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domenica 21 luglio 2019

Dinanzi al processo di globalizzazione: marxismo o populismo?, di Domenico Losurdo

1. Marx e la globalizzazione 
Ai giorni nostri la retorica del nuovo celebra i suoi trionfi. "Dopo Genova nulla può più essere come prima!". Trascorrono solo poche settimane dalle grandi manifestazioni contro i sedicenti 7 o 8 Grandi della terra e dalla brutale repressione poliziesca che ne consegue, ed ecco che, in seguito agli inauditi attentati terroristici in Usa, risuona un nuovo grido e trionfa una nuova cronologia: "Dopo Manhattan nulla può essere come prima!". Un mese dopo, l'incontro tra i dirigenti dei paesi membri dell'Apec e, in primo luogo, di Cina, Usa e Russia è l'occasione di un nuovo colpo di scena. A Shanghai - riferiscono "Liberazione"e "il Manifesto" - le grandi potenze si sono unite in una coalizione compatta e corale, in una sorta di Santa Alleanza planetaria senza precedenti nella storia. E, dunque - se ne può dedurre -: "Dopo Shanghai nulla può più essere come prima!". Le svolte epocali incalzano ormai a ritmo mensile. Sono i miracoli della globalizzazione, a partire dalla quale - non si stanca di affermare o di suggerire una certa sinistra - cosμ radicali sono i mutamenti intervenuti nel capitalismo e sulla scena mondiale da rendere del tutto obsoleta la lezione di Marx.
In realtà, la storia del capitalismo è la storia del processo di formazione del mercato mondiale. E' cosμ che Marx la descrive. E questo è un aspetto essenziale della sua grandezza come sociologo, economista, storico e filosofo. Ancora oggi, illuminanti sono le pagine da lui dedicate all'espansione dell'Occidente in Asia. Sotto l'onda d'urto "del vapore e del libero scambio made in England", più ancora che dei "militari britannici", e cioè della violenza militare diretta, le tradizionali "comunità familiari [...] basate sull'industria casalinga" e "autosufficienti" cadono irrimediabilmente in crisi: "miriadi di laboriose comunità sociali, patriarcali e inoffensive" vengono "gettate in un mare di lutti, e i loro membri singoli privati a un tempo delle forme di civiltà tradizionali e dei mezzi ereditari di esistenza"(1) . Interi popoli sono investiti da una tragedia senza precedenti nella loro storia: è la "perdita del loro mondo antico, non compensata dalla conquista di un mondo nuovo"(2) .
Marx ci fornisce qui una sintesi fulminante del processo di globalizzazione capitalistica. 
2. La prima forma di populismo Proprio perché, per i popoli via via investiti dalla globalizzazione, essa è la "perdita del loro mondo antico, non compensata dalla conquista di un mondo nuovo", si apre un ampio spazio per il rimpianto nostalgico del mondo antico e la sua trasfigurazione: per lo meno nel passato c'era un "mondo" di legami comunitari e di valori condivisi, un mondo non ancora investito dalla lacerazione e dalla crisi e quindi fornito di senso. E' qui che si annida la tentazione populista, ed essa emerge non solo nel mondo coloniale o semicoloniale propriamente detto ma nel cuore stesso dell'Occidente e della metropoli capitalistica, man mano che la grande industria sottomette al suo controllo le aree agricole e manda in rovina l'artigianato e l'industria domestica tradizionale.
Si prenda una personalità come Sismondi. Simpatetico con le sofferenze del popolo, al fine di evitarle o alleviarle, egli sembra voler suggerire l'imposizione di un freno allo sviluppo della produzione, in modo da evitare l'insorgere della sovrapproduzione e della crisi. L'introduzione di nuovi e più potenti macchinari comporta sμ un "incremento di produttività" ma finisce col distruggere il precedente equilibrio senza che ne derivi alcun vantaggio reale e duraturo. E' un quadro desolante: i "vecchi telai andranno perduti"(3). In questo senso, Sismondi - osserva Marx - "si rifugia spesso nel passato, diventa laudator temporis acti"(4), un nostalgico del buon tempo antico. Nel suo "romanticismo economico" - incalza a sua volta Lenin - Sismondi si rivela inconsolabilmente afflitto dalla "distruzione del paradiso dell'ottusità e dell'abbrutimento patriarcale della popolazione rurale"(5). Nell'esprimersi cosμ, il rivoluzionario russo ha chiaramente presente la lezione di Marx il quale, con riferimento questa volta all'India, mette in guardia contro la tendenza a rimpiangere e idealizzare una "vita priva di dignità, stagnante, vegetativa", una società nell'ambito della quale la miseria e l'assoggettamento delle grandi masse vi appaiono come "un destino naturale immutabile" e le "piccole comunità sono contaminate dalla divisione in caste e dalla schiavitù"(6).
Se il marxismo e il leninismo si sono sviluppati nel corso della lotta contro il populismo, questo sembra oggi godere di una nuova giovinezza. Ecco in che modo "Liberazione" riferisce di una mostra sul "Tibet perduto": ""La caccia, la pesca, persino l'uccidere un insetto o scavare 'madre terra', divennero azioni da non commettere, mentre mulini di preghiere sorgevano lungo tutti i corsi d'acqua". Quando si arriva a Palazzo Magnani, a Reggio Emilia, per vedere la splendida mostra fotografica di Fosco Maraini sul "Tibet perduto", sono queste le parole affisse al muro che colpiscono di più il visitatore. Descrivono un popolo unico [...] Persone straordinarie i tibetani, abituati a vivere ad oltre 4000 metri di quota, in uno scenario naturale incredibile, dove le malattie quasi non esistono, perché virus e batteri non sopravvivono a quelle altezze"(7).
E' un esempio da manuale dell'atteggiamento denunciato da Marx e Lenin. Una società "contaminata dalla divisione in caste e dalla schiavitù", che istituiva una barriera insormontabile tra signori e servi, discriminandoli nettamente dalla nascita alla morte o oltre (dando in pasto agli avvoltoi i corpi dei primi e riservando la dignità della cremazione o tumulazione solo al corpo dei secondi), una tale società conosce ora una straordinaria e mitologica trasfigurazione. Nell'ambito di tale ordinamento la miseria, la denutrizione, le malattie e la morte precoce erano subite, per usare sempre il linguaggio di Marx, come "un destino naturale immutabile"; ma per il giornalista o poeta sotto l'incantesimo del populismo è motivo ulteriore di entusiasmo il fatto che i "mulini di preghiere" sbarrassero la strada ai blasfemi lavori impegnati a violare e "scavare "madre terra"" e ad accrescere la produzione agricola. Come Lenin ha chiarito, il populista ritiene che la "la luce splende solo dall'Oriente mistico, religioso"(8). In effetti, in certi articoli di "Liberazione" e del "Manifesto" il Dalai Lama tende per l'appunto a prendere il posto di Lenin (e di Marx).
Il populismo svolge un ruolo importante nella malevolenza e nell'ostilità con cui questi giornali e ambienti politici guardano alla Cina. A suscitare orrore è in primo luogo l'"ossessione della crescita quantitativa"(9). Sμ, Marx e Engels sottolineano che "il proletariato si servirà del suo potere politico" e del controllo dei mezzi di produzione in primo luogo "per accrescere, con la più grande rapidità possibile, la massa delle forze produttive". In difficili condizioni, dati il ritardo storico accumulato e il permanente semi-embargo tecnologico imposto dagli Usa, la Cina cerca di sviluppare le "industrie nuove", che non hanno più una base nazionale e la cui "introduzione" - sottolinea sempre il Manifesto del partito comunista - è "una questione di vita e di morte per tutte le nazioni civili"(10). Ma tutto ciò è solo motivo di scandalo per il populista, il quale guarda con indifferenza o fastidio al mondo profano della "quantità": "Un bambino nato a Shanghai nel 1995 aveva meno probabilità di morire nel suo primo anno di vita, più probabilità di imparare a leggere e scrivere e poteva contare su una durata della vita superiore di due anni (settantasei anni) a quella di un bambino nato a New York"(11). Ora il governo cinese ha messo in atto una politica di giganteschi investimenti per estendere anche alle regioni interne il prodigioso sviluppo conseguito dalle regioni costiere. Risultati importanti sono già sotto gli occhi di tutti: il Tibet "ha registrato una crescita economica tre volte più veloce di quella degli Stati Uniti negli anni del boom tra la fine dell'amministrazione Reagan e l'inizio dell'amministrazione Bush"(12). Epperò sviluppo economico-sociale, accesso all'istruzione, avvento della modernità con la sua carica emancipatrice, prolungamento della durata media della vita, tutto ciò sembra essere irrilevante per il populista immalinconito dalla nostalgia per i "vecchi telai" o, peggio, per i "mulini di preghiere".
Si comprende il rancore tutto particolare riservato alla figura di Deng Xiaoping. Questi ha avuto il merito di criticare lo slittamento populistico, che portava la Rivoluzione Culturale ad inseguire l'ideale di "un ascetismo universale e un rozzo egualitarismo", duramente criticato dal Manifesto del partito comunista(13). E invece - ha chiarito Deng - "non ci può essere comunismo col pauperismo o socialismo col pauperismo"; è una contraddizione in termini parlare di "comunismo povero"(14). Il socialismo e il comunismo non hanno nulla a che fare con l'uguaglianza nella miseria e nell'austerità e semplicità dei costumi: se anche per tutto un periodo continua ad essere presente il problema di una distribuzione in qualche modo giusta della penuria, in primo luogo "socialismo significa eliminazione della miseria"(15). Il problema principale è dunque costituito dallo sviluppo il più rapido possibile delle forze produttive. E, invece, proprio in questo sviluppo il populista lamenta la perdita, per dirla con Marx, di una mitica "pienezza originaria"(16), ovvero denuncia, per dirla con Lenin, il trionfo della volgarità e dei disvalori dell'"Occidente materialista"(17). 
3. Populismo e "cinismo da cretino" Oltre che nell'ingenua trasfigurazione del buon tempo antico e di rapporti sociali rurali e arretrati, il populismo può trovare espressione in forme più "sofisticate". Si prenda Proudhon: la proprietà è un furto - è il filo conduttore del suo libro più celebre. Un'unica linea di demarcazione divide l'intera umanità in proprietari e non proprietari, ladri e derubati, ricchi e derelitti. E' l'unica contraddizione realmente rilevante. Proudhon bolla come "pornocrazia" il movimento femminista ai suoi albori. Analogamente deride e condanna le aspirazioni nazionali dei popoli oppressi come espressione di attaccamento oscurantista a pregiudizi obsoleti. In Polonia, la lotta per l'indipendenza e la resurrezione nazionale vede la partecipazione anche di borghesi e persino di nobili. La cosa non stupisce, dato che a subire l'oppressione è la nazione nel suo complesso. Ma ciò è un motivo di scandalo per il populista incline a pensare che l'unica contraddizione reale sia quella tra poveri e ricchi, tra "popolo" umile e incorrotto da un lato e i grandi e i potenti (borghesi e nobiliari) dall'altro. Di qui l'atteggiamento beffardo e sarcastico che Proudhon assume nei confronti dei movimenti nazionali e, in particolare, di quello polacco. Duro è il giudizio di Marx, che parla a tale proposito di "cinismo da cretino", per di più al servizio o alla coda dell'imperialismo zarista o, in altri casi, del bonapartismo di Napoleone III(18).
Al populista francese siamo condotti a pensare, allorché leggiamo Toni Negri sbeffeggiare "gli ultimi sciovinisti della nazionalità": cosμ sono bollati quanti si attardano a difendere l'indipendenza e la sovranità nazionale contro la realtà di un Impero planetario, nell'ambito del quale l'unica contraddizione sarebbe quella tra "il potere sovrano che governa il mondo" da un lato e la "moltitudine" rivoluzionaria dall'altro. Assistiamo cosμ ad un paradosso. Oggi è facile ritrovare presso autori borghesi il riconoscimento del fatto che nel mondo è in atto un processo di "ricolonizzazione": in questi termini si esprime, ad esempio, Carlo Jean, docente della Luiss e generale degli alpini. D'altro canto, ad affermare in modo esplicito il carattere benefico e necessario della ricolonizzazione è il teorico ufficiale della "società aperta" e cioè sir Karl Popper: "Abbiamo liberato questi Stati [le ex-colonie] troppo in fretta e troppo semplicisticamente"; è come "abbandonare a se stesso un asilo infantile". Per fortuna, qualche tempo fa il "New York Times", dando la parola allo storico Paul Johnson, poteva annunciare: "Finalmente torna il colonialismo, era ora"(19).
Dunque, non ci dovrebbero essere dubbi sulla permanente attualità della questione nazionale. Anzi, a ben guardare, essa si sta inasprendo. Basta guardare le guerre che si sono succedute a partire dal crollo dell'Unione Sovietica. 1991: la guerra contro l'Irak e l'imposizione di un protettorato su un paese di decisiva importanza geoeconomica e geopolitica sono state formalmente autorizzate dall'Onu. 1999: questa autorizzazione viene considerata superflua nel corso della guerra contro la Jugoslavia; ora si teorizza il diritto sovrano della Nato a scatenare "guerre umanitarie", le quali peraltro non si limitano ad imporre il protettorato ma procedono sino allo smembramento del paese aggredito. 2001: nel dichiarare che il terrorismo è presente in oltre 60 paesi, nel decidere sovranamente chi sono i terroristi e nel preannunciare di essere pronta a colpire chiunque a qualsiasi titolo appoggi o tolleri il terrorismo, o sia indulgente e neutrale nei suoi confronti, di fatto Washington si arroga il diritto di intervenire in ogni angolo del mondo, senza tener conto né dell'Onu né della Nato. Se poi si tiene presente che esponenti dell'amministrazione americana hanno fatto trapelare la possibilità del ricorso ad armi nucleari, più o meno tattiche, allora una conclusione si impone: gli Stati Uniti tendono a far pesare una minaccia economica (l'embargo ai suoi diversi livelli), militare e persino nucleare su ogni paese del mondo. E' stata messa in piedi una macchina bellica di un'efficienza implacabile anche per quanto riguarda il dispositivo politico-ideologico: l'amministrazione americana può bollare come terroristica la resistenza palestinese, o alcune sue correnti, ed ecco che risultano fuorilegge Stati come la Siria, l'Iran, l'Iraq ecc.; oppure può consacrare quali "combattenti per la libertà" le forze secessioniste che essa cerca di alimentare in questo o in quel paese, ed ecco che una repressione giudicata eccessiva da Washington si configura come un crimine, che apre le porte ad un giusto e severo intervento "umanitario". Una lotta sanguinosa è in corso nel Kashmir conteso tra India e Pakistan. La guerriglia può essere bollata come terrorismo, ed allora diventa un legittimo bersaglio il Pakistan che l'appoggia; oppure essa può essere innalzata alla dignità di lotta di liberazione, ed allora diventa un legittimo bersaglio l'India che, reprimendola duramente, si macchia di crimini contro l'umanità. Consapevoli del rischio che corrono, i due possibili bersagli s'impegnano in una gara per contendersi i favori di Washington, i favori dell'aspirante sovrano planetario. E' necessario ribadirlo con forza: la questione nazionale non è mai stata cosμ acuta.
Ma il peso crescente delle multinazionali non riduce ad un guscio vuoto la sovranità statale? Nel 1917, nell'Imperialismo fase suprema del capitalismo, Lenin osserva: "Il capitale finanziario è una potenza cosμ ragguardevole, anzi si può dire cosμ decisiva, in tutte le relazioni economiche e internazionali, da essere in grado di assoggettarsi anche paesi in possesso della piena indipendenza politica"(20). Ciò però non significa che sia divenuta irrilevante la lotta contro l'assoggettamento politico. I paesi che godono dell'indipendenza politica cercano di consolidarla e renderla reale mediante la conquista dell'indipendenza economica e cosμ si scontrano con l'imperialismo che, in situazioni di crisi, pur di mantenere la sua egemonia, è pronto a liquidare la stessa indipendenza politica. A spiegare la tesi del dileguare della questione nazionale è solo l'influenza che populismo e neo-proudhonismo esercitano nell'ambito del movimento anti-globalizzazione. 
4. Purismo populista e fuga dalla complessità Ferma restando la centralità della lotta per la difesa e la conquista della sovranità statale, in che modo essa si manifesta ai giorni nostri? Negli anni '60 del Novecento ha conosciuto una certa fortuna la tesi di Lin Piao, che, nell'appoggiare le lotte di liberazione nazionale in atto nel Terzo Mondo, auspicava il progressivo accerchiamento della città capitalistica ad opera di una campagna povera e rivoluzionaria. Anche in questa visione è evidente la presenza del populismo. Si trattava della generalizzazione arbitraria di un bilancio storico peraltro errato della rivoluzione cinese. Il partito comunista era giunto alla vittoria non già limitandosi a stimolare e dirigere le lotte dei contadini poveri, ma sapendosi mettere anche alla testa della lotta della nazione cinese nel suo complesso contro l'invasione e l'occupazione militare giapponese e costruendo un largo fronte unito di cui la borghesia nazionale era parte integrante ed essenziale. Per di più, il movimento di resistenza e di liberazione nazionale non aveva esitato ad utilizzare le rivalità e i conflitti tra le grandi potenze imperialistiche. Una visione che a livello internazionale veda agire solo la contraddizione tra paesi deboli e paesi forti, paesi poveri e paesi ricchi, tra Terzo Mondo e metropoli capitalistica è da considerare una riedizione in forma nuova del populismo.
Intanto, nell'ambito del Terzo Mondo spicca un paese che sta fuoriuscendo dal sottosviluppo e che, anche a voler astrarre dal fatto che esso continua ad essere diretto da un Partito comunista, già con le sue dimensioni e col tasso spettacolare di crescita della sua economia, è avvertito come una minaccia dagli Usa. Ma lasciamo pure da parte la Cina. Concentriamo la nostra attenzione su Usa, Russia, Giappone, Germania, Francia ecc. e Unione Europea nel suo complesso. Si tratta senza eccezione di paesi capitalisti, che però non possono essere messi sullo stesso piano. La cosa è immediatamente evidente per la Russia. A suo tempo, un autorevole giornalista e studioso non ha esitato a definire Eltsin come un Quisling, cioè come dirigente di uno Stato solo formalmente sovrano e in realtà fantoccio al servizio di una potenza imperiale esterna(21). E' probabile che in tale definizione ci sia un elemento di esagerazione. Resta il fatto che la Russia, sempre più incalzata dall'espansione della Nato ad Est, deve affrontare spinte separatiste e secessioniste, spesso alimentate dall'esterno e che non a caso si manifestano lungo le rotte strategiche del petrolio.
Ma neppure i paesi di più consolidata tradizione capitalistica e imperialistica possono essere messi sullo stesso piano. Contro la tendenza diffusa anche tra i comunisti a condannare in modo equanime e imparziale l'imperialismo americano, giapponese ed europeo, conviene ricordare la conversazione di Mao con una giornalista americana di orientamento comunista (Anne Louise Strong). Siamo nell'agosto 1946: lo scoppio della guerra fredda stimola una visione bipolare del mondo, in base alla quale al campo socialista ferreamente unificato si contrappone un campo capitalista unificato in modo non meno ferreo. Ma ecco che il dirigente del partito comunista cinese sviluppa un'analisi del tutto diversa:
"Gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica sono separati da una zona molto vasta che comprende numerosi paesi capitalistici, coloniali e semicoloniali in Europa, in Asia e in Africa. Fino a quando i reazionari statunitensi non avranno assoggettato questi paesi, un attacco contro l'Unione Sovietica è fuori questione. [Gli Stati Uniti] controllano da lungo tempo l'America centrale e meridionale, e cercano di porre sotto il loro controllo anche l'intero Impero britannico e l'Europa occidentale. Con vari pretesti, gli Stati Uniti adottano provvedimenti unilaterali su vasta scala ed installano basi militari in molti paesi [...] Attualmente [...] non l'Unione Sovietica, ma i paesi in cui queste basi militari vengono installate sono i primi a subire l'aggressione USA"(22).
Come si vede, Mao non esita a far ricorso alla categoria di "aggressione" per definire il rapporto che l'imperialismo statunitense istituisce con le grandi potenze capitalistiche e persino con "l'Impero britannico". In modo analogo, alcuni anni più tardi, Stalin chiama i partiti comunisti dell'Europa occidentale a "risollevare" la "bandiera della indipendenza nazionale e della sovranità nazionale [...] gettata a mare" dai governanti borghesi(23). Questi, cioè, vengono criticati in primo luogo non già in quanto imperialisti in prima persona ma in quanto succubi dell'imperialismo americano.
Alle spalle sia di Mao che di Stalin agisce forse la lezione di Lenin. Questi, nel ribadire nel 1916 il carattere imperialista del primo conflitto mondiale allora in pieno svolgimento, osserva tuttavia che se esso fosse terminato "con vittorie di tipo napoleonico e con la soggezione di tutta una serie di Stati nazionali capaci di vita autonoma [...], allora sarebbe possibile in Europa una grande guerra nazionale"(24). La situazione qui appena evocata si verifica in realtà nel corso del secondo conflitto mondiale: la vittoria di tipo napoleonico inizialmente conseguita dal Terzo Reich pone all'ordine del giorno guerre di liberazione nazionale nel cuore stesso dell'Europa. E' su questa base che si sviluppa la Resistenza non solo in Jugoslavia, Albania, Cecoslovacchia ma anche in Francia e, più tardi, in Italia.
