mercoledì 19 ottobre 2011

Note sul marxismo italiano: Gramsci e Bordiga, dal biennio rosso fino al Congresso di Lione, di Stefano Zecchinelli


In questo saggio mi occuperò di alcuni argomenti riguardanti la storia del movimento operaio e la teoria marxista. Data la complessità dei problemi dividerò il testo in più parti (dovrebbero essere tre articoli di analisi storico-politica). L’articolo che state per leggere riguarda il dibattito teorico Gramsci-Bordiga, dal biennio rosso fino al Congresso di Lione. Prossimamente mi occuperò del togliattismo (di cui penso tutto il male possibile), e del rapporto fra il marxismo di Gramsci e il marxismo di Bordiga (cosa che comunque inizierò a trattare ora). Spero che queste note possano essere uno stimolo per i compagni, al di là delle divergenze politiche e culturali.

Note sul marxismo italiano: Gramsci e Bordiga, dal biennio rosso fino al Congresso di Lione



1. I recenti dibattiti in seno ai ‘’partiti comunisti’’ italiani hanno posto l’ardente necessità di rifondare il Pci. Nulla da eccepire, l’antimperialismo ha bisogno di un grande supporto da parte dei comunisti e da parte della teoria marxista, quindi che ben venga un ‘’nuovo’’ partito comunista. Il problema che pongo con questo intervento, e lo faccio da militante anticapitalista, è su quali basi dovrebbe ‘’rifondarsi il partito comunista italiano’’. Nel tentativo di fissare i dovuti paletti cercherò di mettere in chiaro alcune cose che non riguardano solo la storia del comunismo in Italia – sempre se si possa parlare di ‘’comunismo italiano’’ -  ma la teoria marxista in genere.

2. Partirò dalle origini e quindi dal famoso ‘’biennio rosso’’. In questo caso l’unico a porre davvero il problema di un superamento rivoluzionario della crisi è Amadeo Bordiga, Gramsci tace e Serrati fa un po’ di doppiogioco all’interno del partito socialista.
Quando la crisi giunge all’apice, nel 1920, Gramsci propose di puntare tutto sul ruolo dirigente dei Consigli Operai, di contro Bordiga gli rimproverò di fare della questione della fabbrica il problema centrale, mentre era necessario mirare ai fradici apparati statali.
Sulla tattica del ‘’grande sardo’’ (Gramsci), Bordiga dirà ‘’questo fu l’errore dei sindacalisti, e questo è l’errore dei troppo caldi fautori dei consigli di fabbrica’’, dimostrando già da allora quella intransigenza che ne caratterizzano tutta sua grandissima vita di rivoluzionario marxista.
Saranno queste le basi che porteranno l’ingegnere napoletano (Bordiga) a fondare il 21 gennaio 1921, a Livorno, il ‘’Partito comunista d’Italia’’. Gramsci, in quella occasione, non farà nessun intervento, Togliatti non sarà nemmeno invitato. Siamo davanti ad una incancellabile verità storica, e i signori che vogliono rifondare il Pci, mi chiedo, come possono ‘’espellere’’ la figura del suo legittimo fondatore, e il suo straordinario lascito teorico!
Ironia della sorte è stato proprio il ‘’settario ‘’ ingegnere a prendere le difese di Gramsci, a riguardo della sua sbandata interventista, a ridosso della Prima Guerra Mondiale:

"Mentre io rivendico ciò che ci allaccia al passato di questo partito ed anche a quelli che a noi hanno appreso, uomini che oggi sono nell'altra sponda, mentre io rivendico questo, voglio anche dire che questo fenomeno, che deve essere considerato obiettivamente, del socialista di guerra, a me piace raffrontarlo con quello del socialista della parentesi di guerra, del socialista che non ha bestemmiato perchè ha taciuto, del socialista che quando invece di essere duecentocinquantamila eravamo nelle tessere ventimila e nella pratica poche centinaia, non ha detto nulla, ma che, poi, passata la bufera, è venuto a dire: "Siamo stati contro la guerra", ed è andato nei comizi elettorali a valersi di questo (...), e dico che io, che socialista di guerra non sono stato mai, preferisco quei giovani che, attraverso l'esperienza tratta dall'infamia capitalistica e dall'essere stati inviati al fratricidio sui fronti della battaglia borghese, sono tornati con la nuova fede della guerra per la rivoluzione’’.

