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mercoledì 11 aprile 2018

Lo spauracchio del rossobrunismo, di Moreno Pasquinelli

[ 9 dicembre ]

Il quotidiano LA STAMPA, tra i diversi organi di regime, è quello che picchia più duro contro il Movimento 5 Stelle — le spocchiose élite torinesi non hanno ancora digerito l'espugnazione della loro roccaforte.

Un siluro è sparato anche nell'edizione del 6 dicembre, sia cartacea che elettronica. Il titolo è roboante: "Così Grillo spinge i 5 Stelle a destra". Citando presunte gole profonde si insinua che Beppe Grillo starebbe pensando ad un governo M5S-Lega-Forza Italia (embé?). In verità tutto dipana una deduzione: Grillo avrebbe scoperto che i nuovi poveri prodotti dalla crisi votano per le destre, vedi Brexit e Trump; dunque giusto allearsi con le destre. Al netto della fuffa scandalistica, siamo alle prese con la solita litania anti-populista. Tuttavia LA STAMPA è andata giù più pesante.

Prendendo spunto dal comizio conclusivo della campagna referendaria svolto da Beppe Grillo a Torino la sera del 2 dicembre, su LA STAMPA del 4 dicembre [Beppe Grillo e la mistica della sconfitta], tal Massimiliano Panarari, snocciola erudite quanto capziose considerazioni teoriche per poi sferrare il fendente: grillismo come rossobrunismo.

Il pretesto dal quale Panarari prende le mosse è che Beppe Grillo a Torino, dando per scontata la vittoria del Sì al referendum, ha tra le altre cose affermato: "dobbiamo abituarci a essere perdenti contro il mondo". Da questa frasetta —che, detto en passant dimostra quanto anche Grillo fosse andato anch'egli nel panico, cadendo vittima degli incantesimi renziani, quindi quanto fosse lontano dal comune sentire popolare—Panarari deduce che nel Movimento 5 Stelle c'è:
«... l'epica evocazione della sconfitta. La mistica della battaglia perduta affonda le proprie radici in una vasta tradizione politica antidemocratica, ed è una tipica issue simbolica di confine tra il radicalismo di destra e un certo radicalismo di sinistra, che da qualche tempo si vedono miscelati nel fenomeno del "rossobrunismo". Si pensi alla ricerca della "bella morte" dei repubblichini di Salò, all'esaltazione del suicidio rituale di una certa cultura di destra giapponese (che aveva tra i suoi portabandiera lo scrittore Yukio Mishima), ma anche alla mitologia nazionalista di Slobodan Milosevic».
Il Panarari —prima di concludere con un patetico inno alla "base illuministica, empirica e incrementale (sic!) del liberalismo"— è addirittura più preciso, sostiene con sicumera che nel Movimento confluiscono di certo diversi filoni ma quello principale sarebbe
«... l'irrazionalismo delle destre radicali novecentesche... lo sconfittismo eroico, l'idea della lotta solitaria e intrepida (intrisa di superomismo) contro nemici potentissimi e soverchianti (tra cui i famigerati, e non ben precisati "poteri forti" e la finanza); il sovranismo; e l'avversione per la tecnica... un apocalittismo proprio della destra reazionaria».
Troppa grazia Sant'Antonio, verrebbe da dire.
Non sappiamo se Grillo abbia letto questo giudizio ontologico, se lo ha fatto di sicuro avrà risposto con una fragorosa pernacchia, più precisamente con il consueto belin, vaffanculo!
infami vignette sinistrate...

Ma ammettiamo pure che le cose stiano come sostiene Panarari: dove starebbe, entro il contesto concettuale da lui artatamente tracciato, la parte di codice genetico ascrivibile ad una sinistra radicale? Prendendo per buoni il suo metodo analitico, i segni distintivi che ascrive al M5S, si dovrebbe concludere che quest'ultimo sarebbe la reincarnazione postmoderna pura e semplice di certo fascismo mistico ed esoterico. Il rosso infatti è semplicemente assente, oltre l'aria fritta resta solo un nero profondo. Panarari parrebbe in perfetta sintonia con le farneticazioni di certe sette comuniste per cui il grillismo è solo una riedizione del fascismo —vedi: PCL: Movimento 5 Stelle e fascismo.

Il fatto che vorrei segnalare non è tanto che questa descrizione del complesso fenomeno del "grillismo" è fasulla, miserabile. Ciò che vorrei rimarcare è che con il ricorso al topos del rossobrunismo siamo in presenza di un vero e proprio salto di qualità nella maniera con cui le élite sistemiche rappresentano i loro avversari.

Fino ad oggi queste élite "politicamente corrette" hanno lanciato, contro tutti i nuovi movimenti antioligarchici, l'anatema del "populismo." Dimostratisi inefficaci la scomunica ed i relativi esorcismi, i pennivendoli borghesi rincarano la dose, radicalizzano l'accusa: dal "populismo" siamo già passati al "rossobrunismo". Potremmo dirla in questo modo: dalla satanizzazione del nemico alla sua hitlerizzazione.

Il salto è evidente, non fosse per il bersaglio grosso (Beppe Grillo ed il suo movimento) contro cui l'accusa di rossobrunismo è lanciata. Fino a ieri, infatti, essa è stata utilizzata come un marchio d'infamia con cui le élite bollavano alcuni gruppi, sia della sinistra antimperialista che della destra nazionalista che in comune nulla avevano se non considerare l'Impero americano come nemico principale. Eri contro l'ideologia americanista? Difendevi la resistenza dei popoli e delle diverse civiltà contro l'occidentalizzazione? Tanto bastava per beccarti l'accusa di essere rossobruno.

Qui non si tratta soltanto che un cattedratico, al netto dell'ostentata erudizione, si palesa come un falsario, un professionista dell'intossicazione politica. Qui siamo davanti all'avvisaglia di quello che sarà lo spartito che suonerà l'orchestra di regime d'ora in avanti. Segno del panico che serpeggia tra le élite, del timore di essere spazzate via. Più questo momento si avvicina più essi daranno fondo a tutto il repertorio di scomuniche, di ingiurie e calunnie —senza escludere che le armi della critica possano precedere la critica delle armi.

Ma cos'è, al di là delle piroette speculative di Panarari, il rossobrunismo? Il Nostro non lo spiega, stabilendo una sbrigativa equipollenza col fascismo. Non è così.

Tagliando con l'accetta si potrebbe dire che esso è il segno distintivo di quelle correnti ideologiche che teorizzano l'alleanza, il fronte comune, tra i comunisti e una peculiare destra nazionalista contro il comune nemico del capitalismo globale finanziarizzato che vede negli USA il gendarme supremo. Su quali principi, secondo i rossobruni, questa alleanza dovrebbe costituirsi? Sul trinomio: anticapitalismo, nazionalismo e socialismo. Alleanza dove la corrente rossobruna si porrebbe come la cerniera politica tra i due poli del fronte immaginario—nulla a che vedere, quindi, con il fascismo mistico ed esoterico di cui parla a vanvera il Panarari.

