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sabato 29 dicembre 2018

Solidarietà con Diego Siragusa, di Lamberto Consani

Che FB sia uno strumento per il CONTROLLO e la MANIPOLAZIONE è ormai assodato e non credo vi sia bisogno di ULTERIORI PROVE in merito ma che dopo aver subito per TRE VOLTE in tre mesi il blocco dell’account se ne subisca, come se non bastasse, un’altro ancora e che, alla scadenza di quest’ultimo (il 27 dicembre) se ne subisca, dopo poche ore (si,avete capito bene, ho detto ORE non GIORNI), un’ennesimo (per aver pubblicato, TRE ANNI FA, un post ritraente un Babbo Natale palestinese contro il quale gli israeliani avevano sparato) è CRIMINALMENTE PARADOSSALE.
E’ quanto è accaduto a Diego Siragusa che invito tutti a sostenere e a fare oggetto di PIENA SOLIDARIETA’.
Lamberto Consani
P.S.
Ritengo opportuno (anche se al momento occorrerebbe un tempo di elaborazione maggiore per formulare in merito proposte più articolate) cominciare a ipotizzare proposte concrete per attivare una reazione all’arroganza sionista.
Aggiungo brevemente e di passata che vi sono stati, in passato, dissensi nei confronti di Diego Siragusa dovuti in parte a fraintendimenti e in parte a divergenze da talune sue posizioni, concludo però che la solidarietà nei confronti d’un significativo militante ant-sionista possa, almeno in questo caso, esprimersi anche in presenza di pur legittimissime divergenze.


L'immagine può contenere: Diego Siragusa, primo piano

giovedì 27 dicembre 2018

Bahar Kimyongur censurato su facebook: Erdogan ordina e Zuckerberg esegue

Grazie a tutti. Dubito poter recuperare la mia pagina @facebook. Non trovo nessuna possibilità di ricorso, nessun link che conduca ad una pagina di reclamo. Questa chiusura del profilo è palesemente il tentativo di farmi tacere, un regalo di Natale di Zuckerberg ad Erdogan.
Merci pour vos conseils. Je doute pouvoir sauver ma page @facebook. Je ne vois aucune possibilité de recours,aucun lien menant à une page de réclamation. Cette clôture de compte est ni plus ni moins une tentative de me faire taire,un cadeau de Noël offert par Zuckerberg à Erdogan
L'immagine può contenere: 1 persona, primo piano

martedì 4 ottobre 2016

Iran e Venezuela sfidano il cyber-imperialismo occidentale, di Stefano Zecchinelli