Bastano queste poche parole per dare una idea della levatura morale di chi ha fondato il primo (e fino ad ora unico) partito marxista in Italia, le chiacchiere degli intellettuali del Pci (di Togliatti) possono solo essere un efficace diuretico.
C’è chi ha parlato di ‘’partito bordighiano’’ per contrapporlo al ‘’non settario’’ partito di Lione, ma le cose non andarono proprio così. Nel ‘’Partito comunista d’Italia’’, sotto la direzione di Bordiga, esistevano più correnti con a capo uomini di formazione culturale molto diversa (da Togliatti a Terracini, fino ad Angelo Tasca).

3. Anche davanti l’avvento del fascismo, l’analisi marxista di Bordiga è superiore a quella di Gramsci.
Mentre il grande sardo resta fermo al fascismo inteso come mera ‘’reazione capitalistica’’, l’ingegnere napoletano capisce che la borghesia stava per iniziare una profonda ‘’rivoluzione politica’’. Ma facciamo parlare i due marxisti.
Ecco Gramsci:

‘’I Fasci di combattimento nacquero, all’indomani della guerra, col carattere piccolo-borghese delle varie associazioni di reduci, sorte in quel tempo. Per il loro carattere di recisa opposizione al movimento socialista, eredità in parte delle lotte fra il Partito socialista e le associazioni interventiste nel periodo di guerra, i Fasci ottennero l’appoggio dei capitalisti e delle autorità. Il loro affermarsi, coincidendo colla necessità degli agrari di formarsi una guardia bianca contro il crescente prevalere delle organizzazioni operaie, permise al sistema di bande create ed armate dai latifondisti di assumere la stessa etichetta dei Fasci, alla quale conferirono col successivo sviluppo la stessa caratteristica loro di guardia bianca del capitalismo contro gli organi di classe del proletariato’’ (Antonio Gramsci ‘’I due fascismi’’, Non firmato, L’Ordine Nuovo 25 agosto 1921).

Ed ora Bordiga:

‘’ L'antitesi, così posta tra Roma e Mosca, diviene dunque la stessa antitesi che vi è tra il riformismo conservatore e collaboratore col capitale e il comunismo rivoluzionario della società presente.
Noi abbiamo sostenuto da tempo che vi è un piano di contatto tra fascismo e riformismo. Politicamente, la cosa diventa sempre più evidente  malgrado il sapore paradossale di quei primi giudizi critici. Tuttavia, riconosciamo al fascismo di aver apportato, nella politica di governo, un elemento nuovo che non si trova nei programmi della sinistra borghese riformista, come d'altra parte non si trova nei programmi dei partiti di destra tradizionali. Una teorizzazione di questo compito il fascismo non sa darsela, e se lo sapesse, non gli converrebbe  di farne la sua bandiera. Ed è sintomatico che il fascismo non si fabbrichi una teorizzazione diversa e nuova per mascherare la sua vera essenza , così come liberalismo, democrazia e riformismo sanno fare. Ciò avviene, nel quadro della spiegazione nostra, perché appunto il fascismo non sostituisce quei tradizionali movimenti, ma li risolve in sé, in un certo senso, continuandoli e completandoli in una sintesi dei loro espedienti antichi’’ (Amadeo Bordiga ‘’Mosca e Roma’’, Il lavoratore, 17 gennaio 1923).

