Centro di documentazione, d'archivio e di analisi giornalistica, a cura di Stefano Zecchinelli
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domenica 31 marzo 2019
Michel Midi avec Mohamed Hassan: Géostratégies US face à un monde qui change
domenica 3 marzo 2019
Franco Fracassi: ONG BRAC, il lato oscuro dell' immigrazione
martedì 8 gennaio 2019
Dal Niger al Sudan, l’Africa nella morsa dell’ipocrisia clericosinistra ----- DECRETI SICUREZZA E GRANDI IMBROGLI, di Fulvio Grimaldi

Intanto un plauso di cuore e di mente a Luigi Di Maio per la solidarietà totale data ai Gilet Gialli di Francia , la più bella e forte risposta alla globalizzazione finanzcapitalista da molti anni a questa parte, augurandoci che tale riscatto dei 5 Stelle si estenda ad altre aree politiche, sociali, ambientali che erano nell’anima del MoVimento alle origini.
Due settimane davanti a Malta. Sarebbero bastate per sbarcare a Calais, Dover o Amburgo
Grande dibattito e grande esplosione di hate speech, discorsi dell’odio, rancore, invidia sociale (quelli che venivano attribuiti agli italiani che hanno votato questo governo) da parte dell’unanimismo politico-mediatico globalista e antisovranità, sul decreto sicurezza. Hate speech ulteriormente animati dalle due navi di Ong tedesche che girano per il Mediterraneo meridionale. Ong tedesche, vale a dire di quel paese e appoggiate da quel governo (oltreché da George Soros) che, dopo aver raso al suolo la culla della nostra civiltà (nuovamente barbari, alla faccia di Goethe, Bach, Duerer e Schopenhauer), si sono fatti giustizieri, insieme ai francesi e ai burattini di Bruxelles, del timido tentativo italiano di invertire il flusso della ricchezza perennemente dal basso verso l’alto.
Navi tedesche, mi viene da riflettere, che nel corso dei 18 giorni in cui andavano lacrimando su mari in tempesta e migranti, secondo l’immaginifico manifesto “in condizioni disperate” (benché rifornite da Malta di tutto il necessario…), tra Malta e Lampedusa, avrebbero potuto raggiungere, che so, New York, o magari Amburgo, visto che così tante città tedesche si erano dichiarate disposte ad ospitare i profughi. O Rotterdam, visto che è olandese la bandiera della Sea Eye. Non vi pare?
Posto che l’unica cosa buona fatta dal socio neoliberista e ultradestro della maggioranza di governo è stato mettere l’opinione pubblica di fronte al ricatto dell’Europa nei confronti dei paesi rivieraschi del Sud – o mangiate la minestra della destabilizzazione sociale ed economica di un’immigrazione incontrollata, o vi buttiamo dalla finestra -, posto che strumento di questo ricatto è la società anonima creata dal colonialismo tra multinazionali predatrici, trafficanti, Ong, santi peroratori dell’accoglienza senza se e senza ma, per sottrarsi a tale ricatto ritengo il decreto sicurezza del, per altri versi detestabile, fiduciario dei padroni, il minimo indispensabile per salvare una serie di paesi destinati al macero.
Razzista chi vuole rendere inappetibile l’Italia a migranti? Il contrario, antirazzista e anticolonialista
Pensate, un anticolonialista e antimperialista, uno che nel corso di quasi tutte le guerre e aggressioni di altro genere da parte degli antropofagi occidentali, ha vissuto, operato, scritto e filmato dalla parte delle vittime, con i rischi e le conseguenze connesse sul piano delle condizioni personali, che dice: il decreto sicurezza non basta! E che sarebbe giusto, umano, rispettoso dei diritti altrui, ostile a trafficanti e speculatori sulle pelli nere o brune, opposto alla tratta degli schiavi e agli eserciti industriali di riserva, evitare che vi possano essere motivi, perlopiù illusori, ma anche veri, per sollecitare lo spostamento di popolazioni. I famosi pull factor. Tutto ciò che rende appetibile per un africano abbandonare terra, patria, identità, cultura, fa torto e danno a lui e svuota e disarma il suo paese. Crudele, razzista? No, l’opposto. Il massimo del razzismo è quello degli eredi di coloro che sugli schiavi costruirono sviluppo, ricchezze, nazioni. Anche allora i civili facevano il bene dei selvaggi.
Forse l’immenso divario che mi divide dai buonisti accoglitori di vecchio stampo, quelli che si mascheravano da sinistra (dal manifesto in su), come da quelli scopertisi tali dopo aver inflitto un massacro sociale e culturale ad autoctoni ed immigrati con pari entusiasmo, deriva in buona parte dal fatto che io dalle parti degli sradicati di oggi e accasati di ieri ci ho speso almeno metà della mia vita. E loro no. Dal che loro rivendicano il proprio diritto a stare, e bene, a casa propria, quella civile, moderna, democratica, ma anche il “diritto” degli altri a venirsene via da casa (chiamata “guerra, fame, dittatura”) e stabilirsi qui in un ghetto di cartone, in una stanza per dieci, in un campo di pomodori, in una cosca della mafia nigeriana, in una banlieu fuori dal mondo.. E io ho l’improntitudine xenofoba e razzista di mettere al primo posto il diritto di ognuno di restare a casa sua, di esservi trattato bene, di non essere oppresso e sfruttato.
Sinergie nella filiera dell’emigrazione
Non è segno di cecità, se non per gli irrimediabili utili idioti, ma di ipocrisia o di calcolo non vedere la sinergia che esiste lungo la filiera che porta da Raqqa in Siria, o Herat in Afghanistan, o Dakar in Senegal, dove habitat ed economia sono stati occupati da necrofori armati o briganti economici dell’Impero e sue marche, all’organizzazione di trasporti in terra e traghettamenti da barca a barca (chiamati “salvataggi da naufragi”), fino alle cooperative delle creste sulla sopravvivenza, ai caporali, alla grande distribuzione dai prezzi discount, ai partner della criminalità organizzata.
Questo dello svuotamento di continenti e paesi da rapinare e della tracimazione di altri cui tagliare le gambe è la Grande Operazione globalista per rilanciare il capitalismo dopo la crisi. Una trasparentissima strategia che ha il suo punto di forza nella cancellazione delle identità, particolarità, storia, nazionalità, culture, da Palmira e dalla Biblioteca Nazionale di Bagdad, fino alla cosiddetta integrazione del selvaggio nella società civile, il presunto meticciato e multiculturalismo, un amalgama senza faccia, senza anima e senza nome. E come con i barbari all’assalto di Roma, o con i colonialisti della depredazione e dei genocidi di Africa, Asia, America Latina e, oggi, con i neocolonialisti di un mondialismo nel segno dell’élite finanzcapitalista e militarsecuritaria, unica identità da salvaguardare, con chi sta la Chiesa, tuttora potenza morale suprema a fianco dei manovratori? Ascoltate il papa.
Sudan, uno di quegli inverni che chiamano primavera araba
A proposito di Chiesa, sentivo stamane a Radio Uno sui tumulti in Sudan, oggi paese d’origine di gran parte dei migranti, l’immancabile frate missionario. E mi sono ricordato di quando, per una conferenza a Palermo, a un centro sociale che ospitava alcuni profughi dal Darfur, dovetti raccomandare di prendere cum granu salis i loro anatemi contro il governo di Khartum. Il frate, ovviamente comboniano, di quell’Ordine che in epoca pre-panarabista faceva il bello e il cattivo tempo in Sudan, con mano morta su tutto l’apparato scolastico e sanitario dell’immenso paese, sparava gli stessi anatemi sullo stesso governo, quello di Omar el Bashir. Così, grazie alla puntualissima Amnesty, i 12 morti ufficiali sono diventati 40 e la repressione, per quanto in nulla dissimile da quella fisiologicamente nostra, da Parigi, a Genova, Chicago, Atene, laggiù è ovviamente genocida. Come lo sarebbe al Bashir, secondo il Tribunale Penale dell’Aja, che non ha mai accusato chi non fosse di pelle nera. Nessuno dovrebbe negare che i manifestanti abbiano ottime ragioni, il pane, i prezzi, il carburante, ma non dire che questo accade in un paese che l’Occidente sottomette da decenni a sanzioni genocide e a mutilazioni che lo destabilizzano e lo privano delle proprie risorse, conferma ogni sospetto sulla nostra stampa.
Sono stato in Sudan o vi sono passato parecchie volte sulla strada per l’Eritrea o l’Etiopia.Oggi ne leggo i reportage da Khartum di una signora, Antonella Napoli, il cui primo titolo, a mio avviso, non è tanto quello di giornalista della Repubblica, ma di fondatrice e presidente dell’Onlus “Italiani per il Darfur”. Basta e avanza per interpretare i suoi racconti.
Sud Sudan e Darfur: disfare il più grande e uno dei più ricchi paesi dell’Africa
Già, il Darfur. Nel 1971 incontrai Gaafar Nimeiri, presidente del Sudan, e alcuni suoi ministri. Passammo una notte intera, in un villaggio del sud, a discorrere di storia, presente e futuro del paese e della rivoluzione araba. Sulla scia della rivoluzione anticoloniale di Gamal Nasser in Egitto e poi di Muammar Gheddafi in Libia, il colonello Nimeiri aveva preso il potere sostituendo il precedente governo di obbedienza britannica, storica potenza coloniale. Resosi di conseguenza ostico al sion-imperialismo, si vide innescare un’insurrezione separatista nella parte meridionale, cristiana, del paese. Protagonisti Israele, gli Usa, la Nato e il Vaticano, al quale il governo, nazionalizzando ogni cosa aveva sottratto il controllo dell’istruzione e degli ospedali. Li stavano i tre quarti dei ricchi giacimenti di idrocarburi del paese. Valse la pena per i cospiratori calare sul tavolo la carta di qualche centinaio di migliaia di morti. Neri. Quelli così cari ai loro prosecutori di oggi.
