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domenica 3 marzo 2019

Franco Fracassi: ONG BRAC, il lato oscuro dell' immigrazione

Sconcertante inchiesta, ed in esclusiva per FAHRENHEIT912 dello scrittore e giornalista Franco Fracassi. Con l'immigrazione si possono fare soldi, tanti soldi, più di quanto si possa immaginare. Alle spalle nostre. E soprattutto alle spalle di milioni di immigrati e delle loro famiglie restate a casa. La più grande ONG del mondo invia emissari in molti Paesi dell'Asia e dell'Africa per invogliare le persone a emigrare, finanziando quei viaggi. Poi, visto che c'è, finanzia anche i villaggi degli emigrati che attendono le rimesse in denaro dall'Europa. Poi, si trattiene una percentuale su quelle rimesse. Infine, visto che quasi sempre coloro che sono emigrati o i villaggi da dove sono partiti non sono in grado di ripagare quei debiti, si appropria delle risorse di quei villaggi. Ci guadagna quattro volte. Decine di miliardi di euro all'anno. Probabilmente anche di più. Il tutto con il consenso del Dipartimento di Stato e della rete industriale e bancaria che sostiene e beneficia delle sue politiche mondiali.

mercoledì 23 gennaio 2019

ANCORA SUL TRAFFICO DI ESSERI UMANI

Caro Roberto [Savio],
sono quasi totalmente d’accordo con la valutazione di La Grassa che mi hai inviato [si veda in fondo a questa lettera]. Anzi, mi ha dato la voglia di ripubblicare sul blog di Utopia rossa il mio articolo di fine luglio contro i trafficanti di esseri umani che a suo tempo fece un po’ di scalpore, ma non mi sembra aver influenzato più di tanto gli ipocriti commentatori umanistici di questa autentica vergogna dell’umanità: basti pensare che per le Nazioni Unite il traffico degli esseri umani è il crimine internazionale più grave (e forse anche il più diffuso) dopo quello del traffico di droga. 
Nell’articolo dicevo che la cosa più logica e utile sarebbe stata di uccidere gli scafisti onde impedir loro di proseguire il traffico in altri paesi (come è infatti accaduto con gli sbarchi in Spagna e con la tratta «privilegiata» dalla Grecia)  aspettandoli al varco in acque internazionali. Questa frase è stata eliminata dalla versione inglese del mio articolo, ma io continuo a pensare che una criminalità di questa natura può essere combattuta solo eliminandola fisicamente e calcolando che prima si fa e più vite umane si salvano. E ovviamente bisogna affondare i lager galleggianti di queste reti criminali dopo aver tratto in salvo gli occupanti, ma su mezzi della marina militare e non su navi di varia e dubbia provenienza: ciò allo scopo di non incrementare un «traffico di ritorno» come in parte accade anche se in misura per ora molto contenuta con la storia vergognosa dei «rimpatri».
Se qualcuno sa mostrarmi una strada più efficace e rapida dell'uccisione degli scafisti colti in mare per porre termine al loro traffico e accelerare il salvataggio di vite umane, sono pronto ad ascoltarlo. Ma finora ho sentito solo appelli umanitaristici volti a facilitare il compito «in mare» di questi efferati criminali.
L’articolo di La Grassa mi spingerebbe a dire che forse si dovrebbero affondare anche le navi delle presunte «Ong» che si prestano a questo traffico e che tanta importanza hanno avuto nell'alimentarlo con il pretesto di correre a «salvare». Non so che dire, anche perché ignoro da dove queste presunte Ong ricavino i soldi per comprare o affittare addirittura delle navi. Gestire delle navi (a un certo punto era diventata quasi una «flotta di linea») non è uno scherzo e non ci si arriva a farlo con donazioni o risparmi. Su questo aspetto del traffico, però, non ho tutti i dati a disposizione e quindi preferisco tacere. Purché queste navi abbondantemente pagate in rimborsi (al riguardo si hanno alcune cifre abbastanza elevate che però non vengono pubblicizzate) si levino di torno.
Ovviamente non cambio nemmeno la mia posizione di principio sul fatto che chiunque arrivi in Italia (non importa come) ha diritto a restarvi - con tutti i diritti e i doveri dei cittadini italiani - e non dev'essere assolutamente rimpatriato: questa è un'altra crudeltà, ma è anche un altro business che si aggira sui diecimila euro a rimpatrio. E continuo a insistere che gli «umanitari», se fossero veramente tali, oltre a esigere che si ponga termine agli imbarchi, dovrebbero esigere il transito in voli charter semigratuiti degli immigrati via aeroporto di Fiumicino (diretti a Roma o altre capitali europee). Invece da questo orecchio gli «umanitari» non sentono e quindi continuano a favorire  il pagamento agli scafisti di cifre impossibili per i «dannati della terra»: dagli originari 1000 euro le tariffe sono ormai salite intorno ai 3000 o più a seconda del tipo di tragitto. Soldi che vanno alla criminalità organizzata del Nordafrica, che gestisce il traffico, con le loro appendici in Italia e, come si comincia a vedere, dentro i partiti e le istituzioni.
Un giorno si scriveranno romanzi e si faranno dei film su come le mafie italiane sono coinvolte in questo scandaloso traffico di esseri umani. Anche perché sono poi questi nuovi negrieri, di mafie e camorre vecchie e nuove, che costringono gli immigrati «via mare» a diventare prostituti/e e schiavi/e del lavoro nero, come nella vicenda dei 500 lavoratori stranieri di pochi giorni fa, in cui risulta coinvolto addirittura un dipendente dell’Ispettorato del lavoro!

La proiezione, pubblicata nel report Modern Slavery Index 2017 a cura del centro studi britannico Verisk Maplecroft, si basa soprattutto sull’elevato numero di sbarchi sulle coste italiane. Arrivi che hanno provocato un innalzamento del numero delle “persone vulnerabili” facili prede di mafie e sfruttatori. Il sociologo: "Il problema è il sistema d'accoglienza. L'80% di sfruttati è di nazionalità straniera, gli altri italiani"

Tutti coloro che incoraggiano le partenze via mare garantendo loro navi di soccorso appena giunti in acque internazionali, che piaccia o no, sono complici moralmente (o anche solo per stupidità) del traffico di esseri umani: lo stanno solo incrementando dopo averlo incoraggiato negli anni del centrosinistra e del centrodestra.
Bloccare il traffico alla partenza è una priorità assoluta per salvare centinaia di migliaia di vite umane dal rischio della morte per mare, dal capolarato mafioso dopo lo sbarco, dalla prostituzione e dalla piccola criminalità, ma soprattutto  dalla mancanza di dignità che attende tali vite umane proprio per il modo criminale e clandestino con cui vengono fatte arrivare in Europa.
Continuo a chiedermi senza trovare risposta: come può la coscienza civile dei cosiddetti umanitari accettare che questa immigrazione avvenga clandestinamente per via mare invece che legalmente per via aerea o ferroviaria? Non potrebbero gli elettori più coscienti rivolgere questa domanda ai dirigenti dei loro partiti e costringerli ad agire di conseguenza invece di piangere ipocritamente ogni volta che un barcone carico di esseri umani affonda o viene fatto affondare per considerazioni tattiche degli scafisti?
Ci sarebbe poi il discorso più generale e  certamente più importante a lunga scadenza di come, incoraggiando questi flussi migratori selvaggi, si stanno depauperando ulteriormente alcune regioni dei Paesi africani e asiatici (basti pensare che il Bangladesh è al secondo posto per numero di immigrati, a riprova che il pretesto dell'asilo politico è solo l'ipocrita copertura a una disperazione d'ordine economico). Ma questo è un altro discorso che può essere inteso solo da chi ha raggiunto la consapevolezza di essere abitante della Terra. Francamente non me la sento di intavolarlo con chi incoraggia gli imbarchi clandestini, anche se animato da princìpi umanitari più o meno sinceri.
Ciao
Roberto [M.]


