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venerdì 9 settembre 2016

Islam politico e imperialismo


Intervista a Jean Toschi Marazzani Visconti a cura di Stefano Zecchinelli

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D. (1) Nel suo libro lei delinea la possibilità che, in funzione anti-europea, le differenze fra sciiti e sunniti possano cadere. In che modo l’imperialismo nord-americano trarrà vantaggio da questa – ipotetica – situazione di caos e, soprattutto, che ne sarà dell’asse russo-iraniano, alleanza imprescindibile per la formazione del blocco capitalistico euroasiatico?
R. In realtà non avevo mai pensato che le differenze fra sciiti e sunniti potessero decadere. E’ un’ipotesi sulla quale ho iniziato a riflettere dopo aver intervistato Dževad Galjašević, il notabile musulmano, autore di libri sul terrorismo islamico.
Egli mi spiegava che, in Bosnia-Erzegovina, gli Stati Uniti sembrano essere sicuri che la presenza di queste due entità non sia temibile per i noti contrasti che le separano. Probabilmente il mio intervistato sulla base della sua esperienza ha ragione, con l’abilità diplomatica, affinata durante secoli di colonialismo occidentale, queste due entità potrebbero scegliere una politica comune, in Bosnia, per uno scopo importante quale la porta d’ingresso in Europa. Sembrache agenzie iraniane, molto organizzate, abbiano fatto la loro comparsa e chiamino la Turchia: Madre. Sia salafiti che wahabiti sono presenti in Bosnia-Erzegovina e fanno proseliti attraverso  le rispettive scuole coraniche.
Gli USA hanno affidato una specie di governatorato alla Turchia in Bosnia, convinti che quest’ultima, perseguendo la trasversale verde, quella linea ideale che unisce tutte le aree musulmane dei Balcani sotto la sua influenza, non permetta l’infiltrazione di altri paesi musulmani. A mio parere invece potrebbero sussistere degli intenti comuni o di scambio relativi  alla zona ex jugoslava.
Nell’aprile scorso il direttore della CIA, John O. Brennan, ha fatto una breve visita a Sarajevo, sembra, per frenare i propositi delle frange musulmane più radicali. Qualche giorno dopo, il suo intervento é stato inficiato dalle parole del premier turco dimissionario, Ahmet  Davutoğlu alla cerimonia d’inaugurazione della moschea di Banja Luka il 7 maggio 2016.  Banja Luka, oggi é la capitale della Republika Srpska, una delle due entità che compongono la Bosnia-Erzegovina con la Federazione croato-musulmana.
Nel 1992 alcuni idioti arrabbiati avevano fatto saltare il luogo di culto musulmano, quel sabato lo inauguravano alla presenza del presidente Bakir Izetbegović, venuto da Sarajevo, e di rappresentanti musulmani arrivati da tutti i paesi arabi, probabilmente sponsor della ricostruzione, oltre a notabili europei, britannici e americani.
Interessante é stato il discorso del ex Primo ministro turco Davutoğlu davanti a tutti questi personaggi e in territorio ortodosso. Riassumo in tre frasi:
La Turchia era qui, é qui ora e lo sarà sempre anche in futuro.
Non temano i musulmani di Bosnia, dietro di loro ci sono 75 milioni di turchi.
Infine: Non s’illudano la croata Mostar e la serba Banja Luka di potersi separare da Sarajevo.
Nessuno ha commentato le affermazioni dell’importante rappresentante turco che si pronunciava in un paese straniero, in territorio serbo, come se si trovasse in un possedimento turco.
Gli Stati Uniti sembrano non percepire queste sottili sfumature. La politica estera americana si sviluppa sulla teoria del  here and now ( qui e ora) per ottenere quanto é necessario per mantenere la supremazia commerciale e militare, quello che potrebbe succedere in seguito, non sembra essere argomento di preoccupazione.
Cito Diana Johnstone a pag. 11  del suo Hillary Clinton, Regina del caos (Zambon 2015): Gli ex imperi europei si assumevano alcune responsabilità in relazione ai paesi che conquistavano allo scopo di sfruttarne le ricchezze con maggiore efficienza. Mentre sfruttavano la mano d’opera locale e depredavano le risorse, gli imperi del passato edificarono alcune infrastrutture e introdussero alcune misure positive per facilitare il funzionamento delle colonie. Gli Stati Uniti sono un impero irresponsabile. Devastano paesi e li lasciano in macerie senza dare nulla in cambio. Le loro azioni  sono sempre più distruttive poiché il loro scopo non é in realtà di edificare un impero, bensì di distruggere i loro rivali reali o potenziali, mantenendo così la posizione di superiorità conseguita nella Seconda guerra mondiale.
In quanto all’asse russo/iraniano, é di questi giorni il sorprendente cambio di politica della Turchia verso la Russia e Israele. Questo dimostra che sul fronte delle potenze islamiche tutto é fluttuante, come una partita di scacchi fra giocatori che si osservano per soppesare l’avversario prima di fare le mosse più convenienti.
Il golpe in Turchia é fallito e adesso si rimpallano le responsabilità sui mandanti fra il presidente Erdogan e gli Stati Uniti. Molte voci  suggeriscono che sia stato organizzato da uomini dello stesso Erdogan. E’ indubbio che il presidente turco ne  esca rinforzato, dopo essere riuscito a muovere le piazze a rischio di una  guerra civile. Comunque ci sono stati morti, feriti e non scommetterei sulla vita dei molti arrestati. Sull’onda dell’emotività il presidente Erdogan potrebbe finalmente cambiare la Costituzione e ottenere una repubblica presidenziale. A quel punto, come Hamed il Magnifico potrebbe incominciare a ricostituire l’impero ottomano, estendendo la sua influenza anche ai paesi vicini.

