lunedì 4 febbraio 2019

Peculiarità dell’imperialismo USA in America Latina, di James Petras

Comprendendo l’imperialismo come fenomeno generale si perde di vista il suo modus operandi in ogni contesto specifico e significativo. Mentre l’esercizio del potere imperialista è una strategia comune, motivazioni, strumenti, obiettivi e impegno variano a seconda della natura del sovrano imperiale e del Paese bersaglio. Il Venezuela, attuale obiettivo degli Stati Uniti del presidente Donald Trump, è un caso che illustra le “peculiarità” della politica imperialista. Procederemo delineando sfondo, tecniche ed impatto della presa del potere imperiale.
Sfondo storico
Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di interventi in Venezuela principalmente per ottenere il controllo della sua ricchezza petrolifera. Negli anni ’50, Washington appoggiò la dittatura militare di Perez Jiménez fin quando fu rovesciata dall’alleanza di massa dei partiti socialisti, nazionalisti e socialdemocratici rivoluzionari. Washington non poteva e non intervenne; invece si schierò coi partiti democratici di centro-sinistra (AD) e centro-destra della COPEI che dichiararono guerra alla sinistra radicale. Negli anni gli Stati Uniti riguadagnarono l’egemonia fin quando l’economia non entrò in crisi negli anni ’90, portando a sollevazioni popolari e massacri di Stato. Gli Stati Uniti non intervennero inizialmente perché ritenevano di poter cooptare Hugo Chavez non essendo affiliato alla sinistra. Inoltre, gli Stati Uniti erano militarmente impegnati nei Balcani (Jugoslavia) e nel Medio Oriente e si preparavano per le guerre contro l’Iraq e altri Paesi nazionalisti che si opponevano a Israele e sostenevano la Palestina. Usando il pretesto della minaccia terroristica globale, Washington chiese la subordinazione alla sua dichiarazione di “guerra al terrorismo” mondiale. Il Presidente Chavez non si presentò dichiarando che “non si combatte il terrorismo col terrorismo”. Gli Stati Uniti decisero che la dichiarazione di indipendenza di Chavez rappresentava una minaccia all’egemonia statunitense in America Latina e oltre. Washington decise di rovesciare il Presidente eletto Chavez, ancor prima di nazionalizzare l’industria petrolifera statunitense. Nell’aprile 2002, gli Stati Uniti organizzarono un colpo di Stato militare, che fu sconfitto in quarantotto ore dalla rivolta popolare sostenuta dall’esercito. Un secondo tentativo di rovesciare il Presidente Chavez fu messo in moto dai dirigenti petroliferi attraverso il blocco petrolifero. Fu sconfitto dagli operai e dagli esportatori del petrolio. La rivoluzione nazional-populista di Chavez procedette alla nazionalizzazione delle compagnie petrolifere che sostennero il “blocco”. I falliti colpi di Stato portarono Washington ad adottare temporaneamente una strategia elettorale pesantemente finanziata attraverso fondazioni e ONG controllate da Washington. Ripetute sconfitte elettorali portarono Washington a passare ai boicottaggi elettorali e alla campagne di propaganda progettate per delegittimare il successo elettorale del Presidente Chavez. I tentativi falliti di Washington di restaurare il potere imperialista, gli si ritorsero contro. Chavez aumentò il sostegno elettorale, estese il controllo statale sul petrolio e altre risorse e radicalizzò la base popolare. Inoltre, Chavez si era sempre più assicurato il sostegno delle politiche antimperialiste tra governi e movimenti dell’America Latina, aumentando influenza e legami nei Caraibi fornendo petrolio sovvenzionato. Mentre i commentatori attribuivano al suo carisma il sostegno e l’influenza di massa del Presidente Chavez, decisive furono le circostanze oggettive peculiari dell’America Latina.
La sconfitta del Presidente Chavez dell’intervento imperialista può essere attribuita a cinque obiettivi e condizioni. Il profondo coinvolgimento degli Stati Uniti in più guerre prolungate allo stesso tempo, in Medio Oriente, Asia meridionale e Nord Africa. distrassero Washington. Inoltre, gli impegni militari statunitensi nei confronti d’Israele minarono gli sforzi degli Stati Uniti per concentrarsi nuovamente sul Venezuela. La politica delle sanzioni nordamericane si ebbe durante il boom delle materie prime tra il 2003 e il 2011, che fornì al Venezuela le risorse economiche per finanziare i programmi sociali nazionali e neutralizzare i boicottaggi locali da parte delle élite alleate agli Stati Uniti. Il Venezuela beneficià delle crisi neo-liberiste degli anni ’90 -‘2000 che portarono all’ascesa dei governi popolari nazionali di centro-sinistra in tutta la regione. Ciò avvenbe in particolare in Argentina, Brasile, Ecuador, Bolivia ed Honduras. Inoltre, i regimi “centristi” in Perù e Cile rimasero neutrali. Inoltre, il Venezuela e i suoi alleati si assicurarono che gli Stati Uniti non controllassero l’organizzazione regionale. Il Presidente Chavez da ex-ufficiale si assicurò la lealtà dei militari, sottraendosi ai complotti degli Stati Uniti per organizzare colpi di Stato. Le crisi finanziarie mondiali del 2008-2009 costrinsero gli Stati Uniti a spendere diversi miliardi di dollari per salvare le banche. Le crisi economiche e la parziale ripresa rafforzarono la mano del Tesoro ed indebolì l’influenza relativa del Pentagono. In altre parole, mentre le politiche imperiali e gli obiettivi strategici rimanevano, la capacità degli Stati Uniti di perseguirli era limitata da condizioni oggettive.
Circostanze che favoriscono gli interventi imperiali
Le circostanze inverse che favoriscono l’imperialismo possono essere viste in tempi più recenti. Questi includono quattro condizioni:
La fine del boom delle materie prime indebolì le economie degli alleati del centro-sinistra del Venezuela e portò all’ascesa dei regimi clienti di estrema destra diretti dagli Stati Uniti, oltre a intensificare le attività golpiste degli oppositori sostenuti dagli Stati Uniti contro il neoeletto Presidente Maduro. L’incapacità di diversificare le esportazioni, i mercati, i sistemi finanziari e distributivi durante il periodo espansivo portò a un calo dei consumi e della produzione e consentì all’imperialismo di attirare elettori, in particolare consumatori delle classi media e medio-bassa, impiegati, negozianti, professionisti e affaristi. Il Pentagono trasferì l’attenzione militare dal Medio Oriente all’America Latina, identificando i clienti militari e politici tra regimi chiave: Brasile, Argentina, Ecuador, Perù e Cile. L’intervento politico di Washington nei processi elettorali dell’America Latina aprì la porta allo sfruttamento economico delle risorse e al reclutamento di alleati militari per isolare e circondare il Venezuela nazionalista e populista. Le condizioni estere obiettive favorirono la ricerca di Washington del dominio imperiale. Le configurazioni nazionali del potere oligarchico rafforzarono la dinamica dell’intervento imperiale, il dominio politico e il controllo sull’industria petrolifera. Il declino delle entrate petrolifere del Venezuela, la mobilitazione dell’élite della propria base elettorale e il sistematico sabotaggio della produzione e della distribuzione ebbero un effetto moltiplicatore. I mass media e l’autoproclamata destra elettorale abbracciarono il colpo di Stato di estrema destra guidato dagli Stati Uniti manipolando la retorica democratica e umanitaria. Washington intensificò le sanzioni economiche per affamare i sostenitori chavisti dal basso reddito e mobilitò i clienti europei e latinoamericani per chiedere la resa del Venezuela mentre pianificava un sanguinoso colpo di Stato militare.
L’ultima fase del colpo di Stato militare pianificato dagli Stati Uniti richiedeva tre condizioni:
Divisione nell’esercito per fornire al Pentagono e ai golpisti una “testa di ponte” e un pretesto per l’invasione “umanitaria” degli Stati Uniti
Una leadership politica “compromettente” che persegua il dialogo cogli avversari che si preparano alla guerra.
Il congelamento di tutti i conti all’estero e la chiusura di tutti i prestiti e mercati dai quali il Venezuela continua a dipendere.
Conclusioni
L’imperialismo è un aspetto centrale del capitalismo globale degli Stati Uniti. Ma non può raggiungere i suoi obiettivi ogni volta e come desidera. Cambiamenti globali e di regime nella correlazione delle forze possono ostacolare e ritardare il successo imperialista. I golpe possono essere sconfitti e convertiti in riforme radicali. Le ambizioni imperialiste possono essere contrastate da politiche economiche di successo ed alleanze strategiche. L’America Latina è stata soggetta a colpi di Stato ed interventi militari imperialisti. Ma è anche in grado di costruire alleanze regionali, di classe e internazionali. A differenza di altre regioni ed obiettivi imperiali, l’America Latina è terreno di lotte di classe ed antimperialiste. I cicli economici accompagnano l’ascesa e la caduta delle classi e di conseguenza il potere imperialista avanza e si ritira. L’intervento USA in Venezuela è la più lunga guerra del nostro secolo (diciotto anni), superando l’invasione nordamericana dell’Afghanistan e dell’Iraq. Il conflitto illustra anche come gli Stati Uniti si affidino a clienti regionali ed alleati oltreoceano per una copertura alla loro presa del potere imperialista. Mentre i golpe sono frequenti, le loro conseguenze sono instabili: i clienti sono deboli e i regimi soggetti a sollevazioni popolari. I colpi di Stato degli USA contro i regimi popolari portano a sanguinosi massacri che non garantiscono un consolidamento ampio e a lungo termine. Queste sono le “peculiarità” dei colpi di Stato in America Latina.
Traduzione di Alessandro Lattanzio
http://aurorasito.altervista.org/?p=5185

