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martedì 20 agosto 2019

Il mito del "bolscevismo ebraico", di Cristiano Alves

lenin propaganda[Por Cristiano Alves, Il mito del “Bolscevismo Ebraico”, Apaginavermelha.blogspot.com – Marxismo-leninismo.forumfree.it, 6 luglio 2013 – 6 agosto 2019, traduzione e pubblicazione a cura di Sojuz Koba 1961. Si ringrazia Pietro Carreo per la segnalazione fatta sul gruppo facebook Intellettuale Collettivo]

È un luogo comune nelle idee di estrema destra, specialmente nel credo fascista, la convinzione che «il Bolscevismo faceva parte di una cospirazione Ebraico-satano-sionista» e che «la rivoluzione russa fu finanziata dagli Ebrei». Questa assurdità propagandistica, originata dai tempi dello zar Nicola II, è sempre stata un appello all'antisemitismo, un flagello che ha perseguitato a lungo il popolo russo, strumentale all'ideologia zarista. Questo articolo dimostra la falsità di tale teoria.

È un fatto che, in qualunque Paese, le minoranze oppresse tendano a vedere nelle idee comuniste uno strumento per la propria liberazione nazionale e coloniale, dunque molti Ebrei russi si rivolsero al Bolscevismo, così come pure i curdi, i neri d'America e i turchi abbracciarono le idee comuniste. Tuttavia, secondo Alle radici della socialdemocrazia russa di David Lane, nel 1907, al Congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, di 105 delegati, il 78% erano russi, l'11% erano Ebrei, il 5% erano transcaucasici (ovvero armeni, azeri e georgiani), il 3% erano baltici e l'1% erano ucraini. Gli Ebrei erano molto ben rappresentati, ma nulla di eccezionale dal momento che i russi costituivano il 50% della popolazione dell'Impero Russo, essendo quindi rappresentati in modo sproporzionato.

Secondo Lane, «le differenze principali e più significative tra le due fazioni stanno nel loro contesto nazionale. I bolscevichi erano molto più omogenei, avevano una piccola minoranza di membri Ebrei, ma erano prevalentemente russi» (p. 51). Nel periodo 1917-1932, 78 persone si unirono al Comitato Centrale del Partito, di costoro, 38 erano russi, 13 erano Ebrei, 8 erano ucraini, 8 erano baltici, 5 erano transcaucasici. Costoro erano:

A.S Bubnov, N.I Bukharin, F.E Dzerzhinski, E.M Iaroslavski, M.I Kalinin, L.B Kamenev, A.S Kiselev, V.I Lenin, V.P Miliutin, G.I Petrovski, K.B Radek, Kh.G Rakovski, A.I Rykov, F.A Sergeev, A.G Shliapnikov, V.V Schmidt, I.T Smilga, I.N Smirnov, G.IA Sokolnikov, I.V Stalin, M.P Tomski, L.D Trotsky, G.E Zinoviev, S.G Shaumian, P.A Dzhaparidze, Ia.M Sverdlov, M.S Uritski, A.G Beloborodov, Ia.A Berzin, K.Kh Danishevski, G.E Evdokimov, V.N Iakovleva, A.A Ioffe, V.S Kapsukas, A.M Kollontai, N.N Krestinski, M.M Lashevich, G.I Lomov, M.K Muranov, V.P Nogin, E.A Preobrazhenski, L.P Serebriakov, N.A Skrypnik, E.D Stasova, P.I Stuchka, M.F Vladimirski, A.A Andreev, A.E Badaev, V.Ia Chubar, M.V Frunze, S.I Gusev, S.M Kirov, N.P Komarov, I.I Korotkov, T.S Krivov, V.V Kuibyshev, I.I Kutuzov, D.Z Lebed, I.I Lepse, S.S Lobov, D.Z Manuilski, V.M Mikhailov, A.I Mikoian, V.M Molotov, G.K Ordzhonikidze, V.V Osinski, G.L Piatakov, I.A Piatnitski, A.R Rakhimbaev, Ia.E Rudzutak, G.I Safarov, T.V Saporonov, D.E Sulimov, I.Ia Tuntul, N.A Uglanov, K.E Voroshilov, P.A Zalutski, I.A Zelenski.

Fra questi, gli Ebrei erano: Iaroslavski, Kamenev (Rosenfeld), Radek (Sobelson), Sokolnikov (Brilliant), Trotsky (Bronstein), Zinoviev (Apfelbaum), Sverdlov (Yankel), Uritski, Ioffe, Lashevich, Gusev, Piatnitski, Zelenski. Nel 1925, il Comitato Centrale contava 58 russi, 12 Ebrei, 7 transcaucasici, 5 baltici, 5 ucraini e 10 di altre nazionalità. Sebbene gli Ebrei costituissero il 2% della popolazione, nel 1922 erano il 17% del Comitato Centrale. Allo stesso modo, i baltici costituivano lo 0,7 per cento della popolazione dell'Impero, ma erano il 10 per cento del Comitato Centrale (incluso il bielorusso Felix Dzerjinsky, patrono del KGB). Nel 1925, nel Comitato Centrale c'erano anche 2 tedeschi, Vassili Schmidt ed Emanuil Kviring. Nel 1934, dei 139 membri del Comitato Centrale, 72 erano russi e 23 erano Ebrei. Nonostante l'aumento degli Ebrei, la maggioranza dei membri continuò ad essere russa. Nel 1939, su 139 membri, c'erano 11 Ebrei, mentre il 70% dei membri erano russi e il 21% ucraini. Nel 1952, c'erano 3 Ebrei su i 236 membri, e gli Ebrei cessarono quindi di essere una forza politica influente. Tra il 1956 e il 1981, su 948 membri del Comitato Centrale, 6 erano Ebrei. Per fare un confronto, nello stesso periodo il Politburo aveva 1 finlandese, Otto Kuusinen, nonostante il basso numero di finlandesi residenti nell'Unione Sovietica.

Per un confronto con i menscevichi, un gruppo composto da anticomunisti, monarchici e interventisti stranieri durante la Guerra Civile, David Lane, autore de Alle radici della socialdemocrazia russa, fornisce i seguenti dati:

Bolscevichi: 82 russi, 12 Ebrei, 3 georgiani, 2 armeni, 1 polacco, 1 lettone, 1 ucraino, 1 estone, 1 finlandese, 1 tartaro.

Menscevichi: 33 russi, 28 georgiani, 22 Ebrei, 6 ucraini, 2 polacchi, 1 tedesco, 1 estone, 1 armeno, 1 greco, 1 osseto.

A onor del vero, bisogna ammettere, comunque, che vi furono alcuni settori in cui gli Ebrei esercitavano una forte influenza, posizioni nelle quali detenevano un grande potere come il Commissariato per gli Affari Esteri e il Commissariato per l'Esercito e la Marina (entrambi occupati da Trotsky). Nei principali commissariati militari non c'erano russi, ma c'erano 8 lettoni, 1 tedesco e 34 Ebrei. Comunque, a parte ciò, è evidente, come documentato dai fatti, che l'idea del «Bolscevismo Ebraico» è un mito zarista, antisemita e nazista.