In realtà Gramsci segue l’analisi, molto debole, della Internazionale Comunista e per la precisione le posizioni di Zinovev il quale inquadrava il fascismo come ‘’tendenza reazionaria che si stava diffondendo nel centro-Europa’’.
Il grande sardo si accoda ingenuamente al coro delle semplificazioni demagogiche, mentre le uniche voci originali dentro l’Internazionale saranno di Karl Radek e Clara Zetkin, che inquadreranno il fascismo come ‘’fenomeno di massa’’ in rapporto alla ‘’proletarizzazione’’ dei ceti medi.
Analisi molto importanti, quelle di Radek e della Zetkin, poi riprese da Trotsky, Nin, e, sempre nell’ambito dell’Opposizione di sinistra, in modo più completo da Daniel Guerin con ‘’Fascismo e gran capitale’’.
Niente da dire, lo studio di Bordiga, anche rispetto agli studi di Trotsky e Guerin, per me resta di un livello superiore. Bordiga capisce con grande acume intellettuale che era in corso una transizione capitalistica, ed intuisce alcune caratteristiche di quello che i neo-marxisti chiameranno neo-capitalismo. Argomenti di grande rilevanza che chiedono maggiori approfondimenti.

4. In quegli stessi anni inizia a maturare il conflitto fra l’Internazionale e il Pcd’Italia. La prima intransigente risposta di Bordiga arriva con le Tesi di Roma, del marzo 1922, dove viene respinta l’ipotesi di unione con gli squallidi socialisti turatiani.
Nel novembre 1922, in occasione del Quarto Congresso dell’Internazionale, Lenin e Trotsky riescono a strappare la maggioranza e a mettere all’angolo ‘’il nostro’’.
Gramsci fu addirittura avvicinato da Rakosi che gli propose di prendere il posto di Bordiga, ma il grande sardo rifiutò dicendo ‘’per sostituire Amadeo nella situazione italiana bisognava, inoltre, avere più di un elemento perchè Amadeo, effettivamente, come capacità generale di lavoro, vale almeno tre’’.
La sostituzione di Bordiga avverrà un anno dopo, nel 1923, quando questo fu arrestato. Dal carcere A. B. farà uscire un manifesto dove dirà indignato:

‘’Questa crisi non ha avuto origine da dissensi interni, ma da divergenze tra il partito italiano e la Internazionale Comunista, nella sua attuale maggioranza e nella sua Centrale. Appunto perchè la crisi ha preso tale carattere d'assoluta anormalità - essa (condurrà) alla paralisi del partito tutto e alla sterilità della sua azione se la questione non fosse posta innanzi al partito (tutto), con una completa informazione dei compagni, una discussione a fondo, e la valutazione finale e definitiva di ciò che deve essere la piattaforma di pensiero e d'azione del nostro partito. Questo documento si propone di iniziare un tal lavoro, malgrado le difficoltà che derivano di non potere avere libere adunanze di partito e una libera stampa’’ (Amadeo Bordiga, Scritto nell’estate 1923).

L’Internazionale considerò transitoria la soluzione di Livorno, aspirando a conquistare grandi fette del partito socialista, e sottovalutando il fenomeno del massimalismo che Bordiga definì tanto pericoloso quanto il riformismo. I fatti storici hanno dimostrato la refrattarietà dei massimalisti a porsi sul terreno della lotta di classe ed hanno dato ragione all’autore del manifesto su citato. Apro una piccola parentesi: chi oggi volesse provare a rivalutare la figura di Turati (magari in nome di una unità ‘’social-comunista’’) incominciasse a fare i conti con la posizione ‘’del suo’’ davanti il fascismo; l’ignobile frase ‘’bisogna avere il coraggio di essere vili’’ con cui Turati giustifica la sua fuga in Francia, è più eloquente delle tante chiacchiere ‘’neo-craxiane’’.
Gramsci nel 1924 prende la sua decisione e con rammarico rompe con il fondatore del partito di Livorno. La verità su di lui è molto diversa da come la raccontano, sia i togliattiani e sia i tristi epigoni della Sinistra Comunista; Gramsci cresce politicamente sotto le direttive di Bordiga, apprende da lui la rigidità che un teorico marxista deve avere, e poi, con dolore, rompe, cercando nel contatto diretto con le masse la realizzazione del, per dirla con Lukàcs, ‘’marxismo dialettico’’.