LA MIA RELAZIONE AL IV CONVEGNO INTERNAZIONALE SU "L'EQUILIBRIO DEL MONDO" SVOLTOSI A L'AVANA. (TEORIA E PRATICA DEL SIONISMO), di Diego Siragusa



di DIEGO SIRAGUSA

Signore e signori, gentili delegati,

quando mi è stato chiesto di portare il mio contributo a questo convegno ho pensato a vari argomenti che fanno parte del mio lavoro di scrittore e di studioso del Medioriente. Alla fine ho deciso di attrarre la vostra attenzione su un tema che da decenni intossica le relazioni tra gli stati e incombe come la minaccia primaria sulla pace mondiale. Questo pericolo si chiama SIONISMO e la sua creatura si chiama ISRAELE. Ho voluto trattare questo argomento in coincidenza con alcuni episodi di repressione del dissenso ad ampio raggio per la formazione del pensiero unico sul SIONISMO E SU ISRAELE come la nuova religione che non ammette critiche e a cui tutto è permesso. L’oceano di sangue che scorre in Medioriente da 70 anni è causato da una nuova forma di colonialismo teorizzata e praticata da una minoranza che pretende di piegare il mondo intero ad una sua presunta superiorità e utilizzando l’esperienza storica della Shoà come pretesto per violare ogni norma del diritto internazionale ricevendo consenso e giustificazione per tutti i suoi crimini.
Il sionismo, come ideologia nazionalistica e razzista, tesa ad esaltare la superiorità e la diversità del popolo ebraico, ha conquistato dal 1948 ad oggi la maggioranza delle comunità ebraiche e dirige la politica estera di interi stati, primo fra tutti gli Stati Uniti d’America. Non è vero che la prima potenza al mondo sono gli USA: la prima potenza è Israele che comanda gli USA. Il sionismo è la causa prima della devastazione del Medioriente. I sionisti interferiscono nella politica di tutti gli stati, controllano l’informazione, censurano facebook, (IO STESSO SONO STATO MESSO A TACERE PER QUATTRO MESI, E SOLO DUE GIORNI FA HO POTUTO RIPRENDERE LE MIE PUBBLICAZIONI) minacciano i dissenzienti. Determinano anche l’elezione dei presidenti sudamericani, come nel caso recente di Bolsonaro, sostenuto dagli ebrei sionisti ricevendo in cambio l’impegno a spostare l’ambasciata brasiliana da Tel Aviv a Gerusalemme. Israele, come stato sionista, minaccia la pace mondiale, fomentando tutte le guerre, armando i gruppi mercenari, come recentemente in Siria, al fine di realizzare il famoso “PIANO YNON”, pensato per frammentare l’intero Medioriente in tanti piccoli stati, divisi per confessioni religiose e distinzioni etniche. In questo mondo si potrà realizzare IL GRANDE ISRAELE. Ormai i dirigenti israeliani non tacciono più il loro vero proposito: deportare in Giordania 5 milioni di palestinesi e completare la pulizia etnica iniziata nel 1948. 


La ricostruzione scientifica dei fatti avvenuti l’11 Settembre 2001 a New York e al Pentagono portano logicamente alla ipotesi che la CIA, il Mossad e l’FBI abbiano costruito un “inside job”, un lavoro fatto dall’interno per scatenare l’arabofobia, l’islamofobia a vantaggio unico di Israele e dell’Occidente egemonizzato dagli USA. Sono troppi gli indizi che conducono a Israele. Quando l’ex generale Wesley Clarck, ex Comandante in Capo della NATO in Europa, rivela alla televisione Democracy Now  che, pochi giorni dopo l’11 Settembre 2001, un collega del Pentagono lo informa che il governo americano sta preparando la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein e che è stato fatto un progetto per sovvertire in cinque anni i governi di sette paesi: Siria, Iran, Iraq, Libano, Libia, Sudan e Somalia allora appare evidente che l’unico e diretto beneficiario di questo progetto criminale ed eversivo è, oltre al Complesso Militare Industriale americano, ISRAELE. L’attacco all’Iraq nel mese di marzo del 2003, col falso pretesto delle armi di distruzione di massa, che non furono mai trovate, fu il primo atto per avvicinarsi ai confini iraniani. Primo atto coronato da successo. Il secondo atto doveva essere la Siria. Un altro stato forte e coeso che “dava fastidio a Israele” e che doveva essere eliminato per procedere, poi, all’eliminazione dell’Iran sciita, sostenitore del movimento libanese Hetzbollah, pur esso sciita, con un esercito di circa cento mila uomini, super armato e spina nel fianco dello stato ebraico. 

(Con padre Frei Betto, Teologo della Liberazione, uno degli oratori più applauditi)

Dopo l’Iraq, come sovvertire la Siria? Semplice. Lo stesso metodo applicato in Ucraina: la “rivoluzione colorata”. Organizzare manifestazioni dell’opposizione, sull’esempio delle “primavere arabe”, finanziare e introdurre migliaia di mercenari e innescare una guerra civile fino al rovesciamento del governo legittimo. Così avvenne, come testimoniano diverse fonti tra cui, la stessa Hillary Clinton e, soprattutto, l’ex ministro francese degli Esteri Roland Dumas in una intervista televisiva durante la quale racconta di essere andato a Londra al Foreign Office per salutare dei colleghi che gli avevano confidato che “stavano preparando una cosa in Siria” e chiedendogli se i francesi volessero partecipare. La parte più interessante di questa intervista è la domanda che il giornalista rivolge a Dumas: “Perché?” La risposta è chiara e pronta: perché è nell’interesse di Israele, come gli aveva confidato il primo ministro israeliano. Se oggi in Europa abbiamo il problema delle immigrazioni di massa, la causa principale e il colonialismo israelo-americano sul quale quasi tutta la grande informazione mainstream tace. Perché? Perché i sionisti controllano tutto. In Italia, sia nel Parlamento della Repubblica che nei grandi giornali, c’è il controllo sionista. Criticare Israele significa essere accusati di antisemitismo e perdere il posto di lavoro. L’accordo sottoscritto tra lo stato ebraico e facebook, per censurare e bloccare tutti coloro che criticano le politiche criminali israeliane, sono un esempio allarmante di questo stato di degrado e di controllo totalitario dell’informazione. Analogamente segnalo l’attacco ai liberi pensatori, ai giornalisti, agli scrittori, ai docenti del mondo accademico la cui carriera e stata rovinata dalle pressioni delle lobby sioniste. Questa è stata la sorte di Norman Finkelstein, di Tim Anderson, Marc Lamont Hill, Steven Salaita. Bahia Amawi, logopedista americana di origini palestinesi, è stata recentemente licenziata per aver rifiutato di firmare un contratto contenente un impegno anti-boicottaggio, dichiarando di non farlo, e che non parteciperà a boicottare lo Stato di Israele. Altri intellettuali sono stati anche minacciati.

(Il prof. Atilio Boròn, mostra una maglietta per la giornata internazionale 
dei crimini americani contro l'umanità)

Poche settimane fa la persecuzione sionista si è scagliata contro l'attivista e studiosa Angela Davis, eroica combattente per l’emancipazione del popolo afroamericano. Il consiglio del Birmingham Civil Rights Institute (BCRI) prima le ha dato il premio per i diritti civili e poi, su pressione della comunità ebraica locale, ha votato per annullare il premio. La colpa di Angela? Sostenere la Campagna di boicottaggio contro Israele e la difesa del popolo palestinese. Analogamente, molti studenti negli USA temono di esprimere sostegno ai diritti palestinesi a causa delle tecniche maccartiste di organizzazioni segrete come Canary Mission, che iscrive in una lista nera coloro che osano sostenere pubblicamente il boicottaggio verso Israele, mettendo così a repentaglio prospettive di lavoro e future carriere.

(Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodriguez Parrilla, ha concluso il convegno)

Il giornalista statunitense Joel Stein, ebreo-sciovinista, nel 2008 scrisse un articolo per il Los Angeles Times in cui, riportando un accurato elenco di nomi, dimostrò con un certo orgoglio come il mainstream americano fosse, in particolar modo per quel che riguardava l’industria dell’informazione commerciale, dell’intrattenimento e del cinema, controllata integralmente da circoli capitalistici di impronta ebraico-sionista. Gli ebrei sionisti gestiscono totalmente Hollywood. Non parlo della presenza sionista nel mondo della finanza perché mi manca il tempo. Ma voi tutti sapete che anch’esso è controllato e guidato dalle lobby sioniste.  

