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martedì 16 febbraio 2016

Annotazioni a margine della manifestazione del 16 gennaio contro la guerra, di Nucleo Comunista Rivoluzionario

La manifestazione del 16 gennaio 2016, venticinquesimo anniversario dell’inizio della prima Guerra del Golfo scatenata dall’Occidente contro l’Iraq di Saddam Hussein reo dell’occupazione del Kuwait (tentativo di ricongiungere quella provincia al suo storico retroterra e alla città di Baghdad cancellando un artificioso confine creato dall’imperialismo), è stata un ulteriore passo sulla strada, tanto difficile quanto necessaria, della ripresa della mobilitazione contro le guerre scatenate dagli imperialisti occidentali nel Medio Oriente, in Nord-Africa e nel mondo intero, dovunque i loro interessi di rapina hanno trovato e trovano ostacoli che li fanno scattare a intonare le fanfare di guerra, con le quali questi criminali si dispongono a piegare sotto un mare di bombe quanti, governi e popolazioni, non sono totalmente inginocchiati e proni ai loro diktat. Oggi, 2016, le cancellerie e i comandi militari dell’Occidente imperialista, senza allentare la presa su Siria e Ucraina, preparano una nuova aggressione alla Libia, dopo quella devastante del 2011, e i bombardieri della democrazia ancora una volta lustrano gli ordigni e scaldano impazienti i motori.

PREMESSA

Passaggi preparatori della manifestazione del 16 gennaio 2016 sono stati la manifestazione del 2 giugno 2015 a Roma e quella del 24 ottobre 2015 a Napoli, entrambe indette contro la nuova aggressione militare alla Libia, che vedrebbe il centro di comando delle operazioni nell’ex aeroporto di Centocelle, ai cui cancelli si è diretta la manifestazione del 2 giugno, e che ha fatto le sue prove generali nelle esercitazioni militari della Nato denominate Trident Juncture con centro di coordinamento delle esercitazioni in Napoli. In tutti questi passaggi la mobilitazione ha coinvolto non più di poche migliaia di partecipanti e anche il 16 gennaio ad esser generosi non si è andati oltre i 5.000: numeri modesti, ma nondimeno significativi in relazione al contesto generale e specifico della ripartenza della mobilitazione contro la guerra imperialista dopo anni di riflusso e paralisi. Altri momenti di discussione e di denuncia ci sono stati in questi mesi. Richiamiamo 2 giugno e 24 ottobre non solo perché abbiamo potuto parteciparvi, ma anche perché in quei momenti di piazza abbiamo visto il tentativo serio di mettere sui giusti binari la ripresa potenziale di un vero movimento di lotta. Come già abbiamo scritto, ad animare questi passaggi sono state forze che in questi ultimi travagliati anni non hanno perso la testa a osannare inesistenti rivoluzioni popolari (e finanche proletarie) in Libia e in Siria (né si sono nascosti dietro una reticenza indifferentista su quegli eventi), così inibendosi – e depotenziando in generale – ogni credibile capacità di denuncia e mobilitazione contro la guerra imperialista, quando le “rivoluzioni” cirenaica e anti-Assad hanno lasciato ben presto il campo alla realtà dell’aggressione imperialista invocata e plaudita dagli “insorti”. Per capirci non c’erano e non potevano esserci, ad esempio, quanti dalle colonne del Manifesto ebbero a titolare “Benedetta Nato” che finalmente ’ci’ liberava dalla ’tirannia’ di Gheddafi. A riprendere la piazza sono state forze che hanno chiamato sin da subito alla mobilitazione contro l’ennesima aggressione imperialista avvalsasi in quei due paesi dell’ “insorgenza” di cavalli di Troia presenti in loco e accorsi da fuori alla bisogna. E’ questo un punto fermo da valorizzare e dal quale ripartire.
Lo scenario del Medio Oriente e del Nord Africa è particolarmente complesso. L’assenza in questa fase di ogni sussulto di vitalità e figuriamoci poi di protagonismo politici del proletariato occidentale indebolisce e azzera (transitoriamente noi crediamo) le potenzialità della nostra classe internazionale, ridotta oggi a scomposto dato sociologico e non soggetto politico. Questo si riflette nella debolezza delle forze di classe nei paesi dominati dall’imperialismo, che non trovano alcuna sponda di lotta e di solidarietà nei paesi occidentali. In queste condizioni ogni più sporca manovra è concessa agli imperialisti e a una schiera infinita di sanguinari sicari di media stazza che operano al loro seguito (i vari Erdogan, Al Sisi, Al Saud... con i quali il governo Renzi e gli industriali italiani intrattengono serrate relazioni di amicizia, alleanza e affari). Proprio in relazione a questa complessità di scenario la ripresa possibile passa per la chiarezza della denuncia, facendo strame di ogni ambiguità. Anche le più recenti notizie che ci giungono dalla Tunisia e dall’Egitto ci parlano dei tentativi di masse e settori popolari e proletari che prendono e riprendono la via della mobilitazione contro condizioni di vita insopportabili in Tunisia, e quella dell’organizzazione sindacale indipendente per affermare gli interessi collettivi della classe lavoratrice contro la morsa repressiva e assassina del generale Al Sisi in Egitto. E’ stato questo il segno delle sollevazioni che hanno defenestrato Ben Ali e Mubarak (senza per questo esagerare e inventarci un’inesistente centralità assoluta del protagonismo proletario in quelle straordinarie proteste di piazza). Tutt’altro copione è andato in scena in Libia e in Siria. Lo diciamo perché questa è stata ed è la realtà dei fatti, e perché la questione diventa di capitale rilevanza.
Chi ci conosce sa perfettamente che tutto siamo meno che “campisti”. L’unico campo cui apparteniamo è quello della classe proletaria internazionale, contrapposto al campo della nemica classe borghese a cominciare dal “nostro” imperialismo che si chiama imperialismo italiano. Nulla è più lontano da noi dell’idea che le aspettative proletarie possano trovare presa in carico e soddisfazione nell’ambito di alleanze con borghesie, Stati e fronti di Stati borghesi ma “progressisti” in quanto e purché contrapposti al “nemico principale” identificato in genere negli Stati Uniti. Il nostro esclusivo campismo di classe, per capirci, ci ha fatto sostenere con entusiasmo la grande sollevazione operaia polacca del 1980-81 (quando l’URSS era in piedi e il campismo esisteva veramente, riflettendosi nel reticente silenzio di un grandissimo numero di pseudo – “rivoluzionari” su quel poderoso ciclo di lotte proletarie in un paese dell’Est europeo). Francamente non è neanche molto chiaro in che senso altri sarebbero oggi “campisti”, se il “campo socialista” non c’è più, né pare che i tardo stalinisti abbiano sostituito tal quale la Russia di Putin all’Urss di baffone, orientandosi piuttosto – secondo il corretto dogma staliniano – sull’esclusivo zenith degli “interessi della propria nazione” e relativi “ponti” nel contesto attualmente dato verso corrispondenti zone di “nostro interesse” a questa stregua. E se non mancano ex-stalinisti (invero anche ex –"trotskisti”...) in via di trasmigrazione verso lidi rosso-bruni dove riscoprono la Russia di Putin come “faro della vera civiltà cristiana e occidentale”, resta pur sempre il fatto che la generalizzazione “anti-campista” viene tirata in ballo da certuni (ci riferiamo al Partito Comunista dei Lavoratori di cui appresso) per confondere le acque e nascondere le proprie magagne.
Noi non abbiamo mai lavato la faccia a nessuna fetida borghesia nazionale al potere nei paesi dominati, sempre sostenendo contro di esse e contro i burattinai imperialisti le istanze e le lotte indipendenti del proletariato e delle masse doppiamente oppresse. Ciò non toglie che possiamo riconoscere a un Gheddafi o Assad i meriti di soluzioni (più spesso di mere aspirazioni) borghesemente più moderne e avanzate ai problemi non piccoli di quelle società rispetto alla barbarie imposta e reintrodotta dall’imperialismo (il che non ha niente a che vedere con “specifici e originali socialismi locali” di cui qualche pazzoide ha pur farneticato). Soprattutto non toglie che da sempre denunciamo i veri crimini delle borghesie nazionali già al potere in Libia e Siria. Ce ne sono e tantissimi, ma non certo quello di essersi difesi e di difendersi dall’aggressione imperialista in corso dal 2011 e da quanti rivoltosi, autoctoni o importati, gli hanno steso il tappeto sotto i piedi invocandone l’ingresso. A proposito di veri crimini di classe – e l’elenco sarebbe ben più lungo, sia per li leader libico che per la “dinastia” alawita – non abbiamo mai dimenticato nella via crucis dei palestinesi né tanto meno omesso di denunciare il massacro di Tal El Zatar, anno 1976, marchio di infamia indelebile del preteso e inesistente “socialismo siriano”; come anche, a proposito di 16 gennaio 1991, la partecipazione di Assad padre alla coalizione imperialista che riconquistò l’ “indipendenza” e la “sovranità” agli sceicchi del Kuwait (e ricordiamo un cornutissimo foglio ben patinato della cosiddetta “sinistra di classe” che argomentava sull’ “astuzia” della “volpe del deserto” che con la sua “tutto sommato formale” partecipazione alla coalizione pro-Kuwait allontanava da sé – per quanto? – l’insofferenza e la minaccia imperialista!).
L’appello per la manifestazione del 24 ottobre a Napoli ha detto poche chiare parole in proposito. La NATO vi è denunciata per aver “seminato morte e distruzione dalla ex Jugoslavia all’Afghanistan, dall’Iraq alla Libia, passando per il sostegno ai cosiddetti “rivoltosi” di Ucraina e Siria”, e dalla piazza napoletana è stato giustissimamente allontanato un drappello che in quella manifestazione voleva provocatoriamente tributare il proprio sostegno alla “rivoluzione siriana”. Su questo punto vogliamo rivolgerci soprattutto a quanti chiedono in ottima fede di non porre discriminanti, di non creare spaccature e di unificare tutte le forze, avendo sinceramente a cuore la ripresa della mobilitazione. Ci riferiamo in particolare a talune componenti religiose di base che vanno riattivizzandosi contro la guerra con posizioni spesso molto più a sinistra di quelle di certi istrioni super – “rivoluzionari” innamorati delle proprie farneticazioni (che non abbandonano neanche quando la realtà ne ha mostrato la fallacia anche ai ciechi). Ad essi e in generale vogliamo dire che le “discriminanti” presenti nell’appello napoletano e il conseguente comportamento degli organizzatori non solo sono corretti, ma sono necessari proprio per la ripresa di una credibile mobilitazione e ancor di più per la sua tenuta. La ripresa della mobilitazione non dipende dalla sommatoria degli zero virgola di micro forze che si potrebbero mettere insieme annacquando ogni appello, ma dalle scosse profonde che l’avvilupparsi delle contraddizioni del capitalismo non potranno fare a meno di trasmettere all’intero corpo sociale rimettendolo in movimento. A riportare in piazza le masse non sarà la scesa in campo di Arci e Tavole della pace varie (invocate in un’interessante iniziativa sul tema della guerra tenutasi pochi giorni prima presso la sede della comunità di base di don Franzoni, anche se poi non abbiamo incontrato nella piazza del 16 i “Sinistri Anticapitalisti” presenti a quella discussione...). Saranno piuttosto l’Arci e i “pacifinti” di quella fatta a decidere di cogliere le proprie opportunità politiche (contrapposte al programma di classe e alle necessità di una vera lotta contro la guerra imperialista) in relazione a un ritorno in piazza delle masse per le scosse di cui sopra, senza che nessunissima Arci/Tavola della pace lo abbia potuto impulsare. Oggi per forza di cose si riparte da piccoli numeri, ma possiamo contribuire e andare incontro al risveglio di una partecipazione più ampia solo se la discussione collettiva e l’iniziativa sapranno fare tesoro di un vero bilancio delle passate tornate della mobilitazione contro la guerra imperialista e procedere lungo assi di serietà ai quali riuscire a conquistare un nocciolo credibile e coeso di forze (il nostro contributo al bilancio collettivo sul “movimento no war” di fine secolo e primi anni 2000 è condensato nell’articolo “Bilanci e scelte da fare: ’altermondialismo’ o comunismo?” del 18/04/2013).