Fonti:

- Lane, David. Roots of Russian Social Democracy
- Mawdsley, Evan & white, Stephen. The Soviet Elite from Lenin to Gorbachev
- Fórum “Revleft”. http://www.revleft.com/vb/russian-revoluti...1876/index.html

venerdì 17 maggio 2019

Introduzione al Manifesto del Partito Comunista

Stefano Garroni * | Marx Engels, Manifesto del Partito Comunista, Edizioni Laboratorio politico

1994

Com'è ben noto Il Manifesto fu scritto da Marx ed Engels su commissione della Lega dei comunisti, organizzazione londinese, che però raccoglieva anche lavoratori di altri paesi e che aveva una consistente rete di rapporti internazionali.

Lo scopo dell'opuscolo - perché di questo si trattava - era di propagandare un unitario orientamento politico, che fosse, nello stesso tempo, capace di rinserrare le file dei più decisi e combattivi rivoluzionari europei, come anche di fornire a quell'orientamento uno spessore storico e teorico. Insomma, si trattava anche - e forse fondamentalmente - di organizzare un effettivo argine contro il dilagare, nel movimento rivoluzionario, di orientamenti utopistici, spesso costruiti su ispirazioni di tipo francamente religioso e, generalmente, tanto roboanti sul piano verbale, quanto inconcludenti su quello effettivamente pratico e politico.

Ricordiamo che tutta la vicenda si ambienta nel 1848, in un'epoca, dunque, ricca di fermenti rivoluzionari, ma pure caratterizzata ancora dal fatto che il movimento proletario e persino gli ambienti rivoluzionari più solidi, mancano di una propria autonomia teorica, non sanno discriminare adeguatamente tra le critiche alla società presente che esprimono i rimpianti delle classi tramontate; e quelle, invece, che rappresentano un nuovo punto di vista, legato al moderno proletariato di fabbrica.

È un'epoca, dunque, di incertezze teoriche, che si esprimono sia in oscillazioni politiche, sia nella proclamazioni di tesi francamente utopistiche e spesso "colorate" - lo ripeto - in senso religioso e sentimentale.

La battaglia per dare al movimento rivoluzionario un orientamento teorico diverso, che fosse fondato dal punto di vista critico-scientifico, già aveva visto nettamente impegnati sia Marx che Engels: l'incarico, dunque, ottenuto dalla Lega dei comunisti era anche una loro personale vittoria. Tuttavia, il compito assegnato era sempre - e solo - quello di scrivere un opuscolo agitatorio. Ricordare ciò può sembrare bizzarro, quasi si insistesse su un'ovvietà.

Senonchè, capita che Il Manifesto abbia conosciuto un'enorme "fortuna" sia in quanto a numero di lettori (si è perfino scritto che solo la Bibbia ne abbia avuto di maggiori), sia in quanto a letteratura critica, cioè, a scritti, che avevano Il Manifesto come oggetto. Ed è qui che - per così dire - cominciano i guai.

Schematicamente, infatti, si può notare che la letteratura critica sul Manifesto (fatte le dovute eccezioni) è di due tipi: o esprime la preoccupazione di dimostrarne la non attualità - per rendere, così, accettabile la proposta al movimento operaio di un orientamento riformistico e socialdemocratico; oppure, esprime una preoccupazione opposta - di dimostrare la piena attualità del testo, allo scopo di consolidare un orientamento comunistico.

Il fatto è, però, che questo secondo tipo di letteratura critica è stato continuato anche quando le organizzazioni comuniste si andavano effettivamente orientando, sul piano politico, secondo prospettive che, ormai, non avevano quasi più nulla in comune con quelle enunciate da Marx ed Engels perché non tanto indirizzate verso lo Stato socialista, quanto più modestamente verso lo Stato sociale.

È capitato, dunque, che i due tipi di letteratura finissero, come si dice, col darsi la mano: complementari, infatti, sono (per certi aspetti) i ruoli di chi nega l'attualità del Manifesto e di chi l'afferma, invece, ma in modo tale da ridurre il testo a verità già data, indiscutibile: dunque, morta.

D'altronde è significativo che il terreno comune ai due tipi di letteratura critica (con pochissime eccezioni) sia stato quello della secca alternativa fra attualità-non attualità del testo: ora, come si può onestamente porre una tale rigida questione, quando si ha a che fare con un opuscolo agitatorio, scritto per altro da due giovani autori?

La secchezza dell'alternativa una sola cosa, in realtà, dimostra: che i critici dell'uno o dell'altro tipo, tutti, prescindono proprio dal testo, cioè da una riflessione che tenga conto del genere letterario a cui esso appartiene, degli scopi che si propone e del posto che occupa sul serio all'interno di un processo - ancora assai lungo - di costruzione della teoria marxista. È solo fatte tutte queste mediazioni, che ha senso interrogarsi, poi, sull'attualità del Manifesto (a patto, ben inteso, che per un testo sia rilevante e positivo essere attuale, quasi non fosse vero che, a volte, pregio di uno scritto è, invece, proprio la sua in-attualità).

È probabile, ad esempio, che un lettore odierno del Manifesto resti in primo luogo colpito non tanto dalla sua attualità o inattualità, quanto piuttosto dalle sue ambiguità (è chiaro che qui sto parlando di un lettore, il quale voglia capire le pagine che ha di fronte, e non usarle strumentalmente per confermarsi in convinzioni ad esse presupposte).

Se vogliamo, della primissima tra queste ambiguità già abbiamo accennato: all'interno di un periodo di forti tensioni rivoluzionarie, Marx ed Engels si impegnano, con la profondità e la decisione loro proprie, per liberare il movimento operaio da ideologie utopistiche, a sfondo religioso, equivoche negli esiti politici e, in generale, destituite di dignità teorica.

Ebbene, come possiamo non avvertire la consonanza profonda tra quell'impegno di Marx ed Engels e quello che dovrebbe essere, oggi, l'impegno dei comunisti e marxisti?

Però - e qui c'è l'elemento differenziante con la nostra situazione attuale - Marx ed Engels operano in un periodo di forte vivacità politica, che si esprime, anche, in una diffusa richiesta di cultura, di teoria, di acquisizione - insomma - degli strumenti critici per capire ed operare. Se a questo punto tornassimo alla situazione, in cui i comunisti e marxisti si trovano oggi ad operare, dovremmo registrare una profonda diversità di clima - non solo politico, ma propriamente ideologico e culturale: a questo punto risulterebbe retorico sottolineare l'attualità dell'impegno di Marx ed Engels - nel senso che l'autentica questione odierna è come riuscire a risvegliare un impegno critico e razionale, in un movimento operaio (o, forse, è più adeguato dire di "sinistra"), che teorizza perfino la rinunzia al rigore della critica razionale. C'è da chiedersi: "è la ristampa del Manifesto un ausilio a questo nostro impegno d'oggi?".

La risposta non può essere univoca. Ed una condizione perché sia, invece, positiva, è che il lettore affronti le pagine del Manifesto come quelle di un'opera, che in realtà testimonia di una ricerca, di una tensione.

Che, certo, è giunta ad alcuni risultati importanti, la cui presenza, tuttavia, è ancora problematica, instabile, non coerente. Facciamo alcuni esempi, che serviranno a chiarire in che senso parlo di ambiguità del testo.

In una delle pagine più belle del primo capitolo (Borghesi e proletari), Marx ed Engels disegnano - a tratti essenziali - il processo di costituzione della borghesia come classe e del suo imporsi come classe dirigente.

