Visualizzazione post con etichetta Anarco-capitalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Anarco-capitalismo. Mostra tutti i post

venerdì 11 maggio 2018

Antifa e Black bloc: braccio armato del sion-imperialismo, di Stefano Zecchinelli


In difesa del marxismo antimperialistaIdeologia e pratica della controrivoluzione capitalista.

‘’Coloro che sono contro il fascismo senza essere contro il capitalismo, che si lamentano della barbarie che proviene dalla barbarie, sono simili a gente che voglia mangiare la sua parte di vitello senza però che il vitello venga scannato. Vogliono mangiare il vitello, ma il sangue non lo vogliono vedere. Per soddisfarli basta che il macellaio si lavi le mani prima di servire la carne in tavola. Non sono contro i rapporti di proprietà che generano la barbarie, ma soltanto contro la barbarie. Alzano la voce contro la barbarie e lo fanno in paesi in cui esistono bensì gli stessi rapporti di proprietà, ma i macellai si lavano ancora le mani prima di servire la carne in tavola’’ Bertolt Brecht

Risultati immagini per URSS and Palestine

VS

Risultati immagini per antifa Israel


Il leader socialdemocratico Melenchon – uomo politico capace, non privo di contraddizioni alcune molto gravi – ha definito i Black bloc, protagonisti dei disordini durante la mobilitazione del Primo Maggio, ‘’fascisti infiltrati’’. Bisogna chiarire che la definizione ‘’fascisti infiltrati’’ ha delle pecche politologiche, ma inquadra politicamente il ruolo reazionario di questa organizzazione paramilitare al servizio della repressione neo-liberista. Il socialista francese ha rovesciato, con grande esperienza, i termini della questione spiazzando gli avversari del popolo lavoratore; ben fatto, una mossa eccellente. Anarchici di formazione, i Black bloc, con la loro violenza illogica, hanno dato un pretesto agli apparati dello Stato imperialista per reprimere i movimenti contrari al neo-liberismo ed al militarismo. Non sono esenti da infiltrazioni e con tutta probabilità rientrano in ciò che Daniele Ganser ha definito ‘’gli eserciti segreti della NATO’’. Seguirò alcune testimonianze autorevoli.

Il filosofo marxista Stefano Garroni riferì che durante il G8 di Genova 2001 gruppi di ‘’paramilitari anarchici’’ uscirono dalle camionette della polizia scatenando, con gesti degni delle pandillas sudamericane, una feroce repressione rivolta contro i manifestanti anti-globalizzazione. I risvolti drammatici, terminati col vile assassinio di Carlo Giuliani e la repressione di migliaia d’attivisti, li conosciamo tutti. Una simile mattanza venne pianificata? L’inchiesta del giornalista Franco Fracassi dà una risposta affermativa.
‘’Violenze al G20 di Toronto del 2010: 'Black bloc' o agenti provocatori infiltrati? La risposta nelle scarpe’’ (Fonte: http://ita.anarchopedia.org/Black_Bloc)

File:Blackpol.jpg
‘’In evidenza alcuni poliziotti in borghese: degna di nota la "somiglianza" del primo sulla destra con il dimostrante che appare, in primo piano, nella foto riportata sopra, segno di mimetismo effettuato con particolare cura’’ (Ibidem)

La rete dei Black bloc è internazionale. Thierry Meyssan sostiene che in Egitto, malgrado la motivata mobilitazione di classe la quale rovesciò il dittatore Mubarak, gli ‘’anarchici’’ avessero al proprio interno agenti – in segreto? – del MOSSAD israeliano. Ogni governo patriottico, nemico dell’imperialismo USA, venne preso d’assalto da questi teppisti. Per i Black bloc latino-americani, il governo antimperialista di Nicolas Maduro è una dittatura ‘’cubanoide’ 1, inutile dire come quest’accusa potrebbe benissimo uscire da una centrale della CIA. Chi li manovra? Fulvio Grimaldi, descrivendo la violenza paramilitare sopravvenuta il Primo Maggio 2015 a Milano, ci dà degli ulteriori elementi da cui elaborare una analisi severa, ma articolata: ‘’L’altro 1 maggio: manifestazione contro quanto sopra di decine di migliaia di oppositori consapevoli e determinati, massa critica in progress, preoccupante  per l’affermazione degli assetti programmati e lacerazione netta dell’abito di gala a lustrini e chiffon, con emersione di epidermidi putride e carni verminose. Esattamente come le bande di ventura jihadiste contro le libere nazioni di Medioriente e Nord Africa, o come i nazisti di Maidan, Odessa e Victoria Nuland contro la stessa Ucraina, l’Europa, la Russia, entra in campo e a cannonate su tre quarti degli spazi di stampa e televisione, il plotone dei cosiddetti Black Bloc’’ 2. Questi picchiatori si dicono ‘’anarchici’’ – molti fascisti provenivano dall’anarchismo (es. Bottai e Pavolini), lo stesso Mussolini era un ‘’socialista anarchico’’ – ma la loro prassi politica ricorda quella dell’islamismo ‘’made in USA’’ e dei neonazisti ucraini. Melenchon ha ragione: i Black bloc se non sono propriamente fascisti, quanto meno somigliano molto ai bombaroli neofascisti degli anni ’70. Quasi come Ordine Nuovo ed Alba Dorata, il passo è breve.