Nel 1986 il governo di Nimeiri, nel frattempo islamizzato, venne sostituito da quello di Sadiq el Mahdi, esponente dell’aristocrazia islamica, da tempo esule a Londra e strettamente collegato agli interessi di quella potenza. Più in nome dell’Umma, la comunità panislamica sostenuta dall’Occidente (vedi i Fratelli Musulmani), che del nazionalismo afro-arabo, ma sempre di segno contrario al neocolonialismo occidentale e favorevole all’Iraq di Saddam e all’URSS, fu il colpo di Stato che portò al potere, nel 1989, Omar al Bashir. L’ostilità revanscista dell’Occidente si manifestò presto e in vari modi. La rianimazione della rivolta cristiana nel Sud, il bombardamento di Clinton, nel 1997, della fabbrica farmaceutica di Al Shifa indispensabile per il Sudan e gran parte dell’Africa per i medicinali antimalarici. Rimasero sepolti 300 operai e si calcola che a seguito di quella distruzione morirono almeno 10mila sudanesi. Terza operazione, di lunga prospettiva e affine alla destabilizzazione del Sud, fu una specie di guerra civile nel Darfur, centro-ovest del paese, subito sostenuta da tutti gli arnesi delle rivoluzioni colorate, con in testa Soros e George Clooney. Il contributo di Roma sono i già menzionati “Italiani per il Darfur”.
La vera storia del Darfur
Con una validissimo ambasciatore italiano, innamorato del paese, a realizzare un reportage per il TG3, allora libero, andammo in Darfur e mi vennero spiegate le cose. Zona a gravissima desertificazione (dono del cambio climatico da noi inflitto a loro), tanto che la pista del nostro fuoristrada era seminata di carogne di ovini e bovini, subiva lo scontro per la pochissima acqua e le scarse terre fertili rimaste, cioè per la vita, tra tribù nomadi di allevatori e tribù stanziali di agricoltori. Il revanscismo colonialista, munito delle solite Ong, si gettò a pesce sull’occasione, inventandosi che il regime stava compiendo un genocidio, favorendo bande di briganti Janjawid (demoni a cavallo), che poi erano gli allevatori nomadi. E vai con vittime sudanesi raccolte nei campi e invitati poi a impinguire le colonne di rifugiati verso l’Europa, dove altre Ong si sarebbero occupate di loro.
Lo Stato più giovane del mondo muore subito. Nel sangue
Nel 2011, poi, sempre nel corso della collaudata strategia del divide et impera, il neocolonialismo riuscì a strappare a un Sudan indebolito da conflitti e dalle immancabili sanzioni, la sua parte meridionale, ricca di petrolio, di biodiversità, acqua, legname e altre ricchezze minerarie. Non c’era solo il petrolio. C’era il Nilo con il quale, chiudendo il rubinetto, si potevano mettere in ginocchio, a valle, i riottosi Sudan ed Egitto. Un certo giro imperial-clericale festeggiò la nascita del più giovane Stato democratico del mondo e si tacque, da allora, sul bagno di sangue in cui questo artificio coloniale è sprofondato in seguito alla ferocissima lotta per i giacimenti tra due etnie opposte, i Nua e i Dinka, rappresentate rispettivamente da presidente e vicepresidente, con i loro immancabili sponsor. Una guerra civile con l’impiego di soldati bambini che nessuno denuncia. Un altro successo occidentale nell’Africa della “fuga da guerre, fame e persecuzioni”. Attendo ancora i comboniani “Nigrizia” e Zanotelli denunciare lo squartamento di un pacifico e acculturato paese africano, all’origine di una delle migrazioni più massicce.
Carcerieri per conto dell’Europa
Tutto questo non lo leggerete nei dispacci della fondatrice e presidente di “Italians for Darfour”, cronista invece della “primavera sudanese, repressa dal regime con tanto di lacrimogeni”, né in altri reportages di quella nostra stampa libera e indipendente che, tanto per fare un esempio della sua linearità, coerenza e trasparenza, oggi si fa deprecatrice dei “tradimenti” dei 5 Stelle su Tap, Ilva, trivelle in mare, Terzo Valico, eccetera. Peraltro tutte questioni non definite e su cui sarà decisiva la scelta del ministro dell’Ambiente. Ma, stupefacentemente, tutte dispute in cui i deprecatori di oggi si trovavano ieri a deprecare chi ostacolava il progresso opponendosi a Tap, Ilva, Terzo Valico e altre loro remunerative devastazioni. Accanto a quei sindaci e governatori PD (con di mezzo un De Magistris che non capisce), oggi scopertisi umanitari benefattori, purchè di migranti. E al tempo stesso violatori di una legge votata dal parlamento e firmata dal venerato Capo dello Stato. Sono pubblici ufficiali e non possono farlo. Potrebbero farlo se si dimettessero. Ma perderebbero la poltrona. Del resto, conta il gesto, no? Tocca farsi vedere antirazzisti. E tocca contribuire a sfasciare quest’Italia ancora maledettamente unita e sovrana. Che giostra il mondo, ragazzi, tutta un “calcinculo”.
Appello ai buoni
Voglio fare un appello, vediamo che succede. Tra i migranti sudanesi si moltiplicano anche quelli del Niger. Tra sindaci, governatori e altre voces clamantes in moltitudine, ci siamo chiesti come potesse essere che sant’uomini come Zanotelli, Ciotti, Revelli, Noury, Bergoglio, Strada, non si fossero accorti che quel paese è stato rubato ai suoi abitanti. Eredi di antichissima civiltà, i nigerini si dissanguano nella resistenza a bande armate Nato, Usa, con la gigantesca base di droni, 500 italiani a fare da caporali di giornata, francesi in capo alla vecchia colonia, tedeschi, britannici, tutti a guardia di un colossale bidone zeppo di uranio, coltan , litio e altri beni utili alle bombe e all’elettronica delle democrazie occidentali. Ebbene, carissimi clericosinistri, non vogliamo allargare le nostre braccia, estendere le nostre grida, far tracimare le nostre lacrime anche sulle vittime e sui carnefici di questo episodietto della globalizzazione colonialista? Dai, su, facciamo in modo che possano restare a casa loro!
Ascolteranno l’appello i buoni? Accetto scommesse: il “SI” è dato a 97 a 1. Dovuto a una coda di paglia lunga da qui a Niamey.
Hanno sepolto sotto anatemi i Cinque stelle per aver parlato di “terrorismo mediatico”. Per chiarivi le idee sui nostri media, andate su Facebook
Adriano Colafrancesco
"Liberateci dalla stampa:
la tentazione del nuovo potere globale"
L'iniziativa al teatro Brancaccio di Roma: una mattinata di
incontri con Mario Calabresi, Ezio Mauro, Lucia Annunziata,
Massimo Giannini, Roberto Saviano e Vittorio Zucconi
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L'iniziativa al teatro Brancaccio di Roma: una mattinata di
incontri con Mario Calabresi, Ezio Mauro, Lucia Annunziata,
Massimo Giannini, Roberto Saviano e Vittorio Zucconi
Vale davvero la pena.
http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/01/dal-niger-al-sudan-lafrica-nella-morsa.html
giovedì 8 novembre 2018
CONTRO L'IPOCRISIA UMANITARIA di R. Massari e Fred Kuwornu

Sulla tragedia (voluta) dei migranti stiamo subendo un massiccio e devastante bombardamento di retorica umanitaria .
Volentieri pubblichiamo quanto scrivono Roberto Massari e Fred Kuwornu a denuncia della perfida divisione dei compiti tra mafie criminali, Ong, governanti africani corrotti, mass media e governi imperialisti.
L'ipocrisia umanitaria aiuta la rete criminale internazionale
che organizza gli imbarchi dei migranti
di Roberto Massari
Premetto che mi riconosco pienamente nel recente articolo di Roberto Savio («Immigrazione, molti miti e poca realtà») in cui si mostrano le cifre reali del processo immigratorio, si elencano i vantaggi che derivano all’economia dai flussi migratori (anche se si sottovalutano i danni che tali flussi provocano ai Paesi di provenienza) e mi dichiaro favorevole alla massima accoglienza di tali flussi purché compiuta in maniera umana, legalmente programmata e secondo tradizioni e valori della civiltà laica occidentale (ciioè illuministica).
Nel testo che segue non si parla quindi del fenomeno dell’immigrazione o degli «sbarchi» in quanto tali. Si parla del traffico internazionale di esseri umani e quindi del crimine contro ogni principio di umanità rappresentato dagli «imbarchi», punto terminale di una rete criminale internazionale. Questa è sempre esistita, ma si è rafforzata negli ultimi anni per ragioni che non sono sempre chiare avendo essa delle connivenze negli apparati statali dell’Italia e della Libia, in primo luogo, ma anche di Turchia, Spagna ecc., oltre ai paesi di provenienza.
Per queste ragioni desidero dare la massima visibilità alla lettera che segue, di Fred Kuwornu, regista italiano di origini ghanesi, che dice con franchezza ciò che io penso da molto tempo e che le cifre dimostrano in maniera inoppugnabile: vale a dire che tutta questa storia umanitaria degli imbarchi/sbarchi è gestita da mafie nazionali e internazionali come traffico di esseri umani, una vera e propria «tratta» del XXI secolo. Essa cominciò sfruttando l'emotività pisicologica provocata dai primi naufràgi di gommoni (e forte è il sospetto che essi fossero provocati ad arte) e proseguì come incentivo a un esodo di massa dall'Africa e dall'Asia, violando tutte le norme della civiltà, del rispetto della persona umana, della salvaguardia della vita, creando traffici di prostituzione e nuovo schiavismo, e danneggiando anche la condizione economica dei paesi di provenienza.