  1. D. (2) Zevad Galjasevic, da lei intervistato, ha dichiarato che ‘’l’Iran sta cercando di penetrare nel movimento wahabita, e può succedere’’ ( 202 ). Lei ritiene possibile una ‘’wahabizzazione dell’Islam sciita’’? La Repubblica Islamica dell’Iran come fa a coniugare la lotta contro Daesh (organizzazione terroristica spalleggiata da Usa e Turchia) e la Resistenza all’imperialismo israeliano con la collaborazione con i servizi d’intelligence statunitensi in Bosnia?                                                                                         R Se questo dovesse accadere, riguarderebbe principalmente la Bosnia-Erzegovina per le ragioni sopra indicate. Ma non si può escludere. Mi sembra che in Medio Oriente tutti i Paesi principali giochino su più tavoli. In Bosnia-Erzegovina i giochi politici si svolgono senza maschera e senza che i media informino il pubblico europeo. Siamo noi occidentali a voler dare delle definizioni precise a una politica medio orientale  fluttuante.  La Turchia, membro importante della Nato, ha mostrato un atteggiamento molto complice verso il califfato e persegue i curdi che si battono contro di esso. Penso che termini come resistenza e imperialismo, oggi, diventino  quasi arcaici di fronte all’accelerazione e alla facilità con le quali cambiano le alleanze seguendo la convenienza geopolitica del momento, per cui i ruoli si alternano mentre il pubblico internazionale rimane all’oscuro.
D (3) L’Islam politico, alla luce dei documenti analizzati, é sempre – o quasi sempre – uno strumento dell’imperialismo occidentale contro gli Stati laici ed indipendenti. Lei ritiene possibile la ‘’democratizzazione dell’Islam’’? Le chiedo un ulteriore approfondimento: l’involuzione assolutistica é un problema che riguarda soltanto la religione islamica oppure questa critica deve essere estesa anche alle altre religioni monoteistiche? Faccio un solo esempio, certamente importante: lei ha studiato con attenzione la collaborazione fra il Vaticano ed il nazifascismo. Possiamo rinvenire una simbiosi ideologica fra il fondamentalismo cattolico ed il razzismo imperialistico italiano e tedesco?
R Che gli Stati Uniti nel corso degli ultimi venticinque anni abbiano distrutto gli Stati laici e indipendenti é una realtà, basta ricordare l’Iraq, la Jugoslavia, la Libia e il tentativo con la Siria, e anche vero che, per farlo al meglio, hanno usato dei partner islamici, però io farei risalire questa necessità di mettere duramente fuori gioco queste nazioni a una teoria del PNAC (Project for a New American Concept):
La storia del XX secolo avrebbe dovuto insegnarci che é importante plasmare le circostanze prima che le crisi emergano e affrontare le minacce prima che diventino tragiche. La storia di questo secolo avrebbe dovuto insegnarci ad abbracciare la causa di una leadership americana. (…) stabilire una presenza strategica militare in tutto il mondo (…) scoraggiare l’emergere di qualsiasi super potenza competitiva, lanciare attacchi preventivi contro qualsiasi potere che minacci gli interessi americani.
 Nel 1989 un dinaro iracheno valeva tre dollari.
In Libia, Gheddafi preparava un progetto di unione panafricana con una moneta propria, per cui il dollaro US avrebbe perso il controllo sui mercati africani dei paesi che avessero aderito al progetto.
Il caos é  il brodo di coltura per corruzione e servilismo, nel quale é più facile mantenere le situazioni sotto controllo.
Alla democrazia si deve arrivare per convincimento, non può essere imposta. Ovviamente le popolazioni con un governo teocratico sono più chiuse e di conseguenza più governabili, dove la laicità é impossibile perché contraddice la religione. Forse con il tempo e con un’istruzione più libera questa nozione può essere assorbita ed elaborata dall’Islam, anche se il democratico occidente non é sempre un buon esempio.
Quando lo Stato o le istituzioni vengono meno, nel disagio e nell’incertezza le popolazioni si rivolgono alla religione come ultimo caposaldo. A quel punto la religione si trasforma in politica. E abbiamo potuto costatare  come una religione distorta dalla sua essenza possa guadagnare l’entusiasmo di giovani frustrati fino a  far loro commettere crimini insensati o correre incontro a una morte  omicida, tutti con il sorriso sulle labbra grazie al captagon (la nuova droga che viene fornita ai combattenti, chiamata anche la droga del sorriso). Un modo assurdo e disperato per ottenere una dignità.
Sul versante cristiano, vorrei fare un parallelo con i 120 frati cattolici croati che in nome di Dio, della chiesa cattolica e della Croazia, fra il 1941 e il 1945, partecipavano alle persecuzioni contro gli ortodossi e gli ebrei dimenticando il compito di carità della loro veste. Frate Miroslav Filipović Majstorović aveva ammesso durante il suo processo di aver mandato a morte quarantamila esseri umani durante il periodo in cui aveva comandato il campo di sterminio di Jasenovac. Tutto questo avveniva senza che l’arcivescovo della Croazia, Aloys Stepinac intervenisse o rifiutasse la benedizione agli ustascia di Ante Pavelić.
Fino al Papa attuale, indubbiamente la chiesa cattolica ha guardato alla destra come a un interlocutore con cui  era più facile dialogare, sperando anche di poter essere garantita dal pericolo comunista, laico e ateo e dalla sua persecuzione, individuata nel sequestro dei beni della chiesa.
E’ molto interessante quanto scrive Marco Aurelio Rivelli nel suo ottimo Dio é con noi.
Il 30 aprile 1930, il nunzio pontificio a Monaco di Baviera, monsignor Pacelli, scriveva al Segretario di Stato vaticano che un gruppo  di bolscevichi armati, capeggiati da un orribile tipo di delinquente avevano violato l’extraterritorialità della nunziatura e tentato di rubare la splendida carrozza con gli stemmi pontifici, l’auto del nunzio. Erano anche state lanciate minacce contro la nunziatura al punto che monsignor Pacelli e monsignore Uditore erano stati costretti a lasciare la sede per la notte, temendo per la vita.
Sembra che questa  avventura abbia in seguito influenzato il giudizio e le decisioni di Papa Pio XII.
 D. (4) Qual é la situazione attuale dei movimenti d’orientamento marxista nei paesi dell’ex Jugoslavia?                                                                                                           
 R. Hanno vita difficile. Praticamente, non esistono più. In aggiunta le popolazioni sembrano incolpare il periodo socialista per le difficoltà che devono affrontare e subire oggi. In fondo rimpiangono gli ideali sfumati, ma si ribellano contro le stesse idee se riproposte adesso.
D.(5) Lei ha più volte citato lo studio di Diana Johnstone – Hillary Clinton, La Regina del Caos, Editore Zambon, 2016 – quindi, per concludere, le chiedo cosa potrebbe accadere se la Clinton diventasse il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America? James Petras ha recentemente definito la lady di ferro ‘’una spia sionista’’: secondo lei il ruolo della lobby sionista, negli Usa, é tanto forte da sopraffare gli stessi interessi capitalistici statunitensi?
R Hillary Clinton si dovrà adeguare, come tutti i presidenti prima di lei, alla linea comune influenzata da forze e poteri superiori, Diana Johnstone li ha definiti MIC (Military/ Industrial Complex). Alcuni potrebbero ritenere esagerata la definizione di James Petras… Negli Stati Uniti le lobby sono molto forti, guadagnano potere quelle più disponibili a finanziamenti ai partiti e ai politici. La lobby ebraica é molto determinata, ma quelle dei regimi islamici sembrano essere importanti rivali nel gioco politico americano. Anche se la lobby ebraica riesce spesso a ottenere quello che vuole dall’apparato politico americano, mentre il rapporto fra i regni e gli emirati del golfo – seppure in evoluzione – ancora oggi sembrerebbe un rapporto di sudditanza.
Tanto più evidente, leggendo la pag. 240 del libro della Johnstone. Si apprende che fra i maggiori sponsor a otto cifre della Fondazione Clinton – attraverso la quale é stata finanziata la campagna della candidata – si trova l’Arabia Saudita con, é vero, un ucraino filo israeliano, Viktor Pinchuk e la famiglia Saban. Però, seguono con uno zero in meno il Kuwait, gli Amici dell’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti insieme alle compagnie di petrolio, alla sempre presente Goldman Sachs, e ad altre società e banche statunitensi. La fondazione Soros, fra l’altro, é fra gli ultimi contribuenti. In questo caso, mi chiedo chi fra i maggiori investitori presenterà per primo il conto? Potrebbe essere una gara interessante. Certamente non per l’Europa.

Jean Toschi Marazzani Visconti è scrittrice e saggista. Il suo ultimo libro, La porta d’ingresso dell’Islam: Bosnia-Erzegovina, un Paese ingovernabile (prefazione di Paolo Borgognone, postfazione di Manlio Dinucci, pp. 301, 18 €) è in uscita per i tipi di Zambon Editore.

martedì 17 maggio 2016

L’imperialismo americano secondo Diana Johnstone, di Stefano Zecchinelli



Recensione del libro “Hillary Clinton, Regina del caos” di Diana Johnstone, Editore Zambon, 2016

Le guerre dell’imperialismo nord-americano – oltre duecento guerre d’aggressione coloniale ed imperialista dalla fondazione degli Usa – stanno infiammando diverse aree geopolitiche: dal Medio Oriente all’Eurasia. Il copione è sempre lo stesso: l’opinione pubblica viene allarmata circa l’esistenza di un presunto ‘’dittatore sanguinario’’ che massacra il proprio popolo, e gli Stati Uniti – a scanso d’equivoci – intervengono polverizzando lo Stato in questione, ‘’popolo massacrato’’ compreso.

Il libro di Diana Johnstone – Hillary Clinton, Regina del caos, Editore Zambon – ha il pregio d’inquadrare la figura politica di Hillary Clinton la cui carriera come Segretario di Stato dimostra quanto sia qualificata – leggiamo dal retro di copertina – per diventare la madre di tutti i droni o addirittura della Terza Guerra Mondiale. Un ruolo che spetta ad Hillary, la candidata favorita dei sionisti, a dispetto degli sproloqui nazionalisti e fascistoidi di Donald Trump.

Nella prima parte della sua ricerca – Cap. 1; Cap. 2 – la Johnstone analizza separatamente le fazioni della borghesia imperialista statunitense, spiegando le differenze fondamentali fra la componente liberal ( di cui fa parte il presidente Obama ) ed i neoconservatori ( fazione del clan Bush ). Negli Usa – come è chiaro nel libro – la dicotomia destra/sinistra non esiste: si tratta, piuttosto, di fazioni borghesi che si caratterizzano e si distinguono l’una dall’altra sulla base di progetti egemonici differenti ma non sempre incompatibili. L’unità fra il ‘’partito degli affaristi’’ e quello dei ‘’guerrafondai’’ ha dato vita – dice Diana Johnstone – al Partito della Guerra.

Nella sua Introduzione la Johnstone scrive: ‘’Le donne hanno governato durante l’intera storia mondiale. Questo ha avuto ben pochi effetti sulle vite quotidiane di milioni di donne. Come la stessa Hillary, le governanti donne sono state nella maggior parte dei casi figlie o mogli di governanti uomini. Durante la sua visita in Asia Meridionale nel 1995, come riferisce il suo biografo Carl Bernsterin, Hillary osservò: ‘’Pakistan, India, Bangladesh e Sri Lanka hanno avuto tutti governi guidati da donne, eppure nelle culture di questi paesi la donna è disprezzata a tal punto che a volte le neonate vengono uccise o abbandonate’’. La condizione sociale della donna in una società non dipende dal fatto che il paese abbia o meno una regina’’ ( pag. 12 ). Domanda: l’Imperialismo della Triade – Usa, Israele e Gran Bretagna – ha davvero bisogno di una donna ( la cinica strega dell’Impero, come la chiamò una volta il filosofo torinese Costanzo Preve ) per scatenare un nuovo conflitto mondiale ? L’autrice del ricco saggio rompe ogni tabù, togliendo il ‘’velo di maya’’ alla politica del principale Stato capitalista su scala planetaria: dal ruolo dei mass media alle varie fazioni delle classi dominanti, tutto nell’analisi della Johnstone viene messo – con grande puntualità – al proprio posto.

Nell’aprile del 2014, uno studio condotto dalla Princeton University e dalla Northwestern University, concludeva che gli Stati Uniti non sono una democrazia ma una oligarchia guidata da elite economiche. La Johnstone riassume in poche, eloquenti, parole i risultati della ricerca: ‘’In altre parole, le scelte politiche degli americani al di sopra del 90 percentile di reddito sono state messe in atto, mentre i desideri degli americani medi, al di sotto del 50 percentile di reddito, sono stati ignorati’’ ( pag. 26 ). Quello che emerge dai dati, precisi e certamente inoppugnabili, è che le elite economiche e lo strapotere delle aziende hanno un impatto sulla vita politica talmente forte da schiacciare i bisogni vitali della gran parte della popolazione. Negli Usa le disuguaglianze sociali aumentano, giorno dopo giorno, di pari passo con le discriminazioni razziali. L’imperialismo nord-americano, che nel dopo guerra si vantò d’aver sconfitto il nazismo (ovviamente dopo aver fatto ottimi affari con Hitler), foraggia il neonazismo etnicista: al proprio interno con la ricostituzione del Partito nazista statunitense e in giro per il mondo, basti pensare a Settore Destro in Ucraina.

