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giovedì 4 ottobre 2012

Una rivoluzione incompiuta, di Samir Amin


Afrique Asie 28 settembre 2007
Testimonianza. Spesso invitato da Thomas Sankara a dare il suo punto di vista sugli orientamenti della rivoluzione del paese degli uomini giusti (Il Burkina Faso), l’economista Samir Amin non gli ha mai nascosto le sue impressioni. Buone o tiepide.
“Colonia di colonie”, tale fu la realtà d’Alto-Volta. Questo paese ha fornito con l’emigrazione, la maggior parte dei lavoratori che hanno costruito l’economia coloniale della Costa d’Avorio, mentre i villaggi d’origine di questi costruttori di prosperità sono sopravvissuti soltanto con le molliche dei banchetti. In generale, l’emigrazione impoverisce le regioni di partenza che sopportano il costo della formazione dei lavoratori, dalla loro nascita alla loro partenza, e spesso quello della pensione dei vecchi quando tornano al paese. Arricchisce le classi dirigenti dei paesi ospiti beneficiari dei lavoratori immigrati, generalmente poco costosi. L’Alto-Volta non faceva eccezione. La Costa d’Avorio aveva ogni interesse che questo paese fosse, in queste condizioni, “indipendente”, in pratica era interessato a liberarsi degli oneri di sostentamento di quest’ultimo (la parte principale del territorio dell’Alto-Volta ha fatto parte della colonia della Costa d’Avorio fino al 1947). Se consideriamo lo sviluppo dei due paesi insieme, ciò che corrisponde strettamente alla realtà della loro ineguale associazione economica, le cifre “del miracolo” ivoriano devono essere divise per due.
Questa situazione è stata sempre conosciuta dal popolo e dagli intellettuali del Burkina Faso ed era motivo di spontanea rivolta. Nel corso di una conferenza all’Università di Ouagadougou, dove si discuteva di questo problema, ero invitato a rispondere ad una domanda maliziosa di uno studente. Dico schiettamente: prendete le vostre biciclette (i Burkinabesi sono i soli su tutto il continente a fare un impiego intensivo di questo strumento, e Ouagadougou somigliava pertanto a Beijing!) e scendete fino a Abidjan per proclamare l’unità dei due paesi. Due problemi saranno risolti in un solo colpo: quello economico dell’Alto-Volta, ed il problema politico della Costa d’Avorio! Fui applaudito come mai! Questo senso di rivolta è forse una delle ragioni per le quali l’intelligenzia del Burkina Faso era, e resta, dominata dalla sinistra. Tutti, o quasi, quelli che fanno politica, qui, appartengono o sono appartenuti ad una delle correnti del comunismo, del Partito Africano dell’Indipendenza (PAI) d’origine o dei movimenti maoisti (o il Partito comunista rivoluzionario dell’Alta Volta (PCRHV) o altre organizzazioni). Non è stupefacente che quest’influenza si sia estesa nell’esercito, e che un gruppo di ufficiali abbia anche osato prendere il nome di Raduno degli ufficiali comunisti (Roc).
Alter-mondialista
Il teatrino dell’amministrazione néocoloniale della RDA (Raduno democratico africano) di Maurizio Yaméogo, il primo presidente dell’Alto-Volta, non poteva dunque durare. Ma la radicalizzazione della risposta è stata tempestiva. L’agitazione urbana, animata da sindacati potenti che rifiutando di essere addomesticati dal potere del partito unico, tuttavia chiusi nei limiti delle loro clientele della piccola borghesia (insegnanti, funzionari), in mancanza di base industriale ed operaia, aveva, in un primo tempo, aperto le porte ad un regime militare morbido e velleitario, quello di Lamizana. Fino il giorno in cui il Roc, diretto da Thomas Sankara, prese il potere.
Si posero immediatamente i problemi classici di queste situazioni: che fare? Si tratterà si superare il populismo e di incoraggiare le masse contadine ed urbane povere ad organizzarsi liberamente, o si tenterà “di inquadrarle” al punto di annientare la resistenza potenziale? Quali relazioni il potere bisognerà stabilire con le organizzazioni rivoluzionarie marxiste? Bisognerà cercare di assorbirli in un nuovo partito unico o accettare una formula più democratica di fronte reale, tollerante verso i diversi punti di vista e capace di aprire un dibattito?
Tale fu l’oggetto di discussioni ripetute con Thomas Sankara che mi invitava ad esporre il mio punto di vista. Sankara, devo riconoscerlo, è una personalità che mi è apparsa immediatamente molto simpatica. Realmente semplice, diretto, aperto, che ascoltava ciò che gli si diceva e che rispondeva senza abusare della sua posizione di capo. Inoltre realmente femminista, convinto dell’importanza del cambiamento dei costumi a favore dell’uguaglianza dei sessi - e questo è molto raro “nei grandi uomini”. Anche colto, aveva letto “i classici” del marxismo con la stessa attenzione di un buon intellettuale civile. Mi sentivo dunque completamente a mio agio con lui e, se non fosse stato un capo di Stato, sarebbe diventato un amico senza problemi. Il suo assassinio mi ha sconvolto.
