lunedì 17 dicembre 2018

Chris Hedges: AMERICAN FASCISTS The Christian Right vs USA

American Fascists: The Christian Right and the War on America is a non-fiction book by American Pulitzer Prize journalist Chris Hedges, published in January . YES! I did put Nobel instead of Pulitzer. I promise not to post vids in the wee morning hours if those of you that get SOO excited about minutia all make . American Fascists: The Christian Right and the War on America is a non-fiction book by American author Chris Hedges, published in January 2007. Hedges is a .

Dubito dunque sono ------- TRAVAGLIO, IL TROTZKISTA, IL FOTOGRAFO, I GILET GIALLI, IL TERRORISTA, I SERBI E IO, di Fulvio Grimaldi

(vedi anche www.fulviogrimaldicontroblog.info, prima che qui sparisca)

"He who takes a stand is often wrong, but he who fails to take a stand is always wrong.– “Chi si schiera, spesso si sbaglia, ma chi non si schiera si sbaglia sempre” (Anonimo)

Il fustigatore fustigato

Nella sua risposta a Giorgio Bianchi, il giornalista fotografo e documentarista che, in modi garbati, seppure puntuti, gli aveva rimproverato, e documentato, la pessima qualità delle pagine di politica internazionale del Fatto Quotidiano (FQ) e lo stupefacente contrasto tra quel trattamento falso, fazioso, preconcetto degli Esteri e la spesso corretta, coraggiosa parte riguardante i fatti, personaggi e colleghi di casa nostra, Marco Travaglio, direttore del giornale, ha fatto la figura per la quale di solito sbeffeggia gran parte dell’importante stampa e Tv italiane. Preda evidente di un livore che mal si concilia con l’elegante sicumera che esibisce nelle sue epifanie televisive, una delle migliori penne satiriche del paese si è lasciata trascinare a insulti, in risposta a presunti ma inesistenti insulti di Bianchi,, disprezzo per le argomentazioni oppostegli, arroganza e pregiudizi talmente clamorosi da parere quelli di un Sallusti qualunque (direttore del foglio berlusconide sedicente“Il Giornale”).

Copertosi dietro a collaboratori “antimericani” come Massimo Fini e Pierangelo Buttafuoco, ha ribadito le sue sentenze inoppugnabili e definitive su “Putin detestabile autocrate”, “Assad criminale di guerra e di pace (si fa per dire)” e sul “regime degli Ayatollah che fa dell’Iran un paese dove nessuna persona di mente normale e amante della libertà vorrebbe mai vivere”. Manca la controprova di quanto un cittadino iraniano si troverebbe bene nei paesi delle armi per tutti, stragi nelle scuole, Barbare d’Urso, assassini mirati, stampa in mano ai tycoon, video giochi a chi ammazza di più.

Diversamente da Giorgio Bianchi, da me e da tanti altri, con ogni evidenza Travaglio non ha mai messo piede nei paesi governati da coloro che con tanta virulenza stigmatizza. Ripete a pappagallo quanto spurgano le matrici della propaganda occidentale a sostegno del pensiero, della cultura e del regime unici mondiali, ostacolati proprio dai paesi che infanga e i cui popoli, liberamente, checchè ne dica lui, contraddetto da mille osservatori ONU, sostengono i propri governanti, anche a costo di inenarrabili sacrifici inflitti dal nemico, con percentuali di consenso che i nostri democratici reggitori non si sono mai sognati. Né il regime plutocratico americano dove, se non si hanno soldi, non si viene eletti ai vertici neanche se si resuscita Lazzaro; né quello monarchico di Londra nel quale un primo ministro per reggersi al potere deve essere gradito alla donna più ricca del mondo e, in mancanza, deve avvelenare qualche russo dandone la colpa a Putin; né quello italiota retto fino a ieri, e parzialmente anche oggi, da una cosca mafiomassonica impegnata a mangiare viva la popolazione. E neppure quello bancario francese che, per non essere travolto da un popolo inferocito, col proprio gradimento al 23%, deve ricorrere al supporto fisico di 80mila poliziotti, a quello cartaceo di tutti media padronali europei e all’occasionale mostruosità “islamica”.



E’ chiaro che Travaglio e, ancora più il suo condirettore, delegato dei padroni, Stefano Feltri, è iscritto all’albo d’onore dell’Atlantosionismo e da lì non si muove anche perché, ahinoi, la sua cecità rispetto a un mondo come rappresentato dal cialtroname politico-economico che lui sbertuccia si regge sugli occhiali attraverso cui guarda alla realtà. Che sono quelli di un ottuso eurocentrismo che individua il migliore dei mondi nella gigantesca truffa della democrazia liberale borghese e delle sue finte libertà, sistematicamente pervertite da manipolazioni della mente che iniziano poco dopo la nascita.

I serbi e il trotzkista
Mi sovviene un episodio che collega un mio trascorso al FQ. 1999: primavera di bombe sulla Serbia di Tito e Milosevic, che non si arrende alla fine della Jugoslavia e al taglio di un suo arto, il Kosovo. Liberatomi dal TG3 la notte delle prime bombe, vado con telecamerina e incarico di “Liberazione” a raccontare il tentato genocidio dei serbi da parte di Nato, Clinton, D’Alema. Mando reportage sulla guerra all’uranio, alle bombe a grappolo, alla manipolazione meteorologica finalizzata a inondare il paese di acque fuoruscite dal Danubio e rese tossiche dalle sostanze dei petrolchimici bombardati a Pancevo. Scrivo anche del Ponte sul Danubio sul quale i belgradesi del “Target” cantano al cielo, sfidando gli F15 in arrivo da Aviano e degli operai dell’automobilistica Zastava che rimettono in piedi da soli una fabbrica polverizzata dai governanti amici dei suoi padroni, la Fiat. E riferisco di come i profughi Rom dal Kosovo, cacciati, insieme ad altri 300mila, da una banda di criminali, l’UCK, al servizio di Nato e narcotrafficanti, siano sistemati in tendopoli del governo e poi indirizzati nelle belle case di un quartiere, con scuole e ospedali, da tempo abitato dai loro fratelli d’etnia.