Il discorso sulla genesi storica del "rossobrunismo" si farebbe lungo, e questa non è la sede per ricostruirla nei dettagli. Ma qualche riga va spesa e la metto in nota. [1]
nazional-bolscevichi russi

Qui basti dire, per stare alla cronaca recente, che i rossobrunismo,  oltre ad essere una insidiosa volgarizzazione politica, si è rivelato uno spauracchio costruito ad arte da ben identificati settori dell'intellighentia italiana (in combutta con l'intelligence nostrana), ripresi quindi dalla stampa di regime, anzitutto per isolare quei movimenti rivoluzionari di sinistra che essi ritenevano pericolosi. 

Non c'è stata traccia in nessun paese d'Europa, tantomeno in Italia, di un'alleanza tra formazioni comuniste e neofasciste. Per la precisione: non c'è mai stata nemmeno alcuna convergenza, per quanto tattica,  tra gruppi della sinistra comunista e antimperialista ed i rossobruni (nazional-comunisti, eurasisti, ecc). Il fatto è che lo spaventapasseri delrossobrunismo, prima è stato agitato dalle grandi testate giornalistiche neoliberiste, poi è stato raccolto dalla gran parte dei passeri di sinistra, quelli "antagonisti" compresi, per colpire e isolare, non senza bassezza morale, la sinistra antimperialista.

Questo sodalizio tra élite neoliberiste e sinistra "antagonista" è carsico, scompare e riappare, a seconda del contesto politico. Oggi, ad esempio, l'etichetta rossobruna viene appiccicata indistintamente a tutti coloro che hanno condannato le cosiddette "rivoluzioni colorate", a quelli che sostengono la legittima rivolta nel Donbass contro il regime Kiev —il caso della scomunica di certa sinistra "antagonista" verso laBanda Bassotti ha addirittura dello scandaloso.

Rossobruni sono quindi bollati tutti coloro che oltre ad essere contro la NATO sostengono le ragioni della Russia e Putin. E' vero che la maggior parte dei gruppi neofascisti europei, come pure di certe destre nazionaliste, si dichiara filorussa e anti-islamica (vedi l'inchiesta che abbiamo pubblicato). Ed è vero che sono molti i gruppi di sinistra schierati sullo stesso fronte. Ma non solo non c'è alcuna alleanza trasversale tra essi; i gruppuscoli rossobruni sono  del tutto insignificanti. Sarà utile segnalare che il solo paese dove irossobruni o nazional-bolscevichi hanno una effettiva consistenza è la Russia ma, guarda caso, essendo ferocemente antiputiniani, sono stati messi fuorilegge. Parliamo tra l'altro della corrente di Eduard Limonov, che prima di riavvicinarsi al governo di Mosca ha passato molti anni nelle carceri di Putin. 

Ciò che dimostra non solo quanto aleatoria sia la categoria del rossobrunismo; dimostra come essa sia solo un'arma ideologica delle élite dominanti per hitlerizzare certi suoi nemici.
Eduard Limonov

Alle vittime della paranoia rossobruna vale la pena ricordare quando lo spauracchio del rossobrunismo venne per la prima volta utilizzato. Si era alla metà degli anni '90, mentre infuriava la guerra civile in Iugoslavia, quella carneficina che si concluderà nel marzo del 1999 con l'aggressione della NATO — e col pieno coinvolgimento del governo D'Alema. Il campo del neofascismo era diviso: alcuni sostenevano, assieme alla NATO e al Vaticano, il secessionismo croato e bosniaco, altri la Serbia di Milosevic. La stessa divisione attraversava la sinistra.  La stampa ed i media di regime (ovvero filo-NATO), non si limitarono ad una vergognosa campagna di sputtanamento della causa Iugoslava, quindi di Milosevic. Si doveva calunniare chiunque in Italia avesse simpatie per quella causa, chiunque denunciava lo squartamento della Iugoslavia e rifiutava come ipocrita la martellante campagna sui "diritti umani" con cui l'Occidente camuffava le sue spinte guerrafondaie ed espansionistiche. Ecco quindi che fece capolino il teoremarossobruno: chi stava dalla parte dei serbi e col socialista Milosevic, era bollato come sostenitore della "pulizia etnica" dei cetnici di Arkan, Sesely e Karadzic, qualificati come "il male assoluto". 
Ma la quesione è: ci fu allora un'alleanza tra neofascisti filo-serbi e comunisti-filo-iugoslavi. No, non ci fu.

Né ci fu quando in Italia la campagna contro il presunto rossobrunismo toccò il suo apice, negli anni 2003-2005, dopo l'invasione anglo-americana dell'Iraq e la eroica resistenza irachena. La campagna dihitlerizzazione non colpì solo i partigiani iracheni, fossero nazionalisti saddamiti o islamisti takfiri—descritti come "tagliagole", "mostri", "belve feroci", quindi equiparati ai nazisti—; prese di mira chiunque in Italia sostenesse come sacrosante le ragioni della RESISTENZA IRACHENA. Il bersaglio fu quindi il Campo Antimperialista, che senza dubbio fu il movimento che con più efficacia, proprio nel cuore dell'Occidente, difese quella Resistenza.


Si potrebbe scrivere un intero libro sulla campagna di calunnie contro il Campo Antimperialista —voluminosa quante altre mai solo la rassegna stampa di quella valanga di calunnie che che preparò gli arresti di mezzo gruppo dirigente nell'aprile 2004. 

Basti dire che dal settembre 2003 (contestualmente al campo estivo di Assisi che oltre a lanciare la campagna "Dieci euro per la Resistenza irachena" promosse la manifestazione nazionale del 13 dicembre successivo), e per due anni consecutivi, il Campo Antimperialista fu la principale vittima di una martellante campagna di hitlerizzazione, ed il topos fu appunto quello del rossobrunismo. L'insinuazione, la scandalosa imputazione, fu che il Campo era il crocevia, il luogo del connubio politico di comunisti rivoluzionari e fascisti. Anzi, per la precisione, il rossobrunismo venne declinato come "alleanza nazi-islamo-comunista". 
Assisi, settembre 2003: uno dei forum al Campo Antimperialista
 

Era vero? No, era completamente falso!
Fu il sicofante Magdi Allam, con un editoriale del settembre 2003, a coniare questo brand, questo marchio d'infamia. Venne poi raccolto da tutti i media, carta stampata, Tv, radio e ovviamente web —proprio tutti, compresi quelli di sinistra. La campagna di intossicazione, tesa a liquidare il movimento di appoggio alla resistenza irachena, fu sistematica, scientifica, devastante. Che ci fosse dietro la centrale di disinformazione strategica dell'intelligence italiana (ufficio ubicato in via Nazionale in Roma) di Pollari e Pio Pompa lo dimostreranno i fatti, tra cui clamorosi processi e inchieste. Il giornalista al loro servizio e che allora guidava la crociata mediatica contro gli antimperialisti qualificandoli come rossobruni era Renato Farina,poi smascherato come agente dei servizi segreti "Betulla".