(Al dialogo interreligioso ha partecipato anche la comunità ebraica cubana 
esprimendo il proprio sostegno alla patria socialista)

Recentemente, il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha visitato 9 paesi mediorientali per illustrare la nuova “dottrina Trump” che cancella la “dottrina Obama”: sanzioni all’Iran, via libera a Israele per continuare a massacrare i palestinesi e prospettiva di costruzione di una NATO mediorientale con Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi, Qatar, Abu Dabi e Kuwait. Tutto costruito in funzione anti-iraniana e per fare un piacere a Israele. Quando Papa Francesco dice che la terza guerra mondiale è già iniziata, ma è a bassa intensità, dice una grande verità che molti hanno paura di dire, soprattutto in Europa, per non dare un dispiacere agli USA che sono il motore principale di quel progetto elaborato dai neoconservatori americani chiamato Project for a New American Century. L’11 Settembre 2001, il crollo delle Torri Gemelle, mediante la demolizione controllata, e il missile lanciato contro il Pentagono, perché questa è la verità, furono la prova generale per un nuovo secolo di guerre e di rinnovata egemonia israelo-americana. Per questa ragione attaccare, a tutti i livelli, il sionismo e lo stato di Israele, è una lotta titanica che deve impegnare tutti noi per la salvezza del mondo. Questa è a gionbe per cui Cuba non ha rapoporti diplomatici con Israele, uno stato artificiale, illegale, razzista e terrorista.

Questa è la ragione per cui Cuba non ha rapporti diplomatici con Israele, uno stato artificiale, illegale, razzista e terrorista.

Grazie per la vostra attenzione.



VERSIÓN EN ESPAÑOL


TEORÍA Y PRÁCTICA DEL SIONISMO

de DIEGO SIRAGUSA

Damas y caballeros, queridos delegados,

Cuando me pidieron que contribuyera a esta conferencia, pensé en varios temas que forman parte de mi trabajo como escritor y estudioso de Oriente Medio. Al final decidí llamar su atención sobre un tema que durante décadas ha estado intoxicando las relaciones entre los Estados y que se perfila como la principal amenaza para la paz mundial. Este peligro se llama SIONISMO y su criatura se llama ISRAEL. He querido tratar este tema en conjunción con algunos episodios de represión de amplio disenso para la formación del pensamiento único sobre el SIONISMO Y SOBRE ISRAEL como la nueva religión que no admite la crítica y a la que todo está permitido. El océano de sangre que ha estado fluyendo en el Oriente Medio durante setenta años está causado por una nueva forma de colonialismo teorizado y practicado por una minoría que pretende doblegar al mundo entero a su supuesta superioridad y utilizar la experiencia histórica de la Shoah como pretexto para violar todas las normas del derecho internacional al recibir el consentimiento y la justificación de todos sus crímenes.
El sionismo, como ideología nacionalista y racista, dirigida a exaltar la superioridad y diversidad del pueblo judío, ha conquistado desde 1948 la mayoría de las comunidades judías y dirige la política exterior de estados enteros, en primer lugar los Estados Unidos de América. No es cierto que la primera potencia del mundo sea Estados Unidos: la primera potencia es Israel, que manda en Estados Unidos. El sionismo es la causa principal de la devastación del Medio Oriente. Los sionistas interfieren en la política de todos los estados, controlan la información, censuran facebook, (yo mismo he sido silenciado durante cuatro meses, y sólo hace dos días pude reanudar mis publicaciones) amenazan a los disidentes. También determinan la elección de presidentes sudamericanos, como en el reciente caso de Bolsonaro, apoyado por judíos sionistas, recibiendo a cambio el compromiso de trasladar la embajada brasileña de Tel Aviv a Jerusalén. Israel, como estado sionista, amenaza la paz mundial, fomentando todas las guerras, armando a los grupos mercenarios, tan recientemente como en Siria, para realizar el famoso "PLAN YNON", diseñado para fragmentar todo Oriente Medio en muchos estados pequeños, divididos por denominaciones religiosas y distinciones étnicas. De esta manera se puede realizar el gran Israel. Ahora los líderes israelíes ya no callan sobre su verdadero propósito: deportar a 5 millones de palestinos a Jordania y completar la limpieza étnica que comenzó en 1948. 
La reconstrucción científica de los acontecimientos que tuvieron lugar el 11 de septiembre de 2001 en Nueva York y en el Pentágono conduce lógicamente a la hipótesis de que la CIA, el Mossad y el FBI han construido un "trabajo interno", un trabajo hecho desde dentro para desencadenar la arabofobia, la islamofobia en beneficio único de Israel y de Occidente hegemonizado por los Estados Unidos. Hay demasiadas pistas que conducen a Israel. Cuando el ex general Wesley Clarck, ex comandante en jefe de la OTAN en Europa, revela por televisión Democracy Now que, pocos días después del 11 de septiembre de 2001, un colega del Pentágono le informa de que el gobierno de Estados Unidos está preparando la guerra de Saddam Hussein contra Irak y que se ha hecho un proyecto para subvertir en cinco años los gobiernos de siete países: Siria, Irán, Irak, Líbano, Libia, Sudán y Somalia, entonces está claro que el único y directo beneficiario de este proyecto criminal y subversivo es, además del Complejo Industrial Militar Americano, Israel. El ataque contra el Iraq en marzo de 2003, con el falso pretexto de que las armas de destrucción masiva nunca fueron encontradas, fue el primer acto de acercamiento a las fronteras iraníes. Primer acto coronado con éxito. El segundo acto iba a ser Siria. Otro estado fuerte y cohesionado que "molestó a Israel" y que tuvo que ser eliminado para proceder, entonces, a la eliminación del Irán chiíta, partidario del movimiento libanés Hetzbollah, también chiíta, con un ejército de unos cien mil hombres, súper armados y con espinas al lado del estado judío. 
Después de Irak, ¿cómo subvertir a Siria? Simple. El mismo método aplicado en Ucrania: la "revolución de colores". Organizar manifestaciones de oposición, siguiendo el ejemplo de la "Primavera Árabe", financiar e introducir miles de mercenarios e iniciar una guerra civil hasta el derrocamiento del gobierno legítimo. Es lo que ocurrió, como atestiguan varias fuentes, entre ellas la propia Hillary Clinton y, sobre todo, el ex ministro francés de Asuntos Exteriores, Roland Dumas, en una entrevista televisiva en la que nos cuenta que fue a Londres al Ministerio de Asuntos Exteriores para saludar a los colegas que le habían confiado que "estaban preparando algo en Siria" y le preguntaban si los franceses querían participar.
Lo más interesante de esta entrevista es la pregunta que el periodista le hace a Dumas: "¿Por qué?" La respuesta es clara y está lista: porque redunda en interés de Israel, como le dijo el Primer Ministro israelí. Si hoy en día en Europa tenemos el problema de la inmigración masiva, la causa principal es el colonialismo israelo-estadounidense, sobre el que casi toda la gran mayoría de la información es silenciosa. ¿Por qué es eso? Porque los sionistas controlan todo. En Italia, tanto en el Parlamento de la República como en los grandes periódicos, existe el control sionista. Criticar a Israel es ser acusado de antisemitismo y perder el trabajo. El acuerdo firmado entre el Estado judío y Facebook para censurar y bloquear a todos aquellos que critican las políticas criminales israelíes es un ejemplo alarmante de este estado de degradación totalitaria y control de la información. Del mismo modo, me gustaría señalar el ataque a los librepensadores, periodistas, escritores y a los académicos cuyas carreras se han visto arruinadas por la presión de los grupos de presión sionistas. Este fue el destino de Norman Finkelstein, Tim Anderson, Marc Lamont Hill, Steven Salaita. Bahia Amawi, logopeda estadounidense de origen palestino, fue despedida recientemente por negarse a firmar un contrato que contenía un empeño antiboicot, afirmando que no lo hizo, y que no participará en el boicot al Estado de Israel. Otros intelectuales también han sido amenazados. Hace unas semanas, se lanzó la persecución sionista contra la activista y erudita Angela Davis, una heroica luchadora por la emancipación del pueblo afroamericano. El consejo del Instituto de Derechos Civiles de Birmingham (BCRI) le otorgó primero el premio de derechos civiles y luego, bajo la presión de la comunidad judía local, votó para cancelar el premio. ¿La culpa de Angela? Apoyar la campaña de boicot contra Israel y la defensa del pueblo palestino. Del mismo modo, muchos estudiantes en Estados Unidos temen expresar su apoyo a los derechos de los palestinos debido a las técnicas macartistas de organizaciones secretas como la Misión Canaria, que incluye en una lista negra a quienes se atreven a apoyar públicamente el boicot a Israel, poniendo en peligro las perspectivas de empleo y las carreras futuras.
El periodista estadounidense Joel Stein, judìo-chovinista, escribió un artículo para Los Angeles Times en 2008 en el que, con una lista exacta de nombres, demostraba con orgullo que la corriente dominante estadounidense, en particular en lo que respecta a la información comercial, el entretenimiento y la industria cinematográfica, estaba totalmente controlada por los círculos capitalistas judeo-sionistas. Los judíos sionistas dirigen Hollywood hasta el final. No hablo de la presencia sionista en el mundo de las finanzas porque me falta tiempo. Pero todos ustedes saben que también está controlado y dirigido por grupos de presión sionistas.  
Recientemente, el secretario de Estado de los Estados Unidos, Mike Pompeo, visitó 9 países de Oriente Medio para ilustrar la nueva "doctrina Trump" que borra la "doctrina Obama": las sanciones a Irán, la luz verde para que Israel continúe masacrando a los palestinos y la perspectiva de construir una OTAN de Oriente Medio con Egipto, Arabia Saudí, Jordania, Emiratos Árabes Unidos, Qatar, Abu Dabi y Kuwait. Todo ello con una función antiiraní y para complacer a Israel. Cuando el Papa Francisco dice que la Tercera Guerra Mundial ya ha comenzado, pero que es de baja intensidad, dice una gran verdad que mucha gente tiene miedo de decir, especialmente en Europa, para no disgustar a los Estados Unidos, que es el principal motor de ese proyecto desarrollado por los neoconservadores estadounidenses llamado Proyecto para un Nuevo Siglo Americano. El 11 de septiembre de 2001, el derrumbe de las Torres Gemelas, mediante demolición controlada, y el lanzamiento de misiles contra el Pentágono, porque esa es la verdad, fueron la prueba general para un nuevo siglo de guerras y de renovada hegemonía israelo-americana. Por esta razón, atacar al sionismo y al estado de Israel a todos los niveles es una lucha titánica que debe comprometernos a todos por la salvación del mundo.  Esta es la razón por la que Cuba no tiene relaciones diplomáticas con Israel, un Estado artificial, ilegal, racista y terrorista.