Risultati immagini per Hispan Tv immagini
Foto: iranmediaresearch.org
Per mantenere la loro egemonia su scala mondiale, l’imperialismo americano punta su una pluralità di mezzi: (a) la finanziarizzazione della economia capitalistica globale; (b) i finanziamenti, nemmeno tanto nascosti, ai movimenti reazionari, dalla riorganizzazione del dissenso tramite la “Sinistra Imperiale” alle squadracce neofasciste; (c) l’aggressione militare contro gli stati e le nazioni indipendenti e i movimenti di liberazione nazionale anticolonialisti e antimperialisti. L’egemonia informativa, di Usa, Gran Bretagna ed Israele, resta un problema estremamente complesso che non può essere eluso.
Lo scrittore Roberto Quaglia ha posto il problema della unipolarizzazione dell’informazione ( ovviamente a vantaggio degli Usa ) citando la testimonianza del giornalista tedesco Udo Ulkfotte ‘’ che ha lavorato per la Frankfurter Allgemeine Zeitung, uno dei principali quotidiani tedeschi, nel suo libro bestseller Gekaufte Journalisten [“Giornalisti venduti”] ha recentemente confessato di essere stato pagato per anni dalla CIA per manipolare le notizie, e che questo è del tutto normale nei media tedeschi’’ 1. Non dobbiamo avere timore nel dire che, tutto questo, avviene nella maggior parte dei paesi occidentali ( e non solo ). Continua Quaglia: ‘’Questo controllo globale sui mezzi d’informazione permette agli Stati Uniti di dominare la guerra della percezione in tale misura da rendergli possibile trasformare facilmente il bianco in nero agli occhi del pubblico. È incredibile come i media europei sotto il controllo americano abbiano potuto distorcere i fatti durante le recenti crisi in Ucraina: la giunta filonazista di Kiev, salita al potere con un colpo di Stato, è stata capace di bombardare e uccidere i propri cittadini per mesi, mentre i media occidentali la raffigurano sempre come la parte buona e Putin è descritto come il nuovo Hitler senza nessun motivo realmente fondato’’. Le rivelazioni di Ulkfotte sono un campanello d’allarme per la borghesia imperialista: gli Usa stanno perdendo l’egemonia informativa grazie ala lavoro di coraggiosi analisti – dal francese Thierry Meyssan ad Eva Golinger, dal russo Israel Shamir all’israeliano Gideon Levy – i quali, svolgendo il loro lavoro di giornalisti, mettono in risalto le grossolane menzogne dei – li chiama giustamente Quaglia – ‘’giornalisti venduti’’. La fine della unipolarizzazione dell’informazione è, almeno dal mio punto di vista, una garanzia democratica per il mondo del lavoro.
Una notizia importante è che il canale YouTube di Russia Today ha superato, nel numero delle visite, BBC e CNN surclassando anche l’ “imperialismo mediatico” britannico: ‘’Le visite che può vantare RT nel suo insieme sommano oltre 2.000 milioni di utenti, numero molto maggiore rispetto ai principali competitors televisivi. In concreto RT ha superato, di 3,1 volte la CNN ed in 3,6 volte Euronews e in 2,5 volte Al Jazeera’’ 2. Una versione alternativa dei fatti, per la prima volta dopo il 1991, viene resa non solo possibile ma doverosa. Si sta concretizzando sotto i nostri occhi.
La reazione della Triade Imperiale – Usa, Gran Bretagna e Israele – è scomposta: qualche settimana fa è stata oscurata la pagina facebook di HispanTV per avere pubblicato un documentario sulla condizione delle donne in Arabia Saudita. E’ di qualche ora fa la notizia della disabilitazione di alcune pubblicazioni online palestinesi. Apprendiamo dal sito InvictaPalestina che:
Gli amministratori delle pagine Facebook di Quds, con più di cinque milioni di “likes”, e Shehab News Agency, con più di sei milioni, venerdì si sono ritrovati a non poter accedere ai loro account.
Ezz al-Din al-Akhras, un supervisore di Quds, ha detto a The Electronic Intifada che verso le 14:00 tre degli editor della pubblicazione hanno trovato i loro account disabilitati.
La stessa cosa è successa a cinque editor della Shehab News Agency, ha riferito a The Electronic Intifada un editor di news della pubblicazione.
Entrambe le organizzazioni stanno ancora pubblicando su Facebook, così come alcuni editor possono ancora accedere ai loro account. 3
Israele alza il tiro contro i diritti del popolo palestinese – proprio oggi ( 25 settembre 2016 ) Netanyahu si è incontrato con Donald Trump – e, quasi per vergogna del suo Sion-Fascismo, censura i giornalisti palestinesi. Un regime razzista può essere rispettoso del diritto internazionale? Israele, anche in ciò, resta un buco della ‘’giustizia internazionale’’.
La Repubblica Islamica dell’Iran, nel 2013, grazie al presidente Ahmadinejad diede vita al canale HispanTV in lingua spagnola. Ahmadinejad pronunciò le parole “Viva la Spagna, Viva l’America Latina”, mettendosi al fianco degli analisti venezuelani di TeleSur; l’imperialismo si contrasta anche sul piano culturale ed informativo. Gli Usa considerano l’informazione un ramo dell’industria capitalista; Iran e Venezuela – nel caso specifico Ahmadinejad e Chavez ( ora Maduro ) – credono che i media debbano educare i popoli ad essere cittadinanza attiva spingendoli a prendere parte, in modo consapevole, ai processi democratici con una chiara prospettiva anticolonialista. Che cosa ha portato il colonialismo culturale nord-americano? Ci risponde il sociologo marxista James Petras: ‘’La cultura che glorifica il “provvisorio” riflette lo sradicamento del capitalismo nordamericano. Il suo potere di contrattare e licenziare, di muovere capitali senza considerazione alcuna per le comunità. Il mito della “libertà di movimento” riflette l’incapacità della popolazione di stabilire e consolidare le proprie radici comunitarie prima dei cambiamenti che esige il capitale. La cultura nordamericana glorifica le relazioni fugaci e impersonali come “libertà”, quando in realtà quelle condizioni riflettono l’anomia e la subordinazione di una massa di individui al potere del capitale transnazionale’’ 4. I disvalori della borghesia Usa hanno distrutto le comunità umane, i legami sociali da cui è necessario ripartire per opporsi alle ingiustizie delle classi dominanti, relegando masse di giovani nella solitudine, nell’apatia e nella ‘’non partecipazione’’, tipica delle metropoli occidentali.
L’Iran ha da poco lanciato la rete Pars Today per fronteggiare la guerra mediatica degli Stati Uniti e della lobby sionista. Il presidente dell’IRIB, Abdolali Ali Asgari, ha dichiarato che “Irán se enfrenta a una amplia guerra blanda de los medios y la IRIB está a la vanguardia de esta guerra” 5. Come dargli torto? Israele si allea con l’Arabia Saudita ed Al Qaeda contro il popolo palestinese; gli Usa sostengono i neonazisti di Pravy Sektor contro la Russia mentre in Venezuela appoggiano gruppi di narcotrafficanti. La controinformazione – iraniana e venezuelana – diventa un baluardo del libero dibattito. Una democrazia plurale necessita della ‘’multipolarizzazione dell’informazione’’ quindi Quaglia conclude il suo articolo esprimendo una posizione corretta: ‘’Non c’è e non ci sarà mai un mondo realmente multipolare senza una gamma veramente multipolare di punti di vista sulla scena. Un impero postmoderno è più che altro una condizione mentale: se questa condizione rimarrà unipolare, il mondo resterà tale’’.
Gli Usa, Israele e l’UE deridono i giornalisti che fanno il loro lavoro per passione civile, senza doppi fini ( in Francia è emblematica la sorte riservata al valido Thierry Meyssan con la sua Rete Voltaire ), dando ampio spazio a pennivendoli privi di ogni moralità e dignità professionale. Israele paga bene e si sa. La costruzione di una rete giornalistica antimperialista è un obiettivo da raggiungere quanto prima per rompere il muro di silenzio che le oligarchie al potere vorrebbero imporci. Un impegno civile che coinvolge ognuno di noi. Ben disse Michel Collon: siamo tutti pubblicisti ! Ciascuno di noi può, e deve fare, molto.