Per comprendere adeguatamente l'odierna situazione internazionale, è necessario prendere atto che nel 1991 gli Usa hanno conseguito una vittoria che rassomiglia ad una vittoria di tipo napoleonico. Cosμ grave è la sconfitta dell'Unione Sovietica che dalla guerra fredda essa ne è uscita smembrata: parti cospicue del suo precedente territorio nazionale non solo si sono costituite come Stati indipendenti, ma sono entrate a far parte o si apprestano a entrare a far parte del sistema di alleanze diretto da Washington (è il caso degli Stati baltici, della Georgia ecc.). Per quanto riguarda l'Unione Europea e il Giappone, la loro tecnologia militare sta subendo un ritardo sempre più grave rispetto alla tecnologia militare febbrilmente sviluppata dagli Usa e incessantemente sperimentata attraverso una serie di guerre "limitate": è in atto quella che gli strateghi del Pentagono definiscono orgogliosamente come la RMA, ovvero come la Revolution in Military Affairs.
Pur assai rilevante, l'aspetto militare passa in secondo piano rispetto ad un altro forse ancora più importante. Subito dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti introducono in Giappone una Costituzione che fa professione di un radicale antimilitarismo: nell'art. 9 trova espressione in modo solenne la rinuncia al tradizionale "diritto sovrano della nazione" alla guerra, all'uso della forza e alla minaccia dell'uso della forza. Ora è Washington a suggerire quando questo articolo può e deve essere considerato superato e aggirabile. Analoghe considerazioni possono essere fatte a proposito della Germania. Il rapporto che gli Usa intrattengono coi loro "alleati" è caratterizzato dalla schiacciante superiorità che i primi detengono non solo in campo militare ma anche, e forse ancora di più, in campo ideologico e politico-diplomatico: in ultima analisi è la Casa Bianca a detenere le chiavi della legittimazione del ricorso alla forza da parte del Giappone e della Germania, a decidere se tale ricorso alla forza è espressione della nuova realtà "democratica" di quei due paesi oppure rinvia ad una sciagurata tradizione messa in stato d'accusa dai tribunali internazionali di Tokyo e Norimberga. Con la vittoria conseguita nel corso della seconda guerra mondiale e della guerra fredda, gli Stati Uniti hanno conseguito il potere di "scomunicare" i loro nemici prima ancora che di distruggerli.
Oltre alla Cina e a Cuba, a rifiutarsi di mettere sullo stesso piano gli Stati imperialisti o con potenzialità imperialiste, sono gli stessi movimenti rivoluzionari impegnati in lotte assai difficili. Ciò non vale solo per la resistenza palestinese. Si veda la recente presa di posizione di un dirigente delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia):
"L'atteggiamento europeo rispetto al Piano "gringo" contro la Colombia è stato prudente [...] Ma l'Europa può avere un ruolo ancora più decisivo, non partecipando né apertamente, né in maniera nascosta alle politiche decise a Washington. La verità è che l'Europa può e deve avere un maggiore protagonismo in America Latina e nei Caraibi"(25).
In Italia i comunisti sono in una situazione particolarmente favorevole per comprendere la duplice natura del paese in cui vivono e lottano. Se da un lato, con D'Alema prima ancora che con Berlusconi, l'Italia ha assunto pose mussoliniane e da grande potenza imperiale, dall'altro essa è stata devastata dalla strategia della tensione e dalle stragi architettate a Washington e continua a subire una condizione di sovranità limitata, come è ulteriormente confermato dalla vicenda del Cermis (sottratti alla giurisdizione italiana, i militari americani godono in pratica dell'immunità). E cioè, se da un lato partecipa in funzione subalterna a infami aggressioni imperialiste, dall'altro l'Italia è essa stessa bersaglio dell'"aggressione" dell'imperialismo Usa (per riprendere l'analisi e la categoria fatte valere nel 1946 da Mao Tsetung). Sia pure con opportune cautele, considerazioni analoghe potrebbero essere fatte valere per l'Unione Europea nel suo complesso che - non dimentichiamolo - continua a subire senza soverchie proteste lo spionaggio economico e militare messo in atto da Washington tramite Echelon.
In conclusione, come emerge dalla lettura della storia del movimento comunista internazionale, dalla prese di posizione dei movimenti rivoluzionari e, in primo luogo, dall'analisi concreta della situazione concreta, mettere sullo stesso piano le grandi potenze capitalistiche non è affatto sinonimo di rigore rivoluzionario e comunista. Conviene piuttosto chiedersi se in tale atteggiamento purista non ci sia un residuo di populismo, che avverte come elemento di disturbo ogni analisi che fuoriesca dallo schema della contraddizione unica (quella tra umili e potenti) e come elemento di contaminazione qualunque rapporto che vada al di là del mondo degli umili. Se anche la contraddizione umili/potenti dovesse ora assumere una forma statuale e configurarsi come la contraddizione tra paesi poveri del Terzo Mondo e paesi ricchi e imperialisti, se la si continua a far valere come una contraddizione unica, si rimane pur sempre nell'ambito del populismo. 
5. Il carattere pervasivo del populismo Siamo in presenza di una corrente di pensiero, di una tendenza che si manifesta nei più diversi ambiti problematici. Per rendercene conto ritorniamo a Lenin. Il Che fare? è pressappoco contemporaneo alla polemica già vista contro il romanticismo economico, contro il populismo. Non a caso nel Che fare? svolge una funzione essenziale la confutazione della tesi secondo la quale presso le classi subalterne, presso il popolo in quanto tale, sarebbe depositata la coscienza rivoluzionaria, una superiore visione del mondo, non contaminata dai disvalori borghesi. E invece per Lenin la coscienza rivoluzionaria è una costruzione che implica il contributo decisivo degli "intellettuali borghesi" e l'assunzione di un'eredità teorica che è in larga parte il lascito di intellettuali borghesi (si pensi a Hegel). D'altro canto, "per la loro posizione sociale, gli stessi fondatori del socialismo scientifico contemporaneo, Marx ed Engels, erano degli intellettuali borghesi"(26). E a loro volta già Marx ed Engels, mentre da un lato sottolineano la funzione controrivoluzionaria spesso giocata dal sottoproletariato, dagli "straccioni", dall'altro richiamano l'attenzione sul contributo che alla formazione della coscienza e del movimento rivoluzionario forniscono i transfughi della borghesia (in primo luogo gli intellettuali). Non c'è posto qui per il mito populista in base al quale la coscienza rivoluzionaria, la prospettiva di una società più giusta, sarebbe il dato naturale e immediato del popolo, degli umili, degli oppressi (ovvero della classe operaia: l'operaismo è una variante del populismo). L'odierno fastidio per la forma-partito e la tendenza a sciogliere il partito comunista nel movimento del "popolo di Seattle" sono una delle forme in cui si manifesta il ritorno del populismo.
Analizzando il movimento populista americano della seconda metà dell'Ottocento, un eminente storico statunitense ha osservato che a caratterizzarlo è anche "la concezione della storia come cospirazione"(27). Dato che il popolo è l'incarnazione naturale e immediata dei più alti valori umani, il regno della giustizia e della felicità è a portata di mano: basta solo neutralizzare i potenti e i traditori. Di rado è stato notato il peso che questa visione del mondo ancora oggi esercita nell'ambito della sinistra occidentale. Negli anni attorno al '68 ha conosciuto una notevole diffusione un libro di Renzo Del Carria che già nel titolo (Proletari senza rivoluzione) forniva la chiave di lettura della storia del nostro paese dal Risorgimento alla Resistenza. Perché la lotta contro il fascismo non si era conclusa con l'avvento del socialismo? Ma è chiaro: Stalin a Yalta e Togliatti a Salerno l'avevano impedito. Risposte analoghe venivano fornite per la Settimana rossa del 1914, per i moti del 1898 e per quelli ancora precedenti. Queste risposte semplicistiche, in un libro peraltro interessante e ricco, si possono spiegare solo con l'influenza del populismo: sempre animate dall'amore della giustizia, le masse finivano regolarmente con l'essere abbandonate o tradite, nel momento cruciale, da dirigenti e burocrati.
Per rendersi conto dell'influenza tuttora esercitata da questa ideologia o visione del mondo, poniamoci ora un problema di carattere più generale: perché il regime scaturito dall'Ottobre bolscevico ha deluso prima le speranze di molti, che pure avevano salutata con entusiasmo la sua nascita, e poi è risultato sconfitto nello scontro col mondo capitalista? "Chi ha ucciso la rivoluzione?" - titolava qualche tempo fa "Rifondazione", l'organo teorico di Rifondazione Comunista pubblicato come supplemento a "Liberazione". Era una domanda retorica, ma per chi ancora avesse avuto dubbi, a fugarli provvedeva in prima pagina una foto di Stalin, che sembrava farsi beffe della rivoluzione da lui assassinata con fredda e cosciente determinazione. Nel dare questa "spiegazione" Rina Gagliardi sapeva di essere in sintonia con larghi settori della sinistra italiana e occidentale. In effetti, il populismo ha conseguito un tale successo da diventare luogo comune.
Come devono configurarsi i rapporti politici, economici e sociali dell'"ordine nuovo" chiamato a prendere il posto del capitalismo? Attraverso quali processi possono e devono essere realizzati? Quali sono le priorità e in che modo può essere neutralizzata e sconfitta la formidabile coalizione di forze impegnate a perpetuare o restaurare l'antico regime? Bisognerebbe partire da queste domande per comprendere i dubbi, le scelte, le oscillazioni, i ripensamenti, le contraddizioni, i conflitti, gli errori e i crimini di un gruppo dirigente o, al suo interno, di questa o quella personalità. Ma di questa analisi non avvertono alcun bisogno i populisti, i quali si cullano in una confortevole certezza: il popolo, le masse sanno istintivamente qual è il regno della libertà e della giustizia e vi aspirano con tutte le loro forze; se esso non si realizza, è chiaro che è intervenuto un tradimento, il tradimento di un individuo assetato di potere che non condivide i generosi ideali del mondo degli umili. Il "traditore" o "l'assassino" della rivoluzione nell'Unione Sovietica è Stalin, in Cina è Deng. Più problematica si presenta l'individuazione del malfattore in paesi come la Jugoslavia o il Vietnam; ma non per questo il populista si scoraggia e rinuncia al mito della "cospirazione".
Lo studioso statunitense precedentemente citato fa notare che "l'utopia populista è situata nel passato, non nel futuro"(28). E' un tratto che possiamo riscontrare anche nell'odierno populismo, presente in movimenti e partiti che pure si richiamano al comunismo. Certo, il progetto rivoluzionario dovrebbe per definizione rinviare al futuro; senonché, allorché analizzano le rivoluzioni storicamente verificatesi, i populisti individuano il momento magico sempre e solo nel passato, in uno stadio che subito dilegua per l'intervento di potenti e prepotenti, di traditori estranei al popolo e agli ideali di libertà e di giustizia che immancabilmente lo animano. D'altro canto abbiamo visto "Liberazione" dare talvolta voce al populismo, ben più radicale, di coloro che scrivono o poetano sotto l'incantesimo del "Tibet perduto", cioè del Tibet pre-rivoluzionario, feudale e schiavista.
I populisti di sinistra talvolta si richiamano alla Rivoluzione Culturale. In particolare amano agitare una parola d'ordine che, dal punto di vista marxista, è particolarmente discutibile. "Ribellarsi è giusto"! Come se la storia non fosse costellata di ribellioni reazionarie, ad esempio quella dei proprietari di schiavi nel Sud degli Usa, e come se queste ribellioni non fossero spesso scandite da una fraseologia libertaria! Abbiamo a che fare in realtà con una parola d'ordine che ci riconduce al populismo. Rinunciando ad un'analisi di classe, essa implica una dicotomia popolo/governanti ovvero umili/potenti, nell'ambito della quale è sempre il potere a rappresentare il momento negativo.
Ad una sorta di populismo si è ridotto anche il "trotskismo" dei giorni nostri. Solo cosμ si può spiegare il fatto che esso vada alla ricerca disperata di qualsiasi movimento di massa, anche se di segno chiaramente reazionario, per ribattezzarlo in chiave rivoluzionaria. Assimilato a Quisling da un autorevole giornalista e studioso della Russia, Eltsin è stato invece a suo tempo celebrato come il protagonista di una rivoluzione antiburocratica da parte di certi ambienti "trotskisti". Se vittoriosi, i moti di Piazza Tien An Men del 1989 avrebbero significato l'ascesa al potere di un Eltsin cinese, ma anche in questo caso non mancano i trotskisti che gridano alla rivoluzione tradita e repressa! Una rivoluzione di cui sarebbero stati protagonisti studenti che portavano in trionfo l'effige della Statua della Libertà, e che si sarebbe verificata nello stesso momento in cui l'Occidente capitalista e imperialista trionfava in Europa orientale, e in tutto il mondo i partiti comunisti si affrettavano, l'uno dopo l'altro, a cambiare nome. A questi miracoli si può credere solo a condizione di essere populisti, a condizione cioè di rinunciare all'analisi laica delle classi e della lotta di classe per sostituirla con la credenza mitologica nel valore comunque salvifico del "popolo" e delle "masse".
Ho parlato di "trotskisti", facendo costante ricorso alle virgolette, al fine di distinguere la caricatura farsesca dall'originale tragico cui essa pretende di richiamarsi. Certo, il pericolo dello slittamento populistico è ben presente nel pensiero di Trotski, con la sua ossessione a spiegare col ruolo infausto di burocrati ben pasciuti le difficoltà e gli arretramenti, veri o presunti, di una rivoluzione portata avanti da masse sempre disposte a qualsiasi sacrificio, come se nella storia non si fossero mai verificate situazioni in cui il burocrate di partito e di Stato risulta più avanzato del "popolo"! E, tuttavia, enorme è la differenza che separa Trotski dai suoi sedicenti seguaci di oggi. In un momento storico che sembrava caratterizzato dall'avanzata irresistibile della rivoluzione, egli poteva ben sperare in una radicalizzazione "antiburocratica" della rivoluzione russa. Ma non si sarebbe mai sognato di legittimare come rivoluzionario Eltsin o i dirigenti dell'Uck alimentati e coccolati dalla Nato, cosμ come non s'era mai sognato di definire rivoluzionari le bande vandeane del cardinale Ruffo! D'altro canto, Trotski non aveva esitato a reprimere, e anche con particolare brutalità, stando almeno alle accuse dei suoi avversari, una rivolta come quella di Kronstadt, pure scoppiata agitando la parola d'ordine del ritorno all'originaria democrazia sovietica, calpestata dal monopolio del potere usurpato e detenuto dai burocrati bolscevichi.
Se per un verso, in ragione della sua indulgenza per la frase antiburocratica, presenta qualche punto di contatto col populismo, per un altro verso Trotski è, fra i dirigenti bolscevichi, colui che ha sviluppato la critica più lucida e più vigorosa contro la visione del socialismo come socializzazione della miseria, cioè contro un aspetto essenziale dell'odierno populismo "comunista" La ricostruzione di un punto di vista marxista e comunista, con la neutralizzazione delle influenze populiste, comporta dunque il superamento delle vecchie polemiche tra stalinismo e trotskismo cosμ come delle polemiche altrettanto obsolete tra titoismo e antititoismo ovvero tra maoismo e antimaoismo. Bisogna saper accogliere in un ideale pantheon rivoluzionario Trotski e Stalin assieme a Lenin e Bucharin; Tito e le sue vittime fedeli al Cominform e all'URSS; Mao assieme a Liu Shao-chi e a Deng Xiaoping. Sono stati tutti protagonisti di un grandioso processo di emancipazione e, al tempo stesso, di una grande tragedia storica. Cosμ come, per quanto riguarda la rivoluzione francese, in un ideale pantheon c'è posto per Danton cosμ come per Robespierre e i suoi "arrabbiati" critici di sinistra, tutti protagonisti e vittime di un altro grandioso processo di emancipazione e di un'altra grande tragedia storica. 
6. Il mito populista e qualunquista della "nuova Yalta" Negli sviluppi della "guerra contro il terrorismo", e soprattutto nell'incontro di Shanghai tra Jiang Zemin, Bush e Putin, i populisti hanno visto la piena conferma della loro analisi: dileguate definitivamente le contraddizioni e i conflitti tra le grandi potenze, assisteremmo all'avvento di un mondo che vedrebbe da un lato i potenti del pianeta, ormai coalizzati in un'unità corale e senza incrinature, e dall'altro i diseredati, gli esclusi, gli umili. Contro la "nuova Yalta" si erge soltanto il "popolo di Seattle": è questa la tesi proclamata da certi articoli di "Liberazione" e del "Manifesto".
Ma ora proviamo a sfogliare la grande stampa d'informazione, italiana e internazionale. Con riferimento in particolare alla Russia, alla Gran Bretagna e alla Germania, l'"International Herald Tribune" già nel titolo a tutta pagina osserva: "I paesi-guida dell'Europa utilizzano la crisi afghana per rafforzare il loro ruolo mondiale"(29). Il "Corriere della Sera" cosμ giustifica e sollecita la partecipazione italiana alla guerra: "Ogni governo deve certo misurare i rischi e tener conto degli umori di casa, ma con l'avvento delle "coalizioni flessibili" chi vuole ottenere voce in capitolo deve saper prendere l'iniziativa e pretendere un ruolo prima che vengano distribuite patenti di merito [...] Quel che dobbiamo invece riconoscere, piaccia o non piaccia, è che un conflitto armato disegna sempre nuove gerarchie mondali di potere e di influenza [...] Ora l'Italia deve rincorrere, non perché ami la guerra ma perché ha capito quanto può costare non farla"(30). Come si vede, persino per quanto riguarda l'Occidente, la convinta partecipazione alla spedizione punitiva contro l'Afghanistan non è in alcun modo la fine della rivalità e della contesa per l'acquisizione delle sfere d'influenza e dell'egemonia.
Ma oggi la contraddizione più acuta è ovviamente un'altra. Riapriamo l'"International Herald Tribune". Ecco un altro titolo a tutta pagina: "la svolta politica di Pechino sfida l'influenza americana in Asia"(31). Chi ancora non avesse capito può trarre profitto dalla lettura, questa volta, del settimanale tedesco "Die Zeit": "Sotto molti aspetti, a partire dalla guerra in Afghanistan, tra Pechino e Washington un conflitto in vecchio stile tra grandi potenze è diventato persino più probabile di un autentico avvicinamento(32).
Come si vede, non c'è traccia qui dell'abbraccio sino-americano di cui favoleggiano i populisti. Da un lato la Cina prende atto con sollievo che, almeno per qualche tempo, Washington difficilmente potrà seguire la raccomandazione dell'"esperto" statunitense, William D. Shingleton, che invita l'amministrazione del suo paese a far tesoro dell'esperienza dello smembramento dell'URSS per "affrontare in maniera più coerente la futura frammentazione della Cina"(33). Il grande paese asiatico coglie dunque l'occasione della crisi per cercare di allentare la pressione militare e politico-diplomatica esercitata dagli Stati Uniti (e in particolare dall'amministrazione Bush) e di consolidare l'indipendenza politica, sia neutralizzando le interferenze statunitensi, sia rilanciando ulteriormente lo sviluppo economico mediante lo sgretolamento del semi-embargo tecnologico imposto dagli Usa. Dall'altro lato, se anche in questo momento Washington è costretta a concentrarsi su altri bersagli, non per questo ha rinunciato all'obiettivo del contenimento o dell'aggressione ai danni del grande paese asiatico: su "La Stampa" si può leggere che Jiang Zemin deve "mettere nel conto che la battaglia contro i talebani è condotta in nome di principi che potrebbero essere applicati un giorno" contro la stessa Cina (oltre che contro la Russia)(34). Una superpotenza accelera la sua corsa per il conseguimento del dominio o dell'egemonia planetaria; un paese del Terzo Mondo accelera la sua corsa per la fuoriuscita dal sottosviluppo e dalla situazione di pericolo anche militare che il sottosviluppo comporta. Senonché, per i populisti, i "potenti" sono tutti uguali: il populismo è una forma di qualunquismo.
Un'ultima considerazione. I devoti del mito populista e qualunquista della "nuova Yalta" dimenticano che la Yalta storica del 1944 è stata l'immediata vigilia di una terribile guerra fredda! Il fatto è che, assieme all'oblio delle regole della grammatica e della sintassi del discorso politico, il populismo comporta anche la perdita della memoria storica. In tali condizioni diventa assai problematica e smarrisce comunque ogni efficacia la lotta per la pace e contro la politica di guerra dell'imperialismo. 
Domenico Losurdo 