Sotto l’anziano direttore Sandro Curzi, devoto a Bertinotti, imperversa un caporedattore agli esteri di nome Salvatore Cannavò, notabile di un microgruppetto trotzkista staccatosi dal PRC. Al rientro da Belgrado, scopro che gran parte dei miei servizi sono stati da costui o mutilati, o proprio cestinati. E anche la mia intervista a Slobo Milosevic, l’ultima prima del suo infame arresto e morte indotta, è stata rifiutata (la pubblicherò poi sul più professionale “Corriere della Sera”), perché tutto questo mostrava “un inaccettabile appiattimento sul despota Milosevic e, di conseguenza, sui serbi, ipernazionalisti e stragisti etnici”, come insieme spappagallavano la vulgata imperialista “Liberazione” e “il manifesto”, quotidiani – bum! – comunisti.

Perché rimastico questi ricordi di esaltante informazione “de sinistra”? Perché il Cannavò me lo sono ritrovato nel FQ, un po’ su lavoro e sindacati, con severa moderazione, un po’ sugli esteri, dove dà rinnovata prova di professionalità e deontologia accorrendo in difesa del capo nella diatriba con Giorgio Bianchi sulle pagine estere. In risposta a uno dei tantissimi interventi, in rete e nelle lettere al giornale, che condivideva le critiche di Bianchi, il nostro trotzkista si precipita a giurare che il giornale di Travaglio non ha né pregiudizi, né conduce campagne mirate (c’è una tale Michela Jaccarino che da mesi non scrive altro che quanto chiaviche siano i russi e Putin, per citarne una, di campagne). Ripete le invettive contro “gli stati autoritari di Putin e Assad e quelli confessionali come l’Iran”. E, a proposito di campagne, andate a cercarvi anche il paginone di Roberta Zunini, il 7 dicembre scorso,in cui si riporta, condividendo, il rapporto della Rand Corporation (una di quelle che finanziavano l’Operazione Condor in America Latina), che lamenta come la Nato in Ucraina, sulla soglia della Russia, sia troppo lenta, abbia troppi limiti: La statua di Hitler, pensate, non è stata ancor rieretta accanto a quella del collaborazionista Stepan Bandera e il Donbass libero non è stato ancora raso al suolo dagli F35 all’uranio.

Nazi e antinazi per me pari son. Ma un po' meglio i primi.
Procedendo lungo i binari della degenerazione trotzkista, quella delle rivoluzioni democratiche della Nato e dell’Isis saudita contro Siria, Iraq e Libia, il bravo giornalista conclude vantando che il giornale, “nello scontro tra Nato e Russia sull’Ucraina, non si vede sostenitore di un fronte contro l’altro”. Colpo di Stato Usa a Kiev, stavolta usando nazisti al posto di jihadisti, rifiuto del nazismo di popolazioni russe nell’Est e quindi guerra di sterminio a tali popolazioni. Con la Nato che si schiera lungo tutto il perimetro della Russia e la Russia che non vanta neanche un pedalò nel Golfo del Messico, o un aquilone vicino alle Hawai. Equidistanza alla Fatto Quotidiano. E quando sei equidistante tra carnefice e vittima, sai bene dove stai. In Medioriente, come dappertutto. Così come “Liberazione” per i Balcani, il FQ e “il manifesto” per il resto del mondo dovrebbero assumersi una porzioncina nella suddivisione delle responsabilità per diversi milioni di morti e distruzioni vaste come mezzo pianeta.




La domanda, il piccolo dubbio, che dovrebbero anche porsi è molto, molto semplice. Ormai tutti, anche i giornalisti liberi ma uguali, hanno detto e scritto che il jihadismo che ha devastato, crocifisso e sgozzato in Medioriente, Asia e Africa, è stato inventato dagli Usa (Hillary Clinton in prima fila), addestrato in Giordania e Turchia dai marines, pagato dai turchi, che ne hanno smerciato il petrolio rubato, dai sauditi e altri del Golfo. Tra loro molti foreign fighters. Ora costoro fanno casino in Europa. Mutazione genetica, inversione ideologica, o nuovo mandato? 

Aggiungo solo che, per uno che da mezzo secolo si occupa di politica internazionale e anche su media rispettati e, un tempo, main stream (comunque sempre di editori puri), dai vari posti dove questa esplode, le mingherline paginette in fondo che il FQ riserva, a evidente malincuore (sensi di colpa?), agli esteri, non vanno proprio prese in considerazione. Se non per osservare, en passant, come si possa scrivere male, sciatto, con disinvolta mancanza, o ambiguità, di verifiche e fonti partendo da un’obbedienza, o da un pregiudizio e conseguente accanimento politico-culturale colonialista da far sembrare il famigerato “orientalismo”, bollato di eurorazzismo dal grande storico e analista Edward Said, un innocuo culto del folklore.



Gilet Gialli: Gilet che?
Tutto questo spiega la ritrosia nei due giornali “di opposizione”, sedicenti liberi, ma uguali, nei confronti di una roba andata, alla De Andrè, in direzione ostinatissima e contrarissima. Quella dei Gilet Gialli in Francia, tanto da evocare nella cosca degli eurocrati che si sono messi sotto i piedi i paesi europei non collocati nei piani alti del castello, il fantasma della Bastiglia. Grande evidenza alla violenza, non delle truppe macroniane che, compiuti gli arresti preventivi alla Mussolini, sparacchiavano addosso alla gente gas velenosi, flash ball, getti di acqua gelida e pallottole rivestite di gomma e inerme a terra, la massacravano di calci e botte; ma a quei sacrilegi, stufi di Draculi non confinati alla mezzanotte ma impegnati a succhiar sangue h24, che rompevano le vetrine a Zara, Armani e Bulgari. E poi, tutta la stampa riunita sul trampolino a tuffarsi sul terrorismo di Strasburgo, con spruzzi tanto possenti da far sparire persino l’ombra dei giubbini gialli. Non era questo il programma?