PRIMA ANNOTAZIONE

In effetti, come qualcuno ha denunciato, nell’appello per la manifestazione del 16 gennaio è scomparso ogni riferimento alla Siria, mentre le firme in calce all’appello contano qualche nome e sigla in più. Inoltre a fine manifestazione è stato distribuito un volantone a firma Partito Comunista dei Lavoratori con titolo “I comunisti rivoluzionari e la Siria”. La sensazione che, nel tentativo di “allargare la mobilitazione” (che a tale stregua e come da copione sarebbe stata “allargata” dello zero virgola meno), si sia consentito un ingresso sia pur laterale a chi inneggia contraddittoriamente alla “rivoluzione siriana” c’è tutta (e infatti leggiamo un comunicato del PCL del 21/01 dove ci si lamenta che la piazza del 16 – i “campisti” a sentire il PCL – non ha propriamente apprezzato “gli slogan del PCL contro Assad”..., e meno male! aggiungiamo noi). Leggiamolo allora questo testo su “I comunisti rivoluzionari e la Siria” (con i riferimenti dati è facilmente scaricabile dal web e ci risparmiamo l’obbrobrio di riprodurlo) e vediamo se è un contributo valido per la ripresa della mobilitazione, oppure se è un guazzabuglio di assurdità che potrà far crescere la mobilitazione contro la guerra solo se essa avrà la capacità e la determinazione di ridicolizzare, lasciar cadere nel vuoto ed espungere “contributi” di tal genere.
Vi si legge che il PCL “ha sostenuto le sollevazioni popolari arabe del 2010/2011 contro regimi dispotici, controllati dall’imperialismo (Ben Ali e Mubarak), o già da tempo riallineati all’imperialismo (Gheddafi e Assad)”.Quindi: equiparazione piena e nessun distinguo tra le sollevazioni tunisino-egiziana e quelle libico-siriana. Quanto al “riallineamento già da tempo” di Gheddafi e Assad, parlano i fatti: il primo gli imperialisti l’hanno fatto fuori, con il secondo farebbero volentieri il bis. Vi si legge che la “guerra barbarica del fascismo islamico dell’ISIS è stata inizialmente favorita da Assad”: siamo alla menzogna pura, di peggio ha fatto solo il governo turco quando ha detto che gli attentati di Istanbul sarebbero opera dei curdi e dei russi. Ancora: il sionismo, secondo il PCL, sarebbe “interessato a sostenere Assad contro Iran ed Hezbollah” (noi abbiamo visto il contrario, cioè Israele che ha fatto accordi con formazioni radicali islamiche contro Assad). Insomma, menzogne e palle a profusione, come quella del “regime oppressivo di Hamas a Gaza” o di “Assad e il suo bunker militar poliziesco” (un vero peccato che gli imperialisti non siano ancora riusciti a espugnarlo?).
Continuiamo a leggere che il PCL ha sì sostenuto le sollevazioni popolari in Libia e in Siria, ma “da subito abbiamo contrastato e denunciato il ruolo filo imperialista delle direzioni borghesi di quelle rivoluzioni popolari”, e ancora che l’Esercito Libero Siriano “nato da rotture e diserzioni dall’esercito di Assad nel momento della sollevazione popolare” è stato “pesantemente colpito e smembrato dalla tenaglia militare del regime e delle forze reazionarie fondamentaliste complessivamente intese”. La solita storia della “sollevazione popolare genuina” sulla quale però chissà perché si innesta una direzione borghese, che qui gioca addirittura un aperto ruolo filo imperialista (senza che questo sconvolga minimamente il quadro di analisi nella testa dei nostri). Che un movimento di massa in un paese dominato possa essere guidato allo sbaraglio da direzioni borghesi imbelli e inette nel contrastare l’imperialismo ci può stare, ma che la sollevazione “rivoluzionaria” delle masse oppresse di questi paesi (che, se veramente data, non escluderebbe di indirizzarsi anche contro l’oppressione imperialista) possa farsi guidare dalla borghesia all’abbraccio e all’alleanza con i bombardieri imperialisti che massacrano il proprio popolo e devastano il proprio paese, insomma che si possa fare la “rivoluzione” a braccetto con l’imperialismo questo è decisamente un altro paio di maniche che la dice lunghissima sui connotati e i programmi, sin dall’inizio e non solo “dopo”, delle “forze genuine” messesi in moto “contro il tiranno”. Su The Guardian del 26 ottobre 2011 le dichiarazioni del capo di stato maggiore del Qatar hanno descritto tutt’altra realtà: “Noi qatariani eravamo tra i ribelli libici sul terreno, a centinaia in ogni regione” (vedi il riferimento nella nota di M. Dinucci sul Manifesto del 2/02/16). Riferire questo dato, dato reale e non panzana come quelle del PCL, non significa spiegare il tutto come “un complotto”; significa connotare il tipo di partecipazione e la sostanza di classe niente affatto “popolare e genuina” delle sollevazioni che non a caso si sono date quelle direzioni borghesi filo imperialiste, hanno accettato tra le proprie file i militari del Qatar, hanno invocato i bombardieri occidentali.
Ora invece il PCL sta “dalla parte di tutte le forze e i soggetti che nella regione e in Siria, sui più diversi fronti, esprimono ragioni storiche progressive”. E siamo ancora sul generico, ma poi PCL specifica: “siamo dalla parte di quelle forze della resistenza siriana (comitati popolari, brigate locali...), oggi molto limitate ma reali, che ancora si battono in diverse città e villaggi per gli obiettivi democratici originari della rivoluzione popolare. Al tempo stesso siamo su questi fronti con un programma marxista di rivoluzione, senza nessun adattamento alle loro leadership attuali” e ancora “dalla parte delle forze residue della rivoluzione siriana, ma contro le aperture all’imperialismo e la politica di collaborazione con l’imperialismo della cosiddetta Coalizione nazionale siriana”. Contorcimenti auto-contraddittori che non si reggono in piedi. Ci sarebbero “forze residue che ancora si battono per gli obiettivi democratici originari...”, la cui voce però sarebbe sopraffatta dalle “attuali leadership” che “collaborano con l’imperialismo”! I riscontri reali parlano semmai del tentativo di chi può di proteggere dal marasma generale il proprio ristretto territorio prima di doverlo abbandonare definitivamente, mentre, ammessa e non concessa la favola delle “forze residue che si battono per il programma originario mentre le leadership collaborano con l’imperialismo”, prendiamo atto che le “residue forze genuine” continuerebbero a battersi per “gli obbiettivi democratici e per il programma originario” senza avervi minimamente integrato la lotta contro l’aggressione imperialista e contro le leadership che collaborano con l’imperialismo. Questo è il (non –)senso di quel che scrive il PCL!
Per chiudere sul punto tagliando con le ridicole svirgolate del PCL e di molti altri (trotzkisti e non), riportiamo a seguire le parole di Trotzky in un’intervista del 23/09/1938 (apparsa su Socialist Appeal del 5/11/1938): “In Brasile regna oggi un regime semifascista che qualunque rivoluzionario può solo odiare. Supponiamo, però che domani l’Inghilterra entri in conflitto militare con il Brasile. Da che parte si schiererà la classe operaia in questo conflitto? In tal caso, io personalmente, starei con il Brasile “fascista” contro la “democratica” Gran Bretagna. Perché? Perché non si tratterebbe di un conflitto tra democrazia e fascismo. Se l’Inghilterra vincesse si installerebbe un altro fascista a Rio de Janeiro che incatenerebbe doppiamente il Brasile. Se al contrario trionfasse il Brasile, la coscienza nazionale e democratica di questo paese (qui c’è un salto di parole nell’edizione a ns disposizione ma il senso risulta comunque chiaro, n.n.)... e condurre al rovesciamento della dittatura di Vargas. Allo stesso tempo, la sconfitta dell’Inghilterra assesterebbe un colpo all’imperialismo britannico e darebbe impulso al movimento rivoluzionario del proletariato inglese. Bisogna proprio aver la testa vuota per ridurre gli antagonismi e i conflitti militari mondiali alla lotta tra fascismo e democrazia. Bisogna imparare a saper distinguere sotto tutte le loro maschere gli sfruttatori, gli schiavisti e i ladroni!”. Valga per il PCL e per tanti altri “trotzkisti” da operetta adusi a capire e tradurre al contrario la sostanza di classe delle lezioni del grande Leone.

