chávez, asistimos ahora a una contraofensiva de la derecha regional y los EEUU, que han hecho caer a algunos de estos gobiernos y recrudecen la presión sobre los que aún resisten.
En la presente entrevista, concedida a Canarias Semanal, el reconocido sociólogo estadounidense James Petras analizó esta coyuntura política, respondiendo a interrogantes sobre lo que está sucediendo realmente en Nicaragua con el Gobierno de Daniel Ortega o en Brasil con el procesamiento y encarcelamiento de Lula Da Silva, sobre la situación en Venezuela, el trasfondo de la política de Donald Trump más allá de sus manifestaciones grandilocuentes o el papel que desempeñan en el contexto internacional potencias como Rusia y China.
Algunos titulares de la entrevista:
"El Gobierno de Daniel Ortega combina políticas neoliberales con políticas antiimperialistas por las que Washington quiere tumbarlo"
"En Brasil se impuso un golpe de Estado contra Dilma Rousseff, pero el golpista Temer era socio de Lula y la propia Dilma"
"No se puede construir el socialismo en un país con una economía rentista como la de Venezuela"
"El gran problema en América Latina es la falta de un movimiento revolucionario"
"Todos los gobernantes progresistas llegaron al poder con organizaciones políticas multiclasistas en el marco de un capitalismo extractivo"
"Rusia sirve de contrapeso a EEUU, pero se trata de una lucha entre capitalistas"

Canarias Semanal
Texto completo en: https://www.lahaine.org/video-james-petras-analiza-la

martedì 3 aprile 2018

Why the UK, the EU and the US Gang-Up on Russia, by James Petras

Introduction: For the greater part of a decade the US, the UK and the EU have been carrying out a campaign to undermine and overthrow the Russia government and in particular to oust President Putin. Fundamental issues are at stake including the real possibility of a nuclear war.



The most recent western propaganda campaign and one of the most virulent is the charge launched by the UK regime of Prime Minister Theresa May. The Brits have claimed that Russian secret agents conspired to poison a former Russian double-agent and his daughter in England , threatening the sovereignty and safety of the British people. No evidence has ever been presented. Instead the UK expelled Russian diplomats and demands harsher sanctions, to increase tensions. The UK and its US and EU patrons are moving toward a break in relations and a military build-up.
A number of fundamental questions arise regarding the origins and growing intensity of this anti-Russian animus.
Why do the Western regimes now feel Russia is a greater threat then in the past? Do they believe Russia is more vulnerable to Western threats or attacks? Why do the Western military leaders seek to undermine Russia’s defenses? Do the US economic elites believe it is possible to provoke an economic crisis and the demise of President Putin’s government? What is the strategic goal of Western policymakers? Why has the UK regime taken the lead in the anti-Russian crusade via the fake toxin accusations at this time?
This paper is directed at providing key elements to address these questions.
The Historical Context for Western Aggression
Several fundamental historical factors dating back to the 1990’s account for the current surge in Western hostility to Russia.
First and foremost, during the 1990’s the US degraded Russia, reducing it to a vassal state, and imposing itself as a unipolar state.
Secondly, Western elites pillaged the Russian economy, seizing and laundering hundreds of billions of dollars. Wall Street and City of London banks and overseas tax havens were the main beneficiaries
Thirdly, the US seized and took control of the Russian electoral process, and secured the fraudulent “election” of Yeltsin.
Fourthly, the West degraded Russia’s military and scientific institutions and advanced their armed forces to Russia’s borders.
Fifthly, the West insured that Russia was unable to support its allies and independent governments throughout Europe, Asia, Africa and Latin America. Russia was unable to aid its allies in the Ukraine, Cuba, North Korea, Libya etc.
With the collapse of the Yeltsin regime and the election of PresidentPutin, Russia regained its sovereignty, its economy recovered, its armed forces and scientific institutes were rebuilt and strengthened. Poverty was sharply reduced and Western backed gangster capitalists were constrained, jailed or fled mostly to the UK and the US.
Russia’s historic recovery under President Putin and its gradual international influence shattered US pretense to rule over unipolar world. Russia’s recovery and control of its economic resources lessened US dominance, especially of its oil and gas fields.
As Russia consolidated its sovereignty and advanced economically, socially, politically and militarily, the West increased its hostility in an effort to roll-back Russia to the Dark Ages of the 1990’s.
The US launched numerous coups and military intervention and fraudulent elections to surround and isolate Russia . The Ukraine, Iraq, Syria, Libya, Yemen and Russian allies in Central Asia were targeted. NATO military bases proliferated.
Russia’s economy was targeted : sanctions were directed at its imports and exports. President Putin was subject to a virulent Western media propaganda campaign. US NGO’s funded opposition parties and politicians.
The US-EU rollback campaign failed.
The encirclement campaign failed.
The Ukraine fragmented - Russia allies took control of the East; Crimean voted for unification with Russia. Syria joined with Russia to defeat armed US vassals. Russia turned to China’s multi-lateral trade, transport and financial networks.
As the entire US unipolar fantasy dissolved it provoked deep resentment, animosity and a systematic counter-attack. The US’s costly and failed war on terror became a dress rehearsal for the economic and ideological war against the Kremlin ..Russia’s historical recovery and defeat of Western rollback intensified the ideological and economic war.
The UK poison plot was concocted to heighten economic tensions and prepare the western public for heightened military confrontations.
Russia is not a threat to the West: it is recovering its sovereignty in order to further a multi-polar world. President Putin is not an “aggressor” but he refuses to allow Russia to return to vassalage.
President Putin is immensely popular in Russia and hated by the US precisely because he is the opposition of Yeltsin - he has created a flourishing economy; he resists sanctions and defends Russia’s borders and allies.
Conclusion
In a summary response to the opening questions.
1) The Western regimes recognize that Russia is a threat to their global dominance; they know that Russia is no threat to invade the EU, North America or their vassals.
2) Western regimes believe they can topple Russia via economic warfare including sanctions. In fact Russia has become more self-reliant and has diversified its trading partners, especially China, and even includes Saudi Arabia and other Western allies.
The Western propaganda campaign has failed to turn Russian voters against Putin. In the March 19, 2018 Presidential election voter participation increased to 67% ..Vladimir Putin secured a record 77% majority. President Putin is politically stronger than ever.
Russia’s display of advanced nuclear and other advanced weaponry has had a major deterrent effect especially among US military leaders, making it clear that Russia is not vulnerable to attack.
The UK has attempted to unify and gain importance with the EU and the US via the launch of its anti-Russia toxic conspiracy. Prime Minister May has failed. Brexit will force the UK to break with the EU.
President Trump will not replace the EU as a substitute trading partner. While the EU and Washington may back the UK crusade against Russia they will pursue their own trade agenda; which do not include the UK.
In a word, the UK, the EU and the US are ganging-up on Russia, for diverse historic and contemporary reasons. The UK exploitation of the anti-Russian conspiracy is a temporary ploy to join the gang but will not change its inevitable global decline and the break-up of the UK.
Russia will remain a global power. It will continue under the leadership of President Putin .The Western powers will divide and bugger their neighbors - and decide it is their better judgment to accept and work within a multi-polar world.

https://petras.lahaine.org/why-the-uk-the-eu-and/

mercoledì 16 agosto 2017

Danni Collaterali. Le sanzioni USA mirano alla Russia per colpire l’Europa, di Diana Johnstone

28 Luglio 2017

(traduzione dall’inglese dell’articolo publicato su counterpunch: G.J.E.)