DEBBONO MORIRE LORO, NOI SALVIAMOCI
di Gianfranco La Grassa


Non l’ho fatto subito, anche perché sono stufo di simili notizie che cominciano ad essere noiosamente ripetitive, ma posso garantire che è la domanda che mi sono posto quando ieri sera ho ascoltato la notizia in TV. Chi s’imbarca ammassandosi su natanti inadatti e pericolosi ha proprio contato quelli che erano assieme a lui? E perché si devono credere sulla parola questi giovanotti che spendono sui 3000 dollari per arrivare dove saranno comunque mal accolti, essendo stati debitamente ingannati su che cosa possono trovare da queste parti. Ho poi anche sentito, per convincere gli ascoltatori, le parole attribuite ai tre superstiti, che si racconta fossero in ipotermia e quindi assai poco coscienti: “meglio morti che in Libia”. Erano in grado, in quelle condizioni, di fare simili valutazioni? E in tre esprimevano l’opinione dei 117 crepati (ma che precisione di numero)? E non sono stati raccolti o almeno visti in mare un bel numero di cadaveri?
Mi dispiace, ma credo si debbano infine affondare (quando ancora non hanno raccolto nessuno) le navi di quelli che continuano a fare gli umanitari, a prendere un bel po’ di soldi e a spingersi verso le coste libiche per creare continui casi con cui tentare di impietosire una minoranza di ebeti, istupiditi pure dalla propaganda di una Chiesa guidata da puri ipocriti. Pur non essendo credente, sono pronto a sempre difendere il sentimento religioso e chi ne è sincero portatore. Lo ritengo estremamente importante e in tutte le epoche storiche ha avuto una rilevanza decisiva per la stragrande maggioranza di ogni data popolazione; non a caso è sempre esistito e provoca riso e fastidio, per la sua improntitudine e arroganza, chi pensa di estirparlo con la “conoscenza scientifica”. Se però vi è un’organizzazione che ormai se ne serve per scopi utilitari – non di soli soldi, lo so, ma anche per motivazioni perfino peggiori – allora quest’ultima provoca in me irritazione e inimicizia irriducibile. Secondo la mia opinione, si dovrà difendere la religione perfino da questa “Istituzione” profittatrice. Il discorso continuerà a lungo e opporrà gruppi viepiù nemici fra loro. 
Per quanto mi riguarda, l’opposizione a questa falsa pietà non riguarda i migranti. Lo ripeto: si tratta di illusi, che certo possono meritare un minimo di pietà. Bisogna andare ai vertici politico-economici di queste nostre società “occidentali” (e al ceto di intellettuali, giornalisti, falsi educatori, che li serve con la massima infamia), ormai impauriti dalla sensazione di una fine non troppo lontana. Vi ricordate i lucidi ragionamenti del principe di Salina ne “Il gattopardo”? Quelle classi (semi)nobiliari, presaghe della loro sorte, lottavano anche solo per ritardarla di qualche decennio; per loro era una sorta di “eternità”. E invece bisogna affrettarsi a schiacciare questi autentici zombi che, pur inconsapevoli, ragionano come Sansone: muoio io e allora muoiano tutti gli altri assieme a me. Facciamo “morire” loro, noi dobbiamo salvarci invece.    





di Roberto Massari 
(18/7/2018)
(già apparso sul blog)

Premetto che mi riconosco pienamente nel recente articolo di Roberto Savio («Immigrazione, molti miti e poca realtà») in cui si mostrano le cifre reali del processo immigratorio, si elencano i vantaggi che derivano all’economia dai flussi migratori (anche se si sottovalutano i danni che tali flussi provocano ai Paesi di provenienza) e mi dichiaro favorevole alla massima accoglienza di tali flussi purché compiuta in maniera umana, legalmente programmata e secondo tradizioni e valori della civiltà laica occidentale (cioè illuministica).
Nel testo che segue non si parla quindi del fenomeno dell’immigrazione o degli «sbarchi» in quanto tali. Si parla del traffico internazionale di esseri umani e quindi del crimine contro ogni principio di umanità rappresentato dagli «imbarchi», punto terminale di una rete criminale internazionale. Questa è sempre esistita, ma si è rafforzata negli ultimi anni per ragioni che non sono sempre chiare avendo essa delle connivenze negli apparati statali dell’Italia e della Libia, in primo luogo, ma anche di Turchia, Spagna ecc., oltre ai paesi di provenienza.
Per queste ragioni desidero dare la massima visibilità alla lettera che segue, di Fred Kuwornu,  regista italiano di origini ghanesi, che dice con franchezza ciò che io penso da molto tempo e che le cifre dimostrano in maniera inoppugnabile: vale a dire che tutta questa storia umanitaria degli imbarchi/sbarchi è gestita da mafie nazionali e internazionali come traffico di esseri umani, una vera e propria «tratta» del XXI secolo. Essa cominciò sfruttando l'emotività psicologica provocata dai primi naufràgi di gommoni (e forte è il sospetto che essi fossero provocati ad arte) e proseguì come incentivo a un esodo di massa dall'Africa e dall'Asia, violando tutte le norme della civiltà, del rispetto della persona umana, della salvaguardia della vita, creando traffici di prostituzione e nuovo schiavismo, e danneggiando anche la condizione economica dei paesi di provenienza.
Ben presto le «carrette della morte» furono sostituite da navi delle Ong (superpagate per svolgere il trasporto fino a destinazione) e il traffico di esseri umani poté svolgersi più o meno indisturbato per alcuni anni.
La verità è che le Ong (finché è stato concesso loro), le associazioni umanitarie impegnate a favorire gli sbarchi (in realtà… gli imbarchi), i settori della marina coinvolti, faccendieri vari e aziende locali particolarmente interessate agli sbarchi stavano perpetrando o fornendo copertura a uno dei più grandi crimini dell'epoca attuale.
Se esiste il dramma degli sbarchi e se ci sono migliaia di persone morte nelle acque del Mediterraneo è perché esiste il traffico degli imbarchi, gestito da associazioni criminali che fino ad oggi hanno potuto compiere il loro sporco lavoro indisturbate. Anzi, agli inizi, quando erano costrette a usare proprie imbarcazioni, queste venivano loro gentilmente restituite perché potessero continuare la tratta.
So di essere colpevolmente in ritardo, perché da tempo era arrivato l’obbligo morale di gridare forte che tutti coloro che favoriscono in un modo o in un altro il commercio degli imbarchi sono complici più o meno preterintenzionali di questa rete criminale. Essa parte da paesi lontani come il Bangladesh (che è il secondo gruppo etnico per quantità di profughi in questa tratta camuffata da richiesta di asilo politico e proprio il Bangladesh sta a dimostrare che l'asilo politico non c'entra niente, è solo un pretesto), passa per l'Africa centrale e arriva alle sponde del Mediterraneo.
Che queste cose le dica un intellettuale di origini ghanesi (e quindi africane) può forse aprire brecce nel cervello della presunta area «progressista» che con le sue campagne umanitarie sugli sbarchi non si rende conto di favorire gli imbarchi, col loro triste seguito di morti o di gommoni fatti affondare appositamente per suscitare la reazione umanitaria dei media. Questo non significa che non si debbano accogliere tutti coloro che riescono ad arrivare sulle coste italiane: ciò è fuori discussione. Ma significa che se non si vuole essere moralmente corresponsabili delle morti per annegamento e del traffico criminale che si svolge prima e dopo gli sbarchi, si deve impedire che avvengano gli imbarchi, si deve cioè intervenire duramente e prima di subito nei luoghi in cui ha origine la tratta. Ma per farlo non c'è altra via che la distruzione fisica delle imprese criminali che gestiscono il traffico.
Misure timide e parziali possono per ora tamponare qualche situazione, come ha dichiarato Massud Abdel Samat (capo dei guardiacoste libici e dipendente dal comando di Tripoli):

«Il nuovo governo italiano ha fatto bene a fermare le Ong, che nei fatti erano funzionali alla tratta. Per i trafficanti e le organizzazioni criminali che prosperano sulla vendita di esseri umani è crisi nera. Una crisi tanto grave che stanno spostando le loro attività in Tunisia e Marocco» (Corriere della Sera del 15/7/2018, p. 3)