Quando la violenza è legittima? Grimaldi prosegue: ‘’Personalmente aborro le vivandiere imperiali della non-violenza. Però distinguo. A Milano, un plotone uniformemente vestito e attrezzato (casco, tuta, bambù, maschera anti-gas, da magazzini di Stato), proprio come le ordinatissime orde dell’ISIS o del battaglione Azov, sfascia negozi di barbiere, agenzie di viaggio e automobili anonime’’. La violenza rivoluzionaria è stata legittima durante le Resistenze antifasciste (Spagna, Italia, Jugoslavia, ecc …), in tutte le Rivoluzioni anticoloniali – Cuba, Algeria, Vietnam, Iran – come nelle eroiche Resistenze antimperialistiche – Palestina in testa, Colombia, Perù, Iraq, Libia, Nepal, India, Filippine – disprezzate da una certa sinistra zombie. Chi scrive non demonizza le guerriglie urbane, quindi rispetta il sacrificio dei comunisti della RAF tedesca, riconoscendo la necessità di passare dalla guerriglia ad un Partito comunista caratterizzato dal ‘’centralismo democratico’’ (Lenin). Dall’altra parte Grimaldi ha ragione: i Black bloc hanno una prassi anti-proletaria, i loro cappucci neri ricordano i neonazisti di Ordine Nuovo. Gli anti-capitalisti combattono il Vero Potere, non mettono a soqquadro interi quartieri in modo vile e sbirresco.

Gli ‘’antifa’’, arma della lobby pro-Israele

Un altro movimento apparentemente di sinistra, ma nei fatti reazionario (per non dire di peggio) sono gli ‘’antifa’’. Figli dei cosiddetti ‘’anti-tedeschi’’, questi attivisti riconducono la difesa dei diritti del popolo palestinese, spazzato via dall’imperialismo israeliano, e la difesa degli Stati indipendenti ad una forma ‘’moderna’’ di fascismo. Di ‘’fascista’’ – seguendo Melenchon – c’è soltanto il servilismo verso le principali potenze imperialistiche pan-planetarie. Il loro ‘’filo-sionismo’’ è documentato, come l’apologia ‘’libertaria’’ dei crimini USA in Europa. Una pagina particolarmente infima sono i festeggiamenti d’una ricorrenza nefasta: i bombardamenti nord-americani della città di Dresda, il 13 e 14 febbraio 1945. L’imperialismo USA colpì il popolo tedesco, salvando il complesso militar-industriale nazista funzionale, dal ’48 in poi, nella lotta contro l’Unione Sovietica polarità anticolonialista. Leggiamo un celebre articolo di Ulrike Meinhof, fondatrice della RAF, la quale ci rivelò le vere intenzioni del gendarme statunitense: ‘’Dresda era il punto cruciale di questa politica. Dresda è stata rasa al suolo, due anni dopo che a Stalingrado era stato deciso l’esito della Seconda Guerra Mondiale. Quando Dresda fu bombardata le truppe sovietiche erano già arrivate ai fiumi Oder e Neisse e il fronte occidentale aveva raggiunto il Reno. L’anno dopo, il 13 febbraio 1946, il comandante supremo della Royal Air Force, Sir Arthur Harris, che aveva condotto l’attacco contro Dresda, si imbarcò a Southhampton per lasciare il paese che non era più pronto a riconoscergli i suoi meriti. Quando la popolazione tedesca scoprì la verità su Auschwitz la popolazione inglese scoprì la verità su Dresda. Ai responsabili fu negata la fama che era stata loro promessa dai loro governi. Sia di qua che di là’’ 3. La superiorità morale della Meinhof si compendia nelle parole finali dell’articolo: ‘’Chi non denuncia i responsabili però, denuncia i popoli’’. Il ricorso alla ‘’guerriglia urbana’’ nella Germania Ovest lasciò perplessi molti militanti; detto questo sarebbe ingeneroso assimilare la RAF al terrorismo ‘’made in USA’’ delle Brigate Rosse, si tratterebbe d’una operazione intellettualmente disonesta. Lo sforzo eroico di Ulrike, Andress Baader ed altri rivoluzionari merita d'essere valorizzato.

Il sionismo – avvallato dagli ‘’antifa’’ – da oltre un secolo utilizza il ‘’popolo ebraico’’ in quanto piede di porco per i suoi loschi interessi.
Risultati immagini per antifa Israel
Manifestazione degli ‘’antifa’’ in difesa dello Stato ‘’per soli ebrei’’

Risultati immagini per antifa Israel
Gli ‘’antifa’’ festeggiano una nefasta ricorrenza: i bombardamenti alleati contro la città di Dresda, febbraio 1945.

Oggigiorno gli ‘’antifa’’ e gli anarchici appoggiano il nazionalismo curdo, falsificando con parole di ‘’sinistra’’ il tentativo dell’imperialismo USA di balcanizzare la Siria. I terroristi linciatori di arabi dell’YGP affiancati dai killer della NATO sono, da quello che leggiamo, i loro riferimenti ideali. Dall’estrema sinistra all’estrema destra dell’imperialismo. La giornalista Diana Johnstone ha descritto, con estrema precisione, la funzionalità degli ‘’antifa’’ e dei Black bloc ai progetti della lobby pro-Israele: ‘’In Europa gli Antifa prendono essenzialmente due forme. Gli attivisti Black Bloc invadono le manifestazioni di sinistra per creare disordini. Questi esaltati sono una minoranza politica che non fa altro che giustificare la presenza della polizia ed è spesso sospettata di avere al proprio interno infiltrazioni dei servizi segreti. Per esempio, il 23 settembre diverse dozzine di Black Bloc hanno tentato di irrompere al convegno del politico Jean-Luc Mélenchon, capo del maggiore partito di sinistra in Francia. Il messaggio che volevano lanciare era: “nessuno è abbastanza rivoluzionario per noi”. Si pongono come una auto-conclamata inquisizione morale’’ 4. Il socialista Melenchon si è schierato (per questo il popolo della sinistra ‘’lo ama’’) contro la NATO, ma gli anarchici lo attaccano a testa bassa; gli ‘’antifa’’ sono un’arma della Fondazione Clinton? La deduzione è motivata, dirò di più: conseguente. Questa prassi politica è degna delle intelligence atlantiche; la mossa che serve – a ‘’sinistra’’ – per distrarre. Domanda: il neofascismo non divenne, dal ’48 in poi, una bambola degli imperialismi occidentali contro il costituzionalismo democratico? Essere antifascisti significa, senza indugiare, combattere contro l’Alleanza Atlantica capeggiata dal gendarme USA, la faccia più aggiornata del padronato internazionale. I comunisti d’un tempo procedevano così, poche chiacchiere ‘’politicamente corrette’’. La ‘’sinistra imperiale’’ sovverte il linguaggio giornalistico trasformando gli aggrediti in aggressori, ‘’teppisti’’ senza scrupoli (come i neofascisti venezuelani) diventano all’improvviso un ‘’popolo in rivolta’’. La stessa critica va estesa, cestinando il ‘’politicamente corretto, ai separatisti etnici curdi rappresentati dai mass media in quanto ‘’combattenti per la libertà’’. Domanda: come mai il ‘’giornalismo di regime’’ non dice una parola sui crimini commessi dall’YPG contro i sostenitori della Siria socialista pan-araba? Il colonialismo scompare; rimuovendo queste categorie – capitalismo, colonialismo ed imperialismo – si perde il senso della storia.