SECONDA ANNOTAZIONE

Come si legge nell’appello di convocazione, la manifestazione è stata lanciata dalla prima assemblea nazionale della Piattaforma Sociale Eurostop che ha firmato lo striscione di apertura “Contro la guerra”. Queste forze promotrici inquadrano la ripresa di iniziativa contro la guerra nell’ambito della propria campagna per l’uscita dell’Italia dall’Euro, stabilendo un collegamento tra la battaglia contro le politiche di austerità e di risanamento del debito che “ci” sarebbero “imposte” dall’Europa e quella contro le guerre “decise dalla Nato e dagli Stati Uniti”. Un collegamento che non è affatto privo di agganci reali quanto a legame effettivo tra guerra interna (attacco alle condizioni di vita del proletariato metropolitano, ora anche con l’offensiva che punta a imporre cure da cavallo per il risanamento del debito pubblico) e guerra esterna (per sottomettere agli interessi dell’imperialismo le popolazioni e la forza lavoro dei paesi dominati attraverso una catena di distruzioni e massacri senza fine). Le classiche due facce della stessa medaglia. Un collegamento che nella piazza del 16 era realmente presente nella partecipazione cospicua di bandiere del sindacato USB e di molti semplici lavoratori e rappresentanti delle organizzazioni degli immigrati. Il punto sul quale non concordiamo è che, mentre da un lato si rimarca (finalmente!) la denuncia del “proprio imperialismo”, curiosamente ci si affretta ad aggiungere che il “proprio imperialismo” è “l’imperialismo europeo”.
Capiamoci bene. Non abbiamo alcuna intenzione di derubricare dal novero dei nemici del proletariato l’Europa imperialista, che tale è sicuramente. Osserviamo però che nella giornata che ricorda l’inizio della prima guerra del Golfo, quando l’Europa dell’euro era di là da venire e la cattivissima Germania non partecipava alla coalizione dei giustizieri imperialisti di Saddam Hussein mentre l’Italia vi era ben presente con il rombo dei suoi bombardieri, sarebbe forse più congruo affermare innanzitutto che il “nostro imperialismo” da denunciare e combattere era ed è quello dell’Italia; e che, se esso è oggi integrato – fino alla curva, e vale per tutti i paesi membri – nella compagine super-imperialista europea, certo non deriva da essa i suoi connotati imperialisti, essendo questi da tempo i connotati dell’Italia anche senza Europa, connotati che l’Italia e altri big del vecchio continente trasmettono ai livelli più alti all’intera squadra. Insomma se si volesse dire che l’Italia è diventata oggi e solo oggi “imperialista europea” e che una volta fuori dall’Europa, come propone la Piattaforma Eurostop, questa connotazione verrebbe meno e potremmo goderci un’ “Italia progressista e pacifista” con il suo bellissimo articolo 11 finalmente rispettato, noi non saremmo d’accordo su questo quadretto illusorio! Soprattutto non lo saremmo perché in questo modo, mentre si additano ai lavoratori le minacce reali delle politiche di austerità e dei crescenti pericoli di guerra, quando si va poi a indicare concretamente chi è il nemico che ci minaccia e da combattere, esce fuori la storia dei “piloti automatici” che sarebbero “l’Unione Europea/Eurozona e la Nato”. Sarebbero questi “due apparati sovranazionali” a “trascinare i paesi aderenti dentro scelte pericolose e antisociali”. Insomma il nemico che ci minaccia e attacca non sarebbero la borghesia, i padroni, lo Stato italiani, perché a “trascinare il paese” (che a conti fatti significa l’Italia intera, Squinzi e i suoi operai) sarebbero entità sovranazionali a forte predominanza straniera (tedesca nel primo caso, americana nel secondo).
Nelle fasi di crisi acuta del capitalismo e di recrudescenza dell’attacco alle condizioni di vita e di lavoro di larga parte della società, la borghesia ha sempre trovato comodo tentare di scongiurare la lotta degli sfruttati giustificando le proprie politiche antiproletarie in nome delle “oggettive necessità dell’economia, della crisi, dei mercati”. A nostro avviso si agevola il compito della borghesia italiana e del “nostro imperialismo” se da “sinistra” si sostiene che a imporre politiche di sacrifici e di guerra (agli stessi capitalisti italiani e relativi governi) sono gli organismi sovranazionali (l’Unione Europea, la Nato) che delle “oggettive necessità” del capitale si fanno interpreti ed esecutori ed ai quali “non si può dire di no”. Checché se ne dica, infatti – ed è questo il punto –, gli “apparati sovranazionali” cui l’Italia partecipa non sono stati imposti alla borghesia italiana, la quale invece sceglie di buon grado e anzi ambisce a organizzare i propri interessi di sfruttamento e di profitto sul proletariato interno e internazionale nell’ambito delle più forti concentrazioni – politiche, economiche, militari – capitalistiche situate al top della gerarchia imperialista mondiale. Per questo riteniamo spuntata e fallace una battaglia politica, contro la guerra e contro il pagamento del debito pubblico, che invece di denunciare l’imperialismo italiano e attaccare i gangli del potere borghese interno della propria nazione (che poi è l’unico modo per attaccare veramente le stesse concentrazioni capitalistiche sovranazionali), si inventa la storia dei “piloti automatici” ovvero di centri esterni che imporrebbero al “nostro paese” le politiche antiproletarie e di guerra. I “poteri sovranazionali” esistono, ma l’Italia capital-imperialista ne è parte integrante e agente. Se ci si riferisce a questi “poteri sovranazionali” sempre omettendo/oscurando questo dato e anzi rappresentando l’Italia come sovradeterminata da poteri esterni, allora i “poteri sovranazionali” diventano una metafora per dire Stati Uniti e Germania e l’Italia ne sarebbe piuttosto la vittima. Con questi giri di valzer la soluzione che viene ad essere prospettata per i problemi “del nostro paese” è quella di ribellarsi (come nazione) al diktat esterno e di riprendersi la propria sovranità per poter perseguire esclusivamente “i nostri interessi nazionali”. Si denunciano bensì minacce reali, ma contro di esse si mette in primo piano non la lotta di classe contro gli interessi di profitto e di dominio della propria borghesia, ma la rivendicazione interclassista della “sovranità da recuperare” contro la “dittatura economica” dell’Europa “carolingia” (!?) e contro le guerre decise dagli Stati Uniti!!
