Pubblico, ora, come risposta alla legge liberticida contro il revisionismo storico alcuni estratti dal famoso studio dello storico musulmano e comunista Roger Garaudy che, per profondità di pensiero, fissa le coordinate su come analizzare l'ebraicidio. Garaudy è stato diffamato dalla storiografia ufficiale, di destra ma anche da parte della sinistra riformista e staliniana, in quanto 'negazionista'. Nulla di tutto ciò, la ricerca di questo grande pensatore è, come il lettore onesto potrà constatare, ancorata al materialismo storico ed al comunismo rivoluzionario. Respingo le accuse di 'negazionismo' verso questo pensatore meritevole di essere letto con rispetto ed attenzione.
Grazie di tutto Compagno Garaudy...
Il mito
dell'Olocausto
"Genocidio: distruzione metodica di un gruppo etnico, per mezzo
dello sterminio dei suoi individui".
Fonte: Dizionario Larousse
"Seguendo il metodo della promessa divina contenuta nella Bibbia,
il genocidio è un elemento di giustificazione ideologica per
la creazione dello Stato d'Israele".
Fonte: Tom Segev, Le septième
million, cit., p. 588
Tre termini sono spesso impiegati per definire il trattamento
inflitto agli ebrei dal nazismo: genocidio, olocausto,
shoah.
Il termine "genocidio" ha un significato preciso, per la sua
stessa etimologia: sterminio di una razza. Supponendo che esista una
"razza" ebraica, come pretendeva il razzismo hitleriano e come
sostengono ancora i dirigenti israeliani.
C'è stato, durante la guerra, un "genocidio" degli ebrei?
In tutti i dizionari il termine "genocidio" ha un significato
inequivocabile. Il Larousse dà la definizione sopracitata.
Essa non si può applicare alla lettera che nel caso della
conquista di Canaan da parte di Giosuè, quando ci viene detto
che in ogni città conquistata "non resta alcun sopravvissuto"
(
Numeri, XXI, 35).
Il termine "genocidio" è quindi stato usato a Norimberga in
modo del tutto erroneo, dal momento che non si trattò
dell'annientamento di tutto un popolo come nel caso degli "stermini
sacri" degli amaleciti, dei cananei e di altri popoli di cui al
Libro di Giosuè, nel quale si afferma, per esempio, che
a Ebron e a Eglon "essi non lasciano alcun sopravvissuto"
(
Giosuè, X, 37) o che ad Hagor "passarono tutti gli
esseri umani a fil di spada [...] non lasciarono alcun essere
animato" (
Giosuè, XI, 14).
Al contrario l'ebraismo (gli ebrei sono indicati come razza solo
nel vocabolario hitleriano) ha conosciuto un grande sviluppo in tutto
il mondo dopo il 1945.
Senza dubbio gli ebrei sono stati uno dei bersagli preferiti da
Hitler a causa della sua teoria sulla superiorità della "razza
ariana" e anche della sistematica assimilazione tra gli ebrei e i
comunisti, che erano i suoi principali avversari come attestano le
esecuzioni di migliaia di comunisti tedeschi e, nel corso della
guerra, il suo accanimento contro i prigionieri "slavi". Egli usava,
per questo amalgama, la parola "giudeo-bolscevismo".
Dalla creazione del partito "nazionalsocialista" Hitler aveva
progettato non solo di estirpare il comunismo, ma anche di scacciare
tutti gli ebrei, prima dalla Germania e poi da tutta l'Europa, quando
ne fosse divenuto il capo. Tutto ciò nel modo più
inumano: con l'emigrazione, con l'espulsione e, durante la guerra,
con la prigionia nei campi di concentramento. In seguito
arrivò a ipotizzare la deportazione nel Madagascar, che
avrebbe costituito un vasto ghetto per gli ebrei europei, e quindi
quella all'Est, nei territori occupati, soprattutto in Polonia, dove
slavi, ebrei e zingari furono decimati dal lavoro forzato nella
produzione di guerra e dalle terribili epidemie di tifo, la
gravità delle quali è testimoniata dalla
moltiplicazione dei forni crematori.
Quale fu il bilancio di questo accanimento di Hitler contro le sue
vittime politiche o razziali? La seconda guerra mondiale fece 50
milioni di morti tra cui 17 milioni di sovietici e 9 milioni di
tedeschi. La Polonia, gli altri paesi europei occupati e anche i
milioni di soldati dell'Africa o dell'Asia mobilitati per questo
conflitto, nato come il primo da rivalità occidentali,
pagarono un pesante tributo di morti.
La dominazione hitleriana realizzò dunque ben altro che un
vasto
pogrom di cui gli ebrei sarebbero stati, se non le sole,
almeno le principali vittime, come una certa propaganda tende ad
accreditare. Si trattò di una catastrofe umana che,
sfortunatamente, non è senza precedenti, perché Hitler
applicò a dei bianchi quello che i colonialisti europei
durante cinque secoli applicarono agli "uomini di colore", dagli
indiani d'Ame-rica, 60 milioni dei quali su 80 furono uccisi (e anche
in questo caso dal lavoro forzato e dalle epidemie più che
dalle armi), fino agli africani, dai 10 ai 20 milioni dei quali
furono deportati nelle Americhe, mentre, siccome i negrieri
ottenevano uno schiavo per ogni dieci uccisi nella lotta per la
cattura, la "tratta" costò all'Africa dai 100 ai 200 milioni
di morti.
Il mito serviva al gioco di tutti: parlare del "più grande
genocidio della storia" per i colonialisti occidentali voleva dire
far dimenticare i propri crimini (la decimazione degli indiani
d'America e la tratta degli schiavi africani), mentre per Stalin
significava cancellare le sue selvagge repressioni.
Esso si prestava al gioco dei dirigenti anglo-americani dopo il
massacro di Dresda del 13 febbraio 1945, quando, in poche ore,
perirono tra le fiamme delle bombe al fosforo 200.000 civili, senza
un motivo militare, giacché l'esercito tedesco batteva in
ritirata su tutto il fronte dell'Est davanti alla folgorante
offensiva dei sovietici, che in gennaio si trovavano già
sull'Oder.
Ancor più serviva agli Stati Uniti che avevano appena
sganciato su Hiroshima e Nagasaki le bombe atomiche che fecero
"più di 200.000 morti e quasi 150.000 feriti, destinati a
morire a scadenza più o meno ravvicinata".
Fonte: Paul-Marie de la Gorce, 1939-1945. Une
guerre inconnue,
Parigi, Flammarion, 1995, p. 535
Gli scopi non erano militari, bensì politici. Churchill
scriveva già nel 1948, nel suo libro
La deuxième
guerre mondiale (volume VI): "Sarebbe falso supporre che la sorte
del Giappone sia stata decisa dalla bomba atomica". L'ammiraglio
americano William A. Leahy, nel suo
I was there (Io c'ero)
conferma: "A mio avviso, l'uso di questa barbara arma a Hiroshima e
Nagasaki non è stato di grande aiuto nella guerra contro il
Giappone".
In effetti l'imperatore Hirohito, dal 21 maggio 1945, aveva
avviato le trattative per la resa del suo paese con l'Unione
Sovietica (che non era ancora entrata in guerra contro il Giappone)
tramite il suo ministro degli esteri e l'ambasciatore sovietico
Malik. "Il principe Kono-ye fu pregato di presentarsi a Mosca per
negoziare direttamente con Molotov".
Fonte: P.-M. de la Gorce, 1939-1945. Une guerre
inconnue, cit., p. 532
"A Washington si conoscevano perfettamente le intenzioni giapponesi:
"Magic" informava sulla corrispondenza tra il ministro degli affari
esteri e il suo interlocutore a Mosca".