Gracias por su atención

http://diegosiragusa.blogspot.com/2019/02/la-mia-relazione-al-iv-convegno.html

mercoledì 23 gennaio 2019

ANCORA SUL TRAFFICO DI ESSERI UMANI

Caro Roberto [Savio],
sono quasi totalmente d’accordo con la valutazione di La Grassa che mi hai inviato [si veda in fondo a questa lettera]. Anzi, mi ha dato la voglia di ripubblicare sul blog di Utopia rossa il mio articolo di fine luglio contro i trafficanti di esseri umani che a suo tempo fece un po’ di scalpore, ma non mi sembra aver influenzato più di tanto gli ipocriti commentatori umanistici di questa autentica vergogna dell’umanità: basti pensare che per le Nazioni Unite il traffico degli esseri umani è il crimine internazionale più grave (e forse anche il più diffuso) dopo quello del traffico di droga. 
Nell’articolo dicevo che la cosa più logica e utile sarebbe stata di uccidere gli scafisti onde impedir loro di proseguire il traffico in altri paesi (come è infatti accaduto con gli sbarchi in Spagna e con la tratta «privilegiata» dalla Grecia)  aspettandoli al varco in acque internazionali. Questa frase è stata eliminata dalla versione inglese del mio articolo, ma io continuo a pensare che una criminalità di questa natura può essere combattuta solo eliminandola fisicamente e calcolando che prima si fa e più vite umane si salvano. E ovviamente bisogna affondare i lager galleggianti di queste reti criminali dopo aver tratto in salvo gli occupanti, ma su mezzi della marina militare e non su navi di varia e dubbia provenienza: ciò allo scopo di non incrementare un «traffico di ritorno» come in parte accade anche se in misura per ora molto contenuta con la storia vergognosa dei «rimpatri».
Se qualcuno sa mostrarmi una strada più efficace e rapida dell'uccisione degli scafisti colti in mare per porre termine al loro traffico e accelerare il salvataggio di vite umane, sono pronto ad ascoltarlo. Ma finora ho sentito solo appelli umanitaristici volti a facilitare il compito «in mare» di questi efferati criminali.
L’articolo di La Grassa mi spingerebbe a dire che forse si dovrebbero affondare anche le navi delle presunte «Ong» che si prestano a questo traffico e che tanta importanza hanno avuto nell'alimentarlo con il pretesto di correre a «salvare». Non so che dire, anche perché ignoro da dove queste presunte Ong ricavino i soldi per comprare o affittare addirittura delle navi. Gestire delle navi (a un certo punto era diventata quasi una «flotta di linea») non è uno scherzo e non ci si arriva a farlo con donazioni o risparmi. Su questo aspetto del traffico, però, non ho tutti i dati a disposizione e quindi preferisco tacere. Purché queste navi abbondantemente pagate in rimborsi (al riguardo si hanno alcune cifre abbastanza elevate che però non vengono pubblicizzate) si levino di torno.
Ovviamente non cambio nemmeno la mia posizione di principio sul fatto che chiunque arrivi in Italia (non importa come) ha diritto a restarvi - con tutti i diritti e i doveri dei cittadini italiani - e non dev'essere assolutamente rimpatriato: questa è un'altra crudeltà, ma è anche un altro business che si aggira sui diecimila euro a rimpatrio. E continuo a insistere che gli «umanitari», se fossero veramente tali, oltre a esigere che si ponga termine agli imbarchi, dovrebbero esigere il transito in voli charter semigratuiti degli immigrati via aeroporto di Fiumicino (diretti a Roma o altre capitali europee). Invece da questo orecchio gli «umanitari» non sentono e quindi continuano a favorire  il pagamento agli scafisti di cifre impossibili per i «dannati della terra»: dagli originari 1000 euro le tariffe sono ormai salite intorno ai 3000 o più a seconda del tipo di tragitto. Soldi che vanno alla criminalità organizzata del Nordafrica, che gestisce il traffico, con le loro appendici in Italia e, come si comincia a vedere, dentro i partiti e le istituzioni.
Un giorno si scriveranno romanzi e si faranno dei film su come le mafie italiane sono coinvolte in questo scandaloso traffico di esseri umani. Anche perché sono poi questi nuovi negrieri, di mafie e camorre vecchie e nuove, che costringono gli immigrati «via mare» a diventare prostituti/e e schiavi/e del lavoro nero, come nella vicenda dei 500 lavoratori stranieri di pochi giorni fa, in cui risulta coinvolto addirittura un dipendente dell’Ispettorato del lavoro!

La proiezione, pubblicata nel report Modern Slavery Index 2017 a cura del centro studi britannico Verisk Maplecroft, si basa soprattutto sull’elevato numero di sbarchi sulle coste italiane. Arrivi che hanno provocato un innalzamento del numero delle “persone vulnerabili” facili prede di mafie e sfruttatori. Il sociologo: "Il problema è il sistema d'accoglienza. L'80% di sfruttati è di nazionalità straniera, gli altri italiani"

Tutti coloro che incoraggiano le partenze via mare garantendo loro navi di soccorso appena giunti in acque internazionali, che piaccia o no, sono complici moralmente (o anche solo per stupidità) del traffico di esseri umani: lo stanno solo incrementando dopo averlo incoraggiato negli anni del centrosinistra e del centrodestra.
Bloccare il traffico alla partenza è una priorità assoluta per salvare centinaia di migliaia di vite umane dal rischio della morte per mare, dal capolarato mafioso dopo lo sbarco, dalla prostituzione e dalla piccola criminalità, ma soprattutto  dalla mancanza di dignità che attende tali vite umane proprio per il modo criminale e clandestino con cui vengono fatte arrivare in Europa.
Continuo a chiedermi senza trovare risposta: come può la coscienza civile dei cosiddetti umanitari accettare che questa immigrazione avvenga clandestinamente per via mare invece che legalmente per via aerea o ferroviaria? Non potrebbero gli elettori più coscienti rivolgere questa domanda ai dirigenti dei loro partiti e costringerli ad agire di conseguenza invece di piangere ipocritamente ogni volta che un barcone carico di esseri umani affonda o viene fatto affondare per considerazioni tattiche degli scafisti?
Ci sarebbe poi il discorso più generale e  certamente più importante a lunga scadenza di come, incoraggiando questi flussi migratori selvaggi, si stanno depauperando ulteriormente alcune regioni dei Paesi africani e asiatici (basti pensare che il Bangladesh è al secondo posto per numero di immigrati, a riprova che il pretesto dell'asilo politico è solo l'ipocrita copertura a una disperazione d'ordine economico). Ma questo è un altro discorso che può essere inteso solo da chi ha raggiunto la consapevolezza di essere abitante della Terra. Francamente non me la sento di intavolarlo con chi incoraggia gli imbarchi clandestini, anche se animato da princìpi umanitari più o meno sinceri.
Ciao
Roberto [M.]