Sanno cosa stanno facendo? Quando il Congresso USA adotta sanzioni draconiane con lo scopo principale di togliere potere al presidente Trump e impedire qualsiasi mossa per migliorare le relazioni con la Russia, si rendono conto che le misure costituiscono una dichiarazione di guerra economica contro i loro cari amici europei?
Che lo sappiano o meno, ovviamente non gliene importa. I politici d‘oltre Atlantico vedono il resto del mondo come una periferia americana da sfruttare, castigare o ignorare impunemente.
La legge H.R. 3364, Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (Atto di contrasto per gli avversari dell’America attraverso sanzioni), è stata adottata il 25 Luglio da 419 membri della Camera dei rappresentanti, salvo tre contrari. Una versione precedente è stata adottata da tutti i Senatori tranne due. Tali proporzioni indicano un passaggio finale assicurato, consentendo di impedire un eventuale veto presidenziale.
Questo umore stizzoso del Congresso USA aleggia in tutte le direzioni. Le principali vittime saranno senza dubbio i cari alleati europei, in particolare la Germania e la Francia - le quali, sia detto en passant, possano talvolta costituire delle concorrenti economiche. Ma tali grossolane considerazioni non trovano udienza nello spirito dei nobili eletti del Popolo americano, totalmente votati ad innalzare la moralità universale.

Il Soft Power economico colpisce duramente.

Sotto il regime di sanzioni USA, qualsiasi nazione europea che faccia affari con la Russia (o con gli altri Paesi reprobi) potrebbe trovarsi in pesanti guai. In particolare, quest‘ultima legge colpisce tutte le società coinvolte nel finanziamento e costruzione del gasdotto Nord Stream 2, destinato a rifornire la Germania con il molto desiderato gas naturale russo.
Piccolo dettaglio: le compagnie statunitensi sono pronte a porgere una mano d‘aiuto ai loro amici tedeschi, vendendo loro il proprio gas naturale, ottenuto con il fracking, a un prezzo molto maggiore.
Questo è soltanto uno dei modi con i quali questa legge intende soggiogare le banche e le imprese europee con paralizzanti restrizioni, procedimenti legali e multe gigantesche.
Mentre predicano la libera concorrenza al mondo intero, gli Stati Uniti prendono costantemente misure per prevenirla a livello internazionale.
Secondo l’accordo del luglio 2015 che garantiva che l’Iran non avrebbe potuto sviluppare armi nucleari, le sanzioni internazionali erano state tolte, ma gli Stati Uniti hanno mantenuto le loro precedenti. Da allora, qualsiasi banca o impresa estera che si proponesse di fare investimenti o affari commerciali con l’Iran, è passibile di ricevere una lettera da un ente con base a New York autodenominatasi United against Nuclear Iran ( [Stati] Uniti contro l’Iran nucleare ) con l’avviso di rischiare «seri rischi legali, politici, finanziari, compresi rischi di reputazione facendo affari con l’Iran, particolarmente in settori dell’economia iraniana come petrolio e gas». I rischi citati includono miliardi di USdollars di multe (USA), la sorveglianza da parte “di una miriade di agenzie di controllo“, pericolo personale, perdita di copertura assicurativa, rischio di sicurezza informatica, perdita di ulteriori affari lucrosi, danno alla reputazione aziendale e la caduta del proprio valore azionario.
Gli Stati Uniti si comportano da gangsters in totale impunità, avendo negli anni sviluppato un vasto, oscuro labirinto giuridico, capace di imporre il loro volere nell‘economia del «Mondo Libero» grazie all’onnipresenza del dollaro, alla spregiudicatezza di un’intelligence senza pari, e all‘intimidazione pura e semplice.
I leader europei hanno reagito con indignazione a quest‘ultima raffica di sanzioni. Il Ministero degli esteri tedesco ha definito «inaccettabile da parte degli Stati Uniti voler utilizzare possibili sanzioni come strumento per servire gli interessi dell‘industria statunitense». Il Ministro degli Esteri francese ha denunciato l’extra territorialità della legislazione statunitense come illegale, e ha annunciato che per proteggerci dagli effetti extraterritoriali di tale legislazione USA, dobbiamo agire per adattare di conseguenza le nostre leggi francesi ed europee.
Effettivamente, l’arrogante imposizione statunitense delle loro leggi ad altri Paesi sta causando una crescente amarezza in Francia: lo scorso 5 ottobre, un severo rapporto è stato presentato alle Comissioni per gli affari esteri e delle finanze all‘Assemblea nazionale sulla questione della «extraterritorialità della legislazione USA» .

Extraterritoralità

Il presidente della commissione d’inchiesta che ha prodotto il rapporto, Pierre Lellouche, rappresentante di Parigi da lungo tempo, ha così riassunto la situazione:
«I fatti sono molto semplici. Ci troviamo di fronte un muro di leggi statunitensi estremamente denso, la cui precisa intenzione é quella di usare il diritto a fini di imperio economico e politico, con lo scopo di ottenere vantaggi economici e strategici. Come sempre per gli Stati Uniti, questo imperio, questo rullo compressore normativo si traveste e derubrica in nome delle migliori intenzioni del mondo, da quando gli Stati Uniti si definiscono un potere benevolo, un paese che può solo fare del bene.»
Sempre nel nome della lotta contro la corruzione o la lotta contro il terrorismo, gli Stati Uniti perseguono penalmente qualsiasi cosa possa essere definita un individuo giuridico USA, che secondo la bizzarra legge americana si può riferire, non importa quale impresa sia che operi nel mondo libero, a qualsiasi società riconducibile agli USA attraverso una filiale statunitense, o che sia quotata in borsa a New York, oppure che utilizzi un server basato negli Stati Uniti, o che semplicemente commerci in dollari, cosa che nessuna grande impresa internazionale può evitare.
Nel 2014 la maggiore banca di Francia, la BNP Paribas, ha acconsentito di pagare una multa enorme di quasi nove miliardi di dollari per aver utilizzato trasferimenti in dollari come transazione con nazioni sotto sanzioni statunitensi. Queste transazioni erano perfettamente legali per la legge francese. Ma poiché gli scambi sono stati effettuati in dollari il pagamento transitava attraverso gli Stati Uniti, dove diligenti esperti informatici hanno provveduto a scoprire “l‘ago nel pagliaio“.
In questa situazione, le banche europee si trovano di fronte alla scelta tra farsi trascinare in giudizio, in un procedimento che si trascinerà per anni con restrizioni e sanzioni applicate già prima del verdetto; oppure seguire i consigli di ben pagati avvocati d‘affari statunitensi, e quindi accettare di entrare nell‘oscura cultura giudiziaria statunitense del mercanteggiare e del patteggiare, poco familiare per gli europei, pur di scamparla. Come un poveraccio accusato di rubare mele al mercato, gli avvocati spingono le grosse imprese europee a dichiararsi colpevoli pur di sfuggire a peggiori conseguenze.
Alstom, grande compagnia multinazionale, il cui ramo ferroviario produce i treni ad alta velocità francesi, è un gioiello dell‘industria francese. Nel 2014 ha ceduto il suo ramo energia al gigante statunitense General Electric sotto la pressione delle accuse USA di corruzione (probabili tangenti a funzionari di alcuni Paesi del Sud del mondo).