5. Con l’esplosione della ‘’questione Trotsky’’ in seno all’Internazionale, il grande sardo commette l’errore madornale di coniare il termine trotsko-bordighismo e di accumunare i due rivoluzionari (Trotsky e Bordiga) in quanto settari. Insomma dà una grande mano, involontariamente, alla politica opportunista di Palmiro Togliatti.
A Como A.G. pronunciò queste parole ‘’L'atteggiamento di Trotsky in un primo periodo può essere paragonato a quello attuale del compagno Bordiga. Trotsky, pur partecipando "disciplinatamente" ai lavori del Partito, aveva col suo atteggiamento di opposizione passiva - simile a quello di Bordiga - creato un senso di malessere in tutto il partito il quale non poteva non avere sentore di questa situazione’’. Molto più maturo il fondatore del partito di Livorno che prese con coraggio le difese del costruttore dell’Armata Rossa:

‘’Trotzky scolpisce il problema dell'incomprensione del vero genio strategico di Lenin da parte di quelli che, come tra i tanti nostrani massimalisti, invocano ad ogni piè sospinto la sua teoria e la sua pratica sul compromesso e sulla elasticità di manovra. Lenin manovra, ma la manovra non fallisce mai la visione dell'obiettivo supremo. Per altri, troppo spesso la manovra diviene fine a sé stessa e paralizza la possibilità della conversione rivoluzionaria, attraverso cui vediamo in Lenin la souplesse cedere il posto alla più implacabile rigidità nel volere la rivoluzione, nello sterminarne i nemici e i sabotatori. Lenin stesso, con passi citati da Trotzky, stigmatizza questa incapacità ad adattarsi alle nuove situazioni rivoluzionarie, e lo scambiare una formula di polemica indispensabile nell'epoca precedente ai bolscevichi, con un non plus ultra per la loro politica ulteriore. Sta tutta qui la grande questione della tattica comunista e dei suoi pericoli di cui discutiamo da anni, a parte le conclusioni che si possono raggiungere con l'obiettivo di avviare a questo dannoso escamotage del vero contenuto rivoluzionario degli insegnamenti di Lenin’’ (Amadeo Bordiga ‘’La quistione Trotsky’’, Articolo inviato da Bordiga all'Unità il 18 febbraio e pubblicato il 4 luglio 1925).

Trotsky aveva capito che quando le condizioni oggettive per la rivoluzione socialista si fanno avanti i riformisti si spostano sul terreno del ‘’socialismo formale’’, ossia della vittoria del socialismo con metodi legali, mentre la destra del partito comunista va ad occupare lo spazio lasciato da questi vuoto, invocando la vera ‘’democrazia proletaria’’, quando – dice Bordiga- bisognerebbe dichiarare fallite tutte le democrazie ed iniziare la lotta armata.
Forse già da allora Antonio Gramsci iniziò ad elaborare il concetto di ‘’guerra di posizione’’ da contrapporre alla ‘’guerra manovrata’’ del Bronstein (Trotsky). Trotsky era il teorico della ‘’rivoluzione permanente’’ nel tempo della ‘’egemonia civile’’. Nelle ‘’Note sul Machiavelli’’ il grande sardo porrà il problema del rapporto fra struttura e sovrastruttura per comprendere – seguendo questa metodologia -  il peso delle forze in campo in un ‘’sistema egemonico dominante’’. Un marxista deve capire quale è il ‘’blocco storico’’, inteso come sintesi fra il rapporto di produzione e l’ideologia, di cui le fazioni dominanti dispongono. Non posso dilungarmi qui su questo aspetto del marxismo gramsciano, dico solo che troppo frettolosamente il capo dell’Armata Rossa verrà bollato (da Gramsci) come il ‘’teorico dell’attacco frontale’’, mentre il rapporto fra ‘’rivoluzione permanente’’ e ‘’programma di transizione’’ (che si può anche respingere) avrebbe meritato ben altra attenzione, anche solo per respingerlo del tutto.
Non si sa ancora quale fu il retroscena preciso del Congresso di Lione del 1926, però è chiaro che Bordiga contava di poter recuperare consensi dentro l’Internazionale, mentre altri esponenti della Sinistra Comunista, come Damen e Fortichiari, ritennero ciò impossibile ed anzi volevano annunciare pubblicamente la rottura.
Mi fermo qui per ciò che riguarda la trattazione storico-politica, e ritorno al Gramsci teorico marxista, perché voglio rilevare un passaggio, che io ritengo importante.