Risultati immagini per YPG and USA
I terroristi dell’YPG affiancati dai marines USA

Chi sono i nemici degli ‘’antifa’’? I sostenitori della Resistenza palestinese, i socialisti non allineati e gli antimperialisti radicali. I loro bersagli vanno da marxisti come James Petras e Michel Collon a scrittori documentati come Jean Bricmont, Diana Johnstone e Gilad Atzmon; dal socialista libertario Noam Chomsky a giornalisti del calibro di Thierry Meyssan ed Israel Shamir. Il loro antifascismo è una sorta di neofascismo rovesciato. Censurando qualsiasi dibattito sulla controinformazione con la scusa della ‘’teoria del complotto ‘’ (il Potere è il primo a complottare contro i popoli) questi teppisti finiscono per diffondere, consapevolmente, le menzogne dei media di regime diventandone alfieri. Una sorta di psico-polizia anarchica sodomizzata dalla lobby sionista. Continua Diana Johnstone: ‘’L’uso facile del termine “fascista” impedisce di identificare i veri nemici dell’umanità. Nel caos contemporaneo, la più grande minaccia è l’imperialismo globale: il capitalismo finanziario, il complesso industriale militare, le manie ideologiche degli Stati Uniti e la megalomania dei leader occidentali. Si potrebbe chiamare imperialismo, se non fosse che è molto più vasto e distruttismo dell’imperialismo storico dei secoli passati’’. Chi disconosce l’imperialismo in quanto nemico dell’umanità, imprescindibilmente, ne diventa una quinta colonna. Gli ‘’antifa’’ sono il braccio armato di Tel Aviv e Washington contro la classe operaia e le nazioni sovrane; chiunque ha a cuore la lotta contro il capitalismo deve combatterli con tutti i mezzi di cui dispone, il loro inganno – non per nulla – colpisce giovani attivisti digiuni delle letture marxiste basiche. Un fenomeno in crescita, preoccupante ed in alcuni paesi (come la Germania) inquietante.

La sinistra ‘’radical chic’’ tratta il problema dell’immigrazione confondendo volutamente l’immigrato con la politica immigrazionista. I migranti sono persone meritevoli di rispetto, la difesa e promozione dei loro diritti (sacrosanti) non deve essere confusa col progetto dello squalo Soros: distruggere gli Stati nazionali facendo leva sulla ideologia anarchica dei cosiddetti ‘’senza frontiera’’. Diana Johnstone è illuminante quando scrive (sottolineatura mia): ‘’Si dovrebbe poter discutere della cosa senza essere accusati di odiare gli stranieri; dopotutto i sindacati sono sempre tradizionalmente opposti all’immigrazione non per razzismo, ma perché può essere una strategia dei capitalisti per abbassare gli stipendi. Rendendo il tema dell’immigrazione il punto focale per decidere se qualcuno è fascista o meno, gli Antifa impediscono un dibattito proficuo. Senza dibattito, il tema si polarizza su due argomenti: pro o contro. E chi vincerà tra i due?’’. A perdere, con questi rapporti di forza, saranno sempre i lavoratori ma gli ‘’antifa’’ se ne fregano; non debbono alzarsi la mattina presto per andare a lavorare. Il giornalista Fulvio Grimaldi, da me intervistato, è concretamente preoccupato dalla ‘’operazione migranti’’, fiancheggiata dalla sinistra zombie (PSE, trotskisti, centri sociali, ecc …), una moribonda casta di mantenuti. Leggiamo: ‘’La diffusione della droga per la guerra alla droga; la diffusione del terrorismo per la guerra al terrorismo; la migrazione di massa finalizzata a un unico superstato che persegue la distruzione di ogni statualità attraverso la creazione di masse, estratte dal proprio contesto storico, omologate dall’abbandono, dalla disperazione, dalla perdita di anima e nome collettivi e da un destino di subalternità irrimediabile’’ 5. Domanda: i migranti sono sempre ‘’soggetto rivoluzionario’’? Possiamo parlarne? Penso che un dialogo alla pari, certamente fra anti-capitalisti, sia doveroso.

Il socialdemocratico Melenchon ha sbagliato nel sostenere, seppur parzialmente, l’aggressione neocolonialistica contro la Libia popolare; da un punto di vista ‘’rivoluzionario’’ diverse sue posizioni andrebbero corrette, altre radicalizzate. I marxisti rivoluzionari hanno diversi disaccordi col suo moderatismo istituzionale. Ciononostante la vittoria di France insoumise potrebbe disintegrare il polo imperialistico europeo, dando un colpo decisivo agli equilibri del capitalismo occidentale. Washington entrerebbe in crisi, Israele, regime razzista ed anti-proletario, avrebbe qualche ‘’zerbino sodomita’’ in meno (il riferimento a Macron è puramente casuale) e la classe operaia potrà disfarsi – finalmente – degli Stati neoliberisti fallimentari. Gli ‘’antifa’’ perderebbero i loro datori di lavoro, i Padroni che, con spirito di ‘’benevolenza’’, gli consentono di trascorrere le mattinate al letto.

http://www.linterferenza.info/contributi/sessantotto-lungo-vita-fulvio-grimaldi/

Stefano Zecchinelli



sabato 5 maggio 2018

''Antifa'', il braccio armato del neo-liberismo, di Diana Johnstone

Da Counterpunch una ampia analisi sulle origini e la pratica di un fenomeno finora poco esplorato ma già fortemente penetrato nelle mentalità, soprattutto della gente di sinistra: la moderna ideologia “antifascista”, che nel nome si richiama alla rispettata tradizione dei combattenti per la libertà,  usurpandone il credito grazie al facile meccanismo associativo, ma nei fatti non è che una degenerazione che include nel concetto di “fascismo” tutto quel che esula dal “politicamente corretto”, col risultato di soffocare il dibattito e servire di fatto da psico polizia per la repressione dell’ultima arma rimasta nelle mani del popolo, la libertà di espressione. Nell’articolo una ampia disamina della versione europea e della versione americana di questo inquietante fenomeno contemporaneo. 