Questa impostazione di fondo è condivisa dalle principali forze che hanno promosso e si sono spese per la riuscita del 16, non solo la Piattaforma Eurostop ma anche il Comitato No Guerra No Nato; ed è questo il vero pericolosissimo piano inclinato sul quale pencolano queste forze promotrici (altro che “campismo” filo-Assad, come viene denunciato da chi – strucca strucca – si è schierato con gli “insorti” foraggiati di tutto punto dall’imperialismo!). Un’impostazione, quella degli Eurostop e No Nato, che significa accantonamento e programmatica rinuncia a una vera lotta di classe, oggi e nella prospettiva. Un’impostazione che è destinata al fallimento a breve (Grecia docet) ed è foriera sui tempi lunghi della finale debacle proletaria, se la ripresa della mobilitazione non saprà generare gli anticorpi per raddrizzare la rotta sul programma di classe. Accade peraltro, ed è questa l’annotazione cui vogliamo arrivare, che intorno al 16 gennaio serpeggi nondimeno una certa polemica tra Piattaforma Eurostop e No Guerra No Nato (polemica curiosa laddove si vede che gli appelli portano talvolta le stesse firme: cioè i due comitati/coordinamenti si pizzicano e c’è chi sottoscrive i fogli dell’uno e dell’altro, a conferma di una base di riferimento comune nonostante le pizzicate e i veri e propri ostracismi incrociati e reciproci). Ovviamente non il pettegolezzo ci interessa, ma una sostanza cui giungiamo. No Guerra No Nato denuncia una certa genericità nell’appello per il 16 e in particolare lamenta che non vi sia neanche nominata la Siria. Lo abbiamo notato anche noi e su questo si è detto. Resta sullo sfondo, ed è qui che vogliamo arrivare, la polemica esplosa tra la sigla Alternativa di Giulietto Chiesa e la Rete dei Comunisti, sigle che inizialmente avevano promosso insieme la battaglia contro i pericoli di guerra e per l’uscita dell’Italia dalla Nato. E’ accaduto però che la compagine di GIulietto si sia messa a raccogliere firme per l’uscita dell’Italia dalla Nato in ogni direzione, non disdegnando le sottoscrizioni di noti esponenti della destra e anzi moltiplicando iniziative comuni con gruppi ed esponenti cosiddetti rosso-bruni e con la Lega di Salvini. A un certo punto la Rete dei Comunisti ha pubblicamente sconfessato Giulietto Chiesa opponendogli “la discriminante antifascista” della battaglia per l’uscita dell’Italia dalla Nato. Giulietto Chiesa ha risposto che quella discriminante non esiste più e ha proseguito per la sua strada.
Chi sbaglia di più tra Giulietto Chiesa o la Rete, se entrambi concepiscono e fondano la battaglia per l’uscita dell’Italia dalla Nato (e dall’Euro) su analisi, ragionamenti e parole d’ordine che sono pienamente sottoscrivibili da forze di destra? Al di là delle propensioni al travestimento attribuite a costoro, perché elementi di destra non dovrebbero convergere su quel terreno se quel terreno è realmente anche il loro? Chi sbaglia di più: Giulietto Chiesa, che ne trae le conseguenze e accetta le firme e l’iniziativa comune con i destri, o la Rete che indossa la foglia di fico della “discriminante antifascista” dopo aver declinato una complessiva posizione che in nulla di sostanziale si demarca sul piano dei contenuti da una piattaforma nazional-sovranista? Prendiamo atto che la Rete dei Comunisti e dintorni non si sono bevuti il cervello come altri sugli eventi di Libia e Siria, assumendo l’iniziativa per contrastare le aggressioni in atto e gli ulteriori capitoli (non è poco nella non brillante contingenza di questi anni e possiamo dire “beati monoculi in terra caecorum” rivolto a raggruppamenti tardo-stalinisti e a vergogna ulteriore della folta schiera di “anti-stalinisti” pro – “insorti” libico-siriani...). Al tempo stesso denunciamo e diamo battaglia contro la complessiva piattaforma politica per l’uscita dell’Italia dall’ Euro e dalla Nato delineata da queste forze, una piattaforma che volta le spalle all’unico e autentico programma comunista che esse hanno sostituito da tempo con l’untuoso avvolgimento di contenuti di sostanziale revanche nazionale in uno storpiato lessico di pseudo –"sinistra” nella cornice di un taroccatissimo “marxismo” (?!) rivisto e corretto, cioè ribaltato al contrario, a questa stregua (e questo è lo stalinismo). Una piattaforma che merita il nostro frontale più netto, e l’approdo rosso-brun-salviniano di Chiesa, che si muove su una piattaforma nella sostanza molto simile, è una lampante conferma di quanto diciamo. A questo frontale abbiamo dedicato una buona parte del nostro lavoro e su questi temi mettiamo in nota i riferimenti di alcuni articoli del nostro sito che invitiamo caldamente a visitare e a leggere (1).
La campagna contro la guerra imposta dalla Nato, così come quella contro il risanamento del debito imposto dalla Germania, viene di fatto ad assimilare l’Italia a un paese che subisce le scelte politiche e i diktat di altri imperialismi maggiori, e su questa falsificazione costruisce una piattaforma interclassista che prospetta una via d’uscita come nazione dal nodo scorsoio del risanamento e della guerra, omettendo di organizzare la battaglia di classe (contro il pagamento del debito pubblico, contro la guerra e in generale). Se Chiesa imbocca una strada che la Rete giudica oggi impraticabile (d’accordo su questo), si prenda atto che la china imboccata dalla Rete procede nella stessa direzione e verso non diversi approdi e saranno i fatti a dimostrarlo. Giulietto Chiesa è solo più coerente, mentre la Rete dei Comunisti sembra rivendicare consapevolmente, dichiaratamente, apertamente un interclassismo nazionale (suscettibile di tradursi in nazionalismo interclassista) che sarebbe buono e “di sinistra” quando solo fossero “i comunisti” a realizzarne il programma, avendo tenuto ferma l’unica “discriminante antifascista”. E’ una china pericolosissima e l’esempio storico cui andare è quello della Germania del 1933, che, nella situazione determinata dalla sconfitta, vide convergere la nascente destra nazista e il Partito Comunista Tedesco (invero anche componenti di sinistra più estreme) sul medesimo terreno di difesa della nazione tedesca oppressa e umiliata dai vincitori. Alla data del 1933 entrambi questi due partiti raccolsero una messe di voti (il Partito Comunista sopravanzava nettamente la stessa socialdemocrazia), ma all’atto pratico il Partito Comunista risultò impotente e fu la destra a tradurre nel modo più coerente e brutale l’humus che anche il PC deviato su queste chine aveva concorso a coltivare, così concorrendo a spianare la strada al nazismo e ad azzerare la capacità di resistenza proletaria contro l’ondata sciovinista. Con buona pace per la “discriminante antifascista”! Non sarà male tornare con la dovuta attenzione su queste lezioni.