L’ipotesi soggiacente a questa prassi è che la supposta «corruzione» da parte di aziende straniere comporti per le aziende USA una perdita di mercato. Per quanto plausibile, quello che qui manca è un qualsiasi principio di reciprocità. Tutta una panoplia di agenzie di intelligence statunitensi, con la capacità di spiare qualsiasi tipo di comunicazione privata, è impegnata nello spionaggio commerciale in tutto il mondo. Un esempio: l’Office of Foreign Assets Control opera a questo scopo con 200 impiegati e con un budget annuo di oltre 30 milioni di USdollars. Il suo omologo a Parigi impiega 5 persone.
Questa era la situazione ad ottobre 2016. L‘ultima serie di sanzioni sono destinate ad esporre le banche e le imprese europee a conseguenze ancor più severe, in special modo guardando agli investimenti per il vitale gasdotto Nord Stream.
Va fatto notare che queste sanzioni sono soltanto le ultime di una serie di misure legislative USA volte a minare le sovranità legislative nazionali e creare una giurisdizione globale entro la quale chiunque può citare in giudizio chiunque altro per qualsivoglia motivo, ma con la caratteristica determinante che la capacità di indagine e la forza per imporre queste leggi sarà detenuta dagli USA.

Sabotare l’Economia Europea

Oltre una dozzina di banche europee (inglesi, tedesche, francesi, olandesi, svizzere) si sono ritrovate nel mirino della ‘moralizzazione giuridica‘ statunitense, di fronte ad una sola banca US: JP Morgan Chase. L‘azione punta al nucleo dell‘Europa, alle grandi nazioni europee, mentre l‘influenza statunitense dilagante nei Paesi del Nord-Est – Polonia, Stati baltici e Svezia – hanno impedito all‘Unione Europea dal prendere misure di autodifesa (necessariamente unanimi) contrarie agli interessi USA.
Da lungo tempo, la più grossa preda di questa spedizione di pesca finanziaria è la Deutsche Bank. Come ha sostenuto Pierre Lellouche nell‘audizione finale della discussione sull‘extraterriorialità in ottobre, il procedimento contro Deutsche Bank rischia di demolire l‘intero sistema bancario europeo. Sebbene abbia già pagato centinaia di milioni di dollari allo Stato di New York, Deutsche Banke si trova ad affrontare « una multa di 14 miliardi di dollari, quando ne vale solo cinque e mezzo. … In altre parole, se questo affare va in porto, si rischia per un effetto domino una devastante crisi finanziaria in Europa. »

In sintesi, le sanzioni USA costituiscono una reale spada di Damocle che minaccia l’economia dei suoi maggiori partner commerciali. Potrebbe essere una vittoria di Pirro, o più semplicemente il colpo che uccide l’oca che depone le uova d’oro. Ma evviva, l’America sarò la vincitrice in un campo di rovine.
Nel corso delle audizioni parlamentari l‘ex Ministro della giustizia Elisabeth Guigou ha definito la situazione scioccante, segnalando che la Francia ha riferito all‘ambasciata USA di una situazione “insopportabile“, e riaffermato di “aver dovuto firmare“.
Lacques Myard ha affermato che “La legge statunitense è stata usata per supportare il mercato ed eliminare la concorrenza. Non dobbiamo essere ingenui ma invece consapevoli di ciò che sta accadendo.“

L’inchiesta ha fatto un passo avanti nella consapevolezza e resistenza francesi a una nuova forma di tassazione senza rappresentanza imposta dagli Stati Uniti sui Paesi europei. I membri del comitato sono stati d’accordo che qualcosa andava fatto.
Questo succedeva l’ottobre scorso. In giugno la Francia ha tenuto le sue elezioni parlamentari. Il presidente della commissione, Pierre Lellouche (repubblicano), la relatrice Karine Berger (socialista), Elisabeth Guigou (leader socialista) e Jacques Myard (repubblicano) hanno tutti perduto i loro seggi in favore di nuovi venuti senza esperienza reclutati dal partito del Presidente Emmanuel Macron, Republique en marche. I nuovi arrivati sono disorientati nell‘inquadrare il loro percorso nella vita parlamentare e non possiedono memoria politica, ad esempio riguardo il Rapporto sullextraterrioralità.
In quanto a Macron, come Ministro dell’economia, nel 2014 é andato contro le precedenti decisioni del governo approvando l’acquisto di Alstom da parte di General Electric. Non sembra ansioso di fare qualcosa che faccia arrabbiare gli Stati Uniti.
Comunque, ci sono alcune situazioni così platealmente squilibrate che non possono andare avanti per sempre.

Diana Johnstone is co-author of From MAD to Madness, by Paul H. Johnstone (Clarity Press).
She can be reached at diana.johnstone@wanadoo.fr

http://diegosiragusa.blogspot.it/2017/08/danni-collaterali-le-sanzioni-usa_16.html

mercoledì 7 settembre 2016

Dugin: il nuovo Rasputin fra occultismo, neonazismo e fondamentalismo religioso, di Stefano Zecchinelli