Fonte: Op. cit., p. 533
L'obiettivo perseguito, dunque, non era militare ma politico, come
confessò il ministro americano dell'aviazione, Finletter,
spiegando che l'impiego delle bombe atomiche aveva come scopo "di
mettere il Giappone
knock-out prima dell'entrata in guerra
della Russia".
Fonte: "Saturday review of literature", 5 giugno 1944
L'ammiraglio Leahy scrive (
op. cit.): "Utilizzando le prime
bombe atomiche noi ci siamo abbassati al livello morale dei barbari
del Medioevo [...] quest'arma nuova e terribile, che serve a una
guerra non civile, è una moderna barbarie indegna dei
cristiani".
Così tutti questi dirigenti, che un autentico tribunale
internazionale, composto da paesi neutrali, avrebbe chiamato alla
sbarra come criminali di guerra a fianco di Göring e della sua
banda, trovarono nelle "camere a gas", nei "genocidi" e negli
"olocausti" un alibi insperato per "giustificare", se non per
cancellare, i loro stessi crimini contro l'umanità.
Lo storico americano W.F. Albright, che fu direttore dell'American
School of Oriental Research scrisse nella sua opera maggiore,
De
l'age de pierre à la chrétienté. Le
monothéisme et son évolution (Parigi, Payot, 1951),
dopo aver giustificato gli "stermini sacri" di Giosuè durante
l'invasione di Canaan: "Forse noi americani [...] abbiamo meno il
diritto di giudicare gli israeliani [...] perché abbiamo
sterminato [...] migliaia di indiani in tutti gli angoli del nostro
grande paese e abbiamo raccolto quelli che restavano in grandi campi
di concentramento" (p. 205).
Il termine Olocausto, applicato allo stesso dramma dagli anni
Settanta, a partire dal libro di Elie Wiesel
La nuit (1958), e
reso popolare dal film che lo ha ripreso nel titolo, segna ancora di
più la volontà di trasformare il crimine commesso
contro gli ebrei in un avvenimento eccezionale, senza paragone
possibile con gli altri massacri del nazismo né con alcun
altro crimine della storia, perché così le loro
sofferenze e i loro morti assumevano un carattere sacrale: il
Larousse universel (2 volumi, Parigi, 1969, p. 772) definisce
così la parola "olocausto": "Sacrificio in uso presso gli
ebrei, nel quale la vittima era interamente consumata dal fuoco".
Il martirio degli ebrei diventava così irriconducibile a
qualsiasi altro: per il suo carattere sacrificale esso era stato
integrato al progetto divino alla maniera della crocifissione di
Gesù nella teologia cristiana, iniziando in questo modo una
nuova epoca. Ciò permetterà a un rabbino di dire: "La
creazione dello Stato d'Israele è la risposta di Dio
all'olocausto".
Per giustificare il carattere sacrale dell'olocausto era
necessario che vi fossero stati
sterminio totale e
cremazione.
Bisognava per questo che fosse prevista una "soluzione finale" del
problema ebraico, rappresentata dallo sterminio.
Non ha mai potuto essere prodotto alcun documento attestante che
la "soluzione finale" del problema ebraico equivalesse, per i
nazisti, allo sterminio. L'antisemitismo di Hitler è legato,
fin dai suoi primi discorsi, alla lotta contro il bolscevismo (egli
usa costantemente l'espressione giudeo-bolscevismo). I primi campi di
concentramento erano destinati ai comunisti tedeschi che vi morirono
a migliaia, compreso il loro dirigente Thälmann.
Quanto agli ebrei, essi furono accusati delle colpe più
contraddittorie; inizialmente erano così sosteneva Hitler gli
artefici più attivi della rivoluzione bolscevica (Trotsky,
Zinov'ev, Kamenev, ecc.), così come erano i capitalisti che
sfruttavano maggiormente il popolo tedesco.
Gli importava, dunque, dopo aver liquidato il movimento comunista
e preparato l'espansione della Germania verso l'Est, allo stesso modo
dei cavalieri teutonici, distruggere l'Unione Sovietica, che fu
sempre la sua principale ossessione, manifestata con la ferocia verso
i prigionieri slavi (polacchi e russi). Egli creò durante la
guerra contro l'URSS anche delle
Einsatzgruppen, vale a dire
delle unità incaricate in particolar modo di contrastare le
operazioni dei partigiani sovietici e di abbattere i loro commissari
politici, anche se prigionieri. Tra questi furono massacrati molti
ebrei, eroici come i loro compagni slavi.
La prova dei limiti della propaganda sull'"antisemitismo
sovietico" è che non si può pretendere, allo stesso
tempo, che i sovietici allontanassero gli ebrei dalle cariche
importanti e affermare che questi ultimi costituissero la maggioranza
dei "commissari politici" partigiani, che le
Einsatzgruppen
erano incaricate di abbattere. Perché si fa fatica ad
immaginare che la responsabilità di dirigere l'azione dei
partigiani dietro le linee nemiche (dove la diserzione e il
collaborazionismo erano più facili) potesse essere assegnata a
ebrei di cui non ci si poteva fidare.
Quando Hitler divenne padrone del continente una delle idee
più mostruose dei nazisti fu quella di svuotare la Germania e
poi l'Europa da tutti gli ebrei.
Hitler procedette per tappe.
La prima fu di organizzare la loro emigrazione in condizioni che
gli permisero di impadronirsi dei beni dei più ricchi (e
abbiamo visto che i dirigenti sionisti della Ha'avara collaborarono
efficacemente a questa impresa, promettendo in cambio d'impedire il
boicottaggio della Germania hitleriana e di non partecipare al
movimento antifascista).
La seconda tappa fu l'espulsione pura e semplice, seguendo il
piano di inviarli tutti in un ghetto mondiale. A seguito della
capitolazione della Francia tale ghetto fu individuato nell'isola di
Madagascar che doveva passare sotto controllo tedesco, dopo aver
fatto indennizzare dalla Francia stessa i vecchi residenti francesi.
Il progetto fu abbandonato non tanto per le reticenze della Francia,
quanto per la quantità di navi necessarie all'operazione, che
in tempo di guerra la Germania non poteva utilizzare per questo
compito.
L'occupazione hitleriana dell'Est dell'Europa, specialmente della
Polonia, rese possibile attuare la "soluzione finale": svuotare
l'Euro-pa dai suoi ebrei deportandoli massicciamente in campi
all'estero. Fu lì che essi patirono le peggiori sofferenze,
non soltanto quelle di tutti i civili in tempo di guerra
(bombardamenti aerei, fame e privazioni di ogni genere, marce
forzate, mortali per i più deboli, per evacuare le
città), ma anche il lavoro forzato nelle condizioni più
disumane per servire lo sforzo bellico tedesco (Auschwitz-Birkenau
era, per esempio, il centro più attivo delle industrie
chimiche della IG Farben) e infine le epidemie, specialmente quelle
di tifo che colpirono in modo spaventoso una popolazione
concentrazionaria sottoalimentata e sfinita.
È dunque necessario ricorrere ad altri metodi per spiegare
la terribile mortalità delle vittime di un simile trattamento,
ed esagerarne smisuratamente il numero, col rischio di essere
obbligati, in seguito, a diminuirlo: cambiando l'iscrizione di
Auschwitz-Birkenau per ridurre il numero da quattro milioni a uno?
cambiando l'iscrizione della "camera a gas" di Dachau per precisare
che non ha mai funzionato? o quella del Velodrome d'Hiver a Parigi
indicante che gli ebrei che vi furono rinchiusi erano 8.160 e non
30.000 come diceva la targa originaria, che è stata ritirata?
Fonte: "Le Monde", 18 luglio 1990, p. 7
Per conservare ad ogni costo all'olocausto (sterminio sacrificale col
fuoco) il suo carattere di eccezionalità c'è bisogno di
agitare lo spettro delle "camere a gas"?