Note:

http://www.hispantv.com/noticias/cultura/280848/iran-agencia-noticias-pars-today

http://www.linterferenza.info/esteri/iran-venezuela-sfidano-cyber-imperialismo-occidentale/

lunedì 26 settembre 2016

Sionismo, estrema destra e Wahhabismo: una triplice alleanza contro la libera informazione, di Stefano Zecchinelli


Mentre lo Stato imperialista israeliano consuma una vera e propria caccia al palestinese 1, le autorità likudiste si sono accordate con i gestori di Facebook – il più importante servizio di rete sociale mondiale – sulle normative riguardanti la censura delle pubblicazioni ‘’anti-israeliane’’. Siamo alle solite: Israele, per coprire i suoi crimini, si appella all’eterno antisemitismo trascurando, fra le tante cose, che anche i palestinesi sono semiti e, seguendo alcuni storici israeliani, sono molto più vicini loro agli ebrei-sefarditi della prepotente elite azhkenazi al potere.
Il Ministro degli Interni, Gilad Erdan, ha descritto Facebook come ‘’un mostro che mette in pericolo la sicurezza del regime di Tel Aviv’’ quindi chiede una replica degli accordi che, nel 2015, Israele stipulò con YouTube. Riferisce la rete iranianaHispanTV‘’Una nota oficial confirmó que Israel y Google se pusieron de acuerdos en fortalecer las relaciones bilaterales en el monitoreo y la evaluación de contenidos en línea’’ 2.
Foto publicada por el Twitter de la cancillería israelí de la viceministra de asuntos exteriores, Tzipi Hotovely, y el cónsul general israelí para la región del noroeste pacífico, Andy David, durante la reunión con las autoridades de YouTube y Google. ( Fonte: HispanTV )
Ma Facebook è davvero la voce dell’antimperialismo mondiale? Lasciamo che ci risponda Ernesto Carmona, giornalista cileno vicino al PSUV: ‘’
‘’La CIA ha investito in Facebook molto prima che questa rete divenisse una delle reti sociali più popolari di Internet, questo secondo una inchiesta del giornalista britannico Tom Hodgkinson pubblicata nel 2008 nel giornale inglese The Guardian (3) e ripresa e commentata da qualche mezzo di comunicazione indipendente di lingua inglese, ma senza alcuna ripercussione nella grande stampa.
La propaganda corporativa ha trasformato il portale sociale Facebook in sinonimo di successo, di popolarità, e nel contempo di buoni affari. Facebook si presenta come un inoffensivo sito web di relazioni sociali, che facilità i rapporti interpersonali. La sua popolarità ha fatto prevedere che i suoi approssimativamente 70 milioni di utilizzatori potrebbero aumentare in un paio di anni a 200 milioni nel mondo intero, dato che nelle migliori settimane Facebook è arrivato a ricevere fino a due milioni di nuovi utilizzatori. Nel frattempo, Facebook non convince proprio tutti!’’ 3
Non è casuale che in Facebook abbia investito ben 500.000 mila dollari, il ‘’filosofo-capitalista’’ Peter Thiel uno che di affari se ne intende dato che ‘’è il co-fondatore e direttore generale del sistema bancario virtuale PayPal, che ha venduto a Ebay per 1.5 miliardi di dollari, guadagnando per sé 55 milioni di dollari. Inoltre, ha amministrato un fondo assicurativo di 3 miliardi di lire sterline, il Clarium Capital Management e un fondo di capitali a rischio denominato Founders Fund’’. Donald Trump, in confronto a lui, pare, quasi, ben poca roba, infatti il ‘’giovane filosofo’’ è l’autore di un libro su ‘’Il mito della diversità’’ ispirato al pensiero del filosofo francese Renè Girard il quale propone una teoria sul comportamento umano denominata ‘’desiderio mimetico’’. Per il duo Thiel-Girard ‘’la gente è essenzialmente un branco di pecore, che tendono a copiarsi l’un l’altra senza troppa riflessione. Quindi la teoria dovrebbe sembrare essere dimostratamente corretta nel caso dei mondi virtuali di Thiel: l’oggetto desiderato è irrilevante; tutto quello che è necessario sapere è che gli esseri umani tenderanno a muoversi come un gregge. Da qui, le bolle finanziarie! Da qui, l’enorme popolarità di Facebook!’’ 4
Che dire? Facebook è un grande affare per i neoconservatori Usa – fra cui anche i sionisti – non, di certo, per gli attivisti antimperialisti ed antisionisti. Netanyahu si metta l’anima in pace: i suoi sproloqui, come al solito, sono privi di fondamento, risultando propaganda della peggiore destra sionista. Tanto per cambiare.
La rete sociale, in accordo con le autorità sioniste, verrà monitorata. Domanda: Israele ha usato Facebook per propagandare la distruzione della moschea di Al-Quds; come mai nessuno pose il problema inverso? Il rabbino Chaim Richman si fece uscire di bocca frasi alquanto preoccupanti, degne di uno squilibrato dato che mettono insieme estremismo religioso ( talmudismo ) e nazionalismo acritico:‘’Nuestro objetivo es elevar la conciencia del pueblo judío y de toda la humanidad hacia el papel central que el templo santo juega en la vida de la humanidad’’ 5. Domanda: sono le parole di un leader religioso oppure di un affiliato a qualche organizzazione neonazista europea?