In conclusione provo a ricapitolare:

(1) Il nazional-bolscevismo o nazional-comunismo (volgarmente rossobrunismo) è sempre stata una corrente politica marginale e irrilevante, anche in Germania, dove nacque. Oggi sopravvive solo in Russia, con addentellati in Donbass e nelle aree russofone di paesi come Ucraina, Lituania, Estonia, Lettonia, Bielorussia, ecc. 
(2) Ma proprio il peculiare caso russo, mostra che la costellazione nazional-comunista è divisa, anzi spaccata: tra chi sta con Putin e chi contro. La comune rivendicazione della tradizione nazionalista cristiano-ortodossa (il mito della "terza Roma") e grande-russa, sia zarista che staliniana, non è sufficiente a tenere uniti i nazional-comunisti. 
(3) Se riemergerà in Occidente il nazional-comunismo potrebbe essere nella forma del mito eurasista o eurasiatico, che postula un impero dall'Atlantico a Vladivostok sotto egemonia russa.
(4) Non ha mai visto luce, in nessun paese occidentale, quanto auspicato dalle sette nazional-comuniste, cioè una alleanza tra forze della sinistra comunista e gruppi fascisti. Non accadde nemmeno nella Germania di Weimar, a dispetto di certi pennivendoli e storici liberali da strapazzo: è vero che il KPD considerava (grave errore) la socialdemocrazia socialfascista, quindi nemico principale, ma non ci fu mai alcun fronte coi nazisti. Centinaia furono anzi i militanti comunisti morti per avere contrastato l'ascesa del nazismo.
(5) Per quanto sia evidente che coloro che utilizzano la pecetta del rossobrunismo siano dei somari che non sanno di cosa parlano, va sempre ricordato che essa è stata usata come un marchio d'infamia per isolare e poi punire la sinistra antimperialista che ha difeso con coerenza le resistenze nazionali contro le aggressioni NATO e americane. Marchio del tutto simile a quello di "antisemitismo" usato dal potere contro chiunque condanni il sionismo.
(6) L'articolo del signor Panarari conferma che i poteri globalisti dispongono di una simbolica quanto tossica tassonomia per bollare con marchio d'infamia i loro nemici. 
Ecco la loro classificazione demonologica:  
- sostieni le resistenze antimperialiste? Sei un potenziale terrorista
- denunci il carattere sionista e razzista dello stato israeliano? Sei antisemita
- sei contro le élite dominanti: sei populista
- sei contro l'Unione europea per la sovranità popolare e nazionale: sei un rossobruno!

(7) Più si avvicina il momento della fine dell'Unione europea più le élite dominanti intensificheranno la loro campagna di avvelenamento ideologico. Per rendere più efficace la mostrizzazione dei nemici Lorsignori metteranno l'elmetto a tutta la mandria di trombettieri (già attivi o in sonno) preferibilmente con immacolato pedigree di sinistra.  E sempre a sinistra Lorsignori attingeranno per arruolare come fanteria ascara i tanti cretini che vi albergano.



NOTE

[1] Questa minoritaria corrente di pensiero, volgarmente bollata come "rossobruna", nacque nella Germania di Weimar, non divenne mai un movimento di massa e si divise in diversi gruppi. Venne alla storia, nei primi anni venti sotto il nome di "nazional-bolscevismo" o "nazional-comunismo". Distingueva quel manipolo dei nazional-bolscevichi la tesi che la Germania, per liberarsi dalla catene di Versailles, si sarebbe dovuta alleare con la Russia bolscevica. Di qui la proposta di un'alleanza tra i comunisti tedeschi e le frange anticapitaliste del nazionalismo germanico —da segnalare che ai primi anni venti il nazismo era solo in gestazione. Vale la pena segnalare chi furono i fondatori di quella corrente.  Paul Eltzbacher era il solo che venisse dalla destra nazionalista. Gli altri esponenti di spicco, Heinrich Laufenberg e Friedrich  Wolffheim erano militanti del Partito Operaio Comunista tedesco (KAPD). Obbligatorio infine ricordare che la maggior parte di questi nazional-bolscevichi, all'avvento del nazismo, passarono tutti alla resistenza e quelli che sopravviveranno alle persecuzioni hitleriane diventeranno tutti cittadini della DDR (Germania orientale).

La personalità più conosciuta del nazional-bolscevismo tedesco è Ernst Niekisch (1889-1967). Insegnante social-democratico (1919-1922), espulso dall'SPD nel 1926 a causa del suo nazionalismo. Prima entrerà in rapporto con un piccolo partito socialista della Sassonia che si convertirà alle sue idee, successivamente animerà la rivista Widerstand (Resistenza) che avrà una certa influenza sulla gioventù di prima del 1933. Il movimento di Niekisch raggruppava persone provenienti tanto dalla sinistra che dalla destra nazionalista. Dopo il 1933, egli si oppose al nazismo e sarà deportato in un campo di concentramento (1937-1945). Dopo il 1945, andò ad insegnare nella DDR. Nel 1953, passerà all'Ovest. Solo uno di questi gruppi nazional-bolscevichi sostenne il nazismo, il Fichte Bund di Kessemaier, con cui non a caso collaborava il belga Jean Thiriart —lo stesso Thiriart che darà vita dopo la seconda guerra al movimento nazional-comunista col nome di Giovane Europa (rete di cui faceva parte in Italia, negli anni '60, il famigerato gruppo bollato come "nazi-maoista" Lotta di Popolo).
I tentativi di Thiriart di dare vita ad un movimento strutturato, antiamericano e filo russo —una variante radicale del cosiddetto eurasismo o euroasiatismo— falliranno tutti miseramente.

http://sollevazione.blogspot.it/2016/12/lo-spauracchio-del-rossobrunismo-di.html

mercoledì 21 marzo 2012

Geo-politica e anti-imperialismo: Costanzo Preve contro Moreno Paquinelli

GEOPOLITICA E ANTI-IMPERIALISMO

Risposta a Moreno Pasquinelli

di Costanzo Preve

1. Ho letto un interessante intervento in rete firmato Moreno Pasquinelli del 7 marzo 2012. Io non vi sono nominato, e quindi la mia non è una risposta personale. E’ un’occasione pubblica per chiarire posizioni, e spero che l’inevitabile personalizzazione non venga enfatizzata e non dia luogo a pettegolezzi.

2. Pasquinelli se la prende con chi nega la vigenza della dicotomia Destra/Sinistra, ma soprattutto con la Geopolitica, vista come componente essenziale della cultura di destra. Con chi esattamente ce l’ha?