Riferimenti bibliografici 
Georg Blume e Chikako Yamamoto, 2001, Elenfantenflirt in Shanghai, in "Die Zeit" del 18 ottobre, p. 11
Vittorio Bonanni, 2001, Tibet perduto, in "Liberazione" del 16 gennaio, p. 17
Giulietto Chiesa, 1997, Russia addio. Come si colonizza un impero, Editori Riuniti, Roma
Deng Xiaoping, 1994, Selected Works, vol. III (1982-1992), Foreign Languages Press, Beijing
Rina Gagliardi, 1999, Sognando un libretto rosso, in "Liberazione" del 5 ottobre, "Speciale", p. II
John Gray, 1998, False Dawn. The Delusion of Global Capitalism, Granta Books, London
Richard Hofstadter, 1962, The Age of Reform. From Bryan to F. D. Roosevelt (1956), tr. it. di Paolo Maranini, L'età delle riforme. Da Bryan a F. D. Roosevelt, Il Mulino, Bologna
Vladimir I. Lenin, 1955, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1955 sgg.
Domenico Losurdo, 1993, Il Nuovo Ordine Internazionale nella storia delle ideologie della guerra, in "Giano. Ricerche per la pace", Roma, n.14-5
Karl Marx, 1953, Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie. (Rohentwurf) 1857-1858, Dietz, Berlin
Karl Marx-Friedrich Engels, 1955, Werke, Dietz, Berlin, 1955 sgg.
Karl Marx-Friedrich Engels, 1975, India Cina Russia. Le premesse per tre rivoluzioni (1960), a cura di Bruno Maffi, il Saggiatore, Milano
Mao Tsetung, 1975, Opere scelte, Edizioni in lingue estere, Pechino, vol. IV
Fabio Mini, 1999, Xinjiang o Turkestan orientale?, Limes. Rivista italiana di geopolitica, n.1, pp.83-96
William H. Overholt, 1994, The Rise of China. How Economic Reform is Creating a New Superpower (1993), tr. it., di Giuseppe Barile, Il risveglio della Cina, il Saggiatore, Milano
John Pomfret, 2001, Beijing's Policy Shift Challenges Washington's Influence in Asia, in "International Herald Tribune", 9 ottobre, p. 5
Raul Reyes, 2000, Plan Colombia: "un piano di guerra" (intervista a Angela Nocioni e Marco Consolo), in "Liberazione" del 26 agosto, p. 20
Jean Charles Léonard Sismonde de Sismondi, 1975, Nouveaux principes d'économie politique ou de la richesse dans ses rapports avec la population (1819; 1827), a cura di P. Barucci, tr. it. di P. Roggi, Nuovi principi di economia politica o della ricchezza nei suoi rapporti con la popolazione, Isedi, Milano
Barbara Spinelli, 2001, Vizi e virtù di un'alleanza, in "La Stampa" del 25 novembre, p. 1
Josif W. Stalin, 1953, Discorso al XIX congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (1952), in Problemi della pace, pref. di Pietro Secchia, Edizioni di Cultura Sociale, Roma
Franco Venturini, 2001, Se l'Italia vuole avere una voce, "Corriere della Sera", 15 ottobre, pp. 1 e 15
John Vinocur, 2001, Europe's Leading Nations Use Afghan Crisis to Enhance World Role, in "International Herald Tribune", 12 ottobre, p. 7 