Maqueta del supuesto templo de Salomon fabricada por los sionistas en Al-Quds (Jerusalén). ( Fonte: HispanTV )
L’oscuramento, per una settimana, del canale iraniano HispanTV, ‘’colpevole’’ di aver denunciato le violenze contro le donne in Arabia Saudita con una eccellente inchiesta giornalistica 6, è un atto profondamente antidemocratico: Israele si allea con Casa Saud contro la libera informazione, impedendo ai giornalisti di fare il loro lavoro. Si può tollerare questa perenne ipocrisia sionista? Ai sionisti di destra il patriarcato wahhabita sta bene?
Israele è estremamente tollerante non solo con i wahhabiti ma anche con i neonazisti europei. Sempre da HispanTV apprendiamo che: ‘’En la investigación llevada a cabo por la Universidad de Barcelona, junto a otras entidades de Italia, Francia, España, Rumanía y el Reino Unido, se denuncian la pasividad y la permisividad de la sociedad y las plataformas digitales frente a estos mensajes que parecen consolidarse tanto en la red como en la política europea, con un constante crecimiento de la extrema derecha’’ 7. Domanda: Netanyahu coi neonazisti non ha nessun problema, vero? Del resto il sionismo si nutre di antisemitismo, quindi l’estrema destra europea non può che fare il gioco dell’imperialismo israeliano. Una triplice alleanza contro il giornalismo online: Israele, Casa Saud ed estrema destra europea.
Secondo lo studio dell’università spagnola ‘’Internet ha supuesto un salto cualitativo para muchas cosas y también para la difusión del discurso del odio’’.Domanda: i sionisti, al pari dei neonazisti, non sono in prima fila – su Facebook – nella diffusione di odio anti-arabo ed islamofobo? Evidentemente hanno una comunione di fini e tendono a proteggersi. Prevedibili.
La censura di Facebook conferma quello che gli analisti antimperialisti dicono da anni: il diritto internazionale non è democratizzabile senza il multipolarismo dell’informazione. La condizione necessaria per arrivare a ciò è l’abbandono dei particolarismi, del nazionalismo acritico e dei miti ‘’patriottardi’’ beceri. Altre strade non esistono.
https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DIJCU3FuJ6m4%26list%3DPL0ki3V4LxmT6LmhpigfjEPxZXWui_wnXS%26index%3D2&h=wAQHr2hxj

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http://www.hispantv.com/noticias/palestina/77396/google-youtube-israel-censura-hotovely

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http://www.linterferenza.info/esteri/sionismo-estrema-destra-wahhabismo-triplice-alleanza-la-rete/

martedì 2 febbraio 2016

CIA on Facebook & Twitter: Wayne Madsen on info warfare

As pro-reform uprisings continue across the Arab world, the U.S. is stepping up its influence with anti-government activists around the world. America is using new mobile phone technology to help protest groups - and manipulating social network websites as well as Twitter with fake idenities - to spread dissent and encourage regime-change by influencing media coverage.
RT on Facebook: http://www.facebook.com/RTnews 
RT on Twitter: http://twitter.com/RT_com

martedì 7 luglio 2015

Confessioni di un troll sionista pentito, a cura di Civium Libertas

«Ero pagato per fare il Troll sionista pro-Israele»: denuncia-rivelazione delle insidie della Rete, a salvaguardia degli “ingenui”.