Foto: www.cronacheinternazionali.com
Il filosofo conservatore Aleksander Dugin viene considerato, da tutto l’occidente capitalista, l’ideologo del leader russo Vladimir Putin. Questa proiezione ideologica nasce da un profondo fraintendimento del pensiero politico di Putin che sta puntando a restaurare il diritto internazionale, contrapponendosi tanto alle tendenze imperiali “mistico-esoteriche” da una parte quanto all’imperialismo nord-americano dall’altra.
Putin è un ex funzionario del KGB, alieno al marxismo, seppur stalinizzato, mentre Dugin inizia la sua gavetta da filosofo nei circoli “magico esoterici” promossi, segretamente, dagli Usa; la storia del Dugin filosofo, negli anni ’80 e ’90, non trova altra necessità che l’antisovietismo. Il leader russo sostiene che “un mondo unipolare è non soltanto inaccettabile, ma anche irrealizzabile nel mondo attuale”, criticando “il disprezzo sempre più grande per i principi del diritto internazionale” dell’imperialismo statunitense; per il teorico eurasiatista, al contrario, la forza è una componente necessaria sia nella gestione dei conflitti interni che su scala internazionale.
Il pensiero di Dugin non deve essere scisso dal nucleo metafisico del ‘’nazismo magico’’ – Rosenberg, Evola, Renè Guenon –  solo con questa base metodologica possiamo comprendere le ragioni del ripudio della democrazia tipico del pensiero conservatore russo (ma anche statunitense) ed anti-socialista: “Abbiamo avuto una dittatura liberale, quindi la prossima dittatura sarà illiberale. Abbiamo avuto una dittatura sovietica, ma ora è passata. Quale sarà la prossima? Indovinate la terza“. Domanda: chi è e da dove viene Dugin ?
Il giovane eurasiatista aderisce al circolo Juzhinskij dove propagandò l’occultismo ed il pensiero di Julius Evola, l’aristocratico amico di Himmler che, negli anni ’60, divenne un megafono di Washington e Tel Aviv in sostegno degli imperialismi statunitense ed israeliano contro i popoli resistenti vietnamita e palestinese. Evola resta, dall’inizio alla fine, il padrino del ‘’Dugin pensiero’’. Il giornalista indiano, Hari Har Dash, ci ha spiegato che: ‘’Quando Dugin aderì al circolo nel 1980, si legò a tale ‘fazione’. Nel circolo, Golovin propagò progressivamente occultismo, esoterismo, opere di René Guénon e di altri autori e, in seguito, la rivoluzione conservatrice e i classici fascisti ‘tradizionalisti integrali’. La ‘fazione’ di Golovin fu caratterizzata da una ‘filosofia che negava la realtà circostante come qualcosa di malvagia, ostile, erronea ed artificiale’. Per via dell’affiliazione di Dugin al circolo ‘Juzhinskij’ per la prima volta partecipò a un ‘movimento’ che percepiva la transitorietà del presente, possiamo supporre che in tale ‘movimento’ Dugin fu incoraggiato nella sua via alla sintesi confusa (mazeway resynthesis), che avrebbe imposto a seguaci e compagni di viaggio negli anni successivi’’ 1.
La giravolta più pericolosa di Dugin è il passaggio da un iniziale antisemitismo alla simpatia dichiarata per Israele e l’esaltazione del fondamentalismo ebraico –Talmud di Babilonia – prescindendo, in modo omertoso, dai numerosi crimini sionisti, crimini interni ad un progetto colonialista e razzista che minaccia la Russia stessa. Dugin segue la svolta filosionista di Evola, i suoi scritti testimoniano un’ attrazione per le correnti più radicali dello sciovinismo ebraico:‘’Anche il grande scrittore Arthur Koestler indicò il tema della fondamentale dualità dell’ebraismo, offrendo una tesi discutibile dal punto etnologico ma alquanto espressiva dal punto di vista tipologico, riguardo la derivazione razziale «turca» degli ebrei est-europei «askenaziti», eredi dei giudaizzati zohariti – da cui anche il noto dualismo fra askenaziti e sefarditi (semiti puri). Nel caso dei karaiti, altra direzione anti-talmudica presa dall’ebraismo, la loro derivazione dai khazari è considerata come inequivocabilmente dimostrata (si veda L.Gumilev). E’ curioso come Douglas Reed abbia aderito alle teorie su una derivazione turca degli «ashkenazi» (in ebraico la parola significa «del nord»), considerando questo tipo di ebrei come una ramificazione della «razza turco-mongola»!’’ 2. E continua: ‘’E’ importante sottolineare un differente aspetto. L’orientalismo ebraico non è un fenomeno tipicamente moderno, né esclusivamente sovietico. E’ radicato nelle profondità della storia nazionale’’.
Ma a quale componente giudaica fa riferimento Dugin chiamando in causa l’ideologia degli azhkenaziti come necessaria per la ricomposizione dell’ identità spirituale russa ? Si tratta del sionismo religioso di Meir Kahane fondatore della neonazista Lega di difesa ebraica che, secondo il giornalista liberale Gideon Levy, ‘’costituisce la nuova elite israeliana non più interessata a compromessi’’. Per Levy, Israele è diventato uno Stato del male a causa dell’ultranazionalismo religioso che si nasconde sotto il logoro nome di ‘’sionismo religioso’’.
Dugin considera il sionismo ed il nazismo due correnti politiche, con basi mistico esoteriche, necessarie alla resistenza all’americanismo e al sovietismo. Per questa ragione, la sua produzione ideologica degli anni ’80 e ’90, è caratterizzata dalla fusione tra gli aspetti etnicisti del totalitarismo nazifascista ed il nucleo metafisico ‘’talmudista’’ dell’imperialismo israeliano. Il fanatismo religioso azhkenazi, condannato tanto dai rabbini Neturei Karta che dagli ebrei progressisti come Israel Shahak e Gideon Levy, per il ‘‘neofascista’’ Dugin è qualcosa da elogiare sulla base di inspiegabili pregiudizi religiosi: ‘’Ma può trattarsi di un fenomeno temporaneo. L’identificazione nazionale di una certa parte dell’ebraismo è inconcepibile senza spirito di sacrificio, grande compassione, agonia e ricerca idealistica del vero, senza profonda contemplazione mistica, senza disgustato disprezzo per le oscure leggi schiavistiche «di questo mondo» – le leggi del mercato e del beneficio egoistico’’.
La debolezza ‘’duginiana’’ verso il talmudismo ben presto diventa accettazione del sionismo e della presenza di uno Stato imperialista ‘’per soli ebrei’’ 3. Julius Evola, il suo ‘’maestro spirituale’’, si spinse ad esaltare i militari israeliani presentando i loro crimini contro i palestinesi come manifestazione distraordinarie virtù militari’’. Per Evola, mai stanco d’elogiare la dittatura hitleriana, ‘’il problema della razza ‘interiore’ è molto più importante’’ e in Israele ha trovato la sua soluzione definitiva: uno Stato etnicamente omogeno. Dugin, il teorico del ‘’neo-eurasiatismo’’, su questi aspetti rappresenta l’approdo definitivo dell’’’evolismo’’: l’etnicismo nazifascista si fonde con la teocrazia israeliana delineando una ripartizione imperiale del mondo fra ‘’elite guerriere’’.
Il mondo della destra radicale e neofascista è, come Dugin, strettamente legato all’occultismo ed al simbolismo mistico, quindi: ‘’La freccia a otto punte di Dugin, simbolo ufficiale della sua organizzazione, fece la prima apparizione sulla copertina di Geopolitikij Osnovij, posta al centro dei contorni dell’Eurasia. Tale simbolo è una versione modificata della ‘Stella del Chaos’ e farebbe riferimento al ‘Chaos Magico’, una dottrina occulta basata sui testi di Crowley, Austin Osman Spare e Peter Carroll. Sembra opportuno considerare il ‘Chaos Magico’ stesso un prodotto della via alla sintesi confusa’’ cit. Hari Har Dash ). Questa ambiguità gli ha permesso, in un primo momento, di tenere insieme i settori più bigotti della Chiesa Ortodossa coi movimenti neonazisti; la seconda parte del progetto politico ‘’duginiano’’ riguarda l’infiltrazione nei movimenti di sinistra e progressisti con l’obiettivo di sviarli.
Il giornalista Wahid Azal scrive che: ‘’This is especially in evidence in the recent talking points adopted by a number of otherwise progressive and left-leaning pundits who regularly appear on RT (Russia Today) and elsewhere in the alternative media where their usually consistent antiwar stance with regard to Syria specifically (and western imperialism generally) has, in paradoxical fashion, given way instead to a melange of reactionary narratives over the European refugee crisis. In short, we have a situation where certain progressives (and even some Muslims) have adopted the contemporary white supremacist kulturkampf rhetoric of fascists and fellow travellers that largely victimizes Mid East/North African immigrants and asylum seekers in Europe, and where rightwing hysteria over a perceived threat to ‘European culture’ and ‘its way of life’ is uncritically repeated, to varying degrees, parrot fashion’’ 4.
Questo calameontico personaggio ha cercato di dividere Russia Todayspostando l’attenzione dalla lotta all’imperialismo statunitense e alla lobby sionista, su tematiche reazionarie come l’ingiusta criminalizzazione dei migranti. Dugin ha rapporti tanto con le organizzazioni di sinistra, come Syriza, quanto coi neonazisti di Alba Dorata usando, in tutte le circostanze, un linguaggio eclettico del tutto inadatto a comprendere i reali problemi sociali. Domanda: si tratta di un frutto indigesto dell’eclettismo politico oppure siamo davanti ad una vera e propria operazione d’infiltrazione politica ed ideologica ?
Dugin riconosce Israele e, mantenendo ottimi rapporti con l’ultrarazzista Lieberman, spera di spostare il regime sionista su posizioni filorusse. I ‘’russo-israeliani’’, per la maggior parte esponenti della borghesia sionista a suo tempo espropriati dal PCUS, dovrebbero essere i referenti politici di un nuovo riposizionamento geostrategico di Tel Aviv. Le sorprese non finiscono qui: l’esoterismo islamista dei Fratelli Musulmani turchi, per questo controverso pensatore, è un interlocutore rispettabile nella realizzazione dell’Eurasia. Domanda: per questo motivo, nonostante la rottura delle relazioni fra Russia e Turchia, i ‘’dughiniani’’ continuano a fare proselitismo nelle sedi dei Fratelli Musulmani di Ankara? Dove va Dugin? Di certo il suo orizzonte politico non può essere quello di Putin.
Dugin ha influenzato molte organizzazioni ‘’antimperialiste’’ ignare del suo passato neonazista e delle sue attuali ambiguità. Domanda: si possono sostenere gli Hezbollah e i coloni sionisti nello stesso tempo? Dugin ed il ‘’duginismo’’ rappresentano, nel migliore delle ipotesi, un grandissimo equivoco della teoria politica: russa ed internazionale.