6. Il 16 maggio 1925 Gramsci pronunciò un discorso alla Camera da cui emerge il fascismo come un fenomeno sociale ben più complesso di quello che aveva inizialmente descritto:

Noi abbiamo una nostra concezione dell'imperialismo e del fenomeno coloniale, secondo la quale essi sono prima di tutto una esportazione di capitale finanziario. Finora l'imperialismo italiano è consistito solo in questo: che l'operaio italiano emigrato lavora per il profitto dei capitalisti degli altri paesi, cioè finora l'Italia è solo stata un mezzo dell'espansione del capitale finanziario non italiano’’ (Antonio Gramsci, Il discorso alla Camera di Gramsci sulla natura del fascismo, 16 maggio 1925).

Prosegue:

‘’Nel territorio nazionale rimangono vecchi, donne, bambini, invalidi, cioè la parte di popolazione passiva che grava sulla popolazione lavoratrice in una misura superiore a qualsiasi altro paese, anche alla Francia. È questa la debolezza fondamentale del sistema capitalistico italiano, per cui il capitalismo italiano è destinato a scomparire tanto più rapidamente quanto più il sistema capitalistico mondiale non funziona più per assorbire l'emigrazione italiana, per sfruttare il lavoro italiano, che il capitalismo nostrale è impotente a inquadrare. I partiti borghesi, la massoneria, come hanno cercato di risolvere questi problemi? Conosciamo nella storia italiana degli ultimi tempi due piani politici della borghesia per risolvere la questione del governo del popolo italiano. Abbiamo avuto la pratica giolittiana, il collaborazionismo del socialismo italiano con il giolittismo, cioè il tentativo di stabilire una alleanza della borghesia industriale con una certa aristocrazia operaia settentrionale per opprimere, per soggiogare a questa formazione borghese-proletaria la massa dei contadini italiani specialmente nel Mezzogiorno. Il programma non ha avuto successo. Nell'Italia settentrionale si costituisce difatti una coalizione borghese-proletaria attraverso la collaborazione parlamentare e la politica dei lavori pubblici alle cooperative: nell'Italia meridionale si corrompe il ceto dirigente e si domina la massa coi mazzieri’’.

Gramsci inizia a collocare il fascismo in un contesto più ampio, quello dei capitalismi europei, accenna alla concorrenza inter-imperialistica, e soprattutto inquadra il fenomeno massonico. Anche in questo caso possiamo scorgere l’attendo analista dei ‘’Quaderni’’: nel ‘’Quaderno 22’’, ‘’Americanismo e fordismo’’, il nostro farà un parallelismo fra l’americanismo e il fascismo (di cui il Pci togliattiano non ha capito nulla!), parlerà della meccanizzazione del lavoratore (quindi inquadrerà le tendenze totalitarie del neo-capitalismo), e soprattutto ci fornirà una altissima analisi marxista (la migliore in assoluto) del rotarismo. Tutte cose che i burocrati togliattiani si sono guardati bene dal riprendere.

7. Con il Congresso di Lione, Bordiga viene messo in minoranza – con metodi molto discutibili - e il gruppo che ruota attorno ad Antonio Gramsci assume il controllo del partito. Si può parlare di partito stalinizzato? Esponenti della Sinistra Comunista come Damen e Maffi descriveranno Gramsci come un ‘’quasi togliattiano’’, però andando ad analizzare il documento del nostro le cose sono molto diverse.
Prima di tutto Gramsci inizia una rigorosa analisi della struttura economico-sociale del capitalismo italiano. In estrema sintesi commento quelle che considero le parti salienti del documento.

