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venerdì 21 dicembre 2018

Stella Calloni: "Se están quedando con Tierra del Fuego y con la Patagonia..."

"Con bases norteamericanas o inglesas en nuestros países, nosotros no vamos a ser soberanos...". ¿Hay Plan Cóndor II ? Seminario organizado por Radio Rebelde en la Facultad de Derecho (12-06-18).

lunedì 14 dicembre 2015

E’ la stampa, bellezza!, di Fulvio Grimaldi

Di Siria, Iraq, Turchia, Francia, Argentina, Venezuela e..il Sole24 ore
Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono” (Malcom X).
Arrestato in Puglia un iracheno che agevolava l’arrivo su gommoni di terroristi. Che assurdità!  Si fosse mai visto un agente Cia o Mossad arrivare su barconi!” (Anonimo)
Ci felicitiamo con Erdogan e il popolo turco. Queste elezioni riflettono la stabilità  e la civiltà della Turchia, capitale del califfato islamico e difensore dei valori politici e morali” (Hamas in Deutsche Presse Agentur, 2/11/2015)
Quelli che dicono, ma no, non è vero che la tv determina le scelte politiche, che i media sono una potenza che asfalta ogni pensiero indipendente. Stanno perlopiù a sinistra e assolvono a una funzione consolatoria e auto-assolutoria. Come quando Mao, in una delle sue rare traveggole, definì l’imperialismo “tigre di carta”. L’informazione in Occidente è invece una potenza geopolitica senza la quale quella delle armi e della finanza avrebberoi, come dire, le vele flosce della bonaccia.e girerebbero alla deriva. Quando, a favorire regime change elettorali o colorati più delle armi e dei golpe potè la CNN.
Il petrolio di Erdogan? Ma su, non esageriamo!
Cominciamo dal basso, deontologicamente parlando. Qualche brava persona s’è entusiasmata, o, quanto meno, è rimasta positivamente sorpresa, da un recente pezzullo sul giornale della Confindustria a firma di uno dei sui esperti di Medioriente. Vi si afferma, con sicumera, che nel marasma mediorientale l’interesse turco e occidentale per i rifornimenti petroliferi dell’Isis conta una cippa, trattandosi “di poche migliai di barili”. Tutt’al più sarebbe solo il “tentativo di creare un casus belli”. Mica del sultanotto che spera di tirarsi dietro, per una vittoria su Assad e per la conquista di brani di Siria e Iraq, le riluttanze europee e di settori USA e Nato. No, no, ragazzi, il tentativo è della Russia “che vuole punire Erdogan anche militarmente e darà armi ai curdi siriani e del PKK” ! Tra verità scontate, vere e proprie sciocchezze e depistaggi, la questione petrolio Isis-Erdogan costituisce il mimetizzato baricentro dell’articolessa. Insieme alla denuncia dell’aggressività dell’orso russo. Mica di Erdogan e della Nato i quali, oltre che ai jihadisti, ai curdi di ogni obbedienza, iracheni e siriani, stanno anch’essi fornendo armi e assistenza militare, ma stavolta non perché salvino la Siria, o l’Iraq Perché, al contrario, contribuiscano alla frantumazione dei due Stati già multietnici, multiconfessionali, laici, unitari.
L’analista che si esprime sul giornale incaricato di promuovere gli interessi nazionali e globali della cupola transnazionale, ridicolizzando le pratiche gangsteristiche del clan Erdogan, reagisce all’imbarazzo dei regimi becchini degli Stati arabi liberi di fronte alla prova provata dai russi (ma anche, nel nostro piccolo, da alcuni nicchiaroli come noi) che il capo della colonna portante dell’imperialismo nell’area non si rivela solo masskiller delle proprie popolazioni e, con l’Arabia Saudita e tagliateste minori, armiere, ufficiale pagatore e santuario dei jihadisti. Quelle macchioline sull’integrità dei preziosi alleati erano già state sbianchettate dall’operazione Parigi e conseguente connubio orgasmatico UE-Turchia, costato alla prima 3 miliardi per non farsi invadere da migranti e la riapertura gratis a Erdogan delle porte del bordello europeo.
L’imbarazzo così dissipato, è ripiombato sui congiurati occidentali, vero macigno di Sisifo, ora che si è visto come il mazzabubù turco sia anche il boss della mafia di Stato turco-jihadista-israeliana che, grazie ai partner Isis (presuntamente da obliterare), trae incrementi di potenza economica e, dunque, politica e militare, dal furto e contrabbando del petrolio. Petrolio del nordest siriano, di Mosul e Kirkuk, che, come quello della Libia, a sberleffo degli ecochiacchiericci di Parigi, svolge un ruolo strategico per la sopravvivenza delle vacillanti economie occidentali in ansia di espansione predatoria. Se poi qualche perplessità nei meno boccaloni rimane circa la presentabilità di un simile figuro nel consesso civile, ecco che il bravo Alberto Negri ci porta  a parteggiare per il governo Usa. Mica è padrino e complice del demente turco all’interno del manicomio criminale Nato. Anzi, “vuole assestare a Erdogan una lezione” e, anzi, da tempo tenta di incrinare dall’interno il potere di Erdogan e del partito islamico AKP”.
Usa puri e duri. Pur fornendo agli F16 turchi le coordinate per abbattere il Su-24 russo, pur dettando legge ai cieli e alle FFAA turche e mediorientali dalla megabase di Incirlik, pur imponendo agli europei l’ingresso del tirannosauro levantino che ci minaccia con la piaga delle cavallette arabe, pur avendo evitato per un anno di colpire, nella loro “guerra all’Isis”, colonne di autocisterne Isis fornitrici sottocosto di miliardi di dollari alla tribù regnante ad Ankara, di milioni di barili a Israele (vedi mappa) e a disinvolte società occidentali, sono sopra ogni sospetto perché a Erdogan “vogliono assestare una lezione”. E a proposito di società che, anche alle nostre pompe, potrebbero smerciare petrolio ricavato dal business con i razziatori tagliagole, perché Renzi, per far qualcosa contro l’Isis anche lui, non sollecita la Guardia di Finanza, la Dogana, i carabinieri, a dare un’occhiata alle bolle di carico e scarico, che so, dei Moratti, dei Garrone, dell’Eni…
Grande Negri! In perfetta continuità deontologica con la sua analisi libica, sciorinata in tv a “Presa diretta”. In un coretto di gentiluomini cari a Soros, che gelavano il conduttore Jacona con i Grand Guignol di Gheddafi, “incitatore degli stupri di massa delle donne libiche”, indicava come primo impegno dei liberatori della Libia quello di costruire finalmente delle scuole. Evidentemente là dove Gheddafi aveva costruito solo lager per migranti e oppositori. Questo nel paese che l’ONU aveva classificato primo per scolarizzazione di tutta l’Africa.
Le vene aperte del Medioriente e chi vi si abbevera
Lasciando nel cassonetto fuori casa queste miserie, vediamo cosa succede da quelle parti, sotto l’occhio vigile (preoccupato? compiaciuto? chiediamolo a Negri) degli Usa. Grazie ai curdi iracheni, carissimi amici di Ankara e soci di Isis nel contrabbando del petrolio, si è potuto moltiplicare il flusso di dollari verso le tasche di papà Erdogan e le compagnie di trasporto marittimo del figliolo Bilal, compensando quello dalla Siria, temporaneamente ridotto dall’intervento russo e dall’avanzata delle forze patriottiche. Nella mappa qui sopra sono tracciate le due direttrici di un contrabbando che fonti locali ci dicono facilitato da mediatori curdi, siriani, turchi e israeliani. Dai giacimenti sotto controllo Isis e curdi, il greggio giunge al suo hub nella città araba di Zakho, a nord di Mosul, sotto controllo congiunto curdo-turco. Da lì partono verso il porto di Ceyhan circa 632.000 barili al giorno, una bazzecola per Negri, sia in cisterna, sia attraverso un vecchio oleodotto (che il PKK, meno amico di Erdogan, sabotò l’agosto scorso, causando a Bilal una perdita di 250 milioni di dollari).
Sappiamo, e non da mo’, che l’intento imperialsionista è di squartare e ridurre in bantustan tutti gli Stati non conformi della regione. Sulla lista, dopo Libia, Siria, Iraq, Yemen, ci sta anche l’Egitto. Troppo grosso per ora da prendere di petto. A punirlo e angheriarlo per il suo flirt con la Russia e il suo appoggio agli anti-islamisti laici di Tobruk, che combattono i Fratelli musulmani e la loro prole jihadista, bastano per ora i terroristi Isis nel Sinai, al Cairo, ad Alessandria. Se l’accaparramento di petrolio è, come è, il perno del capitalismo neo- imperialista, capita che in maggioranza si trovi là dove ci si gioca il dominio geopolitico del mondo. E per la gestione degli snodi geopolitici non bastano le cisterne trafficate dal mafie regionali. Occorre il controllo del territorio. Che è anche il presupposto per l’affermazione della potenza regionale neo-ottomana, in coabitazione – finchè dura – con Arabia Saudita e il suo Isis, con Israele e con la partecipazione subalterna dei curdi di Iraq e Siria (questi ultimi ora anch’essi blanditi e armati dagli Usa e perciò in preda a lacerazione interne).
Iraq, arriva il califfo vero