Sicuramente lo era e lo è del “manifesto” che,facendosi beffe della sua testatina comunista e soffrendo di allergia a ogni cosa gialla presente, ora addirittura festeggia il rallentamento di quei violenti dei Gilet, definendo il movimento di centinaia di migliaia di subalterni incazzati un “soufflé sgonfiato”. Quindi trattavasi di “aria calda”, svaporata di fronte alle generose offerte di Macron. Autore di testo e titolo, Guido Caldiron, affermatosi, prima in “Liberazione” e poi sul “manifesto”, come grande fan di ogni rivoluzione colorata sorosiana. Coerentemente, si era esibito il giorno prima, nell’inarrivabile inserto di cultura proletaria “Alias”, quello appaltato ai suoi correligionari, con inni, salmi, peana, ditirambi, gospel, alle inchieste sul “nazionalpopulismo” di due immacolati campioni del giornalismo atlanticosionista, debenedettiano ed elkianiano: Ezio Mauro, ex-direttore di “Repubblica” e Maurizio Molinari, direttore de “la Stampa”. Tout se tien.

Pensate – stupite – cosa ha scritto uno sul “manifesto” del 14 dicembre: “Una delle vocazioni della propaganda è di rendere vero, a furia di ripetizione, quello che non lo è necessariamente . E’ un lavoro da fabbro: si tratta di eliminare il dubbio col martello per forgiare un solido senso comune. Si batte sul punto interrogativo fino a raddrizzarlo”.




Viene in mente tale Roberto Ciccarelli che, da un paio di mesi, ogni santo giorno, ripete sul “manifesto” la frase: “Sussidio di povertà impropriamente detto reddito di cittadinanza”. Un vero fabbro. Di quelli che forgiano l’intero quotidiano comunista a spadone contro i 5 Stelle perché, con quasi tutto ciò che fanno, mettono a nudo l’ignavia e l’ipocrisia del giornale e della particina politica che in esso si identifica. Roberto Ciccarelli che, tanti anni fa, con la sua carica a testa bassa contro il rosso di coloro, tra cui in piccolissimo il sottoscritto, che, alla luce di abbaglianti indizi, testimonianze, ricerche di migliaia di esperti indipendenti, dubitavano dell’attribuzione degli attentati dell’11 settembre ad Al Qaida. Lui, quel fabbro, un dubbio non ce l’aveva: dicevano bene evangelisti come Bush, i Neocon, la Cia, il Mossad, Ezio Mauro e Molinari.

Il terrorismo uccide chi capita, la stampa uccide Voltaire.
Da allora, né al “manifesto”, né all’altro giornale libero ma uguale, si è deflesso dalla linea del fabbro. Dubbi mai! E così a Strasburgo, per la quale città il prefetto di Parigi ha previsto un attentato la mattina prima, un tizio spara sulla folla in una strada pedonale dove non si entra che da quattro ingressi strettamente controllati e non se ne esce che da altri due, parimenti controllati. Ne ammazza tre, poi saranno quattro e ne ferisce 13. Ma Nessuno sa chi sia. Neanche la polizia con la quale, poco dopo, avrebbe avuto uno scambio a fuoco nel buio. Non lo prendono, ma immaginano che sia lo stesso la cui casa avevano premurosamente perquisito, godendo di preveggenza, poche ore prima, per trovarvi armi, coltellacci ed esplosivo. Nessuno poi saprà dare indicazioni. Salvo un tassista che, guarda caso, era lì, in una zona proibita a tutti i veicoli, taxi compresi. Dice di aver riconosciuto nel passeggero – ma sarà poi lo sparatore? L’uomo della perquisizione? - Cherif Chekatt, origine marocchina del quartiere Neudorf (Strasburgo e l’Alsazia erano tedeschi), e di averlo lasciato ferito (da chi?), pensa un po’, davanti a un commissariato.

La salvezza per lo sparatore è là a due passi, attraverso il Reno. Ma forse Cherif non sa nuotare, poi fa troppo freddo. Torna dalle sue parti, dove se no?, la mattina dopo, astuti come volpi, lo cercano in 750, tra forze speciali, brigate antiterrorismo, servizi segreti, vigili urbani. Una persona se ne sta in un magazzino o garage. Chi è? Ma lo sanno tutti, soprattutto i 750: è Cherif. E’ parte una sparatoria degna della battaglia della Marna. Ne può uscire uno che non sia il terrorista morto? Non può. lo si poteva prendere con i gas, per fame? Per farlo parlare e rivelare tutta una rete? Non si poteva. E stavolta è di certo Cherif, mariuolo di molte trasgressioni, per niente religioso, mai stato in moschea, mai visto pregare, ma, secondo ogni fonte, anche quelle della Gazzetta del Borneo, “radicalizzato” al punto da gettare ai piedi di Allah la sua vita. Come quegli altri, a Parigi e Bruxelles, radicali al punto da bere come spugne, spacciare, gestire la prostituzione e non farsi vedere mai dall’imam.




Cui prodest?
Una vecchia domanda se la ponevano già i romani: a chi conviene, cui prodest? Domanda arcaica, logora, polverosa. Per niente trendy. In Italia si vendono 4 milioni di copie di quotidiani,in nessuno di questi troverete quella domanda. E neanche il minimo dubbio. Sentenze definitive sui Gilet Gialli che, autorevolmente, espressione del popolo, hanno dato voce a dubbi sui tempi e sulle finalità dell’attentato che ne avrebbe inevitabilmente frenato l’azione,fornendo pretesti morali e repressivi all’avversario. Si seppellisce il dubbio sotto valanghe di “complottisti folli”, “teorici della cospirazione”. In compenso, il rilancio del terrorismo, oltre che fornire nuove armi ai fautori della “sicurezza” contro i subordinati, provocando una vittima di forte valenza simbolica, e della cui morte ci dispiace, ha gonfiato i petti e i giornali dell’europeismo alla Junker-Moscovici-Barroso. Noi piangiamo il ragazzo. Loro, speculandoci sopra in nome dei Juncker e affini, il martire eroico di un’Europa che detestiamo.