A proposito della Geopolitica, nell’accezione di Pasquinelli essa può riguardare il blog di Gianfranco La Grassa, il punto di vista di MARX XXI di Diliberto e Gemma, la rivista Eurasia e “Stato e Potenza”, eccetera. Ma tutto viene messo in un solo amalgama-calderone, secondo lo stile polemico a me ben noto di Pasquinelli. Per quanto riguarda la negazione della vigenza attuale della dicotomia Destra/Sinistra, penso che Pasquinelli ce l’abbia con me (Costanzo Preve). Ha tutto il diritto di farlo, la polemica è sempre legittima. Non ripeto qui per l’ennesima volta l’argomentazione storico-filosofica-sociologica-psicologica, eccetera per cui ne sostengo l’obsolescenza, e di cui il governo Monti è la punta dell’iceberg. In sintesi, sostengo che questa dicotomia abbia caratterizzato una fase dialettica del capitalismo, mentre ci troviamo oggi in una fase speculativa. Chi vuole a poco prezzo impadronirsi di una completa versione previana della questione, può utilmente leggere un libro previano recente (cfr. Diego Fusaro, Minima Mercatalia. Filosofia e Capitalismo, Bompiani, Milano 2012).

3. Se volessi scendere sul terreno gruppuscolare delle polemiche fra allucinati, farei notare il paradosso dell’antimperialista di sinistra Pasquinelli che nel caso della Libia e della Siria appoggia forze dichiaratamente di “destra” (Fratelli Musulmani, salafiti, emiri del Golfo, Qatar, Arabia Saudita, la strega Clinton, l’Europa americanizzata, il sistema di manipolazione mediatico unificato, eccetera). Ma so già la risposta paratrotzkista: costoro strumentalizzano, mentre io appoggio le masse popolari sopra ogni cosa.

Si tratta quindi di una metafisica delle masse. Quale ne è la genesi ideologica?

4. Alla base degli errori di valutazione e di appoggio tattico (errori inevitabili, e chi è senza peccato scagli la prima pietra!) ci sta una matrice teorica strategica. Dietro il picconatore Bertinotti e il suo inspiegabile atteggiamento autolesionistico ci sta il codice Ingrao-Rossanda, che può essere sommariamente riassunto così: il comunismo c’è in tutto il mondo, salvo che nei paesi che si dicono comunisti, in cui è l’unico posto in cui non c’è. Ergo, il comunismo è “indicibile”, soprattutto nei salotti mediatici romani per straccioni arricchiti. Il dramma del cosiddetto partito di Rifondazione è quindi psicoanalitico, non politico. Vendola lo ha risolto riciclando il suo elettorato confusionario in “risorsa narrativa” per il PD.

Quando conobbi Pasquinelli, pensavo che fosse quello che affermava, un antimperialista. Ben presto mi resi conto (o credetti di rendermi conto, mettiamola pure in forma cortese-dubitativa) che si trattava di un clone trotzkista, che ovviamente si percepiva come quartier generale della rivoluzione mondiale, e pertanto prendeva posizione su tutto, ma assolutamente tutto, modo migliore ovviamente per rimanere isolato. Secondo le leggi della probabilità e del gioco dei dadi, a volte ci si azzecca (Jugoslavia 1999, Iraq 2003, Palestina da sempre), e a volte invece no (Libia, Siria). Ma non voglio imbarcarmi in una polemica astiosa. Mi interessa invece concentrarmi su tre punti:

a) Natura storico-strategica complessiva della cosiddetta Primavera Araba.

b) Statuto storico e teorico delle cosiddette “masse” nei processi rivoluzionari.

c) Uso corretto di una disciplina come la geopolitica, che non è né di destra né di sinistra. O magari di destra come genesi storica originaria, ma questo non tocca la sua pertinenza generale.

5. La cosiddetta Primavera Araba è stata l’equivalente dell’Ottantanove, ma non del 1789 della rivoluzione francese o del 1889 della fondazione della Seconda Internazionale, quanto il 1989 di Varsavia, Praga e Berlino Est. Ovviamente mi sono del tutto chiare le differenze, che mi astengo dall’elencare pedantescamente. Il minimo comun denominatore non è il protagonismo delle masse (variamente musulmano-salafite nel mondo arabo, anticomuniste-occidentaliste nel baraccone fallimentare del comunismo storico novecentesco veramente esistito e non onirico di Ingrao-Rossanda-Ferrando), ma è stato la fine di un ciclo storico ben caratterizzato: realsocialista nei Paesi occupati dall’URSS nel 1945, nazionalistico “progressista” nel mondo arabo (nasserismo, Baath, FLN algerino, eccetera). Cartina di tornasole sicura, come lo è la glicemia per il diabete: l’atteggiamento degli USA e della grande stampa occidentale.

Ma, si dirà, ci sono le masse. Si vorrà forse negare il ruolo delle masse in Egitto e in Tunisia? Ma neppure per sogno. Nessuno lo vuole negare, o almeno io non mi sogno di farlo. In Libia e in Siria non ci sono mai state “masse” indistinte in lotta contro un apparato repressivo-dittatoriale, ma ci sono state sanguinose guerre civili locali, che Gheddafi purtroppo ha perso e che speriamo invece Assad non perda, ma riesca a fare un compromesso con i suoi oppositori più patriottici e meno fantocci degli emiri del Golfo.

Nel codice teorico trotzkista, in cui un piccolissimo gruppo dottrinario (e appunto perché dottrinario esposto fisiologicamente a continue scissioni) si autopercepisce con falsa coscienza ideologica necessaria (per usare una categoria marxiana) come il quartier generale in pectore dell’intero processo della rivoluzione mondiale, il “protagonismo delle masse” ha un ruolo essenziale, perché funziona simbolicamente da ruolo compensativo di sostituzione della propria evidente impotenza ultraminoritaria. Ma le vere rivoluzioni (inglese seicentesca, francese, russa, cinese, eccetera) si definiscono non certo per la presenza attiva di masse, ovviamente presupposta, ma per la natura strategica della direzione politica.

Dopo un anno e mezzo di primavera araba sembra di capire che la direzione politico-ideologica sia nelle mani di un Islam politico che non ha nulla a che fare con quel vero e proprio incidente di percorso che è stata Al Qaeda (incidente di percorso generato originariamente dall’intervento USA in Afghanistan al tempo dei russi), ma che è l’espressione di una omologazione economica di nuovi gruppi “borghesi” arabi, non più legati alla mediazione “progressista” dei partiti “socialisti”. Il discorso sarebbe lungo, ma è inutile farlo con un trotzkista, così come è inutile parlare di teologia con un testimone di Geova o di marxismo con un distributore del giornale di “Lotta Comunista”. Esiste una cosa chiamata autoreferenzialità, che rende impossibile il dialogo anche ai meglio disposti.