DEBBONO MORIRE LORO, NOI SALVIAMOCI
di Gianfranco La Grassa


Non l’ho fatto subito, anche perché sono stufo di simili notizie che cominciano ad essere noiosamente ripetitive, ma posso garantire che è la domanda che mi sono posto quando ieri sera ho ascoltato la notizia in TV. Chi s’imbarca ammassandosi su natanti inadatti e pericolosi ha proprio contato quelli che erano assieme a lui? E perché si devono credere sulla parola questi giovanotti che spendono sui 3000 dollari per arrivare dove saranno comunque mal accolti, essendo stati debitamente ingannati su che cosa possono trovare da queste parti. Ho poi anche sentito, per convincere gli ascoltatori, le parole attribuite ai tre superstiti, che si racconta fossero in ipotermia e quindi assai poco coscienti: “meglio morti che in Libia”. Erano in grado, in quelle condizioni, di fare simili valutazioni? E in tre esprimevano l’opinione dei 117 crepati (ma che precisione di numero)? E non sono stati raccolti o almeno visti in mare un bel numero di cadaveri?
Mi dispiace, ma credo si debbano infine affondare (quando ancora non hanno raccolto nessuno) le navi di quelli che continuano a fare gli umanitari, a prendere un bel po’ di soldi e a spingersi verso le coste libiche per creare continui casi con cui tentare di impietosire una minoranza di ebeti, istupiditi pure dalla propaganda di una Chiesa guidata da puri ipocriti. Pur non essendo credente, sono pronto a sempre difendere il sentimento religioso e chi ne è sincero portatore. Lo ritengo estremamente importante e in tutte le epoche storiche ha avuto una rilevanza decisiva per la stragrande maggioranza di ogni data popolazione; non a caso è sempre esistito e provoca riso e fastidio, per la sua improntitudine e arroganza, chi pensa di estirparlo con la “conoscenza scientifica”. Se però vi è un’organizzazione che ormai se ne serve per scopi utilitari – non di soli soldi, lo so, ma anche per motivazioni perfino peggiori – allora quest’ultima provoca in me irritazione e inimicizia irriducibile. Secondo la mia opinione, si dovrà difendere la religione perfino da questa “Istituzione” profittatrice. Il discorso continuerà a lungo e opporrà gruppi viepiù nemici fra loro. 
Per quanto mi riguarda, l’opposizione a questa falsa pietà non riguarda i migranti. Lo ripeto: si tratta di illusi, che certo possono meritare un minimo di pietà. Bisogna andare ai vertici politico-economici di queste nostre società “occidentali” (e al ceto di intellettuali, giornalisti, falsi educatori, che li serve con la massima infamia), ormai impauriti dalla sensazione di una fine non troppo lontana. Vi ricordate i lucidi ragionamenti del principe di Salina ne “Il gattopardo”? Quelle classi (semi)nobiliari, presaghe della loro sorte, lottavano anche solo per ritardarla di qualche decennio; per loro era una sorta di “eternità”. E invece bisogna affrettarsi a schiacciare questi autentici zombi che, pur inconsapevoli, ragionano come Sansone: muoio io e allora muoiano tutti gli altri assieme a me. Facciamo “morire” loro, noi dobbiamo salvarci invece.    





di Roberto Massari 
(18/7/2018)
(già apparso sul blog)

Premetto che mi riconosco pienamente nel recente articolo di Roberto Savio («Immigrazione, molti miti e poca realtà») in cui si mostrano le cifre reali del processo immigratorio, si elencano i vantaggi che derivano all’economia dai flussi migratori (anche se si sottovalutano i danni che tali flussi provocano ai Paesi di provenienza) e mi dichiaro favorevole alla massima accoglienza di tali flussi purché compiuta in maniera umana, legalmente programmata e secondo tradizioni e valori della civiltà laica occidentale (cioè illuministica).
Nel testo che segue non si parla quindi del fenomeno dell’immigrazione o degli «sbarchi» in quanto tali. Si parla del traffico internazionale di esseri umani e quindi del crimine contro ogni principio di umanità rappresentato dagli «imbarchi», punto terminale di una rete criminale internazionale. Questa è sempre esistita, ma si è rafforzata negli ultimi anni per ragioni che non sono sempre chiare avendo essa delle connivenze negli apparati statali dell’Italia e della Libia, in primo luogo, ma anche di Turchia, Spagna ecc., oltre ai paesi di provenienza.
Per queste ragioni desidero dare la massima visibilità alla lettera che segue, di Fred Kuwornu,  regista italiano di origini ghanesi, che dice con franchezza ciò che io penso da molto tempo e che le cifre dimostrano in maniera inoppugnabile: vale a dire che tutta questa storia umanitaria degli imbarchi/sbarchi è gestita da mafie nazionali e internazionali come traffico di esseri umani, una vera e propria «tratta» del XXI secolo. Essa cominciò sfruttando l'emotività psicologica provocata dai primi naufràgi di gommoni (e forte è il sospetto che essi fossero provocati ad arte) e proseguì come incentivo a un esodo di massa dall'Africa e dall'Asia, violando tutte le norme della civiltà, del rispetto della persona umana, della salvaguardia della vita, creando traffici di prostituzione e nuovo schiavismo, e danneggiando anche la condizione economica dei paesi di provenienza.
Ben presto le «carrette della morte» furono sostituite da navi delle Ong (superpagate per svolgere il trasporto fino a destinazione) e il traffico di esseri umani poté svolgersi più o meno indisturbato per alcuni anni.
La verità è che le Ong (finché è stato concesso loro), le associazioni umanitarie impegnate a favorire gli sbarchi (in realtà… gli imbarchi), i settori della marina coinvolti, faccendieri vari e aziende locali particolarmente interessate agli sbarchi stavano perpetrando o fornendo copertura a uno dei più grandi crimini dell'epoca attuale.
Se esiste il dramma degli sbarchi e se ci sono migliaia di persone morte nelle acque del Mediterraneo è perché esiste il traffico degli imbarchi, gestito da associazioni criminali che fino ad oggi hanno potuto compiere il loro sporco lavoro indisturbate. Anzi, agli inizi, quando erano costrette a usare proprie imbarcazioni, queste venivano loro gentilmente restituite perché potessero continuare la tratta.
So di essere colpevolmente in ritardo, perché da tempo era arrivato l’obbligo morale di gridare forte che tutti coloro che favoriscono in un modo o in un altro il commercio degli imbarchi sono complici più o meno preterintenzionali di questa rete criminale. Essa parte da paesi lontani come il Bangladesh (che è il secondo gruppo etnico per quantità di profughi in questa tratta camuffata da richiesta di asilo politico e proprio il Bangladesh sta a dimostrare che l'asilo politico non c'entra niente, è solo un pretesto), passa per l'Africa centrale e arriva alle sponde del Mediterraneo.
Che queste cose le dica un intellettuale di origini ghanesi (e quindi africane) può forse aprire brecce nel cervello della presunta area «progressista» che con le sue campagne umanitarie sugli sbarchi non si rende conto di favorire gli imbarchi, col loro triste seguito di morti o di gommoni fatti affondare appositamente per suscitare la reazione umanitaria dei media. Questo non significa che non si debbano accogliere tutti coloro che riescono ad arrivare sulle coste italiane: ciò è fuori discussione. Ma significa che se non si vuole essere moralmente corresponsabili delle morti per annegamento e del traffico criminale che si svolge prima e dopo gli sbarchi, si deve impedire che avvengano gli imbarchi, si deve cioè intervenire duramente e prima di subito nei luoghi in cui ha origine la tratta. Ma per farlo non c'è altra via che la distruzione fisica delle imprese criminali che gestiscono il traffico.
Misure timide e parziali possono per ora tamponare qualche situazione, come ha dichiarato Massud Abdel Samat (capo dei guardiacoste libici e dipendente dal comando di Tripoli):

«Il nuovo governo italiano ha fatto bene a fermare le Ong, che nei fatti erano funzionali alla tratta. Per i trafficanti e le organizzazioni criminali che prosperano sulla vendita di esseri umani è crisi nera. Una crisi tanto grave che stanno spostando le loro attività in Tunisia e Marocco» (Corriere della Sera del 15/7/2018, p. 3)