8. A.G. individua la debolezza del capitalismo italiano nelle differenti strutture economico-sociali che il paese presenta. Questi squilibri provocano una inedita alleanza fra industriali ed agrari, e la mancata rotazione fra i gruppi dirigenti. La solidarietà dei gruppi privilegiati, inoltre, danneggia direttamente chi lavora, dagli operai ai contadini poveri.
La conseguenza più rilevante, di ciò, è l’incapacità di queste classi dirigenti di costruire uno Stato Nazionale, ed è per questo che – i dominanti – devono fare leva sulla politica internazionale.
Gramsci divide in quattro periodi (circa) la ‘’storia della borghesia italiana’’:

1) il primo periodo (1870-1890) è quello della debolezza politica e, di contro, la borghesia ricorre al trasformismo. Il Vaticano, dall’altra parte, reagisce ponendosi come forza anti-unitaria e anti-liberale, contrapponendo al partito socialista le masse contadine.

2) nel secondo periodo (1890-1900) la borghesia cerca una sua stabilità interna e si muove nel campo delle relazioni internazionali. Intanto il movimento operaio acquista una certa forza (nel 1892 nasce il partito socialista).

3) il terzo periodo (1900-1910) attiene ad una fase di concentrazione industriale, in cui il proletariato cresce del 50% a danno delle categorie degli obbligati, mezzadri, e fittavoli. Il Vaticano crea l’Azione Cattolica, un movimento sociale che raccoglie il malcontento delle mezze classi, in funzione anti-socialista e anti-comunista.

4) nel dopoguerra abbiamo il periodo di crescita maggiore del proletariato, che porta, da una parte, all’aumento degli scioperi e delle manifestazioni operaie, e dell’altra, all’intensificarsi della reazione capitalistica.

Quindi, il nostro passa a rianalizzare il fascismo.

9. Gramsci dedica al fascismo un lungo paragrafo delle Tesi di Lione, io mi limito a riportare la parte più significativa e a commentare:

‘’ Tutta una serie di misure viene adottata dal fascismo per favorire una nuova concentrazione industriale (abolizione della imposta di successione, politica finanziaria e fiscale, inasprimento del protezionismo), e ad esse corrispondono altre misure a favore degli agrari e contro i piccoli e medi coltivatori (imposte, dazio sul grano, "battaglia del grano"). L'accumulazione che queste misure determinano non è un accrescimento di ricchezza nazionale, ma è spoliazione di una classe a favore di un'altra, e cioè delle classi lavoratrici e medie a favore della plutocrazia. Il disegno di favorire la plutocrazia appare sfacciatamente nel progetto di legalizzare nel nuovo codice di commercio il regime delle azioni privilegiate; un piccolo pugno di finanzieri viene, in questo modo, posto in condizioni di poter disporre senza controllo di ingenti masse di risparmio provenienti dalla media e piccola borghesia e queste categorie sono espropriate del diritto di disporre della loro ricchezza. Nello stesso piano, ma con conseguenze politiche più vaste, rientra il progetto di unificazione delle banche di emissione, cioè, in pratica, di soppressione delle due grandi banche meridionali. Queste due banche adempiono oggi la funzione di assorbire i risparmi del Mezzogiorno e le rimesse degli emigranti (600 milioni), cioè la funzione che nel passato adempivano lo Stato con la emissione di buoni del tesoro e la Banca di sconto nell'interesse di una parte dell'industria pesante del Nord. Le banche meridionali sono state controllate fino ad ora dalle stesse classi dirigenti del Mezzogiorno, le quali hanno trovato in questo controllo una base reale del loro dominio politico. La soppressione delle banche meridionali come banche di emissione farà passare questa funzione alla grande industria del Nord che controlla, attraverso la Banca commerciale, la Banca d'Italia e verrà in questo modo accentuato lo sfruttamento economico "coloniale" e l'impoverimento del Mezzogiorno, nonché accelerato il lento processo di distacco dallo Stato anche della piccola borghesia meridionale’’ (Antonio Gramsci, Tesi di Lione, 1926).