Ed ecco che il 4 dicembre, come ci racconta anche il governativo turco “Hurryet”, a Bashiqa, una trentina di km a nord di Mosul, seconda città irachena e centro di una bonanza petrolifera, arriva un reggimento di soldati turchi corredati di venti carri armati, artiglieria, droni, elicotteri. L’avanguardia di una forza di spedizione  Si tratta di una base dove, da qualche anno, i turchi addestrano peshmerga (gli “addestratori” della Pinotti operano a Irbil). E’ il trampolino di lancio verso Mosul. Massimo centro economico e strategico della regione che vorrebbero anche i curdi, per quanto totalmente arabo, ma si dovranno accontentare dell’altrettanto araba Kirkuk(che apre l’oleodotto verso Haifa, Israele). La Turchia non dimentica che Mosul fu strappata all’impero ottomano in disfacimento e messa sotto mandato britannico fino al 1932 (l’imposero, contro le rivolte arabe, i gas di Churchill su Baghdad). E non ha mai cessato di rivendicarla.
Ha voglia Baghdad a denunciare la violazione della sovranità nell’assenza di un mandato ONU e a esigere l’immediato ritiro. Visto che gli Usa chiudono un occhio (altro che puniti da Obama), ci vorrebbe anche qui, a dare peso alla protesta, l’intervento russo. Intervento invocato dal parlamento iracheno, ma frenato dal premier Abadi, angosciato dalla possibile reazione dei 3.500 e passa marines sul posto e da altre migliaia di loro colleghi contractors. Ora le alternative sembrerebbeo tre: o Mosul viene lasciata in mano all’Isis, o se la prendono i curdi, o ne fa un boccone Ankara. Nei primi due casi, visto che le tre forze in campo collaborano alla frammentazione dell’Iraq, si arriverebbe probabilmente a un accordo concepito in Nato. La Turchia, con la garanzia dell’indisturbato flusso di idrocarburi, assumerebbe il ruolo di protettore, gli altri di proconsoli..
Fattosi neocon, Obama si dà una mossa in Siria. Contro Assad.
Se la gestione della rapina di petrolio iracheno è lasciata ai protagonisti autoctoni, gli alloctoni Usa-Nato si occupano di quello siriano. In parallelo con l’occupazione turca del Nord Iraq, forze militari Usa sono penetrate dalla Turchia nel nordest siriano e hanno occupato l’aeroporto di Abu Hajar, nella regione di Hasaka (città araba tolta all’Isis dai curdi dell’YPG. Curdi già mitizzati dai nostri guru sinistri, ma ora fonte di qualche perplessità davanti alla loro nuova intesa con gli Usa, finalizzata alla spartizione della Siria tra Israele (Golan), Turchia, Curdi, protettorati coloniali. Tecnici Usa stanno costruendo una pista di 2,5 km, larga 250 m, adatta ai più pesanti bombardieri e aerei da trasporto. I lavoratori impiegati sono curdi. L’evidenza mostra che l’intervento statunitense a tutto mira fuorchè a salvare la Siria  e l’Iraq dai jihadisti, allora e sempre mercenari Nato-Golfo. Un’evidenza già mille volte provata dai rifornimenti della Coalizione all’Isis in Iraq, è ribadita da questa mossa, neanche comunicata a Damasco. Ennesima conferma, il bombardamento Usa della base siriana di Deir Al Zour (6 dicembre): nove missili, non uno, magari per sbaglio, che hanno ucciso o ferito 16 soldati e devastato il campo. Ennesima flagrante violazione della sovranità siriana, in mancanza di un qualsiasi mandato internazionale (e lo sarebbe anche se bombardassero dune di sabbia), denunciata da Damasco a un’ONU sorda e cieca.
Francia, Argentina, Venezuela: la debacle
I tre tremendi sganassoni rifilati all’umanità – elezioni francesi, argentine, venezuelane –  arrivano da dati oggettivi, cause riconoscibili, ma deflagrano e stordiscono, proprio come le bombe assordanti in uso presso i repressori di massa, grazie alla carica distruttiva che gli aggiungono i trasmettitori mediatici. Il che conferma, lo dico in tutti i miei incontri pubblici e mi viene confermato dallo smarrimento di chi mi ascolta, che l’informazione non è una tigre di carta. Informazione negata, occultata, manomessa, falsa. Il controcanto delle voci altre è sepolto sotto le bombe, o eliminato dai satelliti, o reso stravagante e inattendibile.
L’operazione di regime perpetrata a Parigi, pur nelle sue dimensioni sanguinose, di per sé non tali da sconvolgere interi assetti sociali e istituzionali, grazie all’incontrastato uragano di supporto dei media e al panico programmato e diffuso, ha assunto quella portata epocale che ha raso al suolo culture giuridiche, fondamenta costituzionali, modi di vivere, epistemologia della realtà, percezione della comunità umana. Uragano che, come in occasione dell’11 settembre e di tutti gli eventi affini, ha estirpato e disperso ogni obiezione, ogni falla nella narrazione (e a volte si tratta di voragini), le più lampanti contraddizioni. Da cui  la decerebrazione di massa, l’accorruomo generale sotto i vessilli della sicurezza e dell’autorepressione, il trionfo della demagogia, la blindatura verso altri mondi e, quindi, l’ulteriore frantumazione della comunità nazionale e umana, da perfezionare con xenofobia e guerra.
Non tutto è stampa, è vero. Nell’esito elettorale ci hanno messo pesantemente del loro imbecilli stazzonati, per quanto muniti di zanne di vampiro, come Hollande, Valls, Sarkozy, una accolita di fatiscenti nanetti da giardino, rispetto ai quali Marine Le Pen appariva un tosaerba a scoppio di ultimo modello. Qui è divertente vedere come le nostre “sinistre” e “centrosinistre” (cioè destre) si affannino a esorcizzare il fenomenoFront National, esploso sopratutto nelle regioni più depresse, tra operai e disoccupati, con il trito ritornello della “xenofobia”, del “razzismo”, del “populismo” o, come titola il “manifesto” con grottesca semplificazione, “eau de Vichy”, incollando sulla Le Pen la salma del maresciallo Petain.
Bataclan val bene una guerra coloniale
Ci sarà stato l’effetto Bataclava, l’indotto migranti, la pancia borghese famelica digrandeur, ma il successo di questa formazione ha ben altra sostanza. E’ la rivolta contro un’Europa che ha annichilito ogni voce popolare; è la rivendicazione di una sovranità nazionale intollerabile per la globalizzazione neoliberista e tecnonazista che, fin dai primordi dell’Unione, sotto la spinta lungimirante degli Usa, ha voluto spianarsi la strada facendo saltare gli ostacoli delle costituzioni democratiche nazionali sorte dalla lotta antifascista. Insomma l’ennesima sfera del pensiero, l’ennesimo campo d’azione, che la sinistra si è lasciata sottrarre nella sua trafelata ricerca di legittimazione capitalista. Facendo il verso agli arcaismi ancora al potere, quelli sì genuinamente populisti, alla maniera delle tre carte (conoscete qualcuno più populista di Renzi, Tsipras o Hollande?), definisce “populista” tutto quel che di buono e cattivo dilaga sulle praterie ideologiche lasciate sguarnite e così si rade il pelo cresciutole sullo stomaco. Eppure, anche in questo fallimentare contesto, è ancora la stampa a ricucire le lise vele dei capitani e dei mozzi e a soffiarci dentro.
Argentina di Cristina o di Ernestina?
La potenza di fuoco dell’oligarchia mediatica si è esercitata in Argentina al punto da rovesciare la realtà nel suo contrario. Obliterato è il riscatto operato dal peronismo di sinistra dei coniugi Kirchner rispetto alla catastrofe neoliberista inflitta al già più prospero paese del continente dalla successione di presidenti incompetenti e farabutti, dal dittatore Videla al joker Menem, telecomandati dalle multinazionali e dal FMI. Grazie al gruppo monopolista “Clarin” di Ernestina Herrera De Noble, già intima dei generali, tanto da essersi appropriata di due figli sottratti a martiri della resistenza, alle reti televisive capeggiate dal monopolista brasiliano Globo, alla CNN in spagnolo e al loro codazzo di giornali e tv che, come in Italia, subiscono l’egemonia e abdicano all’indipendenza, i grandi meriti del dodicennio di ripresa si sono dissolti nella retorica di un bandito neoliberista, prono ai latifondisti e ai  potentati transnazionali, come Mauricio Macri.
E’ vero che la sinistra kirchneriana si era affidata a un personaggio pallido e trasversale come l’imprenditore Daniel Scioli, compiendo il ricorrente errore di tante sinistre, a partire dalle nostre e, in quel continente, da Allende, di abbindolare un po’ di ceti “moderati” nel segno nefasto e anticlassista delle unità nazionali. Scioli ha inseguito la destra sul tema strumentale dell’ordine pubblico (occhio, M5S!), a scapito dei rapporti con i sindacati, movimenti sociali e con la piazza. Si sa dove portano i “compromessi storici”. Alla copia si finisce sempre col preferire l’originale, anche perché ontologicamente dotato di maggiore potere di persuasione grazie al cinico uso della retorica e della menzogna.