Ben presto le «carrette della morte» furono sostituite da navi delle Ong (superpagate per svolgere il trasporto fino a destinazione) e il traffico di esseri umani potè svolgersi più o meno indisturbato per alcuni anni.
La verità è che le Ong (finché è stato concesso loro), le associazioni umanitarie impegnate a favorire gli sbarchi (in realtà… gli imbarchi), i settori della marina coinvolti, faccendieri vari e aziende locali particolarmente interessate agli sbarchi stavano perpetrando o fornendo copertura a uno dei più grandi crimini dell'epoca attuale .
Se esiste il dramma degli sbarchi e se ci sono migliaia di persone morte nelle acque del Mediterraneo è perché esiste il traffico degli imbarchi, gestito da associazioni criminali che fino ad oggi hanno potuto compiere il loro sporco lavoro indisturbate. Anzi, agli inizi, quando erano costrette a usare proprie imbarcazioni, queste venivano loro gentilmente restituite perché potessero continuare la tratta.
So di essere colpevolmente in ritardo, perché da tempo era arrivato l’obbligo morale di gridare forte che tutti coloro che favoriscono in un modo o in un altro il commercio degli imbarchi sono complici più o meno preterintenzionali di questa rete criminale. Essa parte da paesi lontani come il Bangladesh (che è il secondo gruppo etnico per quantità di profughi in questa tratta camuffata da richiesta di asilo politico e proprio il Bangladesh sta a dimostrare che l'asilo politico non c'entra niente, è solo un pretesto), passa per l'Africa centrale e arriva alle sponde del Mediterraneo.
Che queste cose le dica un intellettuale di origini ghanesi (e quindi africane) può forse aprire delle brecce nel cervello della presunta area «progressista» che con le sue campagne umanitarie sugli sbarchi non si rende conto di favorire gli imbarchi, col loro triste seguito di morti o di gommoni fatti affondare appositamente per suscitare la reazione umanitaria dei media. Questo non significa che non si debbano accogliere tutti coloro che riescono ad arrivare sulle coste italiane: ciò è fuori discussione. Ma significa che se non si vuole essere moralmente corresponsabili delle morti per annegamento e del traffico criminale che si svolge prima e dopo gli sbarchi, si deve impedire che avvengano gli imbarchi, si deve cioè intervenire duramente e prima di subito nei luoghi in cui ha origine la tratta. Ma per farlo non c'è altra via che la distruzione fisica delle imprese criminali che gestiscono il traffico.
Misure timide e parziali possono per ora tamponare qualche situazione, come ha dichiarato Massud Abdel Samat (capo dei guardiacoste libici e dipendente dal comando di Tripoli):
«Il nuovo governo italiano ha fatto bene a fermare le Ong, che nei fatti erano funzionali alla tratta. Per i trafficanti e le organizzazioni criminali che prosperano sulla vendita di esseri umani è crisi nera. Una crisi tanto grave che stanno spostando le loro attività in Tunisia e Marocco» (Corriere della Sera del 15/7/2018, p. 3)Ovviamente questo militare libico non è tenuto a sapere che il governo italiano attuale, diretto dalla Lega e in second’ordine dai 5 Stelle, è animato da spirito razzistico e xenofobo nella sua opposizione agli sbarchi, ma è anche vero che per la prima volta si sentono sui media, da ambienti governativi italiani, parole come «trafficanti» e simili che in precedenza (governi PD) erano tabù (mentre erano da tempo moneta corrente in altri paesi europei). Aggiungo che il governo attuale non dice nulla sulla politica dei rimpatri. Questa è non solo cinica barbarie (visti, al di là di altre considerazioni, anche i sacrifici finanziari e rischi della vita che hanno corso queste povere vittime del traffico di esseri umani), ma non si dice al contribuente che il costo medio unitario per ogni rimpatrio si aggira intorno ai diecimila euro (incluso il ritorno in prima classe in aereo dei due agenti di scorta previsti per ogni povero diavolo rimpatriato).
Riguardo alle Ong bisogna prendere atto che esse hanno collaborato e vorrebbero continuare a collaborare con i criminali del traffico umano. Il loro compito era di andare a prelevare i migranti sui gommoni appena usciti dalle acque territoriali libiche, farli salire sulle navi (ultrafinanziate), condurli nei porti italiani e farsi belli con la balla «di averli salvati». Senza di loro il traffico avrebbe avuto problemi a proseguire, sia perché i gommoni rischiavano di non arrivare tutti sino alle coste italiane (stiamo parlando di decine di migliaia di esseri umani), sia perché altri paesi non li volevano (tranne la Turchia dove però i migranti arrivavano e arrivano via terra allo scopo di rimpinguare le casse del governo dittatoriale di Erdogan che riceve miliardi dalla UE), sia perché la marina militare italiana aveva pur sempre delle norme da rispettare.
I gommoni affondati di recente, guardacaso appena Salvini ha chiuso i porti alle Ong, erano in un certo senso «previsti» da parte dei negrieri-trafficanti che hanno usato gommoni obsoleti e a rischio facile di affondamento. (La notizia data per certa l’scovata tra le righe del Corriere della Sera). Questi criminali sanno benissimo l'effetto psicologico che ha sull’opinione pubblica la morte dei migranti in mare: del resto cominciò proprio così questa tratta vergognosa, forse la più grande vergogna in atto in questo momento nel mondo: cominciò con l'affondamento più o meno programmato di alcuni gommoni. Il fatto commosse comprensibilmente l'opinione pubblica (complici i giornali, i media, i governi Pd), suscitò reazioni emotive tutt’altro che razonali e così cominciò questo traffico inaudito di cui il capitalismo dovrà vergognarsi un giorno di averlo permesso e incoraggiato. E con lui tutta la processione umanitaristica.
Per centinaia di milioni di persone, il sogno di abbandonare l'Asia e l'Africa per raggiungere l'Europa è antico quanto il colonialismo che ha impoverito questi continenti. Ma non è antico, anzi è recentissima, la costruzione di una rete internazionale che dietro il versamento di cifre altissime per la povera gente che le paga, e a rischio della vita sui barconi, riesce a far entrare masse di migranti in Europa, senza passare per le dogane, gli aeroporti e senza documentazione. Agli inizi venivano chiesti dalle mafie del traffico almeno 1.000 euro a persona (cioè una cifra mostruosa per i poveri d’Asia e d’Africa), ma ora queste cifre sono in aumento (per il traffico dalla Grecia si parla di quasi 3000 euro) oltre alle estorsioni prima dell’imbarco di cui parla anche Fred Kuwornu. E chi dopo l'arrivo in Libia (dopo settimane o mesi di sofferenze) non le può pagare o non può pagare i supplementi richiesti, nell'impossibilità di tornare indietro può vedersi ridotto allo stato di schiavitù nei campi profughi libici e in altri lager gestiti da bande criminali e funzionari statali corrotti. La prostituzione femminile è spesso l'ultima possibilità che rimane per pagare le cifre richieste dai negrieri. E comunque è sempre la prostituzione che attende molte di queste donne una volta «sbarcate» sulle coste italiane, quando vengono riprese in ostaggio da altre reti criminali legate alle stesse reti che le hanno trasportate.
La differenza con il sogno del passato di emigrare in Europa e la possibilità di realizzarlo concretamente è stata data a un certo punto dalla prassi di accettare gli immigrati purché arrivassero via mare, su barconi e altri mezzi di fortuna e non tramite permessi consolari, aerei charter ecc. È stata una mossa (non saprei dire fino a che punto voluta dal governo italiano di Renzi) che ha fatto credere a centinaia di milioni di persone che quella dello sbarco marittimo (camuffato da richiesta di asilo politico) fosse finalmente la porta spalancata a chiunque per entrare in Europa. È stata cioè una speranza rinfocolata artificialmente, quasi un invito a mettersi in cammino (dal Bangladesh, dal Medio Oriente, dall'Africa centrale ecc.) procurandosi con qualsiasi mezzo i 1.000 euro da pagare alle bande criminali e disposti ad affrontare i rischi del viaggio.
Con l'intervento delle Ong quei rischi si sono ridotti al minimo e quindi anche l'afflusso è cresciuto a dismisura. In questo senso le Ong sono state complici «tecniche» della nuova tratta. E comunque ogni viaggio se lo facevano pagare profumatamente (si parla di almeno 240.000 euro a viaggio, ma ovviamente è difficile avere certezza sulle cifre, costi accessori, tangenti ecc.). Spero però che nessuno creda più alla buona fede di queste «agenzie di trasporti» che nulla hanno a che vedere con lo spirito originario delle Ong che in alcuni casi e in alcuni paesi ancora permane.
Sulle illusioni di tanta povera gente hanno speculato le bande criminali e la filiera addetta al trasporto marittimo. Il tutto perché la nostra «civiltà» italiana ed europea non consente che chi è desideroso di immigrare in Europa lo faccia con un volo charter da meno di 100 euro a testa, sbarcando legalmente e civilmente all’aeroporto di Fiumicino. No, la bestiale ricerca di denaro, di lavoratori o lavoratrici da supersfruttare col lavoro nero, di nuova manovalanza da reclutare a traffici di ogni genere, fa sì che l'entrata possa avvenire solo pagando le bande criminali, solo rischiando la vita, solo consegnandosi ad altre bande criminali attive in Italia e in Europa. Questa differenza i benpensanti nostrani sembrano non capirla, ma io la ripeto: perché non si entra gratis e legalmente da Fiumicino, invece che pagando le mafie e illegalmente dal mare?