Ovviamente questo militare libico non è tenuto a sapere che il governo italiano attuale, diretto dalla Lega e in second’ordine dai 5 Stelle, è animato da spirito razzistico e xenofobo nella sua opposizione agli sbarchi, ma è anche vero che per la prima volta si sentono sui media, da ambienti governativi italiani, parole come «trafficanti» e simili che in precedenza (governi PD) erano tabù (mentre erano da tempo moneta corrente in altri paesi europei). Aggiungo che il governo attuale non dice nulla sulla politica dei rimpatri. Questa è non solo cinica barbarie (visti, al di là di altre considerazioni, anche i sacrifici finanziari e rischi della vita che hanno corso queste povere vittime del traffico di esseri umani), ma non si dice al contribuente che il costo medio unitario per ogni rimpatrio si aggira intorno ai diecimila euro (incluso il ritorno in prima classe in aereo dei due agenti di scorta previsti per ogni povero diavolo rimpatriato). 
Riguardo alle Ong bisogna prendere atto che esse hanno collaborato e vorrebbero continuare a collaborare con i criminali del traffico umano. Il loro compito era di andare a prelevare i migranti sui gommoni appena usciti dalle acque territoriali libiche, farli salire sulle navi (ultrafinanziate), condurli nei porti italiani e farsi belli con la balla «di averli salvati». Senza di loro il traffico avrebbe avuto problemi a proseguire, sia perché i gommoni rischiavano di non arrivare tutti sino alle coste italiane (stiamo parlando di decine di migliaia di esseri umani), sia perché altri paesi non li volevano (tranne la Turchia dove però i migranti arrivavano e arrivano via terra allo scopo di rimpinguare le casse del governo dittatoriale di Erdogan che riceve miliardi dalla UE), sia perché la marina militare italiana aveva pur sempre delle norme da rispettare.
I gommoni affondati di recente, guardacaso appena Salvini ha chiuso i porti alle Ong, erano in un certo senso «previsti» da parte dei negrieri-trafficanti che hanno usato gommoni obsoleti e a rischio facile di affondamento. (La notizia data per certa l’ho scovata tra le righe del Corriere della Sera). Questi criminali sanno benissimo l'effetto psicologico che ha sull’opinione pubblica la morte dei migranti in mare: del resto cominciò proprio così questa tratta vergognosa, forse la più grande vergogna in atto in questo momento nel mondo: cominciò con l'affondamento più o meno programmato di alcuni gommoni. Il fatto commosse comprensibilmente l'opinione pubblica (complici i giornali, i media, i governi Pd), suscitò reazioni emotive tutt’altro che razionali e così cominciò questo traffico inaudito di cui il capitalismo dovrà vergognarsi un giorno di averlo permesso e incoraggiato. E con lui tutta la processione umanitaristica.
Per centinaia di milioni di persone, il sogno di abbandonare l'Asia e l'Africa per raggiungere l'Europa è antico quanto il colonialismo che ha impoverito questi continenti. Ma non è antica, anzi è recentissima, la costruzione di una rete internazionale che dietro il versamento di cifre altissime per la povera gente che le paga, e a rischio della vita sui barconi, riesce a far entrare masse di migranti in Europa, senza passare per le dogane, gli aeroporti e senza documentazione. Agli inizi venivano chiesti dalle mafie del traffico almeno 1.000 euro a persona (cioè una cifra mostruosa per i poveri d’Asia e d’Africa), ma ora queste cifre sono in aumento (per il traffico dalla Grecia si parla di quasi 3.000 euro) oltre alle estorsioni prima dell’imbarco di cui parla anche Fred Kuwornu. E chi dopo l'arrivo in Libia (dopo settimane o mesi di sofferenze) non le può pagare o non può pagare i supplementi richiesti, nell'impossibilità di tornare indietro può vedersi ridotto allo stato di schiavitù nei campi profughi libicie in altri lager gestiti da bande criminali e funzionari statali corrotti. La prostituzione femminile è spesso l'ultima possibilità che rimane per pagare le cifre richieste dai negrieri. E comunque è sempre la prostituzione che attende molte di queste donne una volta «sbarcate» sulle coste italiane, quando vengono riprese in ostaggio da altre reti criminali legate alle stesse reti che le hanno trasportate.
La differenza con il sogno del passato di emigrare in Europa e la possibilità di realizzarlo concretamente è stata data a un certo punto dalla prassi di accettare gli immigrati purché arrivassero via mare, su barconi e altri mezzi di fortuna e non tramite permessi consolari, aerei charter ecc. È stata una mossa (non saprei dire fino a che punto voluta dal governo italiano di Renzi) che ha fatto credere a centinaia di milioni di persone che quella dello sbarco marittimo (camuffato da richiesta di asilo politico) fosse finalmente la porta spalancata a chiunque per entrare in Europa. È stata cioè una speranza rinfocolata artificialmente, quasi un invito a mettersi in cammino (dal Bangladesh, dal Medio Oriente, dall'Africa centrale ecc.) procurandosi con qualsiasi mezzo i 1.000 euro da pagare alle bande criminali e disposti ad affrontare i rischi del viaggio per mare.
Con l'intervento delle Ong quei rischi si sono ridotti al minimo e quindi anche l'afflusso è cresciuto a dismisura. In questo senso le Ong sono state complici «tecniche» della nuova tratta. E comunque ogni viaggio se lo facevano pagare profumatamente (si parla di almeno 240.000 euro a viaggio, ma ovviamente è difficile avere certezza sulle cifre, costi accessori, tangenti ecc.). Spero però che nessuno creda più alla buona fede di queste «agenzie di trasporti» che nulla hanno a che vedere con lo spirito originario delle Ong che in alcuni casi e in alcuni paesi ancora permane.
Sulle illusioni di tanta povera gente hanno speculato le bande criminali e la filiera addetta al trasporto marittimo. Il tutto perché la nostra «civiltà» italiana ed europea non consente che chi è desideroso di immigrare in Europa lo faccia con un volo charter da meno di 100 euro a testa, sbarcando legalmente e civilmente all’aeroporto di Fiumicino. No, la bestiale ricerca di denaro, di lavoratori o lavoratrici da supersfruttare col lavoro nero, di nuova manovalanza da reclutare a traffici di ogni genere, fa sì che l'entrata possa avvenire solo pagando le bande criminali, solo rischiando la vita, solo consegnandosi ad altre bande criminali attive in Italia e in Europa. Questa differenza i benpensanti nostrani sembrano non capirla, ma io la ripeto: perché non si entra gratis e legalmente da Fiumicino, invece che pagando le mafie e illegalmente dal mare?
Invece di lamentarsi indignati ogni volta che un tentativo di sbarco si conclude tragicamente, invece di pensare ipocritamente solo al dramma degli sbarchi, si cominci a pensare al traffico degli imbarchi e si risponda alla mia domanda (che tra l’altro la gente comune già si pone da tempo, ovviamente senza ricevere risposte dalla nomenklatura politica). Ponendosi quella domanda, si comincerà a capire la natura mostruosa del crimine rappresentato dal traffico di esseri umani e dalla rete degli imbarchi.
La ex pseudosinistra, divenuta nel frattempo semplice massa d'opinione progressista, è totalmente in malafede col suo piagnisteo su chi muore durante i viaggi organizzati dai trafficanti di esseri umani. Non avendo più ideali di emancipazione sociale in cui credere, si affida al buonismo umanitario che, come spesso è accaduto nella storia dell'umanità (dalle riserve con vaccinazione antivaiolo per i nativi americani all'odierno traffico assistito di esseri umani) serve solo a nascondere il senso di colpa individuale e collettivo nei confronti di Paesi che sono stati rovinati proprio dalle politiche colonialistiche, prima, e imperialistiche, poi, di quegli stessi Stati dei quali ora si vorrebbe diventare sudditi.

La mia posizione, se fossi ministro degli Interni in un governo anticapitalistico, sarebbe di organizzare delle task-force che, con o senza permesso dei libici, vadano ad aspettare i trafficanti appena fuori delle acque territoriali e li ammazzino uno per uno, salvando e portando in Italia gli immigrati che stanno sui barconi.  Lo sterminio dei trafficanti è indispensabile per impedire loro che ricostruiscano la rete o spostino altrove il traffico. E la loro eliminazione, fatta in acque internazionali non creerebbe grandi problemi giuridici. E comunque, a mali estremi estremi rimedi: uccidendo qualche centinaio di trafficanti si salverebbero decine di migliaia di vite umane e si porrebbe termine al sogno artificialmente indotto di poter raggiungere l'Europa «clandestinamente» via mare e dietro pagamento di tangenti alle mafie di vario genere.
Dei trafficanti risparmierei la vita solo a quelli disposti a indicare i nomi che compongono la filiera del traffico, dalla manovalanza fino ai vertici (quelli che la organizzano e ci hanno già guadagnato negli anni miliardi di euro).  Il traffico finirebbe nel giro di poche ore e si dimostrerebbe per quello che è: una tratta di esseri umani organizzata internazionalmente con complicità negli apparati statali di vari paesi africani e asiatici oltre che dell'Italia, e col sostegno «morale» degli utili idioti.

Quindi prego di dare la massima circolazione alla lettera di Fred Kuwormu, perché il suo contenuto non potrebbe essere più giusto e più utile per frenare la complicità «umanitaria» del mondo «progressista» con i trafficanti di esseri umani.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 3 gennaio 2019

Leoluca Orlando: da Toto Riina alla mafia delle ONG

Seguite attentamente, ascoltate le parole e le allusioni con cui attaccavano Falcone pochi mesi prima di essere barbaramente ucciso dalla mafia... Quelli che oggi si ergono a paladini dell'antimafia e che presenziano in pompa magna gli anniversari della morte di Falcone, guardate come lo trattavano da vivo. Oggi Leoluca Orlando è il braccio destro di Antonio Di Pietro ed uno degli esponenti di spicco del centro-sinistra italiano. Meditate gente, meditate....

martedì 1 gennaio 2019

Dalla parte dei disperati. Davvero?------ ERRI DE LUCA: ORGOGLIO E PREGIUDIZIO, di Fulvio Grimaldi

Con auguri pieni di stima e affetto ad Alberto Perino e a tutti come lui, combattenti No Tav e oltre, non condivido però l’apprezzamento per lo scritto pateticamente pietistico, ammantato di improprio virgilismo, di Erri De Luca.