http://www.linterferenza.info/esteri/dugin-rasputin-fra-occultismo-neonazismo-fondamentalismo-religioso/




martedì 17 maggio 2016

L’imperialismo americano secondo Diana Johnstone, di Stefano Zecchinelli



Recensione del libro “Hillary Clinton, Regina del caos” di Diana Johnstone, Editore Zambon, 2016

Le guerre dell’imperialismo nord-americano – oltre duecento guerre d’aggressione coloniale ed imperialista dalla fondazione degli Usa – stanno infiammando diverse aree geopolitiche: dal Medio Oriente all’Eurasia. Il copione è sempre lo stesso: l’opinione pubblica viene allarmata circa l’esistenza di un presunto ‘’dittatore sanguinario’’ che massacra il proprio popolo, e gli Stati Uniti – a scanso d’equivoci – intervengono polverizzando lo Stato in questione, ‘’popolo massacrato’’ compreso.

Il libro di Diana Johnstone – Hillary Clinton, Regina del caosEditore Zambon – ha il pregio d’inquadrare la figura politica di Hillary Clinton la cui carriera come Segretario di Stato dimostra quanto sia qualificata – leggiamo dal retro di copertina – per diventare la madre di tutti i droni o addirittura della Terza Guerra Mondiale. Un ruolo che spetta ad Hillary, la candidata favorita dei sionisti, a dispetto degli sproloqui nazionalisti e fascistoidi di Donald Trump.

Nella prima parte della sua ricerca – Cap. 1Cap. 2 – la Johnstone analizza separatamente le fazioni della borghesia imperialista statunitense, spiegando le differenze fondamentali fra la componente liberal ( di cui fa parte il presidente Obama ) ed i neoconservatori ( fazione del clan Bush ). Negli Usa – come è chiaro nel libro – la dicotomia destra/sinistra non esiste: si tratta, piuttosto, di fazioni borghesi che si caratterizzano e si distinguono l’una dall’altra sulla base di progetti egemonici differenti ma non sempre incompatibili. L’unità fra il ‘’partito degli affaristi’’ e quello dei ‘’guerrafondai’’ ha dato vita – dice Diana Johnstone – al Partito della Guerra.

Nella sua Introduzione la Johnstone scrive: ‘’Le donne hanno governato durante l’intera storia mondiale. Questo ha avuto ben pochi effetti sulle vite quotidiane di milioni di donne. Come la stessa Hillary, le governanti donne sono state nella maggior parte dei casi figlie o mogli di governanti uomini. Durante la sua visita in Asia Meridionale nel 1995, come riferisce il suo biografo Carl Bernsterin, Hillary osservò: ‘’Pakistan, India, Bangladesh e Sri Lanka hanno avuto tutti governi guidati da donne, eppure nelle culture di questi paesi la donna è disprezzata a tal punto che a volte le neonate vengono uccise o abbandonate’’. La condizione sociale della donna in una società non dipende dal fatto che il paese abbia o meno una regina’’ ( pag. 12 ). Domanda: l’Imperialismo della Triade – Usa, Israele e Gran Bretagna – ha davvero bisogno di una donna ( la cinica strega dell’Impero, come la chiamò una volta il filosofo torinese Costanzo Preve ) per scatenare un nuovo conflitto mondiale ? L’autrice del ricco saggio rompe ogni tabù, togliendo il ‘’velo di maya’’ alla politica del principale Stato capitalista su scala planetaria: dal ruolo dei mass media alle varie fazioni delle classi dominanti, tutto nell’analisi della Johnstone viene messo – con grande puntualità – al proprio posto.

Nell’aprile del 2014, uno studio condotto dalla Princeton University e dalla Northwestern University, concludeva che gli Stati Uniti non sono una democrazia ma una oligarchia guidata da elite economiche. La Johnstone riassume in poche, eloquenti, parole i risultati della ricerca: ‘’In altre parole, le scelte politiche degli americani al di sopra del 90 percentile di reddito sono state messe in atto, mentre i desideri degli americani medi, al di sotto del 50 percentile di reddito, sono stati ignorati’’ ( pag. 26 ). Quello che emerge dai dati, precisi e certamente inoppugnabili, è che le elite economiche e lo strapotere delle aziende hanno un impatto sulla vita politica talmente forte da schiacciare i bisogni vitali della gran parte della popolazione. Negli Usa le disuguaglianze sociali aumentano, giorno dopo giorno, di pari passo con le discriminazioni razziali. L’imperialismo nord-americano, che nel dopo guerra si vantò d’aver sconfitto il nazismo (ovviamente dopo aver fatto ottimi affari con Hitler), foraggia il neonazismo etnicista: al proprio interno con la ricostituzione del Partito nazista statunitense e in giro per il mondo, basti pensare a Settore Destro in Ucraina.

Il primo capitolo del libro – Cavalcare la tigre militare-industriale-finanziaria – delinea il processo costitutivo del complesso militar-industriale nord-americano. La nostra autrice ci fa capire chi davvero comanda a Washington: ‘’Ogni quattro anni, il sistema bipartitico statunitense offre sostanzialmente ai votanti la scelta tra due soli candidati, entrambi soggetti all’attento scrutinio di miliardari e lobby che rappresentano grandi corporation e interessi finanziari’’ ( pag. 27 ). I partiti che competono alle elezioni, repubblicani e democratici, hanno accettato la conformità della politica interna agli interessi dei grandi capitalisti privati, veri burattinai che allestiscono il teatro degli inganni.

La Johnstone si pone la domanda cruciale: come  siamo giunti a questo punto ?Fu Dwight Eisenhower a dare un nome a questa trappola nel suo discorso d’addio alla presidenza pronunciato il 17 gennaio 1961: complesso militare-industriale. La creazione di questo mostro viene fatta risalire al 14 aprile 1950, quando il presidente Harry S.Truman, affidò al banchiere Paul Nitze il compito di smantellare i programmi sociali del New Deal indirizzando gli investimenti verso una incessante escalation militare. Per conquistare il sostegno del Congresso e dell’opinione pubblica, che presto si sarebbe vista smantellare lo Stato sociale, era necessario ingigantire la ‘’minaccia comunista’’. Ma l’Urss ‘’Non rappresentava nemmeno una minaccia militare, dal momento che sotto Stalin l’Unione Sovietica aveva abbandonato la dottrina della ‘’rivoluzione permanente’’ ( fra le proteste dell’esule Trotsky ) e si stava concentrando sulla ricostruzione dopo le devastazioni della guerra e sulla creazione di un sistema di difesa dalle ulteriori aggressioni che temeva di subire dall’Occidente capitalista’’ ( pag. 29 ). La Guerra Fredda, scatenata dagli Usa, si fonda sulle menzogne scritte nel documento NSC-68, una farsa che tracciò la traiettoria degli Stati Uniti per intere generazioni a venire. Domanda: la sinistra di classe, nel ‘’ventre del mostro’’, che fine fece ?