Nel 1980, per la prima volta, l'unicità del massacro degli
ebrei fu messa in discussione da un celebre giornalista, Boaz Evron:
"Come se fosse ovvio, ogni ospite degno di nota è condotto
in visita obbligatoria ad Yad Vashem [...] perché capisca bene
i sentimenti e la colpevolezza che ci si aspettano da lui.
Considerando che il mondo ci odia e ci perseguita, noi ci crediamo
esentati dalla necessità di rendergli conto dei nostri atti".
L'isolamento paranoico rispetto al mondo e alle sue leggi poteva
trascinare alcuni ebrei a trattare i non ebrei come sotto-uomini,
rivaleggiando così col razzismo dei nazisti. Evron mise in
guardia contro la tendenza a confondere l'ostilità degli arabi
con l'antisemitismo nazista:
"Non si può distinguere la classe dirigente di un paese
dalla sua propaganda politica, poiché essa costituisce parte
della sua realtà. Così i governi agiscono in un mondo
popolato di miti e di mostri che essi stessi hanno creato".
Fonte: Boaz Evron, Le génocide: un danger
pour la nation,
"Iton 77", n. 21, maggio-giugno 1980, pp. 12 s.
Per cominciare, benché esista nello spirito di milioni di
persone, d'indiscutibile buona fede, la confusione tra "forno
crematorio" e "camera a gas", l'esistenza nei campi hitleriani di un
numero considerevole di forni crematori per tentare di circoscrivere
la diffusione delle epidemie di tifo non è un argomento
sufficiente: ne esistono in tutte le grandi città, a Parigi
(al Père Lachaise), a Londra e in tutte le capitali
importanti, ed essi non esprimono evidentemente la volontà di
sterminare la popolazione.
Era necessario quindi aggiungere ai forni crematori delle "camere
a gas" per affermare il dogma dello sterminio "col fuoco".
La prima esigenza, elementare, per dimostrarne l'esistenza era
presentare l'ordine che prescriveva questa misura: ora, negli archivi
così minuziosamente organizzati dalle autorità tedesche
e sequestrati dagli alleati al momento della disfatta di Hitler, non
furono trovati documenti sui fondi destinati a questa impresa e sulle
direttive concernenti la costruzione e il funzionamento delle camere
a gas, in poche parole non fu trovato tutto quello che avrebbe
permesso l'analisi dell'arma del delitto, come in qualsiasi inchiesta
giudiziaria normale.
È degno di nota che, dopo avere ufficialmente riconosciuto
che non vi erano state gassazioni omicide nel territorio dell'ex
Reich, nonostante le innumerevoli dichiarazioni dei "testimoni
oculari", lo stesso criterio della soggettività delle
testimonianze non sia più stato accettato per quanto concerne
i campi dell'Est, in particolare della Polonia. Nemmeno quando queste
"testimonianze" sono passibili dei più legittimi sospetti.
Quello stesso Martin Broszat che aveva pubblicato nel 1958, come
un documento autentico, il diario del comandante di Auschwitz, Rudolf
Höss, scrisse su "Die Zeit" del 19 agosto 1960, p. 16, una
lettera in cui diceva che non c'erano state gassazioni omicide a
Dachau, né in generale in tutti i campi della Germania,
all'interno delle frontiere del vecchio Reich.
Broszat, che nel 1972 divenne direttore dell'Istituto di storia
contemporanea di Monaco, dichiarò: "Né a Dachau,
né a Bergen-Belsen, né a Buchenwald sono stati gassati
degli ebrei o degli altri detenuti".
La rivelazione era tanto più importante in quanto erano
numerosissimi i "testimoni oculari" dell'esistenza delle camere a gas
in questi campi e in quanto il fatto che più impressionava i
visitatori, in particolar modo americani, a Dachau era una
"ricostruzione" della "camera a gas".
Al tribunale di Norimberga sir Harley Shawcross, il 26 luglio
1946, menziona "delle camere a gas non solo ad Auschwitz e a
Treblinka, ma anche a Dachau" (
Trial of the Major War
Criminals, cit., XIX, p. 4563).
La messa in scena del museo di Dachau permette di ingannare non
solo migliaia di bambini che vi sono condotti perché
apprendano il dogma dell'olocausto, ma anche gli adulti, come il
domenicano Mo-relli, che scrisse in
Terre de détresse
(Bloud et Gay, 1947, p. 15): "Ho posato occhi pieni di spavento sul
sinistro oblò da cui i boia nazisti potevano vedere le
miserabili vittime del gas che si contorcevano".
Tuttavia nemmeno degli ex deportati si lasciarono suggestionare da
una leggenda così accuratamente alimentata. Un grande storico
francese, Michel de Boüard, decano onorario della facoltà
di Caen, ex deportato di Mauthausen, dichiarò nel 1986:
"Nella monografia su Mauthausen che ho pubblicato [...] nel '54
parlo a due riprese delle camere a gas: venuto il tempo della
riflessione mi son detto: dove ho acquisito la convinzione che c'era
una camera a gas a Mauthausen? Non è stato durante il mio
soggiorno al campo, dal momento che né io né alcun
altro supponevamo che potesse esserci; si tratta dunque di un
"bagaglio" che ho ricevuto dopo la guerra, era comunemente ammesso.
In seguito ho notato che nel mio testo mentre sostengo la maggior
parte delle mie affermazioni con delle prove non ve ne erano sulla
camera a gas".
Fonte: "Ouest-France", 2-3 agosto 1986, p. 6
Jean Gabriel Cohn-Bendit aveva già scritto: "Battiamoci
affinché si distruggano quelle camere a gas che si mostrano ai
turisti nei campi, nei quali, ora si sa, non ne esistevano affatto, a
rischio di non essere più creduti su ciò di cui siamo
sicuri".
Fonte: "Libération", 5 marzo 1979, p. 4
Nel film proiettato al processo di Norimberga la sola camera a gas
mostrata era stata quella di Dachau.
Il 26 agosto 1960 Broszat, a nome dell'Istituto di storia
contemporanea di Monaco, di obbedienza sionista, scriveva su "Die
Zeit" (p. 14): "La camera a gas di Dachau non è mai stata
attivata e non ha mai funzionato".
Dall'estate del 1973, un cartello, di fronte alle docce, spiega:
"questa camera a gas, camuffata da sala per le docce, non è
mai stata messa in funzione". Esso aggiunge che i prigionieri
condannati alla gassazione erano stati trasferiti all'Est.
Ma la camera a gas di Dachau è la sola che sia stata
presentata in fotografia agli accusati di Norimberga come uno dei
luoghi dello sterminio di massa e tutti gli accusati vi hanno
creduto, con l'eccezione di Göring e di Streicher.
4. Il mito di una "terra senza popolo
per un popolo senza terra"
"Non c'è un popolo palestinese [...], Non è come se
noi fossimo venuti a metterli alla porta e a prendere il loro paese.
Essi non esistono".
Fonte: Golda Meir, dichiarazione al "Sunday Times", 15
giugno 1969
L'ideologia sionista si fonda su un postulato molto semplice. Si
legge nella
Genesi (XV, 18-21): "Il Signore concluse
un'alleanza con Abramo in questi termini: "Alla tua progenie io
dò questo paese, dal torrente d'Egitto al grande fiume, il
fiume Eufrate"".
A partire da ciò, senza domandarsi in che cosa consista
l'Alleanza, a chi sia stata fatta la promessa, o se l'Elezione fosse
incondizionale, i dirigenti sionisti, anche se agnostici o atei,
affermano: la Palestina ci è stata data da Dio.
Le stesse statistiche del governo israeliano mostrano che il 15%
degli israeliani sono religiosi. Questo non impedisce al 90% di essi
di affermare che questa terra è stata data loro da Dio... al
quale non credono.
L'immensa maggioranza degli attuali israeliani non condivide
né la pratica, né la fede religiosa, e i diversi
"partiti religiosi", che pure svolgono un ruolo decisivo nello Stato
d'Israele, non raccolgono che un'infima minoranza di cittadini.