Riceviamo dalla nostra collaboratrice Egeria, esperta conoscitrice del web di lingua inglese, un documento impressionante. Se è vero che Internet apre nuove frontiere di conoscenza e inaudite possibilità di comunicazione, è anche vero che alla “novità” del mezzo si accompagna anche la “novità” dei pericoli e delle insidie. Per scelta di onestà e trasparenza si può anche usare il proprio nome reale e dare piena possibilità di identificazione. È questo un primo pericolo che si affronta relazionandosi con chi non usa il proprio nome o assume identità false, certo dell’impunità o dell’anonimato nel caso si conducano deliberati ed intenzionali attacchi personali e campagne diffamatorie. Se poi si trattano determinate materie sensibili, ci si scordi delle garanzie di una presunta libertà di pensiero e di espressione. 

I media si considerano essi, non i comuni cittadini, i principali intestatari del diritto alla libertà di pensiero e di espressione. Se in passato il “giornalista” poteva essere considerato un professionista dell’informazione, oggi non è più così ed ognuno di noi deve imparare a difendersi dalla manipolazione e demonizzazione giornalistica: è di ieri il caso della Grecia, dove il ruolo dell’informazione è stato quello di condizionare l’esito referendario. Quanto per fare un esempio recente, di ieri, fra gli innumerevoli possibili. Poiché qui si parla di Trolls, esiste anche (vedi il caso Udo Ulfkotte) il fenomeno del giornalista a libro paga di un servizio straniero, di un partito, di uno Stato, di qualcuno che lo paga per immettere dei contenuti nel circuito informativo. Vi è perfino chi teorizza: la mia “opinione” è un «diritto», la tua un «reato», un crimine orribile da perseguire con tutti i poteri dello stato. 

Non circola la notizia, vera, di una pena di 12 anni di carcere per il solo reato di aver scritto un libro, non di gossip, ma di argomento storico, e pure ormai storico-remoto. E non è il solo caso: sono a migliaia! Neppure i reati di mafia vengono puniti così severamente. Ma è difficile trovare una qualche barlume di giustizia nella repressione penale e carceraria non di omicidio, una violenza carnale, una frode alimentare, una rapina a mano armata, una strage, etc., ma nella semplice repressione penale di una opinione in materia storica, specialmente se argomentata in libri improntati a rigore scientifico, sul quale gli storici di professione lasciano il campo ai moderni Inquisitori. Non sembra azzardato dire che se per un verso assistiamo alla autodistruzione del diritto internazionale, ossia a quel sistema di relazioni fra gli Stati avviatosi nel 1643 con il Trattato di Vestfalia, per altro verso assistiamo ormai, spesso inconsapevoli, alla cancellazione di quei diritti “fondamentali” così pomposamente sbandierati nelle Carte dei diritti e nei discorsi magnoeloquenti dei politici, grandi e piccoli, che occupano la scena delle piazze. È un panorama sconfortante che supera la forma romanzata di tutti gli scrittori che hanno immaginato il sorgere di una “neolingua” il cui scopo è l’alterazione stessa del pensiero che pone a se stesso le sue autolimitazioni con l’uso di termini imposti e programmati. 

Sulla pregevole introduzione di Egeria, dove più sotto scrive:
«Per la cronaca: non siamo mai riusciti a trovare un solo ebreo – né nel web, né in persona – che avesse dato a questa domanda una risposta favorevole ai palestinesi.»
in verità, possiamo osservare che noi almeno uno solo lo abbiamo conosciuto, anche perché venuto in Roma e in Italia ormai sono più volte, sia pure in sordina. Ci riferiamo a Gilad Atzmon, che lasciò Israele, dove era nato, all’età di trent’anni, per non farvi più ritorno, dichiarando che quella era una terra sottratta ai Palestinesi. Del resto, Gilad definisce se stesso un “ex-ebreo”, forse a testimonianza anche del fatto che l’essere o non essere ebrei non è una questione di DNA, ma una fatto storico, un’identità acquisita che si può anche abbandonare e dismettere. Quella di Atzmon (nome posticcio assunto dai suoi genitori trasmigrati in Palestina dall’Europa orientale, assumendo poi come moltissimi altri un cognome biblico, per documentare in questo modo un remotissimo e impossibile radicamento) è una personalità ben diversa da quella di un Ilan Pappe e di molti altri “ebrei” pur favorevoli, ma sempre con qualche riserva, alla “causa” palestinese.