E’ finita sotto il tappeto mediatico la memoria delle nefandezze e dei disastri di Carlos Menem che dell’Argentina s’era venduto perfino i cimiteri. Ma anche la  riduzione della povertà sotto il 20% e dell’indigenza sotto il 5% (al tempo di Menem la povertà assoluta aveva raggiunto il 56%), il contenimento fiscale dello strapotere dei terratenientes, le fabbriche occupate restituite ai lavoratori, la lotta all’emarginazione, la promozione delle scuole pubbliche, la quasi miracolosa resurrezione dal default e la resistenza ai fondi avvoltoio Usa, il rafforzamento dell’integrazione latinoamericano in Mercosur, Unasur, Celac, l’alleanza con i governi socialisti latinoamericani, l’antimperialismo. Pompata, invece, oltre ogni credibilità, ma che ha lasciato il segno, l’infondata accusa al governo di aver ucciso un magistrato che indagava sul nesso False Flag tra l’attentato alla mutua israelita di Buenos Aires (1994, 85 vittime) e l’Iran, regime che Cristina avrebbe coperto grazie a forniture di petrolio (inesistenti).
E già Macri, entusiasmando la borghesia compradora, storicamente forte nel paese e con un seguito di plebi sottoproletarie, promette un ritorno a legami stretti con Washington, la firma di trattati neoliberisti con l’UE, l’espulsione del Venezuela, “totalitario e violatore dei diritti umani”, dal Mercosur. Notare la manina data a Macri dall’anti-kirchnerista patentato Jorge Bergoglio, quando ha deplorato il coinvolgimento dell’Argentina nel narcotraffico (accusa lanciata al governo proprio da Macri). Bergoglio, uno che è convissuto in tutta armonia con i generali della dittatura avrebbe dovuto tacersi.
Venezuela, una rivoluzione frenata
In Venezuela il chavismo ha perso la seconda elezione su 20 in 17 anni. E Nicolàs Maduro, il “despota antidemocratico” per il 99% della stampa occidentale (quella europea, riunita nell’ Alleanza dei Periodici Europei, aveva lacrimato sul “grido di libertà del Venezuela”), ha istantaneamente riconosciuto il risultato dei 90 seggi vinti dallaMesa de Unidad Democratica (MUD) contro i 46 del PSUV, sui 167 dell’assemblea nazionale (19 vanno ancora assegnati). Alla faccia di Hillary Clinton e di tutti gli avvoltoi filo-Usa che avevano previsto un’ecatombe della legalità elettorale e avevano attribuito a Maduro l’assassinio di un esponente della destra, invece ucciso in una resa dei conti tra bande mafiose. Accusa, quella della belva genocida, candidata alla presidenza degli Usa, che risulta paradossale in bocca di chi, in Honduras, aveva rovesciato con il colpo di Stato del 2009 il presidente Zelaya democraticamente eletto. Anche qui, a dispetto dell’ottima “all news” Telesur creata da Chavez, una tv che con RT (Russia Today) costituisce l’optimum dell’informazione corretta e professionalmente impeccabile, non ha retto il confronto con la flotta di corazzate del capitale revanscista, mai intaccate nel loro monopolio. E anche le radio libere di quartiere, che tanto hanno contribuito a sventare il golpe del 2002 e a far crescere conoscenza e coscienza, sono quasi tutte sparite.
Enormi, e senza uguali nel mondo occidentale, sono i meriti dello chavismo nella ricostruzione di una nazione depauperata e desovranizzata da dittatori e manutengoli del neoliberismo Usa. Sul piano della giustizia sociale, della riduzione della povertà, dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente, dell’istruzione, della mobilità, delle infrastrutture, dell’unità progressista e antimperialista del continente. Fin da quando, sotto l’impulso determinante di Hugo Chavez, nel 2004 l’intera America Latina (ricordare le enormi manifestazioni in Argentina, con Maradona in prima fila), respinse l’ALCA, il trattato-capestro che avrebbe dovuto ricondurre la regione alla condizione di cortile di casa degli Usa, trattato di libero scambio predecessore del TTIP in arrivo tra Washington e Bruxelles.
Dodici mesi di guerra della destra con il terrorismo delle guarimbas (attentati di strada, 43 morti centinaia di feriti), sabotaggio economico e valutario, accaparramento e imboscamento delle derrate alimentari distribuite a basso costo dal governo e rivendute a prezzi speculativi dal contrabbando, infiltrazione di paramilitari terroristi dalla Colombia, rinfocolamento della criminalità di strada, esponenti di esercito e polizia subornati da agenti Usa e infiltrazione nelle comunità delle relative Ong e sette evangeliche, ostilità della gerarchia ecclesiastica alimentata dal nunzio apostolico Pietro Parolin, oggi con Bergoglio segretario di Stato, potenza comunicativa dell’opposizione e dell’oligarchia che ne è l’espressione mediatica, foraggiata a milioni di dollari dal Dipartimento di Stato, dalla Cia e dall’Atlantic Council finanziato da Exxon Mobil, Chevron, e dagli armieri Lockheed Martin.
Al di là dei fenomeni di corruttela negli apparati amministrativi e circoli dirigenti, la cosiddetta “bolibourgeoisie”, riconosciuti e combattuti da Maduro forse con insufficiente determinazione, c’è chi non esime il chavismo, sia del fondatore che del successore, da timidezze e ritardi nel processo rivoluzionario verso il “Socialismo del XXI secolo”. La strategia dei consigli comunali, contrappeso popolare alle istituzioni locali e statali, non allargata e potenziata adeguatamente, un rapporto non sufficientemente equilibrato tra organizzazioni rivoluzionarie sul territorio, partito e governo, una bonifica mai completata degli elementi spuri o nemici nelle forze armate e di sicurezza, un’economia e un’istruzione ancora largamente in mano a privati speculatori e manipolatori, la grande distribuzione lasciata a spadroneggiare contro i “mercal”, i mercati pubblici di generi di prima necessità dai prezzi calmierati, la volenterosa ricerca di mediazioni con i “ceti medi ricuperabili”. Insomma l’allendismo, il berlinguerismo, lo tsiprismo
Ma, se guardiamo al resto del mondo occidentale, tutte queste carenze sono niente rispetto a un cambiamento di paradigma senza confronti e precedenti nell’attuale rapporto tra classi, a favore del benessere e del ruolo dei ceti da sempre emarginati e spolpati dalla minoranza straricca. Una minoranza razzista e prevaricatrice, con l’occhio fisso su Washington, compradora come quella delle più arretrate società del Sud del mondo, ma di queste ancora più vendicativa e feroce. Le ineguagliabili “misiones”, campagne per il riscatto popolare a tutti i livelli, analfabetismo sradicato, sanità universale gratuita (con il decisivo apporto dei medici cubani), esplosione della creatività culturale e artistica, piena occupazione, ripetuto aumento del salario minimo, casa e pensione a tutti, moltiplicazione delle università e scuole pubbliche, redistribuzione delle terre, salvaguardia e autonomia delle popolazioni native. Tutto a dispetto della crisi economica determinata da un’inflazione artificiosamente alimentata, dal crollo del prezzo del petrolio, da un sabotaggio esterno e interno che continua dal tentato golpe del 2002 e si è scatenato negli ultimi anni.
Ridurre all’obbedienza il più fortemente ideologizzato paese dell’America Latina, una delle maggiori potenze energetiche del mondo, sarebbe la breccia più grande aperta dall’imperialismo nel continente da riconquistare. Viene dopo la “normalizzazione” del Cile e dell’Uruguay, l’istigazione alla sovversione del Brasile, la cui dirigenza socialista è forse la più autodistruttiva tra quante sono rientrate nell’orbita dei “Chicago boys”, il recupero di tutto il lato andino dal Cile alla Colombia, fatto salvo l’Ecuador di Correa (sottoposto a tentativi di golpe e sommosse di quinte colonne indigene), il golpe parlamentare in Paraguay e, soprattutto, il colpo di Stato di Obama e della segretaria di Stato Clinton nell’Honduras che stava entrando nell’ALBA e che oggi ha tolto al Messico colonizzato dagli Usa con narcotraffico e multinazionali, la palma di paese più derelitto e insanguinato da omicidi criminali e di Stato.
La maggioranza conseguita permette agli escualidos di sconvolgere l’intero assetto fin qui realizzato dal bolivarismo. Il 60% del PIL dedicato ai programmi sociali scomparirebbe a favore di investimenti predatori negli strumenti del trasferimento neoliberista della ricchezza. Potrà votare leggi di amnistia per i criminali del golpe e del sabotaggio economico, far rientrare i finanzieri ladri scappati a Miami, convocare una nuova costituente, sfasciare il Consiglio Elettorale Nazionale colpevole di trasparenza e precisione, riconvertire la magistratura, infiltrare i corpi militare e della polizia, promuovere l’impeachment del presidente, invitare basi militari Usa, aderire a trattati di scambio capestro, modificare a favore del capitale le voci del bilancio, abolire “Petrocaribe” con cui Caracas sosteneva le economie dei Caraibi amici, potenziare l’istruzione privata a scapito della pubblica, riappropriarsi dei latifondi, rovesciare l’attuale politica di appoggio e amicizia ai popoli in resistenza e, dunque, partecipare a missioni militari imperiali.