Bisogna leggere con attenzione quella pagina perché il suo ritmo e struttura entrano nettamente in contrasto con una versione scolastica, che il marxismo è andato successivamente assumendo e che per molti, ancora, è la quintessenza del materialismo dialettico.

Pur nella rapidità dell'esposizione, la pagina è costruita nel senso di suggerire l'intrecciarsi di fattori scientifici, politici e militari, economici e sociali, i quali - singolarmente presi - non basterebbero a motivare lo sconvolgimento profondo, che dal modo di produzione feudale condurrà al moderno capitalismo.

Riescono, invece, a motivarlo - quello sconvolgimento - in quanto, in un'epoca determinata, son riusciti ad intrecciarsi l'un con l'altro, ad interagire, a combinarsi in un certo modo.

Come si vede, ciò che conta - nell'analisi di Marx ed Engels - non è in sé la presenza di questo o quel fattore (e neppure di questo e quel fattore); ma sì la circostanza dell'intreccio tra l'insieme di quei fattoriche, costituendosi, inserisce nella situazione storica una novità rilevante: una necessità (un "destino", per dirla con Hegel), che d'ora in avanti spingerà verso (questo è il senso del bestimmen dialettico e marxiano, solitamente tradotto, invece, col più forte "determinare") l'imporsi dell'ordinamento capitalistico.

Dunque, ciò che guida Marx ed Engels non è - in nessun senso - una visione della storia "a disegno", nulla obbliga - questo voglio dire - la storia a procedere in un certo verso, in una certa direzione; neppure innovazioni che avvengano sul piano economico e tecnologico. Ciò che conta è, invece, l'intrecciarsi in un tempo dato di una varietà di fattori.

È solo una volta costituitosi questo intreccio, che il corso della storia risulterà sollecitato da una interna "pulsione" (o logica), che finirà coll'imporsi sulla stessa volontà dei singoli e dei gruppi.

Le conseguenze teoriche dell'impostazione che sta al fondo della pagina marx-engelsiana, sono di grosso rilievo e noi possiamo, qui, semplicemente accennarle.

Osserviamo in primo luogo che - data la centralità che ha il momento dell'intreccio, dell'interazione dei diversi fattori - nessuna categoria marxista può essere rigidamente collocata - in alternativa - nell'economico o nel politico, nel culturale o nel sociologico.

Ben al contrario, ogni categoria (prendiamo, ad esempio, quella di "classe") giace, contemporaneamente, su ognuno di questi piani, ed è proprio dal modo in cui si pone nell'interconnessione loro, che la categoria in questione assume la sua specificità storica.

Ma dire "specificità" significa anche dire variabilità storica: si comprende, dunque, perché il marxista è sempre chiamato alla ricerca e non possa mai disporre di verità già acquisite.

L'approccio dialettico di Marx ed Engels è, dunque, intimamente legato al senso della differenza e non può tradursi se non in una continua indagine critica dell'esistente.

Abbiamo visto, però, che questa plasticità, quest'essenziale anti-dogmatismo, son resi possibili dal senso, che Marx ed Engels hanno, dell'epoca storica come "intreccio" che -  dandosi - imprime agli eventi una spinta verso certi esiti e non altri.

Se rapportassimo questa impostazione al dibattito storico e sociologico del nostro tempo, vedremo in Marx ed Engels la risposta ad una difficoltà, che attraversa la ricerca a noi contemporanea.

Voglio dire che Marx ed Engels, per un verso, si contrappongono a quelle concezioni che ipostatizzano enti collettivi - ad esempio, la "società" -, attribuendo loro qualità e comportamenti caratteristici e vincolanti (atteggiamento, questo, che oggi vien detto olistico); ma per un altro, si rendono conto che lo svolgimento storico non può essere ridotto alla somma o al prodotto di comportamenti, scelte e decisioni individuali (nella ricerca storica e sociologica odierna, questo orientamento è detto individualismo metodologico ed epistemologico). Per chiarir meglio, andiamo ad un'altra pagina del Manifesto.

 Cosa significa esser capitalista, si chiedono Marx ed Engels: non certo occupare una posizione personale nell'ambito produttivo, ma di inserirsi in un certo modo all'interno di una rete collettiva di relazioni.

 Appunto, ciò che consente a Marx ed Engels di superare un approccio "individualistico" - nel senso che chiarivo prima - non è un ragionare sulla "storia" o sulla "società" come se fossero delle entità dotate di propri comportamenti, leggi e norme che si  sovrappongano, poi, a comportamenti, leggi e norme degli individui (l'orientamento "olistico", di cui sopra dicevo). Sì invece, il risolvere la storia e la società in una rete di interconnessioni, che va costituendosi mediante la combinazione di scelte, di decisioni, di circostanze, di condizioni oggettive, ma anche casuali: insomma, una concezione della storia come insieme di relazioni dinamiche, che - dandosi certe circostanze - sollecitano gli eventi verso certe situazioni e non  altre.

Si vede, dunque, che l'argomento dialettico marx-engelsiano coniuga caso e necessità, regola e differenza, ragione ed empirico, ed a questo riesce, perché al suo centro sta la nozione di "totalità", in quanto rete di connessioni dinamiche, che - dandosene le condizioni - si costruisce. Notiamo rapidamente che, giusta questa impostazione, Marx ed Engels possono - in un certo senso - "togliere" quella separazione tra piano dell'accertamento obiettivo e piano del dover essere morale, su cui, invece, è ancora bloccata gran parte della riflessione storico-sociale contemporanea.

Anche critici del marxismo hanno sottolineato il grande valore teorico - e la grande attualità - di questa impostazione marx-engelsiana; senonché  va osservato che, in alcune pagine del Manifesto è proprio questa impostazione che si perde, o almeno si sfuma, vien lasciata cadere.

Mi riferisco alle parti, in cui al centro dell'analisi è il rapporto tra borghesia e proletariato, dal punto di vista della maturazione politica del proletariato stesso: il limite del disegno che ne risulta sta nella sua linearità.

In altri termini, da un lato, la borghesia è costretta a chiamare all'impegno politico il proletariato per combattere gli strati sociali che le si oppongono, dall'altro, le condizioni di vita e di lavoro in cui si trovano costringono i proletari ad organizzarsi, a livelli crescenti, contro il singolo padrone e, a mano a mano, contro i padroni in generale. Di qui, una maturazione politica proletaria ed il crescere progressivo di una nuova coscienza di classe che, giunta ad un certo livello, farà tesoro delle lezioni politiche ricevute dalla stessa borghesia, per rovesciargliele contro.

Dicevo che il limite di questo disegno sta nella sua linearità; se infatti avessero conservato quel senso forte - su cui ci siamo soffermati - dell'intreccio, dell'interconnessione, Marx ed Engels avrebbero potuto evitare l'immagine di due mondi - quello borghese e quello proletario -, che entrano certo in relazione (pure conflittuale) ma, sempre - per così dire - dall'esterno: tanto che l'uno può fungere da maestro dell'altro e quest'ultimo - restando sempre se stesso, ma crescendo - può, come qualunque bravo studente, liberarsi ad un certo punto (ma quando, esattamente?) del proprio maestro.