Il primo capitolo del libro – Cavalcare la tigre militare-industriale-finanziaria – delinea il processo costitutivo del complesso militar-industriale nord-americano. La nostra autrice ci fa capire chi davvero comanda a Washington: ‘’Ogni quattro anni, il sistema bipartitico statunitense offre sostanzialmente ai votanti la scelta tra due soli candidati, entrambi soggetti all’attento scrutinio di miliardari e lobby che rappresentano grandi corporation e interessi finanziari’’ ( pag. 27 ). I partiti che competono alle elezioni, repubblicani e democratici, hanno accettato la conformità della politica interna agli interessi dei grandi capitalisti privati, veri burattinai che allestiscono il teatro degli inganni.

La Johnstone si pone la domanda cruciale: come  siamo giunti a questo punto ?Fu Dwight Eisenhower a dare un nome a questa trappola nel suo discorso d’addio alla presidenza pronunciato il 17 gennaio 1961: complesso militare-industriale. La creazione di questo mostro viene fatta risalire al 14 aprile 1950, quando il presidente Harry S.Truman, affidò al banchiere Paul Nitze il compito di smantellare i programmi sociali del New Deal indirizzando gli investimenti verso una incessante escalation militare. Per conquistare il sostegno del Congresso e dell’opinione pubblica, che presto si sarebbe vista smantellare lo Stato sociale, era necessario ingigantire la ‘’minaccia comunista’’. Ma l’Urss ‘’Non rappresentava nemmeno una minaccia militare, dal momento che sotto Stalin l’Unione Sovietica aveva abbandonato la dottrina della ‘’rivoluzione permanente’’ ( fra le proteste dell’esule Trotsky ) e si stava concentrando sulla ricostruzione dopo le devastazioni della guerra e sulla creazione di un sistema di difesa dalle ulteriori aggressioni che temeva di subire dall’Occidente capitalista’’ ( pag. 29 ). La Guerra Fredda, scatenata dagli Usa, si fonda sulle menzogne scritte nel documento NSC-68, una farsa che tracciò la traiettoria degli Stati Uniti per intere generazioni a venire. Domanda: la sinistra di classe, nel ‘’ventre del mostro’’, che fine fece ?

Diana Johnstone va oltre i tanti saggi ‘’economicisti’’, e ci spiega come ilcomplesso militar-industriale ( da ora MIC ) ha bisogno di qualcosa di più dei profitti, quindi ‘’Necessita di una costante giustificazione ideologica del suo dominio, se non altro per gratificare i suoi principali agenti, in particolare nelle forze armate, dove la fede in una missione costituisce una necessità vitale’’ ( pag. 32 ). L’imperialismo Usa – basato sullo strapotere di ciniche multinazionali – ha generato una ‘’comunità di intellettuali di difesa’’ sempre in cerca di ‘’minacce’’ e ‘’missioni’’ da portare a termine. Questi intellettuali prezzolati sono esperti nell’addomesticamento alla teologia (neo)mercantile, cani da guardia dell’israelo-centrismo. Se la destra guerrafondaia piazza, da nord a sud, bombe al fosforo bianco senza porsi troppe domande (‘’quando sento la parola cultura mi viene da mettere la mano alla pistola’’, diceva un noto gerarca nazista ), i giovani accademici, ambiziosi al punto giusto, sono la faccia ‘’convincente’’ dell’Impero, i ‘’saggi’’ capaci di mettere un intero popolo – ed il popolo statunitense si è rivelato facilissimo da manipolare – in armi.

Il Cap. 2 del libro, intitolato Manipolazioni multiculturali, affronta, con estrema chiarezza proprio il tema dell’egemonia culturale. Per chiarire il concetto diEccezionalismo americano la nostra studiosa offre una calzante definizione di globalizzazione: ‘’In breve, la globalizzazione significa un mondo unificato dalla penetrazione universale dei mercati finanziari in ogni settore di ciascuna economia nazionale, che consente al capitale internazionale di plasmare la produzione, il commercio e i servizi attraverso le sue scelte di investimento. Tutto questo ha importanti implicazioni politiche’’ ( pag. 44 ). Gli Stati nazionali, per uniformarsi alla finanziarizzazione dell’economia, devono distruggere i diritti sociali delegando le sovranità ad organismi transnazionali, anonimi ed impersonali, veri demolitori delle istanze popolari e di classe. Per Diana Johnstone: ‘’La globalizzazione a guida statunitense è un processo: un processo inteso ad assorbire una parte sempre più vasta del mondo all’interno della sfera della ‘’democrazia di libero mercato’’’’ ( pag. 45 ). L’Unione Europea è l’esempio perfetto di ‘’globalizzazione a guida Usa’’: più gli intellettuali di regime parlano di ‘’democrazia’’, maggiormente gli spazi democratici si chiudono a vantaggio di una burocrazia centralista – quella di Bruxelles – asservita – e questo è molto importante – militarmente all’imperialismo statunitense.

La ‘’bisbetica domatrice’’, Hillary, è la maggior interprete di questa fase dell’espansione capitalistica. La regina del caos, col suo cinismo, è riuscita a tappare la bocca – da Assange a Snowden – alle voci critiche ed ai dissidenti. Domanda: gli Usa vi sembrano – pensate alla sorte di Snowden o di Mumia Jamal – un paese democratico ? Secondo il personale politico di Washington è necessario trovare un equilibrio fra ‘’sicurezza’’ e ‘’riservatezza’’ ma la ‘’riservatezza’’ è una forma di ‘’sicurezza’’. Alla luce di ciò chi rappresenta l’ultimo baluardo realmente democratico negli Stati Uniti: il Partito ‘’democratico’’ o i coraggiosi giornalisti di Wikileaks ?

La Johnstone ha chiaro che ‘’Questo ‘’sgabello’’ costituisce in realtà l’immagine della governance limitata che caratterizza una società corporativa: un governo attento alle esigenze del capitale finanziario, un’economia capitalistica e organizzazioni private, non elettive e fortemente sovvenzionate, incaricate di stabilire i ‘’nostri valori’’ ( pag. 53 ). Mi permetto di dare al lettore una sintesi efficace citando lo scrittore tedesco Bertolt Brecht ‘’semmai ci sarà un fascismo americano, sarà un fascismo democratico’’. E così fu.

Il multiculturalismo indica un insieme di identità diverse che prendono il posto delle classi sociali. Ma le classi sociali continuano ad esistere e col neoliberismo la differenza fra ‘’ricchi’’ e ‘’poveri’’ aumenta vertiginosamente: ‘’Il potere politico è concentrato al vertice come mai prima d’ora, nelle mani di super-ricchi, grandi corporation e istituzioni finanziarie’’ ( pag. 57 ). Gli accademici al servizio dell’Impero cercano di sovrapporre il ‘’culturalismo’’ alla lotta di classe: le dicotomie non sono più – seguendo i loro erronei discorsi – economiche e sociali ma diventano sovrastrutturali. Quindi compare il conflitto fra il genere maschile e quello femminile, oppure lo scontro fra le istanze eterosessuali ed i diritti dei ‘’nuovi gay’’. Una particolare importanza viene assunta dal conflitto etnico perché, seguendo le linee politiche di Washington, quest’ultimo sarà il cavallo di Troia nella distruzione dell’ex Jugoslavia ( di cui D.J. parla nel Capitolo 4 ).

La diffusione, nelle università e nelle corporation dell’informazione, del multiculturalismo è il rovescio della medaglia rispetto al fascismo: ‘’La promozione del multiculturalismo deve molto all’ossessione apparentemente intramontabile dell’Occidente per il lungo decennio hitleriano nell’ambito della storia del Novecento. Si direbbe che tutti i valori siano stati fissati una volta per tutte negli anni compresi tra l’ascesa al potere di Hitler nel 1933 e la sua caduta nel 1945, e che tale periodo debba rimanere il punto di riferimento decisivo per tutti gli eventi successivi. Il multiculturalismo rappresenta il polo virtuoso di una forma di manicheismo laico’’ ( pag. 58 ). Per questo motivo ‘’Ogni governo alle prese con una minoranza riottosa viene sospettato di tramare un genocidio’’ (pag. 59 ). E’ questo senso di colpa europeo che ha determinato il passaggio dalla ‘’giudeofobia’’ hitleriana alla “giudeofilia” liberal-imperialistica. E’ questo il segreto – da tutti celato – dell’impunità d’Israele, Stato imperialista che con una strategia e una prassi terrorista viola sistematicamente il diritto internazionale?

Hillary Clinton – come ci ha spiegato molto bene James Petras – ha impostato la sua ascesa politica proprio sul servilismo al sionismo. L’autrice del libro non utilizza mezzi termini: ‘’Se i neocon hanno bisogno delle donne per far apparire bella la guerra, le donne più ambiziose hanno bisogno della guerra per far avanzare le proprie carriere’’ ( pag. 97 ). Lo smart power ( potere intelligente ) viene definito come ‘’usare ogni mezzo immaginabile per promuovere l’egemonia mondiale degli Stati Uniti. All’interno di questo arsenale, il concetto più importante legato al ‘’soft power’’ sono indubbiamente i diritti umani. Questo è un settore in cui Suzanne Nossel è una vera specialista’’ ( pag. 112 ). Questa concezione imperiale del mondo entrò in azione, nel 1998-’99, contro la Serbia indipendente e sovrana. Gli effetti furono terrificanti ed ancora oggi se ne pagano amare conseguenze.

Jugoslavia: il ciclo delle guerre dei Clinton

Il Cap. 4 del libro di Diana Johnstone prende in esame l’aggressione imperialista all’ex Jugoslavia presentandola come il punto d’inizio del ciclo delle guerre dei Clinton. Il capitolo presenta una attenta disamina della natura, sociale e politica, del conflitto: il terrorismo etnico dell’UCK, la mobilitazione dell’apparato mass mediatico occidentale con la conseguente invenzione del ‘’genocidio’’, la nascita di uno Stato criminale, il Kosovo.