RIEPILOGO E CONCLUSIONE

Il 16 gennaio è stato un altro piccolo passo avanti nella ripresa della mobilitazione contro la guerra. Non è un caso per noi che l’iniziativa sia stata presa da forze rimaste immuni dai colpi di sole che in questi anni hanno offuscato i cuori e le menti di moltissimi “rivoluzionari” facendoli palpitare per le sedicenti “rivoluzioni libica e siriana” finite sotto le ali protettive dell’imperialismo occidentale che in esse ha trovato il grimaldello compiacente per aggredire e distruggere quei paesi. Queste posizioni hanno concorso a rompere la continuità della mobilitazione contro la guerra, indebolendo la possibile risposta di lotta contro i bombardamenti imperialisti in Libia e contro l’avvio del medesimo copione e martirio in Siria. La ripresa della mobilitazione non può che darsi sulla base della critica più netta di queste posizioni. Ciò non significa che non abbiamo riserve da formulare sull’appello per il 16 gennaio (e in generale sulla Piattaforma Eurostop) e su consimili appelli (vedi No Guerra No Nato). Appelli che, pur in polemica tra loro, replicano sostanzialmente i medesimi contenuti. Ad avvalorare la nostra critica è proprio il decorso del gruppo di Alternativa di Giulietto Chiesa che organizza iniziative per l’uscita dell’Italia dalla Nato insieme a esponenti della destra. Non basta sollevare la scomunica contro Chiesa in nome della “discriminante antifascista”. Occorre demarcare la battaglia politica su contenuti di classe e non lanciando piattaforme nazional-sovraniste che per forza di cose finiscono per trovare compagni di strada a destra (e anche nella destra estrema). Infatti ci si demarca sul programma politico e sui contenuti e non sventolando la foglia di fico dell’antifascismo, che tale è se poi gli “antifascisti” – gratta gratta – vanno a recuperare e a fare propri tutti i contenuti del programma fascista. Perché mai forze di destra non dovrebbero convergere sulla difesa e il rilancio della nazione contro “entità sovranazionali”, la Nato e l’Europa, che sovradeterminerebbero “il nostro paese”in direzione opposta ai “nostri interessi nazionali”? In tal senso il colpo di sole dei “difensori della sovranità nazionale” da “sinistra” non è meno pericoloso di quello dei fans delle “rivoluzioni libica e siriana” alleate all’imperialismo.
Si vada avanti, quindi, senza concedere spazio alle posizioni che nella fasulla foga “iper-rivoluzionaria” “contro i dittatori” portano oggettivamente acqua alle manovre dell’imperialismo e, nella migliore delle ipotesi, fanno una grande confusione debilitando le energie che pur sarebbero disposte a mobilitarsi. Al tempo stesso, per poter andare avanti, occorre impostare la lotta contro la guerra interna ed esterna su una coerente piattaforma di classe, abbandonando scorciatoie che titillano l’illusione di una via d’uscita che omette ed evita lo scontro di classe interno e allude invece a un’inesistente soluzione interclassista che passa per la riappropriazione della sovranità dell’Italia. L’illusione che uscendo dall’Euro ci si sottrarrebbe all’attacco capitalistico. L’illusione di sottrarsi alla guerra senza combattere a viso aperto il “nostro imperialismo”: l’imperialismo italiano.


(1) “’Dobbiamo fermarli’: ma sarebbe questo il posto di blocco?” del 28/08/11; “Per non disperdere le potenzialità espresse dal No Monti Day” del 2/11/12; “Monti colpisce i lavoratori in nome degli interessi del capitalismo nazionale italiano” del 12/06/12; “Il documento politico della Rete dei Comunisti. Alla proposta di ’riforma non riformista’ del ’pensiero comunista’ rispondiamo che è necessaria la riconquista del comunismo autentico” del 15/09/13; “Rossa: una ’proposta’ che arretra sul piano del programma politico e della prospettiva” del 14/10/13; “Internazionalismo e nazione. Sulla ’difesa della patria’: teoria marxista e sciovinismo di ’sinistra’” del 16/03/15.