6. Nello stile polemico di Pasquinelli mi colpisce soprattutto la dismisura verbale. I geopoliticisti “usciti dalle catacombe” si arruolano lancia in resta, e soprattutto, “in preda alle convulsioni”, non hanno nascosto la loro “sordida soddisfazione” quando la NATO cominciò a bombardare la Libia. Ora, io non so che abbia in testa Pasquinelli (probabilmente, solo i suoi fantasmi), ma personalmente provai angoscia e dolore, non certo sordida soddisfazione. E questo lo dice un Pasquinelli con la memoria corta, che scrisse che era impossibile che la NATO portasse i ribelli a Tripoli, e che se lo avesse fatto si sarebbe cosparso il capo di cenere (sic!).

Qui però mi fermo, perché non mi interessa entrare nel mondo paranoico dei reciproci rinfacci. E’ meglio tornare alla discussione sui fondamentali.

7. In una concezione generale della storia, tutte le cosiddette “masse” meritano rispetto, persino quando sgozzano i giacobini come nella Vandea del 1793 o nella Napoli del 1799, oppure quando rovesciano il socialismo reale polacco o la cosiddetta banda dei quattro maoista nel 1976 (e potrei ovviamente moltiplicare gli esempi). Lo vogliamo o no, tutti alla fine finiamo per preferire alcune “masse” ad altre “masse”. Siamo sicuri che Gheddafi non avesse delle masse dietro di lui, e che Assad non le abbia (cristiani, drusi, alawiti, eccetera)? Evidentemente Ben Alì non le aveva più o non le aveva mai avute, e questo vale forse anche per Mubarak. Ma se parliamo di masse senza tenere in conto le direzioni politiche vincenti, processi come il 1917 russo e il 1949 cinese diventano letteralmente incomprensibili. Riempire piazza Tahrir è certamente importante, ma quello che conta alla fine è il tipo di regime sociale che si consoliderà sul medio termine. Il gruppettarismo trotzkista, esplicito (Turigliatto, Ferrando) o implicito (Pasquinelli) non può capirlo, perché ritiene veramente che la rivoluzione comunista antiburocratica delle masse sia all’ordine del giorno.

8. E parliamo ora della buona vecchia geopolitica. Pasquinelli ne da una versione unificata e grottesca, e dichiara “inconfondibili” sette tratti genetici che proclama in modo apodittico. Essi sono talmente “inconfondibili” che personalmente non mi ci riconosco nemmeno in uno. La geopolitica è come un bisturi, può essere usata per sgozzare o per curare, e quindi non può essere un fine in sé, ma uno strumento per facilitare progetti che non sono mai primariamente geopolitici, ma sono politici, sociali e filosofici. Quindi, per evitare che un possibile confronto si trasformi in una rissa fra ubriachi, bisogna prima chiarire di che cosa vogliamo parlare. In questo caso, io non parlo per Eurasia, Gemma-Dilioberto (sostenitori accaniti della dicotomia Destra/Sinistra), o per il blog dell’amico La Grassa (che avversa ciò che io amo sopra ogni altra cosa, e cioè la filosofia, la metafisica, l’idealismo e l’umanesimo). Parlo solo per me stesso.

Citerò una recente e pregnante formula di Alain de Benoist, nella quale mi riconosco nell’essenziale: “Il nemico principale è oggi il capitalismo e la società di mercato sul piano economico, il liberalismo sul piano politico, l’individualismo sul piano filosofico, la borghesia sul piano sociale e gli Stati Uniti sul piano geopolitico”. Come si vede, il piano geopolitico non è tutto, ma è al massimo un quinto del problema complessivo. Ripeto, solo un quinto. Sono solo i Pasquinelli che vogliono inchiodare un quinto alla totalità, proiettando sugli altri le loro monomanie esclusivistiche.

Come ho detto, mi riconosco nell’essenziale nella formulazione di de Benoist, ma se dovessi articolarla cambierei forse qualcosa. I piani economico e politico possono essere distinti solo con una astrazione scolastica, ma di fatto sono ormai una cosa sola. Più che di borghesia, che secondo me ormai non c’è più, a meno che vogliamo ridurla a un insieme catastale di proprietari dei mezzi di produzione, parlerei alla La Grassa di agenti strategici della riproduzione capitalistica (dominanti). Più che di individualismo nel vecchio senso hobbesiano, parlerei di estensione del dominio della lotta fra “io minimi” alla Lasch, eccetera. Ma nell’essenziale ripeto: la geopolitica non è che un quinto del problema, non mi farò inchiodare ad essa dai vari Pasquinelli.

Se si dovesse scrivere oggi un “programma di transizione” alla Trotzky (ma me ne guardo bene!), comincerei con questo. Oggi non sappiamo per ora a cosa dovremmo “transire”, visto che i vecchi modelli sono caduti, tutti i vecchi modelli, da Stalin a Trotzky, da Mao a Bordiga, con tutta la banda Ferrero, Diliberto, Rizzo, Turigliatto, Ferrando, eccetera. Riproporre il “comunismo” politico significa dividere il popolo, per la carica inerziale negativa dovuta a coloro che hanno usato questo nome. Per ora il massimo che si può ottenere è il ripristino della sovranità nazionale, monetaria e militare. Questo è a un tempo sia il programma minimo che il programma massimo. Chi vuole che questo “fronte” venga fatto con “egemonia comunista” illude se stesso e gli altri, e rilanciando la dicotomia Destra/Sinistra è un fattore di confusione e non di chiarezza.

Torino, 16 marzo 2012





GEOPOLITICA E ANTIMPERIALISMO

di Moreno Pasquinelli

Con buona pace di chi ritiene che le categorie di destra e sinistra siano obsolete o addirittura defunte, esse categorie ci aiutano invece a mettere a fuoco la natura di questa o quella corrente di pensiero. Per dire che la Geopolitica (G maiuscola per segnarne l’aspetto dottrinario, useremo la g minuscola per intendere la geopolitica in senso descrittivo delle relazioni internazionali) nacque a suo tempo, quando quelle categorie obsolete di certo non lo erano, indiscutibilmente a destra, in un ambiente con un pedigree reazionario di prima classe. Ciò non vuol dire che si debba essere a priori contrari a tutte le affermazioni, o analisi o posizionamenti che vengono da destra. Non è, tanto per dire, che siccome fu Mussolini a dire che gli Stati Uniti erano una potenza imperialista e plutocratica, allora, dato che siamo di sinistra, noi dobbiamo affermare il contrario.

Fatta questa premessa resta tuttavia vero che una corrente di pensiero costitutivamente reazionaria, non può diventare, proprio per la sua impronta genetica, di sinistra. Questo o quel seguace possono diventare di sinistra ma, appunto, solo in quanto cambiano paradigma e idea politica. Diciamo questo perché non riteniamo possa esserci una Geopolitica di sinistra, tantomeno marxista. Quello che possiamo avere, al massimo, è che gente di sinistra, o anche marxista, a rafforzamento del proprio ragionamento anticapitalista o antimperialista, usi strumentalmente questa o quella categoria della Geopolitica. Ma con ciò non è che la Geopolitica diventi di sinistra, tantomeno rivoluzionaria. Per farla breve: certo che esiste una geopolitica (g minuscola) delle relazioni internazionali, che esistono forze, spinte e ambizioni geopolitiche che spiegano la politica degli stati, ma la dottrina Geopolitica, che è appunto una visione ideologica e assiologica, è tutta un’altra cosa.