Resistono i sempre più isolati fortini di Bolivia, Ecuador, Nicaragua, ma l’impero, nell’offensiva scatenata contro l’America Latina, ha segnato punti importanti, a partire dall’Honduras ritornato repubblica delle banane, anche grazie al tributo ai golpisti da parte del primate Oscar De Maradiaga, oggi braccio destro del papa. Sconsolante, deprimente, è notare come, in questa guerra all’ultimo sangue, all’ultima biodiversità, ultimo ambiente, ultimo lavoratore in dignità, ultima sovranità popolare e nazionale, ultimo riscatto indigeno, ultima unità continentale, Cuba, un tempo del Che, svolga il ruolo, meschino e collaborazionista, mediato dalle Chiese, della pacificazione e del partneriato subalterno con i massacratori yankee dei suoi fratelli latinoamericani. Ai popoli che vorranno rispondere con la presa di coscienza e la mobilitazione insurrezionale all’assalto dei necrofagi del Nord non conviene più cercare il faro-guida all’Avana. Conviene ripartire da Bolivar, Chavez,  Morales,Tupamaros, senza dimenticare Gramsci e, soprattutto, Marx. E, perché no, Bashar El Assad. Tocca fa risuonare voci e i rispettivi strumenti di diffusione che ricuperino alla consapevolezza della verità masse frastornate e obnubilate. Cosa di cui avremmo bisogno anche noi. E’ la stampa, bellezza.

http://www.linterferenza.info/contributi/2978/

lunedì 15 ottobre 2012

Perchè l'Esercito Rivoluzionario del Popolo non smetterà di combattere, di Roby Santucho

Risposta al presidente Cámpora
Aprile del 1973

Il governo che il Dott. Cámpora presidierà rappresenta la volontà popolare.Rispettoso di questa volontà,la nostra organizzazione non attacherà il governo, se questo non attacherà il popolo o la guerriglia.La nostra organizzazione continuerà a combattere militarmente le imprese e  le forze armate contro-rivoluzionarie. Ma non rivolgerà i suoi attacchi contro le istituzioni governative ne contro alcun membro del governo del Presidente Cámpora.
Riguardo alla polizia, che presumilmente dipende dall’Esecutivo,anche se in questi anni ha agito  come  ausilio attivo dell’esercito oppressore,l’ERP sospenderà gli attacchi contro quest’ultima a partire dal 25 maggio e non la attacherà se resterà neutrale,se non collaborerà con l’esercito nella persecuzione della guerriglia e nella repressione delle manifestazioni popolari. Questa è la posizione della nostra organizzazione che ora annunciamo pubblicamente e che differisce dalle aspettative del Presidente eletto.