Invece di lamentarsi indignati ogni volta che un tentativo di sbarco si conclude tragicamente, invece di pensare ipocritamente solo al dramma degli sbarchi, si cominci a pensare al traffico degli imbarchi e si risponda alla mia domanda (che tra l’altro la gente comune già si pone da tempo, ovviamente senza ricevere risposte dalla nomenklatura politica). Ponendosi quella domanda, si comincerà a capire la natura mostruosa del crimine rappresentato dal traffico di esseri umani e dalla rete degli imbarchi.
La ex pseudosinistra, divenuta nel frattempo semplice massa d'opinione progressista, è totalmente in malafede col suo piagnisteo su chi muore durante i viaggi organizzati dai trafficanti di esseri umani. Non avendo più ideali di emancipazione sociale in cui credere, si affida al buonismo umanitario che, come spesso è accaduto nella storia dell'umanità (dalle riserve con vaccinazione antivaiolo per i nativi americani all'odierno traffico assistito di esseri umani) serve solo a nascondere il senso di colpa individuale e collettivo nei confronti di Paesi che sono stati rovinati proprio dalle politiche colonialistiche, prima, e imperialistiche, poi, di quegli stessi Stati dei quali ora si vorrebbe diventare sudditi.
La mia posizione, se fossi ministro degli Interni in un governo anticapitalistico, sarebbe di organizzare delle task-force che, con o senza permesso dei libici, vadano ad aspettare i trafficanti appena fuori delle acque territoriali e li ammazzino uno per uno, salvando e portando in Italia gli immigrati che stanno sui barconi. Lo sterminio dei trafficanti è indispensabile per impedire loro che ricostruiscano la rete o spostino altrove il traffico. E la loro eliminazione, fatta in acque internazionali non creerebbe grandi problemi giuridici. E comunque, a mali estremi estremi rimedi: uccidendo qualche centinaio di trafficanti si salverebbero decine di migliaia di vite umane e si porrebbe termine al sogno artificialmente indotto di poter raggiungere l'Europa «clandestinamente» via mare e dietro pagamento di tangenti alle mafie di vario genere.
Dei trafficanti risparmierei la vita solo a quelli disposti a indicare i nomi che compongono la filiera del traffico, dalla manovalanza fino ai vertici (quelli che la organizzano e ci hanno già guadagnato negli anni miliardi di euro). Il traffico finirebbe nel giro di poche ore e si dimostrerebbe per quello che è: una tratta di esseri umani organizzata internazionalmente con complicità negli apparati statali di vari paesi africani e asiatici oltre che dell'Italia, e col sostegno «morale» degli utili idioti .
Quindi prego di dare la massima circolazione alla lettera di Fred Kuwormu, perché il suo contenuto non potrebbe essere più giusto e più utile per frenare la complicità «umanitaria» del mondo «progressista» con i trafficanti di esseri umani.
* * *
IL TRAFFICO DI ESSERI UMANI
(in risposta ad uno dei tanti articoli sull'immigrazione)
di Fred Kuwornu*
Il traffico di esseri umani nel mondo frutta 150 miliardi di dollari alle mafie, di cui 100 miliardi vengono dalla tratta degli africani. Ogni donna trafficata frutta alla mafia nigeriana 60 mila euro. Trafficandone 100mila in Italia, la mafia muove un giro di 600 milioni di euro all'anno. Nessun africano verrebbe di sua volontà, se sapesse la verità su cosa lo attende in Europa.
Non mi infilo nell'eterna guerra civile italiana basata su fazioni e non contenuti, ma da afrodiscendente italiano e immigrato ora negli Stati Uniti credo sia arrivato il momento di parlare e trattare l'immigrazione, o meglio la mobilità, come un problema e fenomeno strutturale che ha vari livelli e non come uno strumento per fare politica o da trascinarsi come i figli contesi di due genitori che li usano per il loro divorzio come arma di ricatto.
Secondo stime dell'ONU ogni anno sono trafficati milioni di esseri umani con una stima di guadagno delle mafie di 150 miliardi di dollari di fatturato ripeto 150 MILIARDI (le allego la news di AlJaazera non de Il Giornale o i lFatto Quotidiano). Io non so se lei ha mai vissuto o lavorato nell'Africa vera e che Africani conosce in Italia, o se da giornalista si informa su testate anche non italiane, ma il traffico di esseri umani con annessi accessori vari ( bambini, organi, prostituzione ) non è un fenomeno che riguarda solo l'Italietta dei porti si o porti no ma è un fenomeno globale che fattura alle mafie africane, asiatiche e messicane 150 e ripeto 150 Miliardi di dollari all'anno.
Questi soldi poi non vengono certo redistribuiti alla popolazione povera di questi paesi ma usati per soggiogarla ancora di più con angherie di ogni genere, destabilizzarne i già precari equilibri politici, reinvestirli in droga e armi.
Si è mai chiesto perché, a parità di condizioni di povertà e credenza che l'Europa sia una bengodi, quelli che arrivano da Mozambico, Angola, Kenya sono pochissimi, o quelli che arrivano dal Ghana (il Ghana che è il mio Paese d'origine ha un PIL del 7% e una situazione di assenza di guerre e persecuzioni) provano a venire? Perché esiste una cosa chiamata Mafia Nigeriana che pubblicizza nei villaggi che per 300 euro in 4 settimane è possibile venire in Italia e da lì se vogliono andare in altri Paesi Europei. Salvo poi fregarli appena salgono su un furgone aumentandogli all'improvviso la fee di altri 1000$, la quale aumenta di nuovo quando arrivano in Libia, dove gliene chiedono altri 1000$ per la traversata finale. Il tutto non in 4 settimane come promettono, ma con un tempo di attesa medio di un anno.
In tutto questo ci aggiungo minori che vengono affidati a donne che non sono le loro veri madri e che poi spariranno una volta sistemate le cose in Europa e di centinaia di donne che saranno invece dirottare a fare le prostitute, ognuna delle quale vale 60mila euro d'incasso per la mafia stessa. Solo trafficandone 100.000 verso l'Italia la mafia nigeriana muove un giro di affari di 600 milioni di euro all'anno.
A questo si somma quello che perde l'Africa: risorse giovani. Ho conosciuto ghanesi che hanno venduto il taxi o le proprie piccole mandrie per venire in Europa e ritrovarsi su una strada a elemosinare o a guadagnare 3 euro all'ora se gli va bene, trattati come bestie, e che non riescono neanche a mettere ovviamente da parte un capitale come era nei loro progetti. E anche se desiderano tornare non lo faranno mai per la vergogna perché non saprebbero cosa dire al villaggio, non saprebbero come giustificare quei soldi spesi per arrivare in Europa, anzi alimentano altre partenze facendosi selfies su facebook che tutto va bene per non dire la verità, per vergogna, e quindi altri giovani (diciottenni, non scolarizzati) cercano di venire qui perché pensano che sia facile arricchirsi.
Che senso ha sostenere che questo traffico di schiavi e questa truffa criminale della mafia nigeriana, come quelle asiatiche in Asia, deve continuare?
A chi fa bene? Non fa bene al continente africano, non fa bene al singolo africano arrivato qui perchè al 90 per cento entra in clandestinità e comunque non troverà mai un lavoro dignitoso, non fa bene all'Italia, che non ha le risorse economiche e culturali per gestire e sostanzialmente mantenere tante persone che non possano contribuire, specialmente in un Paese dove il 40% dei coetanei di questi giovani africani è già senza un lavoro, e non fa bene neanche all'immagine che l'europeo ha dell'africano perché lo vede sempre come una vittima, un povero, un soggetto debole.
Questo da africano, ma anche essere umano, è l'atteggiamento più razzista che ci sia, oltre che colonialista, perché non aiuta nessuno se non le mafie e chi lavora in buona o malafede in tutto questo indotto legato alla prima assistenza. Con 5 mila dollari è più facile aprire una piccola attività in molti Paesi dell'Africa che venire qui a mendicare, e se solo fosse veramente chiaro e divulgato questo concetto il 90 per cento delle persone non partirebbe più probabilmente neanche in aereo per l'Italia.
Specialmente chi ha forse la quinta elementare e 20 anni. Non è lo stesso tipo d'immigrazione di 30 anni fa dove molti erano anche 30enni, alcuni laureati, ma molti con diploma superiore e comunque trovavano lavori nelle fabbriche e in situazioni dignitose.
Non conosco la situazione delle ONG che si occupano dell'assistenza marittima, ma conosco benissismo quelle che operano in Africa e la maggioranza sono solo un sistema parassitario. Per i maggiori pensatori Africani e veri leader politici una delle prime cose da fare è proprio cacciare dall'Africa tutte le ONG perché seppure il personale che ci lavora è in buonafede, i giovani volontari, il sistema ONG serve a controllare e destabilizzare l'Africa da sempre, oltre che creare sudditanza all'assistenza, senza contare il giro finanziario di donazioni e sprechi fatti dalle ONG per mantenere dirigenti sfruttando l'immagine del povero bambino africano.
Basta con questo modo di pensare controproducente, razzista e ignorante. Sarebbe curioso vedere qualcuna di queste ONG fare iniziative a Scampia mettendo nelle pubblicità le foto di qualche bambino napoletano.
Siamo stanchi di questa strumentalizzazione che fate su questo tema per i vostri motivi ideologici o le vostre battaglie di fascisti o antifascisti sulla pelle di un continente di cui conoscete poco o che avete romanticizzato e idealizzato e che usate per mettere a posto la vostra coscienza o lenire i sensi di colpa del vostro status privilegiato. E' ora di fare analisi serie e porre in campo soluzioni concrete vincenti, non di avvelenare i pozzi di un partito o dell'altro, perché chiunque vinca perde l'Africa.