L'apparente paradosso è spiegato da Nathan Weinstock: "Se
l'oscurantismo rabbinico trionfa in Israele è perché la
mistica sionista non ha coerenza che tramite il riferimento alla
legge mosaica. Sopprimete i concetti di "popolo eletto" e di "terra
promessa" e il fondamento del sionismo crolla. Infatti,
paradossalmente, i partiti religiosi poggiano la loro forza sulla
complicità dei sionisti agnostici. La coerenza interna della
stuttura sionista d'Israele ha imposto ai suoi dirigenti il
rafforzamento dell'autorità del clero. Ed è stato il
partito socialdemocratico Mapai, sotto l'impulso di Ben Gurion, e non
i partiti confessionali, che ha inserito il corso obbligatorio di
religione nel programma delle scuole".
Fonte: Nathan Weinstock, Le sionisme contre
Israël,
Parigi, Maspéro, 1969, p. 315
"Questo paese esiste come realizzazione di una promessa fatta da Dio
stesso. Sarebbe ridicolo domandargli conto della sua
legittimità. Tale è l'assioma di base formulato da
Golda Meir"
Fonte: "Le Monde", 15 ottobre 1971
"Questa terra ci è stata promessa e noi abbiamo un diritto su
di essa" ripete Begin.
Fonte: Menahem Begin, dichiarazione rilasciata a
Oslo,
"Davar", 12 dicembre 1978
"Se si possiede la Bibbia, se ci si considera come il popolo della
Bibbia, bisogna possedere tutte le terre bibliche, quelle dei Giudici
e quelle dei Patriarchi, di Gerusalemme, di Ebron, di Gerico e di
altri posti ancora".
Fonte: Moshe Dayan, "Jerusalem Post", 10 agosto 1967
Molto significativamente Ben Gurion ricorda il "precedente"
del-l'America dove, in effetti, per un secolo la frontiera rimase
mobile fino al Pacifico, in funzione dei successi della "caccia agli
indiani" per impadronirsi delle loro terre.
Ben Gurion disse molto chiaramente: "Non si tratta di mantenere lo
statu quo. Noi dobbiamo creare uno Stato dinamico, orientato
verso l'espansione".
La pratica politica corrisponde a questa singolare teoria:
prendere la terra, cacciandone gli abitanti, come fece Giosuè,
successore di Mosè. Menahem Begin, più profondamente
imbevuto della tradizione biblica, proclamò: "Eretz Israel
sarà restituita al popolo d'Israele. Tutta intera e per
sempre".
Fonte: Menahem Begin, The revolt: story of the
Irgun,
New York, Schuman, 1951, p. 335
Così, improvvisamente, lo Stato d'Israele si pone al di sopra
di ogni legge internazionale.
Imposto all'ONU l'11 maggio 1949 per volontà degli Stati
Uniti, lo Stato di Israele non fu ammesso che a tre condizioni:
1. non toccare lo statuto di Gerusalemme;
2. permettere agli arabi palestinesi di tornare a casa loro;
3. rispettare le frontiere fissate dall'accordo di spartizione.
Parlando di questa risoluzione delle Nazioni Unite sulla
"spartizione", votata molto prima dell'ammissione di Israele, Ben
Gurion dichiara: "Lo Stato d'Israele considera che la risoluzione
delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947 è nulla e non
sussistente".
Fonte: "New York Times", 6 dicembre 1953
Facendo eco alle tesi dell'americano Albright, citate più
sopra, sul parallelismo dell'espansione americana e sionista, il
generale Moshe Dayan scrisse: "Prendete la dichiarazione
d'indipendenza americana. Essa non contiene alcuna menzione di limiti
territoriali. Noi non siamo obbligati a fissare i limiti dello
Stato".
Fonte: "Jerusalem Post", 10 agosto 1967
La politica corrisponde esattamente a questa legge della giungla:
la "spartizione" della Palestina, derivante dalla risoluzione delle
Nazioni Unite, non fu mai rispettata. Tale decisione, adottata il 29
novembre 1947 dall'assemblea generale (composta allora da una
schiacciante maggioranza di Stati occidentali), traccia i piani
dell'Occidente per questo suo "avamposto".
In questa data gli ebrei costiuiscono il 32% della popolazione e
possiedono il 5,6% del suolo: essi ricevono il 56% del territorio,
con le terre più fertili. Ciò grazie all'intervento
degli Stati Uniti.
Il presidente Truman esercitò una pressione senza
precedenti sul dipartimento di Stato. Il sottosegretario di Stato
Summer Welles scrisse: "Per ordine diretto della Casa Bianca i
funzionari americani devono usare pressioni dirette o indirette [...]
al fine di assicurare la maggioranza necessaria al voto finale".
Fonte: Summer Welles, We need not fail,
Boston, 1948, p. 63
James Forrestal, allora ministro della difesa, conferma: "I metodi
utilizzati per fare pressione e per costringere le altre nazioni in
seno alle Nazioni Unite rasentavano lo scandalo".
Fonte: James Forrestal, Memories,
New York, Viking Press, 1951, p. 363
Fu mobilitata tutta la forza dei monopoli privati: sul
"Chicago-Daily" del 9 febbraio 1948 Dex Pearson fornisce delle
precisazioni, tra le quali la seguente: "Harvey Firestone,
proprietario di piantagioni di caucciù in Liberia, agisce
presso il governo liberiano".
Siccome gli arabi protestavano contro l'ingiustizia della
spartizione e la rifiutavano, i dirigenti israeliani ne
approfittarono a partire dal 1948 per impadronirsi di nuovi
territori, in particolare Jaffa e San Giovanni d'Acri, nonostante il
fatto che nel 1949 già controllassero l'80% del paese e
770.000 palestinesi fossero stati cacciati.
Il sistema impiegato era quello del terrore:
L'esempio più eclatante fu quello di Deir Yassin.
Il 9 aprile 1948, con un metodo identico a quello dei nazisti a
Oradour, i 254 abitanti di quel villaggio (uomini, donne, vecchi e
bambini) furono massacrati dalle truppe dell'Irgun capeggiate da
Menahem Begin.
Nel suo libro
The revolt: story of the Irgun Begin scrisse
che "lo Stato di Israele non sarebbe esistito senza la vittoria di
Deir Yassin" (p. 200 ) e aggiunse: "La Haganah effettuava attacchi
vittoriosi sugli altri fronti [...]. Presi dal panico, gli arabi
fuggivano gridando: Deir Yassin" (
ibidem).
Erano considerati come "assenti" tutti i palestinesi che avevano
lasciato il proprio domicilio entro il 1o agosto 1948.
Così 2/3 delle terre possedute dagli arabi (70.000 ettari
su 110.000) furono confiscati. Quando nel 1953 fu promulgata la legge
sulla proprietà fondiaria, l'indennizzo fu fissato sul valore
della terra al 1950, ma nel frattempo la lira israeliana aveva perso
5 volte il suo valore.
Inoltre, dopo l'inizio dell'immigrazione ebraica, per di
più in perfetto stile colonialista, le terre erano vendute da
feudatari proprietari non residenti (gli
effendi). I contadini
poveri, i
fellah, scacciati dal loro territorio a causa di
accordi stipulati tra i vecchi padroni e i nuovi occupanti, privati
delle terre, non potevano, nel migliore dei casi, fare altro che
fuggire.
Le Nazioni Unite avevano nominato un mediatore, il conte Folke
Bernadotte. Nel suo primo rapporto il conte Bernadotte scrisse:
"Impedire alle vittime innocenti del conflitto di tornare alle loro
case sarebbe offendere i principi elementari, mentre gli immigranti
ebraici affluiscono in Palestina e per di più minacciano di
sostituire in modo permanente i rifugiati arabi radicati in queste
terre da diversi secoli". Egli descrisse "il saccheggio in grande
scala dei sionisti e la distruzione di villaggi senza apparente
necessità militare".