Difatti,il Presidente Cámpora ha chiesto alla guerriglia una tregua per “dimostrare se  siamo sulla  strada della liberazione e ci accingiamo a ragiungere i nosrti obbiettivi”
Questa richiesta è sorta come consequenza di svariate azioni della guerriglia,tra le quali il sequesto (dell’ambasciatore) tedesco e l’uccisione di Iribaren. È’ chiaro dunque che la richiesta del Presidente Cámpora implica la sospensione totale delle attività della guerriglia, incluse le azioni contro l’esercito e contro le grandi imprese industriali.

ALCUNI PRECEDENTI STORICI
Per dare una risposta a questa dichiarazione,per comprendere l’atteggiamento che la nostra organizzazione ha deciso di adottare a partire dal 25  maggio è neccessario ricordare al Presidente Cámpora alcuni precedenti della politica nazionale.
Nel settembre 1955 da direnzione del movimento politico che il Presidente Cámpora rappresenta consigliò al popolo di “non spargere sangue”, “evitare la guerra civile”, “sparare”.
I militari,allora, approfittarono della disorganizzazione e del disorientamento della classe operaia e del popolo per colpire duramente e sottomettere le organizzazioni popolari.L’unico sangue che non si sparse fu quello dei sostenitori dell’oligarchia e dei capitalisti.Il popolo,in cambio,vide morire massacrati e fucilati  decine e decine dei  suoi migliori figli.
Nel 1958 l’organizzazione politica che il Presidente Cámpora rappresenta consigliò al popolo di votare la formula radicale Frondizi e di dar credito a questo  politico e ai suoi sostenitori per compiere il suo programma di “liberazione nazionale”.Il popolo seguì questo consiglio, con un risultato noto a tutti.Frondizi promise di porre fine alla sottomissione ma in realtá favorì sfacciatamente la penetrazione imperialista.Frondizi concesse libertá democratiche ma in realtá diede via libera all’esercito di schiacciare,con il piano CONINTES, l’eroica resistenza peronista.Frondizi consegnò democraticamente le organizzazioni operaie ai propri dirigenti ma in realtá le consegnò alla buricrazia traditrice e iniziò una barbara repressione contro l’attivismo classista in fabbrica,travolgendo gran parte dei dirigenti cambattenti con l’aiuto della “ camicia peronista” agitada da Vandor, come oggi fa Rucci, per ingannare le masse e despodenstare i dirigenti e gli attivisti leali alla loro classe. Nel 1966 poco dopo il 29 gugno la rirezione che il movimento politico che il Presidente Cámpora rappresenta chiese al popolo di “ desensillar hasta que aclare”( è un espessione spagnola non traducibile  che indica di aspettare finche la situazione non migliora),lasciar agire il nuovo governo militare di Onganìa,per vedere se avesse compiuto la sua “rivoluzione nazionale” annunciata.I tanti Rucci di quella epoca, Vacor,Alonso,Tacone e Cìa non dubitarono nel appogiare apertamente la Dittatura Militare, accompagnando Onganìa nel suo viaggio a Tucumán il 9 luglio 1966, risvegliando e distruggendo le speranze di gran parte delle masse.Onganìa ed i suoi approfittarono di questa tregua per reprimere barbaramente il popolo e togliergli una guida, per  liquidare il nuovo direttivo  che stava per sorgere. Oggi allo stesso modo il Presidente Cámpora chiede alla guerriglia una tregua.L’ esperienza ci insegna che non si può avere tregua con i nemici della Patria,con l’esercito oppressore e le imprese industriali capitaliste.Perchè fermare o diminuire la lotta significa permettere loro di organizzarsi e di passare all’offensiva.Oggi,non siamo disposti ad essere ingannati ancora una volta,ne siamo disposti a contribuire all’inganno verso il nostro popolo.
Il Presidente parla nel suo discorso di “unità nazionale”.In altri punti parla di unità tra FF e AA indistruttibile per qualsiasi attacco.Parlare di unitá tra l’esercito oppressore e gli oppressi, tra imprese sfuttatrici e gli operai sfruttati,tra i proprietari terrieri ed i contadini è come chiudere nella stessa piazza i lipi e le pecore raccomandando ad entrambi di comportarsi bene.Se il Presidente Cámpora vuole veramente la liberazione dovrà unirsi valorosamente alla lotta popolare: sul campo di battaglia,dovrà armare il braccio del popolo,favorire lo sviluppo dell’esercito rivoluzionario popolare che sta nascendo dalla guerriglia e allontanarsi dai López Aufran, los Carcagno e Cía., che lo stanno usando contro il popolo,nel terreno sindacale deve affrontare i burocrati corrotti che lo affiancano e favorire lo sviluppo di una nuova direzione sindacale di classe e combattiva che ha suggerito in questi anni di lotta, eroica anticapitalista e antidittatoriale, contro la burocrazia “cegetista”, in campo economico realizzare la riforma agraria,espropriare i latifondisti agrari e porre le cose in mano allo Stato ed ai lavoratori agricoli,espropriare la grande industria tanto quella nordamericana  quanto quella europea e argentina, ponendo le imprese sotto amministrazione operaio-statale,porre sotto il controllo statale tutte le banche a capitale privato,tanto i grandi capitalisti che la grande borghesia argentina.
Però questo programma è molto lontano sia dalle intenzioni che dalle possibilitá del vostro governo.Sia per quelli che lo gestiscono,sia per il programma e i metodi,il vostro governo non potrá fare nessun passo effettivo verso la liberazione nazionale e sociale della nostra Patria e del nostro Popolo.
Questo lo sa il Presidente come noi. Egli sa che non fa parte dei propositi del nuovo governo nè disarmare l’esercito oppressore nè porre fine all’oligarchia dei grandi proprietari terrieri, nè con il capitale imperialista nè con quello nazionale. Al contrario. Infatti si parla di grandi inserimenti di capitali europei. Nessuno che voglia veramente la liberazione della nostra Patria può pensare di ipotecarla o consegnarla alla voracità del capitale imperialista.Frondizi,senza andare tanto lontano,annunciò anche che grandi inserimenti di capitale avrebbero  portato beneficio all’economia nazionale e gia conosciamo i risultati di questa affermazione.O per caso il Presidente Cámpora ignora ciò che gli operai della FIAT hanno segnalato ripetutamente,che il capitale sfuttatore italiano é tanto o  più alto  di quello “yenki”? Forse il presidente Campora ignora che, a causa dell'elevato grado di diffusione del capitalismo mondiale, il denaro delle grandi aziende europee in genere passa per l’ America?

In queste circostanze, chiedere la tregua alle forze rivoluzionarie è ,per lo meno, un grave errore. Al contrario i veri interessi della classe operaia e del popolo esigono raddoppiare la lotta in tutti i territori, intensificare la mobilitazione delle masse,intensificare le azioni della guerriglia, aggiungere alla lotta settori sempre più ampi di masse. Dare tregua in questi momenti al nemico è dagli il tempo di organizzare una controffensiva che, tra le altre cose, eliminerà il nuovo governo parlamentare,quando lo riterrá conveniente. É necessario ,più che necessario, continuare ad ostacolare il capitale straniero e l’esercito oppressore,sostenitore dell’ingusto regime capitalista,sviluppando al massimo tutto l’immenso potenziale combattivo del nostro Popolo. La battaglia per la liberazione è cominciata ed è ben lontana dal terminare. Abbiamo soltanto fatto i primi passi e questo il nostro Popolo lo comprende.  
 Gli elementi antipoloari con López Aufrac e Lanusse al comando,inclusi i dirigente borghesi peronista,vogliono confondere,dando alle elezioni del 11 marzo il carattere di fine di un precesso sostenendo che il voto del popolo era per la pace.Tutti sappiamo che questo è falso,che il popolo ha votato per la liberazione dei combattenti,contro la Dittatura Militare


NON DARE TREGUA AL NEMICO

Ciò detto l’ERP,fa una richiesta per il Presidente Cámpora,ai membri del nuovo governo,alla classe operaia e al Popolo in generale, di non dare tregua al nemico,Tutti quelli che mostrandosi dalla parte del popolo desiderano fermare o sviare la lotta operaia e popolare nelle sue distine manifestazioni armate o meno,con il pretesto della tregua o altre scusanti, deve essere considerato un agente del nemico,un traditore della lotta popolare,del sague sparso.