Il fascismo quindi ha fatto leva sull’industria pesante del Nord – cosa capita meglio di tutti dal marxista catalano Andres Nin in ‘’La dittatura del nostro tempo – che ha concentrato nelle sue mani, a discapito di altre fazioni della borghesia (quindi non c’è stato un pieno sostegno delle classi dirigenti al regime), la ricchezza nazionale.
L’unificazione del credito bancario, la soppressione delle due Banche Meridionali, derubando la popolazione del Sud Italia dei suoi risparmi, fu un modo per compensare alle ‘’persistenti strutture economiche pre-capitalistiche nel Sud Italia’’ (la critica di Bordiga è espressa nell’articolo ‘’Il preteso feudalesimo nell’Italia meridionale’’ del gennaio 1949).
Gramsci descrive tutto questo come una colonizzazione dell’Italia meridionale che ha schiacciato la piccola borghesia del Sud.
Nulla da eccepire, come disse Lenin la ‘’decadenza imperialistica’’ inizia con la ‘’concentrazione dei monopoli’’, ed infatti poco più avanti Gramsci dice:

‘’Coronamento di tutta la propaganda ideologica, dell'azione politica ed economica del fascismo è la tendenza di esso all'"imperialismo". Questa tendenza è la espressione del bisogno sentito dalle classi dirigenti industriali agrarie italiane di trovare fuori del campo nazionale gli elementi per la risoluzione della crisi della società italiana. Sono in essa i germi di una guerra che verrà combattuta, in apparenza, per l'espansione italiana ma nella quale in realtà l'Italia fascista sarà uno strumento nelle mani di uno dei gruppi imperialisti che si contendono il dominio del mondo’’.

Ecco, siamo arrivati al punto centrale: il fascismo è stato una espressione della borghesia imperialistica italiana (seguendo il documento di Gramsci), ma questa non aveva le forze per imporsi sui mercati internazionali. Non è casuale che il regime sarà appoggiato prima dall’imperialismo inglese, e poi diventerà un vassallo dell’imperialismo tedesco.

10. Bordiga dedica nelle sue Tesi di Lione uno spazio molto più ristretto all’analisi del regime fascista, mettendo in risalto come la presa del potere da parte di Mussolini (che lui definì, giustamente, ‘’una commedia fra forze borghesi’’) sia stata favorita dal fatto che i comunisti non hanno fronteggiato le squadraccia fasciste sul terreno della lotta di classe (si veda l’articolo ‘’Difesa proletaria’’ del 1922). Molto eloquente è questo passaggio del suo documento:

‘’ Quanto è avvenuto in Italia non deve spiegarsi né come l'avvento di un nuovo strato sociale al potere, né come la formazione di un nuovo apparato di Stato con ideologia e programma originali, né come la sconfitta di una parte della borghesia i cui interessi si identificassero meglio con la adozione del metodo liberale e parlamentare. I liberali, i democratici, Giolitti e Nitti, sono i protagonisti di una fase di lotta controrivoluzionaria dialetticamente collegata a quella fascista e decisiva agli effetti della sconfitta del proletariato. Infatti, la politica delle concessioni, con la complicità di riformisti e massimalisti, ha permesso la resistenza borghese ed il deviamento della pressione proletaria nel periodo successivo alla guerra e alla smobilitazione, quando la classe dominante e tutti i suoi organi non erano pronti per una resistenza frontale’’ (Amedeo Bordiga, Tesi di Lione, 1926).

Il fascismo ha sostituito la vecchia macchina statale borghese (in pratica abbiamo un superamento dello Stato liberale) perché questa aveva esaurito il suo compito contro la classe operaia, quindi si apriva una nuova fase per il capitalismo italiano, ed europeo.