È troppo ovvio che non c'è necessità di riferirci alla nostra esperienza, ma che basta leggere opere successive di Marx ed Engels, per comprendere il limite dell'analogia maestro-allievo, quando il problema sia pensare le relazioni tra borghesia e proletariato dal punto di vista della formazione politica e culturale.

In altre parole, non è solo vero che la borghesia educa (nel senso che sappiamo) il proletariato, ma anche lo corrompe, o, detta, in altri termini, se è vero - com'è vero e come leggiamo nel Manifesto - che la borghesia costruisce un mondo sociale e politico a propria immagine, allora è vero, anche, che costruisce un proletariato a propria immagine e che il processo di costruzione di un'autonoma coscienza di classe implica, pure, un impegno da parte proletaria a liberarsi da un'immagine di sé, costruita, appunto, dalla stessa borghesia.

È probabile che la "caduta" in una prospettiva evoluzionistica più che dialettica, che ci sembra qui di registrare in Marx ed Engels, non abbia una sola motivazione: per un lato, ad esempio, va considerato il clima politico del '48 - che con la sua effervescenza poteva indurre ad ottimismi non sempre giustificati -; ma, per un altro, non va trascurata anche l'ovvia considerazione che la maturazione dialettica del pensiero di Marx ed Engels non avviene tutta d'un colpo. Teniamo presente, comunque, che quando i marxisti ottocenteschi leggevano Marx in una prospettiva positivistico-evoluzionistica non erano, solo, influenzati dall'imperante "darwinismo sociale", ma potevano anche trovare appigli, per la loro interpretazione, nelle stesse pagine di Marx ed Engels.

Resta vero, comunque, che è sufficiente non limitarsi alla lettura del Manifesto per sapere che Marx ed Engels acquisteranno fino in fondo la consapevolezza della complessità del rapporto           - sotto il profili che qui ci interessa - tra borghesia e proletariato. Più utile è, invece, che siamo noi oggi ad acquistarla quella consapevolezza.

Perché specifico della situazione, in cui attualmente ci troviamo, è che troppo spesso organizzazioni politiche e culturali della "sinistra" siano oggi proprio loro i tramiti della diffusione tra i lavoratori di quell'immagine di sé, che risulta in realtà funzionale agli attuali modi dell'organizzazione capitalistica. E questo capita, perché la "sinistra" ha l'ingenuità di scambiare quell'immagine - e la cultura da cui proviene - come l'espressione più compiuta della modernità o, forse, come alcuni preferirebbero, della postmodernità. Ma qui ci è utile tornare al Manifesto.

Tra le sue pagine più belle ci sono quelle dedicate all'effetto sulle istituzioni feudali dei loro "veli": nel senso che le relazioni, che intercorrono tra i membri della società feudale, hanno immediatamente vari sensi.

Sono, certo, relazioni economiche, ma anche - subito - politiche, morali, religiose; si potrebbe dire che, entro il quadro del feudalesimo, l'esperienza che si fa della socialità - in tutti i suoi aspetti e dimensioni - è immediata, è esplicitamente inscritta nell'orizzonte stesso della quotidianità.

In questo contesto, l'intervento della borghesia è caratterizzabile come riduzionismo:  nel senso che essa opera una sorta di denudamento di quelle istituzioni, facendone cadere tutti i lati, che si accompagnano ed intrecciano con la dimensione economica.

Per così dire, scopo della borghesia è, appunto, far emergere questa sola dimensione, spogliare di "sacralità" l'esperienza sociale e ridurla, appunto, al mero calcolo economico, al nudo interesse.

È così che cadono i "pregiudizi" feudali, è così che si rompono le barriere - anche culturali - dei piccoli gruppi e comunità; è così che l'uomo vien proiettato in uno scenario assai più ampio, tendenzialmente identificato col mondo intero.

Senonchè, la borghesia ottiene questo risultato, non solo "spogliando" - nel senso che sappiamo le istituzioni feudali, ma anche appiattendo tutto l'orizzonte della socialità nell'unica prospettiva (utilitaristica) del nudo interesse.

A questo punto, la riduzione che la borghesia opera si rivela improntata al più puro cinismo: perché tutto riduce utilitaristicamente, e perché spaccia questa riduzione per qualcosa di diverso da quello che è.

Se di fatto è espressione del suo interesse, del suo orizzonte culturale e politico, la borghesia però mistifica quella riduzione utilitaristica ad espressione della ragione stessa, della stessa natura umana: son così preparate le condizioni perché questa forma specifica di coscienza, questo determinato orizzonte culturale possa espandersi su tutto l'universo sociale.

Insomma, non basta dire - come pure si è fatto - che Marx ed Engels in queste pagine descrivono il ruolo progressista ed innovatore della borghesia: perché il denudamento che quest'ultima opera delle istituzioni feudali ha, però, certi caratteri storici determinati, che si riassumono in un cinico riduzionismo utilitaristico, spacciato per compiuta espressione della ragione e della natura autenticamente umane. Ed è sulla base di questo cinico riduzionismo, che la borghesia tende a plasmare la società intera, anche quelle componenti che al dominio borghese son soggette.

I perni di questa ideologia sono, per un verso, l'enfatizzazione del "nudo interesse" - che ha nello spiritualismo religioso il suo complemento, come Marx ha già scritto pochi anni prima - e, per l'altro, la riduzione di tutte le dimensioni della società umana ad una prospettiva pragmatica ed utilitaristica.

Ecco, forse, uno dei luoghi di maggiore attualità del Manifesto: l'individuazione delle strutture di fondo della coscienza, che la borghesia tende ad espandere su tutto l'universo sociale.

Ed ecco, forse, uno stimolo per noi ad analizzare puntualmente in quali modi e forme quella coscienza, oggi, si esprima e, così, riconoscerla. Per combatterla, ovviamente.

Note:

*) Testo messo a disposizione dal Collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni", facebook.com

E' possibile ascoltare le registrazioni audio degli incontri in collaborazione con Stefano Garroni andando su questo canale di Youtube

https://www.resistenze.org/sito/ma/di/fo/mdfoje10-021545.htm

mercoledì 6 marzo 2019

Entrevista a Fidel Castro sobre Stalin

La entrevista es en 1992.
Risultati immagini per Fidel Castro Tomas Borge


Tomas Borge: Para la mayoría de los dirigentes revolucionarios de América Latina, la crisis actual del socialismo tiene un autor intelectual: José Stalin. ¿Qué opina usted?




Fidel Castro: No se puede afirmar eso así, no me atrevería a afirmarlo de esa forma.
Creo que Stalín cometió errores muy grandes, pero también tuvo aciertos grandes. Creo que Stalín tuvo un papel importante en la Revolución de Octubre y en la guerra contra la intervención extranjera después de la revolución, eso es conocido históricamente. Stalín desempeño un papel importante en la industrialización de la Unión Soviética, y en la gran guerra patria y la reconstrucción del país. Esos son hechos objetivos.