Nessuna tregua all’esercito oppressore!
Nessuna tregua alle imprese che ci sfuttano!
Libertà immediata ai combattenti della libertá!
Via la legislazione oppressiva e totale libertá di esppressione e di organizzazione del Popolo!
Per l’unione delle organizzazioni armate!
Vincere o morire per l’Argentina!
ESERCITO  RIVOLUZIONARIO DEL POPOLO
Comitato Nazionale Militare


venerdì 8 giugno 2012

Lettera aperta di Rodolfo Walsh alla giunta militare


A un anno dal golpe in Argentina, il giornalista Rodolfo Walsh scrisse una lettera aperta al governo militare in cui denunciava gli orrori della dittatura. Il giorno dopo venne ucciso e il suo corpo non è mai stato trovato. La lettera è un documento prezioso, sia per l’analisi della situazione politica sia per l’impegno a favore della vita e della libertà.
1. La censura della stampa, la persecuzione degli intellettuali, la demolizione della mia casa a Tigre, l’omicidio di amici cari e la perdita di una figlia che è morta mentre vi combatteva sono alcuni dei fatti che mi costringono a questa forma di espressione clandestina dopo che per quasi trent’anni mi sono pronunciato liberamente come scrittore e giornalista.
Il primo anniversario di questa Giunta militare è stata l’occasione per fare un bilancio della condotta del governo nei documenti e discorsi ufficiali in cui, quelli che voi chiamate risultati sono errori, quelli che riconoscete come errori sono crimini e ciò che tenete nascosto sono calamità.
Il 24 marzo 1976 avete rovesciato il governo di cui facevate parte e che avete contribuito a screditare in quanto esecutori della sua politica repressiva e la cui sorte era ormai segnata dalle elezioni convocate nove mesi più tardi. In questa prospettiva quello che avete liquidato non è stato il mandato transitorio di Isabel Martínez ma la possibilità di un processo democratico con cui il popolo rimediasse a quei mali che voi continuate a perpetrare e aggravare.
Illegittimo sul nascere, il governo di cui siete al comando è riuscito a legittimarsi nei fatti recuperando il programma su cui si trovò d’accordo alle elezioni del 1973 l’ottanta per cento degli argentini e che è ancora in piedi come oggettiva espressione della volontà del popolo, unico significato possibile di quel “patriottismo” che voi invocate così spesso.
Capovolgendo quel cammino avete restaurato la corrente di pensiero e di interessi delle minoranze sconfitte che strozzano lo sviluppo delle forze produttive, sfruttano il popolo e disgregano la nazione. Una politica simile può imporsi solo in maniera provvisoria proibendo i partiti, controllando i sindacati, imbavagliando la stampa e seminando il terrore più profondo che la società argentina abbia mai conosciuto.
2. Quindicimila dispersi, diecimila prigionieri, quattromila morti, decine di migliaia di esuli sono le cifre reali di questo terrore.
Dopo aver riempito le carceri ordinarie, avete creato nelle principali circoscrizioni militari del paese luoghi che si possono definire campi di concentramento dove non può entrare nessun giudice, avvocato, giornalista, osservatore internazionale. Il segreto militare sulle procedure, invocato come necessario per le indagini, trasforma la maggior parte delle detenzioni in sequestri che consentono la tortura senza limiti e le fucilazioni senza processo (Dal gennaio del 1977 la Giunta ha iniziato a pubblicare liste incomplete di nuovi detenuti e di “liberati” che nella maggior parte dei casi non sono altro che imputati che smettono di essere a loro disposizione ma continuano a essere prigionieri. I nomi di migliaia di prigionieri sono ancora un segreto militare e le procedure per la loro tortura e successiva fucilazione rimangono intatte).
Più di settemila ricorsi di hábeas corpus sono stati negati nell’ultimo anno. In moltissimi altri casi di sparizioni il ricorso non è nemmeno stato presentato perché si conosce in anticipo la sua inutilità oppure non si trova un avvocato che osi presentarlo dopo che i cinquanta o sessanta che lo avevano fatto sono stati a loro volta sequestrati.
In questo modo avete strappato alla tortura il suo limite di tempo. Dal momento che il detenuto non esiste non può presentarsi davanti al giudice entro dieci giorni, secondo la legge che fu rispettata perfino nel culmine della repressione delle precedenti dittature.
Alla mancanza di un limite temporale si è aggiunta la mancanza di un limite nei metodi, e si è tornati indietro a epoche in cui si interveniva direttamente sugli arti e sulle viscere delle vittime, ma con mezzi chirurgici e farmacologici di cui non disponevano gli antichi aguzzini. La ruota, il tornio, lo scorticamento da vivi, la sega degli inquisitori medievali ricompaiono nelle testimonianze delle invenzioni contemporanee insieme alla picana (pungolo elettrico), al “sottomarino” (annegamento) e alla fiamma ossidrica (Il dirigente peronista Jorge Lizaso fu scorticato vivo, l’ex deputato radicale Mario Amaya fu ucciso a bastonate, l’ex deputato Muñiz Barreto con un colpo alla nuca. La testimonianza di una sopravvissuta: «Picana su braccia, mani, cosce, vicino alla bocca ogni volta che piangevo o pregavo… ogni venti minuti aprivano la porta e mi dicevano che mi avrebbero fatta a pezzi con la sega elettrica che si sentiva»).
Attraverso ulteriori concessioni al presupposto che il fine di sterminare la guerriglia giustifichi qualsiasi mezzo da voi usato, siete arrivati alla tortura assoluta, atemporale, metafisica nella misura in cui l’obiettivo originario di ottenere informazioni si è smarrito nelle menti perturbate che la amministrano per cedere all’impulso di massacrare l’essere umano fino a spezzarlo e fargli perdere la dignità, già persa dal carnefice e che voi stessi avete perso.
3. Il divieto di questa Giunta di pubblicare i nomi dei prigionieri serve in realtà come copertura alla sistematica esecuzione di ostaggi in luoghi isolati alle prime luci dell’alba con la scusa di violenti scontri e immaginari tentativi di fuga.
Estremisti che distribuiscono volantini in campagna, dipingono i canali o si ammassano in veicoli che prendono fuoco sono i modelli di un copione che non è stato fatto per essere credibile ma che serve per deridere le reazioni internazionali nei confronti di esecuzioni in piena regola, mentre nel paese le azioni dei militari, scatenate negli stessi luoghi e negli stessi momenti delle azioni della guerriglia, vengono spacciate per rappresaglie.
Settanta fucilati dopo la bomba alla Sicurezza federale, 55 per rispondere all’esplosione del dipartimento di polizia di La Plata, 30 per l’attentato al Ministero della difesa, 40 nel Massacro dell’Anno Nuovo a seguito della morte del colonnello Castellanos, 19 dopo l’esplosione che ha distrutto il commissariato di Ciudadela sono alcune delle 1.200 esecuzioni nei 300 presunti scontri in cui l’altra parte non ha avuto nessun ferito e le forze al vostro comando non hanno contato nessun morto.
Depositari di una colpa collettiva abolita nelle norme giuridiche civilizzate, incapaci di influire sulla politica che detta i principi a causa dei quali sono vittime di rappresaglie, molti di questi ostaggi sono sindacalisti, intellettuali, parenti dei guerriglieri, oppositori non armati, semplici sospettati che vengono uccisi per riequilibrare la bilancia dei caduti secondo la dottrina straniera del “conta-cadaveri” che le SS usarono nei paesi occupati e gli invasori in Vietnam.
L’uccisione di guerriglieri feriti o catturati in scontri reali è una verità che emerge dai bollettini militari che in un anno hanno attribuito alla guerriglia 600 morti e soltanto dieci o quindici feriti, cifre sconosciute persino ai conflitti più cruenti. Questo dato è confermato da un’indagine di un giornale clandestino il quale rivela che tra il 18 dicembre 1976 e il 3 febbraio 1977, in 40 azioni effettive, le forze regolari hanno avuto 23 morti e la guerriglia 63 .
Più di cento reclusi sono stati giustiziati allo stesso modo, per tentata fuga, e il rapporto ufficiale non è stato fatto perché sembri verosimile ma per avvertire la guerriglia e i partiti del fatto che i prigionieri ufficiali sono la risorsa strategica di cui dispongono i Comandanti del Corpo per le rappresaglie, a seconda di come si siano svolti i combattimenti, della convenienza didattica o dell’umore del momento.
In questo modo sono state concesse le onorificenze al generale Benjamín Menéndez, capo del Terzo Corpo dell’Esercito, prima del 24 marzo con l’uccisione di Marcos Osatinsky, detenuto a Córdoba, e dopo con la morte di Hugo Vaca Narvaja e altri cinquanta prigionieri nelle diverse applicazioni della legge sulla fuga, esercitata senza pietà e raccontata senza vergogna (Una versione reale appare nella lettera dei detenuti del Carcere di Encausados al vescovo di Córdoba, monsignor Primatesta: «Il 17 maggio sei compagni vengono allontanati con la scusa di essere portati in infermeria per poi essere fucilati. Si tratta di Miguel Angel Mosse, José Svagusa, Diana Fidelman, Luis Verón, Ricardo Yung e Eduardo Hernández, la cui morte per tentata fuga è resa nota dal Terzo Corpo dell’Esercito. Il 29 maggio vengono allontanati José Pucheta e Carlos Sgadurra. Quest’ultimo era stato percosso a tal punto da non riuscire a reggersi in piedi a causa di fratture agli arti. In seguito compaiono anche loro come fucilati per un tentativo di fuga»).
L’omicidio di Dardo Cabo, detenuto nell’aprile del 1975, fucilato il 6 gennaio 1977 insieme ad altri sette detenuti sotto la giurisdizione del Primo Corpo dell’Esercito comandato dal generale Suárez Masson, rivela che questi episodi non sono eccessi di qualche centurione impazzito ma la stessa politica da voi pianificata nei vostri stati maggiori, discussa nelle vostre riunioni di gabinetto, da voi imposta ai comandanti in capo delle 3 Armi, e da voi approvata in quanto membri della giunta governativa.
4. Tra le millecinquecento e le tremila persone sono state massacrate in segreto in seguito al vostro divieto di dare notizia dei ritrovamenti di cadaveri che in alcuni casi sono comunque riusciti a trapelare, perché coinvolgevano anche altri paesi, per la portata del genocidio o per lo spavento provocato tra le vostre stesse forze (Durante i primi 15 giorni di governo militare furono ritrovati 63 cadaveri, secondo i giornali. Una proiezione annuale parla di 1500. La stima che si sia arrivati al doppio si basa sull’incompletezza dell’informazione giornalistica a partire dal gennaio 1976 e sull’aumento generale della repressione dopo il golpe. Una stima globale attendibile delle morti avvenute per mano della Giunta è la seguente. Morti negli scontri: 600. Fucilati 1300. Esecuzioni segrete: 2000. Altri tipi: 100. Totale 4.000).
Venticinque corpi mutilati riemersero tra il marzo e l’ottobre 1976 sulle coste uruguaiane, probabilmente parte del carico dei torturati a morte della Scuola di Meccanica della Marina, affogati nel Río de la Plata da navi della stessa forza armata, incluso un ragazzo di 15 anni, Floreal Avellaneda, legato mani e piedi “con ferite nella regione anale e visibili fratture” secondo l’autopsia.