Ma a ulteriore prova di ciò che dice più sotto Egeria, a proposito del ruolo di ascari di supporto da parte dei “non-ebrei” (goim), si può citare la manifestazione anti-Onu di Ginevra di pochi giorni, dove Israele è stata condannata per l’ennesima volta (con la sola rituale eccezione degli USA), per l’ennesimo e ultimo “massacro-genocidio” di Gaza. Erano poche centinaia di persone, per lo più evangelici sionisti “italiani”, massiciamente supportati dell’Ambasciata di Israele in Italia.  Gli ebrei in senso proprio erano  pochissimi, per esplicita ammissione degli organi di informazione smaccatamente sionisti, come “Il Foglio”. Dell’ONU lo «Stato ebraico di Israele» semplicemente se ne infischia, salvo fondare la sua legittimità sulla discutibilissima deliberazione spartitoria del 1947, la più infelice, invalida, ingiusta deliberazione in tutta la storia dell’ONU, che nel 1975 equiparò razzismo e sionismo. Una delibera che fu poi ritirata come merce di scambio durante i fallimentari accordi di Oslo del 1992-93. 

Va infine notato che il singolo Internauta, ingenuo nel credere alla spontaneità del “dialogo”, del “confronto”, e della forza logica della sua capacità di argomentare, si trova spesso - a sua insaputa – ad avere come interlocutore veri e propri Stati, potenze globali, apparati con bilanci stratosferici, che possono permettersi di pagare veri e propri eserciti di “troll”, per loro non meno utili (e più economici) dei contractors inviati a devastare paesi come l’Iraq, l’Afganistan, la Libia, la Siria, il mondo intero, seminando ovunque morte e distruzione. Dunque, il testo che segue, di Egeria, è uno squarcio di luce su di un mondo malefico che per regnare ha bisogno delle tenebre e della “neolingua”: l’hobbesiano “Regno delle Tenebre”.
 
CIVIUM LIBERTAS

INTRODUZIONE

Quando è stato pubblicato in rete, nel 2012, nella versione originale inglese, l’articolo ‘confessione’ di questo troll pentito, di cui segue la traduzione in basso, ha suscitato discussioni a valanga, che durano tuttora.

L’articolo è stato successivamente ripreso per pubblicazione nella rete di lingua inglese in decine e decine di siti e blog, nei mesi e anni a seguire. Basta inserire nel motore di ricerca la frase iniziale dell’articolo – ovviamente nella versione originale inglese – e si riceve una fila infinita di risultati.

Link all’originale in inglese.

http://consciouslifenews.com/paid-internet-shill-shadowy-groups-manipulate-internet-opinion-debate/1147073/

E qui bisogna subito entrare nel merito del punto centrale che questa introduzione vuole discutere, e cioè, la reazione da parte della lobby israeliana, con l’uso delle solite strategie di intimidazione nei confronti dei gestori dei siti che hanno pubblicato la confessione, e la reazione dei troll sionisti, pro-israeliani, che hanno infestato i vari siti e blog con insulti e tattiche di ridicolizzazione dell’articolo.

Se si usa Google per la ricerca – e cioè per vedere il numero di siti che hanno pubblicato la ‘confessione’ – è interessante notare il modo in cui appare il primo risultato della lunga lista che si genera. Si tratta del sito che per primo ha pubblicato l’articolo, nel 2012, e salta subito all’occhio che il titolo è preceduto e seguito da una parola in lettere cubitali ‘HOAX’, che in inglese significa ‘Bufala’. Infatti, chi frequenta la comunità anti-sionista, anti-Israele nella rete americana, ha potuto notare come si è immediatamente messa in moto la massiccia e implacabile macchina della ‘polizia sionista’, che ha indotto, con minacce e altro, molti dei siti e blog a cancellare l’articolo. Al sito originale è stato invece intimato di fare apparire la confessione come un falso, visto che ormai non c’era verso di togliere l’articolo dalla rete.

Noi abbiamo scelto di mettere come link al testo originale inglese, la pubblicazione apparsa in un sito alquanto noto e autorevole nella comunità del ‘giornalismo di verità’ in USA (v. link in alto), soprattutto perché l’editore ha introdotto la pubblicazione fornendo appunto le informazioni circa le minacce ricevute da un sedicente gruppo di rappresentanti legali che sosteneva di ‘avere le prove’ che la confessione fosse un falso, e anche perché è molto appropriata l’analisi fornita dall’editore nella sua prefazione.