Con il più bell’ossimoro della storia dell’informazione, il “manifesto”, che di dubbi non ne ha punti, fa seguire al discorso del fabbro che martella i dubbi per farne una spada al cavaliere, quello sprezzante sui cacadubbi delle giubbe gialle e di qualche demente complottista in rete. Garantisce Roberto Ciccarelli, garante anche dell’11/9. Il Fatto Quotidiano non è da meno. Ma Travaglio è un uomo d’onore. E’ quelli del “manifesto” e di tutta la stampa, libera e uguale, pure. Hanno tutti, quelli delle verità storiche e attuali sanzionate una volta per tutte, una paura fottuta del dubbio.


http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/12/dubito-dunque-sono-travaglio-il.html

Iran: un contrappeso all’imperialismo globale, di Diego Siragusa e Stefano Zecchinelli

Professor Siragusa, lei recentemente ha preso parte ad una importante iniziativa dell’Università di Teheran, in Iran, intitolata Declino dell’egemonia USA e le voci della resistenza. Ci può sintetizzare, per quanto possibile, le parti più importanti del suo intervento? Quali sono state le maggiori convergenze politiche con gli altri relatori e quali i disaccordi?
DS – Ho illustrato ai miei interlocutori lo scenario mondiale dopo la fine dell’Unione Sovietica e la sovversione dell’est Europa conclusasi con la dissoluzione dell’ex Yugoslavia. Gli USA pensavano di avere ormai l’egemonia planetaria e che il problema principale era assoggettare gli ultimi stati ribelli: Iran, Libia, Cuba, Venezuela, Siria, Corea del nord cc.. Con l’avvento di Putin alla guida della Russia, e dopo la gestione liquidatoria dell’URSS fatta da Eltsin, i rapporti di forza mutarono. Putin comprese he l’estensione a est della NATO, nonostante la scomparsa dell’antagonista, il Patto di Varsavia, rivelava in modo esplicito i progetti egemonici degli USA. La risposta a questa minaccia fu il “Patto di Shangai”, chiamato in seguito Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai fondato il 14 giugno 2001 dai capi di Stato di sei Paesi: Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Dopo alcuni anni di attesa, l’Iran è pronto a entrare in questa organizzazione che dovrebbe includere anche la Siria, già alleata della Russia. Qui inizia, a mio parere, la crisi dell’egemonia USA e la prova suprema è il fallimento della sovversione della Siria, dopo il successo del rovesciamento dell’Iraq e della Libia con l’uccisione di Gheddafi. Il progetto di ridisegnare la mappa del Medioriente era stato concordato con Israele, come implicitamente confermano le email di Illary Clinton. Putin, con l’aiuto dell’Iran e delle milizie di Hetzbollah, ha fatto fallire quel progetto per il quale sono stati mobilitati , i terroristi takfiri addestrati e finanziati dagli USA, da Israele, dalla Turchia, dall’Inghilterra, dall’Arabia Saudita dal e dagli Emirati Arabi. Una coalizione criminale resasi colpevole di una guerra per procura che ha ulteriormente sconvolto il Medioriente e causato un oceano di sangue e migrazioni di massa verso l’Europa. Tutto questo ha diffuso un processo di denuncia che ha interessato la società civile ovunque nel mondo. Ritengo importante rammentare il ruolo svolto da Julian Assange e da Wiki Leaks che hanno pubblicato i documenti segreti dell’Amministrazione americana e i documenti che provano i complotti criminali mediante i quali pretendono di governare il mondo.
L’Iran, in questo contesto, è diventato il muro contro l’imperialismo USA e contro il sionismo suo stretto alleato. Su quest’analisi c’è stata totale concordanza tra me e i miei interlocutori.
(2) Il giornalista Thierry Meyssan ritiene che fra Iran e Russia ci siano divergenze, tanto teoriche quanto politiche, nei confronti di Israele: la Russia critica il razzismo israeliano, ma riconosce Israele in quanto Stato legittimo riconoscendogli il diritto di difendersi qualora venisse attaccata; l’Iran – giustamente – non considera Israele uno Stato nazionale. Per il governo sciita, lo Stato sionista è una entità la quale opprime gli storici abitanti della Palestina storica. Lei pensa che fra Russia ed Iran ci siano orizzonti strategici diversi nei confronti del sionismo e della lotta antimperialista nella regione?