Sette a noi paiono infatti i tratti genetici inconfondibili della dottrina geopolitica, venendo a mancare i quali essa non sarebbe più tale. (1) L’equiparazione meccanicistica dei fenomeni storici a quelli naturali; (2) La statolatria, ovvero il mito del ruolo demiurgico dello Stato; (3) La negazione che la società civile, ovvero le classi sociali e la loro lotta, siano il motore principale dell’evoluzione storica; (4) Il vero e proprio disprezzo per il popolo e specialmente del proletariato, considerati solo folla da manovrare; (5) Idealisticamente viene concesso che i popoli hanno uno spirito, ma essi non possono saperlo, mentre è dato conoscerlo solo a ristrette minoranze illuminate di sapienti; (6) Quindi l’esagerazione del ruolo che può avere la personalità nella storia, ergo il culto, non sono delle élite, ma dei grandi condottieri; (7) Di qui il complottismo per cui gli eventi sociali, economici e politici, anche quelli di grande magnitudine, sono sempre in realtà determinati dalle mosse di piccole élite e nel caso entrino in gioco grandi masse, non si tratterebbe che di burattini mossi da questo o quel gruppo di pupari.

Chiunque abbia solo un’infarinatura teoretica capisce che qui siamo agli antipodi, non solo del pensiero di Marx, ma di qualsivoglia variante di materialismo storico. Confidando sul grado medio di intelligenza e cognizione dei nostri lettori, sorvoliamo su questo aspetto. Vorremmo passare all’oggi, per mostrare dove porta la Geopolitica come dottrina. Il caso che scegliamo è fresco fresco, quello delle cosiddette primavere arabe. Anche in questo caso la Geopolitica ha assimilato, non per forza su sponde opposte, gente di destra e di sinistra, imperialisti e certi antimperialisti.

Non appena, dopo Mubarak e Ben Alì, la protesta toccò la Libia e poi la Siria, i geopoliticisti sono usciti dalle catacombe in cui erano momentaneamente confinati arruolandosi lancia in resta tra le file dei gheddafiani e poi del Baath siriano, condannando i rivoltosi libici e siriani come ascari degli USA e della NATO. E’ bastato che a Bengasi i “ratti” rispondessero armi un pugno alla soldataglia inviata in forze dal “regime delle masse” che i geopoliticisti hanno cominciato a gridare al lupo: non c’era alcuna rivolta, fosse pure di islamisti trinariciuti, di babbei democratici, o più semplicemente di gente che si era rotta le palle di quaranta anni di dispotismo del clan Gheddafi. C’era solo un complotto orchestrato nelle capitali occidentali.

Si capisce la sordida soddisfazione di questi geopoliticisti quando, un mese dopo, il 19 marzo, ad esecuzione della risoluzione 1973 dell’ONU, la NATO diede il via alla sua operazione di supporto. Questa era la prova provata, non solo e non tanto dei disegni egemonici del blocco imperialista, ma appunto, della loro propria oracolare previsione per cui la rivolta era sin dall’inizio solo una messa in scena degli occidentali e dei satrapi qatarioti, che quindi era legittimo stroncare sul nascere, come in effetti Tripoli tentò di fare.

Non solo questo. Gli aerei NATO non avevano fatto in tempo a violare lo spazio aereo libico e la città siriana di Daraa di ribellarsi, che i geopoliticisti, in preda alle convulsioni, hanno sbottato, sputando il rospo che fino a quel momento (cioè per due mesi soltanto) avevano tenuto in gola. Tutte le primavere arabe erano finalmente liquidate come una diabolica cospirazione imperialista, per l’esattezza, di un complotto ordito dall’alleanza tra gli imperialisti e i loro “lacchè” musulmani. Punto. Chiuso ogni discorso. Sbarrato ogni accesso all’analisi razionale dei fatti. Rifiuto totale di ogni disponibilità a capire la natura composita delle rivolte popolari, ad afferrare la complessità della situazioni, tantomeno di capire le ragioni degli insorti. Neanche l’ombra di commiserazione umana verso le vittime delle repressioni brutali commesse dal regime siriano, nessun fremito, neanche il più flebile, di solidarietà con cittadini stanchi di essere vessati, anzi, tutti condannati agli inferi come appestati, avallo compiacente alle operazioni per “schiantare i terroristi”.

Potessero tornare indietro (i geopoliticisti non lo dicono ma lo pensano in cuor loro) si sarebbero schierati anche dalla parte di Mubarak, Ben Alì o Saleh, che se avessero resistito e schiacciato le sommosse non avremmo avuto tutto il casino successivo. La madre degli imbecilli, sempre gravida, ne aveva sfornati anche al tempo della Rivoluzione iraniana, per cui c’erano degli idioti con tale odio verso gli oppressi, che sostennero che lo Scià tiranno venne rovesciato dagli americani perché gli dava fastidio. Per la verità qualcuno ha insinuato anche in questa occasione, che sia in Tunisia che in Egitto, i regimi sono caduti non tanto per le sollevazioni popolari, ma anzitutto a causa dei desiderata americani i quali, la pecunia non poteva mancare, hanno foraggiato non solo i blogger ma i leader di Piazza Tahrir, compresi salafiti e femministe.

Dove sta quindi il punto? Sta nel fatto che come tutti i dogmatici, i geopoliticisti, pur di tenere fede ai loro assiomi non solo si privano ogni possibilità di comprendere le complessità dei poliversi sociali (riduzione delle forze sociali a mere maschere) ma, pur di far quadrare i loro conti, truccano le carte. Vale, per i geopoliticisti, solo un canone binario. Assunto come atto di fede l’appoggio incondizionato ai regimi di Gheddafi e di Bashar al-Assad, non solo ad essi venivano rimessi tutti i peccati, non solo venivano abbonate anche le più miserabili nefandezze e idiozie politiche. Le diseguaglianze sociali, i contrasti che ne derivano, se c’erano, sono stati ridotti a meri pretesti, la legittima sete di libertà, a schifezza liberale. Alcuni di loro si sono spinti a dipingere i marcescenti regimi dinastici libici e siriano come fulgidi esempi di sistemi socialisti. Roba che al confronto, i sostenitori del socialismo surreale nord-coreano ci han fatto la figura di persone serie.

Nello specifico, il teorema dei geopoliticisti, sempre stando alla nuova situazione mediorientale, si fonda su tre proposizioni centrali, quella per cui non solo le petro-monarchie del Golfo e la Fratellanza Musulmana ma pure l’islam jihadista, sarebbero delle pedine dell’imperialismo occidentale, delle mere pedine. Il cerchio si chiude. Vero o falso? Falso.