Sarebbe bello un reportage di Edo State in qualche villaggio per capire a che livello di furbizia, cattiveria, fantasia criminale sono arrivati e scoprirete che forse solo trasportare e illudere un giovane analfabeta di vent'annni e la sua famiglia è il minimo che questa potentissima e sottostimata organizzazione criminale fa ogni giorno, sfruttando la disperazione e ignoranza delle gente di cui alcuni disposti a tutto, persino a vendere un figlio appena nato per 100 dollari.
Se questo verrà tollerato ancora i rischi non saranno solo per l'Italia, ma anche per i Paesi Africani dove oltre al problema di dittatori si aggiungerà quello di Narcos del livello della Colombia di Escobar o del Messico di El Chapo con ancora più morti e sottosviluppo di quello che già c'è.
https://sollevazione.blogspot.com/2018/07/contro-lipocrisia-umanitaria-di-r.html?spref=fb&fbclid=IwAR2asubWjahVdCKDZRaEQkCRoAatfqcL-invpyvDSF155B4MkhBvDrGVHAg
lunedì 28 dicembre 2015
Israele-Kenya-Uganda, ovvero un laboratorio per il "sionismo africano", di Lorenzo Centini
Israele in Africa: conservazione e reazione
(note: Nell'articolo, per comodità espositiva, non si usa distinguere tra Uganda e Kenya, che almeno fino all'indipendenza hanno avuto una storia simile sotto la amministrazione coloniale britannica. Tuttavia i luoghi sono sempre indicati, e sarà quindi possibile al lettore rinvenire facilmente dove si trovi, attualmente, il luogo in questione, se in Uganda o Kenya)
Il rapporto Israele-Kenya ed Israele-Uganda è un utile lente di ingrandimento per comprendere alcune dinamiche proprie dell'espansionismo israeliano in terra d'Africa, importate nella misura in cui il comune passato coloniale di molte nazioni africane, i sentieri interrotti della costruzione di un identità nazionale, e le indubbie opportunità neocoloniali, creano ponti immediati tra i giovani stati africani e lo stato "Incompiuto" per antonomasia.
Israele-Kenya è un "laboratorio" del sionismo politico e culturale privilegiato per alcuni motivi: prima di tutto Israele e Kenya condividono un passato coloniale comune, sotto i territori della corona inglese; dentro alla quale, peraltro, condividevano anche un subruolo importante, dato che entrambi erano i rispettivi cuori pulsanti dell'imperialismo inglese, rispettivamente, in Africa e in Medioriente.
In secondo luogo, e proprio in virtù di queste comunanze strategiche, Israele e Kenya sono rimaste architravi dell'imperialismo occidentale (adesso passato in consegna agli States) andando a costituirsi
come luoghi di snodo delle attività di soft e hard power dell'imperialismo americano.
Israele possiede peraltro una storia interessante di ingerenze africane: fin dalla Crisi di Suez (1956) quando Israele si trovò schierata a fianco di Francia e Regno Unito, al supporto di Israele alle forze conservatrici nelle guerre civili di Angola (1975)[1] e Rhodesia (1964), fino alla stretta collaborazione col Sudafrica, sinanche nella costruzione della bomba atomica[2].
In un quadtro generico vediamo che la longa manusisraeliana in Africa si costituisce come bastione degli interessi più vicini a quelli coloniali occidentali. La strategia israeliana in Africa per tutta la guerra fredda fu quella di impedire che gerarchie progressiste o filosovietiche prendessero il potere, istituendo un collegamento stretto tra l'antisionismo arabo-musulmano e quello sovietico-antimperialista. Impedire questo collegamento diventa quindi prioritario per Israele, almeno dalla vittoria dei nazionalisti in Algeria e l'exploit di Nasser in Egitto.
Questo sconto porterà quindi Israele a fianco con i regimi conservatori arabi (su tutti Arabia Saudita e Giordania) e la Cina antisovietica, gli uni interessati a non allargare l'islamosfera rivoluzionaria, gli altri per contrastare l'ascendente sovietico in Africa.
Reazionaria nella reazione, Israele è impegnata anche a difendere le isole di sionismo africane, come per esempio l'Etiopia, dove interviene, al pari di Angola e Rhodesia, al fine di difendere il Beta Israel, una nutrita minoranze ebraica nella zona di Gondar (vedi Operazione Salomon [3])
Anche il Kenya ha attivamente partecipato alla Guerra Fredda in Africa, anche lui dalla parte della conservazione. Kenyatta, indipendentista borghese, per difendere la nazione dal ritorno del fiamma neocoloniale, intrattenne rapporti positivi col blocco occidentale ed anticomunista, lasciando praticamente intatta la questione sociale lasciata aperta dalla decolonizzazione. L'incarcerazione dei nazionalisti più spinti (Oginga Odinga) e l'entrata nel Movimento dei non-Allineati nel 1964 testimoniano la volontà di Kenyatta di non iniziare un reale percorso anticapitalista ma soltanto di replicare il nazionalismo borghese. In questo quadro risulta chiara l'adesione di Nairobi alle crociate anticomuniste, guidate dalla paura che il contagio sociale potesse valicare i confini (labili) delle nazioni in guerra e arrivare in Kenya.
Anche in Uganda, dopo i controversi legami e scontri tra Amin Dada (al potere dal 1971 al 1979), quindi l'operazione Entebbe (4 Luglio 1976), le relazioni con l'Uganda sono diventate proficue, come riconosciuto dallo stesso sito dell'ambasciata sionista in Uganda[4]
Anticomunismo, passato coloniale,militanza nel blocco occidentale, e alcuni trascorsi socio-religiosi sono quindi i molteplici motivi per cui i rapporti (stretti) tra Kenya, Uganda e Israele costituiscono un ottimo impianto per approfondire a più ampia questione dei legami Israele-Africa.
La "Nuova Akko" e il colonismo ebraico in Kenya ed Uganda
Come risulta evidente ad un primo esame della storica dell'Africa britannica, la minoranza ebraica ha sempre svolto un ruolo di un certo peso nella gestione dei territori colonizzati, costituendosi come un "tramite" etnico tra la maggioranza negra e le gerarchie coloniali britanniche.
Importanti figure ebraiche come Cecil Rhodes furono i luogotenenti dell'imperialismo britannico, e si sono occupati non soltanto di amministrazione ma anche di una teorizzazione dello sfruttamento razziale sulla maggioranza negra. Rhodes si peritò inoltre, negli anni, di costruire un circolo di eletti, specificatamente ideato per perorare la causa di un "distacco concordato" dell'Africa bianca degli oppressori inglesi in modo razionale e non dannoso per l'Impero britannico. In questo circolo troviamo nomi storicamente legati al sionismo, come Alfred Milner, firmatario della proposta di Balfour, lo stesso Arthur Balfour, e Lionel Walter Rothschild.
Alle soglie del XX° secolo il movimento sionista andava espandendosi, anche grazie alle opere intellettuali di Theodor Herzl, in particolare al suo Der Judenstaat (1892). Tuttavia, solo in un secondo momento Herzl e la maggioranza dei sionisti optarono con decisione per una colonizzazione nella Palestina storica, e ancora alla fine del XIX secolo Leon Pinsker, fondatore degli "Hovevei Zion"(amanti di Sion), sosteneva: "La meta delle nostre aspirazioni attuali non deve essere la "terra santa", ma una terra nostra"[5].
In questo brodo di cultura Joseph Chamberlain, allora segretario per le colonie, dopo un incontro con Herzl (che già aveva espresso vicinanza all'Africa nel suo "Altneuland" del 1902[6]) propone a
quest'ultimo una soluzione "africana", offrendo nel 1903 un altipiano nell'attuale Kenya (l'altopiano di Mau Mau) per creare un insediamento ebraico.
Il VI congresso sionista di Basilea, tenutosi nel 1903, decretò l'invio di una commissione per visitare il luogo offerto, che però non riscosse successo, soprattutto tra i delegati russi (dove già figurava un certo Vladimir Zabotinskij, in futuro figura di spicco del sionismo israeliano).
Tuttavia tra i convinti dall' "Uganda proposal" di Chamberlain si formò un gruppo di coloni, guidati dal rabbino Israel Zingwill, fondatore della Organizzazione territorialista ebraica, i quali iniziarono un discreto flusso migratorio verso le due colonie di New Akko e Kampala (entrambe fondate nel 1905): flusso che nel giro di un anno conta circa 12'000 unità in entrambe le colonie.
Il massiccio arrivo di coloni di religione ebraica in Kenya ed Uganda, e la loro rapida scalata a livelli discretamente alti dell'amministrazione coloniale, portò anche alla conversione all'ebraismo di alcune tribù bantu, gli Abayudaya ("Popolo di Giuda" in lingua Luganda). La conversione di queste tribù, convinte da un notabile locale, Semei Kakungulu (1869-1928), fattosi ebreo per reagire alla scelta dell'amministrazione inglese di non farlo Re di Busoga, rimane dubbia e controversa.[7][8]
Questa filiazione religiosa ebraica in Uganda ed in Kenya risultò un indubbia arma mediatica a favore delle successive puntate diplomatiche israeliane, che, non diversamente dal trattamento riservato agli ebrei etiopi, si serviranno della presunta influenza ebraica per accampare diritti culturali e politici.
La storia degli Abayudaya, in Uganda e Kenya ci mostra che, oltre che la odiosa dominazione inglese, i popoli africani han dovuto subire la subcolonizzazione ebraica, connessa ma diversa a quelle locali europee. Non sporadicamente le diaspore ebraiche allocate nei paesi africani sono diventate i segmenti più retrivi dell'imperialismo europeo in ritirata (come dimostra egregiamente il succitato esempio sudafricano).