Sankara aveva, a mio avviso, visto giusto - almeno teoricamente – per quanto riguarda la “strategia di sviluppo economico e sociale”. Alter-mondialista di avanguardia, Sankara aveva promosso il consumo di prodotti locali a scapito delle importazioni, lanciando simbolicamente Faso Dan Fani, un modo di vestirsi che valorizzava il cotone prodotto localmente anziché esportarlo allo stato grezzo. Insomma pensava ad uno sviluppo soprattutto autarchico, endogeno.
In una prima tappa, bisognava pensare a dei “piccoli progetti”, in altre parole, ad azioni di miglioramento rapido delle condizioni di produzione delle Comunità rurali, meno costose possibili, e che i vantaggi di questi miglioramenti ritornassero completamente alle Comunità interessate. Scelta non motivata dalla filosofia incerta di “small is beautiful”, ma da realismo (cos’è possibile immediatamente?) e per senso politico (è attraverso questo tipo di operazioni che un’organizzazione ed una democratizzazione della vita rurale possono essere iniziate). Inoltre, Sankara aveva deciso - ispirato forse dal modello cinese - di inviare i funzionari ed i tecnici a fare tirocini alla base, nei villaggi.
Sperando che avrebbero “imparato dalle masse” (conoscendone i veri problemi) e “insegnato alle masse” (mettendo al loro servizio le loro conoscenze di agronomi, di veterinari, di medici, di insegnanti, di ragionieri). Non avevo certamente nulla da ridire, oppure aggiungere, ad un piano di questo tipo. Ho dunque detto a Sankara che desideravo soltanto vedere - almeno un po’- come questo programma funzionava sul campo. Ho avuto l’impressione che egli si aspettasse questa domanda. Ma, ancora di più, la sua risposta: non puoi vedere tutto (era passato rapidamente al tu dei compagni), ti occorrerebbe restare un anno per questo, ma allora, fai la tua scelta, vai a vedere i tuoi amici (tutti sapevano che io frequentavo tutta la sinistra di Burkina Fasso) e scegli in funzione di ciò che ti diranno (molti tra loro dubitavano e prevedevano il fallimento). Questo è ciò che feci.
Non ho l’audacia di sostenere che potrei presentare una relazione seria a partire dalle mie osservazioni, che non sono state altro che impressioni rapide. Dirò soltanto che le mie impressioni sono state piuttosto favorevoli. Forse per ignoranza delle vere difficoltà e realtà, che mi hanno fatto accettare troppo rapidamente ciò che due o tre persone di ogni luogo visitato erano in grado di dire e di analizzare. Ma il solo fatto che un terzo circa dei funzionari e tecnici incontrati sul campo erano felici della sorte che era riservata a loro (la vita materiale è più dura che ad Ouagadougou, ma quante cose si capiscono! E inoltre ci si sente così tanto utili!) mi sembrava un successo. Forse due terzi di questi “deportati” - silenziosi - non erano dello stesso parere. Ma la proporzione di un terzo era molto più di quanto avessi potuto immaginare. Ciò mi ricordava la frase di Amilcar Cabral sul suicidio della piccola borghesia come classe. In ogni caso, i risultati materiali dell’operazione – l’aumento reale della produzione, dell’auto-consumo e delle vendite - dimostrano un successo almeno parziale, che avrebbe potuto essere migliorato col tempo.
Thomas Sankara era realmente femminista, cio che è molto rara «nei grandi uomini»
Sull’aspetto delle relazioni con le organizzazioni rivoluzionarie, le cose erano più difficili. Sankara sapeva che avrei visto “i miei amici”. Lo desiderava anche, e credo che sperasse che svolgessi il ruolo di una specie di intermediario ufficioso. Io ci tenevo a restare al mio posto: quella di uno straniero troppo ignaro di molte realtà per dare lezioni. Certamente ho incontrato tutti, o quasi, ed ho ascoltato molto le loro analisi - diverse e spesso divergenti -: Basile Guissou e Joséphine Ouédraogo, Talata Kafando, Arba Diallo, Philippe Ouédraogo, Taladie Thiombiano e tanti altri, senza contare gli uomini politici moderati come Joseph Ki-Zerbo, Charles Kaboré, gli economisti come Pierre Damiba, e gli altri.
Futuro aperto
Il potere aveva messo in campo le proprie organizzazioni, in particolare i comitati di difesa della rivoluzione. I loro comportamenti, il grado della loro organizzazione e del loro controllo eventuale, le loro relazioni con i militanti delle organizzazioni rivoluzionarie, nulla di ciò era sufficientemente chiaro perché si possano ricavarne (almeno da parte mia), delle conclusioni che riguardino sia la strategia politica che il potere delle organizzazioni rivoluzionarie. Le loro direzioni, che io incontravo normalmente e separatamente le une dalle altre, avevano dei punti di vista che io ascoltavo volentieri. Il mio solo intervento fu di dire a tutti – anche a Sankara: “ Tutelate le vostre differenze e rispettatevi reciprocamente, se è possibile, ma provate anche a lavorare insieme, su punti di convergenza. Che dopo tutto, ci sono”. Ed è quanto realmente penso. L’esperienza del Burkina Faso è stata affossata. Sankara è stato assassinato da persone a lui vicine, come si sa. Il paese non è più riuscito a scostarsi dai sentieri battuti dal neocolonialismo banale. Ma il futuro resta aperto, ed una ripresa a sinistra non è inimmaginabile se le condizioni interne ed esterne ne permetteranno lo sviluppo. Il Burkina Faso è, come il Mali e Ghana, in stato d’attesa.
Samir Amin