E’ il solito schema elementare: non solo i popoli, ma pure stati e forze politiche quali che siano, non sono che dei fantocci lusitani, in base al principio puerile che i più piccoli non possono che seguire gli ordini dei più grossi. In verità gli sceicchi arabi perseguono un loro disegno, che non combacia affatto con quello anglo-americano, né con quello sionista. La Siria è un esempio lampante di questa asimmetria. I regimi del Golfo premono per un rovesciamento a qualsiasi costo del regime baathista siriano, e per questo hanno comprato Ghalioun e il CNS e foraggiano l’ESL. Sapendo che un intervento USA-NATO è altamente improbabile, premono affinché la Siria sprofondi nella guerra civile. Il tutto nella prospettiva di isolare l’Iran, di isolarlo strategicamente, anche a costo di trascinare loro malgrado i riluttanti Stati Uniti nella mischia. Stati Uniti che, per bocca della Clinton, hanno nuovamente ribadito che di intervenire armi in pugno in Siria non se ne parla nemmeno. Mentre gli sceicchi auspicano una guerra civile e sono disposti a correre i rischi del caso, gli americani e anzitutto gli israeliani, temono l’anarchia militare in Siria, che potrebbe accendere un conflitto di portata mondiale. Eventualità che rifuggono, evidentemente. Almeno per il momento.

Vero è che la Fratellanza Musulmana (ne è una prova l’evoluzione di HAMAS che va recidendo i suoi legami con Teheran), dopo profonde fibrillazioni interne, anzitutto nel suo braccio egiziano più potente, ha visto il sopravvento, con l’appoggio dei sauditi e degli emirati, dell’ala più conservatrice. La saldatura tra la Fratellanza e le petro-monarchie è un fatto. Per questo forse la Fratellanza è passata armi e bagagli con l’imperialismo? Noi diamo un’altra lettura, e il dibattito interno ad HAMAS, per quello che trapela ne è la dimostrazione. La maggioranza di HAMAS ha mollato il regime siriano, del cui sostegno ha goduto, anzitutto perché lo ritengono spacciato, e in secondo luogo perché ritengono che l’appoggio di Teheran sarà rimpiazzato da quello degli sceicchi. Il tutto in un disegno strategico antisionista. E’ sbagliato questo disegno della Fratellanza? Sì per noi è completamente sbagliato, ma da qui a sostenere che oramai HAMAS e tutta la Fratellanza sono passati dal lato opposto della barricata ce ne corre.

La verità è tutta all’opposto di quella dipinta dai paranoici geopoliticisti. La verità è che nel vicino oriente, nell’intricato gioco del vicino oriente, non ci sono pupi e pupari, ma forze e attori ognuno dei quali gioca la sua partita, ha i suoi propri scopi, e questo dentro una fase di passaggio fluida e dall’esito apertissimo e imprevedibile, in un contesto in cui di sicuro ci sono intrighi e complotti, ma la maggior parte dei quali sono destinati a fare fiasco perché la direzione di marcia degli eventi dipende anche dal protagonismo delle masse e dalle dinamiche interne ai movimenti popolari.

Vi è un caso che riteniamo esemplare a corroborare quanto diciamo, e a mettere a nudo tutta la fallacia della geopolitica. La Turchia di Erdogan e dell’AKP. Fino ad un anno fa questo paese e il suo condottiero islamico erano i vessilli dei geopoliticisti, non solo quelli di destra. Erdogan era osannato come un amato stratega che con fare astuto minava i disegni egemonici americani e sionisti. Che clamoroso schiaffo questi geopoliticisti hanno ricevuto! Essi, ora che Erdogan ha sostenuto i rivoltosi libici, ora che appoggia l’ala islamista della sollevazione siriana, ora tacciono. Non l’hanno ancora scritto, ma di sicuro pensano anche in questo caso a qualche complotto satanico ordito da CIA e Mossad. Non gli passa per la testa che Erdogan, invece di seguire i loro schemi astratti, si è reso conto di quanto devastante sia la crisi siriana a causa appunto di una rivolta dalle dimensioni di massa, che il regime siriano è spacciato, che difenderlo sarebbe sposare una causa persa. Che quindi è costretto a riposizionare la Turchia dentro il ginepraio.

Tutto questo non toglie che spesso ci siamo trovati d’accordo coi geopoliticisti, e che ci troveremo ancora d’accordo con loro, su questo o quel luogo della scacchiera mondiale. La spiegazione è semplice essendo loro antiamericani e noi antimperialisti, e dato che gli USA sono il baluardo dell’imperialismo mondiale, si spiega il comune sostegno a questa o quella resistenza. Ma questa coincidenza, appunto, è solo una coincidenza. Non è affatto un giungere alla medesima conclusione, è solo stare momentaneamente dalla medesima parte della barricata, pur avendo diversi principi, e usando diversi angoli visuali.

Campo Antimperialista, 7 marzo 2012

venerdì 17 febbraio 2012

Lin Biao: In memoria di un rivoluzionario (prima parte), di Moreno Pasquinelli

Secondo la versione ufficiale allora fornita dal Partito Comunista Cinese, Lin Biao perse la vita il 13 settembre del 1971 in un incidente aereo mentre scappava in Unione Sovietica dopo aver tentato di uccidere Mao e di impadronirsi di tutto il potere. A 102 anni dalla sua nascita, avvenuta il 5 dicembre 1907, vogliamo rendere onore alla memoria di questa figura leggendaria, segnalando le peculiarità del suo pensiero e le ragioni che lo portarono alla sconfitta.

La notizia della morte di Lin Biao, considerato l’indiscusso successore di Mao, tanto era enorme, venne tenuta nascosta per alcuni mesi. Venne resa nota solo il 5 novembre del 1971, accanto alla versione dell’incidente aereo. In verità pare che Lin Biao sia stato fucilato assieme ai suoi familiari, e che dunque la versione ufficiale fosse falsa, come quella che stesse ordendo un complotto per uccidere Mao Zedong.

Quale che sia l’insondabile verità sugli ultimi giorni di vita di Lin Biao, è certo che la sua scomparsa fu un evento spartiacque nella storia della Cina moderna, più precisamente, chiusa la breve parentesi della supremazia della “banda dei quattro”, essa segnò la fine della Rivoluzione culturale e l’annuncio del secondo ritorno di Deng Xiaoping alla testa del partito comunista cinese.
Non è per caso se dal 1973, data della ricomparsa di Deng alla guida del partito, sino al suo decesso del febbraio del 1997, Deng stesso abbia, in ogni discorso ufficiale di una certa importanza, denunciato aspramente il “linbiaoismo”, ovviamente in nome della “fedeltà creativa” al Mao Zedong pensiero. Lin Biao è stato ed è tutt’oggi per i dirigenti di fede denghista il mostro, il male assoluto, il capro espiatorio per esorcizzare quel gigantesco evento storico che è stato la Rivoluzione culturale.