Il titolo di uno dei suoi paragrafi più importanti è particolarmente eloquente: Con l’accusa dell’Olocausto. L’alibi dell’Olocausto è sempre valido quando si deve scatenare una guerra anche perché i capi di Stato europei sono così ‘’legati’’ al passato che si trovano nell’incapacità di comprendere ed intervenire nel presente. L’imperialismo Usa e la lobby sionista se ne sono approfittati alla grande, ecco le loro presunte parole ‘’Vedete, senza un Grande Fratello angloamericano che vi sorveglia voi europei producete solo fascismo e totalitarismo. Accettate le basi NATO e legatevi alla politica estera d’Israele, le cose miglioreranno in favore della democrazia’’. Si tratta, ovviamente, d’una truffa di proporzioni colossali.

Diana Johnstone mette in risalto lo stato confusionale in cui si trovò la borghesia europea, frastornata dalla propaganda guerrafondaia statunitense: ‘’Il conflitto in Kosovo era così oscuro, così incomprensibile agli americani e così distorto dall’inganno e dall’auto-inganno che il modo più semplice per interpretarlo era farlo attraverso un’analogia con un conflitto che tutti conoscevano, o credevano di conoscere. Il vantaggio morale appariva immenso, specie alla luce del suo basso costo, dal momento che si trattava di bombardare un paese privo di difese antiaeree adeguate, con pochi rischi da parte nostra’’ ( cap. 134 ). L’olocausto – o per meglio dire la Shoah, con la S maiuscola – è un fatto storico accertato, un crimine che l’imperialismo nazifascista consumò con la collaborazione di alcuni settori della borghesia Usa (principalmente i clan Rockefeller e Bush) e della destra sionista ( Begin, Jabotinsky ed altri ); purtroppo, non per la prima volta, si praticò lo “sterminazionismo” su basi etniche. Possiamo tristemente trovare, nella storia umana, molte altre Shoah: lo sterminio dei nativi nord americani, l’estinzione di innumerevoli popolazioni sudamericane, africane ed asiatiche attribuibili alle logiche capitalistiche del colonialismo occidentale con in testa quello britannico. Il complesso militar-industriale francese qualche anno dopo il crimine hitleriano – che non colpì solo ebrei – sterminò un milione e mezzo di algerini. La Nakba, ferita aperta per il mondo arabo, chiamata dallo storico israeliano Ilan Pappe la pulizia etnica della Palestina è una sorta di Shoahpalestinese. Le borghesie statunitense ed israeliana, non hanno fatto altro che strumentalizzare la tragedia degli ebrei – fra cui moltissimi ebrei di sinistra, anarchici, socialisti e comunisti – rinchiusi ed eliminati nei lager nazisti ad utile consumo dei loro interessi capitalistici. Israele tira fuori dal cilindro l’alibi dell’antisemitismo tutte le volte che calpesta il diritto internazionale – in poche parole, di continuo da quando esiste – mentre gli Usa parlano di Olocausto ogniqualvolta il complesso militar-industriale ordina al suo personale politico una nuova guerra. Il clan dei Clinton – Hillary prima ancora di Bill – è maestro nell’arte della manipolazione mass-mediatica e utilizza come piede di porco la ‘’religio olocaustica’’. Le donne di potere, a quanto pare, sanno mentire come e forse meglio dei loro colleghi uomini, ma questa verità il ‘’politicamente corretto’’ non può proprio digerirla.

Il Capitolo 4 termina con un paragrafo intitolato L’esperimento del Kosovo dove D.J. spiega il modo attraverso cui gli Usa avanzano nel demonizzare e mettere al bando nella ‘’società delle nazioni’’ il paese da distruggere. Riporto – col fine di dare al lettore una idea chiara del metodo della Johnstone – qualche stralcio del testo.

Hitlerizzazione
La parte del nuovo Hitler è stata affibbiata alle personalità più diverse quali Slobodan Milosevic, Saddam Hussein, Muhammar Gheddafi, Bashar al-Assad e ora Vladimir Putin.
Sanzioni. Le sanzioni economiche contro l’Hitler di turno servono a stigmatizzare il malvagio, a destabilizzare le sue relazioni e ad arruolare gli alleati interni che esistano ancora a ricorrere alle armi ma sono disposti ad accettare questo presunto metodo ‘’pacifico’’ per fargli cambiare atteggiamento. Una volta fallite le sanzioni l’opinione pubblica è ormani stata preparata a considerare ‘’necessario’’ l’uso della forza militare… ( pag. 146; pag. 147 )

Spauracchio del ‘’genocidio’’

Ogni qual volta gli Stati Uniti prendono posizione in un conflitto etnico o politico in atto in una data regione, la procedura abituale consiste nell’accusare la parte avversa di tramare un ‘’genocidio’’. Tale accusa esclude la possibilità che entrambe le parti stiano combattendo per raggiungere specifici obiettivi territoriali o politici che, se adeguatamente compresi, potrebbero essere oggetto di mediazione… ( pag. 148 )

Media e propaganda

La chiave dell’intero sistema di aggressione è costituita dalla padronanza con cui gli Stati Uniti maneggiano un enorme apparato di propaganda, incentrato sui media mainstream. La colonna sonora è fornita dall’industria dello spettacolo, in particolare Hollywood, che sforna a getto continuo prodotti che glorificano l’uso della violenza per schiacciare il nemico. I videogiochi rappresentano un potente nuovo strumento atto a rendere normale l’istinto omicida… ( pag. 148; pag. 149 )

Bombardamento

Questa è l’argomentazione decisiva, la spada di Damocle che pende su qualunque controversia.
Per il Pentagono, la NATO, la CIA, la NED, i media mainstream e l’establishment della politica estera USA, la guerra del Kosovo costituì un’ottima esperienza didattica, un terreno di prova, un allenamento per future avventure. Fu la ‘’guerra per fare le guerre’’. ( pag. 149 )

Un ruolo decisivo è stato svolto dalle ONG dei diritti umani, finanziate dal governo Usa, braccio “armato” di George Soros – padrino dell’OTPOR – e di Gene Sharp, teorico delle ‘’rivoluzioni colorate’’, elaboratore di scenari ‘’rivoluzionari’’ ad utile e consumo dell’imperialismo nord-americano e dei suoi vassalli. La recita si è ripetuta nel 2011 in Libia – Cap. 5, Libia: una guerra tutta per lei – con l’assassinio del leader nazionalista indipendente Gheddafi, reo d’essere passato dal pan-arabismo laico al pan-africanismo. Il Fondo Monetario Internazionaleordina e il complesso militar-industriale Usa esegue fedelmente.

Dicotomia destra/sinistra: su quale spalla l’imperialismo statunitense poggia il fucile ?

La ‘’bisbetica domatrice’’ Hillary rappresenta il passaggio dalla linea neocon di Jeane Kirkpatrick, ambasciatrice con Reagan, a quella ‘’diritto-umanista’’ deiliberal apparentemente meno guerrafondai ( le cose sono andate molto diversamente ), educati da Gene Sharp e Soros. L’imperialismo delle bombe passa il testimone – dai primi anni ’90 in poi – a quello delle ONG ? Così non fu, le due cose – bombe ed ONG e viceversa – camminano di pari passo.

La Kirkpatrick era conosciuta per la sua dottrina secondo la quale è legittimo che gli Stati Uniti appoggino regimi dittatoriali ( come ad esempio quello di Pinochet in Cile ) in nome della lotta al ‘’comunismo’’. Caduta l’Urss questa linea divenne inutilizzabile, quanto meno come ‘’protesi ideologica’’. Il riarmo, l’attivismo del complesso militar-industriale ed il taglio – sempre maggiore – ai diritti sociali, andavano giustificati, quindi gli ‘’intellettuali imperiali’’ si rimisero al lavoro inventando nuove ‘’minacce’’ da cui ‘’difendersi’’. Dall’Islam politico alla Russia, l’agenda di Washington non aveva e non ha spazi bianchi.

Durante l’amministrazione Clinton il punto focale della politica estera si spostò sui diritti umani. I ‘’valori’’ e gli ‘’interessi’’ dell’America le imponevano – dice D. J.– di intervenire per proteggere e salvare le vittime delle violazioni dei diritti umani.Una donna – il ‘’volto umano’’ (ma quanto umano ?) della Nato – erano perfetti per questo ruolo che – come abbiamo ben visto – si è rilevato menzognero e truffaldino. Hillary, molto più di Bill, unisce le istanze dei sionisti avversi all’intervento russo in Siria e dei liberal russofobi, strateghi come Brzezinski i ritengono che ‘’gli Usa non devono sempre seguire Israele come un mulo, ma è necessario conquistare l’Eurasia, quindi chi controlla l’Eurasia controlla il mondo’’.

Nel 1997, durante il mandato di Bill Clinton, Brzezinski pubblica La grande scacchiera in cui ‘’In breve, gli Stati Uniti sono chiamati a modellare il mondo intero, nella certezza che ciò sarà ‘’in ultima analisi’’ un bene per l’umanità’’ ( pag. 180 ). Ma nel frattempo è necessario ‘’l’indebolimento preventivo di qualunque potenza emergente, non in virtù di ciò che tale potenza fa, ma semplicemente in virtù della sua esistenza’’. Scrive Diana Johnstone: ‘’La Russia, semplicemente per le sue dimensioni e per la sua posizione, è destinata a essere considerata un potenziale ‘’sfidante’’ e quindi un avversario. La conclusione è che la speranza espressa dalla Russia di risorgere in veste di partner pacifico e prospero dell’Occidente è inaccettabile per i vertici politici degli Stati Uniti’’.