sabato 15 ottobre 2011

Thomas Sankara, la Rivoluzione Burkinabè ed il Che, di Carlo Batà


THOMAS SANKARA, LA RIVOLUZIONE   
BURKINABE’ E IL CHE
                                
di Carlo Batà


L’8 ottobre 1987 a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, si rende omaggio a Ernesto Che Guevara, nel ventesimo anniversario della sua morte. Sono gli ultimi giorni della rivoluzione burkinabè, spezzata come molte altre nella storia con l’uccisione del suo laeder, Thomas Sankara, colpevole di aver osato sfidare il sistema di oppressione e sfruttamento e di aver criticato la politica criminale in Africa e in Medio Oriente di Stati Uniti, Francia, Sud Africa e Israele. Troppo per un capo di stato di un piccolo paese dell’Africa subsahariana. Da quattro anni durava l’esperimento burkinabè, nato dalla volontà di ridare speranza e dignità a un paese e un continente saccheggiato e martirizzato per secoli. Quattro anni in cui nell’ex Alto Volta si cercò, invano, di consolidare una rivoluzione che potremmo definire più che in ogni altro modo, antimperialistica. Erano stati creati i Comitati di difesa della Rivoluzione e molte strutture analoghe a quelle sperimentate negli stessi anni a Cuba e nel Nicaragua sandinista.
Sankara commemora il Che, consapevole del sacrificio del rivoluzionario argentino, che prima di trovare la morte in Bolivia era stato nove mesi in Congo per cercare di risollevare le sorti del paese dopo l’assassinio di Patrice Lumumba. Erano i paesi africani le “altre terre che reclamano il contributo dei miei modesti sforzi”, come scrisse nella Carta de despedida, letta da Fidel Castro all’Avana nell’ottobre del 1965. Ecco spiegata la sua insistenza sulla situazione in Congo come paradigma della volontà dei paesi ricchi di continuare a sfruttare impunemente il Sud del mondo, anche dopo aver concesso alle ex colonie l’indipendenza.
Dopo vent’anni, Sankara sostiene che la sorte riservata ai paesi poveri è “la perpetua mendacità come modello di sviluppo”. In altri anni in cui si manifestava un attrito tra Cina e Unione Sovietica sulla politica da adottare verso i paesi del Terzo mondo, Guevara scelse di stare vicino alle vittime secolari della dominazione straniera e, dopo aver criticato nel corso del suo intervento ad Algeri, nel febbraio 1965, la posizione di Mosca, sparì nel nulla per cercare di ripetere le gesta della Sierra Madre nella giungla congolese. La carica di ministro dell’Industria, ormai non faceva più per il suo animo ribelle.
Anche Sankara, rivendicò sempre autonomia dall’Unione Sovietica, accusata di non fare abbastanza per i paesi del Terzo mondo, e denunciò l’aiuto “scandalosamente insufficiente” fornito alla lotta di liberazione dei popoli ancora oppressi:

Per quello che rappresentiamo per l’intera Africa non capiamo questa politica, questa mancanza di interesse, questo rifiuto ad aiutarci da parte di chi dovrebbe farlo. Loro dovrebbero essere dalla nostra parte”.

Nell’ottobre del 1986 Sankara si recò a Mosca: si disse ammirato della Rivoluzione d’ottobre, della sincera volontà di Gorbaciov di risolvere le lacune del sistema socialista. Però invocando la specificità e l’originalità dell’esperienza burkinabè, dichiarò: “La vostra rivoluzione deve molto all’inverno, ma da noi non c’è l’inverno”. Anche il Che aveva sempre sostenuto la necessità di tenere le dovute distanze del blocco socialista e, all’inizio del 1965, così aveva tuonato ad Algeri: “I paese socialisti sono in un certo modo complici dello sfruttamento imperialistico”.
Un centinaio di cubani si recarono quindi volontari a combattere contro l’imperialismo, che all’inizio degli anni ’60 nell’ex Congo belga si manifestava in tutta la sua crudeltà, poco prima dell’aggressione al Vietnam, dove l’intervento straniero avvenne sotto forma di armi e mercenari, tra cui anche cubani veterani della Baia dei Porci e soldati di Rhodesia e Sudafrica. E l’imperialismo, già individuato da José Martì alla fine dell’Ottocento come un pericolo mortale per le piccole nazioni dell’America latina, secondo Guevara, era addirittura “il nemico del genere umano”. Sankara riporta alla tragicità della situazione africana negli anni ’80 il concetto:

L’imperialismo è un sistema di sfruttamento che non si presenta solo nella forma brutale di coloro che vengono con dei cannoni a occupare un territorio, ma più spesso si manifesta in forme più sottili, un prestito, un aiuto alimentare, un ricatto. Noi stiamo combattendo il sistema che consente a un pugno di uomini sulla terra di dirigere tutta l’umanità”.

E chi combatte il sistema ha vita difficile.
Quando Samkara si recò all’Avana, espresse piena solidarietà alla rivoluzione cubana e, soddisfatto, affermò, davanti a Fidel Castro e Armando Hart:

Noi sappiamo che avremo sempre l’appoggio del popolo rivoluzionario di Cuba e di tutti quelli che hanno abbracciato gli ideali di José Martì”.

Il Burkina Faso e Cuba avviarono una cooperazione in campo agricolo, educativo e sanitario: macchinari per la coltivazione furono inviati a Ouagadougou, medici cubani lavoravano negli ospedali del Burkina Faso, giovani burkinabè studiavano nelle scuole cubane grazie alle borse di studio concesse loro dal governo all’Avana.
Il Burkina Faso fu vicino anche a un’altra rivoluzione che prese il potere anche negli stessi anni: il Nicaragua del Fsln. Che nel 1979 aveva posto fine alla sanguinaria dittatura di Somoza e stava cercando di costruire una società più giusta. In visita a Managua, Sankara che ben conosceva la pericolosità di non soggiacere ai dettami statunitensi (era salito al potere negli stessi mesi in cui a Grenada perdeva la vita Maurice Bishop), esclamò:

Triste Nicaragua, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti: sì, in queste condizioni è proprio difficile vivere liberi”.

Sankara non poteva non ammirare il tentativo del Che di creare solidi legami tra i paesi africani che negli anni ’60 si opponevano all’ingerenza straniera: l’Algeria di Ben Bella, prima del colpo di stato del 19 giugno 1965 che portò al potere Boumadienne; l’Egitto di Nasser; il Ghana di N’krumah; il Senegal di Sénghor; la Tanzania di Nyerere. Sankara non poteva non ammirare lo stoicismo del Che nella sua lotta quotidiana contro l’asma, contro il paludismo e contro la dissenteria. Pur tra mille difficoltà, Guevara riuscì a consegnare una lettera a Winnie Mandela perché la consegnasse al marito, recluso nelle galere sudafricane, dove rimarrà altri venticinque anni. Le sue parole sono pungenti come sempre:

Nelson Mandela in prigione è mille volte più libero, mille volte più felice di quelli che fuori sono consumati dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo o, peggio, servono gli interessi dei nemici del popolo, soprattutto dell’imperialismo arrogante del nostro tempo”.

Ed era l’imperialismo arrogante, senza pudore né limiti che si stava combattendo nel 1965 in Africa centrale. Guevara, sempre nella Carta de despedia scritta a Fidel Castro, lo aveva ricordato:

Sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo e la sensazione di assolvere al più sacro dei doveri: combattere contro l’imperialismo dovunque esso sia”.

Tatu Muganda (così era chiamato il Che in Congo: in swahili Tatu significa “tre”, Muganda “dottore”) si divideva tra la cura degli ammalati e dei feriti, l’educazione e le azioni di vera guerriglia. I suoi sforzi risultarono però vani: il ritiro dalla regione avvenne senza aver portato a termine nulla di concreto. “Creare, due, tre, molti Vietnam”, ripeteva Guevara, che indossati di nuovo i vestiti del Che, cercò di far scoppiare un altro Vietnam nella selva boliviana, dove troverà la morte.
Nel discorso dell’8 ottobre 1987 Sankara però ricorda:

Le idee non si possono uccidere; le idee non muoiono. Ecco perché Che Guevara, incarnazione delle idee rivoluzionarie e del sacrificio di sé, non è morto… Che Guevara, argentino di nascita, ma cubano per l’impegno e il sangue che egli sparse per il popolo cubano, fu soprattutto cittadino del mondo libero – il mondo libero che insieme vogliamo costruire. Ecco perché Che Guevara è anche africano e burkinabè”.


http://stefano-santarelli.blogspot.com/search/label/Che%20Guevara



SANKARA E' VIVO E LOTTA INSIEME A NOI - DISCORSO SUL DEBITO PUBBLICO

Discorso di Sankara sul debito all’Organizzazione per l’Unità Africana del 29 luglio 1987 

[...]Perciò vorrei proporre, Signor presidente,
 che stabilissimo dei livelli di sanzione per i capi di stato che non rispondono all’appello. 
Facciamo in modo che attraverso un sistema di punti di buona condotta, quelli che vengono regolarmente, come noi, per esempio, possano essere sostenuti in alcuni dei loro sforzi.
 