Note 
1. Marx-Engels, 1975, p.76.
2. Marx Engels, 1975, p.72.
3. Sismondi, 1975, pp. 208-209.
4. Marx-Engels, 1955, vol. XXVI, 3, p.50.
5. Lenin, 1955, vol.II, p.218.
6 Marx-Engels, 1975, p.77.
7. Bonanni, 2001.
8. Lenin, 1955, vol. XVIII, p. 154.
9. Gagliardi, 1999.
10. Marx-Engels, 1955, vol.IV, p.466.
11. Gray, 1998, p.118.
12. Overholt, 1994, p.69.
13. Marx-Engels, 1955, p.489.
14. Deng Xiaoping, 1994, p. 174.
15. Deng Xiaoping, 1994, p. 122.
16. Marx, 1953, pp.80-82.
17. Lenin, 1955, vol. XVIII, p. 154.
18. Marx-Engels, 1955, vol. XVI, p.31.
19. Cfr. Losurdo, 1993, par. 3.
20. Lenin, 1955, vol. XXII, p. 260.
21. Chiesa, 1997, p.8.
22. Mao Tsetung, 1975, pp.95-96.
23. Stalin, 1953, pp. 153-4.
24. Lenin, 1955, vol. XXII, p. 308.
25. Reyes, 2000.
26. Lenin, 1955, vol. V, p. 106.
27. Hofstaster, 1962, pp. 53 e 60 sgg..
28. Hofstadter, 1962, p. 54.
29. Vinocur, 2001.
30. Venturini, 2001, p.15.
31. Pomfret, 2001.
32. Blume e Yamamoto, 2001.
33. In Mini, 1999, p. 92.
34. Spinelli, 2001. 


https://www.resistenze.org/sito/te/pe/im/peim2d20.htm?fbclid=IwAR1SH2GZ-gEolDRjJEDc35Plh5KZspFD-hlaIRFzwLNeLKVr3wx39ayZ4Wk

sabato 22 giugno 2019

Ilhan Omar and the Anti-Imperialist Movement, by Nicholas Ayala



Across the Global North, there has been a rise of progressive, anti-establishment candidates who position themselves as anti-imperialists. These candidates win support from the anti-war camp in the imperialist countries through their rhetoric. They say they are non-interventionist and against sanctions. In the imperialist empire, taking an anti-war and anti-imperialist stance is of utmost importance for socialists. As Mao Tse-tung detailed, the primary contradiction in the struggle for a socialist world is the defeat of imperialism.
The anti-imperialist rhetoric of these democratic socialists seemingly points toward a growing anti-war movement in the Global North, challenging the imperialist ventures of the U.S. and its lackeys. Even for those without socialist praxis, who simply seek a peaceful world, the idea that these new politicians will bring peace through their critiques of their nation’s foreign policy has taken hold and won over many.