10 febbraio 2016

http://www.nucleocom.org/archivio/archivionote/manifestazione%2016_1_2016.htm

mercoledì 11 novembre 2015

La Russia in Siria: chi aggredisce chi ?, dal Nucleo Comunista Internazionalista

Dobbiamo sempre e per forza ripeterci, e pazienza!
Noi non stiamo in alcun modo “dalla parte di Assad” di cui possiamo solo “consigliare” i nostri fratelli di classe siriani di farne a meno purché compiendo un passo in avanti verso l’orizzonte socialista (non confinabile alla sola Siria, va da sé, e qui entrano in campo altri proletari da richiamare ai propri impegni). Meno che mai blateriamo di una sorta di “socialismo siriano” in atto, lasciandone l’incarico a delle teste matte alla Grimaldi (che ci resta comunque simpatico per aver ben individuato dove sta la Bestia numero uno e tentare di battersi contro di essa invece di distribuire patenti primaveril-rivoluzionarie – com’è capitato a certi “marxisti ortodossi” – a presunti “ribelli proletari” pagati dall’imperialismo coi classici trenta denari). Altrettanto sicuro è che non rilasciamo a Putin alcuna patente di sentimenti internazionalistici simil-socialisti di cui egli è il primo a dichiararsi estraneo. Detto ciò sulla faccenda Siria e dintorni non ci ritagliamo il ruolo di semplici spettatori disinteressati, ma – atleticamente, se pur malconci – parte in causa.
In breve, Assad si limita a difendere la propria trincea nazional-borghese dall’attacco imperialista occidentale, USA capintesta coi varii Hollande al seguito, guardandosi bene dal sollecitare od anche solo permettere l’irruzione di un movimento di classe capace di fare i conti con esso. Ma proprio qui sta il punto: quest’aggressione imperialista va combattuta e sta ai proletari siriani mettersi in prima fila in questo compito. Gliene mancano attualmente le forze? Trotzkij diceva: di fronte all’aggressione imperialista noi stiamo dalla parte del Negus (lo avrebbe detto anche per Gheddafi), che ci ripromettiamo di scalzare, noi non ci asteniamo affatto. Sull’intervento russo in appoggio ad Assad, pur con ipotesi di “transizione” possibile a conti fatti, la Russia si gioca una sua ovvia e necessaria partita geopolitica a difesa dei propri spazi contro un’evidente manovra antirussa occidentale che non ha nulla a che fare con la nostra prospettiva, ma di cui possiamo godere in quanto oggettivo cuneo piantato contro lo strapotere criminale di USA & soci. Ogni e qualsiasi risultato in questo senso ci sta bene a patto di rimanere noi sulle nostre posizioni comuniste internazionaliste di sempre. Nessuna equazione Russia = USA è comunque possibile in proposito e non si può assolutamente dire che, nella faccenda, la Russia miri, allo stadio attuale, alla stessa operazione neocoloniale dei suoi avversari, limitandosi a proteggere la (relativa) autonomia nazional-borghese siriana sia pure allo scopo, evidentemente non nostro, di coprirsi le proprie spalle parimenti nazional-borghesi, assai più robuste di quelle siriane che ne costituiscono una semplice pedina.
La lotta all’ISIS, sulla carta, sembrerebbe propagandisticamente costituire un “obiettivo comune” ad Occidente e Russia, ma, in primo luogo, si dimentica quale è il gioco attraverso il quale l’emergere dell’ISIS è stato favorito dal blocco delle potenze occidentali e da quelle regionali ad esso collegate per ripartirsi l’area in questione mettendo KO uno stato di argine contro di esso come quello siriano (e così prima quello iracheno) con tanto di supporto militare, indiretto o diretto (vedi Turchia ed Arabia Saudita, due autentiche bestie nere che ci auguriamo di veder collassate). Non stupisce perciò che la vantata potenza di fuoco occidentale e soci contro l’ISIS si sia sin qui dimostrata nulla, mentre, guarda caso!, si lascia alla Turchia il compito di accanirsi contro i curdi (di cui stranamente quasi non si parla più mentre sino all’altro giorno tutti stavano di stanza a Kobane) e ci si limita a lasciare all’ISIS il ruolo “sotto controllo” di fattore devastante in Siria in funzione anti-Assad.
La Russia, col suo attuale intervento, ha dimostrato come si può fare molto di “meglio” in funzione anti-ISIS (se mai questo fosse per gli occidentali e compagnia sporca l’obiettivo primario). Ma proprio da qui nascono i problemi per i nostri presunti “antiterroristi”. Ed allora giù con le balle stratosferiche di cui la propaganda imperialista è capace. La Russia lambisce lo spazio aereo turco: i turchi lecitamente spadroneggiano sugli spazi aerei e terrestri di Siria ed Iraq. Addirittura un jet USA ha rischiato i scontrarsi coi caccia russi mentre stava tranquillamente sorvolando per conto di Washington la Siria, che notoriamente fa parte dello spazio aereo yankee. La Russia non colpisce l’ISIS (!!), ma si limita a proteggere Assad. Anzi, colpisce la popolazione civile come “testimoniato” di certe ONG guarda caso statunitensi postate in loco e pronte alla bisogna su comando, che ne conteggiano prontamente le vittime prima ancora che gli aerei russi si alzino in volo (divertente questo dopo l’episodio afgano del bombardamento dell’ospedale dei Medici Senza Frontiere – ma con qualche bella frontiera a copertura del proprio ruolo di non limpidissima assistenza! –). Mc Cain si è subito affrettato a chiarire la cosa: i russi, egli ha testualmente dichiarato, colpiscono “i (nostri) ribelli armati ed addestrati dalla CIA”! Preziosa rivendicazione, anche perché certi compagnucci avevano tentato di dimostrarci che i ribelli in questione, proletari per definizione, mai e poi mai avrebbero accettato armi e tutele esterne (e non se ne vergognano ancora!). In sovrappiù si accusa la Russia di incrementare il numero dei profughi che verranno a chiedere asilo in casa nostra dimenticando che l’attuale marea di esuli (sulla cui connotazione sociale e politica andrebbe svolta un’indagine ad evitare che se ne parli genericamente e globalmente quali “proletari” e “vittime”) è precisamente il frutto dei disastri “armati ed addestrati” da chi li scaraventa addosso alla “solidale” (per non dire correa) Europa, scaricandone su di essa il costo, come si conviene ad alleati-concorrenti imperialisti. L’intervento russo, semmai potesse andare sino in fondo (cosa di cui dubitiamo visti i compromessi cui anche Putin sarà costretto e la natura dei suoi stessi interessi), giocherebbe proprio in senso contrario: una Siria liberata da ISIS e “ribelli” della risma di cui sopra potrebbe tranquillamente riassorbire una buona massa degli attuali fuggiaschi lasciandocene solo una certa quota di ascari collaborazionisti con la “buona causa della nostra democrazia” da istruire, armare e nutrire amorevolmente..
Resta a questo punto il nodo centrale: qual è il compito della nostra classe (tuttora silente) e del suo partito (tuttora inesistente)? Date le nostre forze quasi a zero non possiamo che dare ai nostri fratelli di classe siriani (e dintorni) la consegna di prendere nelle proprie mani il compito di combattere direttamente contro l’invasione imperialista scavalcando Assad ed anche l’“aiuto”, non disinteressato e men che mai conseguente, russo. E qui in Occidente: mobilitarsi contro il “nostro” interventismo aggressore rimettendo in campo non le stinte bandiere pacifiste, ma quelle rosse della guerra interna di classe, a cominciare dalle imminenti nuove escalation militari che già ci ripromettono sull’Iraq e che addirittura si richiama a gran voce per la Libia in nome della proditoria bandiera della “lotta al terrorismo”. Una cosa alquanto diversa dalla rivendicazione di “discussioni parlamentari” per deciderne tempi e modalità all’insegna di una “legittima e democratica azione comune” già sottoscritta di fatto da tutte le bande parlamentari in causa. E mai come oggi soffiano qui da noi i venti di una propaganda bellicista (al massimo impostata su ipotesi di fronte diversi) che sembra tranquillamente scivolare nell’indifferenza generale.
Ancora una volta una voce nel deserto? In mancanza d’altro ci basta non rimanere afoni e complici.
8 ottobre 2015