Per esempio: ai progetti che presentiamo alla Banca africana di sviluppo deve essere attribuito un coefficiente di africanità.
 
I meno africani saranno penalizzati.
 Così tutti verranno alle riunioni qui.

[Il presidente del CNR e del Burkina Faso parla ora del problema del debito dei paesi africani.] 

Noi pensiamo che il debito si analizza prima di tutto dalla sua origine.
 
Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo.
 

Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato.
 
Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie.
 

Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini.
 
Noi non c’entravamo niente con questo debito.
 Quindi non possiamo pagarla. 

Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici anzi dovremmo invece dire "assassini tecnici".
 
Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei "finanziatori".
 

Un termine che si impiega ogni giorno come se ci fossero degli uomini che solo "sbadigliando" possono creare lo sviluppo degli altri (gioco di parole in francese sbadigliatore/finanziatore).
 

Questi finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati.
 
Ci hanno presentato dei dossier e dei movimenti finanziari allettanti.
 

Noi ci siamo indebitati per 50, 60 anni e più.
 
Cioè 
siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per 50 anni e più. 

Il debito nella sua forma attuale,
 controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee.In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso. 

Ci dicono di rimborsare il debito.
Non è un problema morale.
 
Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore.
 

Signor presidente: abbiamo prima ascoltato e applaudito la primo ministro norvegese intervenuta qui.
 
Ha detto, lei che è una europea, che il debito non può essere rimborsato tutto.
 

Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché 
se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri. 
Invece se paghiamo, noi moriremo, siamone ugualmente sicuri.
 

Quelli che ci hanno condotti all’indebitamento hanno giocato come al casinò.
 Finché guadagnavano non c’era nessun dibattito ; ora che perdono al gioco esigono il rimborso. 
E si parla di crisi.
No, Signor presidente.

Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco.
E la vita continua.

Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. 
Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito.

Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del sangue. 

E’ il nostro sangue che è stato versato.
 
Si parla del Piano Marshall che ha rifatto l’Europa economica.
 
Ma non si parla mai del Piano africano che ha permesso all’Europa di far fronte alle orde hitleriane quando la sua economia e la sua stabilità erano minacciate.

Chi ha salvato l’Europa?
E’ stata l’Africa.
 Se ne parla molto poco. 
Così poco che noi non possiamo essere complici di questo silenzio ingrato.
 
Se gli altri non possono cantare le nostre lodi, noi abbiamo almeno il dovere di dire che i nostri padri furono coraggiosi e che i nostri combattenti hanno salvato l’Europa e alla fine hanno permesso al mondo di sbarazzarsi del nazismo.
 

Il debito è anche conseguenza degli scontri.
 
Quando ci parlano di crisi economica, dimenticano di dirci che 
la crisi non è venuta all’improvviso. 
La crisi è sempre esistita e
 si aggraverà ogni volta che le masse popolari diventeranno più coscienti dei loro diritti di fronte allo sfruttatore. 

Oggi c’è crisi perché le masse rifiutano che le ricchezze siano concentrate nelle mani di qualche individuo.
 
C’è crisi perché qualche individuo deposita nelle banche estere delle somme colossali che basterebbero a sviluppare l’Africa.
 
C’è crisi perché di fronte a queste ricchezze individuali che si possono nominare, le masse popolari si rifiutano di vivere nei ghetti e nei bassi fondi.
 
C’è crisi perché i popoli rifiutano dappertutto di essere dentro Soweto di fronte a Johannesburg.
 
C’è quindi lotta, e
 l’esacerbazione di questa lotta preoccupa chi ha il potere finanziario. 
Ci si chiede oggi di essere complici della ricerca di un equilibrio.


Equilibrio a favore di chi ha il potere finanziario. 
Equilibrio a scapito delle nostre masse popolari.
 
No! Non possiamo essere complici.

No! Non possiamo accompagnare quelli che succhiano il sangue dei nostri popolie vivono del sudore dei nostri popoli nelle loro azioni assassine. 

Signor presidente: sentiamo parlare di club – club di Roma, club di Parigi, club di dappertutto.
 Sentiamo parlare del Gruppo dei cinque, dei sette, del Gruppo dei dieci, forse del Gruppo dei cento o che so io.
E’ normale che anche noi creiamo il nostro club e il nostro gruppo.
Facciamo in modo che a partire da oggi anche Addis Abeba diventi la sede, il centro da cui partirà il vento nuovo del Club di Addis Abeba.
Abbiamo il dovere di creare oggi il fronte unito di Addis Abeba contro il debito. 
E’ solo così che potremo dire oggi che rifiutando di pagare non abbiamo intenzioni bellicose ma al contrario intenzioni fraterne.
 