Questo rapporto (UN documento A 648, p. 14) è stato
depositato il 16 settembre 1948. Il 17 settembre il conte Bernadotte
e il suo assistente francese, il colonnello Serot, furono assassinati
nella zona di Gerusalemme occupata dai sionisti.
Fonti: Rapporto del generale A. Lundstrom alle Nazioni
Unite, 17 settembre 1948;
A. Lundstrom, Un tributo alla memoria del conte Folke
Bernadotte,
Roma, Fanelli, 1970; Ralph Hewins, Count Bernadotte,
his life and work, Hutchinson, 1948; Confessioni di Baruch
Nadel sul settimanale milanese "Europa", citate da "Le Monde", 4 e 5
luglio 1971
Questo non era il primo crimine del sionismo contro chiunque
de-nunciasse le sue imposture.
Lord Moyne, segretario di Stato inglese al Cairo, dichiarò
il 9 giugno 1942 alla Camera dei Lord che gli ebrei immigrati in
Palestina non erano i discendenti di quelli antichi e che non
potevano avanzare "rivendicazioni legittime" sulla Terra Santa.
Sostenitore della regolamentazione dell'immigrazione in Palestina,
egli fu allora accusato di essere "un nemico implacabile
dell'indipendenza ebraica".
Fonte: Isaac Zaar, Rescue and liberation: America's
part in the birth of Israel,
, New York, Bloc Publishing, 1954, p. 115
Il 6 novembre 1944 Lord Moyne fu ucciso al Cairo da due membri del
gruppo Stern (di Itzac Shamir).
Anni dopo, il 2 luglio 1975, l'"Evening Star" di Auckland
rivelò che i corpi dei due assassini giustiziati erano stati
scambiati con 20 prigionieri arabi e sepolti a Gerusalemme presso il
Monumento agli eroi. Il governo inglese deplorò che Israele
onorasse degli assassini e ne facesse degli eroi.
Il 22 luglio 1946 l'ala dell'Hotel King David a Gerusalemme, dove
si era installato lo Stato maggiore militare del governo inglese,
esplose causando la morte di circa 100 persone, tra ebrei, inglesi e
arabi. L'operazione fu rivendicata dall'Irgun di Menahem Begin.
Lo Stato di Israele si sostituì, allora, agli ex
colonialisti e fece uso degli stessi metodi: per esempio i
finanziamenti all'agricoltura che permettevano l'irrigazione, furono
distribuiti in modo discriminatorio, favorendo sistematicamente gli
occupanti ebrei. Tra il 1948 e il 1969 la superficie delle terre
irrigate passò, per quanto riguardava il settore ebraico da
20.000 a 164.000 ettari e per il settore arabo da 800 a 4.100 ettari.
Il sistema coloniale è stato così perpetuato e, anzi,
peggiorato: il dottor Rosenfeld nel libro
Les travailleurs arabes
migrants, pubblicato dall'università ebraica di
Gerusalemme nel 1970, riconosce che l'agricoltura araba era
più prospera al tempo del mandato britannico.
La segregazione si esprime anche nella politica degli alloggi. Il
presidente della Lega israeliana dei diritti dell'uomo, dottor Israel
Shahak, professore all'univerità ebraica di Gerusalemme, nel
suo libro
Le racisme de l'État d'Israël (Parigi,
Authier, 1975, p. 57) ci fa sapere che in Israele esistono
città intere (Carmel, Nazareth, Illith, Hatzor, Arad,
Mitzphen-Ramen e altre) nelle quali la legge vieta formalmente ai non
ebrei di abitare.
A livello di cultura regna lo stesso spirito colonialista.
"Il ministro dell'educazione nazionale propose nel 1970 ai liceali
due versioni differenti della preghiera allo "Yzkar": una dice che i
campi della morte erano stati costruiti dal "diabolico governo
nazista e dall'omicida nazione tedesca". La seconda evoca più
globalmente "la nazione tedesca omicida" [...]. Esse comportano
entrambe un paragrafo [...] che chiede a Dio di "vendicare sotto i
nostri occhi il sangue delle vittime"".
Fonte: Cerco i miei fratelli, Ministero
dell'educazione e della cultura,
Gerusalemme, 1990
Questa cultura dell'odio razziale ha dato i suoi frutti:
"Al seguito di Kahane, dei soldati sempre più numerosi,
compenetrati dalla storia del genocidio, immaginarono ogni sorta di
scenario per sterminare gli arabi" racconta di ricordare l'ufficiale
Ehud Praver, responsabile del corpo insegnanti dell'esercito.
"È molto preoccupante che il genocidio possa legittimare
così un razzismo ebraico. Noi dobbiamo ormai sapere che
è indispensabile non solo trattare la questione del Genocidio,
ma anche quella dell'ascesa del fascismo e spiegarne la natura e i
pericoli per la democrazia". Secon-do Praver "troppi soldati si sono
messi a credere che il Genocidio possa giustificare qualsiasi azione
disonorevole".
Fonte: Tom Segev, op. cit., p. 473
Il problema è stato posto molto chiaramente ancora prima
dell'esistenza dello Stato d'Israele. Il direttore del Fondo
nazionale ebraico, Yossef Weitz, scriveva già nel 1940: "Deve
essere chiaro per noi, che non c'è posto per due popoli in
questo paese. Se gli arabi lo lasciano, per noi sarà
sufficiente [...] non esiste altro modo che trasferirli tutti, non
bisogna lascire un solo villaggio, una sola tribù [...].
Bisogna spiegare a Roosevelt, e a tutti i capi degli Stati amici che
la terra di Israele non è troppo piccola se tutti gli arabi se
ne vanno e se le frontiere sono un po' spostate verso nord lungo il
Litani e verso est sulle alture del Golan".
Fonte: Yossef Weitz, Journal, Tel Aviv, 1965
Nell'importante giornale israeliano "Yediot Aharonoth" del 14 luglio
1972 Yoram Ben Porath ricordava con forza l'obiettivo da raggiungere:
"È dovere dei dirigenti israeliani spiegare chiaramente e
coraggiosamente all'opinione pubblica un certo numero di fatti, che
il tempo fa dimenticare. Il primo di questi è che non ci sono
sionismo, colonizzazione, Stato ebraico, senza esclusione degli arabi
ed espropriazione delle loro terre".
Qui siamo ancora nella logica più rigorosa del sistema
sionista: come creare una maggioranza ebraica in un paese popolato da
una comunità arabo-palestinese autoctona?
Il sionismo politico ha proposto un'unica soluzione, derivante dal
suo programma colonialista: realizzare una colonia di popolamento
cacciando i palestinesi e incrementando l'immigrazione ebraica.
Cacciare i palestinesi e impossessarsi delle loro terre fu
un'impresa deliberata e sistematica.
Ai tempi della dichiarazione Balfour i sionisti non possedevano
che il 2,5% della terra e, al momento della "spartizione" della
Pale-stina, il 6,5%. Nel 1982 essi ne possedevano il 93%.
I procedimenti impiegati per togliere agli autoctoni le loro terre
sono stati quelli del più implacabile colonialismo, con toni
razzisti ancora più marcati nel caso del sionismo.
La prima tappa ebbe il carattere di un colonialismo classico. Si
trattava di sfruttare la mano d'opera locale: era il metodo del
barone Édouard de Rotschild. Come egli sfruttava nei suoi
vigneti d'Algeria la manodopera a buon mercato dei
fellah,
estese semplicemente il suo campo d'azione alla Palestina, sfruttando
nelle sue vigne altri arabi al posto degli algerini.