Che il sito sia molto frequentato è deducibile anche dal numero di commenti generati: ben 245.

Entreremo in seguito in merito alla varietà e natura dei commenti apparsi nei vari forum di lingua inglese.

Ma andiamo per ordine.

In seguito alle intimidazioni dei sedicenti legali, l’editore ha chiesto chiarimenti sulla loro identità, oltre all’esibizione delle ‘prove’ sul presunto ‘falso’ della confessione. Tuttavia – come era da aspettarsi – l’editore non ha mai ricevuto alcuna risposta. Ha quindi deciso di non cancellare la pubblicazione, fornendone le motivazioni.

Nella sua nota introduttiva, l’editore fa notare che, a prescindere che si voglia dare credito o no alla ‘confessione’ anonima in oggetto, è cosa ben nota che l’attività di trolling è una strategia molto diffusa e molto più comune di quanto si possa immaginare, e che viene impiegata da parte di gruppi di potere per salvaguardare i propri interessi.

In effetti, si tratta di una vera e propria industria, le cui strategie vengono chiamate ‘Astroturfing’ e hanno fini sia di propaganda che disinformazione.

Nella sua introduzione, l’editore in questione fornisce anche un elenco di articoli da consultare per approfondire le tecniche di ‘Astroturfing’, che però sono scritti in inglese. Ma basta inserire il termine nella versione italiana di Wikipedia per avere almeno una descrizione blanda di questa strategia usata a livello universale.

Comunque la frase introduttiva è la seguente in Wikipedia:
«Astroturfing è un termine coniato negli USA intorno alla metà degli anni ‘80 nell'ambito del marketing, e definisce la creazione a tavolino del consenso proveniente dal basso, della memoria o della storia pregressa di un’idea, un prodotto, o comunque qualsiasi bene oggetto di propaganda (bene di consumo, candidato alle elezioni, etc.). La tecnica di astroturfing si affida spesso a persone retribuite affinché esse producano artificialmente un'aura positiva intorno al bene da promuovere».
Per non appesantire questa introduzione, non entreremo qui nei dettagli delle strategie dell’Astroturfing, di cui comunque il troll pentito fornisce alcuni esempi concreti nella sua confessione in basso.

Tuttavia, chi vi scrive ha una conoscenza ravvicinata e pluriennale delle strategie del trolling sionista nella vastissima rete di lingua inglese specializzata nel contrastare Israele, il giudaismo e il potere ebraico.

I troll più esperti, che fanno questo mestiere da anni, operano soprattutto nelle chat politiche, dove vige la comunicazione ‘botta e risposta’ e non c’è tempo per comporre risposte congetturate ad arte.

Per fortuna negli USA si gode ancora della libertà di espressione, e – a differenza dell’Europa – non esistono finora leggi che prevedono la persecuzione legale per chi esprima pubblicamente opinioni cosiddette ‘anti-semite’ (che peraltro sappiamo essere un termine falso, ingannevole e insidioso). Per questo motivo esiste un gran numero di network con programmi radio che trasmettono, sia nel web che per radio, talk-show politici in diretta con tematiche di critica a Israele e alla lobby israeliana che è in controllo totale del parlamento USA (il Congress) e della maggioranza delle varie confessioni religiose cristiane.

A questi talk-show il pubblico può partecipare sia con chiamate in diretta, sia entrando nella discussione che si genera contemporaneamente nella ‘chat’ in internet che ogni network possiede.

I troll non hanno vita facile in queste chat, perché i partecipanti regolari sono persone molto informate e ben consapevoli delle strategie del potere ebraico. Sanno individuare un troll (in inglese: shill) a kilometri di distanza, per così dire. E infatti, come si vedrà nella ‘confessione’ pubblicata di seguito, i troll pagati per operare nelle chat sono un gruppo a parte, e per esperienza sappiamo che sono i più rari.

Invece i troll che si inseriscono nei forum di commento sono un vero e proprio esercito, perché (come spiegato dal troll pentito) per questa attività esistono modelli di risposta ben collaudati, e non è necessaria una grande esperienza.

Ma sono questi i troll più insidiosi, perché operano in siti frequentati dai lettori con i background più disparati, non tutti emotivamente immuni al giudizio altrui, molti ancora terrorizzati all’idea di essere considerati ‘razzisti anti-semiti’. Questi sono lettori che preferiscono desistere dal proseguire la discussione se attaccati, e molti si sentono perfino in colpa per avere osato intrattenere certi pensieri, oltre che per averli espressi ... per cui si trovano a scusarsi e giustificarsi, facendo il gioco dei troll, ovvero dei loro committenti.