Del resto le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa.
Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa.Abbiamo un nemico comune. 
Quindi il club di Addis Abeba dovrà dire agli uni e agli altri che il debito non sarà pagato.
 
Quando diciamo che il debito non sarà pagato non vuol dire che siamo contro la morale, la dignità, il rispetto della parola.
 Noi pensiamo di non avere la stessa morale degli altri. 
Tra il ricco e il povero non c’è la stessa morale.
 
La Bibbia, il Corano, non possono servire nello stesso modo chi sfrutta il popolo e chi è sfruttato.
 
C’è bisogno che ci siano due edizioni della Bibbia e due edizioni del Corano.
 
Non possiamo accettare che ci parlino di dignità.
 
Non possiamo accettare che ci parlino di merito per quelli che pagano e perdita di fiducia per quelli che non pagano.
 
Noi dobbiamo dire al contrario che è normale oggi che si preferisca riconoscere che
 i più grandi ladri sono i più ricchi. 

Un povero, quando ruba, non commette che un peccatucolo per sopravvivere e per necessità.
 I ricchi, sono loro che rubano al fisco, alle dogane. 
Sono loro che sfruttano il popolo.
 Signor presidente: non è quindi provocazione o spettacolo. 
Dico solo ciò che ognuno di noi pensa e vorrebbe.
 
Chi non vorrebbe qui che il debito fosse semplicemente cancellato?
 
Quelli che non lo vogliono possono subito uscire, prendere il loro aereo e andare subito alla Banca Mondiale a pagare!
 
Lo vogliamo tutti!
 
Non vorrei poi che si prendesse la proposta del Burkina Faso come fatta da "giovani", senza maturità e esperienza.
 
Non vorrei neanche che si pensasse che solo i rivoluzionari parlano in questo modo.

Vorrei semplicemente che si ammettesse che è una cosa oggettiva, un obbligo.
 
E posso citare tra quelli che dicono di non pagare il debito dei rivoluzionari e non, dei giovani e degli anziani.
 
Per esempio Fidel Castro ha già detto di non pagare.
 
Non ha la mia età, anche se è un rivoluzionario.
 Ma posso citare anche François Mitterrand che ha detto che i Paesi africani non possono pagare, i paesi poveri non possono pagare. 
Posso citare la signora Primo Ministro (di Norvegia).
Non conosco la sua età e mi dispiacerebbe chiederglielo È solo un esempio.
 
Vorrei anche citare il presidente Félix Houphouët Boigny
 Non ha la mia età, eppure ha dichiarato pubblicamente Che almeno il suo Paese, la Costa d’Avorio, non può pagare. 
Ma la Costa d’Avorio è tra i paesi che stanno meglio in Africa, almeno nell’Africa francofona.
 (E’ per questo d’altronde che è normale che paghi un contributo maggiore qui...) 
Signor Presidente la mia non è quindi una provocazione.
 
Vorrei che molto saggiamente lei ci offrisse delle soluzioni.
 
Vorrei che la nostra conferenza adotti la necessità di dire chiaramente che noi non possiamo pagare il debito.
 
Non in uno spirito bellicoso, bellico.
 
Questo per evitare che ci facciamo assassinare individualmente.
 
Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il debito, non sarò qui alla prossima conferenza!
 
Invece, col sostegno di tutti, di cui ho molto bisogno, col sostegno di tutti potremo evitare di pagare... consacrando le nostre magre risorse al nostro sviluppo.
 
E vorrei terminare dicendo che ogni volta che un paese africano compra un’arma è contro un africano.

Non contro un europeo, non contro un asiatico. 
E’ contro un africano.
 
Perciò dobbiamo anche, 
nella scia della risoluzione sul problema del debito, trovare una soluzione al problema delle armi. 
Sono militare e porto un’arma.
 
Ma Signor presidente, vorrei che ci disarmassimo.
 
Perché io porto l’unica arma che possiedo.
 
Altri hanno nascosto le armi che pure portano.
 Allora, cari fratelli, col sostegno di tutti, potremo fare la pace a casa nostra. 
Potremo anche usare le sue immense potenzialità per sviluppare l’Africa perché il nostro suolo e il nostro sottosuolo sono ricchi.
 
Abbiamo abbastanza braccia e un mercato immenso, da Nord a Sud, da Est a Ovest.
 
Abbiamo abbastanza capacità intellettuali per creare, o almeno prendere la tecnologia e la scienza in ogni luogo dove si trovano.
 
Signor presidente: facciamo in modo di realizzare questo fronte unito di Addis Abeba contro il debito.
 
Facciamo in modo che a partire da Addis Abeba decidiamo di limitare la corsa agli armamenti tra paesi deboli e poveri.
 
I manganelli e i coltellacci che compriamo sono inutili.
 
Facciamo in modo che il mercato africano sia il mercato degli africani.
 
Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa.
 
Produciamo quello di cui abbiamo bisogno e consumiamo quello che produciamo, invece di importarlo.
 
Il Burkina Faso è venuto ad esporvi qui la cotonnade, prodotta in Burkina Faso, tessuta in Burkina Faso, cucita in Burkina Faso per vestire i burkinabé.
 
La mia delegazione ed io stesso siamo vestita dai nostri tessitori, dai nostri contadini.

Non c’è un solo filo che venga d’Europa o d’America. 
Non faccio una sfilata di moda ma vorrei semplicemente dire che dobbiamo accettare di vivere africano.
 
E’ il solo modo di vivere liberi e degni.
 
La ringrazio Signor presidente.
La patria o la morte, vinceremo!
 

sabato 1 ottobre 2011

Thomas Sankara ricorda Ernesto Guevara



Thomas Sankara (1949-1987): Discorso in commemorazione di Ernesto Che Guevara a Ouagadougou (Burkina-Faso, 08 ottobre 1987).

che guevara con un bimbo africano
Qualche settimana fa in queste pagine presentai la figura e le profezie del presidente  del Burkina-Faso Thomas Isidore Noël Sankaraassassinato il 15 ottobre 1987. In conclusione di quella presentazione accennavo  alla necessità di prendere in considerazione il bellissimo discorso pronunciato da Sankara l’8 ottobre 1987 (una settimana prima della sua cruenta morte) in occasione della commemorazione di Ernesto Che Guevara a Ouagadougou Era presente una delegazione cubana a cui faceva parte il figlio del leader latinoamericano Camillo Guevara March. Avevo promesso che avrei pubblicato interamente il commovente discorso che personalemente mi sembra oltre un comiato del leader africano da “Guevara burkinabè, è una indicazione di indicazione politica e culturale per un pensare e un agire tesi ad affermare principi ed ideali legati ai diritti e alla dignità umana anche nei paesi cosiddetti poveri e in “via di sviluppo” (quale sviluppo ora?). Per me afroeuropeo, è importante ripartire nel ricordare i volti, i nomi, gli ideali e gli impegni di tutti i testimoni storici (di ogni orizzonte e terra), l’unica possibilità per farli Rivivere e proseguire la strada in loro compagnia.
 (Jean-Pierre Sourou Piessou)..
————————————-00———————00…………………………………………..
                                                             IL DISCORSO (Ouagadougou, 08 ottobre 1987)
Stamane, in modo modesto e semplice, abbiamo aperto la mostra che cerca di riepilogare la vita e il lavoro del Che.
Vogliamo oggi dire al mondo che per noi Che Guevara non è morto, perché ovunque esistono luoghi in cui i popoli lottano per piu’ libertà, piu’ dignità, piu’ giustizia, piu’ libertà. Ovunque c’è chi lotta contro l’oppressione e il dominio, contro il colonialismo, il neocolonialismo e l’imperialismo e contro lo sfruttamento di classe.
Cari amici, uniamo le nostre voci a quelli che ovunque nel mondo ricordano il giorno in cui un uomo chiamato Guevara, con il cuore pieno di fede, inizio’ la lotta con altri uomini e accese cosi’ la scintilla che tanto ha disturbato le forze della prevaricazione e che ha illuminato una nuova era anche in Burkina-Faso, mettendo in moto una nuova realtà nel nostro paese.
Che Guevara fu tolto di mezzo dalle pallottole imperialistiche sotto il ceilo boliviano. Ma per noi Che Guevara non è morto.
Una delle belle frasi spesso ripetute dai rivoluzionari-dai grandi rivoluzionari cubani è quella ripetuta da Fidel Castro, l’amico del Che, il suo compagno di lotta, suo fratello. La disse un giorno uno degli ufficiali del dittatore Batista che, benché parte di quell’esercito reazionario e oppressore, fu capace di stringere un’ alleanza con le forze che lottavano per il benessere del popolo cubano. I rivoluzionari che avevano appena tentato senza successo un assalto alla caserma del Moncada stavano per essere fucilati dai soldati di Batista. Nell’attimo cruciale, l’ufficiale disse semplicemente: “non sparate, le idee non si possono uccidere”.
E’ vero, le idee non si possono uccidere, le idee non muoiono. Ecco perché Che Guevara, incarnazione delle idee rivoluzionarie e del sacrificio di sé non è morto, e voi siete venuti qui oggi, e noi traiamo ispirazione da voi.
Che Guevara, argentino per nascita, ma cubano per l’impegno e il sangue che egli sparse per il popolo cubano, fu soprattutto cittadino del mondo libero-il mondo libero che insieme vogliamo costruire. Ecco perché Che Guevara è anche africano e burkinabè.
Il suo berretto con stella, che egli chiamava boina è conosciuta in tutta l’Africa e tutta l’Africa da nord a sud lo ricorda.
La gioventu’ senza paura-gioventu’ assettata della dignità, del coraggio, delle idee e della vitalità che egli simboleggia in Africa, si è ispirata a Che Guevars per bere alla sua fonte, quella fonte di vita che l’eredità rivoluzionaria del Che ha rappresentato per il mondo. Alcuni di coloro che ebbero l’opportunità e l’onore di essergli vicini, e che sono ancora in vita, sono qui fra noi oggi.
Il Che è burkinabè, perché partecipa alla nostra lotta; perché le sue idee ci ispirano e sono iscritte nel nostro discorso di orientamento politico; perché la sua stella è nella nostra bandiera; perché una parte del suo pensiero vive in ognuno di noi nella lotta che quotidianamente conduciamo.
Il Che era un uomo, ma un uomo che ha saputo educarci nell’idea che dobbiamo osare avere fiducia in noi stessi, nelle nostre capacità. Il Che è fra noi.
E il Che, per noi, è prima di tutto la convinzione, la convinzione rivoluzionaria, la fede rivoluzionaria…la convinzione che la vittoria è nostra e che la lotta è l’unica nostra risorsa.
Il Che è anche compassione, compassione umana, generosità, sacrificio di sé, che facevano di lui non solo un argentino, un cubano, un combattente internazionalista, ma anche un uomo pieno di calore umano.
Il Che chiese molto a se stesso, con la severità di uno che ebbe la fortuna di nascere in un abbiente famiglia argentina-non abbiamo niente contro le famiglie argentine-ma seppe voltare le spalle a una strada facile e dire no alla tentazione mostrando di essere un uomo che fa causa comune con il popolo e con le sofferenze degli altri. Il carattere “severo” del Che è qualcosa che ci dovrebbe ispirare di piu’.