http://www.nucleocom.org/archivio/archivionote/russia_siria.htm

venerdì 7 agosto 2015

Contro il negazionismo antiproletario, di Nucleo comunista internazionalista

Il compagno (ed amico, non ne dubitiamo) Dino Erba ci ha trasmesso un suo intervento avverso ad un certo Corrado Basile colpevole di “negazionismo” per aver ospitato nelle sue fu-edizioni Graphos dei testi negazionisti in merito alla questione ebraica sottoposta alla dura repressione hitleriana. In poche parole: il suddetto Basile avrebbe accreditato la leggenda che Hitler non avrebbe fatto altro che “eliminare i pidocchi” di cui gli ebrei nei lager erano colpiti con un’opportuna disinfestazione “chimica” senza alcun ricorso all’eliminazione fisica, via cremazione, di costoro. Tra i testi incriminati troviamo Rassinier, Faurisson, Mattogno e il “bordighista” Saletta. E questa sarebbe la pietra dello scandalo.
Precisiamo subito che noi non nutriamo alcuna simpatia, né politica né umana, nei confronti del signor Basile, i cui tratti antimarxisti Dino Erba ha bene evidenziato in una impeccabile recensione ad un suo recente lavoro su Bordiga su cui c’è veramente poco da aggiungere.
Ma l’evocazione del “negazionismo” di cui costui sarebbe colpevole ci lascia quantomeno perplessi, anche e soprattutto perché la questione dell’eliminazione degli ebrei tramite le camere a gas desta effettivamente molti interrogativi e chi si è industriato a negarla non può essere classificato a priori come un falsificatore della storia ed il ricorso alla ricerca storica sul tema ha dei suoi punti di forza, a prescindere dal fatto che l’antisemitismo hitleriano sia un fatto assodato, ed orrendo. Così come è altrettanto assodato che il sionismo abbia giocato su questo tema per farne un’“industria” ai propri fini, non precisamente di ricerca della verità storica (e qui ci richiamiamo ad un testo di autore ebreo tutt’altro che dubitabile).
Solo dei cretini, o mascalzoni (o bis in idem) potrebbero negare la realtà della feroce ondata antisemita hitleriana, anche se di qui all’ipotesi della “soluzione finale” tramite le camere a gas ce ne corre. L’hitlerismo aveva certamente al proprio centro la questione dell’antiebraismo nella maniera vomitevole e criminale che sappiamo. In ciò esso ereditava una “tradizione” antiebraica precedente ben sistematizzata a pro dell’ideologia e della pratica naziste. L’ebraismo in Germania figurava agli occhi del nazismo come un duplice pericolo al regime: quello “capitalista” (extra ed antinazionale) e quello bolscevico. Gli ebrei, come “razza”, risultavano nemici del regime sia sul versante borghese antinazionale sia su quello dell’eversione marxista (e qui non serve citare la caterva di nomi di militanti della nostra causa, a cominciare dall’indimenticabile Rosa Luxemburg ammazzata dai... socialdemocratici, “antisemiti” in quanto anticomunisti per definizione).
C’era del vero in entrambe queste dichiarazioni: in effetti esisteva una borghesia ebraica per sua natura troppo “cosmopolita” per piegarsi al controllo totalitario dello stato nazional-razziale tedesco e, sul fronte opposto, una massa di proletari ed altri strati non sfruttatori ebraici che guardava al socialismo ed in mezzo una pletora di piccola borghesia ebraica “traffichina” sentita da strati vieppiù crescenti di popolazione tedesca, specie nella situazione di crisi del primo dopoguerra, come concorrente ed “espropriatrice” rispetto ai propri interessi. Su ciò s’innestava la propaganda (e l’azione diretta, quanto mai infame) dell’hitlerismo interessata a coprire del comodo manto razziale una questione attinente agli interessi del capitalismo nazionale su tutti i versanti utili: economico, politico, sociale.
Non occorrerà ricordare tutte le varie tappe della persecuzione degli ebrei già prima dello scoppio della seconda guerra mondiale anche se andrebbe detto qualcosa di più sull’atteggiamento della difesa dell’ebraismo da parte delle varie componenti della variegata, contraddittoria ed antagonista “popolazione ebraica” in Germania che non lo vide affatto unitario ed univoco: anche qui borghesi da una parte proletari dall’altra, per non accreditare – sia pure a rovescio – l’equivoco nazista su un presunto ebraismo monocefalo (ridicolmente e criminalmente ripreso in Italia dalla Vita italiana del Preziosi). Con l’approssimarsi della seconda guerra mondiale due vie dovevano manifestarsi divaricate in seno alla “comunità ebraica”: quella proletaria tesa, sino al definitivo schiacciamento (grazie anche ed in primis della socialdemocrazia e poi, per altra strada, dello stalinismo), a posizionarsi sul terreno rivoluzionario e quella della grande borghesia ebraica oggettivamente legata agli interessi delle forze statali capitalistiche antitedesche.
Due pietre d’inciampo per il capitalismo tedesco cui il nazismo offrì la soluzione che ben sappiamo del metterle assieme con la deportazione comune (ma quale parte ne pagò il prezzo intiero?) nei campi di concentramento in vista della cosiddetta “soluzione finale” del problema. Ma si trattava veramente di una “soluzione finale” di sterminio globale programmato? E’ lecito dubitarne vista la documentazione esistente in merito al piano nazista di “trasferimento” della popolazione ebraica nel Madagascar od altrove riaffermato nel corso della guerra (il che spiegherebbe le ragioni della concentrazione della popolazione ebraica in un unico centro di eventuale smistamento), ed anche quella dell’offerta agli stati “democratici” anti-Asse di prendersi in carico questa “marmaglia” (offerta precipitosamente rifiutata dai suddetti), mentre, nel frattempo, si era interessati a mantenere al massimo (nelle condizioni inumane che sappiamo, per altro comuni a tutti gli altri internati) la risorsa di una manodopera tutt’altro che da gasare a costi vicini allo zero per le necessità industriali, e di guerra, “nazionali”. Ed anche ai più ortodossi storici della shoah resta difficile da spiegare l’assenza di una reazione nei lager in cui quotidianamente e sistematicamente si sarebbe consumata la tragedia delle cremazioni di massa quando la Comune ebraico-proletaria di Varsavia mostrava che resistenza jusq’au bout poteva esserci.
Dopo di che sarebbero venute le camere a gas per liberarsi delle “eccedenze” inutilizzabili a tali scopi. Di sicuro è che nelle condizioni determinatesi specialmente negli ultimi due anni di guerra le morti degli internati – di qualsiasi razza e colore – si sono tragicamente moltiplicate e questa sorte ha tragicamente toccato tutti essi come si può, ad esempio, facilmente constatare dando una scorsa agli elenchi degli scomparsi nei lager degli stessi italiani ivi presenti per malattie e denutrizione. E che, in questa condizione, una sorte meno benigna sia toccata alla “feccia” ebraica è senz’altro scontato.
Altra è la questione delle vere e proprie camere a gas di sterminio programmato su cui è ben strano che dalla parte delle “democrazie” (ed anche da parte di certi settori borghesi ebraici) non ci sia stato un avvertimento ed un’attenzione a tempo debito, così come è certo che la “bibliografia” su di esse risulta piuttosto tardiva ed in crescita esponenziale (e sospetta), a numeri moltiplicati via via post festum, così come è espunta dalla bibliografia ufficiale qualsiasi accenno all’atteggiamento pilatesco, quando va bene, delle “democrazie antifasciste” di fronte alla questione ebraica (Poliakov accenna perlomeno all’ostilità – per usare un eufemismo – dei bravi cattolici antinazisti polacchi nei confronti degli stessi resistenti ebrei; e resta da scrivere una pagina chiara sull’isolamento ed abbandono della Comune di Varsavia da parte dei futuri “liberatori” fermi a pochi passi da lì senza muovere un dito).
Anche ad una lettura superficiale scorrendo i vari testi sullo sterminio programmato degli ebrei (vedi per tutti il libro di Leon Poliakov) ci si imbatte in numerose contraddizioni in merito, il che – sia ben chiaro – nulla toglie alla barbarie consumatasi da parte tedesca nel corso di questa guerra (che sarebbe comunque indegno di un marxista imputare al solo nazifascismo – come anche Trotzkij, nel suo ultimo documento programmatico, ebbe giustamente a sottolineare; e senza dimenticare gli orrori perpetrati dalla parte “buona” del fronte di guerra).
In buona sostanza: nei lager tedeschi si è consumata una shoah generalizzata della popolazione internata, ebraica, zingara, italiana, tedesca etc. che non ha risparmiato nessuna delle parti in causa, sia per eventi “naturali” sia per interventi di sterminio a carico di “eccedenza umana inservibile” o di oppositori del regime di ogni specie (si pensi solo alla sorte riservata ai Testimoni di Geova o ad alcuni religiosi protestanti o cattolici non “in riga”, per non parlare dei comunisti) anche senza dover tirare in ballo la questione, tuttora controversa, delle camere a gas su cui nel tempo si è innestata quella che un certo autore ebreo ha qualificato come “l’industria della shoah”.
Dove starebbe, a questo punto, il “negazionismo”? Per noi nel minimizzare la questione del macello determinato, su tutti i fronti, da una guerra che va imputata “equamente” alle varie e contrapposte parti imperialiste in causa e nella sua riduzione all’esclusivo tema ebraico. Negazionismo vero sarebbe dimenticare tutti i tasselli di questa immane tragedia di cui fanno parte, ad esempio, Hiroshima e Nagasaki (che una certa propaganda USA è addirittura arrivata a giustificare come misura “umanitaria” per por fine alla guerra nei migliori tempi utili), Dresda, i campi d’internamento dei militari tedeschi con quasi un milione di morti a partire dal ’45! –, le gesta degli ustascia e quelle dello stalinismo “liberatore dal nazifascismo” nelle sue aree d’intervento.