Diana Johnstone va oltre i tanti saggi ‘’economicisti’’, e ci spiega come ilcomplesso militar-industriale ( da ora MIC ) ha bisogno di qualcosa di più dei profitti, quindi ‘’Necessita di una costante giustificazione ideologica del suo dominio, se non altro per gratificare i suoi principali agenti, in particolare nelle forze armate, dove la fede in una missione costituisce una necessità vitale’’ ( pag. 32 ). L’imperialismo Usa – basato sullo strapotere di ciniche multinazionali – ha generato una ‘’comunità di intellettuali di difesa’’ sempre in cerca di ‘’minacce’’ e ‘’missioni’’ da portare a termine. Questi intellettuali prezzolati sono esperti nell’addomesticamento alla teologia (neo)mercantile, cani da guardia dell’israelo-centrismo. Se la destra guerrafondaia piazza, da nord a sud, bombe al fosforo bianco senza porsi troppe domande (‘’quando sento la parola cultura mi viene da mettere la mano alla pistola’’, diceva un noto gerarca nazista ), i giovani accademici, ambiziosi al punto giusto, sono la faccia ‘’convincente’’ dell’Impero, i ‘’saggi’’ capaci di mettere un intero popolo – ed il popolo statunitense si è rivelato facilissimo da manipolare – in armi.

Il Cap. 2 del libro, intitolato Manipolazioni multiculturali, affronta, con estrema chiarezza proprio il tema dell’egemonia culturale. Per chiarire il concetto diEccezionalismo americano la nostra studiosa offre una calzante definizione di globalizzazione: ‘’In breve, la globalizzazione significa un mondo unificato dalla penetrazione universale dei mercati finanziari in ogni settore di ciascuna economia nazionale, che consente al capitale internazionale di plasmare la produzione, il commercio e i servizi attraverso le sue scelte di investimento. Tutto questo ha importanti implicazioni politiche’’ ( pag. 44 ). Gli Stati nazionali, per uniformarsi alla finanziarizzazione dell’economia, devono distruggere i diritti sociali delegando le sovranità ad organismi transnazionali, anonimi ed impersonali, veri demolitori delle istanze popolari e di classe. Per Diana Johnstone: ‘’La globalizzazione a guida statunitense è un processo: un processo inteso ad assorbire una parte sempre più vasta del mondo all’interno della sfera della ‘’democrazia di libero mercato’’’’ pag. 45 ). L’Unione Europea è l’esempio perfetto di ‘’globalizzazione a guida Usa’’: più gli intellettuali di regime parlano di ‘’democrazia’’, maggiormente gli spazi democratici si chiudono a vantaggio di una burocrazia centralista – quella di Bruxelles – asservita – e questo è molto importante – militarmente all’imperialismo statunitense.

La ‘’bisbetica domatrice’’, Hillary, è la maggior interprete di questa fase dell’espansione capitalistica. La regina del caos, col suo cinismo, è riuscita a tappare la bocca – da Assange a Snowden – alle voci critiche ed ai dissidenti. Domanda: gli Usa vi sembrano – pensate alla sorte di Snowden o di Mumia Jamal – un paese democratico ? Secondo il personale politico di Washington è necessario trovare un equilibrio fra ‘’sicurezza’’ e ‘’riservatezza’’ ma la ‘’riservatezza’’ è una forma di ‘’sicurezza’’. Alla luce di ciò chi rappresenta l’ultimo baluardo realmente democratico negli Stati Uniti: il Partito ‘’democratico’’ o i coraggiosi giornalisti di Wikileaks ?

La Johnstone ha chiaro che ‘’Questo ‘’sgabello’’ costituisce in realtà l’immagine della governance limitata che caratterizza una società corporativa: un governo attento alle esigenze del capitale finanziario, un’economia capitalistica e organizzazioni private, non elettive e fortemente sovvenzionate, incaricate di stabilire i ‘’nostri valori’’ ( pag. 53 ). Mi permetto di dare al lettore una sintesi efficace citando lo scrittore tedesco Bertolt Brecht ‘’semmai ci sarà un fascismo americano, sarà un fascismo democratico’’. E così fu.

Il multiculturalismo indica un insieme di identità diverse che prendono il posto delle classi sociali. Ma le classi sociali continuano ad esistere e col neoliberismo la differenza fra ‘’ricchi’’ e ‘’poveri’’ aumenta vertiginosamente: ‘’Il potere politico è concentrato al vertice come mai prima d’ora, nelle mani di super-ricchi, grandi corporation e istituzioni finanziarie’’ ( pag. 57 ). Gli accademici al servizio dell’Impero cercano di sovrapporre il ‘’culturalismo’’ alla lotta di classe: le dicotomie non sono più – seguendo i loro erronei discorsi – economiche e sociali ma diventano sovrastrutturali. Quindi compare il conflitto fra il genere maschile e quello femminile, oppure lo scontro fra le istanze eterosessuali ed i diritti dei ‘’nuovi gay’’. Una particolare importanza viene assunta dal conflitto etnico perché, seguendo le linee politiche di Washington, quest’ultimo sarà il cavallo di Troia nella distruzione dell’ex Jugoslavia ( di cui D.J. parla nel Capitolo 4 ).

La diffusione, nelle università e nelle corporation dell’informazione, del multiculturalismo è il rovescio della medaglia rispetto al fascismo: ‘’La promozione del multiculturalismo deve molto all’ossessione apparentemente intramontabile dell’Occidente per il lungo decennio hitleriano nell’ambito della storia del Novecento. Si direbbe che tutti i valori siano stati fissati una volta per tutte negli anni compresi tra l’ascesa al potere di Hitler nel 1933 e la sua caduta nel 1945, e che tale periodo debba rimanere il punto di riferimento decisivo per tutti gli eventi successivi. Il multiculturalismo rappresenta il polo virtuoso di una forma di manicheismo laico’’ ( pag. 58 ). Per questo motivo ‘’Ogni governo alle prese con una minoranza riottosa viene sospettato di tramare un genocidio’’ (pag. 59 ). E’ questo senso di colpa europeo che ha determinato il passaggio dalla ‘’giudeofobia’’ hitleriana alla “giudeofilia” liberal-imperialistica. E’ questo il segreto – da tutti celato – dell’impunità d’Israele, Stato imperialista che con una strategia e una prassi terrorista viola sistematicamente il diritto internazionale?

Hillary Clinton – come ci ha spiegato molto bene James Petras – ha impostato la sua ascesa politica proprio sul servilismo al sionismo. L’autrice del libro non utilizza mezzi termini: ‘’Se i neocon hanno bisogno delle donne per far apparire bella la guerra, le donne più ambiziose hanno bisogno della guerra per far avanzare le proprie carriere’’ pag. 97 ). Lo smart power ( potere intelligente ) viene definito come ‘’usare ogni mezzo immaginabile per promuovere l’egemonia mondiale degli Stati Uniti. All’interno di questo arsenale, il concetto più importante legato al ‘’soft power’’ sono indubbiamente i diritti umani. Questo è un settore in cui Suzanne Nossel è una vera specialista’’ pag. 112 ). Questa concezione imperiale del mondo entrò in azione, nel 1998-’99, contro la Serbia indipendente e sovrana. Gli effetti furono terrificanti ed ancora oggi se ne pagano amare conseguenze.