Representatives Alexandria Ocasio-Cortez (L), Rashida Tlaib (C) and Ilhan Omar (R). | Source: Human Events
However, this anti-imperialist and anti-war rhetoric winning over scores of leftists, liberals and “socialists” in the North is a blatant lie. Their flowery rhetoric is just enough to capture the hearts and minds of the anti-war base in the Global North while their actions in the bourgeois political institutions displays a firm commitment to imperialism.
To get a better idea of how these “progressives” are hypocritical opportunists, let’s take the example of U.S. Congresswoman Ilhan Omar. Omar is a controversial figure within the Democratic Party because of her critiques of U.S. foreign policy, Israel and her push for domestic social reforms. Her “anti-war” stance has won her widespread praise from the anti-war base in the U.S. and activists across the world. TeleSUR even recently published an article praising Omar for challenging the U.S. political elite and establishment. In it, they praise her for speaking out against U.S. intervention in Venezuela and for her critiques of Israel. However, it doesn’t go much further than that. Omar simply critiques, speaks out and shakes a finger at the global hegemon. Omar’s rhetoric is no doubt progressive, but when the spotlight fades, her actions fall in line with the most far-right U.S. politicians.
First, there is the case of her pushing for sanctions against China and supporting Islamist terrorists in Syria. In China, Omar co-sponsored HR 649, known as the Uyghur Human Rights Policy Act of 2019. This bill seeks to sanction China and work with international bodies to defend the supposed violation of human rights of Uyghur Muslims. With unsubstantiated evidence, the West claims the Uyghurs are being placed in internment camps and that their rights are being violated. These claims are substantiated by a member of the U.N. High Commission of Human Rights, a duplicitous organization to begin with, which obtained its information from an anti-China groupfunded and backed by the West.

Ethnic Uyghur members of the Communist Party of China carry a flag as they take part in an organized tour on June 30, 2017 in the old town of Kashgar, in the far western Xinjiang province, China. | Source: Kevin Frayer, Getty Images
On Syria, Omar tweeted about how the Syrian people revolted against a “repressive dictator,” President Bashar Al-Assad. She seemed to have forgotten the election where Syrians overwhelmingly voted for Assad and that these so-called “rebels” are Islamic terrorists eager to behead, enslave, murder, kidnap and torture the Syrian people. While Omar often identifies as a refugee, she has no qualms about supporting the very people who created one of the worst refugee crises the world has ever seen. Further, her criticisms of Israel fall flat with respect to Syria. She has publicly sided with bombings and missile launchings by the Israeli regime against the Syrian government, directly aiding terrorists.
On Venezuela, Omar has received praise when she denounced sanctions as a form of economic warfare. She is even quoted as saying U.S. “humanitarian aid” is a guise for invasion. When it comes to the imperialist attacks on Venezuela, it would seem Omar takes a very radical stance. This, until you take a look at her voting record. Three recent bills expose the deception in Omar’s “anti-imperialist” position on Venezuela.
First is the Humanitarian Assistance to the Venezuelan People Act of 2019 (HR 854). The bill was passed by the House of Representatives, where Omar serves as a Congresswoman on a “motion to suspend the rules.” The bill was passed unanimously. No elected official objected to this bill, including Omar. What does it do? HR 854 sets aside $150 million to provide “humanitarian assistance” to Venezuelan opposition figures, including those in NGOs and in neighboring countries. Although Omar publicly decries U.S. humanitarian aid as a guise for invasion, she supports a nefarious bill that will directly funnel millions of dollars to a violent, racist, right-wing opposition. So much for that “anti-imperialism.”


The second bill is the Consolidated Appropriations Act of 2019 (HR 648), which we discussed a few months ago. This bill was supported by many “progressive” candidates in the Democratic Party and sets aside an additional $17.5 million to “promote democracy in Venezuela.” Promoting “democracy,” in the already-democratic Venezuelan state, is code for U.S. aid to terrorist opposition forces. How did Omar vote? She voted in favor of the bill.
Finally, the third bill which contradicts her overall foreign policy position is the North Atlantic Treaty Organization, NATO, Support Act (HR 676). This bill “reiterates congressional support for NATO,” preventing U.S. President Donald Trump from removing the U.S. from the organization. It states that NATO has been “a pillar of international peace and stability.” Oh, you mean the same NATO that helped bomb Yugoslavia? The one that invaded Iraq, Afghanistan and Somalia? Oh, yes. That NATO. The one that also bombed Libya into oblivion, aided Islamist “rebels” and turned the country into its current slave state. Yes, you guessed it — she also voted in favor of this bill.

A view of Tripoli Street in Misrata, Libya after the 2011 NATO invasion (L) and in 2007, five years before the invasion (R). | Source: Rense
Omar is a prime example of the growing trend of opportunism in the Global North. She, along with other progressives and “social justice” Democrats, should be heavily criticized for her support of the same imperialist policies she claims to be fighting. What makes Omar particularly dangerous is that rather than receiving criticism for her imperialist actions, she receives praise, despite the fact that she is completely full of shit. In the age of First World social chauvinism and identity politics, it is becoming increasingly difficult to get leftists — even the most radical — to see through Omar’s two-faced positions. As I write this, I’m reminded of the Hillary Clinton e-mailsexposed by Wikileaks. In these e-mails, Clinton speaks of the importance of politicians having a “public” and “private” position on issues. In the imperialist core, social democrats have taken this to heart, especially with foreign policy.
We must not fall under the sway of these bourgeois opportunist politicians and take every opportunity to expose their deceitfulness.

https://anticonquista.com/2019/06/21/ilhan-omar-and-the-anti-imperialist-movement/?fbclid=IwAR3KFI88cFCv7JkXdcbtYOtFraBtEI1GIYAdY4rio0d5AXn5tr2AhJuRyZo

domenica 31 marzo 2019

Domenico Losurdo: Lenin, o imperialismo e as guerras

Em junho de 2015 o filósofo e historiador italiano Domenico Losurdo passou pelo Brasil em um ciclo de conferências e debates de lançamento de seu novo livro “A luta de classes: uma história política e filosófica” (Boitempo, 2015). Entre os dias 10 e 23 de junho ele passa pelas cidades de São Paulo, Santo André, São Luís, Niterói e Rio de Janeiro para discutir a história e atualidade da luta de classes no Brasil e no mundo. Esta é a conferência "Lenin, o imperialismo e as guerras", ministrada por Losurdo em 15 de junho no Auditório da Sede nacional do PCdoB Realização: Fundação Maurício Grabois, Sociedade Amigos de Lênin (SAL) e Boitempo Editorial

sabato 12 gennaio 2019

Farsi Song about Ahmadinejad


La linea Ahmadinejad, di F.f

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo breve e argomentato saggio. L’autore svolge un’accurata indagine sulla Repubblica Islamica dell’Iran, quindi sulla natura delle diverse fazioni che si combattono al suo interno, in particolare sulla fazione guidata da M. Ahmadinejad. Qual è la sua natura? L’autore ritiene corretta la definizione di “destra tradizionalista”, insistendo però sul suo peculiare carattere nazionalista grande-persiano. (Nella foto, da sinistra, Ahmadinejad, Khamenei e Rohani)
Riteniamo questa qualificazione, che non a caso è quella utilizzata dalla maggior parte degli analisti occidentali, parziale, insufficiente. Arduo, se non addirittura aleatorio, voler definire il pensiero di Ahmadinejad usando criteri tassonomici propri dell’Occidente moderno. Difficile perché diverse, e contraddittorie, le fonti spirituali e politiche a cui si abbevera l'ex-Presidente. Esse politicamente congiungono il terzomondismo antimperialista ad un egualitarismo plebeo e antimodernista, il tutto innestato su un misticismo religioso a forti tinte gnostiche ed escatologiche, per nulla estraneo all’Islam rosso di Ali Shariati. Il discorso si farebbe lungo, vi lasciamo alla lettura.


LA CRISI DEL KHOMEINISMO

“Un nuovo corso è stato avviato….O raggiungeremo il nostro obiettivo o diventeremo martiri, feriti o dispersi in azione. Così accadrà…”. [1]
La linea Ahmadinejad, qualora volessimo accettare il criterio identificativo della struttura di potere vigente in Iran dato da osservatori internazionali (in Italia tale ermeneutica è stata in parte ripresa da Guolo e Negri), sarebbe la più influente rappresentante della destra Tradizionalista, in antitesi al blocco riformista. Il termine “tradizionalista”, in riferimento all’identità spirituale e popolare persiana, che non deve andar disperso nel processo “sovversivo” e nichilistico del globalismo tecnocratico, è quello che a mio avviso meglio identifica la visione della fazione Ahmadinejad-Mashaei.

Non si può comprendere però tale antagonismo interno se non alla luce del piano “denghista”, modernista e neo-capitalista oligopolistico imposto dal grande politico e mediatore iraniano, Rafsanjani (1934-2017).

Nel momento in cui si percepiva che l’originario verbo rivoluzionario khomeinista, in contemporanea con la tragica guerra Iran Iraq, aveva fallito il suo appuntamento storico, finalizzato alla “rivoluzione sciita internazionale” oltre i blocchi (né Est Comunista né Ovest Capitalista); nel momento in cui si vide tragicamente, con l’immensa tristezza dei pasdaran e dei soldati del fronte islamico iraniano, che gli sciiti iracheni preferivano continuar a combattere per il laico Ba’as iracheno e per la gloria nazionale, piuttosto che sollevarsi compatti nel devoto ricordo della “Battaglia di Kerbela” (680 d.C.) [2] ; solo allora, le varie frazioni del khomeinismo che si erano date tregua dal settembre 1980, iniziarono, dalla fine degli anni ’80, a darsi battaglia. Come l’originario bolscevismo leninista, puntando a Berlino, finì la sua brevissima parabola storico-politica alle porte di Varsavia (estate 1920), così l’internazionalismo rivoluzionario dell’imam Khomeini crollò inesorabilmente sui campi minati dell’Iraq, di nuovo invano bagnato dal sangue dei “martiri sciiti”.

La strategia khomeinista aveva infatti fatto dell’Iraq il centro politico e religioso dello Sciismo di stato; la non sollevazione su base religiosa delle masse sciite irachene sarà il grave impasse strategico della rivoluzione islamica. La visione dell’imam Khomeini basata sul “governo islamico” e la posizione occupata dal popolo in seno ad esso è effettivamente l’esatto contrario del “nazionalismo persiano”, che non avrebbe alcun carattere di specificità rispetto al nazionalismo panturchista o panarabo; l’imam Khomeini aveva, infatti, sempre sostenuto che “il nostro movimento è islamico prima di essere iraniano” [3] ed in tal senso il cuore pulsante della Shia non poteva essere che l’Iraq arabo.

En passant: in questo contesto meriterebbe un’indagine accurata la politica seguita dall’Iran in Iraq dopo l’occupazione anglo-americana del 2003. Nota è la divisione del fronte shiita iracheno davanti agli occupanti, tra chi si è prestato al ruolo di gaulaiter e chi, come l’Esercito del Mahdi di Muqtada al-Sadr che invece la combatté, fino a sostenere la rivolta sunnita della primavera del 2004, e forse proprio per questo Muqtada venne osteggiato da Tehran e fatto sparire per anni dalla scena.