Non apprezzo aver navigato con Medici Senza Frontiere, fondata dal guerrafondaio francese Kouchner. MSF che, in tutte le mie guerre e in tutti gli strangolamenti inflitti a popoli amici dall’imperialismo, ho sistematicamente trovato nel campo del carnefice e, propedeutico all’aggressione e ai genocidi, nel ruolo di diffamatore razzista e colonialisticamente occidentecentrico dei paesi da obliterare.

Non apprezzo aver navigato con Ong al servizio dello sradicamento delle popolazioni giovani africane, al fine di lasciare il posto a eserciti e multinazionali colonialisti, Ong promosse e finanziate dal gangster della speculazione finanziaria e dei colpi di Stato striscianti mirati  alla distruzione di Stati e alla globalizzazione dell’élite, George Soros. Ora promosso “Personaggio dell’anno”. Da chi? Che domanda: dall’organo ufficiale del finanzcapitalismo di guerra e globalizzazione, Financial Times.

 Soros e Juncker

 Non apprezzo che si definisca salvataggio o naufragio quello che in 9 casi su 10 non è che un mero traghettamento da un’imbarcazione all’altra su previo appuntamento, come dimostrato, documentato, filmato, rivelato da intercettazioni telefoniche e inchieste giudiziarie.

Non apprezzo il lacrimoso e abusivo riferimento a una “nave che scippava vite condannate a morte”. La stragrande maggioranza dei migranti non rischia nessuna condanna a morte, neanche nei campi libici, quasi tutti sotto controllo ONU o OIM, ma è forzata a lasciare il primario diritto umano, quello di restare a casa, perché qualcuno gli suggerisce che, pagando dai 10mila ai 20mila euro per il trasferimento, si poteva sostituire quella casa con una agiata residenza in Europa. Mentre quella residenza era poi una baracca di plastica tra campi di pomodori, o con altri 10 in una stanza in vista dei magazzini Amazon. Mentre i soldi lasciati nei tragitti o all’affittacamere in patria sarebbero serviti a costruirsi vita e famiglia. A casa.


Non apprezzo che si faccia pseudopoesia sulla “spinta della disperazione”, quando quella disperazione è invece solo l’imbroglio di chi sulle deportazioni di popoli ci guadagna in soldi, falsa morale e frantumazione sociale e culturale. O quando di disperazione vera si tratta, la si veda solo all’arrivo in barca e mai alla partenza dalle macerie di un paese squartato come la Jugoslavia, raso al suolo come la Libia, insanguinato come l’Afghanistan, seviziato come l’Iraq, inondato dalle bombe della superiore civiltà giudaicocristiana e da turbe di cannibali mercenari, come la Siria.


O alla partenza da un’Africa, dove il tuo villaggio ora si trova sotto il bacino della diga costruita da noi, dove il tuo campo è diventato il frammento di un’estensione agroindustriale su cui imperversa, per questa e le generazioni future, la Monsanto con i suoi strumenti di profitto e morte. O alla fuga dalla Palestina, Erri De Luca, nel caso che il disperato sia scampato ai 180 palestinesi inermi uccisi e ai 6000 feriti e mutilati durante una semplice marcia  per il Ritorno a casa (300 ammazzati e 29.000 feriti in tutta la Palestina nel 2018); o alla brutale persecuzione e apartheid di uno Stato per soli membri della stessa “etnia”, religione e lingua (accanto a Stati arabi distrutti, che ospitavano tutte le etnie, religioni e lingue).

Madri disperate. A Gaza e a Gerusalemme

Apprezzo avere ricordato il politicamente corretto ghetto di Varsavia e non apprezzo la sistematica, tribale, dimenticanza di De Luca delle Aleppo, Tripoli, Baghdad, Gaza, Ramallah, Nablus, Hebron, Fallujah, Belgrado assediate e maciullate con il pretesto che erano e sono governate da personaggi che disturbano la criminalità politico-economica organizzata globale.

Ricordo il mio ex-compagno a LC De Luca, in uno spettacolo pubblico anti-guerra,  a cui chiesi come mai ai tempi di Lotta Continua guidasse cortei al grido di “fe-fe-fedayin” e oggi i resistenti li chiamasse “terroristi” estesse sempre e comunque con Israele e come mai, nel parlare contro le guerre, non si ricordasse quelle di Israele contro i palestinesi e arabi tutti a forza di stermini bombaroli, fosforo bianco, torture, distruzioni, assassinii mirati, devastazione e rapine di terre a mano armata. Ribattè De Luca: “A questo non rispondo”, si alzò e fuggì. Poi fui affrontato duramente da alcuni suoi sodali.

Il pietismo unilaterale è ipocrisia e complicità, ma, nel caso di De Luca, protagonismo nell’ingiustizia. Fatto salvo il suo appoggio alla lotta No Tav. A me non basta.
Tanto dovevo, al volgere dell’ennesimo anno in cui Occidente e Israele proseguiranno nei loro genocidi, alle persone, ai popoli che accanto a me ho visto soffrire, mutilare, morire. E anche all’amico Alberto Perino.


Fulvio Grimaldi, con auguri:
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From: A.P.pp.tt.
Sent: Monday, December 31, 2018 11:17 AM
To: comitati@notav.eu ; presidionotaveuropa@googlegroups.com ; no-tav-scambio@googlegroups.com
Subject: [no-tav-scambio] Buon 2019

Penso che per chiudere quest'anno il post pubblicato oggi da Erri De Luca sia magnifico.
E penso che, senza fare paragoni fra quella drammaticità di chi affronta il mare, la neve, le prigioni ecc., possa essere utile anche a chi si batte per la propria terra contro governi che non hanno a cuore il BENE COMUNE ma gli interessi del grande capitale e delle banche.
Penso ai compagni di Taranto, al TAP, al terzo valico e penso che potrebbe capitare anche a noi.
Quando la speranza è zero, spuntano forze e istinti che tentano l’impossibile scrive Erri e questa è stata anche la nostra forza: Batterci contro tutto e tutti, tentare l'impossibile, lottare sempre, arrendersi MAI.

E con questa riflessione, che qualcuno ascriverà al mio pessimismo cosmico, auguro a tutti un 
BUON 2019 di vittoria e di lotta.

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/01/dalla-parte-dei-disperati-davvero-erri.html

sabato 29 dicembre 2018

ONG: Organizzazioni Non poco Governative il braccio disarmante del potere transnazionale, di Gianfranco Pala


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La “Casa” ovvero la Cosa dell’Altro mondo