Si registrò un cambiamento verso il 1905, quando
arrivò dalla Russia una nuova ondata d'immigranti all'indomani
della sconfitta della rivoluzione del 1905. Invece di continuare il
combattimento sul posto, a fianco degli altri rivoluzionari russi, i
disertori della rivoluzione sconfitta importarono in Palestina uno
strano "socialismo sionista": essi crearono delle cooperative
artigianali e dei
kibbutz contadini, eliminando i
fellah palestinesi, per creare un'economia basata su uno
strato operaio e contadino ebraico. Dal colonialismo classico (di
tipo inglese o francese) si passò così a una colonia di
popolamento, secondo la logica del sionismo politico, che implicava
un afflusso di immigranti "in favore" dei quali e "contro" nessuno
(come disse il professor Klein) dovevano essere riservati le terre e
gli impieghi. Si trattava ormai di sostituire il popolo palestinese
con un altro popolo e naturalmente d'impadronirsi della terra.
Il punto di partenza della gigantesca operazione fu la creazione,
nel 1901, del Kéren Keyémet (Fondo nazionale ebraico),
che presentava un carattere originale, anche in rapporto agli altri
tipi di colonialismo: la terra acquisita non poteva essere rivenduta,
né affittata a non ebrei.
Negli anni Cinquanta furono approvate due leggi concernenti il
Fondo nazionale ebraico (23 novembre 1953) e il Kéren Hayesod
(Fondo di ricostruzione, 10 gennaio 1956). "Queste due leggi, scrive
il professor Klein, hanno permesso la trasformazione di queste
imprese che hanno avuto così un certo numero di privilegi".
Senza enumerare tali privilegi, egli richiama in una semplice nota il
fatto che le terre possedute dal Fondo nazionale ebraico sono state
dichiarate "terre d'Israele" e una legge fondamentale ha proclamato
la loro inalienabilità. Si tratta di una delle quattro leggi
fondamentali adottate nel 1960 (elementi di una futura costituzione,
che ancora non esiste, a 50 anni dalla creazione di Israele).
È spiacevole che il dotto giurista, con la sua abituale cura
per la precisione, non faccia alcun commento su questa
"inalienabilità". Non ne dà neppure la definizione: una
terra "redenta" dal Fondo nazionale ebraico è una terra
diventata "ebraica"; essa non potrà mai essere venduta a un
non ebreo, né affittata a un non ebreo, né lavorata da
un non ebreo.
Si può negare il carattere di discriminazione razzista di
questa legge?
La politica agraria dei dirigenti israeliani è stata quella
di una spoliazione metodica dei contadini arabi.
L'ordinanza fondiaria del 1943, sull'esproprio d'interesse
pubblico, è un'eredità del periodo di mandato inglese.
Questa ordinanza perde il suo senso quando viene applicata in modo
discriminatorio, per esempio quando nel 1962 sono stati espropriati
500 ettari a Deir El-arad, Nabel e Be'neh e il cosiddetto interesse
pubblico consisteva nella creazione della città di Carmel,
riservata ai soli ebrei.
Altra procedura: l'utilizzazione delle leggi eccezionali decretate
nel 1945 dagli inglesi contro gli ebrei e gli arabi. La legge 124
dà al governo militare, con il pretesto, questa volta, della
"sicurezza", la possibilità di sospendere tutti i diritti dei
cittadini e tutti i loro spostamenti: è sufficiente che
l'esercito dichiari vietata una zona, "per ragioni di sicurezza dello
Stato", perché un arabo non possa tornare sulle sue terre
senza autorizzazione governativa. Se l'autorizzazione viene
rifiutata, la terra è dichiarata "incolta" e il ministero
dell'agricoltura può "prendere possesso di terre non coltivate
al fine di garantirne la lavorazione".
Quando gli inglesi nel 1945 promulgarono questa legislazione
ferocemente colonialista per lottare contro il terrorismo ebraico, il
giurista Bernard (Dov) Joseph, protestò: "Saremo tutti
sottomessi al terrore ufficiale? [...] Nessun cittadino sarà
al riparo dalla prigionia a vita senza processo [...] i poteri
dell'amministrazione di esiliare chiunque sono illimitati [...] non
c'è bisogno di commettere una qualche infrazione, è
sufficiente una decisione presa in un qualsiasi ufficio".
Lo stesso Bernard (Dov) Joseph, diventato ministro della giustizia
d'Israele, applicò questa legislazione contro gli arabi.
J. Shapira a proposito delle stesse leggi, in una manifestazione
di protesta del 7 febbraio 1946 a Tel Aviv ("Hapraklit", febbraio
1946, pp. 58-64) dichiarò ancor più fermamente:
"L'ordine imposto da questa legislazione è senza precedenti in
un paese civile: nemmeno nella Germania nazista esistevano simili
leggi".
Lo stesso J. Shapira, diventato prima procuratore generale dello
Stato d'Israele e poi ministro della giustizia, applicò queste
leggi contro gli arabi. Per giustificare il mantenimento del regime
di terrore antiarabo, lo "stato d'emergenza" in Israele non è
mai stato abrogato dal 1948.
Shimon Peres scriveva sul giornale "Davar" del 25 gennaio 1972:
"L'applicazione della legge 125, sulla quale si fonda il governo
militare, è una continuazione diretta della lotta per
l'insediamento e l'immigrazione ebraiche".
L'ordinanza sulla coltura delle terre incolte, emessa nel 1948 ed
emendata nel 1949, va nello stesso senso, ma per una via più
diretta: senza neanche cercare il pretesto della "sicurezza pubblica"
o della "sicurezza militare", il ministro dell'agricoltura può
requisire ogni terra abbandonata.
Ora, l'esodo massiccio delle popolazioni arabe sotto il terrore,
come nel caso di Deir Yassin nel 1948, di Kafr Kassem il 29 ottobre
1956 o dei
pogrom dell'Unità 101, creata da Moshe Dayan
e a lungo comandata da Ariel Sharon, ha "liberato" vasti territori,
svuotati dei loro proprietari o lavoratori arabi e consegnati agli
occupanti ebrei.
Il meccanismo di esproprio dei
fellah è stato
completato dall'ordine del 30 giugno 1948, dal decreto d'urgenza del
15 novembre 1948 sulle proprietà degli "assenti", dalla legge
relativa alle terre degli "assenti" del 14 marzo 1950, dalla legge
sull'acquisizione delle terre del 13 marzo 1953 e da tutto un
arsenale di misure tendenti a legalizzare il furto, che hanno
costretto gli arabi a lasciare le loro terre dove sono state
installate delle colonie ebraiche, come mostra
Le sionisme contre
Israël di Nathan Weinstock.
Per cancellare perfino il ricordo dell'esistenza della popolazione
agricola palestinese e accreditare il mito del "paese deserto", i
villaggi arabi furono distrutti con le loro case, i loro recinti e
anche i loro cimiteri.
Il professor Israel Shahak ha distribuito nel 1975 la lista dei
385 villaggi arabi, sui 475 esistenti nel 1948, distrutti e rasi al
suolo con i
bulldozer.
"Per convincere che, prima di Israele, la Palestina era un
"deserto", centinaia di villaggi sono stati spianati dai
bulldozer con le loro case, le loro recinzioni, i loro
cimiteri e le loro tombe".
Fonte: Israel Shahak, Le racisme de l'État
d'Israël, cit., pp. 152 e s.
Le colonie israeliane hanno continuato ad impiantarsi con un
particolare impatto in Cisgiordania nel 1979 e, sempre secondo la
più classica tradizione colonialista, i loro membri sono stati
armati.
Il risultato globale è il seguente: dopo aver cacciato un
milione e mezzo di palestinesi, la "terra ebraica", come la chiamano
i responsabili del Fondo nazionale ebraico, che era il 6,5% nel 1947,
rappresenta più del 93% della Palestina (per il 75% statale e
per il 14% del Fondo nazionale).