Nell’agosto del 1976 un cittadino scoprì un vero e proprio cimitero lacustre mentre faceva immersioni nel lago San Roque a Córdoba, si presentò in caserma dove non accolsero la sua denuncia, la inviò ai giornali che non la pubblicarono .
Trentaquattro cadaveri a Buenos Aires tra il 3 e il 9 aprile del 1976, otto a San Telmo il 4 luglio, dieci nel Río Luján il 9 ottobre, fanno da cornice ai massacri del 20 agosto che contano 30 morti a 15 kilometri da Campo de Mayo e 17 a Lomas de Zamora.
Grazie a quanto detto fino ad ora, si dissolve la menzogna dell’esistenza di bande di destra, presunte eredi delle 3 A di López Rega , capaci di attraversare le maggiori circoscrizioni militari del paese in camion militari, di tappezzare di morti il Río de la Plata o di gettare prigionieri in mare dai velivoli della Prima Brigata Aerea , senza che ne siano informati il generale Videla, l’ammiraglio Massera o il brigadiere Agosti.
Oggi le 3 A sono le 3 Armi e la Giunta che voi presiedete non è l’ago della bilancia tra “violenza di segni diversi” né l’arbitro tra “due terrorismi” ma la fonte stessa del terrore che ha perso di vista la rotta e può solo balbettare il discorso della morte (Il cancelliere viceammiraglio Guzzeti in un reportage pubblicato da “La Opinión” il 3-10-’76 ammette che “il terrorismo di destra non è nient’altro” che “un anticorpo”).
La stessa continuità storica collega l’omicidio del generale Carlos Prats, durante il vecchio governo, al sequestro e alla morte del generale Juan José Torres, di Zelmar Michelini, di Héctor Gutiérrez Ruíz e di decine di rifugiati politici, con i quali si è voluta eliminare la possibilità di processi democratici in Cile, Bolivia e Uruguay (Il generale Prats, ultimo ministro della difesa del presidente Allende, morto a causa di una bomba nel settembre del 1974. I corpi degli ex parlamentari uruguayani Michelini e Gutiérrez Ruíz apparvero crivellati il 2-5-76. Il cadavere del generale Torres ex presidente della Bolivia apparve il 2-6-76 dopo che il ministro degli Interni e l’ex capo della Polizia di Isabel Martínez, il generale Harguindeguy lo avevano accusato di “simulare” il proprio sequestro).
La sicura partecipazione in questi crimini del Dipartimento degli Affari Esteri della polizia federale, comandato dagli ufficiali diplomati della Cia attraverso l’AID, come i commissari Juan Gattei y Antonio Gettor, entrambi sottoposti all’autorità di Mr. Gardener Hathaway, Station Chief della CIA in Argentina, è foriera di future rivelazioni come quelle che oggi scuotono la comunità internazionale, che non dovranno essere insabbiate nemmeno quando verranno chiariti i ruoli di questa agenzia e delle alte cariche dell’Esercito, a partire dal generale Menéndez, e la creazione della Logia Libertadores de América, la quale rimpiazzò le 3 A fino a quando il suo ruolo globale non fu preso da questa Giunta in nome delle 3 Armi.
Questo scenario di sterminio non esclude nemmeno il regolamento di conti personali come l’assassinio del capitano Horacio Gándara che da dieci anni indagava sulle malversazioni delle alte cariche della Marina, o del giornalista di “Prensa Libre” Horacio Novillo, pugnalato e bruciato, dopo che il giornale aveva denunciato i legami del ministro Martínez de Hoz con i monopoli internazionali.
Alla luce di questi episodi acquista il suo significato ultimo la definizione di guerra pronunciata da uno dei vostri capi: «la lotta che portiamo avanti non conosce né limiti morali né naturali, si realizza al di là del bene e del male.»
(Il tenente colonnello Hugo Ildebrando Pascarelli secondo “La Razón” del 12-6-76. Capo del gruppo d’Artiglieria di Ciudadela, Pascarelli è il presunto responsabile di 33 fucilazioni tra il 5 gennaio e il 3 febbraio del 1977.)
5. Questi fatti, che scuotono le coscienze del mondo civile, non sono tuttavia quelli che hanno causato maggiore sofferenza al popolo argentino né sono le peggiori violazioni dei diritti umani in cui siete incorsi. È nella politica economica di questo governo che va ricercata non solo la spiegazione dei vostri crimini, ma una crudeltà ancora più grande che punisce milioni di esseri umani con la miseria programmata.
In un anno avete ridotto il salario reale dei lavoratori del 40%, diminuito la loro partecipazione alle entrate nazionali del 30%, aumentato da 6 a 18 le ore di una giornata lavorativa di cui un operaio ha bisogno per pagare le spese familiari , risuscitando così forme di lavoro forzato che non esistono più nemmeno nelle ultime colonie.
Congelando i salari a colpi di fucile e alzando i prezzi sulle punte delle baionette, abolendo tutte le forme di protesta collettiva, proibendo assemblee e commissioni interne, prolungando gli orari, portando il tasso di disoccupazione alla cifra record del 9% e promettendo di aumentarla con 300.000 nuovi licenziamenti, avete fatto retrocedere le relazioni industriali all’inizio dell’era industriale e quando i lavoratori hanno voluto protestare li avete accusati di essere sovversivi sequestrando intere delegazioni sindacali che in alcuni casi sono state ritrovate morte, e in altri ancora non sono state ritrovate .
I risultati di questa politica sono stati fulminanti. In questo primo anno di governo il consumo alimentare è diminuito del 40%, quello di vestiario del 50%, quello di medicinali è praticamente scomparso tra le classi popolari. Ci sono zone di Buenos Aires e dintorni dove la mortalità infantile supera il 30%, cifra che ci accomuna alla Rhodesia, al Dahomey o alla Guayana; ci sono malattie come la diarrea estiva, la parassitosi e perfino la rabbia le cui cifre raggiungono livelli da rimato mondiale o lo superano. Come se fossero obiettivi desiderati o da raggiungere, avete ridotto i fondi per la sanità pubblica a meno di un terzo delle spese militari, abolendo addirittura gli ospedali gratuiti mentre centinaia di medici, professionisti e tecnici si aggiungono all’esodo provocato dal terrore, dai salari bassi o dalla “razionalizzazione”.
Basta camminare qualche ora nei dintorni di Buenos Aires per rendersi conto della rapidità con cui una simile politica li ha trasformati in una baraccopoli di dieci milioni di abitanti. Città a corto di elettricità, interi quartieri senz’acqua perché le industrie del monopolio saccheggiano le falde acquifere, migliaia di strade diventate un’unica buca perché voi pavimentate solo i quartieri militari e abbellite la Plaza de Mayo, le spiagge del fiume più grande del mondo inquinate perché i soci del ministro Martínez de Hoz vi scaricano i loro rifiuti industriali, e l’unica misura governativa che avete preso è stata proibire alla gente di farci il bagno.
Nemmeno nei traguardi astratti dell’economia, quelli che di solito chiamano “il paese reale”, siete stati più fortunati. Una riduzione del prodotto interno che sfiora il 3%, un debito estero che raggiunge i 600 dollari per abitante, un’inflazione annuale del 400%, un aumento del denaro circolante che è arrivato nel giro di una sola settimana di dicembre al 9%, un abbassamento del 13% nell’investimento estero costituiscono altrettanti primati mondiali, frutto raro di una fredda volontà e di una stolta idiozia.
Mentre tutte le funzioni che fondano e preservano lo stato si atrofizzano fino a dissolversi in pura anemia, una sola cresce e diventa autonoma. Milleottocento milioni di dollari che equivalgono alla metà delle esportazioni argentine stanziati per la Sicurezza e la Difesa nel 1977, quattromila nuovi posti di agenti nella Polizia Federale, dodicimila nella provincia di Buenos Aires con salari che sono il doppio di quelli di un operaio industriale e il triplo di quelli del preside di una scuola, mentre in segreto, a partire da febbraio, si aumentano del 120% gli stipendi dei militari, sono la prova che non c’è immobilità né disoccupazione nel regno della tortura e della morte, unico settore dell’attività argentina dove il prodotto cresce e dove la quotazione di un guerrigliero abbattuto sale più rapidamente del dollaro.
6. Dettata dal Fondo Monetario Internazionale secondo una ricetta che si applica indistintamente allo Zaire o al Cile, all’Uruguay o all’Indonesia, la politica di questa Giunta riconosce come unica beneficiaria la vecchia oligarchia del bestiame, la nuova oligarchia speculatrice e un gruppo selezionato di monopoli internazionali capeggiati dalla ITT, la Esso, l’industria automobilistica, la U.S. Steel, la Siemens, ai quali sono legati personalmente il ministro Martínez de Hoz e tutti i membri del vostro governo.
Un aumento del 722% dei prezzi della produzione animale nel 1976 definisce l’enormità della restaurazione oligarchica intrapresa da Martínez de Hoz in concomitanza con il credo della Società Rurale esposto dal suo presidente Celedonio Pereda: «Soncerta che alcuni gruppi piccoli ma attivi continuino ad insistere affinché gli alimenti siano a buon mercato .»
Lo spettacolo di una Borsa dove in una settimana è stato possibile per alcuni guadagnare senza lavorare il cento e il duecento per cento, dove ci sono imprese che dalla sera alla mattina hanno raddoppiato il proprio capitale senza produrre più di prima, la roulette della speculazione in dollari, cambiali, valori acquistabili, l’usura semplice che calcola gli interessi all’ora, sono eventi davvero curiosi per un governo che doveva farla finita con il “festino dei corrotti”.
Privatizzando le banche avete messo i risparmi e il credito nazionale nelle mani delle banche straniere, indennizzando la ITT e la Siemens avete premiato le imprese che hanno truffato lo Stato, restituendo le stazioni di servizio avete aumentato i profitti della Shell e della Esso, abbassando le tariffe doganali avete creato posti di lavoro ad Hong Kong o a Singapore e disoccupazione in Argentina. Considerando nell’insieme questi fatti occorre chiedersi chi sono i senza patria dei comunicati ufficiali, dove sono i mercenari al servizio degli interessi stranieri, qual è l’ideologia che minaccia la nazione.
Se un’opprimente propaganda, riflesso deforme di crudeli avvenimenti, non facesse credere che questa Giunta cerca la pace, che il generale Vidal difende i diritti umani o che l’ammiraglio Massera ama la vita, occorrerebbe chiedere ai Signori comandanti in capo delle 3 Armi di riflettere sul baratro in cui stanno trascinando il paese dopo l’illusione di vincere una guerra che, anche se l’ultimo guerrigliero venisse ucciso, ricomincerebbe di nuovo sotto nuove forme perché le cause che da più di vent’anni muovono la resistenza del popolo argentino non sarebbero scomparse ma aggravate dal ricordo della strage subita e della presa di coscienza di tutte le atrocità commesse.
Queste sono le riflessioni che nel primo anniversario del vostro nefasto governo ho voluto far arrivare ai membri di questa Giunta, senza aspettarmi di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato ma rimanendo fedele alla promessa fatta molti anni fa di rendere la mia testimonianza nei momenti difficili.
Rodolfo Walsh. – C.I. 2845022 Buenos Aires, 24 marzo 1977.

