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mercoledì 12 agosto 2015

SULLA STORIA DEL DHKP-C

Dieci anni di DHKP e DHKC
Il mattino del 30 marzo del 1972, nel villaggio di Kizildere,
distretto di Niksar, provincia di Tokat, una casa viene circondata
dall`esercito.
Improvvisamente, un grido: "Noi non siamo venuti fino a qui per fare
una gita, ma per morire "... Era la voce di Mahir Cayan,
segretario generale del Partito Rivoluzionario per la Liberazione della
Turchia (THKP).
In seguito si sono uditi solo i colpi delle armi da fuoco. Lo scambio
di colpi ਠdurato molte ore fino a che tutti gli occupanti della casa
sono stati massacrati: Mahir Cayan, 9 dei suoi compagni ed anche i tre
ostaggi, degli agenti britannici addetti alle intercettazioni che erano
stati rapiti nella base NATO situata ad Ünye.
L`esecuzione dei dirigenti del THKP-C era stata ordinata da
Washington.
Questo avvenimento segnerà  profondamente la coscienza della popolazione
della Turchia.
Mahir Cayan diviene un simbolo di resistenza contro l`occupazione
americana tra i lavoratori, i contadini, i giovani e gli intellettuali.
In tutto il paese, delle poesie, dei canti elegiaci e degli inni
militanti commemoravano il martirio dei resistenti di Kizildere.
D`altronde, quasi tutto il movimento di massa che si ਠsviluppato negli
anni `70 si ਠarticolato sull`eredità  politica ed ideologica del
THKP-C. Lo slogan più scandito allora era: " Kizildere non ਠche
l`inizio. La lotta continua ". Da quel momento, questo slogan non ha
più smesso di essere scandito.
L`appello di Mahir Cayan lanciato da quella casa accerchiata era un
appello alla guerra di liberazione contro l`imperialismo, contro
l`oligarchia turca e contro la dittatura fascista.
E` per questo che la resistenza di Kizildere ਠlargamente considerata
come il Manifesto della rivoluzione anatolica.
Dopo il massacro di Kizildere, circa nel 1978, l`organizzazione
Devrimci Sol, la Sinistra Rivoluzionaria nascerà  dalle ceneri del
THKP-C e combatterà  per 16 anni con questo nome con lo stesso coraggio
e lo stesso entusiasmo.
In seguito, il 30 marzo del 1994, la direzione del Devrimci Sol
rifonda il partito di Mahir Cayan, questa volta col nome di Partito e
Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo: il DHKP-C.
Il 30 marzo fu scelto come data di fondazione in referimento alla
resistenza di Kizildere.
Ecco allora che sono 10 anni che il DHKP ed il DHKC si battono, a costo
di grandi sacrifici, per creare una Turchia indipendente, democratica e
socialista. Nà© la prigione, nà© la tortura, nà© le esecuzioni sommarie,
nà© i discorsi ufficiali sulla "democratizzazione", nà© la demagogia sul
" terrorismo ", nà© l`Impero americano, nà© l`Europa imperialista ci
faranno dubitare della giustezza della lotta per la libertà  e la
giustizia.
Oggi, sulle montagne, nei villaggi, nelle città , nelle fabbriche, nelle
università  e nelle prigioni del nostro paese, la lotta per
l`indipendenza, la democrazia ed il socialismo continua.
Continuiamo la lotta fino alla liberazione!
Viva la resistenza dei popoli!
Abbasso l`imperialismo!
Viva il socialismo!
DHKC
Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo
Ufficio d`informazione di Bruxelles
http://www.antiimperialista.org/it/node/52

mercoledì 28 marzo 2012

Intervista ad un compagno del Partito Comunista (Maoista) dell'Afghanistan

Questa intervista ad un compagno in visita del Partito Comunista (Maoista) dell’Afghanistan originariamente è apparsa in un recente numero di The Partisan, ma leggermente modificata per renderla più accessibile e per ragioni connesse al layout. Il compagno ha richiesto che la versione originale venisse pubblicata qui.


Puoi fornire una ricostruzione storica di base e una illustrazione del Partito Comunista (Maoista) dell’Afghanistan?

Il Partito è stato costituito nel 2004 come risultato dell’unificazione di una serie di gruppi rivoluzionari. Quando gli imperialisti hanno invaso l’Afghanistan nel 2001, le forze maoiste hanno compreso che, per preparare una forte resistenza comunista, occorresse lavorare insieme.


Come opera la vostra organizzazione, in rapporto all’attuale situazione dell’Afghanistan?