T.B. Algunos dicen que la Unión Soviética gano la guerra a pesar de Stalin…



F.C. Tomas, yo tenia opiniones criticas desde hace muchos años sobre Stalín en muchos terrenos, por eso creo que me siento con cierta autoridad para tratar de ser objetivo en todo esto. A mi me parece que equivale a un simplismo histórico atribuirle a Stalin la culpa de los fenómenos que han pasado en la Unión Soviética, porque ningún hombre podía, unipersonalmente, crear determinadas condiciones.
Es como atribuirle a Stalín los meritos de lo que fue la URSS, ¡imposible! Creo que fue el esfuerzo de millones y millones de gente heroica lo que hizo posible que la URSS surgiera, que la URSS se desarrollara, que la URSS fuera una realidad y representara un importantísimo papel en el mundo a favor de cientos de millones de personas.
Creo que el merito principal de la Revolución de Octubre, desde luego, si nos ponemos a pensar en personalidades, lo tuvo Lenin; un merito extraordinario, singular, relevante y muy por encima de todos los demás dirigentes.
Habría que tomar en cuenta, en primer lugar, que la Unión Soviética tiene la desgracia de que Lenin muera relativamente joven; habría hecho falta que Lenin viviera 10, 15, 20 años mas.
Los hemos estudiado a Lenin, todos los que conocemos su pensamiento, su enorme talento, nos damos cuenta de que Lenin habría sido capaz de rectificar muchas revolucionarios soviético después de su muerte, ¿te das cuenta? Así que la ausencia de Lenin, el vació que significo en el orden teórico, en el orden intelectual, en la construcción del socialismo en la Unión Soviética, es un factor que tiene mucha importancia en las cosas que ocurrieron después.
Ahora, te decía que he sido critico de Stalín en muchas cosas; primero, he sido critico de las violaciones de la legalidad que cometió Stalin.
Creo que Stalin cometió enormes abusos de poder, esa es otra convicción que yo siempre he tenido.
Creo que Stalín-debo hablar así, a grandes rasgos, sobre los errores mas grandes cometidos, a mi juicio, por Stalin-, en la política agrícola, durante mucho tiempo confió en los minifundios y en la forma de propiedad privada; es decir, no desarrollo un proceso progresivo de socializacion de la tierra. Durante un numero de años se mantuvo una situación: toda la producción de alimentos dependía de las parcelas individuales, hasta que en unmomento dado esas parcelas habían dado de sí todo lo que podían dar y se estancó totalmente la producción de alimentos. Pienso que el proceso de socialización de la tierra debió haberse iniciado antes y debió desarrollarse progresivamente. Me parece que fue muy costoso, en el orden económico y en el orden humano, el intento de socialización de la tierra en un brevísimo período histórico y mediante la violencia. Ese fue un gran error cometido durante la dirección de Stalin.
Sobre eso te puedo hablar de nuestra propia experiencia; más que con argumentos, podemos razonar con los hechos. Primero, nósotros no hicimos el tipo de reforma agraria que hicieron los soviéticos, ni hicimos el tipo de reforma agraria que hicieron los países socialistas. Nosotros les dimos la propiedad de la tierra a todos los aparceros, colonos, precaristas, a todo el que tenía posesión de la tierra, pero los grandes latifundios no los dividimos, no los fragmentamos; si hubiéramos hecho eso habríamos dest ruido la industria azucarera de nuestro país, habría sido terrible, habría casi desaparecido esa industria; habríamos destruido las posibilidades de poder alimentar a la poblacion, creando cientos de miles de nuevos minifundios en nuestro país.
No hicimos eso nunca, sino preservamos aquellas unidades. — Claro, es muy fácil juzgar en condiciones diferentes. tal vez los sovíéticos no tuvieron otra alternativa que dividirlo todo; si se toma en cuenta el momento en que la pobreza en que estaban, la falta de recursos, el bloqueo y todos los problemas que estaban sufriendo, no les quedaba más remedio que hacer ese tipo de reforma agraria. Admito que la necesidad los hubiera obligado a eso, lo que no creo es que nada los obligaba a haber llevado a cabo después un proceso acelerado de colectivización forzosa, ¿comprendes?
Te decía que nosotros no dividimos, no parcelamos, les dimos la propiedad a todas aquellas personas que ya estaban en posesión de pedazos de tierra, pero creamos una propiedad estatal que constituyó la base para la producción en gran escala de la agricultura. Fíjate que nuestro país es uno de los países que exporta más alimento percápita en el mundo; ningún país del mundo exporta tanto alimento percápita como Cuba con tan poca superficie de tierra. Fíjate que exportamos alimento para 40 millones de personas cada año; hemos estado exportando alimento, en los últimos 15 años de la Revolución, para 40 millones de personas aproximadamente; a pesar de que nuestra población crece, a pesar de que disponemos de menos superficie porque se han ido haciendo instalaciones de todo tipo, tenemos una exportación percápita altísima de alimentos.
Si hubiéramos fragmentado la tierra, no habríamos podido hacerlo. Esa es una cosa que se ignora: ¿cuánto alimento percápita exporta Cuba? Nosotros, por cada ciudadano, hemos estado exportando alimento para cuatro ciudadanos en el mundo, precisamente porque no hicimos ese tipo de re forma agraria, tuvimos suficiente luz para ver eso.
Segundo, les dimos la propiedad a aquellos campesinos que ya poseían tierras aunque sin títulos de propiedad. Siempre hemos comprendido que las pequeñas parcelas de tierra tienen Posibilidades limitadas de producción de tierra; pero nunca hemos llevado a cabo ningún tipo de cooperativizacion forzosa.
El proceso de cooperativizacion entre los pequeños agricultores —que han realizado un papel en la producción agrícola de Cuba y tienen un determinado porcentaje de tierra— lo hicimos progresivamente, poco a poco, y en diez años o más habíamos logrado que unieran sus tierras alrededor del 50 por ciento de los pequeños propietarios. El otro 50 por ciento todavía existe, y lo hemos respetado, trabajamos con ellos y llevamos a cabo nuestro programa alimentario en coordinación con ellos, cualesquiera que sean las limitaciones técnicas de una pequeña parcela, porque tú no puedes utilizar en ella un equipo de regadío de pivote central que riegue 100 hectáreas, es imposible; no puedes utilizar el avión, ni la combinada de caña, ni las técnicas más moderna y de más elevada productividad. Sin embargo, nunca se nos ha ocurrido socializar por la fuerza a ese 50 por Ciento de propietarios independientes que quedaron después que se desarrollaron las cooperativas; les hemos dado garantía y seguridad, y les hemos prometido que si toda la vida quieren estar, estarán toda la vida, y que siempre respetaremos su voluntad. Nosotros llevamos a cabo el proceso de colectivización entre los campesinos independientes que eran propietarios de la tierra, tierra que les habiamos dado nosotros, sobre la base de la más estricta voluntariedad.
Ahora, ya tú te imaginas las consecuencias que tiene que haber tenido para un país que era en su inmensa mayoría campesino, donde se había repartido inicialmente la tierra- tal vez como una necesidad politica y social fundamental, vez porque no podían hacer otra cosa en ese momento-, el proceso de colectivización forzosa. Ese es, a mi juicio, de los grandes errores de Stalín




T.B. Y Volviendo al tema de la Conducción militar durante la Segunda Guerra, ¿ cuál es su valoración del papel de Stalin?