Ovviamente questo militare libico non è tenuto a sapere che il governo italiano attuale, diretto dalla Lega e in second’ordine dai 5 Stelle, è animato da spirito razzistico e xenofobo nella sua opposizione agli sbarchi, ma è anche vero che per la prima volta si sentono sui media, da ambienti governativi italiani, parole come «trafficanti» e simili che in precedenza (governi PD) erano tabù (mentre erano da tempo moneta corrente in altri paesi europei). Aggiungo che il governo attuale non dice nulla sulla politica dei rimpatri. Questa è non solo cinica barbarie (visti, al di là di altre considerazioni, anche i sacrifici finanziari e rischi della vita che hanno corso queste povere vittime del traffico di esseri umani), ma non si dice al contribuente che il costo medio unitario per ogni rimpatrio si aggira intorno ai diecimila euro (incluso il ritorno in prima classe in aereo dei due agenti di scorta previsti per ogni povero diavolo rimpatriato). 
Riguardo alle Ong bisogna prendere atto che esse hanno collaborato e vorrebbero continuare a collaborare con i criminali del traffico umano. Il loro compito era di andare a prelevare i migranti sui gommoni appena usciti dalle acque territoriali libiche, farli salire sulle navi (ultrafinanziate), condurli nei porti italiani e farsi belli con la balla «di averli salvati». Senza di loro il traffico avrebbe avuto problemi a proseguire, sia perché i gommoni rischiavano di non arrivare tutti sino alle coste italiane (stiamo parlando di decine di migliaia di esseri umani), sia perché altri paesi non li volevano (tranne la Turchia dove però i migranti arrivavano e arrivano via terra allo scopo di rimpinguare le casse del governo dittatoriale di Erdogan che riceve miliardi dalla UE), sia perché la marina militare italiana aveva pur sempre delle norme da rispettare.
I gommoni affondati di recente, guardacaso appena Salvini ha chiuso i porti alle Ong, erano in un certo senso «previsti» da parte dei negrieri-trafficanti che hanno usato gommoni obsoleti e a rischio facile di affondamento. (La notizia data per certa l’ho scovata tra le righe del Corriere della Sera). Questi criminali sanno benissimo l'effetto psicologico che ha sull’opinione pubblica la morte dei migranti in mare: del resto cominciò proprio così questa tratta vergognosa, forse la più grande vergogna in atto in questo momento nel mondo: cominciò con l'affondamento più o meno programmato di alcuni gommoni. Il fatto commosse comprensibilmente l'opinione pubblica (complici i giornali, i media, i governi Pd), suscitò reazioni emotive tutt’altro che razionali e così cominciò questo traffico inaudito di cui il capitalismo dovrà vergognarsi un giorno di averlo permesso e incoraggiato. E con lui tutta la processione umanitaristica.
Per centinaia di milioni di persone, il sogno di abbandonare l'Asia e l'Africa per raggiungere l'Europa è antico quanto il colonialismo che ha impoverito questi continenti. Ma non è antica, anzi è recentissima, la costruzione di una rete internazionale che dietro il versamento di cifre altissime per la povera gente che le paga, e a rischio della vita sui barconi, riesce a far entrare masse di migranti in Europa, senza passare per le dogane, gli aeroporti e senza documentazione. Agli inizi venivano chiesti dalle mafie del traffico almeno 1.000 euro a persona (cioè una cifra mostruosa per i poveri d’Asia e d’Africa), ma ora queste cifre sono in aumento (per il traffico dalla Grecia si parla di quasi 3.000 euro) oltre alle estorsioni prima dell’imbarco di cui parla anche Fred Kuwornu. E chi dopo l'arrivo in Libia (dopo settimane o mesi di sofferenze) non le può pagare o non può pagare i supplementi richiesti, nell'impossibilità di tornare indietro può vedersi ridotto allo stato di schiavitù nei campi profughi libicie in altri lager gestiti da bande criminali e funzionari statali corrotti. La prostituzione femminile è spesso l'ultima possibilità che rimane per pagare le cifre richieste dai negrieri. E comunque è sempre la prostituzione che attende molte di queste donne una volta «sbarcate» sulle coste italiane, quando vengono riprese in ostaggio da altre reti criminali legate alle stesse reti che le hanno trasportate.
La differenza con il sogno del passato di emigrare in Europa e la possibilità di realizzarlo concretamente è stata data a un certo punto dalla prassi di accettare gli immigrati purché arrivassero via mare, su barconi e altri mezzi di fortuna e non tramite permessi consolari, aerei charter ecc. È stata una mossa (non saprei dire fino a che punto voluta dal governo italiano di Renzi) che ha fatto credere a centinaia di milioni di persone che quella dello sbarco marittimo (camuffato da richiesta di asilo politico) fosse finalmente la porta spalancata a chiunque per entrare in Europa. È stata cioè una speranza rinfocolata artificialmente, quasi un invito a mettersi in cammino (dal Bangladesh, dal Medio Oriente, dall'Africa centrale ecc.) procurandosi con qualsiasi mezzo i 1.000 euro da pagare alle bande criminali e disposti ad affrontare i rischi del viaggio per mare.
Con l'intervento delle Ong quei rischi si sono ridotti al minimo e quindi anche l'afflusso è cresciuto a dismisura. In questo senso le Ong sono state complici «tecniche» della nuova tratta. E comunque ogni viaggio se lo facevano pagare profumatamente (si parla di almeno 240.000 euro a viaggio, ma ovviamente è difficile avere certezza sulle cifre, costi accessori, tangenti ecc.). Spero però che nessuno creda più alla buona fede di queste «agenzie di trasporti» che nulla hanno a che vedere con lo spirito originario delle Ong che in alcuni casi e in alcuni paesi ancora permane.
Sulle illusioni di tanta povera gente hanno speculato le bande criminali e la filiera addetta al trasporto marittimo. Il tutto perché la nostra «civiltà» italiana ed europea non consente che chi è desideroso di immigrare in Europa lo faccia con un volo charter da meno di 100 euro a testa, sbarcando legalmente e civilmente all’aeroporto di Fiumicino. No, la bestiale ricerca di denaro, di lavoratori o lavoratrici da supersfruttare col lavoro nero, di nuova manovalanza da reclutare a traffici di ogni genere, fa sì che l'entrata possa avvenire solo pagando le bande criminali, solo rischiando la vita, solo consegnandosi ad altre bande criminali attive in Italia e in Europa. Questa differenza i benpensanti nostrani sembrano non capirla, ma io la ripeto: perché non si entra gratis e legalmente da Fiumicino, invece che pagando le mafie e illegalmente dal mare?
Invece di lamentarsi indignati ogni volta che un tentativo di sbarco si conclude tragicamente, invece di pensare ipocritamente solo al dramma degli sbarchi, si cominci a pensare al traffico degli imbarchi e si risponda alla mia domanda (che tra l’altro la gente comune già si pone da tempo, ovviamente senza ricevere risposte dalla nomenklatura politica). Ponendosi quella domanda, si comincerà a capire la natura mostruosa del crimine rappresentato dal traffico di esseri umani e dalla rete degli imbarchi.
La ex pseudosinistra, divenuta nel frattempo semplice massa d'opinione progressista, è totalmente in malafede col suo piagnisteo su chi muore durante i viaggi organizzati dai trafficanti di esseri umani. Non avendo più ideali di emancipazione sociale in cui credere, si affida al buonismo umanitario che, come spesso è accaduto nella storia dell'umanità (dalle riserve con vaccinazione antivaiolo per i nativi americani all'odierno traffico assistito di esseri umani) serve solo a nascondere il senso di colpa individuale e collettivo nei confronti di Paesi che sono stati rovinati proprio dalle politiche colonialistiche, prima, e imperialistiche, poi, di quegli stessi Stati dei quali ora si vorrebbe diventare sudditi.

La mia posizione, se fossi ministro degli Interni in un governo anticapitalistico, sarebbe di organizzare delle task-force che, con o senza permesso dei libici, vadano ad aspettare i trafficanti appena fuori delle acque territoriali e li ammazzino uno per uno, salvando e portando in Italia gli immigrati che stanno sui barconi.  Lo sterminio dei trafficanti è indispensabile per impedire loro che ricostruiscano la rete o spostino altrove il traffico. E la loro eliminazione, fatta in acque internazionali non creerebbe grandi problemi giuridici. E comunque, a mali estremi estremi rimedi: uccidendo qualche centinaio di trafficanti si salverebbero decine di migliaia di vite umane e si porrebbe termine al sogno artificialmente indotto di poter raggiungere l'Europa «clandestinamente» via mare e dietro pagamento di tangenti alle mafie di vario genere.
Dei trafficanti risparmierei la vita solo a quelli disposti a indicare i nomi che compongono la filiera del traffico, dalla manovalanza fino ai vertici (quelli che la organizzano e ci hanno già guadagnato negli anni miliardi di euro).  Il traffico finirebbe nel giro di poche ore e si dimostrerebbe per quello che è: una tratta di esseri umani organizzata internazionalmente con complicità negli apparati statali di vari paesi africani e asiatici oltre che dell'Italia, e col sostegno «morale» degli utili idioti.

Quindi prego di dare la massima circolazione alla lettera di Fred Kuwormu, perché il suo contenuto non potrebbe essere più giusto e più utile per frenare la complicità «umanitaria» del mondo «progressista» con i trafficanti di esseri umani.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