Il "Jerusalem Consensus" e la costruzione di un "sionismo africano"
Il periodoche va da metà anni '60 a metà anni '80 è il lasso di tempo nel quale Israele getta le basi teoriche e pratiche del suo legame con l'Africa. L'attenzione riservata a queste zone è dovuta soprattutto a tre fattori:
"This cooperation diversified into large-scale projects, which were a welcome addition to the efforts being made by private Israeli companies to advance Kenya’s infrastructure. The pinnacle and more well known of these projects was the “Kibwezi Irrigation Project”. A large scale “school of irrigation”, created in the Kibwezi district, aimed, in collaboration with USAID, to bring the successes made in Israel in the field of irrigation to Kenya. The result, following ten years of the intense training of hundreds of Kenyan farmers, was the complete transformation of the region surrounding the Project, into a self-sustaining, flourishing area. The Kenyan graduates of the Kibwezi Project, learned to plant and operate using new and innovative irrigation techniques, which transformed them from farmers whose crops were barely sufficient to sustain their own families, into farmers whose efforts yielded not only enough for their households, but enough to earn a decent living"[9]
Un progetto a lungo termine, con un attenzione particolare alla "magnetizzazione" di quadri medio borghesi e tecnici, che, una volta ritornati nel paese di origine, avrebbero presumibilmente contribuito alla nascita di un sentimento filosionista.
Lavoro questo che ha permesso nel tempo di creare un sostrato ideale per un sionismo a bassa intensità. La fitta rete di relazioni tra sionismo cristiano, missionari, ONG e gruppi di pressione esteri hanno creato un discorso filosionista acceso e diffuso. Gruppi come Africa For Israel sono contenitori
ideali per edificare un sentimento di blando filosionismo, accessibile alla propaganda occidentale. Così parla Luba Mayekiso, fondatore di "African for Israel":
"Many African leaders are realising that transcending politics and looking for ways to improve the situation of the people in their countries is far more productive. Israel asks for nothing but is prepared to share technology and empower African citizens so that we do not lose vital skill sets [...]
Politicians listen to numbers and many Christians feel that their silence on Israel has been misinterpreted. We have established relationships in Nigeria, Congo, Uganda, Burundi, Kenya and Tanzania who are very eager for us to stand together and have requested our assistance in providing them with the correct modern narrative about Israel.”[10][11]
Innovazione tecnica, opportunità economiche e un cristianesimo al ribasso sono i tratti distintivi di questa emanazione del Soft Power isrealiano. Questo lungo discorso qua rapidamente accennato è riuscito a sopravvivere, in Uganda, a stagioni di fervente antisemitismo dal basso (Amin Dada) e al ricollocamente strategico di questi paesi nella sfera sovietica (quindi antisionista). Sia in Kenya (prima con Odinga e adesso con Uhruru Kenyatta) che in Uganda (fin dallo switch diplomatico di Yoweri Museveni nel 1994) nessun partito maggioritario ha messo mai in discussione seriamente l'architettura sionista, ne' nella formula assolutista ne' nella formula ingentilita dei "due popoli, due stati".
Il "Jerusalem consensus" è quindi una strategia di soft power atto a demagnetizzare spazi culturali facilmente recettivi verso messaggi antimperialistici e antisionisti. Inoltre, la maggior malleabilità del cristianesimo protestante (che fin da Cromwell ha un debole per la fascinazione ebraica) rispetto al cattolicesimo romano ha permesso di sovrapporre una narrazione religiosa ad una strategico-politica, mascherando la seconda, anche grazie alla pluridecennale copertura "morale" che molte ONG americane offrono a narrazioni sioniste e filoccidentali.
Guerra in Somalia: dove Sion e Nairobi si danno la mano
Luoghi e tempi del sionismo africano sono sottoposti alle molteplici difficoltà di discorsi ideologici
unitari in terra d'Africa, dove una pluralità di attori non maggioritari rende complesso un uniforme indirizzo ideologico/diplomatico. Purtuttavia un luogo e un tempo dove il sionismo è riuscito a mobilitare le forze diplomatiche (e militari) di un paese contro un obbiettivo sensibile è la Somalia, in preda ad una guerra civile somala.
Un quadro generico della crisi somala ce lo può dare Mohamed Hassan, esperto di geopolitica del Corno d'Africa. intervistato daGregoire Lalieu e Michel Collon:
" Come si è sviluppata la pirateria in Somalia? Chi sono questi pirati?
Il vero obiettivo?
[1] Brian Bissonette, "The Angolan proxy war: a study of foreign intervention and its impact on war fighting", 2008
[2] Chris McGreal, "Brothers in arms - Israel's secret pact with Pretoria", pubblicato sul The Guardian il 7 Febbraio 2006
[3] Stephen Spector "Operation Solomon: The Daring Rescue of the Ethiopian Jews", 2005
[4] http://embassies.gov.il/nairobi/bilateral-relations/Pages/Israel-and-Uganda.aspx
[5] Leo Pinsker, "Auto-emancipazione", 1882 (citato in "Israele: terra,ritorno,anarchia", Donatella Di Cesare, Capitolo I, Paragrafo XVI, Pg 28)
[6] "Una volta che sarò stato testimone del riscatto degli ebrei, il mio popolo, spero di assistere anche al riscatto degli africani",Theodor Herzl, "Altneuland", 1902.
[7] Henry Lubega, "M'Bale jews", articolo internet uscito a Settembre 2001
[8] Vedere anche: Arye Oded, "A history of Abayudaya jews of Uganda"
[9] Embassy of Israel in Kenya, "History of Freindship between Kenya and Israel", (http://embassies.gov.il/nairobi/bilateral-relations/Pages/Israel-and-Kenya.aspx)
[10] Citato in: Rolene Marks, "The steady rise of African Zionism", uscito il 17/05/2014 sul The Algemeiner
[11] Intervento di Luba Mayekiso alla "South African friends of Israel conference in Johannesburg (Marzo 2014): https://www.youtube.com/watch?v=w28unk6Pq68
[12] Intervista a Mohamed Hasan: "Come le potenze coloniali mantengono il paese nel Caos", di Gregoire Lalieu e Michel Collon, 2010
[13] Alex Kane, "Unpacking the Israel-Kenyadeal to help wage war in Somalia", uscito il 16/11/2011 su Mondoweiss
[14] Khaled Kanafi, "Mombasa 2002 attacks: a strong message to Mossad in Africa", uscito il 29/11/2012 su IslamOnline
[15] Yossi Melman e Julio Godoy, "The influence peddlers", uscito il 13/11/2002 su The Center for public integrity
http://ruberagmen.blogspot.it/2015/12/israele-kenya-uganda-ovvero-un.html
(note: Nell'articolo, per comodità espositiva, non si usa distinguere tra Uganda e Kenya, che almeno fino all'indipendenza hanno avuto una storia simile sotto la amministrazione coloniale britannica. Tuttavia i luoghi sono sempre indicati, e sarà quindi possibile al lettore rinvenire facilmente dove si trovi, attualmente, il luogo in questione, se in Uganda o Kenya)
Il rapporto Israele-Kenya ed Israele-Uganda è un utile lente di ingrandimento per comprendere alcune dinamiche proprie dell'espansionismo israeliano in terra d'Africa, importate nella misura in cui il comune passato coloniale di molte nazioni africane, i sentieri interrotti della costruzione di un identità nazionale, e le indubbie opportunità neocoloniali, creano ponti immediati tra i giovani stati africani e lo stato "Incompiuto" per antonomasia.
Israele-Kenya è un "laboratorio" del sionismo politico e culturale privilegiato per alcuni motivi: prima di tutto Israele e Kenya condividono un passato coloniale comune, sotto i territori della corona inglese; dentro alla quale, peraltro, condividevano anche un subruolo importante, dato che entrambi erano i rispettivi cuori pulsanti dell'imperialismo inglese, rispettivamente, in Africa e in Medioriente.
In secondo luogo, e proprio in virtù di queste comunanze strategiche, Israele e Kenya sono rimaste architravi dell'imperialismo occidentale (adesso passato in consegna agli States) andando a costituirsi
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| Raila Odinga, premier Kenyota, e Bejamin Netanyahu, 14 Novembre 2011 |
Israele possiede peraltro una storia interessante di ingerenze africane: fin dalla Crisi di Suez (1956) quando Israele si trovò schierata a fianco di Francia e Regno Unito, al supporto di Israele alle forze conservatrici nelle guerre civili di Angola (1975)[1] e Rhodesia (1964), fino alla stretta collaborazione col Sudafrica, sinanche nella costruzione della bomba atomica[2].
In un quadtro generico vediamo che la longa manusisraeliana in Africa si costituisce come bastione degli interessi più vicini a quelli coloniali occidentali. La strategia israeliana in Africa per tutta la guerra fredda fu quella di impedire che gerarchie progressiste o filosovietiche prendessero il potere, istituendo un collegamento stretto tra l'antisionismo arabo-musulmano e quello sovietico-antimperialista. Impedire questo collegamento diventa quindi prioritario per Israele, almeno dalla vittoria dei nazionalisti in Algeria e l'exploit di Nasser in Egitto.
Questo sconto porterà quindi Israele a fianco con i regimi conservatori arabi (su tutti Arabia Saudita e Giordania) e la Cina antisovietica, gli uni interessati a non allargare l'islamosfera rivoluzionaria, gli altri per contrastare l'ascendente sovietico in Africa.