 Risultati immagini per antifa Israele



di Diana Johnstone, 9 Ottobre 2017

“I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti” – Ennio Flaiano, scrittore italiano e coautore di soggetti e sceneggiature dei più grandi film di Federico Fellini.

Nelle ultime settimane, una sinistra totalmente disorientata è stata esortata da più parti a unirsi intorno ad un’avanguardia a volto coperto che si definisce Antifa, per antifascista. Incappucciata e vestita di nero, Antifa è sostanzialmente una variante dei Black Bloc, famosi per scatenare violenza nelle manifestazioni pacifiche in molti paesi. Importata dall’Europa, l’etichetta Antifa suona più politica. Serve anche allo scopo di stigmatizzare gli obiettivi che attacca come “fascisti”.

Nonostante il suo nome europeo importato, Antifa, è fondamentalmente solo un altro esempio della continua degenerazione nella violenza dell’America.

Precedenti storici

Antifa è salita alla ribalta per il suo ruolo nel rovesciamento della orgogliosa tradizione di “libertà di espressione” di Berkeley, per aver impedito di parlare lì a esponenti della destra. Ma il suo momento di gloria è stato il suo scontro con i conservatori a Charlottesville il 12 agosto, soprattutto perché Trump ha commentato che c’erano “persone valide da entrambe le parti”. Con esuberante Schadenfreude, i commentatori hanno colto al volo l’opportunità di condannare l’odiato Presidente per la sua “equivalenza morale”, dando così una benedizione ad Antifa.

Charlottesville è stata per Antifa l’occasione per il lancio di un successo editoriale: il Manuale Antifascista, il cui autore, il giovane accademico Mark Bray, è un Antifa sia in teoria che in pratica. Il libro “sta avendo un rapido successo“, si è rallegrato l’editore, Melville House. Infatti ha ottenuto subito il plauso di importanti media mainstream, come il New York Times, The Guardian e NBC, che finora non si erano distinti per precipitarsi a recensire libri di sinistra, men che mai quelli di anarchici rivoluzionari.

Il Washington Post ha accolto con favore Bray come il portavoce dei “movimenti di attivisti rivoluzionari” e ha osservato che “il contributo più illuminante del libro è quello sulla storia dell’impegno antifascista del secolo scorso, ma la sua parte più rilevante per il mondo di oggi è la sua giustificazione del soffocamento della libertà di espressione che colpisce i suprematisti bianchi“.

Il “contributo illuminante” di Bray è quello di raccontare una versione lusinghiera della storia di Antifa a una generazione la cui visione dualistica della storia, basata sull’Olocausto, l’ha privata delle informazioni e degli strumenti analitici per giudicare eventi multidimensionali come la recrudescenza del fascismo. Bray presenta l’Antifa di oggi come il glorioso erede legittimo di ogni nobile causa dall’abolizionismo in poi. Ma non c’erano antifascisti prima del fascismo, e l’etichetta “Antifa” non si applica in alcun modo a tutti i numerosi avversari del fascismo.

La pretesa implicita di portare avanti la tradizione delle Brigate Internazionali che hanno combattuto in Spagna contro Franco non è altro che un ingenuo meccanismo associativo. Dato che dobbiamo rispettare gli eroi della Guerra Civile Spagnola, una parte di questa stima dovrebbe riversarsi sui loro autoproclamati eredi. Purtroppo, non esistono veterani della Brigata di Abraham Lincoln ancora vivi che possano indicare la differenza tra una grande difesa organizzata contro l’invasione di eserciti fascisti e le schermaglie sul campus di Berkeley. Come per gli anarchici della Catalogna, il brevetto dell’anarchismo è scaduto molto tempo fa, e chiunque è libero di mettere in commercio il proprio generico.

Il movimento Antifascista originale fu uno sforzo dell’Internazionale Comunista di cessare le ostilità con i partiti socialisti europei al fine di costruire un fronte comune contro i movimenti trionfanti guidati da Mussolini e Hitler.

Dal momento che il fascismo si è affermato, e Antifa non è mai stata un serio avversario, i suoi apologeti puntano sull’argomento dello “stroncare sul nascere“: “se solo” gli antifascisti avessero battuto i movimenti fascisti abbastanza presto, questi sarebbero stati stroncati sul nascere. Dato che la ragione e il dialogo non sono riusciti a fermare l’ascesa del fascismo, sostengono, dobbiamo usare la violenza di strada – che, a proposito, fallisce ancora più decisamente.

Questo è totalmente astorico. Il fascismo esaltava la violenza e la violenza era il suo banco di prova preferito. I comunisti e i fascisti combattevano per le strade e l’atmosfera della violenza ha aiutato il fascismo a crescere come un bastione contro il bolscevismo, guadagnando il sostegno fondamentale dei grandi capitalisti e militaristi nei loro paesi, che li hanno portati al potere.

Dal momento che il fascismo storico non esiste più, l’Antifa di Bray ha allargato il proprio concetto di “fascismo” per includere tutto ciò che viola l’attuale canone di Identità Politica: dal “patriarcato” (un atteggiamento prefascista, quantomeno) a “transfobia” (problema decisamente post-fascista).