Il bilancio di questa operazione era anticipatamente (e
significativamente) sottolineato nel giornale degli
afrikaaners dell'Africa del Sud "Die Transvaler", esperto in
materia di discriminazione razziale (
apartheid):
"Qual'è la differenza tra il modo con cui il popolo israeliano
si sforza di rimanere se stesso tra le popolazioni non ebraiche e
quello degli
afrikaners per cercare di restare ciò che
sono?".
Fonte: Henry Katzew, South Africa: a country
without friends,
citato in R. Stevens, Zionism, South Africa and Apartheid
Il sistema di
apartheid si manifesta nella condizione
personale come nell'appropriazione delle terre. Gli israeliani
vogliono concedere ai palestinesi una "autonomia che è
l'equivalente di ciò che sono stati i
bantustans per i
neri dell'Africa del Sud.
Analizzando le conseguenze della legge del "Ritorno", Klein,
direttore dell'Istituto di diritto comparato all'università
ebraica di Gerusa-lemme, pone la domanda: "Se il popolo ebraico
supera di molto la popolazione dello Stato d'Israele, inversamente si
può dire che non tutta la popolazione dello Stato di Israele
è ebraica, perché il paese conta una importante
minoranza non ebraica composta essenzialmente da arabi e drusi. La
questione che si pone è sapere in quale misura l'esistenza di
una legge del ritorno, che favorisca l'immigrazione di una parte
della popolazione (definita dalla sua appartenenza religiosa ed
etnica), non possa essere considerata come discriminatoria".
Fonte: Claude Klein, Le caractère juif de
l'État d'Israël, Parigi, Cujas, 1977, p. 33
L'autore si domanda in particolare se la convenzione internazionale
sull'eliminazione di tutte le discriminazioni razziali (adottata il
21 dicembre 1965 dall'assemblea generale delle Nazioni Unite) non si
applichi affato alla legge del ritorno: attraverso una dialettica che
lasciamo giudicare al lettore, l'eminente giurista conclude con
questo sottile distinguo: in materia di non-discriminazione "una
misura non deve essere diretta contro un gruppo particolare. La legge
del ritorno è concepita in favore degli ebrei che vogliano
stabilirsi in Israele, essa non è diretta contro alcun gruppo
o nazionalità. Non vediamo in quale misura questa legge
sarebbe discriminatoria".
Fonte: Op. cit., p. 35
Al lettore, che rischiasse di essere dirottato da questa logica
quanto meno audace che consiste nel dire, secondo una celebre
battuta, che tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni sono più
uguali di altri , illustriamo concretamente la situazione creata
dalla legge del ritorno. Per coloro che non ne beneficiano è
prevista una legge sulla nazionalità (5712 del 1952): essa
riguarda (articolo 3) "tutti gli individui che immediatamente prima
della fondazione dello Stato erano soggetti palestinesi e che non
diventano israeliani in virtù dell'articolo 2" (quello
concernente gli ebrei). I soggetti designati da questa perifrasi
(considerati come "non aventi mai avuto prima nazionalità",
vale a dire come apolidi per eredità), devono provare (e prove
documentali molto spesso sono impossibili, perché i documenti
sono spariti nella guerra e nel terrore che hanno accompagnato
l'instaurazione dello Stato sionista) che abitavano questa terra dal
tale al talaltro periodo: in mancanza di ciò, per diventare
cittadino, resta la via della "naturalizzazione", che esige, per
esempio, "una certa conoscenza della lingua ebraica". Dopo di che il
ministro degli interni, "se lo giudica utile", concede (o rifiuta) la
nazionalità israeliana. In breve, in virtù della legge
israeliana, un ebreo della Patagonia diviene cittadino israeliano
nello stesso istante in cui mette piede all'aeroporto di Tel Aviv; un
palestinese, nato in Palestina da genitori palestinesi, può
essere considerato come apolide: non c'è nessuna
discriminazione razziale contro i palestinesi, si tratta
semplicemente di una misura a favore degli ebrei!
Sembra quindi difficile contestare la risoluzione dell'assemblea
generale dell'ONU del 10 novembre 1975 (risoluzione 3379, XXX) che
definisce il sionismo una "forma di razzismo e di discriminazione
razziale".
Infatti coloro che si stabiliscono in Israele sono per un'infima
minoranza intenzionati a realizzare la "promessa". La "legge del
ritorno" c'entra molto poco. È una fortuna che sia
così, perché in tutti i paesi del mondo gli ebrei hanno
svolto un ruolo di primaria importanza in ogni settore della cultura,
della scienza e delle arti e sarebbe desolante che il sionismo
raggiungesse l'obiettivo che si sono prefissati gli antisemiti:
strappare gli ebrei alle loro rispettive patrie, per rinchiuderli in
un ghetto mondiale. L'esempio degli ebrei francesi è
significativo: dopo gli accordi di Évian del 1962 e la
liberazione dell'Algeria, su 130.000 ebrei che lasciarono l'Algeria
stessa soltanto 20.000 andarono in Israele e 110.000 in Francia.
Questo movimento non fu la conseguenza di una persecuzione
antisemita, perché la proporzione dei coloni francesi non
ebrei che se ne andavano era la stessa. La partenza cioè non
era causata dall'antisemitismo ma dal precedente colonialismo
francese e gli ebrei francesi d'Algeria conobbero la stessa sorte
degli altri francesi del paese.
In sintesi, però, la quasi totalità degli immigranti
ebrei andò in Israele per sfuggire alle persecuzioni
antisemite, come è evidente da quanto segue.
Nel 1880 in Palestina c'erano 25.000 ebrei su una popolazione di
500.000 abitanti. A partire dal 1882 cominciarono le immigrazioni
massicce in seguito ai grandi
pogrom della russia zarista.
Dal 1882 al 1917 arrivaronono in Plestina 50.000 ebrei. Poi tra le
due guerre vi giunsero gli immigrati polacchi e quelli del Maghreb
per sfuggire alle persecuzioni.
Ma la massa più considerevole si mosse dalla Germania a
causa dell'ignobile antisemitismo di Hitler. Circa 400.000 ebrei
arrivarono così in Palestina prima del 1945. Nel 1947, alla
vigilia della creazione dello Stato d'Israele, c'erano 600.000 ebrei
su una popolazione totale di 1 milione 250 mila abitanti. Fu allora
che cominciò lo sradicamento metodico dei palestinesi. Prima
della guerra del 1948 circa 650.000 arabi abitavano nei territori che
stavano per diventare lo Stato d'Israele. Nel 1949 ne restavano
160.000. A causa di una forte natalità i loro discendenti
erano 450.000 alla fine del 1970: la Lega dei diritti dell'uomo
d'Israele rivela che dall'11 giugno 1967 al 15 novembre 1969
più di 20.000 case arabe furono fatte saltare con la dinamite
in Israele e in Cisgiordania.
Secondo il censimento inglese del 31 dicembre 1922 c'erano in
Palestina 757.000 abitanti di cui 663.000 arabi (590.000 arabi
musulmani e 73.000 arabi cristiani) e 83.000 ebrei (cioè:
l'88% di arabi e l'11% di ebrei). Conviene ricordare che questo
preteso "deserto" era esportatore di cereali e di agrumi.
Nel 1891 un sionista della prima ora, Asher Guinsberg, (che
scriveva con lo pseudonimo Ahad Ha'am (Uno del popolo), visitando la
Palestina riferì: "All'estero siamo abituati a credere che
Eretz-Israel è oggi semi-desertica, un deserto senza culture,
e che chiunque desideri acquisire delle terre possa venire qui e
impossessarsi di tutte quelle che desidera. Ma in realtà non
è vero niente. Su tutta l'estensione del paese è
difficile trovare campi che non siano coltivati. I soli angoli
incolti sono i campi di sabbia e le montagne di pietra, dove non
possono crescere che alberi da frutto e solo dopo una dura fatica e
un lungo lavoro di pulizia e di recupero".