DS – La condotta della Russia, e di Putin in particolare, verso Israele è molto incoerente e mette a dura prova l’intelligenza degli analisti. Nel Consiglio di Sicurezza e nell’Assemblea Generale dell’ONU, Russia e Cina votano sempre compatti contro Israele e a favore della Palestina e, in molti casi, anche a favore dell’Iran. Anche nella guerra contro la Siria la Russia è ferma nella difesa intransigente del governo e del popolo siriani aggrediti da una coalizione criminale di cui ho già parlato. L’Iran sostiene il governo del presidente Assad assieme alle milizie di Hetzbollah dirette dalla personalità di uno sceicco sciita come Hassan Nasrallah. Perché la condotta della Russia è incoerente e ambigua verso Israele?
1 – Diversamente dall’Unione Sovietica, che si fece cacciare dagli americani fuori dal Medioriente dove aveva un rapporto di alleanza con l’Egitto di Nasser, la Russia di Putin vuole esercitare un ruolo ad ampio raggio con tutti gli attori presenti nell’area. Dopo il crollo dell’URSS, circa un milione di ebrei russi emigrò in Israele e oggi sono circa il 20% dei cittadini israeliani. Dopo l’ebraico e l’inglese, la lingua russa è quella più diffusa e Putin sa che questi ex russi hanno qualche legame con la terra di origine.
2 – La Russia ha stretti rapporti commerciali con Israele e usufruisce di prodotti di elevata tecnologia provenienti da fabbriche israeliane. Inoltre, molti israeliani si recano in Russia per turismo e frequentano le spiagge del Mar Nero.
3 – Tuttavia essa non può inimicarsi l’Iran che rappresenta un grande mercato formato da oltre 80 milioni di consumatori e un alleato dentro il Patto di Shangai che l’ha aiutata a fronteggiare l’aggressione alla Siria con successo. I dirigenti russi sanno che l’Iran mira a rinsaldare i rapporti con la parte sciita dell’Iraq, della Siria e del Libano dove agguerrita è la presenta di Hetzbollah. Quindi si trova in una situazione di surplace, dovendo controllare le mosse e le intenzioni dei suoi interlocutori e prevenirle senza farsi emarginare. Sconcertante è la condotta russa quando finge di non vedere i bombardieri con la stella di Davide che colpiscono postazioni iraniane in Siria e dello stesso esercito siriano. Postazioni di alleati senza i quali il suo ruolo in Siria sarebbe stato cancellato!!! Questo è davvero un rompicapo per ogni analista! La situazione è cambiata col recente abbattimento di un aereo russo con 15 militari a bordo, colpito dalla contraerea siriana mentre questa rispondeva ad un bombardamento criminale e arbitrario di Israele. Praticamente i caccia israeliani si sono nascosti dietro l’aereo russo per evitare di essere colpiti. Questa è l’accusa circostanziata del Ministero della Difesa. Come hanno risposto Putin e il suo ministro della Difesa Shoigu? Il ministro non ha esitato a condannare Israele come la “vera causa” dell’incidente, mentre Putin alternava parole di condanna con parole di giustificazione di una “casuale catena di incidenti”. Shoigu, interprete dei sentimenti degli apparati  militari, voleva la rappresaglia; Putin, invece, gettava acqua sul fuoco. Conclusione? Hanno dotato i siriani di un avanzato e moderno sistema di armi di difesa aerea: gli S-400 che ora sono l’ossessione di Israele che spera di poter continuare a fare i suoi sporchi comodi con i moderni bombardieri F-35.
(3) Come giudica la posizione dell’attuale governo italiano verso la Repubblica Islamica dell’Iran? Il M5S s’è più volte dimostrato solidale con la causa palestinese, contrariamente alla sionista Lega Nord. L’attuale esecutivo potrebbe, col tempo, presentare delle fratture geopolitiche?

DS – Il governo italiano non è diverso dai precedenti in politica estera. I responsabili sono degli analfabeti e allievi di don Abbondio. Finora, al di fuori di qualche timida riprovazione per le sanzioni contro la Russia, non hanno fatto un solo gesto, non hanno detto una sola parola che indichi la volontà di un’analisi autonoma e l’adozione di decisioni di rottura col passato. I 5Stelle e l’Iran? Non sanno nulla! L’unico che alcuni anni fa fece qualche dichiarazione fu Beppe Grillo: «Mia moglie è iraniana. Ho scoperto che la donna, in Iran, è al centro della famiglia. Le nostre paure nascono da cose che non conosciamo». Tutto qui.
La solidarietà dei pentastellati verso i palestinesi? Si è ristretta al solo deputato Manlio Di Stefano  ma, ora che questi è diventato vice-ministro, se ne sta infischiando. La Lega Nord, come partito di destra sbava dietro agli Stati Uniti e Israele. Il ministro Salvini fra pochi giorni andrà in Israele a inginocchiarsi e a baciare la mano a Netanyhau. Tra Lega e pentastellati non vi saranno fratture in politica estera.

(4) Qual è il livello d’emancipazione delle donne raggiunto dopo il 1979? Sempre citando il suo Rapporto da Teheran:

‘’Sul chador occorre fare chiarezza. E’ stato utilizzato sulla stampa occidentale, anche con alcune ragionevoli motivazioni, per attaccare l’Iran e gli aspetti più retrivi della religione islamica verso le donne. Questa usanza di nascondere le donne, in Medioriente, è molto antica e ne parlò persino Plutarco nella sua opera Vite Parallele. Oggi solo le donne anziane, sia quelle delle zone urbane sia quelle delle zone agricole, e quelle che praticano la religione in modo tradizionale, indossano il chador. La grande maggioranza, invece, preferisce il ruwsari, il foulard variamente colorato e disegnato’’

Alla luce delle menzogne della ‘’stampa di regime’’, lei ritiene che il femminismo europeo venga declinato in termini anti-musulmani diventando un neo-razzismo rovesciato?

DS – Diversamente dai primi tempi della rivoluzione khomeinista, oggi si vede una maggiore autonomia e libertà delle donne iraniane. Sono presenti dappertutto e, specialmente negli uffici pubblici. Ho raccontato ai miei amici iraniani che nella mia terra d’origine, la Sicilia, le donne portavano il velo. Mia madre indossava “la veletta” e mia nonna paterna nel 1960, quando io e la mia famiglia emigrammo al nord, indossava ancora il lutto per la morte di mio nonno e il velo, non dissimile dal chador. Un costume diffuso in tutto il sud. Dieci anni dopo la situazione era mutata.  Vogliamo lasciare agli iraniani il diritto di far evolvere i loro costumi e le loro consuetudini senza pregiudizi e ingerenze esterne? Quando mi hanno portato a visitare gli studi televisivi di PressTV e HispanTV, ho osservato che c’era un gran numero di donne giornaliste. La signora che mi ha accolto era la capo redattrice. In occidente abbiamo il vizio, duro a morire, di guardare tutto “coi nostri occhi”, di voler uniformare tutto e di giudicare e condannare ciò che è diverso. Una malattia indotta dalla globalizzazione e dall’americanismo più perverso.

(5) In occidente si sta configurando una sorta di imperialismo mediatico coi media di regime sempre pronti a diffamare gli Stati indipendenti e non allineati. I media alternativi come ParsTodayHispanTV e Russia Today con che modalità di lavoro (quindi anche di studio e d’analisi) possono conquistare l’egemonia informativa?