I militanti mascherati di Antifa sembrano essere più ispirati da Batman che da Marx o anche da Bakunin.

Storm Trooper del Partito di Guerra Neoliberale

Dal momento che Mark Bray offre le credenziali europee per l’attuale Antifa Usa, è opportuno osservare ciò che Antifa rappresenta in Europa oggi.

In Europa, la tendenza manifesta due forme. Gli attivisti Black Bloc invadono regolarmente diverse manifestazioni di sinistra per distruggere le vetrine e combattere contro la polizia. Queste manifestazioni di testosterone hanno un significato politico minore, se non provocare pubblici appelli a rafforzare le forze di polizia. Sono fortemente sospettati di infiltrazioni della polizia.

Ad esempio, lo scorso 23 settembre, diverse dozzine di ruffiani mascherati in nero, tirando giù manifesti e lanciando pietre, tentavano di assaltare il palco da cui lo smagliante Jean-Luc Mélenchon doveva arringare la folla di La France Insoumise, oggi partito leader della sinistra francese. Il loro messaggio inespresso sembrava affermare che per loro nessuno può essere abbastanza rivoluzionario. Di tanto in tanto, effettivamente individuano a caso uno skinhead da picchiare. Ciò serve a confermare le loro credenziali “antifasciste”.

Usano queste credenziali per arrogarsi il diritto di diffamare gli altri, in una specie di inquisizione informale autoproclamata.

Come primo esempio, alla fine del 2010, una giovane donna di nome Ornella Guyet è comparsa a Parigi alla ricerca di lavoro come giornalista in vari periodici e blog di sinistra. Ha “cercato di infiltrarsi dappertutto”, secondo l’ex direttore di Le Monde diplomatique, Maurice Lemoine, che quando l’ha assunta come tirocinante “da subito, intuitivamente, non ha avuto fiducia in lei“.

Viktor Dedaj, che gestisce uno dei principali siti di sinistra in Francia, Le Grand Soir, è stato tra coloro che hanno cercato di aiutarla, solo per avere una spiacevole sorpresa pochi mesi dopo. Ornella era diventata un inquisitore, dedito a denunciare “il cospirazionismo, la confusione, l’antisemitismo e il rosso-bruno” su Internet. Questo ha preso la forma di attacchi personali nei confronti di individui che lei giudicava colpevoli di questi peccati. Quello che è significativo è che tutti i suoi obiettivi si opponevano alle guerre di aggressione degli Stati Uniti e della NATO in Medio Oriente.

In effetti, i tempi della sua crociata coincidevano con le guerre dei “cambi di regime” che distrussero la Libia e la Siria. Gli attacchi prendevano di mira i principali critici di quelle guerre.

Viktor Dedaj era in cima alla sua lista. E c’era anche Michel Collon, vicino al Partito dei Lavoratori belga, autore, attivista e direttore del sito bilingue Investig’action. E anche François Ruffin, produttore cinematografico, editore del giornale di sinistra Fakir, eletto recentemente all’Assemblea Nazionale nella lista del partito di Mélenchon La France Insoumise. E così via. L’elenco è lungo.

Le personalità prese di mira sono diverse, ma tutti hanno una cosa in comune: l’opposizione alle guerre di aggressione. Per di più, a quanto ne so, quasi tutti quelli che si oppongono alle guerre sono nella sua lista.

La tecnica principale è la colpa presunta per associazione. In cima alla lista dei peccati mortali sta la critica dell’Unione Europea, associata al “nazionalismo” associato al “fascismo” associato all’ “antisemitismo”, con una tendenza al genocidio. Ciò coincide perfettamente con la politica ufficiale dell’UE e dei governi dei suoi paesi aderenti, ma Antifa usa un linguaggio molto più duro.

A metà giugno 2011, il partito anti-UE Union Populaire Républicaine guidato da François Asselineau è stato oggetto di insinuazioni feroci su siti Internet di Antifa firmati da “Marie-Anne Boutoleau” (uno pseudonimo di Ornella Guyet). Temendo la violenza, i responsabili hanno annullato gli incontri del UPR a Lione. L’UPR ha fatto una piccola indagine, scoprendo che Ornella Guyet era nell’elenco degli oratori di un seminario del marzo 2009 sui media internazionali organizzato a Parigi dal Centro per lo Studio delle Comunicazioni Internazionali e dalla Scuola dei Media e degli Affari Pubblici presso la George Washington University. Un’associazione sorprendente per una così zelante attivista contro i “rosso-bruni”.

Nel caso in cui qualcuno abbia dubbi, “rosso-bruno” è un termine usato per macchiare chiunque abbia generalmente opinioni di sinistra – cioè “rosso” – con il colore fascista “marrone”. Questa accusa può basarsi sul fatto di avere lo stesso parere di qualcuno di destra, sul parlare sulla stessa piattaforma con qualcuno di destra, pubblicare accanto a qualcuno di destra, essere visti in una manifestazione contro la guerra a cui partecipa anche qualcuno di destra, e così via. È un qualcosa di particolarmente utile per il Partito della Guerra, poiché ai giorni nostri molti conservatori si oppongono alla guerra più della gente di sinistra, che si è bevuta il mantra della “guerra umanitaria”.

Il governo non ha bisogno di reprimere le manifestazioni contro la guerra. Ci pensa Antifa.

L’umorista franco-africano Dieudonné M’Bala M’Bala, stigmatizzato per antisemitismo dal 2002 per la sua scenetta televisiva in cui ironizzava su un colono israeliano come parte dell’ “Asse del bene” di George W. Bush, non è solo un obiettivo, ma serve come presunzione di colpevolezza per associazione per chiunque difenda il suo diritto alla libertà di parola – come il professore belga Jean Bricmont, praticamente nella lista nera in Francia per aver cercato di spendere una parola in favore della libertà di espressione durante un talk show televisivo. Dieudonné è stato bandito dai media, denunciato e multato innumerevoli volte, persino condannato al carcere in Belgio, ma nei suoi spettacoli continua a fare il pienone di sostenitori appassionati, e il principale messaggio politico è l’opposizione alla guerra.