Lo gnosticismo khomeinista [4] trasformato in movimento islamico, rivoluzionario, mondiale, rimase quindi sconfitto sul fronte iracheno, non per le traversie militari, ma per l’impasse politico-strategico. L’attuale politica estera del blocco riformista, per quanto apparentemente continui tale linea khomeinista, in realtà essendo strategicamente succube del capitale occidentale, russo e cinese, viola apertamente il principio essenziale dell’islam rivoluzionario khomeinista. Da quel momento, da quando lo spirito rivoluzionario della Repubblica islamica andò a sbattere contro  i sentimenti nazionalisti degli arabi (che dopo la fase del panarabismo anti-safavide trasmigreranno nel sunnismo radicale anti-shiita) inizieranno, nella grande ritirata strategica, a delinearsi nuovi fronti interni.

Due personalità emergeranno dalla successiva lotta politica ed economica di fazioni: Rafsanjani, il quale sull’esempio della Cina neo-capitalista e modernista di Deng, avrebbe voluto salvaguardare la sostanza politica e giuridica del regime islamico aprendo su tutta la linea al capitalismo mondiale ed al modernismo tecno-scientifico; Ahmadinejad, appunto, il quale, come sarà evidente nelle differenti fasi della presidenza poi esercitata dal Nostro, compirà, come più avanti si vedrà, una profonda svolta Tradizionalista, antimodernista (in senso dottrinario, non di metodo) ed una evidente rottura di paradigma con lo stesso khomeinismo ortodosso, alla luce della totalità storica e religiosa della Persia millenaria e della sua spiritualità.


LA FASE NAZIONAL-POPOLARE

Ahmadinejad era infatti esponente dell’elite militare che si imponeva a Teheran durante gli anni di Khatami (1997-2005); quella elite militare comprendente buona parte dei pasdaran, dei bassiji, dei reduci del fronte e tutti coloro che ruotavano attorno alle varie corporazioni religiose del regime islamico. Tale fazione propagandava all’interno del regime la visione della necessaria opposizione “persiana”, nazionalpopolare, alla fazione “cinese” riformista ed anche, seppur timidamente allora, ai khomeinisti di regime: l’oro nero era, a detta dei seguaci del futuro presidente Ahmadinejad, lo strumento politico-finanziario tramite il quale si rafforzava il ruolo dello Stato islamico come distributore di assistenza e sussidi, finendo però, tale prassi, per distanziare le esigenze e le necessità del popolo iraniano dai costumi e dalla poco morigerata prassi di vita dell’oligarchia capitalistico-statale dominante sul “paese reale”.

Ahmadinejad è stato un autentico figlio della rivoluzione, ma per la sua corrente la rivoluzione, prima di essere islamica, doveva essere persiana, autenticamente fedele al motto “Né Est né Ovest”. Il giovane patriota, allora ventitreenne, da autentico nazionalista persiano, fondò la “Società degli studenti islamici”, militò quindi nel “Takhime Vahdat” (in persiano Rafforzare l’Unità) e, con altri fedeli si attivò così per l’occupazione dell’ambasciata sovietica [5]  nei giorni dell’autunno del ’79, mentre l’ala “nera” khomeinista [6] , come visto anzitutto islamica e internazionale, portò a termine l’occupazione dell’ambasciata americana [7]. Egli fu poi un volontario – nelle forze speciali dei pasdaran – della guerra Iran Iraq, contraddistinguendosi ancora per patriottismo e spirito di servizio. Consacrerà la sua vita alla carriera politica nazionalista “grande persiana”, esclusivamente nel ricordo dei suoi amici e camerati caduti, dunque per una sorta di “sacro giuramento” nato di fronte alla morte comune incombente; va anche ricordato che la sua prima vittoria alle presidenziali (2005) non era affatto prevista dagli organismi della Repubblica islamica e da lì inizierà non una alleanza ma, come è diventato sempre più chiaro, un vero e proprio braccio di ferro, talvolta sottile, talvolta manifesto, con la sfera della Guida suprema.

Se è vero che l’Ayatollah Alì Khamenei tentò, in certi casi, di usare la destra neo-tradizionalista, anticapitalista, per bilanciare l’enorme influenza del blocco riformista rappresentato dal “fronte del 2 Khordad” (che andava dalla sinistra clericale islamica, agli occidentalisti, per finire alla destra pragmatica dello stesso Rafsanjani), è, d’altra parte, anche vero che il fronte costituito dal futuro presidente Ahmadinejad, “Abadgaran Isargan” (I sacrificati per la devota causa), composto da mutilati di guerra, veterani dei fronti, familiari dei caduti nella guerra Iran Iraq, era praticamente privo di sostegno ufficiale da parte del regime e si reggeva su libere offerte dei simpatizzanti.

Durante il ballottaggio presidenziale (2005), Rafsanjani- Ahmadinejad, tutto il fronte definito  superficialmente “ultraconservatore” dagli analisti occidentali (in realtà come già specificato, ultra-Tradizionalista) si schierava, contro la gran parte del clero “modernista” e ortodossamente khomeinista, con l’eccezione dell’ “ultradestra” religiosa, di regime, rappresentata dall’Ayatollah Mesbah Yazdi, a favore di Ahmadinejad, invitando a votarlo:   
"Certamente sosterremo con fermezza Mahmoud Ahmadinejad, un candidato che rappresenta il simbolo della giustizia e dell'onestà, nelle parole e nelle azioni e che onorerà i nostri doveri nazionali e religiosi, onorerà la millenaria Nazione dell’Iran, i nostri martiri e la nostra storia…". Questo fu il messaggio comune di tali confraternite e di tali sodalizi, pochi giorni prima del ballottaggio.

Appena eletto, Ahmadinejad dichiarerà, riferendosi ai martiri degli otto anni di guerra contro l’Iraq: “Non devono essere dimenticati. Il loro sangue non deve esser stato versato invano. Ciò che abbiamo oggi lo dobbiamo al loro sacrificio”. Eletto sindaco di Tehran (2003) aveva, in precedenza, lanciato la proposta – lasciata poi cadere per l’opposizione della Guida suprema – di seppellire un martire in ogni quartiere della capitale. Nei muri dei grattacieli della capitale iniziavano a comparire i murales rappresentanti i volti malinconici dei Caduti, con scritte religiose che commemoravano il loro martirio. Iniziava a farsi spazio un evidente principio di sacralizzazione della tradizione religiosa e politica specificamente persiana, che era del tutto estraneo al khomeinismo originario.


TRE DISCORDIE

Alla luce della ormai conclusa presidenza Ahmadinejad si potrebbe dire, con un possibile tentativo di sguardo sintetico, che tre elementi opporranno il grande disegno di Ahmadinejad al “riformismo conservatore” (in tale orizzonte va inserita la stessa corrente della Guida suprema) degli organismi dominanti del regime.

1. Giustizia sociale
L’ex presidente ha, più volte, in recenti interventi pubblici post-presidenziali, puntato in modo sottile il dito contro la Guida suprema stessa accusandola, (a) di aver sabotato il suo sforzo strategico verso le fasce più umili ed indigenti della popolazione iraniana; di aver esercitato opposizione al Piano di sostegno popolare varato dal Governo Ahmadinejad (2010), che avrebbe enormemente ridotto le disuguaglianze sociali; (b) di aver sabotato la sua rimozione dei ministri corrotti, rimessi purtroppo al ministero dalla Guida suprema stessa, scavalcando così arbitrariamente la decisione dell’ex presidente; (c) di non aver appoggiato il piano di nazionalizzazione integrale del petrolio con una equa redistribuzione dei profitti basata sulla pratica di una avanzata etica sociale solidaristica e anticapitalistica; (d) di aver infine gonfiato artatamente l’inflazione interna per emarginare e mettere al muro la fazione Ahmadinejad, di contro l’unica risorsa interna per la sopravvivenza del regime, visto il consenso di cui godeva il partito “populista” nazionalista di Ahmadinejad tra la piccola borghesia iraniana, i rurali e le fasce più umili.

Nonostante tutto questo, la strategia nazionale “interna” di Ahmadinejad ha concretizzato la più alta politica di incentivi, per giovani coppie, diseredati, disoccupati, nella storia del regime islamico grazie al “Fondo per l’Amore dell’imam Reza” istituito per volontà dell’ex presidente come base di un autentico Stato sociale persiano, che il regime islamico aveva sempre sabotato.

“La questione principale di Ahmadinejad in politica interna è stata la giustizia. Egli ha sempre cercato di favorire le classi disagiate, attraverso riforme strutturali…Una delle sue politiche più riuscite dal 2005 fu quella delle case popolari…Grazie a ciò, molte famiglie, soprattutto giovani, sono diventate proprietarie di immobili, cosa molto complessa in Iran, dove il sistema bancario non finanzia in modo adatto l’acquisto della casa”. [8]

Esiste peraltro un eccezionale documentario, realizzato da Petr Lom, “Letters to the President”; i più umili, sempre dimenticati, scrivevano al presidente e lui interveniva direttamente, in prima persona. Dove nessuno era mai andato, arrivava Ahmadinejad con i suoi. Lì, nella visione del documentario, emerge l’amore di Ahmadinejad, il presidente “populista”, per la giustizia sociale e la sua totale dedizione alla causa della Persia più profonda. Lom ci fa vedere, senza veli, la vita quotidiana di Ahmadinejad presidente; quest’ultimo si recava, come emerge dal documentario, ma anche da innumerevoli testimonianze ormai raccolte da diversi ambiti, quotidianamente, in quegli angoli remoti dove il contadino persiano era stato, da secoli, dimenticato da tutti. Lom tornerà a trovare questi contadini e questi diseredati dopo che il “complotto di palazzo” dei khomeinisti ortodossi e dei capitalisti “cinesi” avrebbe estromesso il presidente dalla vita politica iraniana; pochi, tra loro, trovarono la forza di rispondere  alle domande del regista cecoslovacco, ma tutti versarono lacrime amare pensando ai momenti passati insieme con il figlio del fabbro di Aradan.

2. La nazione e il Vilayat al-Faqih
L’ex presidente, con la supervisione del suo più fidato consigliere, Esfandiar Mashaei [9], ha sviluppato il concetto di “Iran islamico ed universale” in una contrapposizione di superamento, non di semplice negazione, sia rispetto allo Sciismo internazionalista rivoluzionario del partito nero khomeinista e del governo islamico, sia rispetto al modernismo occidentalista del partito “cinese” di Rafsanjani.

Come noto, l’identità iraniana deriva da un lato dal manicheismo e dallo zoroastrismo dell’epoca pre-islamica e dall’altro dall’elemento islamico introdotto circa 1.300 anni fa; anche nei primi secoli dopo l’avvento dell’Islam, vi fu sempre una notevole tensione fra arabi e persiani: ‘analfabeti ignoranti’ (Ajam) era il termine con cui i persiani identificavano allora gli arabi invasori. Se nel corso del ‘900, la dinastia Pahlavi ha cercato di ridimensionare il peso dell’Islam e dell’“arabismo”, accentuando il valore della grande civiltà persiana pre-islamica, arrivando a denominare ufficialmente la Persia come terra centrale degli Ariani (Iran), [10] il regime islamico cercò invece di cancellare il passato pre-islamico ed enfatizzare esclusivamente la sostanza sciita ed islamica della storia iraniana. Fu coltivato anche il progetto di abbattere ogni spoglia visibile dell’antica civiltà persiana. [11] Ciò finì per avere un impatto notevole in una Nazione dove la popolazione parla ancora oggi con fierezza di ‘invasione araba’ per eventi che risalgono ad oltre un millennio fa ed utilizza quotidianamente con orgoglio la lingua persiana, sopravvissuta all’“imperialismo arabo”: l’imam Khomeini attaccò anche le festività pre-islamiche, ad esempio il Nowruz, il capodanno persiano che si celebrava ufficialmente il primo giorno di primavera, tacciandolo di ‘paganesimo’.