F.C. Creo que la política de Stalin en vísperas de la guerra fue una política totalmente errónea. Se pueden explicar perfectamente las motivaciones de Stalin en su política internacional Creo que es un hecho históricamente comprobado que quería organizar una coalición contra Hitler.
¿Por qué? Existen documentos, existen pruebas de todas clases, y es un hecho claro, evidente, que las potencias occidentales, los países capitalistas querían echar a pelear a Hitler contra la URSS; es un hecho clarísimo, evidente, probado en la historia, que Hitler fue visto Con beneplácito, incluso con simpatías, y que el nazism recibe apoyo de la burguesía en Alemania como instrumen to contra el comunismo Porque aunque Hitler era un fanático racista, y lo demostraba, todas esas cosas se las perdonaban a Hitler porque se presentaba Como un campeón de la lucha contra el comunismo, y todo el mundó vio en Hitler el instrumento para destruir a la Unión Soviética. Cuando empieza la Segunda Guerra Mundial, yo tenía 13 años y ya entonces leía todos los periódicos; desde la Guerra Civil Española yo leía todos los periódicos, todas las noticias internacionales, siempre con una gran avidez.
La Guerra Civil fue en 1936, entonces iba a cumplir 10 años, y recuerdo casi como si acabara de leerlas, muchas de las noticias que llegaban aquí, porque en la finca de mi padre vivían muchos españoles y algunos de ellos no sabían leer ni escribir —allí estaban divididos entre republicanos y franquistas, y había muchos de estos españoles que por instinto eran republicanos—, entonces me pedían que les leyera el periódico. Al cocinero de la casa, entre otros, un gallego de origen campesino, analfabeto, republicano a rabiar —parece que por tradición en la sangre llevaba la rebeldía contra el feudalismo y contra la explotación—, yo le leía las noticias, y recuerdo todas las batallas en Asturias, en Teruel, en el Ebro, y seguía al pie de la letra todo aquello. En los años que precedieron la Segunda Guerra Mundíal leía los periódicos, y durante los años de la guerra leía las noticias todos los días, para no hablarte ya de la cantidad de libros que he leído, tanto de los acontecimientos milifires ocurridos entonces como de los acontecimientospolíticos posteriores a la guerra. Durante 50 años he leído sobre esos hechos y cuando comenzó aquello yo tenía, como te dije, 13 años.
He podido reconstruir en mi mente muchas cosas y hacer análisis politico todo eso, análisis políticos e incluso análisis militares. No se puede negar, en absoluto, el hecho de que las potencias occidentales impulsaron a Hitler, hasta que Hitler se convirtió en un monstruo, en una verdadera amenaza. Tampoco se puede negar la extraordinaria debilidad que tuvieron las potencias occidentales con Hitler y su conducta en los días que precedieron a la anexión de Austria, al famoso Anschluss; primero que todo a la ocupación del Sarre, donde se le tenía prohibido enviar las tropas, y todavía antes la intervención de Hitler y de Mussolini en España.
Fueron los aviones de bombardeo y los pilotos alemanes que destruyeron a Guernica y los que bombardearon a Madrid, los que mataron a cientos de miles de españoles; Fueron los aviones alemanes y los aviones italianos en una clara politica expansionista los que decidieron, entre Otros factores, la guerra. Sin embargo, junto a la República Española no luchó ningún avión inglés, ningún avión francés, ningún avión norteamericano; fueron las brigadas de voluntarios internacionales las que participaron allí. El único país que la ayudó de verdad fue la URSS. No se puede negar históricamente que las armas con que esencialmente luchó la República Española eran armas provenientes de la Unión Soviética, y los aviones con que contó la República los tanques, la artillería eran procedentes de la URSS; lo que tenían los Soviéticos se lo dieron, se lo hicieron llegar allá. ¿Qué otro país hizo eso cuando Hitler y Mussolini desataban una Política expansionista? Y lograron su objetivo por fin, lograron que la República Española desapareciera. ¿Qué hizo Occidente? ¿Qué hicieron las potencias occidentales que eran poderosas en aquel tiempo? En medio de aquellos acontecimientos se produce el rearme alemán. ¿ Qué hizo Occidente por impedir el rearme alemán?
Después vino la ocupación de todas aquellas áreas del territorio de Europa donde no podía introducirse el ejército de Hitler. Más tarde los alemanes se anexionan Austria, se expanden. Después viene Munich y le arrebatan una Parte del territorio a Checoslovaquia, y más adelante, en poco tiempo, Ocupan el resto del país; la influencia y la expansión alemanas avanzan en dirección a Hungría, en dirección a Rumanía, en dirección a Bulgaria, enviando fuerzas a todas las partes.
¿Qué hace Occidente frente a todos esos movimientos? Dejan sola a la URSS, y la URSS se ve muy atemorizada frente a aquella maniobra, veía que Hitler penetraba en el Danubio y en lugares estratégicos y nada, se le toleró todo aquello. Claro, eso estimuló el expansionismo de Hitler y el temor de Stalin, que lo lleva a algo que yo toda mi vida criticaré, porque pienso que fue realmente una violación flagrante de principio: buscar a toda costa la paz con Hitler para ganar tiempo. Nosotros en nuestra larga vida revolucionaria, en la historía ya relativamente larga de la Revolución Cubana, jamas hemos negociado un solo principio para ganar tiempo ni para ninguna ventaja de tipo práctico. Creo que aquello fue un error garrafal. No voy a decir que fuera su exclusiva culpa, creo que toda la politica occidental lo arrastró hacia esa posición; pero él cae en aquel famoso Pacto Molotov-Ribbentrop, cuando ya los alemanes estaban empezando a exigir la entrega del corredor de Dantzig; hicieron una serie de exigencias sobre Polonia y en ese momento se produce el pacto.
Toda mi vida, desde que he tenido conciencia política y conciencia revolucionaria, al analizar esos hechos, me parecio un enorme error cometido por la política exterior sovietica, cometido por Stalin en esos años en vísperas de la guerra.pienso que, ademas, el pacto de no agresión, lejos de dar tiempo, redujo el tiempo, porque en definitiva se desató la guerra. Claro que cuando Hitler ataca a Polonia, Inglaterra y Francia se quedaron sin ninguna otra alternativa, y se desato la guerra.
¿Qué consecuencias trajo la guerra? Todas aquellas acciones militares relámpago de Hitler, la invasión sucesiva de Noruega, posteriormente la ocupación de Bélgica y Holanda, el ataque a Francia, la derrota de Francia e Inglaterra en el territorio continental. Se incrementa el poderío de Hitler en toda Europa; entra oportunistamente Mussolini en la guerra creyendo que era el momento en que se desplomaba Francia, y cada mes que pasaba Hitler era más poderoso, cada mes que pasaba tenía más recursos humanos, más recursos materiales, combustibles, minerales, todo, y se iba haciendo un enemigo mucho más poderoso para la Unión Soviética.
Luego, en ese período también, en esa situación, se va produciendo una competencia entre Stalin y Hitler, viendo que podía producirse la guerra a medida que Hitler avanzaba hacia Oriente, tratando de ganar posiciones, tratando de ganar territorio, tratando de ganar ventajas estratégicas. ¿Qué pienso de todo eso? ¿Tienen algún peso las razones para ciertas acciones soviéticas en aquel tiempo? Si tú dices: Aquí hay una población rusa y la quiero proteger, no debo dejar que vengan los alemanes, voy a ocuparla. Ahí se produce, a mi juicio, otro gran error: en el momento en que está siendo atacada Polonia, envía tropas a ocupar ese territorio que había estado en litigio porque tenía población ucraniana o rusa, no sé.