Tuttavia, le accuse di essere tolleranti su Dieudonné possono avere gravi effetti sugli individui in posizioni più precarie, in quanto in Francia il semplice accenno di “antisemitismo” può distruggere una carriera. Gli inviti vengono annullati, le pubblicazioni rifiutate, i messaggi non ottengono risposta.

Nell’aprile del 2016, Ornella Guyet è sparita dalla circolazione, in un contesto di forti sospetti sulle sue personali associazioni.

La morale di questa storia è semplice. Rivoluzionari radicali auto-proclamati possono essere la psicopolizia più utile per il partito della guerra neoliberale.

Non voglio dire che tutti, o la maggior parte, degli Antifa siano agenti dell’establishment. Solo che possono essere manipolati, infiltrati o qualcun altro si può spacciare per uno di loro, proprio perché si autorizzano da soli e di solito sono più o meno a volto coperto.

Silenziare il necessario dibattito

Chi è certamente sincero è Mark Bray, autore di The Intifa Handbook. È chiaro da dove proviene Mark Bray, quando scrive (p.36-7): “… la soluzione finale di Hitler uccise sei milioni di ebrei nelle camere a gas, con plotoni di esecuzione, per fame e mancanza di cure mediche in campi squallidi e nei ghetti, con le percosse, facendoli lavorare fino alla morte e portandoli al suicidio per disperazione. Nel continente circa due ebrei su tre sono stati uccisi, compresi alcuni dei miei parenti“.

Questa storia personale spiega perché Mark Bray sente con tanta passione il tema del “fascismo”. Questo è perfettamente comprensibile in una persona ossessionata dalla paura che “possa accadere di nuovo”.

Tuttavia le ondate emotive, anche le più giustificate, non portano necessariamente saggi consigli. Le reazioni violente alla paura potrebbero sembrare forti ed efficaci quando in realtà sono moralmente deboli e praticamente inefficaci.

Siamo in un periodo di grande confusione politica. Etichettare ogni manifestazione “politicamente scorretta” come fascismo impedisce la chiarezza del dibattito su questioni che hanno molto bisogno di essere definite e chiarite.

La scarsità di fascisti è stata compensata identificando la critica dell’immigrazione come fascismo. Questa identificazione, in connessione con il rifiuto delle frontiere nazionali, deriva gran parte della sua forza emotiva soprattutto dalla paura ancestrale della comunità ebraica di essere esclusa dalle nazioni in cui si trova.

La questione dell’immigrazione ha  aspetti diversi in luoghi diversi. Nei paesi europei non è la stessa cosa che negli Stati Uniti. C’è una distinzione di base tra immigrati e immigrazione. Gli immigrati sono persone che meritano considerazione. L’immigrazione è una politica che deve essere valutata. Dovrebbe essere possibile discutere la politica senza essere accusati di perseguitare la gente. Dopo tutto, i leader sindacali tradizionalmente si sono opposti all’immigrazione di massa, non per razzismo, ma perché può essere una strategia capitalista deliberata per ridurre i salari.

In realtà, l’immigrazione è un soggetto complesso, con molti aspetti che possono portare a ragionevoli compromessi. Ma estremizzare il problema fa cadere la possibilità di compromesso. Facendo dell’immigrazione di massa la regina delle prove sull’essere fascisti o meno, l’intimidazione di Antifa impedisce una discussione ragionevole. Senza discussione, senza la disponibilità ad ascoltare tutti i punti di vista, la questione semplicemente dividerà la popolazione in due campi, pro e contro. E chi vincerà un tale confronto?

Un recente sondaggio* mostra che l’immigrazione di massa è sempre più impopolare in tutti i paesi europei. La complessità della questione è dimostrata dal fatto che nella maggior parte dei paesi europei la maggioranza della gente crede di avere il dovere di accogliere i rifugiati, ma non approva la continua immigrazione di massa. L’argomento ufficiale secondo cui l’immigrazione è cosa buona e utile è accettato solo dal 40%, rispetto al 60% di tutti gli europei, i quali ritengono che “l’immigrazione è un male per il nostro Paese”. Una sinistra la cui causa principale sono le frontiere aperte diventerà sempre più impopolare.

Violenza infantile

L’idea che il modo per far tacere qualcuno sia di assestargli un pugno sul muso è americana come i film di Hollywood. È anche tipica della guerra tra gang di alcune zone di Los Angeles. Fare banda con quelli “come noi” per combattere le bande degli “altri” per il controllo del territorio è caratteristica dei giovani in circostanze incerte. La ricerca di una causa può conferire a questi comportamenti uno scopo politico: sia fascista che antifascista. Per i giovani disorientati, è un’alternativa all’entrare nei Marines.

L’Antifa americano assomiglia molto a un matrimonio della classe media tra l’Identità Politica e la guerra tra gang. Mark Bray (pag. 175) mostra la sua fonte di Antifa di Washington affermando che il motivo per voler fare parte dei fascisti è di schierarsi dalla parte del “ragazzo più potente del quartiere” e tirarsi indietro in caso di paura. La nostra banda è più dura della tua.

Questa è anche la logica dell’imperialismo statunitense, che dice abitualmente dei suoi nemici: “Non lo capiscono che con la forza”. Anche se Antifa afferma di essere un movimento rivoluzionario radicale, la loro mentalità è perfettamente tipica dell’atmosfera di violenza prevalente nell’America militarizzata.

In un altro verso, Antifa segue la tendenza degli eccessi della Identità Politica che stanno schiacciando la libertà di parola in quella che dovrebbe essere la sua cittadella, il mondo accademico. Le parole sono considerate così pericolose che devono essere istituiti degli “spazi sicuri” per proteggere le persone dalle parole. Questa estrema vulnerabilità al danno causato dalle parole è stranamente legata alla tolleranza per la violenza fisica reale.