lunedì 21 gennaio 2019

Cospirazionismo e analisi


Prima che la NATO bollasse come «cospirazionista» ogni ricerca sugli attentati dell’11 settembre 2001, gli interrogativi di Thierry Meyssan erano considerati legittimi. Questa è una trasmissione del 2002 della catena d’informazione continua LCI.
Domanda/Edizioni Demi-luneInnanzitutto, grazie Meyssan per aver accettato quest’intervista, il cui obiettivo è spiegare ai suoi lettori, e non solo, la coerenza della sua produzione editoriale. In seguito alla pubblicazione di Sotto i nostri occhi, abbiamo ritenuto importante rieditare L’Effroyable Imposture 2, un’opera fondamentale purtroppo esaurita; la nuova edizione è uscita a ottobre scorso, sicché i suoi ultimi tre lavori sono ora disponibili nella collezione Résistences. Gli internauti che leggono Rete Voltaire conoscono l’importanza del suo lavoro e ne sanno valutare la cospicua portata; ma per gli altri lei è il “polemista” dell’11 Settembre e, per i suoi detrattori (ossia i media atlantisti nel complesso o, per essere più precisi, i direttori di giornale, i capo-redattori e gli editocrati), un pericoloso «cospirazionista», addirittura il «gran sacerdote delle teorie del complotto». Lei come si definirebbe?
Thierry Meyssan: Un analista di relazioni internazionali. Provengo dal mondo politico francese. Per 12 anni sono stato segretario nazionale di un partito di governo, quello di Jean Moulin. Come lui sono radicalmente repubblicano, nel senso di «votato all’interesse generale». Per questo motivo non ho taciuto quando il governo di George W. Bush ha presentato la sua versione degli attentati dell’11 Settembre. Sono stato immediatamente oggetto di pressioni, cui mi sono rifiutato di sottostare. Inizialmente ho avuto la fortuna di beneficiare della protezione del presidente Chirac; dopo l’elezione di Nicolas Sarkozy, invece, uno dei servizi di Stato ha ricevuto l’ordine di eliminarmi. Piuttosto che chinare la testa, ho preferito lasciare tutto e andare in esilio. Dopo qualche mese, ho cercato di capire a quale potere avessi dato fastidio. Ho coltivato relazioni già consolidate con leader come il presidente venezuelano Hugo Chavez e ne ho allacciate altre, per esempio con il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. A poco a poco ho acquisito riconoscimento in ambienti professionali – diplomatici, militari e politici – del mondo intero. Certamente ci sono moltissimi esperti migliori di me, ma operano all’interno di governi e non pubblicano i propri lavori. Sono l’unico ad aver avuto esperienze di governo in diversi Paesi e ad avere scritto sulla stampa di molti Paesi.
DomandaCi vuole malafede inaudita per definire «teorici del complotto» quanti mettano in dubbio la versione ufficiale degli attentati; una versione che asserisce che gli attentati terroristi contro gli USA sono stati appunto risultato di un complotto, di cui il responsabile è Al Qaeda di Bin Laden! Si può dire senza pericolo di esagerare che, secondo i media, chiunque non aderisca ciecamente alla versione di un’amministrazione criminale – che ha fatto due guerre illegali, instaurato la detenzione permanente e la tortura, nonché mentito compulsivamente e ripetutamente all’intera comunità mondiale – è un «teorico del complotto».
Thierry Meyssan: Sin dall’inizio non ho accettato la tesi che a far cadere le Torri Gemelle fossero stati aerei di linea; che un aereo avesse colpito il Pentagono; che individui che non risultavano sulle liste d’imbarco avessero piratato degli aerei; che una terza Torre fosse crollata per mimetismo. Il mio atteggiamento sin dall’inizio non collima con quello che, prima dell’11 Settembre, gli universitari definivano «teoria del complotto», ossia il rifiuto, per principio, che gli avvenimenti possano essere in contraddizione con la propria visione del mondo. È la volontà di resistere, non razionale ma ragionevole, che mi ha spinto a riflettere.
DomandaTuttavia, il sottotitolo dell’ultimo libro, Dall’11-Settembre a Donald Trump, sembrerebbe dare ragione ai suoi nemici, che si compiacciono a presentarla come un teorico del complotto con una fissazione per gli attentati dell’11 Settembre… Ed è un fatto innegabile, benché si abbia talvolta la tendenza a dimenticarlo, che questi attentati hanno «cambiato il mondo».
Thierry Meyssan: Tutti gli storici sono concordi nell’affermare che l’11 Settembre ha segnato un cambiamento radicale nella politica internazionale, altrettanto importante della dissoluzione dell’Unione Sovietica.
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DomandaComunque sia, per i più, che siano supporter o detrattori, lei rimane il giornalista che ha diffuso a livello planetario il dubbio sulla responsabilità dei fatti, colui che ha affermato che nessun Boeing è caduto sul Pentagono… Nella riedizione de L’incredibile menzogna non abbiamo ripreso questa frase choc dell’edizione originale: ci è sembrato che avrebbe sminuito l’obiettivo generale dell’opera, ben più vasto e ricco. Infatti, sin da marzo 2012, ossia un anno prima dell’invasione illegale dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, lei aveva previsto quanto stava per accadere: dall’invasione dell’Iraq all’avvio della «guerra senza fine». Il men che si possa dire è che non gliene è stato riconosciuto il merito…
Thierry Meyssan: Innanzitutto, il mio lavoro fu sottovalutato negli Stati Uniti, dove la gente ha aspettato parecchi anni prima di porsi i quesiti che io mi sono immediatamente posto. E poi distinguiamo due cose: il mezzo che ho usato per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulla menzogna dell’amministrazione Bush e lo studio della direzione imperialista che quest’amministrazione stava imboccando.

L’aereo sul Pentagono non era il soggetto del mio libro

Dimostrare a tutti che nessun aereo aveva colpito il Pentagono era un mezzo semplice e verificabile per mettere in risalto la manipolazione dell’amministrazione Bush. Non era però il soggetto del mio libro. Il vero soggetto era l’imposizione negli Stati Uniti di un sistema di sorveglianza, il Patriot Act, e il perseguimento di una «Guerra senza fine», secondo l’espressione usata dallo stesso Bush; guerra che da allora vediamo imperversare sotto i nostri occhi.
Mi mancavano molti elementi, che solo in seguito ho potuto analizzare, ma ne avevo a sufficienza per prevedere quel che sta accadendo oggi. Molti sono stati infastiditi, non dal mio ragionamento, ma dalle mie conclusioni. Per esempio, Le Mondemi ha rimproverato di sostenere solo per «antiamericanismo» che Washington avrebbe attaccato Bagdad. Secondo il quotidiano, gli Stati Uniti avevano già attaccato l’Iraq con Bush padre ed era una mia fissa credere che lo avrebbero rifatto. Dimenticando le accuse della prima ora, lo stesso giornale oggi mi accusa di essere filo-Trump, quindi «filo-americano».
In particolare, alcuni dei miei detrattori hanno tratto conclusioni assurde dalle mie opere, che probabilmente non hanno letto: rifiutando il fatto che Al Qaeda fosse l’ideatrice degli attentati, cercavo di minimizzare la minaccia islamista. L’ultimo mio libro, Sotto i nostri occhi, dimostra esattamente il contrario: penso che bisogna combattere gli islamisti per quanto fanno, e non per quanto gli viene falsamente attribuito. Per «islamista» non intendo i credenti di religione mussulmana, bensì l’ideologia politica della Confraternita dei Fratelli Mussulmani.
DomandaDifatti, sembra che nessuno abbia preso sul serio il presidente Bush quando dichiarava che gli Stati Uniti avrebbero ingaggiato una «guerra contro il terrore» che, diversamente dalle guerre moderne, avrebbe potuto durare un’intera generazione, persino oltre. Sembrava un’idea delirante, ebbene eccoci qui, 17 anni dopo, in un mondo in cui i conflitti e i teatri di guerra non hanno fatto che accumularsi.
Thierry Meyssan: Allora non si conoscevano i lavori dell’ammiraglio Arthur Cebrowski. Certo, egli già teneva conferenze in tutte le accademie militari USA, ma il suo pensiero è stato divulgato pubblicamente nel 2003 da Vanity Fair e, soprattutto, per mezzo di un libro del suo assistente, Thomas Barnett, pubblicato nel 2004.
L’idea generale è che, scomparsa l’Unione Sovietica, non ci saranno più amici o nemici, solo persone che accettano o non accettano di entrare in affari con gli Stati Uniti. Il Pentagono non dovrà più fare guerre contro grandi potenze, bensì instaurare un ordine mondiale compatibile con la globalizzazione finanziaria. Cebrowski divide il mondo in due parti: da un lato gli Stati stabili, inseriti nell’economia globale, dall’altro i rimanenti; stabilisce che gli Stati Uniti non faranno più guerre per accaparrarsi risorse, al contrario presidieranno l’accesso da parte dei Paesi globalizzati alle risorse naturali delle zone non globalizzate. Conclude che basterà infine distruggere le strutture statali della parte del mondo che può essere sfruttata per impedirle di difendersi.
Quando ho letto il libro di Barnett – che ci gira intorno prima di arrivare alla conclusione – non volevo crederci. Era cinico e crudele. Quando, dopo qualche anno l’ho riletto, vi ho trovato descritto quello che vedevo con i miei occhi: la distruzione del Medio Oriente Allargato.
DomandaNe L’incredibile menzogna lei ricordava che il rovesciamento dei talebani e l’invasione dell’Afghanistan, presentati come risposta agli attentati, in realtà erano stati concepiti e preparati prima.
Thierry Meyssan: Tutti hanno notato che il leader tagiko Ahmed Chah Massoud è stato assassinato appena prima degli attentati. Ma nessuno ha avuto tempo di chiedersi il perché: gli avvenimenti incalzavano, gli attentati avevano colpito gli Stati Uniti e già Washington e Londra attaccavano l’Afghanistan. In realtà, nei mesi precedenti, a Berlino e a Ginevra, c’erano stati negoziati, che però erano falliti. Rientrando a Islamabad, il rappresentante del Pakistan aveva annunciato che il Paese doveva prepararsi perché la guerra con l’Afghanistan era inevitabile. Washington e Londra hanno ammassato truppe nella regione. Poi è arrivato l’11 Settembre: la giustificazione ritenuta da tutti sacrosanta della guerra coloniale già in preparazione.
Domanda: Anche le dichiarazioni del generale Wesley Clark, a marzo e ottobre 2007, sui sette Paesi che dovevano essere attaccati e distrutti dagli Stati Uniti, rivelano che la lista era stata stilata all’indomani degli attentati. Ebbene, ognuno di questi Paesi (Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran) è stato poi vittima di una guerra, di un tentativo di rovesciamento di regime, o di un’invasione, di bombardamenti, di distruzioni, di smembramenti, di destabilizzazioni o di embargo… Le dichiarazioni di Clark, ex comandante supremo della NATO, che i media non potevano certo accusare di “cospirazionismo”, sono passate sotto silenzio; soltanto i siti alternativi le hanno riportate. Il che equivale a dire che il grande pubblico ne è stato tenuto all’oscuro…