DS – Ho notato con piacere che il governo iraniano dedica risorse e attenzione all’informazione. Collaboro frequentemente con interviste alla redazione italiana di ParsToday e si tratta di una voce preziosa, fuori dal coro, in una Italia dove l’informazione è sotto stretto controllo americano-sionista. La visita agli studi di PressTV e HispanTV è stata per me una boccata d’ossigeno. PressTV, come la CNN, trasmette 24 ore su 24, notizie da tutto il mondo. HispanTV copre tutta l’America Latina. Un eccellente risultato per rompere l’accerchiamento dell’informazione predominante di marca yankee. Russia Today e Sputnik contribuiscono a dare colpi micidiali all’apparato di menzogne pianificate dell’occidente e del centro dell’Impero, gli Stati Uniti d’America.
http://pergiustizia.com/iran-un-contrappeso-allimperialismo-globale/

mercoledì 12 dicembre 2018

A World of Multiple Detonators of Global Wars, by James Petras

We face a world of multiple wars some leading to direct global power conflagrations and others that begin as regional conflicts but quickly spread to big power confrontations.



We will proceed to identify ‘great power’ confrontations and then proceed to discuss the stages of ‘proxy’ wars with world war consequences.
Read essay [PDF]

https://petras.lahaine.org/a-world-of-multiple-detonators-of/

Gilad Atzmon explains why diaspora jews support immigration (English)


C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico…----- LA REPUBLIQUE EN MARCHE… JAUNE, di Fulvio Grimaldi


https://www.youtube.com/watch?v=AH0Fl09RG-E https://vimeo.com/305306130 (Torino No Tav)
https://www.zerohedge.com/news/2018-12-08/paris-lockdown-watch-live-hundreds-arrested-tear-gas-deployed-during-fourth-week?mc_cid=6e7bf29f37&mc_eid=741abab6a2 (Parigi, Gilet Jaunes, 4. Giornata)

Terrorismo di distrazione di massa
Sempre più grossolani, sempre più faciloni. Tanto c’è la rete mediatica sotto gli spericolati. In Francia è in atto un’insurrezione che, dopo aver bloccato e sconvolto il paese per un mese, non si ferma. Un’insurrezione approvata dai due terzi dei francesi, non di classe, ma di popolo che si è fatto, è stato fatto fare, proletariato. Un’insurrezione che si vuole limitata al rifiuto di un aumento dei prezzi, ma che si è rivelata contro il governo, l’Unione Europea, il neoliberismo, il colonialismo interno ed esterno. Tutti gli occhi, malevoli e benevoli, sono puntati su questo fenomeno di massa dai tratti epocali.

Tutti gli occhi, al quinto giro della lotta, si spostano, vengono diretti, verso Strasburgo, dove, naturalmente, il solito pregiudicato radicalizzato (ricostruito in carcere), naturalmente sotto osservazione per sospetto di terrorismo (!), con la casa piena di granate perquisita il giorno prima (!), assediato in un palazzo e, naturalmente, per miracolo fuggito, fa una nuova strage terroristica, naturalmente in pieno milieu natalizio, di pace e festa, e naturalmente qualcuno lo ha sentito urlare “Allah–U-Akbar”, talché nessuno pensasse che fosse un terrorista basco, o ceceno, o delle FARC, o laico. Naturalmente raccapricciante. Spazza via da occhi, orecchie, coscienza, riflessione, ogni altra cosa, anche la più grossa. Così, ratatatatà-clang!, è scesa la saracinesca su un mondo che, come per altri versi aveva cantato Ivan Della Mea mezzo secolo fa pensando a Mao, da rosso si era fatto giallo.

Repetita juvant
Macron era al 23% dei consensi. Hollande era messo anche peggio quando capitarono Bataclan e affini. In Belgio lo scazzo al vertice è tale che non si riesce più a mettere insieme un governo: ed ecco una bella raffica di attentati. Bush sprofonda mentre dovrebbe fare tante guerre e crollano le Torri. Theresa May è nella peste sul Brexit è viene avvelenata un po’ di gente “dai russi”…. Tutto inizia da noi, un po’ come oggi con il “governo del cambiamento” (componente gialla), con l’“autunno caldo”, una generazione di disobbedienti e vai con i botti dei servizi, fascisti e P2.

A Roma, visto che a Piazza Venezia non è spuntato un nuovo “Spelacchio”, ma un imponente e stupendamente agghindato abetone, da far ombra a quello di San Pietro; visto che da troppo tempo non vanno più a fuoco in serie gli autobus, visto che un certo ordine nello smaltimento dei rifiuti è stato raggiunto, visto che molte buche sono state chiuse, visto che Virginia Raggi è scampata definitivamente alla Procura di Roma, si incenerisce l’impianto di trattamento dei rifiuti di Via Salaria (telecamere spente il giorno prima!) e spedisce una nube tossica sull’intera Urbe. L’impianto si è autocombusto ad appena 10 gradi centigradi. Nessuna delle sostanze depositate nell’impianto (benzene, acetilene, carta, legno, etano, toluene, eccetera) si autoincendia a meno di 175°, quasi tutte solo tra i 230 e i 560 (dati inconfutabili diffusi da Adriano Colafrancesco. Grazie). E ora le 800 tonnellate di spazzatura assorbite laggiù ogni giorno possono ben finire a celebrare il Natale tra i piedi dei romani, per la gioia della Lega e dei suoi affini in PD e FI. Il ministro Costa, il miglior carabiniere che abbia l’Arma, anche perché era a capo della Guardia Forestale, astutamente abolita da Renzi, ha qualche sospetto.