Il Governo Ahmadinejad è stato invece il governo del nazionalismo persiano e della Pura Tradizione, in tal senso dal 2010 più in continuità con la dinastia Pahlavi che con il partito nero khomeinista; il Nostro ha reintrodotto in pompa magna il Nowruz, ha definito “folle ed antipersiano” il giudizio di Khalkhali — giudice khomeinista ortodosso, sulle presunte origini ebraiche (veramente ardue da mostrare..) e sulla presunta omosessualità dell’imperatore Ciro —, ha consacrato Persepoli come autentica capitale spirituale dell’Iran, ha fatto rientrare in patria il Cilindro di Ciro [12].

Inoltre, l’ex presidente Ahmadinejad, dal 2010, non prima (elemento da considerare con attenzione), ha riabilitato pubblicamente, con grave scandalo della cerchia della Guida suprema e del partito modernista “cinese” di Rafsanjani-Onda Verde [13] - Rohani, la monarchia Pahlavi come regime popolare patriottico il quale, con la Rivoluzione Bianca, avrebbe sviluppato, nella seconda metà del Novecento, una dottrina politica ed economica universale antagonista sia all’Occidente (capitalista) sia all’Oriente (comunista) [14].

Mossadeq (1882-1967), viceversa, in antitesi al giudizio comune occidentale, è considerato dalla cerchia nazionalista di Ahmadinejad, inizialmente un agente britannico, e successivamante un avventuriero megalomane privo di una coerente strategia nazionale [15]. Nell’estate 2010 Ahmadinejad propose la creazione dell’ Unione delle Nazioni di lingua persiana (Iran, Afghanistan, Tagikistan). Il suo braccio destro Mashaei, nello stesso periodo, invitando a Tehran alcuni vecchi iraniani che vivevano all’estero, tra cui, da quanto trapelò da alcune agenzie, monarchici vicini al deposto Shah, dichiarò che “la Persia è una grande Nazione, una civiltà con un messaggio universale e aspirazioni di leadership globale”.

La stessa visione del Mahdi – il Redentore finale degli ultimi giorni – è stata declinata dalla cerchia nazionalista di Ahmadinejad come tramite del modello universalistico religioso, specificamente persiano.

Qui c’è la rottura più radicale che si possa concepire con il pensiero filosofico-politico di derivazione khomeinista. L’imam Khomeini aveva stabilito che il governo islamico sarebbe stato la filosofia pratica di tutto il “fiqh” (il diritto islamico) concernente tutti gli ambiti della vita dell’uomo; il governo avrebbe rappresentato gli aspetti pratici giurisprudenziali nel confronto con l’intera gamma dei problemi sociali, politici, militari e culturali. Il “fiqh” sarebbe dunque stata la scienza totale e autentica che guida l’uomo dalla nascita alla tomba. Partendo da questo presupposto, l’imam Khomeini esponeva la teoria della formazione, durante l’occultamento dell’imam del Tempo, del governo islamico sulla base dell’autorità del giuriconsulto, e per anni tentò di attuarla. La teoria khomeinista dell’autorità del giuriconsulto (Vilayat al-Faqih), ebbe come conseguenza una forte scissione nel mondo giurisprudenziale sciita, sino a provocare verso la stessa accuse di eterodossia, ma non è ciò che qui interessa, anche perchè l’imam rispose a queste accuse che per il bene della comunità islamica era anche possibile rinunciare ad un pilastro della fede come il viaggio a Medina ed alla Mecca.

Viceversa, Ahmadinejad non ha mai condiviso l’interpretazione che i “turbanti” hanno dato del rapporto tra religione e politica dopo che Khomeini istituzionalizzò il “governo islamico” che assegna, sotto forma di delega, il potere politico al clero in sostituzione dell’imam del Tempo. Ahmadinejad ha invece teorizzato che suo compito sarebbe quello di preparare attivamente il ritorno del Dodicesimo Imam nelle vesti di Mahdi, con il quale fa capire di essere in contatto. Il reggente politico altro non deve essere, in tale logica, che “un vicario” (wakil) dello “spirito del Tempo”.

Tale visione dell’imam del Tempo ha notevoli implicazioni sul piano politico; prepararne il ritorno significa sia tenere lontana “l’Oppressione sulla terra”, la corruzione (materialismo, secolarizzazione relativista, nichilismo), ma anche dare per scontato che l’era del ritorno sarà contraddistinta da gravi doglie e tribolazioni. Dunque l’accesso al Sacro invisibile sarebbe adombrato dalla straordinarietà dell’esperienza e dell’azione più che dalla legittimità istituzionale del clero khomeinista. Da ciò, come è chiaro, discende la necessità di una differente organizzazione della comunità, fondata su presupposti gerarchici, di valori e modelli, contrapposti: rispetto al khomeinismo teocratico [16] ed al riformismo modernista e secolaristico dell’attuale regime islamico, la pratica di governo neo-tradizionalista di Ahmadinejad, per ricorrere ad un’analogia con la storia italiana e occidentale, può essere senza dubbio assimilata alla Repubblica monistica cristiana, “neo-tomistica”, del Savonarola, anche quella tutta fondata sull’imminenza del ritorno sociale della giustizia del Cristo che il sacrificio del devoto vicario avrebbe dovuto, con ogni mezzo, propiziare.


3. Terzomondismo e missione universale dell’Iran

Infine, l’ex presidente ha condannato la politica estera del partito “cinese” in quanto fondata sul permanente sacrificio interno dei più utili e puri elementi della patria, a vantaggio degli imperialismi stranieri (fazione Obama statunitense e Russia sugli altri). Nonostante la crescita del Pil, in Iran sono aumentate in modo impressionante, a causa della politica estera bellicista dei riformisti “cinesi, le disuguaglianze sociali mentre il prestigio internazionale persiano sarebbe ai minimi storici, a vantaggio di un nuovo “fronte islamico” sciita che il Nostro già da anni ha denunciato come foriero di tragedie ed ingiustizie, e non lineare rispetto alla tradizione popolare persiana.

Durante la reggenza Ahmadinejad, il nazionalismo persiano si è espresso con un respiro universale, attaccando su tutta la linea la tecnocrazia capitalista mondialista, soprattutto all’interno ma anche all’esterno, laddove ciò gli competeva. Il Nostro non perdeva occasione per ridicolizzare europei e anglosassoni (es. Giugno 2006, Aprile 2007) laddove attaccavano l’Iran, ma non per questo avviando avventure che avrebbero dissanguato le già esangui casse delle più indigenti famiglie persiane, allargando un gap sociale già rilevante.

Qui si spiega non solo la stretta amicizia con Cuba e la Corea del Nord ma pure la “illuminata” partnership strategica con il nazionalismo bolivarista anti-occidentale — Ahmadinejad si recò nel marzo 2013 al funerale di Chavez, il cui caloroso abbraccio alla madre fu oggetto di scandalo e dure accuse da parte dei “turbanti”, visto che sarebbe proibito ad un musulmano abbracciare una donna che non sia una familiare [17].

Meno noto ma non per questo meno rilevante che Ahmadinejad, nell’ottica di una politica di buone relazioni con i vicini paesi arabi, abbia tentato di evitare la fitna con i sunniti ed in questo quadro la dura critica a Gheddafi che doveva cessare di “bombardare il suo stesso popolo” [18] evitato di trascinare l’Iran nel macello siriano chiedendo ad Assad di compiere le necessarie riforme sociale e politiche e di negoziare con le opposizioni [19], mentre l’attuale regime ha impugnato senza esitazione la fitna col sunnismo in nome del miraggio dell’egemonia nel mondo islamico, entrando quindi con tutti e due i piedi (e lasciando sul terreno perdite ingenti) nel conflitto siriano; per non parlare dell’Iraq dove in nome della lotta ai takfiri dell’ISIS non ha esitato a collaborare strettamente col Pentagono, spalleggiando una “pulizia etnico-religiosa” su larga scala [20].

Per la Guida suprema e il partito “cinese” dominante, la vita di un libanese, di un iracheno, di un palestinese, di uno yemenita, di un siriano, sembra invece più importante e di valore di quella di milioni e milioni di iraniani abbandonati da decenni alla fame ed alla neo-colonizzazione capitalistica interna. Si è avuta la grande flessibilità, da parte del partito “cinese” e dei neo-khomeinisti, di sviluppare un piano ormai chiaramente strategico con una fazione mondialista dell’Occidente, di intavolare relazioni di più o meno aperta amicizia con Obama, con la grande massoneria francese di Attali-Macron, con la massoneria di Renzi o di Merkel, ed, oltre la finta retorica, anche con Israele [21] quando ognuno di costoro, in un modo o nell’altro, ha sulla coscienza la vita di qualche migliaio di “mussulmani” (a cui il regime islamico dovrebbe tenere sopra ogni cosa); ma ci si è allontanati ancora di più, all’interno, dai diritti nel mondo che la grande Nazione persiana, la più giovane e la più colta nell’universo, a ragione rivendica ed è certa di possedere.

Si è portata gloria al tavolo dei grandi, da Obama a Putin, dall’Eni al capitalismo francese, ed anche per questo, si è andati a togliere le castagne dal fuoco a Assad e agli sciiti di Baghdad, ma mai come oggi la gran parte della gioventù popolare patriottica persiana, sente e percepisce questo regime come “ostile”, mai come oggi tale gioventù, che è intimamente persiana, sente il paese legale “nemico” del paese reale.  E non può stupire, di conseguenza, a tal punto il tono semi-trionfalistico con cui la stessa agenzia di stampa  italiana ha dato la notizia, una settimana fa, della “fine della rivolta” e delle proteste (Ansa, 7 Gennaio 2017); come non dovrebbe, a tal punto, stupire la notizia, data dalla stampa statunitense, che Soros stesso sia intervenuto per bloccare le fonti ed i siti internet dello Shah in esilio, Ciro Pahlavi, affinché la fazione neo-monarchica non si saldi con l’ala nazionalista e “populista” della rivolta, che obbedirebbe al presidente Ahmadinejad, portando al crollo dell’ormai affidabile regime “cinese” islamico.


Conclusioni

La Persia fu la prima superpotenza della storia e proprio per la sua vocazione terzomondista, la dirigenza Ahmadinejad ha avuto come permanente presupposto una fortissima autostima nazionale. Il modello del regime islamico, borghese e modernista all’interno, per quanto venga considerato “antimperialista” all’esterno — occorrerebbe aprire una lunga disquisizione sulla natura di questo antiamericanismo sub-imperialista che nulla ha più a che vedere con lo spirito originario impresso al paese dall’imam Khomeini —, e quello di Ahmadinejad sono chiaramente differenti; anni fa, nel 2009, R. Guolo scrisse una pagina, con la quale concludo, che ben evidenzia la differente sostanza politica e morale del progetto “persiano” di Ahmadinejad da quello dominante:
«Rilanciando la retorica rivoluzionaria e la dura polemica nei confronti di Israele e Stati Uniti, il presidente ex pasdaran sembra coltivare l’obiettivo di riproporre l’Iran non tanto come potenza islamica, quanto come potenza nazionale e nazionalista; una potenza che mira a ridefinire l’assetto del mondo. Di questo nuovo corso fa parte anche la rivendicazione del “diritto al nucleare”. (Si noti, però, che tale diritto non doveva concretizzarsi con il semaforo verde di Obama e l’umiliazione di secoli di storia persiana, ndc). Una mobilitazione, quella a difesa del nucleare, che ha anche importanti risvolti interni. In campagna elettorale egli si è rivolto ai mostafazin, puntando l’indice contro la corruzione dilagante e promettendo un nuovo patto sociale fondato su una diversa redistribuzione del reddito e su massicci investimenti finanziati con i proventi delle esportazioni di petrolio e gas. Per realizzare questi obiettivi, che tante attese hanno suscitato tra i “diseredati”, Ahmadinejad crede che i crescenti consumi energetici interni debbano essere sostenuti dal nucleare e non dai profitti derivanti dall’esportazione di oro nero. (…) Le ambizioni di potenza nazionale dell’Iran e il patto sociale con i “diseredati” spingono da un lato Ahmadinejad alla mobilitazione contro il Nemico, dall’altro ad adottare populistiche misure di redistribuzione del reddito destinate a ottenere il consenso dei meno abbienti. Di tale progetto si alimenta il partito dei militari e dei nazionalisti di Ahmadinejad».