Fonte: Ahad Ha'am, Opere complete (in
ebraico),
Tel Aviv, Devir Publ. House, ottava edizione, p. 23
In realtà, prima dei sionisti, i "beduini", di fatto
coltivatori di cereali, esportavano 30.000 tonnellate di grano
all'anno. La superficie dei frutteti arabi triplicò dal 1921
al 1942, quella degli aranceti e degli altri agrumeti risultò
moltiplicata per sette tra il 1922 e il 1947, la produzione
complessiva decuplicò tra il 1922 e il 1938.
Per non considerare che l'esempio degli agrumi, il
Rapporto
Peel, presentato al parlamento inglese dal segretario di Stato
per le colonie nel luglio 1937, basandosi sul rapido incremento degli
aranceti in Palestina, stimava che riguardo ai 30 milioni di cassette
di arance invernali con cui sarebbe aumentato il consumo mondiale nei
dieci anni seguenti, i paesi produttori ed esportatori sarebbero
stati i seguenti: Palestina: 15 milioni, Stati Uniti: 7 milioni,
Spagna: 5 milioni, altri paesi (Cipro, Egitto, Algeria, ecc.): 3
milioni.
Fonte: Rapporto Peel, capitolo 8, § 19, p.
214
Secondo uno studio del dipartimento di Stato americano, consegnato il
20 marzo a una commissione del Congresso, "più di duecentomila
israeliani sono attualmente insediati nei territori occupati (Golan e
Gerusalemme-Est compresi). Essi costituiscono "approssimativamente"
il 13% della popolazione totale di questi territori".
Circa 90.000 tra essi risiedono nelle 150 colonie della
Cisgiordania, "dove le autorità israeliane dispongono della
quasi metà delle terre".
"A Gerusalemme-Est e nei sobborghi arabi che dipendono dal
municipio continua il dipartimento di Stato quasi 120.000 israeliani
sono insediati in circa dodici quartieri. Nella striscia di Gaza,
dove lo Stato ebraico ha confiscato il trenta per cento di un
territorio già sovrappopolato, 3.000 israeliani risiedono in
una quindicina di insediamenti. Sull'altopiano del Golan ve ne sono
12.000, ripartiti in una trentina di località".
Fonte: "Le Monde", 18 aprile 1993
Il più diffuso quotidiano israeliano, "Yedioth Aharonoth",
scriveva: "Dopo gli anni Settanta non c'è più stato un
simile sviluppo dell'edilizia nei territori. Ariel Sharon (il
ministro degli alloggiamenti) è febbrilmente occupato a
stabilire nuovi insediamenti, ad ampliare quelli già
esistenti, a costruire strade e a preparare nuovi terreni
edificabili".
Fonte: "Le Monde", 18 aprile 1991
(Ricordiamo che Ariel Sharon fu il generale che comandò
l'invasione del Libano e che armò le milizie falangiste che
eseguirono i
pogrom dei campi palestinesi di Sabra e Chatila:
Sharon chiuse un occhio su quelle azioni e ne fu complice, come
rivelò anche la commissione israeliana incaricata
dell'inchiesta sui massacri).
Il mantenimento di quelle colonie ebraiche nei territori occupati,
la loro protezione da parte dell'esercito israeliano e l'armamento
dei coloni (come d'altra parte quello degli avventurieri del Far West
in America) rende illusoria ogni vera "autonomia" dei palestinesi e
rende impossibile la pace fin tanto che sussista un'occupazione di
fatto.
Il principale sforzo di colonizzazione avviene a Gerusalemme, con
lo scopo dichiarato di rendere irreversibile la decisione di
annettere la totalità della città, tuttavia
unanimamente condannata dalle Nazio-ni Unite (e anche dagli Stati
Uniti!).
Gli insediamenti coloniali nei territori occupati rappresentano
una violazione flagrante delle leggi internazionali e in particolar
modo della Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949, che stabilisce:
"La potenza occupante non potrà procedere al trasferimento di
una parte della propria popolazione civile nel territorio da essa
occupato". Nemmeno Hitler aveva infranto questa legge internazionale:
egli non ha mai installato colonie civili tedesche su terre da cui
fossero stati scacciati i contadini francesi.
Il pretesto della "sicurezza", come quello del "terrorismo"
dell'Inti-fada, è ridicolo. A questo riguardo le cifre sono
eloquenti: "1.116 palestinesi sono stati uccisi dal 9 dicembre 1987,
data d'inizio dell'Intifada (la rivolta dei sassi), dai colpi di
fucile dei militari, della polizia e dei coloni. 626 nel 1988-89, 134
nel 1990, 93 nel 1991, 108 nel 1992 e 155 dal primo gennaio all'11
settembre 1993. Tra le vittime figurano 233 ragazzi di età
inferiore ai diciassette anni, secondo uno studio condotto dalla
Betselem, l'associazione israeliana dei diritti dell'uomo. Secondo
fonti militari sono circa ventimila i palestinesi feriti, ma
l'Ufficio delle Nazioni Unite per l'aiuto ai rifugiati palestinesi
(UNRWA) ritiene che siano novantamila.
"Trentatré soldati israeliani sono stati uccisi dal 9
dicembre 1987, ovvero 4 nel 1988, 4 nel 1989, 1 nel 1990, 2 nel 1991,
11 nel 1992 e 11 nel 1993. Quaranta civili, per la maggior parte
coloni, sono stati uccisi nei territori occupati, secondo una stima
dell'esercito.
"Le organizzazioni umanitarie sostengono che nel 1993 quindicimila
palestinesi si trovano nelle prigioni dell'amministrazione
penitenziaria e nei centri di detenzione dell'esercito.
"Dodici palestinesi sono morti nelle prigioni israeliane
dall'inizio dell'Intifada, alcuni in circostanze non ancora chiarite,
assicura la Betselem. Questa organizzazione umanitaria rivela inoltre
che almeno ventimila detenuti sono torturati ogni anno nei centri di
detenzione militare, nel corso degli interrogatori".
Fonte: "Le Monde", 12 settembre 1993
Tante violazioni della legge internazionale, considerata come carta
straccia, dipendono, come scrive il professor Israel Shahak, dal
fatto che: "queste colonie, per la loro stessa natura, s'inseriscono
in un sistema di spoliazione, di discriminazione e di
apartheid".
Fonte: Israel Shahak, Le racisme de l'État
d'Israël, p. 263
Ecco la testimonianza di questo autore sull'idolatria che consiste
nel sostituire al Dio di Israele lo Stato di Israele.
"Io sono un ebreo che vive in Israele. Mi considero un cittadino
rispettoso della legge. Presto servizio nell'esercito ogni anno,
benché abbia più di quaranta anni. Ma non sono "devoto"
allo Stato di Israele o a qualche altro Stato od organizzazione! Sono
legato ai miei ideali. Credo che bisogna dire la verità e fare
ciò che è necessario per salvare la giustizia e
l'eguaglianza per tutti. Sono legato alla lingua e alla poesia
ebraiche e mi piace pensare che rispetto umilmente alcuni dei valori
dei nostri antichi profeti.
"Ma dedicarasi al culto dello Stato! Mi immagino Amos o Isaia se
si fosse chiesto loro di "votarsi" al culto del reame di Israele o di
Giudea!
"Gli ebrei credono, e dicono tre volte al giorno, che un ebreo
deve essere votato a Dio e a Dio soltanto: "Tu amerai Jahvè,
tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta la tua anima, e con tutte le
tue forze" (
Deutero-nomio, VI, 5). Una piccola minoranza ci
crede ancora. Ma a me sembra che la maggioranza della popolazione
abbia perso il suo Dio e l'abbia sostituito con un idolo, esattamente
come quando gli ebrei adoravano l'agnello d'oro tanto da dare tutto
il loro oro per innalzargli una statua. Il nome del loro idolo
moderno è: Stato d'Israele".
Fonte: Op. cit., p. 93