La risposta la dà il poeta

Adesso voi, che avete vissuto o ricordate a cosa sono serviti Piazza Fontana, l’Italicus, Piazza della Loggia, Bologna, Via Palestro, Via dei Georgofili, Falcone e Borsellino, eccetera, eccetera; voi, che siete rimasti agghiacciati di fronte alle campagne “anti-terrorismo” di cui sopra, dal Bataclan al mercatino di Natale a Berlino e ai gas sparati su bambini a Ghouta Est, ma non per questo vi siete chiamati “Je suis Charlie”, né vi siete bevuti la fola del “terrorista Assad” propalata dai più feroci terroristi della Storia e dai loro mandanti….Voi, adesso, dando uno sguardo anche a cosa viene fatto seguire a questi fatti: divieto di manifestare (stop ai Gilet Gialli), proclamazione di stati d’urgenza o emergenza, poteri senza limiti e impunità ai repressori, ennesimo giro di vita alle espressioni fuori binario, fatevi una domanda e datevi una risposta. 

Tocca a voi, giacchè quella risposta non la troverete né nelle edicole, né sugli schermi. E tenetela per voi, non arrischiatevi su Facebook, se non ve la sentite di essere sotterrati da una valanga di hate speech, con “il manifesto” a strepitare più forte di tutti, che vi qualificano di complottisti, teorici della cospirazione, provocatori, sediziosi, disturbatori della quiete pubblica, colpevoli di schiamazzi molesti. Viviamo in Occidente. Dove la grande stampa tratta l’informazione come si vede dal confronto fatto dal Fatto Quotidiano (spazi per SI TAV, 30mila manifestanti, poi per NO TAV, 70mila). Traetene le conclusioni. Comunque non è mai sbagliato rifarsi a un poeta. Pierpaolo Pasolini, che la sapeva lunghissima, quella risposta se l’era data. Tanti anni fa. L’hanno ammazzato.



Se non ci fosse Wu Ming1, chi ci farebbe capire che siamo sotto Pinochet?
Tale Wu Ming1, che secerne hate speech sui Gialli di governo (i verdi, in tutte le loro salse, sono da sempre considerati o innocui, o contigui; stanno con gli appalti e con Israele, una garanzia)) e qualifica, con competenza di grande storico, questo governo come quello “più a destra di tutta la storia d’Italia” (immagino, dopo l’unità, chè sennò si va a finire a Barbarossa o Domiziano), considerando migliori quelli di Crispi, Bava Beccaris, Mussolini, Tambroni e Andreotti. Con rispetto per questo Wu Ming1, dirò che i gialli d’Italia e i gialli di Francia e i gialli che si agitano un po’ ovunque (Podemos, France Insoumise, Wagenknecht, No Tav e tutti i NO all’esistente di bratta…) sono membri della stessa famiglia. Con vari gradi di parentela, da fratelli a cugini di primo, secondo, terzo grado. Ai nostri potrebbe anche spettare la qualifica di papà, o fratelli maggiori. Sono arrivati primi al governo, anche se, ahinoi, a costo di un’alleanza che, o si sfascia, o si riequilibra, o va tutto a ramengo. E, infatti, se le nostre piazze non si colorano di giallo sfasciacarrozze è perché ancora quel 32,3% del voto antagonista regge, ancora confida nel “suo” governo. Se poi questo delude, andremo a chiedere consiglio in Francia.

 Se non fate attenzione, i giornali vi faranno odiare gli oppressi e amare quelli che opprimono.
Notate l’euforica sveltezza con cui giornaloni e televisionone hanno accantonato l’imbarazzante e fastidiosa alterazione dei rapporti di forza verificatosi a Torino sul Tav e, più in grande, nella Francia dove le rivolte di massa interminabili sono patrimonio storico e dunque si susseguono di semestre in semestre (ricordate i ferrovieri e altri dell’anno scorso) e il banchiere preso di mira reagisce con pigolii di autocritica e tonanti minacce di repressione. Colui che il “manifesto” aveva promosso a “leader dei progressisti europei”, in cui tutto l’establishment politico-mediatico aveva salutato, per niente ammaestrato dall’analogo Tony Blair, il nuovo “Santo Patrono d’Europa” (Travaglio), un Macron da ridurre a micron tutto quanto era venuto prima, un Mazinga da spazzar via la feccia populista, ridotto a concedere 100 euro di aumenti salariali, la sospensione degli aumenti di carburanti, gas e luce, un eventuale bonus di fine anno, la defiscalizzazione di straordinari e pensioni sotto i 2000 euro. “Briciole”, ha gridato il 59% dei francesi, confermando il suo appoggio ai Gilet Gialli.

Se c’è stato tentativo di rompere il fronte giallo tra i “moderati”, cari ai nostri centrosinistri e centrodestri, e i detestati, quasi fascisti, “radicali”, il proposito di far pagare i 10 miliardi dei provvedimenti agli stessi depredati in piazza, combinato con il rifiuto di ristabilire l’ISF, la patrimoniale sui ricchi, confermando a Macron la stigmate rothschildiana e di paladino dei satrapi, dovrebbe aver vanificato la mossa.

Parigi val bene un 3,5%, noi neanche una messa
Mentre da noi la sfrontata disponibilità dei Torquemada UE, di affiancare alla punizione di un governo che, col misero 2,4 di deficit, cerca di fare qualcosa anche per i poveri e per la giustizia, quindi nemico, la benevolenza al governo che, per l’ennesima volta con l’oltre 3%, cerca di tenere a bada i disperati mantenendo i benefit ai ricchi, quindi amico, dovrebbe aver acuito la vista a coloro che avevano individuato nel Berlaymont, palazzo della Commissione, nient’altro che il castello di carta del fraudolento Mago di Oz.



Ti esorcizzo come destra e così sto a posto
Dunque per l’inconfutabile saggio della montagna Wu Ming1, che non differenzia tra giallo e verde e perciò viene glorificato dal “manifesto”, soffriamo il gioco del governo più di destra della nostra storia. Ma, dal momento che il Movimento Cinque Stelle, nel suo insieme, è schierato a sostegno dei Gilet Gialli, insieme a Melenchon e alla Wagenknecht (diversamente dal suo partito, Die Linke, che condivide con il “manifesto” l’orrore per lo spontaneismo apartitico e a-ideologico e la violenza dei Gilet) e che sulle stesse parole d’ordine dei Gilet è stato votato dal 32,3% degli elettori, ne consegue che per Wu Ming1 anche l’insurrezione francese è di estrema destra. Agli esorcisti di autentica sebbene mascherata destra che, come costui, cercano di azzerare quanto sta sorgendo e minaccia di diffondersi in varie forme, comunque “populiste”, in tutta Europa, non resta che l’anatema.