Freedom house: questo è il nome, brillantissimo, di una delle più cospicue Ong [le cosiddette organizzazioni non governative!], segnalatasi per le sue ripetute operazioni a pro del grande capitale transnazionale – e a propaganda di esso – e delle istituzioni sovrastatuali che l’assecondano; essa dice di sé: “è una organizzazione non profit e non di parte, una voce chiara per la democrazia e la libertà nel mondo, che opera sull’in­tero pianeta per diffondere la libertà politica ed economica”. Quanto al suo carattere “governativo”, che invoca “libertà” e “de­mocrazia” per l’universo mondo, non c’è ombra di dubbio, dalla forma di governo nazionale a quella sovranazionale. Per quei pochi che ancòra non sono avvezzi alla lingua inglese, è bene far osservare che “freedom house” sta a significare semplicemente “casa della libertà”! Si soppesi, perciò, quanta sia la fantasia con cui il prof. Buttiglione abbia suggerito al cav. Berlusconi il nome per il suo “polo” – in perfetto allineamento Cia.
Che la “n” di codeste organizzazioni stia per “non poco”, anziché per il preteso “non”, l’abbiamo già ripetutamente detto, ancorché non sistematicamente [cfr. nn. 46, 47, 60, 72-75, 77, 80, 81, 83]. Merita adesso con maggiore precisione riepilogare il tutto per fare il punto sulle loro caratteristiche “gove­rnative”; queste sono tese sia a procurare vantaggi economici al grande capitale, quello soprattutto che vola all’estero, sia a bieche operazioni di “copertura”, che in italiano convien chiamare di “spionaggio”, di propaganda, ovvero di filtro per attività illecite (finanziamenti neri, traffico di droga, fornitura di armi, ecc). La subordinazione che asseconda la falsa coscienza dell’“umanitario” apre una fetta di mercato, come si dirà più oltre, attraverso la formazione di varie O(n)g, banche etiche, isti­tuzioni (come Medici senza frontiere),  fondazioni come quel­la “per una società aperta” di Soros, ecc., le quali agevolano la stratificazione di un mercato finanziario paral­lelo e funzionale alle grandi linee creditizie.
Quello “umanitario” è un mercato facile, redditizio e di sicura espansio­ne. Nell’era del capitale transnazionale, “aiuto” equivale a guadagno, e pertanto i gestori degli “aiuti” debbono azionare microimprenditori, anche individuali, per rispondere agli interessi della macroeconomia dominante. I movimenti di classe e il lo­ro sviluppo teorico non possono ignorare l’ampiezza e la portata mondiale di questa messinscena e aggressione antiproletaria, che non è solo menzogna o dispotismo ma soprattutto utile, profitto. Ma proprio per la complessità di tali funzioni “governative”, conviene procedere con ordine, cominciando da quelle economiche per finire con quelle maggiormente legate ai servizi segreti.
Una precisazione è opportuna prima di procedere. Va da sé – come è normale – che si può mandar salva dall’impostazione stessa delle critiche, che precede, e dal loro successivo sviluppo quella piccola minoranza di Ong che certamente c’è e che prosegue con relativa indipendenza nella sua lotta di classe antimperialistica. Non per nulla codeste organizzazioni antagoniste non ricevono fondi da Bm, Fmi o istituzioni “governati­ve” usamericane ed europee, e si sostengono solo assai limitatamente con l’autofinanziamento militante. Tut­tavia non li ricevono neppure organizzazioni “volontarie” minori che con la lotta di classe non hanno nulla a che fare, anzi; esse pretendono di diffondere l’ideolo­gia “buonista” e caritatevole, del soccorso ai diseredati, agli umili e ai poveri, secondo cui non ci sono “né buoni, né cattivi” [come sostengono, nettamente al contrario di noi, quelli di Emergency], ideologia che fa il paio con la sparizione “neo-revisionistica” delle differenze tra destra e sinistra.
Ma, appunto per questo – cioè la loro scarsissima forza, ossia la loro disarmante debolezza – rispetto all’invadenza delle grandi O(n)g [paradossalmente, si può dire che tra queste la meno compromessa potrebbe essere proprio una delle più antiche organizzazioni, ricca di suo, Amnesty international, nonostante le sue frequenti “amnesie” filoamericane di contro alla sua ferrea memoria anticomunista] legate alle transnazionali e alle organizzazioni sovrastatuali, l’infima minoranza di quelle piccole e autonome può ben poco, oggi, sotto il predominio del modo capitalistico della produzione sociale: questa è esattamente la stessa cosa che si può dire a proposito degli “ec­toplasmi” delle esistenti organizzazioni politiche comuniste sparse nel mondo e nei singoli paesi.
Va anche premesso a scanso di equivoci – ma ciò dovrebbe spiegare molte cose ai “comunisti” – che mai le O(n)g hanno preteso di porsi in antitesi al modo di produzione capitalistico, e mai perciò hanno rivendicato la proprietà delle condizioni oggettive della produzione. Ma non sono neppure arrivate almeno ad “ac­cettare” negativamente il sistema capitalistico, a es. come i sindacati di classe i quali fanno della lotta economica sulle condizioni antagonistiche del lavoro salariato il loro fulcro. Molti nell’“asinistra” affrontano la questione solo nel suo aspetto esterno incombente [Bm e Fmi] e non nei suoi potenziali aspetti “dal basso”, accompagnando il pentimento degli ex marxisti e la loro conversione al “nuovismo”. Cosicché America latina, Europa dell’Est, Africa, possano essere portati dagli organismi sovrastatuali come “testimonianze” del trionfo del “libero mercato” e della “crisi del marxismo”.
Si può anche rammentare quanto ebbe a scrivere Marx [per le Istruzioni ai delegati Ail, nel 1864 – cfr. L’inchiesta operaia, la Città del Sole, Napoli 1994-2000], a proposito delle piccole cooperative. “Ristretto tuttavia alle forme insignificanti in cui i singoli schiavi salariati possono ela­borarlo con i loro sforzi individuali, il sistema cooperativo non trasformerà mai la società capita­listica. Per modificare la produzione sociale in un unico sistema vasto e armonioso di lavoro li­bero e cooperativo, si richiedono cambiamenti sociali generalicambiamenti delle condizioni generali della società che non saranno mai realizzati se non con il trasferimento delle forze or­ganizzate della società, cioè il potere dello stato, dai capitalisti e dai proprietari fondiari ai pro­duttori stessi”.


La magnifica invenzione

La finzione della solidarietà fornita dalle O(n)g come “neoliberalismo dal basso”, a sostegno del vero liberalismo che procede sempre dall’alto del grande capitale, rappresenta l’ambiguità caratteristica di queste organizzazioni non governative. [Un buon riferimento di base è fornito dagli studi di James Petras, Progetti di solidarietà o “neoliberalismo dal basso”?: le pesanti ambiguità del­l’azione delle organizzazioni non governative; e L’ambiguità del ruolo delle Ong in America latina, parzialmente tradotti e pubblicati da Contropiano, rispettivamente nel 1996 e nel 1999]. Riferisce Petras che i governanti liberali, dagli anni 1980, cominciarono a finanziare e promuovere una strategia “dal basso”, parallela alla convergenza sul privato a séguito della destatizzazione diffusa, attraverso l’organizzazione delle O(n)g. Già questa origine la dice lunga sul supponente carattere “non governativo” di siffatte “organizzazioni”.
“L’antistatalismo è stato il libretto ideologico di transito da una politica di classe a una politica di “svi­luppo comunitario”, dal marxismo alle Ong” – scrive Petras – in quanto si contrappone al potere “statale” lo pseudopotere “locale” del cosiddetto “comunitarismo”. Anche la terminologia usata è un chiaro sintomo di tutto ciò (a parte l’ampio uso di parole come “nord e sud del modo”, “glo­balizzazio­ne”, e via declassando il vocabolario): prevalgono pseudoconcetti quali “esclusione”, “povertà”, “discriminazione” (di etnìa, razza, religione, genere, ecc.). Nonostante la loro parvenza “socia­le”, le proteste movimentiste recenti si sono mostrate, pur nella loro vivacità folcloristica, vieppiù staccate dalla lotta di classe, favorendo in tal modo il liberismo del capitale imperialistico.
A dispetto di un precedente impegno “populista”, soprattutto negli anni 1970, quasi nessuna O(n)g denunciava la responsabilità dei governanti usamericani ed europei, proprio perché da essi ricevevano i finanziamenti; ciò, nel decennio successivo (soprattutto grazie alla Bm), ha portato sia a un aumento spaventoso del loro numero, sia a una sempre meglio mirata loro finalizzazione. Tutta questa strategia liberista del “pri­vato sociale” costruita intorno alle O(n)g è stata fin dall’inizio sostanzialmente finalizzata a prevenire l’anta­gonismo del­la classe lavoratrice. La funzione delle O(n)g è, perciò, prevista come compensazione degli alti costi che le popolazioni dei paesi dominati sono costrette a pagare attraverso lo “scambio ineguale” imposto dalle politiche di “aggiusta­mento strutturale” per pagare il servizio del debito estero, a sostegno degli interessi delle transnazionali [nei programmi sono coinvolte molte di tali grandi imprese private e banche varie, ecc.]. Ma ciò, dice la Bm, permetterà a quei paesi “di sfuggire alla trappola del debito”. Ma chi ha messo codesta “trappola”?
Intanto alcuni dabbenuomini cianciano sulla “cancellazione del debito” (quello “ufficiale” degli stati, lasciando intonso quello assai più cospicuo delle istituzioni finanziarie private), e mettono sù concerti della serie “Jovanotti & Bono with J.P.2’s Jubilee 2000”: chi da Seattle volesse sbarcare a Genova si troverebbe guidato da uno sfrenato consesso di “monache” (realmente!); ci sarà pure in mezzo qualche comunista, ma che ci sta a fare in quel raduno? Sicché le piccole imprese private (non) governative hanno provveduto a fornire aiuto alle popolazioni bisognose, per non farle cadere sotto l’egemonia di una lotta sistematica contro il sistema, sottraendole in toto all’antagonismo contro l’economia del capitale e contro la sua politica.
Non per caso sono stati “cooptati”, o quanto meno direttamente coinvolti, nell’attività “non” governativa diversi dirigenti di movimenti sociali “popolari” o “sindacali”. “L’apparenza della solidarietà e dell’azione sociale – scrive Petras – copre un conformismo conservatore con la struttura di potere nazionale ed internazionale”, così come accadde per l’azione dei “missionari” dal XVI secolo, o per i “poveri” inglesi dal XVII secolo, o ancòra per gli interventi del cosiddetto “stato sociale” dal finire del XIX secolo fino ai nostri giorni.
Via via che il tempo passava si vedeva con crescente chiarezza come il “non” governativo si traducesse in un’attività contro la spesa pubblica: “piccolo è bello, privato è meglio” – sembra essere il loro slogan. Il ricordato antistatalismo fu perciò l’elemento di base che favorì la crescita “privati­stica” di tali organizzazioni, le quali solo apparentemente si mostravano “di sinistra”. La Banca mondiale e diverse fondazioni imperialistiche usavano le O(n)g – precisa Petras – per sottrarre allo stato nazionale le funzioni di protezione e di prestazione di servizi sociali; ossia, perfino l’assistenzialismo keynesiano era insidiato. Tra tali fondazioni maggiormente in vista, oltre alla Rockefeller, una menzione speciale va alla cosiddetta “Fondazione per la società aperta” di Soros – il quale, tra l’altro, inventava e pagava la radio belgradese B.92 fatta conoscere nel mondo (anche dell’asinistra) come “indipenden­te”, per seguire una diversa tattica di dolce strangolamento finanziario e di “informazione”, complementare a quella della lobby militare aggressiva Usa-Nato: ecco la parvenza dell’“indi­pen­denza” e delle “voci della libertà”, nei residui brandelli dell’ex Ju­goslavia.
Le O(n)g si sono presentate sùbito, infatti, nella forma delle piccole imprese private. Conseguentemente, è l’attività privata “volonta­ria” che sta alla base dei servizi da esse resi, la qual cosa, pure questa, ha il duplice effetto di indebolire qualsiasi tipo di intervento pubblico e di sostituire alla coscienza di classe l’attività del “volontariato” come surrogato di impegno per la collettività. Il volontarismo solidaristico – profit o non profit? – è arma di seduzione per il populismo: “lo sviluppo può avere successo soltanto se è intrapreso dal popolo, dal governo e dalle istituzioni finanziarie internazionali congiuntamente” [sic!], cosicché a tale popolo, nei suoi “cittadini coscienti”, “sia dato “potere” e “pro­prietà” dei progetti locali” [attraverso le cosiddette Cbo – ossia le O(n)g minori vincolate alle “comunità di base locali”, che praticamente lavorano in subappalto per quelle più grandi] affinché “si attivi politicamente per far sì che i rispettivi governi influenzino le scelte di Bm e Fmi”. Beata ingenuità!
Si è fatta così strada nel senso comune – con l’ideologia della “sussidiarie­tà” – l’idea che il pubblico possa essere sia “privato” che “statale”; idea enormemente favorita dal demenziale comportamento di gran parte del sedicente “stato sociale” della borghesia, che è pur sempre lo stato liberale del capitale.