La convinzione, la compassione umana, il rigore verso se stesso-tutto ha fatto di lui il Che. E tutti coloro i quali sono capaci di combinare in se stessi tali qualità, anch’essi possono ritenersi dei Che, esseri umani fra gli esseri umani, rivoluzionari fra i rivoluzionari.
Queste fotografie cercano di ritrarre al meglio possibileuna parte della vita del Che. Malgrado la forza della loro espressione, esse non riescono a parlare del suo animo, la parte piu’ determinante dell’uomo. Le pallottole dell’imperialismo miravano molto piu’ allo spirito del Che che alla sua immagine. La sua fotografia è conosciuta in tutto il mondo, ma dobbiamo sforzarci di conoscerlo meglio.

Andiamogli piu’ vicino, ma non come ad adorare un Dio o l’immagine posta fuori e al di sopra dell’uomo; bensi’ piuttosto con il sentimento che ci avvicina a un fratello che ci parla e a cui possiamo parlare. Altri rivoluzionari hanno trato ispirazione dallo spirito del Che e anch’essi sono diventati internazionalisti, anch’essi, con altri, hanno compreso come costruire la fede-nella lotta che cambia le cose – e come combattere l’imperialismo e il capitalismo.
 E a te, compagno Camillo Guevara, non ci rivolgiamo come a un figlio orfano. Il Che è di tutti noi. E’ di tutti noi, in eredità a tutti i rivoluzionari. Non puoi sentirti solo e abbandonato, perché trovi in tutti noi dei fratelli e delle sorelle, amici e compagni. Sei come noi un cittadino del Burkina-Faso, perché hai seguito le orme del Che, del Che che è padre di tutti noi.
Ricordiamo quindi il Che semplicemente come questo eterno eroe romantico, di un eroismo giovane, fresco e vitale, e al tempo stesso ricordiamo la lucidità, la saggezza e la dedizione che solo esseri profondi e compassionevoli possono avere. Il Che era la giovinezza del diciassettenne e insieme la saggezza del settantasettenne. Questa combinazione piena di giudizio, dovrebbe essere sempre anche la nostra.
Grazie ai compagni cubani per lo sforzo di essere qui con noi. Grazie a quelli che hanno viaggiato per migliaia di chilometri e attraversato gli oceani per venire in Burkina-Faso a ricordare il Che. Grazie a quelli che con il loro contributo personale faranno in modo che questo giorno non sia una mera giornata di calendario, ma giorni, molti giorni, molti giorni per anni e secoli, durante i quali si griderà che lo spirito del Che è eterno. Compagni , esprimo la mia gioia nell’immortalare l’ideale di Che Guevara qui a Ouagadougou intitolando a lui questa strada.
 Ogni volta  che pensiamo al Che, cerchiamo di essere come lui, di fare vivere ancora quest’uomo, il combattente. E specialmente, ogni volta che cercheremo di agire come lui, con spirito di sacrificio, respingendo gli agi borghesi che tentano di alienarci, rifiutando il cammino facile, educandoci alla rigorosa disciplina della moralità rivoluzionaria, ogni volta che cercheremo di agire cosi, serviremo al meglio le idee del Che e le faremo rivivere.
Patria o morte, vinceremo!