¿Cuál pienso que habría sido la mejor política? Estoy seguro de que si nosotros nos hubiéramos visto en una si tuación como ésa, habríamos hecho otra cosa. Nosotros, antes de dar la imagen de que estamos atacando por la retaguardia a ese país invadido por Hitler, hubieramos preferido invitar a la población a que cruzara al otro lado de la frontera para protegerse, pero no hubiéramos violado la frontera de ese país y no hubiéramos combatido con ese país cualesquiera que hubieran sido las diferencias ideológicas, un país que está siendo agredido por Hitler. Creo que fue un error garrafal desde el punto de vista de los principios y de la opinión internacional.
Creo que la guerrita contra Finlandia fue otro error garrafal lo he pensado toda mi vida, tanto desde el punto de vista de los principios como desde el punto de vista del derecho internacional; esa es la opinión que he tenido siempre.
Fue cometiendo sucesivos errores que le granjearon la antipatía a la Unión Soviética en grandes sectores de la opinión pública mundial, que pusieron en todo el mundo a los comunistas, que eran muy solidarios y muy amigos de la Unión Soviética, en situaciones sumamente difíciles al tener que defender ante la opinión pública de esos países cada uno de aquellos episodios, porque tuvieron que hacerse una especie de harakiri los comunistas en todo el mundo -eran los años de la internacional- por defender a la URSS. Y yo diría que fue correcto defender a la URSS. No podían abandonar a la URSS cualesquiera que fueran errores, pero se vieron obligados a defender cosas tan impopu1ares y tan antipáticas como el Pacto Molotov-Ribbentrop, la ocupación de una parte del territorio polaco y la guerra de Finlandia. Ya que estamos hablando de este tema, aprovecho y te digo, nunca he abordado estos temas así ningún periodista.
Considero que fueron errores políticos garrafales y errores de principio también, que nosotros jamás habríamos cometido. Creo que la historia de la Revolución Cubana es un argumento que demuestra esto que estoy razonando, porque jamás la Revolución cometió una violación de principio; jamás la Revolución, por ninguna razón ni por ninguna conveniencia nacional, abandonó ninguna causa justa en este mundo, ni abandonó a un solo movimiento revolucionario a pesar de que nosotros teníamos por adversario a un país tan poderoso y un gobierno tan poderoso como el de Estados Unidos.
La historia de la Revolución demuestra que nosotros nunca hemos incurrido en una violación de principios. Las cosas que mencioné están reñidas con los principios, con la doctrina; están reñidas, incluso, con la sabiduría política. Aunque es cierto que desde septiembre de 1939 hasta junio de 1941 transcurrieron un año y nueve meses para el rearme de la URSS, en ese período quien se hizo mucho más fuerte, cinco veces más fuerte, diez veces más fuerte, fue Hitler. Pudo la URSS haber incrementado a un altísimo costo político y moral su poderío militar, pero Hitler se hizo diez veces más poderoso en ese momento.
Si Hitler va a la guerra en 1939 contra la URSS, te digo que hubiera hecho menos destrucción que la que hizo en junio de 1941, y habría corrido la misma suerte que Napoleón Bonaparte. No ya solo con el ejército soviético, que era una realidad y que tenía muchos oficiales valientes, aguerridos, experimentados en las guerras de la época de la Revolución de Octubre: un pueblo siempre Combativo1 un pueblo valiente. Con la participación del pueblo en la guerra irregular, la Unión Soviética hubiera derrotado a Hitler.
Desde luego, a mi juicio, fue y siempre vi eso como un gran error de Stalin y la dirección soviética. Por último, el carácter de Stalin, su desconfianza terrible de todo, lo llevó a cometer otros graves errores: uno de ellos fue caer en la trampa de las intrigas alemanas, y llevó a cabo una depuración tremenda, terrible, cruenta, de las fuerzas armadas y descabezó, prácticamente, al ejército soviético en vísperas de la guerra.
Otro error gravísimo fue en junio de 1941, cuando los alemanes habían concentrado millones de hombres, miles y miles de aviones, decenas de miles de tanques y carros blindados, cientos de divisiones en las fronteras divisiones alemanas, rumanas, húngaras,• finlandesas, incluso—, que, frente a una evidentísima agresión —era imposible ocultar esos planes de agresión—, se empecina -n la teoría de que era una provocación, de que todo lo que le decían y todo lo que le informaban de eso era una provocacion n, y adopta una política de avestruz, mete la cabeza en un un hueco. No movilizó las tropas, y cualquier país, cuando ve que una agresión es inminente, lo primero que tiene que decretar es una movilización general.
Un país como la Unión Soviética, que podía movilizar a muchos millones de hombres, campesinos, soldados, obreros; que podia movilizar a toda la población y que tenía miles de aviones, y miles de tanques, en vez de movilizar, aunque fuera de manera progresiva, pero movilizarlos, o decretar una movilización general oportuna e inmediata, adopta una posicion, a mi juicio, absurda, demasiado cautelosa, extraordinariamente cautelosa, podríamos decir que excesiva- mente cautelosa, para no darle pretexto a Hitler, y por ello no moviliza al ejército, no decreta la movilización general. Entonces, figúrate, ¿qué ocurre? Después de todos los errores anteriores —eso fue en el afio 1941—, atacan a la Unión Soviética por sorpresa el día 22 de junio; creo que era un fin de semana, un sábado o un domingo.
¿Cómo tú puedes atacar con millones de hombres por sorpresa? Se produjo, sin embargo, la sorpresa y se atacó a un país desmovilizado. Resulta que los oficiales y muchos soldados estaban de pase el día del ataque, la aviación en primera línea, en los aeródromos de primera línea. Para mí siempre ha sido clarísimo que lo que se debió hacer en ese momento fue la movilización general total, retirar a la profundidad la aviación y otras medidas similares. Si tú no vas a atacar, si vas a adoptar una política defensiva, en esas condiciones debes retirar a la profundidad toda la aviación, movilizar toda la reserva, concentrar toda esa reserva en los puntos estratégicos, tener en máxima alerta combativa a todos los hombres de primera línea, y Hitler no habría podido atacar por sorpresa y alcanzar grandes resultados iniciales.
Cuando se produce la invasión de Yugoslavia, que retrasa tal vez en algunas semanas el ataque de Hitler, ya tenía que estar la Unión Soviética movilizada. Y si eso ocurre en el año 1941, tengo la absoluta seguridad de que el ejército de Hitler se estrella contra el ejército soviético en la profundidad y no hubieran cercado a millones de hombres, no hubieran hecho cientos de miles de prisioneros en las primeras semanas de la guerra, no habrían destruido casi toda la aviación el primer día, y no hubieran causado la enorme destrucción que causaron en las primeras semanas y meses de la guerra. No llegan a Moscú, no llegan a Kiev, no llegan a Stalingrado, no llegan a ninguna de esas partes; era imposible, ese país inmenso se habría tragado a los ejércitos alemanes si su pueblo, si sus fuerzas hubieran estado movilizados. Creo que la historia del mundo sería otra, incluso, y la Segunda Guerra Mundial, si hubiera hecho la Unión Soviética lo que tenía que haber hecho en vísperas de la agresión alemana, la guerra no termina en Berlín, sino en Portugal si los hitlerianos no se rendían.