Reazionaria nella reazione, Israele è impegnata anche a difendere le isole di sionismo africane, come per esempio l'Etiopia, dove interviene, al pari di Angola e Rhodesia, al fine di difendere il Beta Israel, una nutrita minoranze ebraica nella zona di Gondar (vedi Operazione Salomon [3])
Anche il Kenya ha attivamente partecipato alla Guerra Fredda in Africa, anche lui dalla parte della conservazione. Kenyatta, indipendentista borghese, per difendere la nazione dal ritorno del fiamma neocoloniale, intrattenne rapporti positivi col blocco occidentale ed anticomunista, lasciando praticamente intatta la questione sociale lasciata aperta dalla decolonizzazione. L'incarcerazione dei nazionalisti più spinti (Oginga Odinga) e l'entrata nel Movimento dei non-Allineati nel 1964 testimoniano la volontà di Kenyatta di non iniziare un reale percorso anticapitalista ma soltanto di replicare il nazionalismo borghese. In questo quadro risulta chiara l'adesione di Nairobi alle crociate anticomuniste, guidate dalla paura che il contagio sociale potesse valicare i confini (labili) delle nazioni in guerra e arrivare in Kenya.
Anche in Uganda, dopo i controversi legami e scontri tra Amin Dada (al potere dal 1971 al 1979), quindi l'operazione Entebbe (4 Luglio 1976), le relazioni con l'Uganda sono diventate proficue, come riconosciuto dallo stesso sito dell'ambasciata sionista in Uganda[4]
Anticomunismo, passato coloniale,militanza nel blocco occidentale, e alcuni trascorsi socio-religiosi sono quindi i molteplici motivi per cui i rapporti (stretti) tra Kenya, Uganda e Israele costituiscono un ottimo impianto per approfondire a più ampia questione dei legami Israele-Africa.
La "Nuova Akko" e il colonismo ebraico in Kenya ed Uganda
Come risulta evidente ad un primo esame della storica dell'Africa britannica, la minoranza ebraica ha sempre svolto un ruolo di un certo peso nella gestione dei territori colonizzati, costituendosi come un "tramite" etnico tra la maggioranza negra e le gerarchie coloniali britanniche.
Importanti figure ebraiche come Cecil Rhodes furono i luogotenenti dell'imperialismo britannico, e si sono occupati non soltanto di amministrazione ma anche di una teorizzazione dello sfruttamento razziale sulla maggioranza negra. Rhodes si peritò inoltre, negli anni, di costruire un circolo di eletti, specificatamente ideato per perorare la causa di un "distacco concordato" dell'Africa bianca degli oppressori inglesi in modo razionale e non dannoso per l'Impero britannico. In questo circolo troviamo nomi storicamente legati al sionismo, come Alfred Milner, firmatario della proposta di Balfour, lo stesso Arthur Balfour, e Lionel Walter Rothschild.
Alle soglie del XX° secolo il movimento sionista andava espandendosi, anche grazie alle opere intellettuali di Theodor Herzl, in particolare al suo Der Judenstaat (1892). Tuttavia, solo in un secondo momento Herzl e la maggioranza dei sionisti optarono con decisione per una colonizzazione nella Palestina storica, e ancora alla fine del XIX secolo Leon Pinsker, fondatore degli "Hovevei Zion"(amanti di Sion), sosteneva: "La meta delle nostre aspirazioni attuali non deve essere la "terra santa", ma una terra nostra"[5].
In questo brodo di cultura Joseph Chamberlain, allora segretario per le colonie, dopo un incontro con Herzl (che già aveva espresso vicinanza all'Africa nel suo "Altneuland" del 1902[6]) propone a
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| Semei Lwkairenzi Kakungulu (1869-1928) |
Il VI congresso sionista di Basilea, tenutosi nel 1903, decretò l'invio di una commissione per visitare il luogo offerto, che però non riscosse successo, soprattutto tra i delegati russi (dove già figurava un certo Vladimir Zabotinskij, in futuro figura di spicco del sionismo israeliano).
Tuttavia tra i convinti dall' "Uganda proposal" di Chamberlain si formò un gruppo di coloni, guidati dal rabbino Israel Zingwill, fondatore della Organizzazione territorialista ebraica, i quali iniziarono un discreto flusso migratorio verso le due colonie di New Akko e Kampala (entrambe fondate nel 1905): flusso che nel giro di un anno conta circa 12'000 unità in entrambe le colonie.
Il massiccio arrivo di coloni di religione ebraica in Kenya ed Uganda, e la loro rapida scalata a livelli discretamente alti dell'amministrazione coloniale, portò anche alla conversione all'ebraismo di alcune tribù bantu, gli Abayudaya ("Popolo di Giuda" in lingua Luganda). La conversione di queste tribù, convinte da un notabile locale, Semei Kakungulu (1869-1928), fattosi ebreo per reagire alla scelta dell'amministrazione inglese di non farlo Re di Busoga, rimane dubbia e controversa.[7][8]
Questa filiazione religiosa ebraica in Uganda ed in Kenya risultò un indubbia arma mediatica a favore delle successive puntate diplomatiche israeliane, che, non diversamente dal trattamento riservato agli ebrei etiopi, si serviranno della presunta influenza ebraica per accampare diritti culturali e politici.
La storia degli Abayudaya, in Uganda e Kenya ci mostra che, oltre che la odiosa dominazione inglese, i popoli africani han dovuto subire la subcolonizzazione ebraica, connessa ma diversa a quelle locali europee. Non sporadicamente le diaspore ebraiche allocate nei paesi africani sono diventate i segmenti più retrivi dell'imperialismo europeo in ritirata (come dimostra egregiamente il succitato esempio sudafricano).
Il "Jerusalem Consensus" e la costruzione di un "sionismo africano"
Il periodoche va da metà anni '60 a metà anni '80 è il lasso di tempo nel quale Israele getta le basi teoriche e pratiche del suo legame con l'Africa. L'attenzione riservata a queste zone è dovuta soprattutto a tre fattori:
- Il Comune passato coloniale inglese e la comune politologia liberale post coloniale costituiscono un terreno di incontro culturale tra le elites sioniste e i frammenti anticoloniali delle ex gerarchie amministrative inglesi
- Una comunanza socio-economica. Entrambe le zone (specificatamente proprio il duo Uganda-Kenya) sono a vocazione di specializzazione agricola, e grandi latifondi coloniali si alternano a piccole proprietà fondiarie, politicamente conservatrici ed anticomuniste
- La dialettica cristianesimo-Islam offre uno spunto interessante alla retorica antiaraba che attraversa Israele. L'eterno scontro, nell'Africa Subsahariana tra identità negra/cristiana e musulmana permette ai diplomatici israeliani di calcare la mano sullo scontro religioso e sulla vicinanza ebraismo-cristianesimo
"This cooperation diversified into large-scale projects, which were a welcome addition to the efforts being made by private Israeli companies to advance Kenya’s infrastructure. The pinnacle and more well known of these projects was the “Kibwezi Irrigation Project”. A large scale “school of irrigation”, created in the Kibwezi district, aimed, in collaboration with USAID, to bring the successes made in Israel in the field of irrigation to Kenya. The result, following ten years of the intense training of hundreds of Kenyan farmers, was the complete transformation of the region surrounding the Project, into a self-sustaining, flourishing area. The Kenyan graduates of the Kibwezi Project, learned to plant and operate using new and innovative irrigation techniques, which transformed them from farmers whose crops were barely sufficient to sustain their own families, into farmers whose efforts yielded not only enough for their households, but enough to earn a decent living"[9]
Un progetto a lungo termine, con un attenzione particolare alla "magnetizzazione" di quadri medio borghesi e tecnici, che, una volta ritornati nel paese di origine, avrebbero presumibilmente contribuito alla nascita di un sentimento filosionista.
Lavoro questo che ha permesso nel tempo di creare un sostrato ideale per un sionismo a bassa intensità. La fitta rete di relazioni tra sionismo cristiano, missionari, ONG e gruppi di pressione esteri hanno creato un discorso filosionista acceso e diffuso. Gruppi come Africa For Israel sono contenitori
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| Uhuru Kenyatta incontra Avigdor Liebermann, Giugno 2014 |
"Many African leaders are realising that transcending politics and looking for ways to improve the situation of the people in their countries is far more productive. Israel asks for nothing but is prepared to share technology and empower African citizens so that we do not lose vital skill sets [...]
Politicians listen to numbers and many Christians feel that their silence on Israel has been misinterpreted. We have established relationships in Nigeria, Congo, Uganda, Burundi, Kenya and Tanzania who are very eager for us to stand together and have requested our assistance in providing them with the correct modern narrative about Israel.”[10][11]
Innovazione tecnica, opportunità economiche e un cristianesimo al ribasso sono i tratti distintivi di questa emanazione del Soft Power isrealiano. Questo lungo discorso qua rapidamente accennato è riuscito a sopravvivere, in Uganda, a stagioni di fervente antisemitismo dal basso (Amin Dada) e al ricollocamente strategico di questi paesi nella sfera sovietica (quindi antisionista). Sia in Kenya (prima con Odinga e adesso con Uhruru Kenyatta) che in Uganda (fin dallo switch diplomatico di Yoweri Museveni nel 1994) nessun partito maggioritario ha messo mai in discussione seriamente l'architettura sionista, ne' nella formula assolutista ne' nella formula ingentilita dei "due popoli, due stati".
Il "Jerusalem consensus" è quindi una strategia di soft power atto a demagnetizzare spazi culturali facilmente recettivi verso messaggi antimperialistici e antisionisti. Inoltre, la maggior malleabilità del cristianesimo protestante (che fin da Cromwell ha un debole per la fascinazione ebraica) rispetto al cattolicesimo romano ha permesso di sovrapporre una narrazione religiosa ad una strategico-politica, mascherando la seconda, anche grazie alla pluridecennale copertura "morale" che molte ONG americane offrono a narrazioni sioniste e filoccidentali.