I presupposti per la ‘’non comprensione della Russia’’ hanno queste basi ideologiche – Cap. 6, Non capire la Russia – e porteranno la Clinton ad allearsi coi neocon e i sionisti bellicosi disposti sempre e comunque a lanciare una nuova guerra, nonostante le conseguenze sulla stessa popolazione americana. Fino al 2014 gli Usa trattavano la Russia come un ‘’partner scomodo’’, facendoci affari tutti le volte che era possibile, poi – provocata la crisi Ucraina che ha portato ad un golpe neofascista – le cose cambiarono, il nemico russo venne costruito, passo dopo passo, a tavolino ripristinando la retorica anti-comunista e russofoba della Guerra Fredda. Una farsa ideologica (la Russia venne presentata come un paese per natura totalitario) con finalità politiche-militari, che si è avvalsa della collaborazione di prezzolati giornalisti ed accademici di regime.

Diana Johnstone descrive il presidente Vladimir Putin come un difensore, un giudice attento del diritto internazionale: ‘’Sul piano internazionale, nonostante le provocazioni, la Russia avrebbe continuato a perseguire misure atte a prevenire l’anarchia a livello globale, che rischia di fomentare corse agli armamenti e interminabili conflitti etnici, religiosi e sociali. Per Putin la parola chiave è ‘’rispetto’’: un mondo stabile deve fondarsi sul rispetto reciproco, un elemento assente nell’approccio che gli Stati Uniti adottano con gli altri. Gli Stati Uniti, osservò Putin, dopo essersi dichiarati vincitori della Guerra Fredda non avevano percepito la necessità di costruire un sistema stabile’’ ( pag. 238 ). Dopo aver riportato questo breve passo, una nota critica è doverosa: la nostra autrice mi sembra che attribuisca a leader russo un inesistente ‘’antimperialismo’’, cosa su cui è necessaria cautela dato l’avvenuto ripristino del capitalismo in quel paese. Il ‘’buon’’ Vladimir perché non ha mai condannato apertamente la demolizione dell’economia pianificata? Domanda: come mai la Russia intrattiene relazioni ambigue con lo Stato israeliano rifiutandosi d’appoggiare, senza compromessi, la Resistenza palestinese (cosa che fa invece l’Iran)? A queste due domande, Diana Johnstone, non risponde in modo chiaro.

Il libro, Hillary Clinton, La Regina del caos, ha il merito di mettere in risalto le divisioni interne delle elite Usa, il loro scontrarsi per poi ricompattarsi sulla base di comuni interessi borghesi. La classe dirigente nord-americana non è monolitica – e questo D. J. lo sa molto bene – ma presenta differenti piani egemonici – come il Capitolo 7 sottolinea: Il ‘’Partito della Guerra’’ –, contrapposte strategie belliche, diverse alleanze e i nemici da combattere non sono sempre gli stessi. La ‘’bisbetica domatrice’’ si è candidata a guidare il ‘’Partito della Guerra’’ ma, dati gli interessi in gioco, quelli del Grande Capitale transnazionale, verrà ricordata soltanto come una ‘’maschera di facciata’’ del gendarme yankee. Fino a quando avrà un seguito la sua buffonata mediatica?

Per Diana Johnstone ‘’Un partito della pace ha bisogno di una strategia per fermare la guerra al vertice’’ ( pag. 246 ), e prosegue ‘’Un Partito della Pace deve essere apartitico e trasversale, e riunire intorno a sé tutti coloro che ne hanno abbastanza di un Partito della Guerra fatto di neocon e ipocriti umanitari’’. Mi permetto di fare una piccola precisazione: un Partito antimilitarista non può essere ‘’apartitico’’ ed ‘’interclassista’’ ma deve mobilitare le classi sociali colpite, con maggiore brutalità, dai cinici guerrafondai, ovvero i ceti popolari e proletari. La Johnstone pone una domanda impegnativa: ‘’Gli Stati Uniti non possono continuare a dominare il mondo. La domanda è: possono gli Stati Uniti dominare se stessi ?’’ ( pag. 247 ). L’esito di questo quesito (o dilemma?) non è nella mani degli Usa in quanto ‘’Stato nazionale’’ ma del popolo statunitense da decenni messo sullo stesso piano d’un alcolizzato del tutto impotente: i lavoratori nord-americani riusciranno, un giorno che speriamo non sia troppo lontano, a riscoprire il vero significato della parola socialismo?

Una vera prospettiva anticapitalista e antimperialista – e non un semplice ‘’partito trasversale’’ – saprà riconquistare, fra le sue fila, il proletariato nord-americano ? Questa domanda – per molti aspetti ostica – temo proprio che resterà sospesa per molto tempo. Vale la pena attendere.

http://www.linterferenza.info/cultura/limperialismo-americano-secondo-diana-johnstone/

venerdì 10 agosto 2012

Lettera aperta alla stampa italiana (sulla crisi nella ex-Jugoslavia della prima metà degli anni '90), di Hosea Jaffe

Tutti i vostri giornali, da quelli di cosiddetta “sinistra” a quelli di “destra”, hanno favorito la guerra in Jugoslavia nel momento stesso in cui, nel 1991, hanno appoggiato la dichiarazione d’indipendenza di Slovenia, Croazia e Bosnia, benedetta dalla Germania, dal Vaticano e dalla CEE/UE, in nome dell’”autodeterminazione” – un principio che è valido solo se applicato contro le nazioni imperialiste, come i membri del G7, della NATO e della UE, ma che l’imperialismo e i suoi surrogati “fondamentalisti” e di “sinistra” hanno usato per smembrare dapprima la povera Etiopia e poi la Jugoslavia socista.
Quando i Serbi di Croazia e di Bosnia reagirono combattendo contro questa espropriazione dei loro diritti e della loro nazionalità jugoslavi – goduti quali cittadini delle repubbliche di Croazia e Bosnia -, e la loro giusta resistenza si scontrò con la violenza croata e bosniaca, armata con armi pagate dai poteri NATO e fornite dai loro intermediari turchi, iraniani, sauditi e fondamentalisti di altre provenienze, nonché con armi rubate alla Federazione Jugoslava, voi “democratici” avete appreso da Hitler che tanto più grande è la menzogna tanto più essa sarà creduta. E allora voi avete scritto la vostra prima Grande Menzogna: che si trattava di una “guerra etnica”. Non avete scritto la verità, che pur conoscevate: che la Bosnia non ha una storia radicata di guerre etniche, che le sue sole guerre sono state contro gli oppressori austriaco, ottomano e tedesco, e che anche questa volta la causa era la stessa che nella Prima e Seconda Guerra Mondiale: il Drang nach Osten tedesco, potenziato dal progetto storico americano ed europeo di distruzione della Jugoslavia socialista.
Ma usare la guerra per mandare in pezzi il paese non era che la continuazione, secondo Clausewitz, dell’azione per smembrare tramite l’economia, iniziata dopo la rottura di Tito con Stalin. La Germania era stata alla guida di questa guerra economica. Nel 1990 la Jugoslavia si trovò intrappolata in un debito di 50 miliardi di marchi tedeschi, i cui interessi le costavano annualmente 6 miliardi di marchi. Il deficit commerciale con la sola Germania, per il 1981 e il 1982 era stato di 96 miliardi di dinari – 3 miliardi di marchi – in cambio di automobili socialmente inutili, la maggior esportazione della Volkswagen e dei suoi concorrenti. La Germania, seguita dall’Italia, sfruttò in modo sistematico la politica della “porta aperta”, utilizzando lo scambio ineguale e quello strumento a doppio taglio che sono gli “aiuti” nella forma dei prestiti su contratto (grazie al quale la Jugoslavia ha rimborsato prestiti che hanno arricchito i suoi fornitori tedeschi). La Germania e l’Italia infiammarono la protesta dei loro maggiori partner commerciali – Slovenia e Croazia – contro la legge federale jugoslava del 1982 che imponeva loro di vendere allo Stato una parte della disponibilità in valute forti e di far rientrare entro 60 giorni i loro ricavi in valute forti, in luogo dei precedenti 90 giorni. Questa guerra economica fu accompagnata dall’erosione culturale e politica prodotta da un massiccio afflusso turistico tedesco e italiano e da un’inflazione del 300% nel solo periodo 1975-82. Nel 1986 la guerra economica contro la Jugoslavia socialista aveva provocato la ribellione del Kossovo, scatenata da “musulmani” anti-comunisti fuggiti dall’Albania di Hoxha. Il barbarico embargo triennale dell’ONU contro la Serbia (ripreso contro l’Iraq) è la continuazione di questa guerra economica.
Negli anni ’80 più volte, nelle conferenze di Cavtat, presso Dubrovnik, il sottoscritto ha messo in guardia la stessa presidenza dal fatto che “insetti e germi” provenienti dall’Europa capitalistica attraverso le “porte aperte” della Jugoslavia avrebbero potuto causare la spaccatura della Federazione tramite una guerra nelle e tra le sue repubbliche. Ma voi, che disponevate di una quantità d’informazioni ben maggiore di quella disponibile ad un esule dal Sudafrica dell’apartheid (un paese che aveva ed ha l’Italia come suo primo partner commerciale), voi, “libera stampa”, avete lodato la guerra economica contro la Jugoslavia.
 Quando questa guerra economica fece esplodere l’economia jugoslava e aprì fessure tra le repubbliche autonome, era aperta la strada alla guerra tedesca per delega attraverso la Croazia e la Bosnia “musulmana”. Per giustificare l’invasione da parte di quelle macchine del G7 e dell’Unione Europea chiamate ONU e NATO, voi avete scritto la vostra seconda Grande Menzogna: questa invasione non era una violazione del suolo e della nazione jugoslava, ma un’azione “umanitaria” (ben provata in Somalia!).
 La vostra terza Grande Menzogna fu rendere i Serbi capri espiatori dei crimini dei bombardieri ONU-NATO e dei loro intermediari croati e “musulmani”. Può essere un caso che il giudice supremo della “corte” (sic!) per i “crimini di guerra” sia il giudice Goldstone, appartenente a suo tempo al sistema dell’apartheid? Avete subito oscurato sugli schermi televisivi le prime immagini delle atrocità compiute dai Croati contro i Serbi nella battaglia della Krajina. Ma è stata instancabile la vostra propaganda dopo le vittorie dell’esercito di liberazione serbo-bosniaco a Srebrenica e Žepa in luglio. Nessuna delle “atrocità” denunciate ha avuto l’avallo di una prova visiva o documentaria, come ammesso dalla stessa CIA.
   Voi “esperti” non avete detto ai vostri lettori e ascoltatori che i Croati che hanno rapito la Croazia alla Jugoslavia sono figli di quegli ustascia fascisti della Repubblica Croata filotedesca che nella Seconda Guerra Mondiale compirono in Jugoslavia il lavoro omicida di Hitler, né che i “musulmani” che eseguono gli ordini tedeschi sono i discendenti della brigata musulmana SS Handzar, creata da Himmler per combattere i partigiani di Tito. Nel luglio del 1995, quando la vostra stampa italiana invocò l’”intervento” voi non avete ricordato l’interventismo fascista di D’Annunzio in Istria (a ragione ripresa all’Italia da Tito nel 1945, purtroppo senza la citta sloveno-croata di Trieste, storicamente non italiana). Così come non era stata detta in passato la verità su Trieste che, nel nono secolo, aveva combattuto e guadagnato la sua indipendenza dal re d’Italia e imperatore del Sacro Romano Impero, il franco Lotario I, e nel 1382, per liberarsi dal potere di Venezia, aveva sollecitato la protezione dell'Austria, di cui fece parte come regione slava fino a quando l'Inghilterra e la Francia non l'assegnarono segretamente all'Italia, come bottino di guerra in ricompensa per la sua partecipazione al loro fianco nella guerra contro la Germania e l'Austria del 1914-18. Né avete ricordato l'invasione italiana della Jugoslavia e dell'Albania nella guerra del 1939-45, brutale e razzista.
   Quando il generale serbo Mladić offri condizioni ragionevoli ai "musulmani" di Žepa, compresa quella di considerare tutti gli uomini dai 18 ai 65 anni prigionieri di guerra, voi avete gridato all'"atrocità". Avete inventato stupri e deportazioni forzate come avete fatto quando, con l'aiuto delle truppe britanniche ed australiane, l'Italia rubo Trieste a Tito con il trattato di Osimo del 1954. Allora tutti i partiti, dai "comunisti" (sic!) di Togliatti ai fascisti di Almirante si opposero alle giuste richieste jugoslave per Trieste, una città che, dopo tutto, era in Istria. Forse questo è stato il peccato originale della politica italiana nei confronti della Jugoslavia di oggi.
   Come scrisse Ignazio silone in Pane e vino, la Grande Menzogna è il maggior sacrificio che uno può fare, poiché sacrifica un principio, in questo caso la Verità.