L’arresto o l’eventuale persecuzione di Ahmadinejad o dei suoi a poco porterà. La missione persiana, nel caso, non potrà che esser raccolta da altre mani, altrettanto devote e pure e, finalmente, l’Iran, oltre guerriglie settarie intestine tribali o regionali, potrà lottare per avere uno spazio centrale nell’universo e portare pace ed amore tra i popoli del mondo, illuminando di sostanza spirituale il nuovo universalismo, antitetico al globalismo nichilista della tecnocrazia imperialista e massonica.

Come disse il presidente Ahmadinejad in sede Onu nel settembre 2012, in un discorso vibrante che intrecciava un umanesimo integrale sul piano etico con antimperialismo radicale su quello politico:
“A noi persiani, per il bene dell’umanità, compete una funzione di leadership globale: solo in Iran vive contemporaneamente lo spirito di Zarathustra, di Gesù e del Mahdi”.  [22]

NOTE
[1] M. Ahmadinejad, Tehran Dicembre 2006, Elezioni municipali, presentazione della Lista Ahmadinejad, “Il buon profumo del servire”.

[2] “Khalamate Qesar”, p. 127

[3] Scrive V. Strika, “La guerra Iran Iraq”, Liguori editore 1993, p. 92, che “lungi dall’aderire alle aspettative di Tehran gli sciiti iracheni, …tutti arabi, si mantennero fedeli al governo, trasformando il conflitto da religioso, come avrebbe voluto Tehran,….  in una questione nazionale tra arabi e persiani, nel quale fu dato ampio spazio ai fatti del passato”.

[4] Cfr. Y.C. Bonaud, “L’Imam Khomeini. Uno gnostico sconosciuto del XX secolo”, Il Cerchio 2010

[5] L’occupazione anglo-sovietica del 1941 non è mai stata dimenticata dai nazionalisti persiani; brutali e ingiustificati furono i bombardamenti sui civili, particolarmente quelli sovietici, ma anche quelli anglosassoni. Solo il presidente Ahmadinejad, negli anni del regime islamico, durante colloqui pubblici con Putin e Medvedev, ha rivendicato legittime riparazioni per il popolo di Persia e la doverosa restituzioni di territori contesi. L’imam Khomeini, che scrisse come noto una lettera a Gorbachev, talmente preso dalla volontà di convertirlo, non notò nemmeno, nel corso della dotta dissertazione, questa grave ingiustizia russa verso i diritti e il naturale territorio, violato, della Nazione iraniana. Parecchie fonti, incluso l’allora ufficiale della sicurezza Hajjarian, riferiscono che Ahmadinejad credeva che, “per motivi di nazionalismo persiano”, dovesse essere presa d’assalto l’ambasciata sovietica, non quella americana. Ahmadinejad credeva che – alla luce della storia persiana – “il grande Satana fossero soprattutto l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna, poi gli Stati Uniti, ma in seconda posizione”, riferisce Hajjarian. L’altro leader studentesco che, come Ahmadinejad, si oppose all’occupazione dell’ambasciata statunitense nella riunione in cui l’impresa fu progettata, in quanto avrebbe imposto nell’agenda del governo, in linea definitiva e irriducibile, la linea di un Islam internazionale su quello nazionale persiano, fu Mahammad Ali Seyyedinejad. Quanto al fatto che Ahmadinejad fosse favorevole all’occupazione dell’ambasciata sovietica, Seyyedinejad precisò: “Bisogna avere a mente che Ahmadinejad era all’università Elm-o-Sanat, fortemente nazionalista, dunque avversa alla sinistra e per motivi storici iraniani accesamente antisovietica ed antianglosassone”; Cfr. M. Bowden, “Guests of Ayatollah. The Iran Hostage Crisis”, Paperback 2007, pp. 10 e ss.

[6] La differenza dialettica tra una ala “nera” ed una “rossa” dell’islam rivoluzionario nasce attorno alla visione islamica-radicale di Alì Shariati (1933-1977), intellettuale della rivoluzione sociale e del classismo nell’utopia islamica. Se il partito nero, khomeinista ortodosso, utilizzerà certamente talune categorie dello Shariati ma stravolgendole a vantaggio del neoplatonismo islamico e dello gnosticismo politico khomeinisti, il partito nazionalista grande-persiano di Ahmadinejad e Esfandiar Mashaei presenta effettivamente talune impostazioni mutuate dalla visione di Shariati, ma l’occidentalismo marxista di fondo di una consistente fazione dell’Islam rosso, come il progressismo escatologico, è assai lontano dall’Ahmadinejad pensiero, che ha definito in più casi il marxismo occidentale una forma di “nichilismo” come il relativismo e la tecnocrazia scientista ed ha sempre espresso giudizi negativi sul ruolo del partito comunista iraniano, il Tudeh, nella storia del Paese; Cfr. M. Emiliani, M. Ranuzzi, E. Atzori, “Nel nome di Omar”, Odoya 2008, pp. 205 e ss.

[7] Gli studenti nazionalisti “grande-persiani”, raccogliendosi attorno alla proposta di Ahmadinejad, puntavano all’occupazione dell’ambasciata sovietica o di quella britannica poichè ciò avrebbe rappresentato una volontà di continuità nazionale e popolare con la storia iraniana del ‘900 ed un chiaro messaggio al mondo, indicante il fatto che la rivoluzione persiana superava in patriottismo il regime monarchico decaduto. La linea dei compagni d’università di Ahmadinejad dell’OCU (“Ufficio di Consolidamento dell’Unità”) avrebbe invece imposto la linea islamica, non persiana, con l’occupazione dell’ambasciata americana, peraltro anche in omaggio ad una logica meramente interna, ossia sotto l’ispirazione della volontà di far figurare gli studenti islamici non meno anti-imperialisti della sinistra rivoluzionaria; Cfr. K. Naji, “Ahmadinejad. Storia segreta del leader fondamentalista”, EC 2009, p. 46; peraltro già allora, nella visione di Ahmadinejad, il pericolo, per il popolo persiano, non era rappresentato tanto dal “materialismo comunista” che difficilmente avrebbe attecchito in Iran, quanto dalla possibilità che il popolo avesse obliato la sacra Tradizione primordiale, “il fuoco delle origini…” (Ibidem), che doveva invece esser trasmesso alle future generazioni.

[8] (S. Hekmat, Ali Reza Jalali, “Giustizia e spiritualità. Il pensiero politico di Ahmadinejad”, Anteo 2013, p. 81).

[9] La centrale controversia tra la visione di Mashaei, consuocero di Ahmadinejad, e la concezione giuridico-politica dei vertici della Repubblica islamica ha riguardato soprattutto la concezione dell’Imam occulto o Mahdi in connessione al ruolo salvifico universale della Nazione persiana. L’“ideologia persiana” e nazionalista del Mashaei, fondatore della “Nuova scuola iraniana”, è stata accusata di “eresia” da parte dei vertici giuridici e politici del regime islamico. In più casi, Ahmadinejad ha detto che, nella sua vita, è “stato uno dei più grandi favori di Dio poter conoscere Rahim Mashaei…Rahmin è come una pura fonte d’acqua. Uno dei motivi per cui mi piace è che quando ti siedi con lui e parli, non c’è distanza con lui, è come uno specchio trasparente, purtroppo molti non lo conoscono e lo giudicano…”; Cfr. “Alef”, 11 aprile 2010; Mashaei inoltre avrebbe apertamente dichiarato che l’era dell’Islam e dell’“islamismo di stato” sarebbe finita e, al suo posto, starebbe prendendo piede l’era della “luce persiana”, dello spirito di Gesù e Zoroastro che soppianterà l’idolatria tecno-scientifica dell’Occidente; Cfr. “Alef”, 17 febbraio 2013 o “Alef” 11 novembre 2012.

[10] Nel 1976 Mohammed Reza Shah celebrò i 2500 anni della Monarchia persiana in una città-tenda appositamente eretta fuori Persepoli, la capitale dell’antica Persia; al calendario in uso fu sovrapposto quello di Ciro, il Re “solare” della tradizione persiana.

[11]  Il khomeinismo, peraltro, fu una sorta di settarismo eterodosso che si impose, grazie al genio carismatico e profetico dell’imam Khomeini, nella storia contemporanea della Shia; per quanto il paragone sia chiaramente forzato e poco rispondente, l’impatto dello gnosticismo khomeinista nella storia del Vicino oriente potrebbe essere accostato a quello dell’ascetismo teocratico, calvinista puritano, del Cromwell nella storia politica occidentale.

[12] Cfr. N. Baheli,“In Iran è scontro tra Ahmadinejad e Khamenei”, in “Limes” 2010.
Vedi sulla vicenda quanto dichiarò Ahmadinejad il 29 settembre del 2010 al Museo nazionale di Tehran:
“A proposito del Cilindro di Ciro lasciate che vi racconti la storia: 2500 anni fa c’era dittatura in Iraq che imprigionava la gente, la mutilava, la torturava….La religione di questa gente è quella divina di Mosè. I discepoli di questa fede erano una minoranza e questa minoranza fu incarcerata dalla dittatura apostata. Erano sul punto di esser sterminati. Arrivo il nostro Re e rimpiazzò questa dittatura con un regime giusto. Il suo nome era Ciro. Lui era Persiano. Il popolo Oppresso di Babilonia richiedeva il suo aiuto. Gli dissero: predichi la Buona Religione e la Giustizia: vieni ad aiutarci allora. Il dittatore non si fa pregare. Interviene. Ciro ha liberato Babilonia, ha liberato la gente oppressa….Non ha torto un capello a nessuno, non ha fatto violenza. Che differenza con i liberatori inglesi! Che differenza con i satrapi delle democrazie occidentali europee! Noi Persiani, discendenti di Ciro, il Re dei Re, promulgammo allora la Dichiarazione dei veri Diritti Umani, non i diritti atei e nichilisti del falso uomo dell’Occidente odierno! Il Cilindro di Ciro è un incoraggiamento a lottare contro la Tenebra, l’Oppressione, il Nichilismo”.

[13] L’Onda Verde fu un movimento riformista di ispirazione effettivamente liberal-borghese, materialista ed occidentalista, ispirato dal partito “cinese” di Rafsanjani; Cfr. N. Baheli, “Rafsanjani ha perso il posto”, in “Limes” 2011; “Alef” 23 aprile 2010.

[14] S. Shaidsaless, The rise of nationalist fervour in Iran, in “Middle East Eye”, 7/2016.

[15] Al riguardo, si consulti anche S. Beltrame, Mossadeq, Rubbettino 2009, pp. 149-175)

[16] Un teocraticismo che con una forzatura storica, può essere accostato a quello del Cromwell

[17] https://www.youtube.com/watch?v=0AYHG8G3Dzw

[18]Vedi il discorso ufficiale del febbraio 2011http://tv.liberoquotidiano.it/video/libero-tv-copertina/1545134/ahmadinejad-contro-gheddafi.html

[19]  Vedi il discorso solenne di Ahamadinejad alla riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, svoltasi in Egitto nel febbraio 2013.
http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/syria/9856045/Irans-Mahmoud-Ahmadinejad-urges-Syria-to-negotiate-with-opposition.html

[20] https://www.nytimes.com/2017/10/18/world/middleeast/iraq-kurds-kirkuk-iran.html

[21] “Iran e Israele sfruttano insieme l’oleodotto Eilat Ashkelon” 3.01.2018, in http://www.voltairenet.org/article199270.html

[22] https://www.youtube.com/watch?v=RKaBayz0r2I

http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4202:la-linea-ahmadinejad&catid=165:lislam-e-noi&Itemid=174