A questa stregua, e solo a questa stregua, è ammissibile una ricerca storica riguardante anche la vexata quaestio delle camere a gas, su cui non è legittimo alcun divieto preventivo. Altro sarebbe ovviamente una qualche assoluzione o minimizzazione delle responsabilità del nazismo e su questo possiamo benissimo ammettere certe preoccupazioni di cui il Dino Erba si fa mentore.
L’attuale tentativo di introdurre il criterio di un certo “negazionismo” sotto la specie di una sorta di delitto punibile a suon di articoli di legge ha tutt’altro significato. Si tratta, né più né meno, di ridurre la questione della seconda guerra mondiale a criteri consoni alle “verità” dei vincitori e di predisporre il terreno della propaganda ad una mobilitazione sciovinista di guerra per le future evenienze, od anche a quelle già in corso, d’interventismo militare “buono” da parte del nostro imperialismo.
Di recente il “nostro” parlamento ha votato delle disposizioni in tal senso senza che quasi nessuno abbia manifestato un segno di dissenso (tra le pochissime eccezioni ricordiamo un bell’articolo apparso sul Manifesto da parte di una compagna che ha ben colto nel segno): si comincia dal reato di negazionismo per l’Olocausto e si finisce fatalmente nell’obbligo di adesione a qualsivoglia “verità” istituzionale imposta per legge e domani, chissà, il semplice richiamo al comunismo potrebbe diventare “corpo di reato”, così come hanno statuito i governi di Varsavia e Kiev invocando a giustificazione i crimini dello stalinismo su cui non è lecito alcun negazionismo neanche da parte di chi rivendica le ragioni del comunismo contro lo stalinismo.
Stando alla legge “antinegazionista” che il legislatore si appresta a varare il “negazionismo” diventa reato anche laddove lontanissimo da ogni velleità di riabilitazione del nazifascismo e ne è vietata ogni ricerca storica preoccupata di accertare i fatti per quel che essi realmente sono, o si suppone essere (il famoso diritto all’opinione in nome dell’inopinabile “verità” di stato). E, sulla scia della shoah, si stabilisce che ciò si applica anche a chi osa mettere in dubbio il tema delle “foibe” titine. E siccome, per nostra fortuna, qui da noi c’è chi in maniera documentatissima ha smantellato la favola del “genocidio italiano” ad opera dei “comunisti” di Tito ridimensionando totalmente le cifre inventate dalla propaganda sciovinista italiana ed inquadrando le – tutto sommato limitate – vicende (reali) esistite nel loro esatto quadro storico di risposta alle atrocità italiane (si pensi all’ormai ricca bibliografia sui nostrani campi di concentramento per gli odiati slavi e sul rimprovero alle nostre truppe perché “si ammazza troppo poco”), non resta che invocare il bavaglio “antinegazionista”! Operazione in cui si è ben distinta una certa sinistra di ex-picisti pentiti e in vena di dichiarare “non siamo mai stati comunisti”, a cominciare da un certo ex-presidente della Repubblica che pure aveva a suo tempo inneggiato al glorioso Tito e abbondantemente pranzato alla sua tavola. Gli italiani, brava gente per definizione, fascisti od antifascisti poco importa, genocidizzati dai comunisti slavi (barbaro di per sé il binomio). Noi ci limitiamo qui a riprodurre un nostro intervento in materia su cui meriterà discutere, e ci duole che anche il non sprovveduto Dino Erba si sia lasciato a suo tempo andare a sottoscrivere la vulgata... revisionista che tanto piace ai nipotini del Duce in buona compagnia col PD di Renzi. Quindi: dopo la giornata del ricordo per la shoah abbiamo quella del ricordo obbligatorio, con insegnamento tassativamente prescritto per le nostre scuole d’obbligo, dei “martiri delle foibe” cui aggiungere quella dell’esodo istriano-dalmata e del caso-Porzus.
In un bel libro recentissimo (Fenomenologia di un martirio mediatico, Udine, Kappa Vu, richiedibile via telefax al n. 0432 530540) un giovane studioso, Federico Tenca Montini, ha ben riassunto le vicende che hanno portato “da sinistra” alla “giornata del ricordo” dopo che il tema-foibe, messo in atto prima dai nazisti e dai repubblichini aveva vissuto una vita abbastanza grama sino ai primi anni novanta quale pura propaganda di parte “nostalgica” presa poco sul serio da tutti gli studiosi degni di tal nome e con l’ovvia moltiplicazione delle presunte vittime da ricordare (passate da qualche centinaio alle 17.000 calcolate dal missino Menia e con l’ovvia possibilità di ulteriori aggiunte, speriamo non sino ai 6 milioni degli ebrei):
“Nei primi anni Novanta non si può parlare di una strategia mediatica vera e propria (...) La presenza stabile delle foibe nel Pantheon dei miti nazionali sarebbe andata strutturandosi solo negli anni successivi, soprattutto grazie alla disponibilità del partito principale della sinistra di allora. (..) I dirigenti postcomunisti del PDS, giunti finalmente al governo nel 1996 dopo la rovinosa caduta del primo governo Berlusconi, avvertirono il bisogno di sottolineare la propria adesione all’agenda patriottica della nuova stagione politica in modo più efficace di quanto fatto fino allora, e cercarono al contempo una cesura rispetto ai trascorsi ideologici del proprio partito più convincente degli interventi cosmetici intervenuti sul simbolo del partito. Le foibe erano perfette per servire ad entrambi gli scopi: erano ancora presenti all’attenzione del pubblico dopo i recenti clamori e permettevano di condannare crimini superficialmente riconducibili all’ideologia comunista, scaricando al contempo la responsabilità delle violenze su di un nemico definito da clichés razzisti, in modo da deviare sugli “slavi” gli attacchi mossi da destra ai meriti della Resistenza italiana. (..) Il pretesto per il solenne mea culpa della sinistra venne nel ’96 dalle inchieste per una serie di processi istruiti a Roma all’inizio del decennio contro i presunti colpevoli di alcune uccisioni. Sull’argomento s’infiammò un intenso dibattito nel corso del quale le foibe vennero accostate sistematicamente all’Olocausto. La stura fu data a sinistra dal dirigente del PDS triestino Stelio Spadaro e portò all’incontro del 14 marzo 1998, svoltosi a Trieste e promosso dall’ateneo locale, tra gli onorevoli Luciano Violante e Gianfranco Fini in cui le foibe furono equiparate alla Risiera di San Sabba”.
Da qui all’istituzione della giornata del ricordo il passo è stato breve ed ha segnato l’avvio di quello che, renzianamente, possiamo definire il “partito unico della nazione” in cui destre e sinistre si ritrovano assieme nel rivendicare i comuni interessi patrii (cioè: borghesi, imperialisti). Nel bel mezzo si era già consumata la “soluzione finale” decretata da entrambi per la questione jugoslava!
Una modesta appendice a tutto ciò è quella dell’“eccidio di Porzus” a carico dei “resistenti” osovani. I quali, come risulta da un accurato studio pro-repubblichino, avevano il merito di contrapporsi all’avanzata “comunista-slava” collaborando, alla bisogna, con repubblichini e nazisti come portabandiera degli interessi nazionali italiani contro gli “slavi” di comune accordo con i “patrioti” fascisti e gli stessi nazisti, cui poco importava della causa “nazionale” italiana, ma comunque interessati a far fronte alla resistenza antitedesca titina. Una recente pubblicazione “privata” e semi-clandestina ha messo nero su bianco, con documentazione inoppugnabile, tutto ciò senza alcun turbamento da parte della nostrana “sinistra”: gli osovani restano comunque “il nostro fronte di lotta patriottico” contro il nemico “slavo-comunista”. Da questo punto di vista osiamo ritenere che stavano più a sinistra i “fascisti rossi” alla Stanis Ruinas preconizzatori di un’”unità nazionale” tra fascisti e resistenti partigiani di “sani interessi nazionali” per fronteggiare assieme sia la “minaccia slava” che quella del predominio dittatoriale anglo-americano sul “nostro paese”.
Quanto all’esodo ci sarà altra occasione di parlarne, non sottacendo le responsabilità di un certo revanscismo nazionalista jugoslavo, ma da mettere assieme allo studio sulla composizione politico-sociale di certa presenza italiana importata come nazione dominante e slavofoba in Istria e Dalmazia e senza mai dimenticare il nefasto ruolo giocato dallo stalinismo di Mosca e Roma con la condanna del “titofascismo” nel ’48, che doveva annichilire il risultato di quella che era stata, bene o male (niente a che fare col comunismo!) l’unità antifascista italo-slava. De Gasperi e Palmiro giocarono qui di conserva senza che noi, comunisti internazionalisti, fossimo in grado di... esodarli.

Naturalmente il tema antinegazionista non vale per operazioni di peace-keeping (come si usa dire secondo il neovocabolario orwelliano) di cui il nostro paese ha fatto parte, per limitarci agli ultimi tempi, dalla Jugoslavia all’Iraq ed all’Afghanistan sino alla Libia per liberare – così si dice-quella gente dalle tirannie ed esportar loro la nostra “democrazia”. E, stando così le cose, che peso possono avere le centinaia di migliaia di vittime del nostro fuoco amico al netto di foibe e camere a gas? Poi ce la prenderemo con fenomeni quali quello dell’ISIS, frutto diretto di simili operazioni “liberatrici”, ed invocare ulteriori interventi in un’area che per l’imperialismo occidentale rappresenta il giardino di casa, il dovuto posto al sole (il che equivale, per le popolazioni locali, a un posto sotto terra o alla riduzione al ruolo di nostri schiavi). Nessuna “giornata del ricordo” e della riflessione critica – anzi: Verboten! – su tutto ciò, salvo che per noi comunisti che quotidianamente ce ne ricordiamo egualmente e lavoriamo a presentarne il conto a chi di dovere!

18 aprile 2015

 http://www.nucleocom.org/archivio/archivionote/negazionismo.htm