Guerra in Somalia: dove Sion e Nairobi si danno la mano
Luoghi e tempi del sionismo africano sono sottoposti alle molteplici difficoltà di discorsi ideologici
unitari in terra d'Africa, dove una pluralità di attori non maggioritari rende complesso un uniforme indirizzo ideologico/diplomatico. Purtuttavia un luogo e un tempo dove il sionismo è riuscito a mobilitare le forze diplomatiche (e militari) di un paese contro un obbiettivo sensibile è la Somalia, in preda ad una guerra civile somala.
Un quadro generico della crisi somala ce lo può dare Mohamed Hassan, esperto di geopolitica del Corno d'Africa. intervistato daGregoire Lalieu e Michel Collon:
" Come si è sviluppata la pirateria in Somalia? Chi sono questi pirati?
Dal 1990, non c'è alcun governo in Somalia. Il paese è nelle mani dei signori della guerra. Imbarcazioni europee e asiatiche hanno approfittato della situazione di caos per pescare indiscriminatamente e senza licenza lungo la costa somala. Hanno infranto regole fondamentali: per esempio non hanno rispettato le quote in vigore anche nei loro paesi per la conservazione delle specie e hanno usato alcune tecniche di pesca - comprese le bombe - che hanno creato un danno enorme per la ricchezza dei mari della Somalia.
Ma questo non è tutto! Sempre approfittando dell'assenza di un'autorità politica, alcune imprese europee, con l'aiuto della mafia, hanno scaricato rifiuti nucleari al largo delle coste della Somalia. L'Unione Europa ne era al corrente, ma ha chiuso gli occhi ritenendo vantaggiosa questa soluzione per il trattamento delle scorie radioattive. Lo tsunami del 2005 ha gettato buona parte dei rifiuti sulla terra ferma. Malattie prima mai riscontrare sono comparse tra la popolazione somala. E' questo il contesto in cui si è sviluppata la pirateria. I pescatori somali, che usano tecniche rudimentali non erano più in grado di lavorare. Hanno deciso così di proteggere se stessi e i loro mari. Questo è esattamente ciò che gli USA hanno fatto durante la guerra civile contro gli inglesi (1756 - 1763): non disponendo di adeguate flotte navali, il presidente George Washington fece un accordo con i pirati per tutelare la ricchezza dei mari americani.
Nessun governo in Somalia da quasi venti anni! Come è possibile?
Questo è il risultato della strategia statunitense. Nel 1990, il paese era martoriato da conflitti, carestie e saccheggi. Il suo governo cadde. Gli Stati Uniti, che da alcuni anni avevano scoperto riserve di petrolio in Somalia, lanciavano nel 1992 l'operazione "Restore Hope". Per la prima volta i Marines statunitensi intervenivano in Africa per cercare di prendere il controllo del paese. Fu anche la prima volta che veniva usato il pretesto dell'intervento umanitario per attuare un'invasione militare.
[...]
Il vero obiettivo?
Controllare lo sviluppo economico delle potenze emergenti, soprattutto India e Cina. La metà della flotta mondiale di navi porta-container e il 70% del traffico complessivo di prodotti petroliferi passano dall'Oceano Indiano. Da questo punto di vista, la Somalia occupa una posizione strategica: ha la costa più lunga tra i paesi dell'Africa (3.300 km), di fronte al Mar Arabico e lo Stretto di Hormuz, due centri nevralgici dell’economia. Inoltre, una risposta pacifica per il problema somalo potrebbe svilupparsi attraverso l'Oceano Indiano con relazioni tra Africa da un lato e India e Cina dall'altro. I concorrenti degli Stati Uniti potrebbero avere influenza in questa regione dell'Africa. Mozambico, Kenya, Madagascar, Tanzania, Zanzibar, Sudafrica ... questi paesi collegati dall'Oceano indiano potrebbero avere un facile accesso al mercato asiatico e sviluppare relazioni economiche proficue. Nelson Mandela quando era presidente del Sudafrica, aveva già sollevato la necessità di una rivoluzione nell'Oceano Indiano, con nuove relazioni economiche. Questo progetto, gli Stati Uniti e in Europa non lo vogliono. Pertanto, essi preferiscono mantenere la Somalia nel caos "[12]
In questo quadro di aggressione imperialista si replicano alcune geometrie dello sfruttamento interne al campo degli oppressori. Il paese egemone offre il banchetto della nazione smembrata ad alcune forze regionali e non regionali, utili alla funzione di gendarme regionale. Gli Stati Uniti quindi offrono ad Israele e all'Europa (detentori di una certa influenza, come abbiamo visto e possiamo
intendere, in loco) un pezzo della torta somala. Israele e soprattutto Kenya, vera e propria "guardia giurata" della guerra contro la Somalia, si sono quindi mobilitati alla volta della gestione della guerriglia popolare somala.
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| Truppe dell'AMISOM in Somalia (la seconda bandiera da sinistra è quella Ugandese) |
Fin dalla metà degli anni 2000 gli obbiettivi della guerriglia popolare somala si sono rivolti contro le forze kenyote, invece che contro quelle statunitensi. In particolare il Kenya si è impegnato in Somalia dopo il 2006/2007, anno in cui l'Unione Africana ha varato l'AMISOM (African Union Mission in Somalia), fortemente voluto dall'ONU e dall'AFRICOM.
Il Kenya è stato quindi giustificato in nome della copertura morale internazionale, ma ancor più fortemente dall'appoggio logistico e diplomatico di Israele. Come sostiene Alex Kane per Mondoweiss[13], Israele, grazie alle parentele spionistiche del Mossad, ha creato un legame tra Addis Abeba e Nairobi, per migliorare e potenziare il meccanismo di intervento in Somalia. La retorica israeliana (con l'equiparazione di Al-Shaabab ad Hamas ed Al-Qaeda) serve appunto a rendere, agli occhi dell'opinione pubblica, accettabile la "normalizzazione" ed "occidentalizzazione" dello spazio somalo.
Il supporto di Israele diventa quini necessario nel tessere le fila del "marketing" della "war on terror", un dispositivo psicopolitico estendibile oltremodo a molte zone ad a molti gruppi. Tale lavoro psicodiplomatico rende ancor più unita la comunità africana attorno al sionismo, proposto come unico antidoto al diffondersi dell'islamismo bombarolo.
sia dovuta alla repressione poliziesca in loco di alcuni movimenti di liberazione nazionale palestinese (la "Army of Palestine") che
rivendicarono gli attacchi a Mombasa.
In conclusione possiamo compendiare la posizione di Israele in Africa, ed in particolare nella ex British East Africa, in conservazione ereazione: conservazione delle tradizionali influenza euro-americane in Africa, all'interno delle quali Israele e il sionismo politico può più facilmente ambientarsi e diffondersi, e reazione,vale a dire repressione culturale e militar-politica delle attività antisioniste e antimperialiste in loco, grazie a governo amici.
Come negli States e in Europa il sionismo africano ha due teste: una testa politica, che sono le relazioni internazionali con Tel Aviv e il corrispettivo supporto di questa ad esponenti conservatori e anticomunisti nella regione, ed una testa culturale, che sono le associazioni ebraiche o cristiane che, in polemica con l'Islam o con gli stati laici della regione, diffondono messaggi di adattamento culturale al sionismo.
[1] Brian Bissonette, "The Angolan proxy war: a study of foreign intervention and its impact on war fighting", 2008
[2] Chris McGreal, "Brothers in arms - Israel's secret pact with Pretoria", pubblicato sul The Guardian il 7 Febbraio 2006
[3] Stephen Spector "Operation Solomon: The Daring Rescue of the Ethiopian Jews", 2005
[4] http://embassies.gov.il/nairobi/bilateral-relations/Pages/Israel-and-Uganda.aspx
[5] Leo Pinsker, "Auto-emancipazione", 1882 (citato in "Israele: terra,ritorno,anarchia", Donatella Di Cesare, Capitolo I, Paragrafo XVI, Pg 28)
[6] "Una volta che sarò stato testimone del riscatto degli ebrei, il mio popolo, spero di assistere anche al riscatto degli africani",Theodor Herzl, "Altneuland", 1902.
[7] Henry Lubega, "M'Bale jews", articolo internet uscito a Settembre 2001
[8] Vedere anche: Arye Oded, "A history of Abayudaya jews of Uganda"
[9] Embassy of Israel in Kenya, "History of Freindship between Kenya and Israel", (http://embassies.gov.il/nairobi/bilateral-relations/Pages/Israel-and-Kenya.aspx)
[10] Citato in: Rolene Marks, "The steady rise of African Zionism", uscito il 17/05/2014 sul The Algemeiner
[11] Intervento di Luba Mayekiso alla "South African friends of Israel conference in Johannesburg (Marzo 2014): https://www.youtube.com/watch?v=w28unk6Pq68
[12] Intervista a Mohamed Hasan: "Come le potenze coloniali mantengono il paese nel Caos", di Gregoire Lalieu e Michel Collon, 2010
[13] Alex Kane, "Unpacking the Israel-Kenyadeal to help wage war in Somalia", uscito il 16/11/2011 su Mondoweiss
[14] Khaled Kanafi, "Mombasa 2002 attacks: a strong message to Mossad in Africa", uscito il 29/11/2012 su IslamOnline
[15] Yossi Melman e Julio Godoy, "The influence peddlers", uscito il 13/11/2002 su The Center for public integrity
http://ruberagmen.blogspot.it/2015/12/israele-kenya-uganda-ovvero-un.html
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