Caccia all’oca selvatica

Negli Stati Uniti, l’aspetto peggiore di Antifa è lo sforzo di guidare la disorientata sinistra americana in una caccia all’oca selvatica, seguendo “fascisti” immaginari invece di mettersi apertamente insieme per elaborare un programma positivo coerente. Gli Stati Uniti hanno la loro parte di individui strambi, aggressioni gratuite, idee pazzesche, e individuare questi personaggi marginali, da soli o in gruppi, è una distrazione enorme. Le persone veramente pericolose negli Stati Uniti sono al sicuro a Wall Street, nei Think Tanks di Washington, negli uffici dirigenziali della sterminata industria militare, per non parlare delle redazioni di alcuni dei media mainstream che attualmente stanno adottando un atteggiamento benevolo verso gli “anti -fascisti”, semplicemente perché sono utili per concentrarsi sull’anticonformista Trump invece che su se stessi.

Antifa USA, definendo la “resistenza al fascismo” come resistenza nei confronti delle cause perse – la Confederazione, i suprematisti bianchi e, per quel che conta, Donald Trump – sta in realtà distraendo l’attenzione dalla resistenza all’establishment neoliberale dominante, che si oppone anch’esso alla Confederazione e ai suprematisti bianchi ed è già in gran parte riuscito a catturare Trump attraverso la sua implacabile campagna di denigrazione. Quel corpo dirigente che, con le sue insaziabili guerre in paesi lontani e l’introduzione di metodi di polizia, ha usato con successo la “resistenza popolare a Trump” per renderlo ancora peggiore di quanto già non fosse.

L’uso facile del termine “fascista” ostacola la identificazione ragionata e la definizione del vero nemico dell’umanità di oggi. Nel caos contemporaneo, i più grandi e pericolosi sconvolgimenti del mondo derivano tutti dalla stessa fonte, difficile da definire, ma a cui possiamo dare l’etichetta provvisoria semplificata di Imperialismo Globalizzato. Questo equivale a un poliedrico progetto di ridefinizione del mondo per soddisfare le esigenze del capitalismo finanziario, del complesso industriale militare, della vanità ideologica degli Stati Uniti e della megalomania dei capi delle potenze “Occidentali” minori, in particolare Israele. Potrebbe essere chiamato semplicemente “imperialismo”, tranne che è molto più vasto e più distruttivo dell’imperialismo storico dei secoli precedenti. È anche molto più mascherato. E poiché non contiene alcuna chiara etichetta di “fascismo”, è difficile denunciarlo in termini semplici.

La fissazione sulla prevenzione di una forma di tirannia che sorse oltre 80 anni fa, in circostanze molto diverse, ostacola il riconoscimento della mostruosa tirannia di oggi. Combattere la guerra precedente porta alla sconfitta.

Donald Trump è un outsider a cui non sarà permesso di entrare. L’elezione di Donald Trump è soprattutto un grave sintomo della decadenza del sistema politico americano, totalmente governato dal denaro, dalle lobby, dal complesso militare-industriale e dai grandi media. Le loro menzogne stanno minando la base stessa della democrazia. Antifa ha portato avanti l’offensiva contro l’unica arma ancora nelle mani del popolo: il diritto alla libertà di parola e di riunione.

Note.
*«Où va la démocratie?», inchiesta della Fondazione per l’innovazione politica a cura di Dominique Reynié, (Plon, Parigi, 2017).