La concezione del nostro partito è che attualmente stiamo vivendo un’occupazione imperialista in un paese semifeudale. C’è una guerra di resistenza contro questa occupazione, ma la guerra principalmente è guidata dagli islamisti. Il nostro partito, il Partito Comunista (Maoista) dell’Afghanistan, finora nella lotta armata non è stato attivo nella stessa misura dei Talebani e delle altre componenti islamiste, ma siamo stati fortemente presenti in altre forme nella resistenza all’occupazione imperialista. Siamo stati in grado di diffondere propaganda ideologica; in alcuni luoghi abbiamo organizzato studenti, donne e organizzazioni di lavoratori contro la presenza dell’occupazione.


Quindi, cosa è l’occupazione per la persona comune che abita in Afghanistan, perché è un problema?

Bene, innanzitutto occupazione vuol dire guerra e questa è una guerra reazionaria contro la popolazione del paese. Un’occupazione è necessariamente oppressiva: per essere un’occupazione deve opprimere il popolo che viene occupato, questa è la sua caratteristica di base. Il regime fantoccio che gli imperialisti hanno installato è composto dalla borghesia compradora, dunque è un regime molto oppressivo. La prosecuzione di questa occupazione significa intensificazione della guerra, che vuol dire intensificazione dell’oppressione. Come risultato di questa situazione, molti contadini in tutto il paese sono stati costretti a fuggire dalle loro case e villaggi, perché l’occupazione ha scaraventato le loro vite nella miseria.
Inoltre non dobbiamo dimenticare il costo ambientale di questa guerra di occupazione. Mentre la guerra continua, le armi che gli imperialisti stanno usando contro il popolo avvelenano acqua e suolo del paese. Già ci sono stati molti rapporti che dichiarano che, come conseguenza della distruzione ambientale portata dalla guerra, i bambini nascono con deformazioni, l’incidenza del cancro e la mortalità infantile sono aumentati. Dunque la guerra, distruggendo il suo ambiente, sta distruggendo tutta la vita della gente.
Ma è vero che, come conseguenza dell’occupazione, una parte molto piccola della popolazione ottiene profumati benefici. Quelli che, in modi diversi, sono al servizio dell’occupazione – come membri del governo fantoccio o delle ONG – hanno una vita decente, ma le masse popolari stanno soffrendo immensamente.


Una delle giustificazioni per l’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan era che la guerra avrebbe dovuto liberare le donne dall’oppressione dei Talebani. Quale è la condizione delle donne nell’Afghanistan occupato? Sono state davvero liberate?

Giusto: quando questa guerra è iniziata, una delle sue motivazioni era la cosiddetta “liberazione” delle donne dal patriarcato del regime dei Talebani; questa spiegazione è stata opportunisticamente utilizzata per difendere l’occupazione imperialista in corso. Se consideriamo ciò che è effettivamente avvenuto in realtà, non c’è dubbio che una parte molto piccola delle donne afgane ha ottenuto benefici da questa occupazione e ci sono stati cambiamenti di facciata nella struttura di alcuni aspetti della società: donne sono presenti in parlamento e nella cosiddetta società civile, c’è un Ministro per la Questione Femminile, cose che non esistevano sotto il regime dei Talebani. Ma questi cambiamenti esistono solo per una ristrettissima minoranza delle donne afgane che vivono nelle città. La maggior parte della popolazione, più dell’80%, abita nelle campagne e le loro vite non sono cambiate in nulla a seguito dell’occupazione: di fatto sono ulteriormente peggiorate. Il costo della guerra in tutto il paese, nel complesso, influisce negativamente sulla vita della maggioranza delle donne. E la maggior parte delle donne della classe operaia nelle città è pure colpita negativamente dall’occupazione. E anche se una piccolissima minoranza di donne sta beneficiando dell’occupazione, dobbiamo ricordare che il regime instaurato dagli Stati Uniti e dai loro alleati, cioè la Repubblica Islamica dell’Afghanistan, è pur sempre un regime teocratico islamista. Come i Talebani, questo regime sostiene una moralità sociale patriarcale: nonostante la sua costituzione proclami in superficie l’uguaglianza legale fra donne e uomini, la verità è che l’Afghanistan resta una società patriarcale e l’oppressione delle donne continua. Complessivamente riteniamo che nei passati 10 anni non c’è stato alcun reale cambiamento fondamentale nella vita delle donne.