Mentre tacciono, proprio come Macron, sulla sollevazione degli studenti, unitisi ai Gilet Gialli con l’occupazione di centinaia di scuole e decine di università. Tacciono, mentre Macron, con gli studenti inginocchiati, faccia al muro, mani dietro la testa, nell’irrisione dei robocop all’americana nei ghetti neri, o all’israeliana nei ghetti palestinesi, inaugura quella che molti vaticinano come la soluzione finale al Giallo dei tempi: lo Stato di polizia. L’incredibile violenza di una polizia di regime, pretoriana della créme de la crème, di un Macron che, peggio di Maria Antonietta e delle sue presunte brioches, insieme a Brigitte, indossa un gilet giallo milionario confezionatogli da Vuitton, mentre i suoi sbirri sparano ad altezza d’uomo gas tossici e granate assordanti, fino a uccidere una vecchietta alla finestra.



Richieste di destra che fanno infuriare la sinistra alla Juncker e Macron
E allora vediamo, con una breve selezione dei 40 punti qualificanti delle richieste dei Gilet (pensate l’orda dei disorganizzati plebei ha addirittura concordato un programma), quali sono queste manifestazioni di pensiero destro, quasi fascista. Elenco di richieste meticolosamente ignorato dai media, per i quali si trattava di evidenziare solo una turba di incazzati andati in fissa per una tassa, dopotutto “ecologica”. Una casa per i 200mila senzatetto; paga minima €1.300; sostegno ai negozi di vicinato, basta con i centri commerciali; tasse sui grandi di finanza, digitale, commercio; per i parlamentari stipendio medio francese; pensioni minime a €1.200; salari collegati all’inflazione; contratti a tempo indeterminato; niente interessi sul debito; affrontare le cause dell’emigrazione (e non gli effetti. Cioè bloccare le guerre e le depredazioni e devastazioni multinazionali); permessi di soggiorno da esaminare nei paesi d’origine; tetto per gli affitti; divieto di vendita dei beni pubblici; gas, elettricità e altri servizi essenziali devono tornare pubblici; basta chiusura linee ferroviarie secondarie, ospedali, uffici postali, asili, tribunali; referendum popolare con 700mila firma deve essere approvato dal parlamento; pensione a 60 anni per lavori usuranti; trasporto su ferro anziché su gomma; niente commissioni bancarie su pagamenti con carta di credito; tasse sul gasolio navale e sul kerosene degli aerei.

Far pagare il disastro climatico alle sue vittime
Infine c’è la richiesta di cancellare la cosiddetta ecotassa sui carburanti che, per conto mio, è infelicemente condivisa (ma ora abbandonata) dai 5 Stelle. E’ il classico strumento specchietto delle allodole per far pagare ai soliti una limitatissima conversione alle energie pulite, esonerando le grandi compagnie del fossile che, intanto, se ne fottono di qualsiasi COP 24, 25, 26. Ecotassa diversivo, giacchè ti esime dal potenziare i servizi pubblici, ti costringe ad acquistare nuove automobili, elettriche o ibride che, del resto, sono futuribili, a costi esorbitanti e pure dipendenti dal petrolio, mentre langue del tutto lo sviluppo dell’unica macchina ecologica, quella all’idrogeno. Insomma, è davvero il colmo dell’impudenza: prima ci rifilano macchine che fanno morire noi, i nostri figli, trequarti del mondo animale e l’ecosistema; poi, ad avvelenamento compiuto e forse irreversibile, gli stessi ci minacciano di catastrofe se non paghiamo per la riconversione, mentre continuano a farsi finanziare, in cambio di leggi benevole, dai responsabili del dramma.



Quando certe cose erano di sinistra
Tutto questo programmino risulta più o meno uguale a quello dei 5 Stelle, prima che fossero costretti a governare con il mazziere dei cementificatori e rastrellatore di pessime facce in giro per l’Italia. Un governo per impedire che continuassero a imperversare su di noi le confraternite di Berlusconi e Renzi più gradite a Wu Ming1, a Zoro, al “manifesto”, alla Gruber, a Floris, a tutto il cucuzzaro politico-mediatico italiota. Se non mi inganna la memoria, un programma come questo un tempo era considerato di sinistra. Punta all’uguaglianza togliendo in alto e dando in basso, si preoccupa dell’ambiente, demistifica la retorica colonialista dell’emigrazione, si oppone ai diktat dell’oligarchia europea. Ma forse proprio questo dato, di essere inequivocabilmente progressista, come tutte le insurrezioni dei deprivati contro il sovrano, individuo o classe, da Spartaco a Robespierre, da Zapata al Che e al 1917, è ciò che da fastidio ai “sinistri”. Ce li mostra nudi come vermi.

Avrei sperato di trovare tra i 40 punti qualcosa di netto e chiaro sul militare, le guerre, la Nato impegnata in un genocidio dopo l’altro, il colonialismo francese in Africa e Medioriente. Forse lo si può vedere implicito nella richiesta di rivolgersi alle cause delle migrazioni, in massima parte racchiuse in quel l’interventismo bellico ed economico che parte dalla Libia, passa per la Siria e occupa tutto il Sahel e l’Africa Occidentale, terra d’origine del più alto numero di sradicati. Si poteva essere più decisi e precisi. L’importante, il decisivo è che, attraverso Macron, hanno infastidito un sacco di bella gente, da Juncker su su fino alle varie famiglie Rothschild, la Cupola. E, come diceva quello, nessuno è perfetto. Ma tutti sono perfettibili. Tranne Wu Ming1.

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/12/ce-qualcosa-di-nuovo-oggi-nel-sole-anzi.html