Incontri ravvicinati

Le Organizzazioni non governative sono associazioni volontarie e non profit, non appartenenti al settore pubblico, tra privati che, attraverso un legame transnazionale fra enti di nazionalità diversa, perseguono un fine di interesse generale (umanitario, religioso, politico, scientifico, sociale) che trascende l’ambito di un solo stato, per fungere da intermediazione con i governi: sulla base di questa definizione ufficiale sopra indicata, si precisa che le O(n)g sono nate come espressione della società civile, per “riempire uno spazio” lasciato vuoto dagli stati. Le grandi organizzazioni ricevono fondi da governi, entità sovranazionali [Onu, Bm, Fmi, ecc.], e si avvalgono della collaborazione, attraverso sub-progetti, delle organizzazioni più piccole [Cbo – oltre alle Cbo ci sono le Cso (organizzazioni per la società civile)], ciò permette di avere un riferimento istituzionale – ovverosia, un controllo – verso i “beneficiati” dei progetti.
Nella percezione italiana delle O(n)g – in Italia ne sono registrate circa 150 – è presente l’elemento della “coopera­zione” e della “solidarietà”. Esse presentano un fondamento “etico” comune: a differenza di “buona parte” [sic!] delle organizzazioni for profit e delle altre Onp – cioè, a prescindere dal profitto dell’“altra parte” delle imprese, per non parlare delle banche popolari “etiche” (vero ossimoro economico) di province come Padova e Bologna, quest’ultima attivata presso l’Arci [!]. Di una tale contraddizione già parlò abbondantemente Marx, riferendo le considerazioni di Lutero che, a proposito delle “sanguisu­ghe” – come li chiama Hardcastle – che  “furono i nostri primi banchieri”, osservava come un qualunque “ladruncolo” che “sen­za nessun pericolo, senza lavorare, siede vicino alla stufa e fa cuocere le mele”,  “potrebbe starsene a casa a divorare in dieci anni il mondo intero”. Sempre Lutero lamentava che anziché additato come “vizio, peccato, vergogna”, il prestito di denaro fosse “nobilitato” ed esaltato come “pura virtù e onore, proprio come se rendesse alla gente servizi caritatevoli e cristiani”.
Perciò, nulla di nuovo sotto il sole della “carità” e “solidarietà” coatta (e il cosiddetto commercio “equo e solidale” senza profitto ingiusto, à la Proudhon, rientra nella medesima incongruente rubrica economica). La chiesa cattolica – scriveva Büsch – proibiva di richiedere interessi sul denaro prestato, ma non di utilizzare a proprio utile le ricchezze date in ipoteca per il mutuo ricevuto: la cosa non sembra molto diversa dai cosiddetti “programmi di aggiustamento” strut­turale [lèggi: libera disponibilità delle risorse naturali e umane dei paesi debitori da parte delle grandi imprese transnazionali] imposti dal Fmi o dalla Bm, e portati a effettuazione tramite O(n)g e organizzazioni del genere. “La chiesa stessa o le comunità che le appartenevano e pia corpora trassero grandi benefici da questa interdizione. Senza l’interdizione dell’interesse la chiesa e i monasteri non avrebbero mai potuto diventare così ricchi”. Ecco qui la grande “novità”. 
L’appello all’“eticità” è il riconoscimento del funzionamento imperfetto degli attuali meccanismi economici e delle relazioni internazionali. Conseguentemente si impone la volontà “sussidiaria” di lavorare per il superamento delle differenze tra “nord e sud del mondo” attraverso la ricerca di rapporti equi tra popoli, culture e sessi, la promozione di uno sviluppo autogestibile dall’in­terno che permetta di giungere ad una autonomia e indipendenza.
Tutta la costellazione non governativa, quindi, è un sottoinsieme del cosiddetto “terzo settore” che, oltre alla raccolta di fondi e al reclutamento di volontari, è vòlta alla sensibilizzazione dell’o­pinione pubblica e alla “contrattazione” con le autorità governative a vari livelli. Perfino la Bm (fin dal 1990) dice che le O(n)g sono “in gran parte [sic!] indipendenti dai governi”, specificando che “anche i gruppi di cittadini che influenzano [lobby] la politica e la consapevolezza sociale sono Ong”. Più chiaro di così! [cfr. in rete Ngo café].