Attualmente si parla di un “piano di uscita” americano dall’Afghanistan. L’amministrazione Obama parla di disimpegno entro il 2014 e di consentire all’Afghanistan di auto governarsi. Qual è il punto di vista del partito su questo, e quale ruolo intende giocare dopo il 2014?

Il piano di lungo periodo degli americani è stato quello di avere una presenza militare in questa regione e questo, più di ogni altra cosa, mostra quanto essi siano stati disonesti fin dall’inizio sui tre obiettivi dichiarati della guerra e dell’occupazione. Uno dei loro supposti obiettivi era, naturalmente, sconfiggere quello che essi chiamavano “terrorismo musulmano”, un altro era la promozione della democrazia, e (cosa di cui già abbiamo discusso) l’ultimo scopo dichiarato era la promozione dei diritti delle donne. In realtà non hanno avuto successo su nessuno di questi fronti. Come conseguenza della presenza americana nella regione, i Talebani non solo non sono stati indeboliti, ma sono divenuti una forza più potente in Afghanistan e nei paesi limitrofi. Né Al Qaeda è stata indebolita: continua a prosperare. Ma quello che gli americani fin dall’inizio volevano era una presenza militare in Afghanistan come componente del loro controllo militare del pianeta. Dopo il 2014, il loro piano non è quello di occupare pienamente l’Afghanistan, ma di spostare le loro truppe dal terreno alle basi militari per sostenere da lì il loro regime fantoccio. Quindi il carattere della guerra sarà mutato nel senso che diverrà una guerra più “afghanizzata”: i sostenitori e le forze armate del regime fantoccio assumeranno un ruolo attivo nel far rispettare gli interessi degli Stati Uniti sotto la supervisione delle autorità militari americane e degli esperti di gestione degli affari dalle loro basi. Secondo noi questo non cambierà il carattere fondamentale dell’occupazione. La contraddizione principale dell’Afghanistan resterà quella fra occupazione imperialista e popolazione oppressa. La sola differenza è che il regime fantoccio diventerà il rappresentante primario dell’occupazione imperialista. Inoltre il nostro partito ha discusso in merito all’avvio di una guerra rivoluzionaria popolare di resistenza entro il 2014, perché crediamo che la liberazione del popolo dell’Afghanistan può iniziare soltanto con una lotta armata di liberazione nazionale e una Nuova Rivoluzione Democratica.


Fonte: http://moufawad-paul.blogspot.com/2012/03/interview-with-comrade-from-communist.html
Traduzione di Maria Grazia Ardizzone

http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1983%3Aintervista-ad-un-compagno-del-partito-comunista-maoista-dellafghanistan&catid=7%3Aafghanistan-cat&Itemid=94

venerdì 10 febbraio 2012

Dove va Hamas?, dal Campo Antimperialista

Hamas ha il consenso della maggioranza dei palestinesi, ma chi ha la maggioranza nel Movimento Islamico di Resistenza?

Si annunciano settimane molto intense per le formazioni politiche palestinesi. Diverse novità sembrano alle porte, e non tutte sono facilmente interpretabili. Intanto, dopo un lungo periodo caratterizzato da molto fumo e poco arrosto, sembra proprio che il processo di «riconciliazione» tra Fatah ed Hamas sia sul punto di partorire un nuovo governo di unità nazionale.

L'accordo è stato sottoscritto a Doha, il 6 febbraio, con l'evidente benedizione del governo qatariota e della componente della Fratellanza Musulmana maggiormente collegata alle monarchie assolute del Golfo. L'ufficializzazione avverrà al Cairo il 18 febbraio, in occasione di una riunione dell'Olp, ma già la notizia dell'accordo sottoscritto tra Abu Mazen e Khaled Meshaal rappresenta una svolta piena di conseguenze politiche.

La guida del nuovo governo verrà assunta proprio da Abu Mazen, e già questo fatto sta provocando notevoli tensioni nel gruppo dirigente di Hamas. Sembra che Abu Mazen volesse la pura e semplice riconferma, nel ruolo di premier, di Salam Fayyad, uomo di fiducia degli occidentali ancor più dello stesso presidente dell'Anp. Hamas chiedeva invece un primo ministro espressione della Striscia di Gaza. Alla fine è uscito dal cappello il nome di Abu Mazen, che verrà così a ricoprire il doppio ruolo di presidente dell'Anp e di primo ministro, sia pure ad interim, fino alle prossime elezioni legislative.