Hosea Jaffe
14 luglio 1995,
giorno di Srebrenica e della Bastiglia



Hosea Jaffe, Via dall'azienda mondo. Dove Destra e Sinistra stanno dalla stessa parte, Jaca Book 1995, p. 73



L’Europa germanica nei Balcani: il caso jugoslavo
http://www.facebook.com/notes/maria-cristina-%C5%9Ferban/leuropa-germanica-nei-balcani-il-caso-jugoslavo/10150628643450953

Da Maria-Cristina Serban

sabato 24 marzo 2012

1999-2009. La criminalità organizzata stupra la Jugoslavia, di Fulvio Grimaldi

E’ il 24 marzo 2009 e io sto dicendo delle cose a un paio di centinaia di persone. Ma le parole escono e se ne vanno come per conto loro, come quando la Bialetti spurga il caffè e certamente non pensa "caffè". Anch’io non penso a quello che sto dicendo. Non ce n’è bisogno. E non perché questo discorsetto al seminario del Forum di Belgrado per un Mondo di Uguali, nel decennale dell’aggressione Nato a quel che restava della Jugoslavia, l’abbia preparato con grande accuratezza, quasi a memoria. Piuttosto perché quei concetti, che ora viaggiavano come suoni nell’enorme sala del Centro Congressi Sava, erano sedimentati, solidificati, avevano la consistenza della gramigna che non richiede preparazione, cure. Sono cose che mi porto dentro fin da dieci anni fa, fin da quando mi trovai a puntare la telecamera sulle facce ferme e sui canti del popolo di Belgrado allineato sul ponte Branco, inerme, in una sfida ai codardi killer dal cielo, killer della Nato, killer come l’inserviente al pezzo Massimo D’Alema. Sul ponte Branco c’era Antigone. Target , noi siamo pronti a morire, voi no, voi solo a uccidere. Noi siamo l’umanità, voi la barbarie. Ma poi non importava neanche tanto quanto andavo dicendo, lì, in quella specie di cosmodromo. Prima di me avevano parlato ben altre voci, ben altri testimoni di quel nuovo mare di sangue sgorgato dal cuore d’ Europa dopo il mattatoio interimperialista della II guerra mondiale. Clinton e i suoi eurosbirri ne avevano fatto il tappeto rosso per gli stivali chiodati di chi si apprestava alla "guerra infinita". Al richiamo di Zivadin Jovanovic, già ministro degli esteri del martire Slobodan Milosevic e indomabile cultore della memoria, dell’accusa e della promessa serba, con il suo Forum di Belgrado, erano accorsi Ramsey Clark, l’altro americano per eccellenza, sempre primo a fianco delle vittime di quella nazione di cui era stato ministro della Giustizia, Michel Chossudovsky, il controinformatore canadese con sulla penna le tacche dei tanti disvelamenti di delitti e inganni Usa, Peter Handke e Juergen Elsaesser, gli scrittori di lingua tedesca che hanno rovesciato il paradigma imperialista, con i suoi ottusi orecchianti dei partiti di "sinistra", che rovesciava l’equazione carnefici-vittime nel suo contrario. E Diana Johnstone, la prima, grandissima vindice della verità di quanto davvero succedeva nei Balcani e nel Kosovo affidato dall’impero ai suoi gangster di passo. Tanti altri, da quattro continenti. E poi i serbi che non si rassegnano.

In quella specie di dissociazione per la quale le parole andavano da una parte e i pensieri da un’altra, vedevo non le ordinate file di banchi e poltrone di un auditorio, con quella folla di inconsolabili della Jugoslavia perduta, della Serbia mutilata, della verità negata, ma rivedevo sotto il palco nella grande piazza della Repubblica, scintillante di tricolori con la stella rossa al centro, una folla tumultuante con i target della sfida e della dignità fissati sul petto. Una folla che invocava e assicurava resistenza. La Serbia era ancora viva, la Jugoslavia non era ancora persa. In Europa non tutto era precipitato nella collusione con il verminaio dei demoni, nella melma della resa. Da quel palco, e poi sui giornali e alle televisioni che mi intervistarono, dissi una frase per la quale in Italia i compagni – i compagni! – mi avrebbero poi pesantemente strigliato: "Meglio serbo che servo ". Facile assonanza, vero, ma sacrosanta verità. Scandalosa per coloro che si erano acconciati a scimmiottare le perfide demonizzazioni degli "ipernazionalisti serbi". "Nazionalisti" serbi al pari degli "estremisti" palestinesi e dei "terroristi" iracheni.

Quando la mattina dopo le prime bombe su Belgrado, nella riunione di redazione del TG3, ci venne impartita la nozione dell’ "intervento umanitario" , da sostenere come verità incontestabile, Giovanna Botteri si scaraventò sui profughi kosovari per estrargli, a colpi di ricatti umanitari (ricordate i campi dalemiani dell’Operazione Arcobaleno, poi finiti sotto processo?), orrori e anatemi sui serbi, io lasciai la Rai per sempre e me ne andai con una telecamera a Belgrado. A Novi Sad erano stati disintegrati i più bei ponti sul Danubio e la raffineria in fiamme spargeva veleni nel fiume e nei polmoni, a Pancevo l’enorme complesso petrolchimico bruciava e assolveva alla funzione assegnatagli dalla Nato di contaminare acque, terre, aria a futura moria di questo "popolo di troppo". A Belgrado due missili sventrarono l’albergo al quale eravamo destinati e, un attimo dopo, l’ambasciata di un paese, la Cina, che non condivideva l’accondiscendenza del fedifrago russo Eltsin nei confronti degli aggressori: a buon intenditor, un paio di missili. C’è una frase dolorosa che ricorre in Serbia, "ci fosse stato allora Vladimir Putin!". Il modo con cui la Russia di Putin ha saputo risollevarsi dalle vergogne degli oligarchi mafiosi ossigenati dagli Usa, con cui ha saputo rispondere all’avventura sanguinaria contro l’Ossezia del manutengolo georgiano, rende bruciante il rimpianto.

Venivano disintegrati ospedali, scuole, asili, case, ponti, treni, centrali elettriche, tra i 3.500 uccisi da Clinton e dai suoi furieri europei c’erano i bambini delle incubatrici cui era venuta a mancare l’elettricità. Già allora, prima di Baghdad, prima di Gaza, si capiva che gli interventi umanitari erano mirati a eliminare pezzi di specie umana. Oltrechè a distruggere infrastrutture la cui ricostruzione poi, a colonizzazione completata, avrebbe gonfiato i forzieri delle imprese dei paesi assassini. Da Vienna, dove era scappato, il serbo Djindjic dettava ai topgun gli obiettivi da colpire. Sarebbe poi stato innalzato al rango di premier-fantoccio da coloro cui aveva venduto la sua gente. Ma una mano ignota gliela avrebbe poi fatta pagare e avrebbe restituito scampoli di dignità ai serbi.