Fu proprio sull’onda della Rivoluzione culturale che Lin Biao, principale condottiero dell’Esercito Popolare di Liberazione, divenne un leader politico secondo solo a Mao, da questi designato a succedergli. Nel vorticoso turbinio della battaglia contro l’ala destra del partito guidata da Liu Shaoqi, sembrava in effetti che l’unità di intenti tra Mao e Lin fosse a prova di bomba. Non era così.
Una volta liquidata la destra le divergenze tra i due dovevano emergere e dimostrarsi incomponibili.
Una tesi vuole che lo scontro tra i due fosse stato determinato dalla decisione di Mao di ricondurre l’Esercito alla sua specifica sfera di competenza. In effetti, nel periodo più turbolento della Rivoluzione culturale, quando la radicalizzazione giovanile era sfuggita completamente fuori dal controllo del partito, l’Esercito era assurto ad una posizione di primazia rispetto al partito, ne aveva surrogato le funzioni dirigenti, ne aveva anzi preso le redini.
Ovviamente c’è del vero in questa tesi, ma essa è solo una parte del discorso. La lotta tra l’ala linbiaoista e quella maoista, di cui la “banda dei quattro” fu solo una momentanea espressione, non era solo, come una certa storiografia americana vorrebbe far credere, soltanto una sordida lotta di potere. Era al contrario una lotta tra due linee strategiche, tra due visioni della rivoluzione mondiale, della costruzione del socialismo e dunque del ruolo storico della Cina.

Se questa lettura non era facile da estrapolare in quegli anni, oggi, a quattro decadi di distanza, vista la piega presa dagli avvenimenti, tutto appare sotto la sua autentica luce. La difficoltà a comprendere la natura squisitamente politico-strategica del dissidio tra coloro che uscirono vincenti dalla Rivoluzione culturale dipendeva dal fatto che, mentre erano evidenti i capisaldi della teoria politica linbiaoista, opache apparivano invece le tesi opposte dai suoi avversari, opacità che derivava dalla natura eterogenea del blocco politico che sconfisse Lin Biao, e che vedeva precariamente coalizzati, all’ombra del senescente Mao, Zhou Enlai, la “banda dei quattro” e Deng.

Ci vorranno un po’ d’anni, la morte di Mao Zedong e Zhou Enlai nel 1976 e l’eliminazione della “banda dei quatro”, affinché Deng Xiaoping, oramai ben saldo alla guida del partito, esponesse in due formule chiave o ideogrammi, la sua visione strategica: “Teoria dei tre mondi” e “quattro modernizzazioni”. Annunciata nell’aprile del 1974 col discorso che Deng tenne alle Nazioni Unite, la “Teoria dei tre mondi” venne ufficialmente innalzata a principio guida della politica estera cinese solo nel 1977. Cosa diceva questa teoria? Essa divideva il mondo in tre principali categorie: il primo mondo ovvero le due superpotenze USA e URSS, il secondo mondo le medie potenze tra cui i paesi europei e il Giappone, infine il terzo mondo che raggruppava la grande maggioranza delle nazioni semicoloniali e oppresse. La conseguenza sul piano strategico era dirimente: il terzo e il secondo mondo si sarebbero dovuti coalizzare contro il primo. La Cina denghista si proponeva dunque come avanguardia dei paesi del terzo mondo e dell’alleanza col secondo contro le due superpotenze. Sparivano quindi non solo la lotta di classe, ma il carattere rivoluzionario e antimperialistico delle lotte di liberazione nazionale.

Se è discutibile, come si vantano i suoi sostenitori, che questa teoria avesse avuto l’imprimatur di Mao Zedong, è certo che essa era agli antipodi della visione linbiaoista della “rivoluzione ininterrotta” o permanente. Una visione antimperialista coerente, che teorizzava la guerra popolare prolungata di accerchiamento del vero nemico principale, gli Stati Uniti, una guerra come modalità e fase della rivoluzione socialista mondiale, che dunque non faceva sconti ai regimi capitalisti del terzo mondo, i quali si proponeva di rovesciare e non di conservare come presunti alleati.

Parleremo più avanti e più concisamente della visione strategica di Lin Biao. Ora occorre tornare a quel decisivo frangente che portò alla frattura tra Mao e Lin. Pochi mesi dopo l’eliminazione di Lin Biao in piena guerra fredda, con il Vietnam in fiamme e il mondo attraversato dall’ondata rivoluzionaria e antimperialista, avvenne a Pechino un incontro che cambierà la storia del mondo: l’incontro tra il presidente americano Nixon e Mao Zedong. A posteriori possiamo affermare che questo evento gettò le basi del connubio USA-Cina, un connubio che farà molta strada, fino al paventato odierno G2. Lin Biao era certamente a conoscenza dei preparativi di questo connubio, che vennero definiti nei dettagli dal viaggio segretissimo che Kissinger fece a Pechino nel luglio del 1971, poche settimane prima che Lin fosse eliminato. Che Lin si opponesse a questa sterzata strategica di avvicinamento agli USA, questa sì certamente perorata da Mao e compiuta in nome della lotta al “nemico principale”, il “social-imperialismo sovietico”, non può esservi dubbio. Questo dissenso, noi riteniamo, fu alla base della lotta tra l’ala linbiaoista e quella guidata da Mao e che si concluse con la disfatta e la morte di Lin.

Quali furono le devastanti conseguenze della sterzata strategica cinese apparrà ben presto molto chiaramente. Alle spalle di una linea verbalmente antimperialista la Cina, non senza trascinare il movimento maoista mondiale verso il proprio suicidio, attuò un vero e proprio riallineamento geopolitico a fianco degli Stati Uniti, allora sotto attacco ad ogni latitudine. In nome del contrasto al “nemico fondamentale” rappresentato dall’URSS, e visto che la gran parte dei movimenti di liberazione all’URSS si appoggiavano, la Cina non solo voltò le spalle a questi ultimi, ma gli si scagliò contro, senza esitare a sostenere apertamente i diversi fantocci locali degli americani. Potremmo citare decine di casi eclatanti, ma quello simbolicamente più scandaloso fu senz’altro quello cileno, quando l’ambasciata cinese chiuse i suoi cancelli agli oppositori a cui i golpisti di Pinochet stavano dando la caccia. L’aperto tradimento dei movimenti rivoluzionari e di liberazione in nome della lotta al “social-imperialismo” sovietico (Pechino giunse persino a difendere la legittimità della NATO in funzione antisovietica) era il presagio di quella che di lì a poco sarà battezzata come “teoria dei tre mondi”, una teoria che accanto a quella delle “quattro modernizzazioni”, doveva fare da apripista alle sconvolgenti “riforme” capitalistiche degli anni ’80.
Oggi possiamo dunque dire che l’eliminazione di Lin Biao nel settembre del 1971 è una data spartiacque: di sicuro gli eventi avrebbero preso una piega del tutto diversa se Lin Biao avesse vinto la sua ultima battaglia.

(fine prima parte)