L’invasione degli ultracorpi

La crescita numerica delle O(n)g, e della loro dimensione, è avvenuta esponenzialmente a partire dalla seconda metà degli anni 1970. Dal 1970 al 1985 gli “aiuti” distribuiti dalle O(n)g internazionali sono cresciuti di dieci volte. Nel 1992 hanno gestito 7,6 mrd $. Negli anni 1990, le O(n)g erano già migliaia, con riferimen­to a piccoli gruppi “comunitari”, ma che dovevano rendere conto dei loro programmi solo ai loro finanziatori; esse, allora, già ricevevano quasi 10 mmrd lire e continuavano così a proliferare, sollecitando la richiesta di ulteriori fondi, in reciproca competizione tra loro, nella misura in cui ciascuna sapesse prospettare lauti guadagni per i “donatori” esteri. Attraverso l’attività professionale di managers, più o meno corrotti o comunque gestiti nella lottizzazione dei posti, con l’incremento del finanziamento di tali O(n)g si sono approfondite contemporaneamente la povertà delle popolazioni dominate coinvolte e la polarizzazione mondiale di classe.
Oggi è stimato che il 15% del totale degli aiuti internazionali passi attraverso di loro. Le statistiche sul numero delle O(n)g sono notoriamente inaffidabili, ma si stima che il numero totale di quelle nazionali si avvicini alle 30.000 unità [le Cbo, sono centinaia di migliaia, peraltro in crescita quali “terminali” di un processo di decentramento congruo con la strategia centralistica delle grandi transnazionali e delle grandi O(n)g]. In siffatta temperie merita riguardo la posizione nei confronti delle O(n)g da parte della Bm. Dai documenti ufficiali di quest’ultima [cfr. http://www.worldbank.org/infoshop] si evince che la Bm riconosce il ruolo importante che rivestono le “organizzazioni non governative” nell’affrontare lo sviluppo e le questioni poste dalla società civile, formulando insieme a esse risoluzioni congiunte su vari temi.
La Bm ha lavorato con le O(n)g da molti anni, incrementando la propria interazione e collaborazione su scala mondiale negli ultimi anni. Appunto dagli anni 1970, la collaborazione con le O(n)g è diventata una delle principali attività finanziate dalla Bm. Nel 1973 solo il 6% dei progetti finanziati dalla Bm erano gestiti tramite O(n)g, nel 1993 erano un terzo, e nel 1994 la metà [ma occorre considerare anche la “qualità” della collaborazione Bm-O(n)g]. Perciò, al fine di “dialogare” con la “dura contestazione” delle O(n)g, la Bm ha pensato bene di istituire una propria divisione intitolata allo “sviluppo ambientalmente sostenibile”, affidandola peraltro a un esperto doc proveniente da quelle aree dominate. In occasione della conferenza di Madrid (ottobre 1994), le favolose O(n)g organizzarono, manco a dirlo, un “forum alternativo”. In un afflato di amorevoli sensi, entrambe le “parti” [ma sono realmente “due”?] hanno concordemente dichiarato: “le istituzioni finanziarie internazionali e le organizzazioni sociali rappresentate al forum alternativo hanno un obiettivo comune [sic!]: raggiungere un miglioramento permanente e sostenibile della condizione umana, specialmente quella dei poveri di tutto il mondo”. Non servono commenti.
Da parte sua, il dipartimento governativo Usa prevede una serie lunghissima di “punti focali” per le O(n)g: vecchiaia, disabili, disarmo, famiglia, diritti umani e umanitari, sviluppo sostenibile, popolazioni indigene, palestinesi [sic!], giovani, e inoltre alimentazione, habitat, energia atomica, lavoro, salute, cultura, popolazione, rifugiati politici, infanzia, donne, e chi più ne ha più ne metta.
Più di 1500 O(n)g, con programmi connessi agli obiettivi Onu, sono associate al Dipartimento di pubblica informazione [Dpi] dell’Onu stessa, con il quale cooperano regolarmente. In tale contesto le O(n)g sono considerate parte integrante delle attività di informazione dell’Onu (e in particolare del Dpi): una risoluzione dell’assemblea generale stabilisce di “assistere attivamente e incoraggiare i servizi informativi nazionali, le istituzioni scolastiche e tutte le altre organizzazioni governative e non governative di ogni genere interessate a diffondere informazioni relative all’Onu”.
Nel 1968, con ulteriori precisazioni formulate nel 1996, fu specificato che le O(n)g “avrebbero sostenuto il lavoro dell’Onu”, venendo in questa integrate – anche se non sono considerate come sua componente “uf­ficiale” – nel ruolo di “consultazione” entro il cosiddetto Ecosoc. Tale statuto è assicurato alle più grandi O(n)g internazionali, allineate con l’Ecosoc. L’accordo Dpi-O(n)g è gestito da una commissione esecutiva che indirizza le informazioni e rappresenta gli interessi comuni [sic!] delle due parti. A tal fine, il Dpi del­l’Onu organizza sessioni annuali per le principali O(n)g, con la partecipazione di alti funzionari della stessa Onu, accademici, opinionisti, ecc., oltre a svariate altre attività altrettanto “ufficiali” [cfr. l’indirizzo di rete <http://www.un.org>, dove il riferimento Dpi/Ngo sta sotto “informazioni generali”].
“Le organizzazioni della società civile hanno già dato un importante contributo all’articolazione e alla difesa delle regole "globali". È chiaro che l’Onu avrà molto da guadagnare da un’ulteriore apertura a queste forze vitali” – dichiara l’Unctad [la commissione dell’Onu per lo sviluppo e il commercio] nel suo rapporto del millennio 2000, aggiungendo che “le Ong hanno giocato un ruolo molto attivo, importante e costruttivo, nel sostegno degli obiettivi e dei princìpi dell’Unctad, contribuendo al lavoro dell’istituzione”. La X conferenza di Bangkok ha riaffermato questi legàmi nel quadro dello sviluppo della “globa­lizzazione”. La stessa Unctad sceglie O(n)g considerate “qualificate” per le politiche di sviluppo economico: globalizzazione, investimenti e tecnologia, infrastrutture, commercio, servizi, con particolare attenzione ai paesi meno sviluppati, su temi che vanno dalla fame nel mondo, al petrolio, alle crisi finanziarie borsistiche  [obiettivi previsti per il convegno di Bruxelles, 14-20 maggio 2001 – cfr.  < http://www.unctad.org/iia/civil/index.htm>].
Il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan in persona, ha osservato che “si deve raggiungere una nuova sintesi tra l’iniziativa privata e il bene pubblico”. Si tratta proprio di quella stessa Organizzazione delle nazioni unite che, per oltre mezzo secolo, ha disatteso ogni applicazione delle risoluzioni che imponevano allo stato di Israele di restare nei propri confini e di non esercitare la propria violenza sul popolo palestinese: tollerando anzi che gli israeliani da Golda Meir a Begin, da Shamir a Sharon aggrediscano i palestinesi imponendo al contempo che siano questi ultimi a ... sospendere ogni violenza. E le nostre “anime belle” dell’asi­nistra credono ancòra che l’Onu sia riformabile democraticamente! Questo è l’habitat in cui vegetano le organizzazioni non poco governative. 
Ma anche l’Ue non è stata a guardare. Abbiamo già ricordato [sempre sul no.73] il ruolo del cosiddetto “ufficio europeo per gli aiuti umanitari d’urgen­za” detto Echo [già diretto dalla fantastica Emma Bonino], che è andato a far danni in Bosnia, ex Jugoslavia in genere, regione dei Grandi laghi in Africa, Ruanda in particolare, Afghanistan e Colombia; ha distribuito qualcosa come 7 mmrd lire con contratti che erano completamente fittizi “tramite organizzazioni partner”. Echo aveva completa libertà nella loro scelta, per collaborare con “or­ganizzazioni internazionali, governative e non governative o altri organismi operanti nel campo degli aiuti umanitari”; tali organizzazioni erano controllate, attraverso accordi fiduciari, da una O(n)g con sede in Lussemburgo che aveva relazioni consolidate con numerosi servizi della Commissione europea stessa.