11. A Lione, per concludere, si scontrarono due concezioni molto diverse del partito comunista. Per Bordiga il partito doveva prefigurare al suo interno ‘’la futura società’’, quindi il ‘’partito bordighiano’’ si basava sul ‘’centralismo organico’’ e lo ‘’schematismo dottrinario’’ (citando Bordiga ‘’definiamo partito: proiezione nell’oggi dell’Uomo-società di domani’’). Questa concezione del partito risale ad una metodologia tutta ottocentesca che riteneva le scienze naturali interamente applicabili alle scienze sociali, motivo per cui Bordiga definì il marxismo ‘’scienza galileiana’’.
Gramsci, al contrario, sostenne che l’acuirsi della crisi capitalistica avrebbe messo i comunisti nelle condizioni di creare, in forma embrionale, dentro il capitalismo delle organizzazioni di lotta che avrebbero anticipato il socialismo. Organizzazioni come i consigli di fabbrica, i comitati popolari, la scuola di classe, solo per fare degli esempi.
In questo modo il grande sardo si avvicinò al ‘’programma di transizione’’ di Trotsky (c’è chi come Livio Maitan, facendo delle forzature enormi, definì Gramsci ‘’trotskista inconscio’’) proprio quando politicamente si allontanava da lui. In modo drammatico le strade di questi due rivoluzionari (Gramsci e Trotsky) si dividono e non si incontreranno più.

12. Una svolta si sarebbe potuta avere nell’ottobre del 1926, quando il nostro, con una ormai celebre lettera, accusò l’Ufficio Politico del ‘’Partito comunista dell’Unione Sovietica’’ di usare misure eccessive contro l’opposizione.
A.G. si spinse fino a dire "Voi oggi state distruggendo l'opera vostra, voi degradate (...) la funzione dirigente che il Partito comunista dell'URSS aveva conquistato per l'impulso di Lenin’’. Questa lettera, ora tanto discussa, all’epoca cadde in un binario morto: le mani di Palmiro Togliatti. Chi vuole ricostruire il Pci partendo da Togliatti deve avere l’onestà di ridiscutere questi gesti ignobili.

13. Questo articolo si ferma qua, non è il caso di andare oltre. Solitamente c’è la tendenza a voler etichettare i protagonisti della nostra storia come ‘’buoni’’ e come ‘’cattivi’’, ma invece non è così che si procede. Bordiga non è stato il ‘’comunista dogmatico’’ descritto dai togliattiani, e Gramsci non ha nulla da spartire con il pantheon ‘’piccista’’ prima, e socialdemocratico poi, avanzato dai politicanti italioti. Gramsci non è stato nemmeno il ‘’trotskista inconscio’’ messo su da Maitan, anche perché il suo ‘’socialismo autoctono’’ mantiene forti punti critici rispetto alla ‘’struttura socialista mondiale’’ delineata da Trotsky. Difficile a oltre novanta anni di distanza immedesimarsi nello spirito che animava quelle figure, ma forse, lo sforzo intellettuale che richiede la comprensione dei loro testi teorici, può essere accompagnato da un superiore sforzo emotivo: dobbiamo imparare a ‘’cogliere’’ fino in fondo lo spirito di Gramsci e lo spirito di Bordiga, vivere le loro distinte ragioni, e sentirci parte del loro medesimo progetto di vita. Io sono convinto che solo così possiamo rendergli i dovuti riconoscimenti, al di là dell’assenso e del dissenso.

Note:

1)     Arturo Peregalli, Il comunismo di sinistra e Gramsci, Ed. Dedalo libri 1978

2)     Daniel Guerin, Fascismo e gran capitale, Ed. Massari 1994

3)     Antonio Gramsci, Nel mondo grande e terribile, Antologia di scritti 1914-1935, Ed. Einaudi 2007

4)     Giorgio Amico, Gramsci e Bordiga alle origini del comunismo italiano, aprile 2000, a cura di Giorgio Amico

Stefano Zecchinelli

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