Registrazione nel 2006 della prima testimonianza pubblica del generale Wesley Clark, ex comandante supremo della NATO, sui piani del Pentagono per gli anni a venire.
Thierry Meyssan: Clark si riferiva a una discussione avvenuta al Pentagono subito dopo l’11 Settembre. Si trattava, di fatto, dell’applicazione della dottrina Cebrowski al Medio Oriente Allargato. Anche Clark al momento non vi ha creduto, l’ha capito a cose fatte.
Scrissi degli orrori di cui era responsabile Clark quando bombardava la Jugoslavia. Ho scoperto in seguito che era un uomo rispettabile che aveva fatto carriera in un sistema mostruoso. Nel 2011 mi ha salvato la vita.
DomandaRivedendo questo video, sono stato colpito da quanto affermato da Clark all’inizio (e alla fine) senza giri di parole! Parla letteralmente di un colpo di Stato politico che c’è stato subito dopo l’11 Settembre, a opera dei membri del PNAC. È un’affermazione non dissimile dalla sua analisi, salvo che lei pensa che il colpo di Stato sia stato l’11 Settembre stesso…
Thierry Meyssan: Il generale Clark pensava di presentarsi alle elezioni presidenziali. Quindi non era libero di parlare con franchezza.
DomandaDal 2002 lei non esiste più per i media e i politici francesi… L’hanno bandita dal dibattito pubblico. Ne riparleremo dopo, a proposito delle fake news. Altro punto essenziale affrontato ne L’incredibile menzogna è il ruolo che, all’indomani dell’11 Settembre, la religione ha improvvisamente assunto nella (geo)politica statunitense…
Thierry Meyssan: No. Per i responsabili politici francesi io continuo a esistere. La maggior parte di loro mi combatte, però con molti ho relazioni epistolari.
Per quanto concerne il ruolo della religione, questa ha sostituito le ideologie politiche della Guerra Fredda. Siamo più attenti al ruolo del giudaesimo e dell’islam che a quello del buddismo o dello scintoismo, però sono tutte religioni che oggi fungono da vettori di ambizioni politiche.
Non parliamo degli evangelici che, in nome del proprio credo, sostengono qualunque decisione del Likud, citando passaggi dell’Antico Testamento; questi temi però nei Vangeli non ci sono. O anche dei mussulmani che condannano i crimini di Daesh, pur considerandola un’organizzazione mussulmana.
DomandaIl controllo delle risorse energetiche fossili ha giocato un ruolo fondamentale nella decisione d’invadere l’Iraq (poi la Libia e anche la Siria). L’amministrazione Bush-Cheney era allora certa dell’imminenza del picco petrolifero. Wesley Clark si è espresso sulla questione, lo ha fatto anche Alan Greenspan, ex direttore della Federal Reserve («Rimuovere Saddam Hussein era fondamentale per l’approvvigionamento mondiale»). In Sotto i nostri occhi, non senza ironia, lei ricorda che il primo nome dato all’invasione dell’Iraq fu Operation Iraqi Liberation, ma che, a causa dell’acronimo troppo rivelatore (oil significa petrolio), fu subito rinominata Operation Iraqi Freedom. Tuttavia, per l’inconscio collettivo giornalistico, così come per la Storia e, in ogni caso, per la narrazione ufficiale, questa guerra è stata sia frutto di errori di giudizio (per non dire di menzogne) sulle armi di distruzione di massa della coppia Bush-Blair, sia della cecità politica nel «voler esportare la democrazia in Iraq».

Alan Greenspan, ex direttore della Federal Reserve, prende atto che le armi di distruzione di massa furono un pretesto per fare la guerra all’Iraq. Secondo Greenspan, se il movente era altrove, il petrolio era comunque un elemento centrale.
Thierry Meyssan: Non in quello consistettero gli errori di giudizio. La guerra all’Iraq non ha alcuna relazione con le giustificazioni pubblicamente dichiarate. Il ricordo stesso che abbiamo è alterato.
Le ragioni esposte dal segretario di Stato Colin Powell alle Nazioni Unite non consistevano soltanto nelle pretese armi di distruzione di massa irachene, una diretta minaccia agli Stati Uniti, ma anche nella responsabilità dell’Iraq negli attentati dell’11 Settembre. Questa menzogna è stata sradicata dalla memoria collettiva, è una giustificazione che ricordiamo solo per la guerra all’Afghanistan.
Certamente la posta in gioco nelle guerre d’Iraq, Libia e Siria è il petrolio. L’amministrazione Bush pensava che ci sarebbe stata penuria di petrolio a breve, entro due o tre anni. Questo timore oggi è sparito. I dirigenti statunitensi erano acciecati dal malthusianesimo, che professano dai tempi del Club di Roma.
Questi conflitti non erano guerre per accaparrarsi risorse per gli Stati Uniti. Del resto, nella frase da lei citata, Greenspan parla di garantire l’approvvigionamento mondiale, non quello degli Stati Uniti, e nemmeno dei loro alleati, come invece fece il presidente Carter nel 1979. Si tratta della dottrina Cebrowski: il controllo da parte del Pentagono dell’accesso dei Paesi ricchi (Cina e Russia comprese) alle risorse naturali della regione.

I giornalisti sono il clero della religione dominante

DomandaInsomma, tutto il piccolo mondo mediatico e politico francese sembra dimenticare (o finge d’ignorare) che per il diritto internazionale questa guerra era illegale! È una delle principali ragioni che mi hanno indotto a pubblicare Les Guerres illégales de l’OTAN, dello storico Daniele Ganser. I media francesi semplicemente non prendono mai in considerazione il concetto di diritto internazionale (e questo vale anche per le guerre contro la Libia e la Siria).
Thierry Meyssan: È molto difficile per un governo alleato degli Stati Uniti qualificare illegali le guerre USA. Charles De Gaulle se lo permise nel discorso di Phnom Penh, Jacques Chirac ha preferito sottolineare che le guerre sono «la peggiore delle soluzioni».
Con ogni evidenza, la maggior parte dei media francesi non è capace di pensare con la propria testa. Del resto, i giornalisti non sono più analisti, sono semplici commentatori. In passato “giornalista” non era un mestiere, ma un mezzo per diffondere il proprio pensiero. Dagli anni Ottanta, i proprietari di giornali hanno creato le scuole di giornalismo. Qui i futuri dipendenti vengono formati a lavorare sui dispacci d’agenzia, senza contestarli. Questi “giornalisti” professionisti sono una casta omogenea, diventata il clero della religione dominante. Ignorano molte cose, tra cui il diritto internazionale, sebbene lo abbiano elaborato francesi e russi. Abbiamo assistito a una drastica caduta del livello intellettuale delle élite del nostro Paese; un processo che sta per invertire la rotta sotto la spinta dell’attuale rivolta. Ora i cittadini discutono di nuovo dell’interesse comune. Dimostrano una maturità politica che non hanno né i giornalisti né i politici al governo. I media saranno costretti ad assumere di nuovo giornalisti competenti.
È un problema ricorrente nella nostra storia. Il primo giornale francese, La Gazette, nel XVII secolo era diretto da Théophraste Renaudot per conto del cardinale Richelieu. Era un “giornalista professionista”. Ma soltanto personalità del calibro di Voltaire, che denunciò la condanna del cavaliere de La Barre, o di Zola, che denunciò quella del capitano Dreyfus, sono per me veri giornalisti.
DomandaSenza temere di cadere nell’ingenuità, non si può non essere sconvolti dal fatto che Bush, Cheney, Rumsfeld e Blair non sono mai stati inquisiti per i crimini commessi; ma quel che è davvero scandaloso è che a novembre 2014 Blair sia stato accolto con tutti gli onori alla radio nazionale, che lo ha presentato come «l’invitato d’eccezione di Patrick Cohen». È assolutamente ignobile. Le decisioni di quest’uomo hanno contribuito alla morte di centinaia di migliaia di persone!
Thierry Meyssan: Non penso sia giusto giudicare e condannare personalmente dirigenti politici per crimini commessi per conto di gruppi d’interesse. D’altra parte, ritengo indispensabile lavare i panni sporchi in pubblico, ma non di ritenere tale o talaltra personalità personalmente responsabile per errori strutturali. Certamente, Bush, Cheney e accoliti sono dei criminali e le loro vittime possono pretendere che vengano giudicati. Questo però non avrà alcun effetto politico.
Secondo me, la Rivoluzione Francese è finita con la decapitazione del re. Luigi XVI aveva tradito la patria e meritava il disonore, ma non era responsabile delle strutture ereditate dall’Ancien Régime e non avrebbe dovuto esserne il capro espiatorio. Era la posizione di Thomas Paine, l’iniziatore dell’indipendenza degli Stati Uniti, diventato poi deputato alla Convenzione. Esaltando la morte del re, Robespierre ha invece bloccato la trasformazione della società francese e si è lanciato in una sanguinosa corsa al Potere.
DomandaAllo stesso tempo, generalizzando, tutti quelli che si oppongono alle nuove guerre imperialiste vengono stigmatizzati come «cospirazionisti», individui nefasti, persino pericolosi per la società, esclusi dal dibattito pubblico. Ecco uno straordinario rovesciamento della realtà!
Thierry Meyssan: È meno doloroso di quando i sovietici mandavano gli oppositori negli ospedali psichiatrici, ma non è diverso.
(segue…)
https://www.voltairenet.org/article204742.html