Giochi di guerra

Quanto detto sulla privatizzazione della “sinistra”, negli ultimi venti anni circa, guidata dalle fondazioni Usa e dalle istituzioni sovrastatuali, se da un lato ha fatto sì che i movimenti di massa con obiettivi politici generali abbiano abbandonato il campo, dall’altro hanno prose­guito sia i movimenti monotematici (della serie “cuccioli di foca”, peraltro simpaticissimi), sia quelli confusamente protestatari e interclassisti (della serie “Seattle”). Attraverso questi nuovi movimenti “privatizzati” si sono sviluppate quelle peculiari O(n)g di “copertura” propagandistica, spionistica e militare le quali, per reperire i finanziamenti, han­no adattato la loro falsa “causa” all’ideologia domi­nante.
La “solidarietà sociale” è la formula ormai largamente introiettata, che legittima per incarico istituzionale la gestione da parte delle O(n)g  delle truppe di “volontariato”, votate all’“assistenza umanitaria”. L’inte­rcapedine alla comprensione degli obiettivi reali della guerra è sta­ta realizzata dall’ormai demistificata falsificazione della “guerra umanitaria”, alla cui difesa, dunque, si ricollega la storia recente con il ruolo delle strutture “uma­nitarie”, religiose e laiche, le O(n)g, l’impiego “missionario” dell’esercito ecc. L’alternanza, pertanto, di eliminazione delle resistenze per via militare e l’opera “umanitaria” di O(n)g e strutture filan­tropiche varie in grado di offrire un’immagine di manovalanza dedita, generosa e competente, spiana ovunque la strada all’imprenditoria internazionale e particolarmente nei difficili paesi ex comunisti.
Come le “missioni civilizzatrici” che portavano il cristianesimo ai pagani offrirono in passato il pretesto per giustifi­care la conquista imperialistica di Asia e Africa, oggi la protezione dei “diritti umani” tramite le O(n)g può costituire la copertura per l’intervento militare di tipo im­perialistico in tutto il mondo. In questo campo dei “diritti umani” le ambiguità, dianzi denunciate, dell’asinistra – che reputa avventatamente le O(n)g come la sola alternativa possibile, di fronte al declino dei movi­menti di massa – portano diritto all’utilizzazione di simili organizzazioni per scopi del tutto contrari a quelli formalmente dichiarati.
In tale contesto, fin dal 1984 è in funzione negli Usa la Ned [National endowment for de­mocracy, fondazione nazionale per la democrazia – simili fondazioni sono “organizzazioni non governative senza fini di lucro”], creata e finanziata dal go­verno, ma diretta e amministrata autonomamente da uomini d’af­fari e sindacalisti, professori e politici. Sorta sotto la dirigenza rea­ganiana, tale struttura ha fatto da paravento alle operazioni occulte della Cia attraver­so altre quattro istituzioni parallele. In gergo, “democrazia” significa re­gime politico favorevole all’accettazione del dominio Usa, mentre “non democratici” [termine opposto a unamericans] sono tutti coloro che avversano i relativi interessi della classe dominante, posta al riparo dalla cortina politico-nazionalista di facciata.
La funzione internazionale di questa fondazione, come di altre simili, è di fare da filtro a finanziamenti politici in grado di garanti­re una copertura per il conseguimento di fini specifici. Fondi clandestini o neri del tipo di quelli oggi erogati dalla Ned erano impiegati dagli anni 1940, tramite la Cia, fino a una larvata denuncia, alla metà degli anni ’60, della corruzione o della deviazione po­litica dei movimenti d’e­mancipazione sociale, vòlta alla destabilizzazione politica contro la sinistra internazionale.
Tale strategia è proseguita nell’ex Jugoslavia fin dalla guerra di Bosnia (1994), dove sono emersi collegamenti tra alcune O(n)g e relativi finanziamenti governativi con la finalità, dietro copertura “umanitaria”, di trasferimento di armi per prepa­rativi militari [cfr. Michel Collon, Poker menteur, Epo, Bruxelles 1998]; la cosa riguardava anche voli di ricognizione di aerei Usa in preparazio­ne dei bombardamenti avvenuti qualche mese più tardi. Inoltre, utilizzando gli stessi canali, è stata attuata una strategia congiunta di militari e imprenditori per la realizzazione di contratti competitivi, di diverse provenienze di capitali occidentali, in vari settori produttivi.
Già dal 1992, anno di fondazione di Echo [la ricordata organizzazione “umanitaria” della comunità europea], la struttura dei “medici senza frontiere” in Georgia (Caucaso) informava sulla minaccia che gravava sui mercati potenziali dell’occidente nei paesi dell’est. Grazie alla me­diazione “umanitaria”, perciò, lì e altrove si sarebbe creata una domanda di prodotti occidentali, ren­dendo da questo momento in poi la regione interessante per investimenti sicuri [tra le ultime bravate di Kouchner, ex “medico senza frontiera” assunto direttamente dall’Onu, è il favoreggiamento della francese Alcatel per la telefonia kosovara], e per losche co­perture finalizzate a spionaggio e fornitura d’armi.
Quanto scritto sopra, circa la stretta connessione (di dipendenza) delle O(n)g da Bm, Fmi e Onu, si ripresenta qui, perciò, per gli aspetti militari rispetto alla Nato. Su una scala così allargata, prima la Bosnia e poi il Kosovo hanno fornito un vasto terreno di sperimentazione per la “cooperazione” tra le O(n)g e la Nato. Le O(n)g e la Nato vanno mano nella mano – scrive Diane Johnstone. Nella ex Jugoslavia, e specialmente in Bosnia Erzegovina, le O(n)g hanno finalmente trovato una giustificazione della loro collocazione accanto alla Nato. Hanno ottenuto finanziamenti e prestigio dalla situazione. Gli impiegati locali di tali organizzazioni occidentali hanno ottenuto vantaggi politici e finanziari rispetto al resto della popolazione locale: la “de­mocrazia” non dipende dalle scelte po­polari, ma da ciò che trova l’approvazione dei “donatori” esterni. Ciò nutre l’ar­roganza dei cosiddetti benefattori e il cinismo della popolazione locale, che de­ve scegliere tra opporsi a quelli venuti da fuori o cercare un qualche adattamento.
Tragicamente ridicolo, pertanto, è definire le O(n)g “a-politiche” e “neutra­li”. Questo “mito della neutralità”, in effetti, nasconde gli interessi di una “nuo­va classe media professionale transnazionale” (l’ideologia dominante direbbe “globalizzata”), pronta a esercitare il proprio “mestiere” nel “privato so­ciale” e nel “mercato del benessere” per l’“industria degli aiuti”. Le ambizioni istituzionali delle O(n)g legate ai governi più potenti, fomentano la loro concorrenza reciproca, per ottenere cospicui finanziamenti, fino a gonfia­re le denunce degli abusi sui quali ciascuna di esse è “specializzata” [così, a es., O(n)g croate ufficialmente operanti in campo psico-sociale hanno ottenuto fondi in mi­sura spropositata per la loro dichiarata attività].
Ricordammo [cfr. no.83] il ruolo peculiare ricoperto nell’ex Jugoslavia dal­l’Osservatorio Helsinki sui diritti umani, che fin dall’autunno 1997 prospettò minacciosamente un intervento della “comunità internazionale” – sub specie Osce – per riportare l’ordine nel paese qualora le elezioni fossero state turbate, a loro dire, da azioni “contro la libertà” e da brogli. A fini propagandistici preparatòri, tramite una O(n)g intitolata all’abanese “Madre Teresa”, fu creato un sistema sanitario parallelo kosovaro, sotto la protezione dell’Oms e dell’Unicef; successivamente si è appurato che tale organizzazione dalla Svizzera, attraverso l’Italia, per opera di mafiosi albanesi riforniva regolarmente di armi l’Uck.
Oltre a Médicins sans frontières (per tanta bontà premiati col Nobel), o Croce rossa o Missione Arcobaleno o Cooperazione e sviluppo (attraverso cui si usano le ambulanze per introdurre armi) o Caritas, e via soccorrendo, una menzione particolare merita Care – una O(n)g canadese al confine Usa, con una forte base in Australia – la quale, come abbiamo avuto modo di ricordare [cfr. no.77], mandò tre “verificatori” in missione (ossia, per spionaggio) al  confine tra Croazia e Serbia. I responsabili della spedizione [cfr. humanitarian spies,  in rete <http:// www.emperors-clothes.com>] avevano già operato – col nome Care, ma per conto Cia – chi in El Salvador e in Honduras in funzione contras antisandinista (per destabilizzare il confinante Nicaragua) [La strategia relativa all’organizzazione di “squadre della morte” è stata riportata pari pari dai paesi latinamericani nei Balcani], chi in Irak, Yemen, Ruanda, Zaire e Kenya
Se Freedhom house lo ha scelto Berlusconi, I care lo ha preferito Veltroni!
Il responsabile del già citato Ned – finanziato dal governo Usa per anni, in funzione degli interventi in Jugoslavia, con svariati miliardi, in un modo che è stato definito il migliore quanto al rapporto costo-prestazione – ha apprezzato l’opera delle O(n)g riunite a Belgrado nel 1998 per l’appoggio dato a organizzazioni e partiti di opposizione al “regime” di Milosevic – appoggio concretizzatosi in “una valigia piena di milioni di dollari”, come ha scritto l’insospetta­bile stampa Usa – consegnata a Vojislav Kostunica per il tramite di indefinibili O(n)g e della radio “libera-di-Soros” B2-92. Abbiamo altresì ricordato l’impie­go di truppe militari del progetto Alba per appoggiare l’opera “umanitaria” dei “volontari” ongisti in Albania; e in genere la simbiosi bellica umanitaria volontaria [Nato + Fmi + Ong] che ha caratterizzato sempre più gli eventi aggressivi militari politici sociali degli anni 1990.
Nel Kosovo, i miliardi erogati a favore delle associazioni “umanitarie” italiane dal governo (in primo luogo all’ufficiale “missione Arcobaleno” che ha gestito l’intero affare) arrivano a tutte le organizzazioni che si fregiano dell’at­tributo di non governativo, a cominciare dalle solite organizzazioni clericali “pacifiste” quali Caritas, per finire al consorzio laico Cocis. Dai Balcani (obiet­tivo primo: Kosovo) al sud America (Colombia in particolare): in Colombia,  infatti, l’enorme proliferazione di migliaia di O(n)g ha il duplice obiettivo di vanificare la “nuova” militanza nelle piccole Ong meno pericolose  da parte di ex “sinistri” e di costruire un’altra rete di O(n)g filoamericane per la gestione “formale” dei fondi dell’“assistenza” mondiale, al fine di preparare il terreno all’azione militare prevista dal piano Colombia e ridurre a “spettacolo” e folclore ogni potenziale antagonismo (secondo la moda “della serie Seattle”, con forum ed “eventi” vari).
In generale, i “suggerimenti” di destinazione delle risorse a sani­tà (come, a es., per la prevenzione dell’Aids), istruzione e altre spese di pubblica utilità, diventa­no pertanto preziose indicazioni per investitori stranieri attraverso l’attività pionieristica svolta da O(n)g e strutture “umanitarie” varie, dietro la cui facciata, come accennato, si veicolano per lo più informazioni, spionaggio, traffici di droga, armi e schia­vi, finanziamenti, ecc. Naturalmente le O(n)g còlte in fallo si dichiarano “all’oscuro ed estranee ai fatti loro addebitati”.

https://rivistacontraddizione.wordpress.com/2017/08/07/organizzazioni-non-poco-governative/