Jugoslavia: il ciclo delle guerre dei Clinton

Il Cap. 4 del libro di Diana Johnstone prende in esame l’aggressione imperialista all’ex Jugoslavia presentandola come il punto d’inizio del ciclo delle guerre dei Clinton. Il capitolo presenta una attenta disamina della natura, sociale e politica, del conflitto: il terrorismo etnico dell’UCK, la mobilitazione dell’apparato mass mediatico occidentale con la conseguente invenzione del ‘’genocidio’’, la nascita di uno Stato criminale, il Kosovo.

Il titolo di uno dei suoi paragrafi più importanti è particolarmente eloquente: Con l’accusa dell’Olocausto. L’alibi dell’Olocausto è sempre valido quando si deve scatenare una guerra anche perché i capi di Stato europei sono così ‘’legati’’ al passato che si trovano nell’incapacità di comprendere ed intervenire nel presente. L’imperialismo Usa e la lobby sionista se ne sono approfittati alla grande, ecco le loro presunte parole ‘’Vedete, senza un Grande Fratello angloamericano che vi sorveglia voi europei producete solo fascismo e totalitarismo. Accettate le basi NATO e legatevi alla politica estera d’Israele, le cose miglioreranno in favore della democrazia’’. Si tratta, ovviamente, d’una truffa di proporzioni colossali.

Diana Johnstone mette in risalto lo stato confusionale in cui si trovò la borghesia europea, frastornata dalla propaganda guerrafondaia statunitense: ‘’Il conflitto in Kosovo era così oscuro, così incomprensibile agli americani e così distorto dall’inganno e dall’auto-inganno che il modo più semplice per interpretarlo era farlo attraverso un’analogia con un conflitto che tutti conoscevano, o credevano di conoscere. Il vantaggio morale appariva immenso, specie alla luce del suo basso costo, dal momento che si trattava di bombardare un paese privo di difese antiaeree adeguate, con pochi rischi da parte nostra’’ cap. 134 ). L’olocausto – o per meglio dire la Shoah, con la S maiuscola – è un fatto storico accertato, un crimine che l’imperialismo nazifascista consumò con la collaborazione di alcuni settori della borghesia Usa (principalmente i clan Rockefeller e Bush) e della destra sionista ( Begin, Jabotinsky ed altri ); purtroppo, non per la prima volta, si praticò lo “sterminazionismo” su basi etniche. Possiamo tristemente trovare, nella storia umana, molte altre Shoah: lo sterminio dei nativi nord americani, l’estinzione di innumerevoli popolazioni sudamericane, africane ed asiatiche attribuibili alle logiche capitalistiche del colonialismo occidentale con in testa quello britannico. Il complesso militar-industriale francese qualche anno dopo il crimine hitleriano – che non colpì solo ebrei – sterminò un milione e mezzo di algerini. La Nakba, ferita aperta per il mondo arabo, chiamata dallo storico israeliano Ilan Pappe la pulizia etnica della Palestina è una sorta di Shoahpalestinese. Le borghesie statunitense ed israeliana, non hanno fatto altro che strumentalizzare la tragedia degli ebrei – fra cui moltissimi ebrei di sinistra, anarchici, socialisti e comunisti – rinchiusi ed eliminati nei lager nazisti ad utile consumo dei loro interessi capitalistici. Israele tira fuori dal cilindro l’alibi dell’antisemitismo tutte le volte che calpesta il diritto internazionale – in poche parole, di continuo da quando esiste – mentre gli Usa parlano di Olocausto ogniqualvolta il complesso militar-industriale ordina al suo personale politico una nuova guerra. Il clan dei Clinton – Hillary prima ancora di Bill – è maestro nell’arte della manipolazione mass-mediatica e utilizza come piede di porco la ‘’religio olocaustica’’. Le donne di potere, a quanto pare, sanno mentire come e forse meglio dei loro colleghi uomini, ma questa verità il ‘’politicamente corretto’’ non può proprio digerirla.

Il Capitolo 4 termina con un paragrafo intitolato L’esperimento del Kosovo dove D.J. spiega il modo attraverso cui gli Usa avanzano nel demonizzare e mettere al bando nella ‘’società delle nazioni’’ il paese da distruggere. Riporto – col fine di dare al lettore una idea chiara del metodo della Johnstone – qualche stralcio del testo.

Hitlerizzazione
La parte del nuovo Hitler è stata affibbiata alle personalità più diverse quali Slobodan Milosevic, Saddam Hussein, Muhammar Gheddafi, Bashar al-Assad e ora Vladimir Putin.
Sanzioni. Le sanzioni economiche contro l’Hitler di turno servono a stigmatizzare il malvagio, a destabilizzare le sue relazioni e ad arruolare gli alleati interni che esistano ancora a ricorrere alle armi ma sono disposti ad accettare questo presunto metodo ‘’pacifico’’ per fargli cambiare atteggiamento. Una volta fallite le sanzioni l’opinione pubblica è ormani stata preparata a considerare ‘’necessario’’ l’uso della forza militare… ( pag. 146; pag. 147 )

Spauracchio del ‘’genocidio’’

Ogni qual volta gli Stati Uniti prendono posizione in un conflitto etnico o politico in atto in una data regione, la procedura abituale consiste nell’accusare la parte avversa di tramare un ‘’genocidio’’. Tale accusa esclude la possibilità che entrambe le parti stiano combattendo per raggiungere specifici obiettivi territoriali o politici che, se adeguatamente compresi, potrebbero essere oggetto di mediazione… ( pag. 148 )

Media e propaganda

La chiave dell’intero sistema di aggressione è costituita dalla padronanza con cui gli Stati Uniti maneggiano un enorme apparato di propaganda, incentrato sui media mainstream. La colonna sonora è fornita dall’industria dello spettacolo, in particolare Hollywood, che sforna a getto continuo prodotti che glorificano l’uso della violenza per schiacciare il nemico. I videogiochi rappresentano un potente nuovo strumento atto a rendere normale l’istinto omicida… ( pag. 148; pag. 149 )

Bombardamento

Questa è l’argomentazione decisiva, la spada di Damocle che pende su qualunque controversia.
Per il Pentagono, la NATO, la CIA, la NED, i media mainstream e l’establishment della politica estera USA, la guerra del Kosovo costituì un’ottima esperienza didattica, un terreno di prova, un allenamento per future avventure. Fu la ‘’guerra per fare le guerre’’. ( pag. 149 )

Un ruolo decisivo è stato svolto dalle ONG dei diritti umani, finanziate dal governo Usa, braccio “armato” di George Soros – padrino dell’OTPOR – e di Gene Sharp, teorico delle ‘’rivoluzioni colorate’’, elaboratore di scenari ‘’rivoluzionari’’ ad utile e consumo dell’imperialismo nord-americano e dei suoi vassalli. La recita si è ripetuta nel 2011 in Libia – Cap. 5Libia: una guerra tutta per lei – con l’assassinio del leader nazionalista indipendente Gheddafi, reo d’essere passato dal pan-arabismo laico al pan-africanismo. Il Fondo Monetario Internazionaleordina e il complesso militar-industriale Usa esegue fedelmente.

Dicotomia destra/sinistra: su quale spalla l’imperialismo statunitense poggia il fucile ?