http://vocidallestero.it/2017/10/12/antifa-in-teoria-e-in-pratica/

giovedì 5 gennaio 2012

Ron Paul e la differenza americana, di Miguel Martinez



Proviamo a semplificare un paese assai complesso.
Ci sono due poli che da sempre tirano di qua o di là gli americani, ma non sono esattamente “destra” e “sinistra”, termini che i media americani riservano a piccoli gruppi estremisti.
I due poli sono il Governo e la Libertà.[1]
Gli USA sono una federazione di Stati che affidano alcuni compiti a qualcosa che chiamano “governo federale”.
Il Governo non è quindi lo “Stato” in senso europeo. E’ un’entità che si occupa di guerra – la guerra interna e planetaria, dal muro contro i messicani ai bombardamenti aerei in Afghanistan, dalle ONG che condizionano le politiche dei paesi africani al lavoro delle spie in Tailandia – e di vari aspetti della pubblica istruzione, la salute e le emergenze sociali.
Il Governo rende sicuro e utilizzabile il mondo per le imprese americane, stabilizzando, corrompendo, destabilizzando; salva le banche dalle crisi che loro stesse hanno provocato; orienta l’intera economia verso il complesso militare industriale; allo stesso tempo, è un’ancora di salvezza per le vittime di un sistema spietato, e quindi il polo del Governo attira attorno a sé i sindacati e le minoranze etniche.
Il Governo – a differenza appunto dello Stato europeo – non è un ideale: nasce come incidente di percorso di dubbia legalità, si alimenta di emergenze, e deve combattere continuamente contro l’altro polo, quello della Libertà.
La Libertà è il fondamento stesso della cultura americana. Nella forma archetipica, l’Uomo Libero nemico dei tiranni, che stipulando liberi contratti con libere imprese, si muove liberamente dove vuole e crede liberamente al Dio che preferisce. E che porta come segno tangibile della propria libertà un fucile.
Dietro questo, due sistemi filosofici impliciti e paralleli, di cui abbiamo già discusso qui.
Il primo è quello TULIP; il secondo è l’idealismo magico: seguendo l’uno o l’altro, arriviamo alla conclusione che, se non sei in grado di comprarti un fucile, o sei dannato in partenza, oppure non ti sei sforzato abbastanza e quindi è colpa tua.
Fuori dal contratto liberamente scelto, ogni obbligo è un’imposizione tirannica, cui l’uomo libero ha il dovere morale di opporsi.
Potenzialmente, quindi, la Libertà si oppone alla tassazione, al reclutamento militare, agli aiuti statali alle aziende, a forme universali di assistenza medica, ai controlli polizieschi di ogni sorta, ai pignoramenti, alle restrizioni ecologiche… La gamma è ampia.
Democratici e Repubblicani oscillano, nei fatti, tra i due poli; ma i Democratici rivendicano di più quello del Governo, e i Repubblicani quello della Libertà.
In questo momento di crisi, i democratici vogliono tenere in piedi tutto il sistema imperiale, pagare le perdite delle banche con soldi pubblici e – pare – persino salvare l’Euro, senza toccare il più costoso sistema carcerario del pianeta, ma nemmeno eccedere nei tagli sociali.
I repubblicani di ceto alto, i country club Republicans, vogliono qualcosa di molto simile, ma sono disposti a tagliar pesantemente le spese sociali.
repubblicani di ceto basso vogliono evitare di pagare le tasse, che si immaginano finire tutte nelle mani di oziose madri single lesbiche e nere. Per quanto riguarda il mondo, sanno – grazie ai telepredicatori – appena due o tre cose: che ci sono più delinquenti/omosessuali in giro che mai; che i musulmani sono pericolosi; e che Israele gode della predilezione personale di Dio e va sostenuto militarmente, pena la dannazione eterna.
E quindi riversano tutta la loro ira sulle minoranze etniche o sui “matrimoni gay”, senza criticare le enormi spese militari o carcerarie. Una posizione surreale che obbliga i principali esponenti a ridicole pose simboliche.
libertarian, rappresentati da Ron Paul, portano invece una novità difficile da capire in Italia.
Ron Paul sostiene cose piuttosto prevedibili, almeno per gli Stati Uniti: educazione e salute devono essere interamente tolte dalle mani del Governo (quando ancora faceva l’ostetrico, Ron Paul preferiva lavorare gratis piuttosto che ricevere buoni statali), massima libertà di portare armi, maggior controllo sull’immigrazione clandestina.
Però, proprio da queste premesse, arriva ad alcune conclusioni che, se messe in pratica, avrebbero un impatto enorme sul mondo.
Il Governo campa di guerre, contro i musulmani, per la democrazia, contro la droga?
Bene, dichiaramo la pace su tutti i fronti, dice Ron Paul. Gli Stati Uniti smettano di essere un impero, ritirino le truppe in giro per il mondo, trattino alla pari le altre nazioni, la facciano finita con il proibizionismo sulle droghe, tolgano l’embargo a Cuba e insegnino a Israele a cavarsela da solo.
Se il mercato deve essere libero, il Governo deve cessare di alimentare o di farsi condizionare dalle aziende delle armi o da quelle energetiche, e non deve salvare i banchieri in difficoltà.
E si smantelli il grande sistema securitario che ha portato a Guantánamo e a forme senza precedenti di violazione della libertà individuale: da qui il voto contro il PATRIOT Act, il sostegno a Wikileaks e al diritto di denunciare i crimini governativi.
La visione di Ron Paul, con grande spavento dei repubblicani di alto ceto, comporterebbe la sistematica demolizione del complesso industriale-militare-energetico e dell’intera impostazione bellicista e paranoica della società statunitense.
Ron Paul è un pacchetto, e un pacchetto coerente: il rigetto del Welfare State è inscindibile dal rigetto del Warfare State.
Ma in un paese in cui si bada all’essenziale e in cui è ignota l’arte di spaccare il capello in quattro, Ron Paul, il più anziano dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti, è quello che ha subito avuto il massimo sostegno dei giovani. Ed è interessante notare, anche dei giovani che in questi mesi hanno partecipato al grande movimento delle occupazioni contro le banche; mentre molti elettori democratici si sono registrati come repubblicani per poterlo votare.
A differenza dei liberal, Ron Paul parla al cuore stesso dell’identità statunitense, e quindi ha il sostegno di quella vasta fascia di americani che non si sentono pacifisti, ma piuttosto talmente patriottici da non voler far morire i propri figli in guerre lontane.
Ovviamente, Ron Paul non ce la farà, per mancanza di tutti gli indispensabili agganci. E così il 68% di americani che lo scorso novembre si dichiaravano, un po’ in ritardo, contrari alla guerra in Iraq, e il 63% contrari alla guerra in Afghanistan, resteranno privi di ogni rappresentanza alle prossime elezioni presidenziali.[2]
Michael Scheuer, che negli anni precedenti all’11 settembre diresse la caccia a Osama Bin Laden per conto della CIA prima di diventare un pragmatico antimperialista, riassume tutte le motivazioni per cui l’America profonda, in condizioni di competizione più equilibrate, voterebbe per Ron Paul.
Ron Paul, si chiede Scheuer, non ha forse ragione
“a proposito della prossima bancarotta statunitense; l’imminente possibilità di una seconda e più profonda recessione; la follia di un governo federale che si batte per la democrazia laica in tutto il mondo islamico, in tal modo rafforzando gli islamisti; il Tesoro che pompa miliardi di dollari sprecati in quel morto vivente che è la zona dell’Euro; la corruzione del Congresso e del processo elettorale statunitense da parte di lobby straniere e contribuenti alle campagne con risorse immense; la crescente disponibilità da parte di entrambi i partiti a limitare i diritti garantiti dal primo e dal secondo emendamento alla Costituzione; l’incapacità dei militari americani di vincere  le guerre distruggendo i nemici dell’America; le decisioni di tribunali che impediscono ai governi degli Stati di difendere i propri cittadini anche quando il governo federale ha rinunciato a tale ruolo; un’élite dominante bipartisan che ha coinvolto gli americani in numerose guerre in cui non era in ballo alcun interesse americano; un Congresso che da quarant’anni non riesce a portare il paese verso l’autosufficienza energetica perché è di proprietà delle ditte petrolifere e di governi esteri, e ha una fifa blu dei fanatici ambientalisti, ecc. ecc. ecc.?”
Note:
[1] I pacifisti nostrani, che con le migliori intenzioni, dicono di “non criticare l’America, ma solo il governo americano”, non sanno ciò che dicono. La questione non è né il “governo” né il “popolo”, ma il sistema americano.
[2] Per non parlare dei messicani, che si troverebbero finalmente in pace se terminasse il proibizionismo negli Stati Uniti.