sabato 31 dicembre 2011

Perchè la presidente peronista Fernandez vince e Obama perde, di James Petras

Il 23 ottobre di quest’anno, la Presidente Cristina Fernandez ha vinto le elezioni ricevendo il 54% dei voti, 37 punti percentuali al di sopra del suo più diretto avversario. La coalizione presidenziale ha conquistato anche il Congresso, il Senato e le Regioni, come pure 135 dei 136 fra i più grandi municipi di Buenos Aires. In netto contrasto il Presidente Obama che, in base ai recenti sondaggi che vedono avanzare i candidati repubblicani, pare sia destinato a perdere il controllo di entrambe le camere del Congresso nel prossimo 2012. Che cosa ha creato questa monumentale differenza nelle preferenze dei voti per i due presidenti uscenti? Una parallela discussione storica sulle politiche socioeconomiche ed estere, come pure sulle risposte date dagli establishment alle profonde crisi economiche, è necessaria per comprendere i punti che stanno alla base di questi risultati pressoché opposti. 

Metodologia
Al fine di paragonare la prestazione della Fernandez con quella di Obama, è necessario porle nel loro contesto storico. Più precisamente, entrambi i presidenti e i loro immediati predecessori, George Bush negli Stati Uniti e Nestor Kirchner in Argentina, hanno dovuto affrontare delle grandissime crisi economiche e sociali. Da rimarcare, ad ogni modo, sono le differenti risposte date alle crisi e i loro risultati totalmente divergenti. Da un lato crescita sostenuta e giustizia sociale in Argentina, inasprimento delle condizioni e politiche fallimentari negli Stati Uniti.
Contesto storico argentino: la depressione, la rivolta e la ripresa
Fra il 1998 e il 2002 l’Argentina affrontò la peggiore crisi economica della sua storia. L’economia sprofondò passando da una recessione a una depressione su larga scala, culminata con una crescita negativa in doppia cifra fra il 2001 e il 2002. La disoccupazione raggiunse e superò il 25% e nei quartieri operai arrivò oltre il 50%. Decine di migliaia di professionisti impoveriti, appartenenti alla classe media, si mettevano in fila per il pane e la minestra pochi isolati più in là del palazzo presidenziale. Centinaia di migliaia di lavoratori disoccupati, i “piqueteros”, bloccarono le maggiori autostrade e alcuni assalirono i treni che portavano il bestiame e i cereali all’estero. Le banche chiusero, privando milioni di correntisti dei loro risparmi. Milioni di contestatori organizzarono collettivi radicali in tutti i quartieri e si unirono con le assemblee dei disoccupati. Il paese era pesantemente indebitato e la gente profondamente impoverita. Il malcontento popolare stava sfociando in una sollevazione rivoluzionaria. Il Presidente uscente Fernando De La Rua fu rovesciato (2001), numerosi manifestanti furono feriti o uccisi dal momento che la ribellione popolare stava minacciando di impossessarsi del palazzo presidenziale. Entro la fine del 2002 centinaia di fabbriche in bancarotta furono occupate, rilevate e gestite dai lavoratori. L’Argentina dichiarò ildefault verso il suo debito estero. All’inizio del 2003 Nestor Kirchner fu eletto presidente nel bel mezzo di una crisi di sistema e cominciò a rifiutare le pressioni che lo spingevano al pagamento del debito e alla repressione dei movimenti popolari. Al contrario inaugurò una serie di programmi d’emergenza per il pubblico impiego. Autorizzò il pagamento di un sussidio per i lavoratori disoccupati (150 pesos al mese) per andare incontro ai bisogni fondamentali di circa la metà della forza lavoro.
Lo slogan più popolare della maggioranza dei movimenti che occupavano distretti finanziari, fabbriche, edifici pubblici e strade era “Que se vayan todos”. L’intera classe politica, i dirigenti e i partiti, il Presidente e il Congresso, furono rinnegati completamente. Tuttavia, anche se i movimenti erano di ampia portata, attivi e uniti in ciò che rifiutavano, non avevano un programma coerente per prendere il potere nello Stato, né avevano una leadershippolitica che li guidasse. Dopo due anni di tumulti e disordini, il popolo tornò alle urne ed elesse Kirchner con il mandato di produrre risultati oppure farsi da parte. Kirchner recepì il messaggio, almeno per quanto riguarda la crescita economica accompagnata dalla giustizia sociale.
Contesto: USA con Bush e Obama
Gli ultimi anni dell’amministrazione Bush e della presidenza di Obama sono stati caratterizzati dalla peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione degli anni ‘30. Disoccupazione e sottoccupazione crebbero fino a raggiungere quasi un terzo della forza lavoro nel 2009. Milioni di ipoteche non furono riscattate. I fallimenti si moltiplicarono e le banche erano sull’orlo del collasso. La recessione e la forte deflazione dei redditi aumentarono la povertà e moltiplicarono il numero di persone con carenza di cibo. A differenza dell’Argentina, i cittadini scontenti presero la via delle urne. Attratti dalla demagogica retorica del cambiamento di Obama, riposero le loro speranze nel nuovo presidente. I democratici vinsero le presidenziali ed ottennero la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso. La prima priorità di Obama e del Congresso fu quella di riversare trilioni di dollari nei bilanci delle banche in sofferenza anche se la disoccupazione era in aumento e la recessione continuava. La seconda priorità fu quella di rafforzare ed espandere le guerre imperiali oltreoceano.
Obama aumentò il numero di soldati in Afghanistan fino a 30 mila; ampliò il budget per le spese militari fino a 750 miliardi di dollari; lanciò nuove operazioni in Somalia, Libia, Pakistan e rafforzò il sostegno nei confronti delle forze armate israeliane; firmò accordi militari con nazioni asiatiche (India, Filippine e Australia) vicine alla Cina.
In conclusione Obama ha dato la massima priorità all’espansione dell’impero militare, svuotando le finanze pubbliche dei fondi necessari per rilanciare l’economia nazionale e ridurre la disoccupazione.
Di contro, il duo Kirchner/Fernandez ha ridotto il potere dell’esercito tagliando le spese militari, veicolando le rinnovate risorse verso i programmi per la piena occupazione, gli investimenti produttivi e le esportazioni non convenzionali.
Durante la presidenza Obama la crisi è divenuta un pretesto per rilanciare e consolidare il potere finanziario di Wall Street. La Casa Bianca ha aumentato il budget per le spese militari, acuendo il passivo di bilancio e ha poi proposto di tagliare essenziali servizi sociali per ridurre tale deficit.
Argentina: dalla crisi alla crescita esponenziale
In Argentina la catastrofe economica e l’insurrezione popolare fornirono a Kirchner l’opportunità di spostare le risorse dagli interessi militaristi e della speculazione finanziaria ai programmi sociali e ad una crescita economica sostenuta.
Le vittorie elettorali sia di Kirchner che della Fernandez riflettono il successo da loro ottenuto nel creare un “normale stato sociale capitalista”. Dopo trent’anni di regimi predatori neoliberisti servi degli americani, tutto ciò rappresenta un cambiamento notevolmente positivo. Dal 1966 al 2002 l’Argentina ha sofferto sotto il giogo di brutali dittature militari culminate con i generali genocidi che assassinarono circa trentamila argentini fra il 1976 e il 1982. Fra il 1983 e il 1989 dovette subire un regime neoliberista (Raul Alfonsin) che ha fallito nel fare i conti con l’eredità della vecchia dittatura e ha presieduto a un iperinflazione in tripla cifra. Dal 1989 al 1999 sotto il Presidente Carlos Menem, l’Argentina assistette alla gigantesca svendita a prezzi d’occasione delle sue aziende pubbliche più produttive, delle risorse naturali (petrolio incluso), delle banche, delle autostrade, degli allevamenti e delle acque pubbliche, in favore degli investitori stranieri e dei compari cleptocratici.
Ultimo ma non per importanza, Fernando De La Rua (2000 – 2001), promise dei cambiamenti, ma procedette solo ad acuire la recessione che condusse al catastrofico botto finale del dicembre 2001 col fallimento degli istituti di credito, la bancarotta di diecimila aziende e il collasso dell’economia.
In questo scenario di totale e assoluto fallimento e disastro umanitario causato dalla politiche liberiste promosse dagli USA e dal Fondo Monetario Internazionale, Kirchner/Fernandez dichiararono il default per il debito estero, nazionalizzarono i fondi pensione e numerose imprese precedentemente privatizzate, aiutarono le banche e raddoppiarono la spesa sociale, espandendo gli investimenti pubblici e tonificando i consumi di massa, al fine di intraprendere la strada della ripresa economica. Dalla fine del 2003 l’Argentina passò dalla recessione a una crescita del PIL pari all’8% annuo.
Diritti umani, programmi sociali e politica economica estera indipendente
L’economia argentina è cresciuta di circa il 90% dal 2003 al 2011, più di tre volte di quella statunitense. La sua ripresa è stata accompagnata da una spesa sociale triplicata, direzionata specialmente verso i programmi per ridurre la povertà. La percentuale di argentini che vivono sotto la soglia di povertà è passata dal 50% del 2001 a meno del 15% del 2011. In contrapposizione la povertà negli Stati Uniti è salita dal 12% al 17% nella medesima decade e sta continuando a seguire una traiettoria al rialzo in un analogo periodo.
Gli Stati Uniti sono divenuti il paese con le maggiori disuguaglianze nell’area OCSE, con l’1% di popolazione che detiene il 40% della ricchezza nazionale (percentuale in ascesa dal 30% dell’ultimo decennio). In contrapposizione, le disuguaglianze in Argentina sono state ridotte di circa la metà. L’economia statunitense non è riuscita a riprendersi dalla profonda recessione del biennio 2008-2009, in cui è diminuita di oltre l’8%. Quella argentina, invece, è scesa meno dell’1% nel 2009 e sta crescendo a un salutare tasso dell’8% durante l’ultimo biennio. L’Argentina ha nazionalizzato i fondi pensione, raddoppiato le pensioni minime e introdotto programmi sociali universali per l’infanzia al fine di contrastare la malnutrizione e garantire la frequenza scolastica.
Al contrario, il 20% dei bambini in USA sta attualmente soffrendo di un carente regime alimentare, di un alto tasso di abbandono scolastico e la malnutrizione colpisce ormai il 25% dei minori. Con gli ulteriori tagli in corso alle spese per la salute e l’educazione, le condizioni sociali non possono che peggiorare. In Argentina il livello dei redditi dei lavoratori salariati è cresciuto del 50% nell’ultimo decennio, mentre negli Stati Uniti è sceso di circa il 10%.
La forte crescita del Prodotto Nazionale Lordo argentino è stata alimentata dall’aumento dei consumi interni e dai guadagni derivati dalle esportazioni. L’Argentina ha un notevole attivo nella bilancia commerciale dovuto ai favorevoli prezzi di mercato ed all’accresciuta competitività. Negli Stati Uniti invece i consumi interni sono stagnanti, la bilancia commerciale ha un deficit di quasi 1,5 trilioni di dollari e le entrati fiscali vengono sprecate in improduttive spese militari per un valore di oltre 900 miliardi all’anno.
Mentre in Argentina l’impulso verso una politica di ripudio del debito e di crescita sostenuta è provenuto dalla ribellione popolare e dai movimenti delle masse, negli Stati Uniti il malcontento popolare è stato convogliato verso l’elezione di un truffatore colluso con la finanza di Wall Street chiamato Obama. Egli ha continuato a investire le risorse nel salvataggio delle élite finanziarie invece di farle andare in bancarotta e sostenere la crescita, la competitività e i consumi di massa.
L’alternativa argentina ai salvataggi e alla povertà
L’esperienza argentina va contro tutti i precetti delle agenzie finanziarie internazionali (il FMI e la Banca Mondiale), dei loro sostenitori politici e dei giornalisti della stampa economica. Sin dal primo anno (il 2003) della ripresa fino ad oggi, gli esperti in economia “predissero” che la sua crescita non fosse ”sostenibile” invece è proseguita in maniera robusta per oltre un decennio. La stampa economica affermò che il default avrebbe condotto l’Argentina ai margini dei mercati finanziari e la sua economia sarebbe collassata. L’Argentina si basò sull’autofinanziamento derivato dai guadagni sulle esportazioni e sulla riattivazione dell’economia domestica e contraddisse i prestigiosi economisti.
Quando la crescita continuò, i critici del Financial Times e del Wall Street Journal sostennero che sarebbe terminata una volta che la capacità produttiva inutilizzata si fosse esaurita. Invece i proventi derivati dalla crescita consentirono l’espansione di un mercato interno e trovarono nuovi sbocchi specialmente nei mercati emergenti dell’Asia e del Brasile.
Persino recentemente, il 25 ottobre 2011, gli opinionisti del Financial Times ancora blateravano di un imminente crisi nella maniera messianica con cui i fondamentalisti predicono un’incombente apocalisse. Ripetevano sempre il ritornello dell’elevata inflazione, dei programmi sociali insostenibili, della valuta troppo forte come predizioni sulla fine della prosperità. Tutti questi terribili avvertimenti ci rivengono in mente di fronte alla persistente crescita all’8% registrata nel 2011 e alla schiacciante vittoria elettorale della Fernandez. Gli scribacchini finanziari angloamericani dovrebbero focalizzare l’attenzione sul fallimento delle loro politiche di libero mercato in Europa e in Nord America, invece di denigrare un esperienza di un modello economico da cui dovrebbero imparare.
Nel confutare le teorie dei critici del Wall Street, Mark Weisbrot e i suoi collaboratori sottolineano come (“La storia del successo argentino” del Centro di Ricerca sulle Cattive Politiche Economiche - ott. 2011) la crescita argentina fu basata sull’espansione dei consumi interni, sull’aumento dell’esportazioni manifatturiere verso i partner commerciali della regione come pure sul tradizionale export di prodotti agricoli e minerari verso il mercato asiatico. In altre parole, l’Argentina non è totalmente dipendente dalle esportazioni industriali; ha sviluppato un commercio equilibrato e non è neanche troppo dipendente dai prezzi delle materie prime. Per quanto riguarda l’inflazione elevata, Weisbrot sottolinea che “l’inflazione può anche essere alta in Argentina ma quello che conta è la crescita reale e la distribuzione della ricchezza finalizzata al benessere della maggioranza della popolazione”.
Gli Stati Uniti sotto Bush e Obama hanno seguito un percorso totalmente divergente da quello del duo Kirchner-Fernandez. Hanno dato la priorità alla spesa militare e all’espansione dell’apparato di sicurezza a discapito dell’economia produttiva. Obama e il Congresso hanno puntato forte su politiche recessive di taglio delle spese sociali, aumentando lo stato di polizia e violando sempre di più i diritti civili dei cittadini. In contrapposizione, Kirchner/Fernandez hanno punito severamente dozzine e dozzine di autori di violazioni dei diritti civili appartenenti alla polizia e all’esercito ed hanno indebolito il potere politico dei militari.
In conclusione, i presidenti argentini hanno respinto le pressioni dei gruppi di interesse militari che richiedevano maggiori fondi per le spese in armamenti. Hanno creato un modello di stato più adatto al loro progetto politico di competitività economica, nuovi mercati e programmi sociali. Bush e Obama hanno ridato slancio alla finanza parassitaria sbilanciando ulteriormente l’economia. Kirchner e la Fernandez si sono assicurati che il settore bancario sostenesse la crescita delle esportazioni, la manifattura e i consumi interni. Obama taglia lo stato sociale per pagare i creditori, Kirchner e la Fernandez hanno imposto un haircutdel 75% ai titolari delle obbligazioni governative per finanziare la spesa sociale.
Kirchner e la Fernandez hanno vinto tre elezioni presidenziali con largo margine. Obama potrebbe essere un presidente dal singolo mandato nonostante la campagna elettorale miliardaria finanziata da Wall Street, l’appoggio delle lobby industriali e militari e la sua politica filo-israeliana.
L’opposizione popolare contro Obama, specialmente il movimento “Occupy Wall Street” , ha ancora tanta strada da fare per emulare il successo ottenuto dagli antagonisti argentini che rimossero i presidenti in carica, bloccarono le autostrade paralizzando la produzione e la circolazione e imposero un programma politico di stampo socialista che privilegiasse l’economia reale a discapito della finanza, i consumi sociali rispetto alle spese militari. Il movimento “Occupy Wall Street” ha compiuto un primo passo verso la mobilitazione di cittadini partecipanti e attivi necessario per creare il tessuto sociale che ha trasformato l’Argentina da uno stato clientelare filo-statunitense a un dinamico e indipendente stato sociale.