La Zastava, la più grande fabbrica dei Balcani, cuore operaio della Serbia del socialismo autogestito, era stata polverizzata da 22 missili, lanciati anche sugli operai postisi a scudo umano del lavoro. C’erano testate all’uranio, sulla Zastava, come sull’aeroporto militare di Belgrado e su tanti altri obiettivi. Nella prima guerra del Golfo avevano dato buona prova: nel giro di quattro anni i casi di cancro erano decuplicati e bambini deformi, senz’occhi, senza genitali, con le braccia monche che nascevano dallo stomaco e i crani aperti sulla materia cerebrale, nascevano più numerosi dei figli dell’agente Orange di memoria vietnamita e della massima stragista imperiale Monsanto (oggi in azione con gli OGM). Ci ricevettero i dirigenti sindacali che, con la fuga dei padroni, Fiat in testa, si erano messi a capo delle macerie e da subito avevano iniziato a rimettere mattone su mattone, ferro su ferro. Uscendo da lì, ci inseguirono due missili. Ricordo con un sacco di simpatia, accanto a noi buttatici dal pullman, un Raniero La Valle che, con i suoi corti passetti, trotterellava impassibile a esaminare i crateri. Non c’era solo Djindjic, c’erano quelle pustole di vaiolo che sono le spie. Tempestivamente telefonavano a chi di dovere, solitamente ad Aviano, con l’indicazione di qualcuno o qualcosa da azzerare. Li abbiamo avuti anche a Gaza e, giustamente, non sono sfuggiti alla punizione di Hamas. Intanto a Nis piovevano bombe a grappolo destinate al mercato pieno di gente e su Fruska Gora, il più bel parco naturale dei Balcani, i bombaroli avevano esercitato il loro odio per l’integrità di ambiente e animali. Contemporaneamente il Kosovo, in difesa del quale si pretendeva di aver allestito quell’apocalisse, veniva annegato nell’uranio. Serviva a far scappare torme di terrorizzati da attribuire alle "atrocità" serbe.

Un anno dopo, solo un anno dopo, la Serbia si era rimessa in piedi. Una riserva di vita e di volontà non stroncata neanche da dieci anni di feroci sanzioni e poi dalla più feroce aggressione prima dell’Iraq. Due ponti su tre a Novi Sad erano tornati transitabili, la Zastava, un autentico prodigio dell’orgoglio operaio, rarissimo bene nell’ imbastardito Occidente di oggi, aveva già ripulito tonnellate di detriti e rimesso in funzione due linee di montaggio. C’era un fervore di ripresa che aveva un grande e nobile riferimento, il presidente della Federazione ancora jugoslava, Serbia-Montenegro, Slobodan Milosevic. Più diffamato di lui, con la piena complicità dell’idiozia o del servilismo delle sinistre, c’è forse solo Saddam. Toccava toglierlo di mezzo. E chi meglio del fidato Djindjic? Attuato il colpo di Stato del’ottobre 2001 con le milizie "nonviolente" di Otpor, primo esempio di "rivoluzione colorata" organizzata dalla cosca George Soros-National Endowment for Democracy"- Cia, Djindjic consegnò l’estremo difensore di una sovranità e di un socialismo senza pari in Europa a una delle più nauseanti prostitute nella storia della magistratura mondiale, Carla del Ponte, pubblico ministero nel tribunale dell’Aja, illegittimamente allestito e pagato dai cannibali Usa, con per presidente un’altra oscenità europea, l’italiano Antonio Cassese (successivamente impiegato per la destabilizzazione colonialista del Sudan). Djindjic ricevette 30 milioni di dollari. La cifra trenta ne sancisce l’identità.

Dal TG3 ero passato a "Liberazione", il foglio del PRC, allora sotto il compagno comodissimo a tutti e a chiunque, Sandro Curzi. Ne ero l’inviato ufficiale nei Balcani. Rispondevo, oltreché a Curzi, di cui ogni arto pendeva dai fili di Bertinotti, a un certo Salvatore Cannavò, caporedattore esteri che, in combutta con il responsabile esteri del partito, Ramon Mantovani, faceva in modo che la linea del giornale su avvenimenti come l’assalto Nato alla Jugoslavia, o il genocidio israeliano dei palestinesi, o la satanizzazione degli iracheni, fossero compatibili con lo scavo che il monarca stava compiendo per penetrare dal basso nei salotti del potere ufficialmente avversato. Difatti, prima di rendere l’anima politica a un giusto signore, la nuova talpa Bertinotti venne premiata con la terza carica dello Stato. Le mie corrispondenze da sotto le bombe e poi dalla Jugoslavia che si rimetteva in piedi e in sesto già avevano sollevato malumori bertinotteschi e i rimbrotti del suo ancellame giornalistico. Ma questo fu niente rispetto a quanto mi capitò nell’ottobre belgradese del 2001. Elezioni vinte dalla sinistre, schede della vittoria bruciate in parlamento da Otpor, l’organizzazione di miliziani Cia che poi avrebbe istruito gli affini in Ucraina, Georgia, Libano, Turkmenistan, Venezuela (dove li smascherarono e buttarono fuori a calci), Milosevic agli arresti domiciliari, la teppa in piazza a bloccare il paese, massacrare di botte sindacalisti ed esponenti di sinistra, occupare la Tv. Scrissi tutto questo, mandai le interviste con i capi di Otpor che, fierissimi, ammettevano di essere "sostenuti dal servizio segreto del più grande paese democratico" , di essere stati addestrati a violentissimi moti di piazza nonviolenti da generali Usa a Budapest, di vaticinare una Serbia Nato piena di multinazionali "attirati da una forza lavoro qualificata e a basso costo". Al rientro scoprii che Cannavò aveva cestinato tutto. Anche un articolo in cui ponevo a paragone i nostri lager per nomadi ai quartieri di belle case allestite per i Rom dal governo serbo e dalle associazioni di solidarietà ad esso riferite: "Troppo filoserbo " rampognò il Cannavò, "sei forse pagato da Milosevic?" Meno male che per rispondere a questo supergiornalista, oggi ahinoi dirigente di una micropartito trotzkista ("Sinistra critica", che forse sta per "in condizioni critiche"), non mi sarebbero bastate le cadenti forze di vegliardo. Incompetenza, boria, cretinaggine e ignoranza abissale della professione furono infine coronate dal rifiuto di pubblicare la mia intervista a un Milosevic che, dalla frode inflittagli con l’accordo di Dayton da Richard Holbrooke (oggi comandato dal buon Obama ad analoghi uffici in Afghanistan e Pakistan), fino al momento del suo confinamento ai domiciliari, mi aveva rifatto la largamente ignorata storia della cospirazione contro il suo paese. "Sembreremmo appiattiti su Milosevic", spiegò la virago che allora faceva da vice a Curzi e che poi Bertinotti premiò con lo scranno in parlamento. Lì prese coerentemente a svolgere i suoi servigi al governo di guerra concentrandosi su Saddam e sull’Iraq. Era l’ultima intervista concessa dal presidente prima del suo rapimento e consegna agli sgherri dell’Aja. A pubblicare l’intervista fu poi il "Corriere della Sera" che gli scoop li riconosceva.

Dall’inizio della strategia balcanica messa in campo dai determinati eredi di fascio e svastica fin dai primi anni ’90 e del tutto integrata al programma Usa-UE di rapina, distruzione e genocidio, i nostri sinistri avevano, per la parte ottusa, studiato e capito niente, forti di deformate ma arroganti eredità analitiche e, per la parte rinnegata, opportunisticamente e vilmente allineato le proprie valutazioni alle truffaldine macchinazioni delle élites guerrafondaie. Coprendosi le vergogne collaborazioniste con piagnistei sulla "violenza di tutte le parti" , erano partiti in pellegrinaggio per Sarajevo contro il "nazionalismo" di chi difendeva quella che era stata la più avanzata esperienza sociale d’Europa dai veri nazionalismi etnico-confessionali. Tribalismi e sciovinismi con cui si puntava a frantumare il pluralismo democratico della Jugoslavia, eliminare uno spazio di sovranità che impediva l’espansione del brigantaggio Nato verso Est, liquidare un modello di organizzazione sociale non capitalista, creare corridoi energetici a dominio multinazionale, costituire mafiostati proni a ogni ricatto imperialista, stabilire nel Kosovo, etnicamente pulito dai serbi e da altre minoranze riottose, il proconsolato di bande criminali che garantissero il transito verso i mercati occidentali di quel flusso di stupefacenti al quale si affida un ruolo importante nella salvezza del sistema. Il tutto garantito dalla più grande base militare Usa, la Bondsteel kosovara, costruita nel mondo dopo il 1945.

A questo scopo servivano un "dittatore" Milosevic che, reggendo un paese dai venti partiti politici, dei quali 18 di libera opposizione e al governo nelle maggiori città serbe, con una stampa al 92% asservita agli interessi occidentali, era probabilmente il più democratico governante d’Europa; una "pulizia etnica" nei confronti di kosovari albanesi che era la deformazione della legittima difesa di uno Stato sovrano dall’eversione banditesca ordita a Washington, Roma, Berlino, Vaticano e che culminò con l’espulsione di 300mila serbi e rom e la distruzione di 150 monumenti storici serbo-ortodossi; una "tragedia bosniaca" sostenuta dalla balla Nato e sofriana di granate "serbe" sul mercato di Sarajevo, che erano invece partite da cannoni bosniaci (modello 11 settembre), e corroborata da una falsa "strage di Sebrenica" che serviva a coprire le vere stragi compiute dal bosniaco Naser Oric ai danni dei villaggi serbi; la satanizzazione dei leader serbi Karadzic e Mladic, cui si doveva negare il sacrosanto ruolo di difensori di una comunità serba che si rifiutava di restare vittima della riconfigurazione colonialista dei confini.