Mentre il Fronte Popolare denuncia questo «doppio incarico» come una violazione della Legge fondamentale approvata dal Consiglio legislativo palestinese sulla separazione dei poteri, a nessuno sfuggono le implicazioni politiche di tale scelta. Israele tuona contro l'accordo, e non potrebbe essere diversamente: «Se Abu Mazen applica ciò che è stato firmato a Doha, sceglierà di abbandonare il cammino della pace, per Hamas» ha dichiarato Netanyahu. Quale fosse questo «cammino della pace» ben lo sanno i palestinesi, ma - com'era prevedibile - la scelta di Fatah è stata criticata anche a Washington.

Queste dichiarazioni potrebbero però far parte di un «gioco delle parti» neanche troppo misterioso. Sicuramente alla Casa Bianca non avranno certo appreso dell'accordo di Doha dalle agenzie. E non a caso l'accordo rischia di far precipitare lo scontro politico proprio all'interno di Hamas. Diversi dirigenti del Movimento Islamico - tra cui Mahmud Zahar, uno dei fondatori di Hamas - hanno manifestato il loro dissenso.

Vedremo gli sviluppi, ma la partita non sembra affatto chiusa. Da una parte sembra essersi formato un asse tra Meshaal, che ha annunciato di voler lasciare la guida del movimento, ed il premier del governo di Gaza, Ismail Haniyeh. Dall'altra, si oppongono all'attuale svolta dirigenti non meno importanti e prestigiosi. Quel che è certo è che in ballo non c'è soltanto - e forse neppure principalmente - la questione del nuovo governo, bensì la più generale ricollocazione strategica del movimento in un quadro mediorientale profondamente mutato nell'ultimo anno.

Le sollevazioni arabe hanno dato forza ad Hamas. Il successo elettorale delle formazioni riconducibili alla Fratellanza Musulmana, in Egitto e Tunisia, hanno evidenziato questo mutamento dei rapporti di forza nella regione. E se fino ad un anno fa Hamas era per l'occidente un'organizzazione terroristica, i cambiamenti intervenuti rendono ormai irrealistico - checché ne dica il governo sionista - questo approccio. Ma c'è, come sempre, il rovescio della medaglia. Che nel nostro caso prende le sembianze delle monarchie assolute del Golfo, mai attive come oggi.

Il loro disegno è chiaro: mettere sotto la propria tutela le formazioni politiche palestinesi (Hamas in primo luogo), legittimandole ma «congelandole» al tempo stesso. Un progetto che va visto nel più ampio disegno di sterilizzazione della spinta democratica e rivoluzionaria emersa con i sommovimenti che hanno interessato un po' tutti i paesi arabi. Ma c'è anche un altro obiettivo, non meno ambizioso: l'isolamento dell'Iran.

La discussione in Hamas è dunque inevitabilmente difficile. Da un lato è ben comprensibile che si cerchi in tutti i modi di uscire dall'accerchiamento, ponendo così fine all'incredibile campagna di demonizzazione che il movimento ha dovuto subire in questi anni; dall'altro è ben motivata la preoccupazione di possibili scivolamenti politici dalle conseguenze difficilmente controllabili. Come sempre avviene in queste circostanze, il problema non è il compromesso in sé, ma la corretta valutazione delle conseguenze che da tale compromesso deriveranno.

Senza dubbio la maggioranza del popolo palestinese, che certo non ama Abu Mazen, è però favorevole al processo di «riconciliazione», ma un movimento di resistenza deve saper guardare più avanti. Secondo il quotidiano egiziano Al-Ahram, la divergenza tra Meshaal e Zahar sarebbe raffigurabile nel fatto che oggi il primo si pronuncia per la «resistenza popolare» e non per la «resistenza armata». Una differenza, non soltanto terminologica, tra chi ritiene che sia il momento di mettere l'accento sull'azione politica, e chi pensa che invece la resistenza sia ancora centrale.

La situazione è veramente complessa. La lotta di liberazione dal mostro sionista si presenta lunga e difficile, nonostante i miglioramenti del quadro politico regionale determinati dalle sollevazioni arabe. Hamas, grazie anche all'eroica resistenza di Gaza, sembra avere il sostegno della maggioranza del popolo palestinese, anche in Cisgiordania. Un dato che verrà probabilmente confermato nelle prossime elezioni, la cui data definitiva non è stata però ancora fissata. Ma se questa sembra una certezza, resta invece l'incertezza sulla strada che prenderà Hamas. Una scelta, qualunque essa sia, che avrà grandi conseguenze sul futuro della lotta di liberazione del popolo palestinese.

http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1929%3Adove-va-hamas&catid=5%3Aterra-di-palestina-cat&Itemid=119