La ‘’bisbetica domatrice’’ Hillary rappresenta il passaggio dalla linea neocon di Jeane Kirkpatrick, ambasciatrice con Reagan, a quella ‘’diritto-umanista’’ deiliberal apparentemente meno guerrafondai ( le cose sono andate molto diversamente ), educati da Gene Sharp e Soros. L’imperialismo delle bombe passa il testimone – dai primi anni ’90 in poi – a quello delle ONG ? Così non fu, le due cose – bombe ed ONG e viceversa – camminano di pari passo.

La Kirkpatrick era conosciuta per la sua dottrina secondo la quale è legittimo che gli Stati Uniti appoggino regimi dittatoriali ( come ad esempio quello di Pinochet in Cile ) in nome della lotta al ‘’comunismo’’. Caduta l’Urss questa linea divenne inutilizzabile, quanto meno come ‘’protesi ideologica’’. Il riarmo, l’attivismo del complesso militar-industriale ed il taglio – sempre maggiore – ai diritti sociali, andavano giustificati, quindi gli ‘’intellettuali imperiali’’ si rimisero al lavoro inventando nuove ‘’minacce’’ da cui ‘’difendersi’’. Dall’Islam politico alla Russia, l’agenda di Washington non aveva e non ha spazi bianchi.

Durante l’amministrazione Clinton il punto focale della politica estera si spostò sui diritti umani. I ‘’valori’’ e gli ‘’interessi’’ dell’America le imponevano – dice D. J.– di intervenire per proteggere e salvare le vittime delle violazioni dei diritti umani.Una donna – il ‘’volto umano’’ (ma quanto umano ?) della Nato – erano perfetti per questo ruolo che – come abbiamo ben visto – si è rilevato menzognero e truffaldino. Hillary, molto più di Bill, unisce le istanze dei sionisti avversi all’intervento russo in Siria e dei liberal russofobi, strateghi come Brzezinski i ritengono che ‘’gli Usa non devono sempre seguire Israele come un mulo, ma è necessario conquistare l’Eurasia, quindi chi controlla l’Eurasia controlla il mondo’’.

Nel 1997, durante il mandato di Bill Clinton, Brzezinski pubblica La grande scacchiera in cui ‘’In breve, gli Stati Uniti sono chiamati a modellare il mondo intero, nella certezza che ciò sarà ‘’in ultima analisi’’ un bene per l’umanità’’ ( pag. 180 ). Ma nel frattempo è necessario ‘’l’indebolimento preventivo di qualunque potenza emergente, non in virtù di ciò che tale potenza fa, ma semplicemente in virtù della sua esistenza’’. Scrive Diana Johnstone: ‘’La Russia, semplicemente per le sue dimensioni e per la sua posizione, è destinata a essere considerata un potenziale ‘’sfidante’’ e quindi un avversario. La conclusione è che la speranza espressa dalla Russia di risorgere in veste di partner pacifico e prospero dell’Occidente è inaccettabile per i vertici politici degli Stati Uniti’’.

I presupposti per la ‘’non comprensione della Russia’’ hanno queste basi ideologiche – Cap. 6Non capire la Russia – e porteranno la Clinton ad allearsi coi neocon e i sionisti bellicosi disposti sempre e comunque a lanciare una nuova guerra, nonostante le conseguenze sulla stessa popolazione americana. Fino al 2014 gli Usa trattavano la Russia come un ‘’partner scomodo’’, facendoci affari tutti le volte che era possibile, poi – provocata la crisi Ucraina che ha portato ad un golpe neofascista – le cose cambiarono, il nemico russo venne costruito, passo dopo passo, a tavolino ripristinando la retorica anti-comunista e russofoba della Guerra Fredda. Una farsa ideologica (la Russia venne presentata come un paese per natura totalitario) con finalità politiche-militari, che si è avvalsa della collaborazione di prezzolati giornalisti ed accademici di regime.

Diana Johnstone descrive il presidente Vladimir Putin come un difensore, un giudice attento del diritto internazionale: ‘’Sul piano internazionale, nonostante le provocazioni, la Russia avrebbe continuato a perseguire misure atte a prevenire l’anarchia a livello globale, che rischia di fomentare corse agli armamenti e interminabili conflitti etnici, religiosi e sociali. Per Putin la parola chiave è ‘’rispetto’’: un mondo stabile deve fondarsi sul rispetto reciproco, un elemento assente nell’approccio che gli Stati Uniti adottano con gli altri. Gli Stati Uniti, osservò Putin, dopo essersi dichiarati vincitori della Guerra Fredda non avevano percepito la necessità di costruire un sistema stabile’’ pag. 238 ). Dopo aver riportato questo breve passo, una nota critica è doverosa: la nostra autrice mi sembra che attribuisca a leader russo un inesistente ‘’antimperialismo’’, cosa su cui è necessaria cautela dato l’avvenuto ripristino del capitalismo in quel paese. Il ‘’buon’’ Vladimir perché non ha mai condannato apertamente la demolizione dell’economia pianificata? Domanda: come mai la Russia intrattiene relazioni ambigue con lo Stato israeliano rifiutandosi d’appoggiare, senza compromessi, la Resistenza palestinese (cosa che fa invece l’Iran)? A queste due domande, Diana Johnstone, non risponde in modo chiaro.

Il libro, Hillary Clinton, La Regina del caos, ha il merito di mettere in risalto le divisioni interne delle elite Usa, il loro scontrarsi per poi ricompattarsi sulla base di comuni interessi borghesi. La classe dirigente nord-americana non è monolitica – e questo D. J. lo sa molto bene – ma presenta differenti piani egemonici – come il Capitolo 7 sottolinea: Il ‘’Partito della Guerra’’ –, contrapposte strategie belliche, diverse alleanze e i nemici da combattere non sono sempre gli stessi. La ‘’bisbetica domatrice’’ si è candidata a guidare il ‘’Partito della Guerra’’ ma, dati gli interessi in gioco, quelli del Grande Capitale transnazionale, verrà ricordata soltanto come una ‘’maschera di facciata’’ del gendarme yankee. Fino a quando avrà un seguito la sua buffonata mediatica?

Per Diana Johnstone ‘’Un partito della pace ha bisogno di una strategia per fermare la guerra al vertice’’ ( pag. 246 ), e prosegue ‘’Un Partito della Pace deve essere apartitico e trasversale, e riunire intorno a sé tutti coloro che ne hanno abbastanza di un Partito della Guerra fatto di neocon e ipocriti umanitari’’. Mi permetto di fare una piccola precisazione: un Partito antimilitarista non può essere ‘’apartitico’’ ed ‘’interclassista’’ ma deve mobilitare le classi sociali colpite, con maggiore brutalità, dai cinici guerrafondai, ovvero i ceti popolari e proletari. La Johnstone pone una domanda impegnativa: ‘’Gli Stati Uniti non possono continuare a dominare il mondo. La domanda è: possono gli Stati Uniti dominare se stessi ?’’ ( pag. 247 ). L’esito di questo quesito (o dilemma?) non è nella mani degli Usa in quanto ‘’Stato nazionale’’ ma del popolo statunitense da decenni messo sullo stesso piano d’un alcolizzato del tutto impotente: i lavoratori nord-americani riusciranno, un giorno che speriamo non sia troppo lontano, a riscoprire il vero significato della parola socialismo?

Una vera prospettiva anticapitalista e antimperialista – e non un semplice ‘’partito trasversale’’ – saprà riconquistare, fra le sue fila, il proletariato nord-americano ? Questa domanda – per molti aspetti ostica – temo proprio che resterà sospesa per molto tempo. Vale la pena attendere.

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