T.B.Los soviéticos hubieran ocupado toda Europa, por lo menos hasta Francia...




F.C Claro, si derrotan a Hitler en Berlín no habrían tenido que seguir avanzando, o si lo derrotan en las fronteras occidentales de Alemania; pero Hitler tenía ocupada Francia, no tenía ocupada España, donde, sin embargo, había un gobierno afín. Entonces, si luchan hasta el final, digo que
la guerra terminaba en Portugal, no habría habido ni siquiera Segundo Frente, no habrían desembarcado las tropas norteamericanas en Europa. Tengo la más absoluta se seguridad, la tuve siempre, cuando hacía el análisis de todos estos acontecimientos.
Con esto te he enumerado los grandes errores de Stalin por supuesto, te incluí entre ellos los abusos de poder, las violaciones de la legalidad y los actos de crueldad que realmente cometió Stalin. Este es, a mi juicio el conjunto de errores fundamentales.




T.B¿cuáles fueron, a su juicio, los méritos de Stalin?




F.C. Si se habla a grandes rasgos de los méritos de Stalin, está el mérito de que llegó a establecer la unidad de la Unión Soviética, consolidó lo que había iniciado Lenin, la unidad del partido, le dio impulso al movimiento revolucionario internacional, no hay duda; la industrialización de la Unión Soviética fue un gran acierto, un gran esfuerzo y un gran mérito de Stalin, y creo que eso fue decisivo en la capacidad de resistencia de la Unión Soviética. Un gran mérito de Stalin —o del colectivo que estaba con Stalin, pero ya que le echan toda la culpa a él y se están individualizando los méritos y los errores, aunque hubo méritos de muchos y errores de muchos— y un gran acierto fue el programa de traslado de la industria bélica y de las industrias estratégicas fundamentales para Siberia y para las profundidades de la Unión Soviética.
Creo que en la guerra, una vez iniciada, supo dirigir a la Unión Soviética. Tiene unos primeros momentos de gran desconcierto; eso es históricamente comprobado, eso me lo contó Mikoyan: cómo fueron las primeras horas de Stalin. Estaba muy amargado, como todas sus premisas habían fallado, como no eran provocaciones las informaciones que recibía, como se produce el ataque por sorpresa, como le ocasiona Hitler un gran destrozo, tiene varias horas, creo que incluso varios días, en que está en un gran desconcierto, hasta que reacciona y se convierte en un líder militar capaz, porque nadie más que él podía ejercer esasfunciones, nadie tenía la autoridad, el prestigio, el poder que tenía él para llevar a cabo ese papel, y entonces se consagró a la defensa de la Unión Soviética, y, según dicen muchos de los generales —Zhukov y los más brillantes generales soviéticos—, Stalin tuvo un papel importantísimo en la defensa de la Unión Soviética en la guerra contra el nazismo. Eso es reconocido por todos.
Creo que tiene que llegar el momento en que se haga el análisis imparcial del personaje y ahora no le echen la culpa de todo lo que pasó porque, al fin y al cabo, la Unión Soviética que nosotros conocimos era una Unión Soviética poderosísima, una Unión Soviética que apenas cuatro años después que estallan las bombas atómicas en Hiroshima y Nagasaki, que le dieron el monopolio del arma nuclear a Estados Unidos, ya tenía el arma nuclear, muy poco después el arma termonuclear, y no tardó mucho tiempo en disponer de medios de transporte para estas armas. Fue capaz de desarrollar la cohetería, fue capaz de desarrollar los vuelos espaciales, fue capaz de alcanzar realmente niveles de desarrollo y de producción industrial y alimentaria extraordinarios.
La Unión Soviética producía a veces más de 200 millones de toneladas de alimentos; lo que producía la Unión Soviética cuando comenzó la Segunda Guerra Mundial eran apenas 50 ó 60 millones de toneladas de trigo. No me voy a referir a eso ahora, pero la Unión Sovietica que nosotros conocimos fue una Unión Soviética riquisima, con enormes recursos económicos, recursos en materia primas, recursos industriales, recursos científicos; es decir, lo que se conoció fue una superpotencia, la Unión Sovietica era una verdadera superpotenCia. ahora, ¿tuvo algo que ver o no Stalin en el desarrollo esa superpotencia? Tuvo que ver. ¿Cómo ahora le van a echar la culpa a Stalin, sencillamente, de todo lo que ha en la Unión Soviética? Creo que eso sería un simplismo historico, y no me conformo con aceptar una imputacion semejante. Es como decir que el culpable fue Lenin por haber hecho la revolución socialista, haber tomado el Palacio de Invierno y haber constituido el gobierno soviético y todo este tipo de cosas. ¿A cuanta gente se le podría echar la culpa por ese camino? Terminan echándole la culpa a Dios porque no le dio mas salud a Lenin para que viviera 15 o 20 años mas.
No quiero bromear en torno a esto, aunque pudiera decir algunas cosas de humor; pero la verdad que después de haber recibido un Estado poderoso y haberlo desbaratado en unos pocos años, haber hecho en un unos pocos años lo que no pudo hacer Hitler, lo que no pudo hacer la reacción mundial, y haber desintegrado un país tan poderoso, de 20 millones de ciudadanos, es una gran responsabilidad que la historia se encargara de señalar con justicia, que el imperialismo haya logrado esos objetivos sin disparar un tiro.
Hay que ser objetivos, analizar todos los errores políticos y de principios cometidos por Stalin, analizar los aciertos y profundizar en los factores que realmente dieron lugar a la destrucción de la Unión Soviética y en la verdadera responsabilidad que tiene cada cual. La construcción del socialismo en la URSS fue la primera experiencia de ese tipo en la historia de la humanidad. No ha habido ningún proceso revolucionario sin errores, no ha habido ninguna revolución sin grandes errores. Piensa en la Revolución Francesa, en las revoluciones clasicas, en las revoluciones históricas. Piensa dentro del ámbito latinoamericano en la Revolución Mexicana, un importante acontecimiento histórico que precedio a la Revolución Bolchevique; hubo de todo: violencia, violaciones de la legalidad. Y en Francia ¿las hubo o no las hubo? Y cuando vino la Restauración, ¿hubo o no hubo mas violaciones de la legalidad? En todas las revoluciones se han producido esos fenómenos.
Realmente he dicho alguna vez que nosotros nos sentimos orgullosos por haber cometido un mínimo de errores y no haber cometido muchos de los errores que se cometieron en todas las demás revoluciones. Podría enumerarlos, pero no estamos hablando de eso ahora. Pero, ¿se podría concebir una revolución en el viejo imperio de los zares sin muchos errores? No se podría concebir. Sin embargo, tuvo lugar una revolución con muchos errores y muchos aciertos, Tomas, que desempeño un papel trascendete en el mundo, porque la existencia de la Unión Soviética y las luchas de la Unión Soviética aceleraron el proceso revolucionario en el mundo: evitaron que la humanidad cayera bajo el dominio fascista; aceleraron el proceso revolucionario en China, un acontecimiento de singular importancia, ayudaron a la independencia de Viet Nam, ayudaron al movimiento de Liberación en África y en todas partes, y nos dieron un espacio a los demás pueblos para vivir en un mundo que conoció los antagonismos de dos grandes potencias, que para todo aquellos que no querían caer bajo el yugo del imperialismo yanki significo una enorme ventaja, ventaja que se perdió al desaparecer la Unión Soviética.


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