Tutto questo doveva poi trovare la sanzione definitiva nel processo e nella condanna all’Aja di Slobodan Milosevic, sotto la ferula, teleattivata da Washington, di Carla Del Ponte. Un obbrobrio giudiziario, ripetuto poi nei confronti di Saddam Hussein, con il quale si puntava ad occultare sotto una sentenza abnorme le spaventose responsabilità euro-statunitensi, comprese quelle del recidivo criminale di guerra D’Alema ("Lo rifarei" , dichiarò il barbieruccolo di Gallipoli all’atto della consacrazione dell’indipendenza del narcostato kosovaro), nelle devastazioni e negli stermini di massa della Jugoslavia. Il gioco fallì per la totale incapacità di dare credibilità anche ad una sola delle mille nefandezze attribuite al presidente jugoslavo. Di fronte alla sua coraggiosa e documentata azione difensiva si sgretolarono tutte le accuse e al sicario Del Ponte e ai suoi mandanti non rimase che fare morire Milosevic in carcere, lui e altri coimputati. Gli fu negata l’assistenza sanitaria che i cardiologi russi avevano diagnosticata indispensabile e che si erano dichiarati pronti a fornirgli.

L’intera, mostruosa costruzione di menzogne allestita da chi stava sbranando una preziosa, insostituibile, componente progressista d’Europa fu sostanzialmente condivisa dalle sinistre italiane. Cannavò e soci fondevano lacrime di coccodrillo sulle vittime dell’aggressione con l’avallo incondizionato a tutte le mistificazioni che dovevano agevolare l’aggressione e, da noi, l’azzeramento dell’articolo 11 della Costituzione. Gli ascari di Otpor, già riconoscibilissimi allora, furono salutati come "costola del movimento pacifista e no-global" e invitati a convegni e celebrazioni. Gli sprovveduti ed equivoci Disobbedienti di Casarini facevano comunella a Belgrado e a Padova con i provocatori di Radio B-92, del circuito Cia di "Radio Liberty", riccamente foraggiati dal destabilizzatore ebreo ungherese George Soros. Il rovesciamento golpista del patriota Milosevic fu salutato da "Liberazione" con l’indecente e criminale titolo "Belgrado ride". Il "manifesto", sul quale Tommaso di Francesco, del tutto sprovvisto di autonomia di giudizio, insiste a cianciare di "contropuliza etnica" nel Kosovo affidato al governo dei narcotrafficanti e tagliagole Hashim Thaci e Agim Ceku, avallando così la truffa di una mai esistita pulizia etnica serba, non fu da meno e titolò: "La primavera di Belgrado". Ennio Remondino, salutato come l’alternativa onesta alle tendenziosità dei trombettieri dell’imperialismo che imperversano sui grandi media, ancora oggi non manca di infiorettare i suoi funambolismi retorici sui Balcani con il riferimento al "despota" Milosevic. E' stato il trionfo di una simmetria che doveva superare lo jato tra colpevole e vittima, rafforzando implicitamente le ragioni del primo. Gli diedi il nome di
"nè-nè", di notevole successiva fortuna. Nè con la Nato, nè con Milosevic. L'apogeo dell'opportunismo. Ponzio Pilato.
Non stupisce se con questo retroterra mediatico e politico, siano sparute e imbelli in Italia le realtà organizzate che si propongono come fonti di informazioni e solidarietà con i popoli massacrati della ex-Jugoslavia. A parte qualche minuscola, ma dinamica e generosa presenza a Torino ("SOS Jugoslavia", pure presente a Belgrado con Enrico Vigna) e a Bari, che opera tentativi di memoria, solidarietà materiale e aggiornamento, esiste un autoproclamato Coordinamento Nazionale della Jugoslavia che riunisce intorno al classico capetto autocentrato alcuni nostalgici ben intenzionati, ma impegnati più che altro nell’archeologia storica dei Balcani e nell' ormai estenuante rievocazione dei delitti storici del fascismo da quelle parti. Quello che sarebbe il compito fondamentale di una costante informazione sugli esiti attuali dello stupro jugoslavo, di assidui contatti con quel poco che, particolarmernte in Serbia, ancora si muove a contrastare la devastazione sociale e ideologica e la spinta dei governanti fantoccio verso la svendita della Serbia all’Unione Europea, viene sostituito dalla ricerca di ombrelli politici alterni, d'occasione, caratterizzati da frustrati settari dell’autopromozione politica. Massima preoccupazione pare essere la gara a impedire che altri possano assumere ruoli di interlocutori fattivi con le forze della resistenza. Un classico della disperante sinistra italiana.

Il messaggio dominante di tutte le voci del seminario di Belgrado è stato la denuncia di una Nato che, con il concorso del bombardiere D’Alema, in piena aggressione era stata trasformata da alleanza difensiva in strumento di offesa bellica a raggio mondiale. Quella Nato, con le sue basi che fanno, insieme al servilismo di tutti gli schieramenti politici succedutisi al governo in Italia, del nostro paese un paese vassallo, del tutto privo di autonomia e sovranità, i cubani la chiamano "il patibolo dell’umanità". Atterrisce vedere come dal discorso delle forze di sinistra italiane, nessuna esclusa, quelle voci siano state del tutto espunte e a parlare di sovranità da recuperare, di basi da chiudere, di Nato da scacciare, si passi per polveroso residuato di battaglie fuori tempo. Allora, ancora una volta, "meglio serbo che servo". Terminato il seminario c’è stata una manifestazione nella centrale Piazza della Repubblica. Poche persone, forse tremila, per un evento di tale portata. Una folla smarrita e confusa. Nessun Milosevic all’orizzonte. La Jugoslavia svanita dall’immaginario collettivo, il partito di Slobo, il socialista, cooptato nel governo dei fantocci. Tanta frustrazione e tanta rabbia che s’incanala verso velleitarismi impotenti: "Dateci le armi!" gridavano gruppi di teste rasate sotto le bandiere della Jugoslavia monarchica e poi, tremendo, "via i comunisti !", con qualche sassata al gruppetto del comunista Titanovic. Il trauma, l’abbandono di tutti coloro che avrebbero dovuto essergli vicini, a parte la Russia nuova, nessun segnale di amicizia, di solidarietà. Tutti d’accordo sulle bugie che strangolarono la verità dei serbi. Non c’è rassegnazione, forse, ma stagnazione sì, e disorientamento. Hanno fatto più danno i rinnegati e disertori che il nemico. Come sempre. Sul ponte Branco non c’è più nessuno. Penso che anche i palestinesi dopo essere stati annichiliti e squartati nel 1948, ci misero vent’anni prima di riprendere coscienza di sé e generare i fedayin e poi le intifade e poi l’eroica resistenza di Gaza.

Lungo la Kneza Mihaila, l’isola pedonale dei bei negozi al centro, sfilano ancora le filiformi bellezze belgradesi, bionde che si consolano tirandosela come se l’avessero inventata loro. I negozi esibiscono le trucide griffe italiane, c’è Banca Intesa, italiana, Banca Raiffainer, austriaca, la Deutsche Bank. Nelle grandi librerie quando gli chiedi qualche testo di teoria politica, Marx, Engels, ti guardano come se avessi chiesto un osso di dinosauro. Non ce l’hanno. Il palazzetto liberty dove s’erano insediati gli infiltrati di Otpor e che avevo visto in pieno embargo luccicante di computer e telefonini modernissimi, scrivanie di mogano e arredi nuovi di pacca, è abitato dai manager dei nuovi predatori. Finisco in quella che era la mia trattoria preferita. Al posto dell’anziana ostessa dagli occhi strabici e dall’affettuosità casareccia verso gli ospiti, tutti subito amici, c’è un grosso tizio con la testa a cocomero, con lo sguardo fessurato e infido, pare Gennaro Migliore. Non ha sorrisi, non ce l’ha quasi nessuno da queste parti. Ma quando arriva un trio trambustoso e vociante, dall’aria inconfondibile dei boss, si piega in due, offre tavoli, sposta sedie, allarga le fessure a smisurato sorriso, sposta verso di loro una stufa a gas che prima mi stava accanto.

Al tavolo di fronte, sola, con una sigaretta dopo l’altra tra le lunghe dita bianche, una donna immobile. E’ sui quaranta e, dunque, non può non averle viste tutte. E’ pallida e le ciglia tracciate dalla matita scorrono alte, come usava in decenni lontani, su occhi che non piangono ma sanno di pianti e che fissano qualcosa che non sta nella stanza, ma dentro di lei. I capelli sono lunghi e lisci sulle spalle e hanno una ricrescita di settimane. Ogni tanto guarda la punta della sigaretta, poi la tovaglia, ma sono certo che non vede quello che guarda. Quando rivolge gli occhi per un attimo verso di me, lo sguardo si arena molto prima di raggiungermi. Tutto quello che guarda pare essere chiuso dietro la barriera dei suoi pensieri. E’ bella ed è stanca. E’ come immersa in un vuoto immenso. Sopra, sulla parete, la classica icona alla bizantina della madonna col bambino. E’ lì da quando sono entrato. E’ lì immobile quando me ne vado, dopo più di un’ora. Aspetta. Che cosa aspetta? La sua solitudine è peggio di Gaza. Credo che si chiami "Serbia".

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