Come vedremo dalla ‘confessione’, i troll sono veri e propri impiegati, con stipendi fissi e con bonus per i risultati di un certo livello. Quindi non ‘mollano l’osso’ per non perdere i vantaggi economici, e diventano sempre più efficaci.

Per esperienza sappiamo che sono molto rari i troll pro-Israele che svolgono questa attività per convinzione politica personale.

Sono rari perché:
1 - i troll pro-Israele non sono quasi mai ebrei, e
2 - sono pochi i non-ebrei in favore delle politiche israeliane.

Gli ebrei stessi, invece, si dichiarano apertamente nei forum e nelle chat – almeno negli USA – e hanno uno stile inconfondibile. In genere sono giovani che cercano il consenso del popolo di internet, e ci tengono a informare i partecipanti alle discussioni che loro stessi «non sono come gli ebrei di Israele», che loro sono «contrari alla violenza contro i palestinesi», e che «i giovani ebrei del presente prendono le distanze dai precetti dei rabbini che predicano la legittimità della pulizia etnica dei palestinesi e la violenza contro i non-ebrei in terra di Palestina».

Purtroppo però l’esperienza ci ha messo in guardia circa la sincerità delle loro dichiarazioni.

Abbiamo adottato un modo molto semplice ed efficace per smentire e smascherare la loro presunta distinzione e presunta differenza di mentalità rispetto ai loro simili in Israele.

E’ un metodo collaudato e si basa sui dibattiti che l’autore americano Mark Glenn – probabilmente il più grande esperto vivente in scritture ebraiche – ha avuto con visitatori ebrei nella chat del suo network, The Ugly Truth, e ci riserviamo di presentare l’autore e le sue analisi ai lettori italiani nel prossimo futuro.

Intanto, gli ebrei nei forum e nelle chat non parlano mai di ‘Palestinesi’ ma di ‘Arabi’ – un lapsus che tradisce la loro discriminazione e l’adesione al pensiero israeliano secondo cui «i palestinesi non esistono»…!

E poi, per testare la loro sincerità, è sufficiente chiedere:

«Ma tu sei daccordo sulla creazione dello stato di Israele in Palestina?».
Invariabilmente la risposta è: «Certo» – seguita o meno da motivazioni di vario genere.

Ed è allora che rispondiamo:

«Ma tu sai che lo stato di Israele è stato fondato per mezzo di strategie di terrorismo e pulizia etnica, mediante la cacciata e l’uccisione in massa dei Palestinesi, e che senza azioni di terrorismo Israele non sarebbe mai potuta esistere, né potrebbe continuare ad esistere nel presente. In cosa allora si distingue la tua mentalità da quella degli ebrei di Israele? Tu vuoi Israele, ma non la violenza. Pensi che se tu andassi a chiedere cortesemente ai palestinesi di andarsene e consegnare la loro terra di propria spontanea volontà a Israele, loro lo farebbero? Cosa ti importa di più: l’esistenza di Israele, oppure l’incolumità dei palestinesi?».

Per la cronaca: non siamo mai riusciti a trovare un solo ebreo – né nel web, né in persona – che avesse dato a questa domanda una risposta favorevole ai palestinesi.

Come dicevamo, gli ebrei che si dichiarano apertamente nelle chat in genere lo fanno per suscitare le nostre simpatie malgrado tutto. Qualche tempo fa Gilad Atzmon aveva pubblicato nel proprio sito le analisi di un luminare della scienza che studia le psico-patologie nelle loro varie forme e manifestazioni. Lo studioso spiegava, tra l’altro, cosa spingesse certe categorie di persone con disturbi di auto-esaltazione e complesso di superiorità a cercare con affanno il consenso degli altri, annoverando questa categoria tra i psicopatici affetti da narcisismo ossessivo. Atzmon aveva introdotto la pubblicazione di questo video-documento sulle psico-patologie dicendo: ecco qualcosa che vi farà capire Israele. Infatti si potrebbe dire che la descrizione relativa al fenomeno del narcisismo patologico si adatta bene al tentativo sistematico dei rappresentanti della classe ebraica di influenzare le nostre menti e suscitare in noi ammirazione e benevolenza attraverso il web, il cinema, gli eventi culturali, i media, ecc.

Di regola sono invece i troll quelli che entrano nei forum per seminare discordia e lanciare accuse, sia in America che in Europa. E sono stati addestrati ad usare il deterrente più efficace: suscitare sensi di colpa nei partecipanti per mezzo di riferimenti storici alle ‘persecuzioni degli ebrei’.

Ovviamente questi riferimenti storici hanno poca presa sul pubblico americano, ma in Europa la strategia del ricatto morale funziona benissimo.

E qui sarebbe utile, ma troppo impegnativo in questa istanza, iniziare una lunga discussione per fare notare, intanto, l’inutilità di entrare in simili dibattiti con personaggi il cui unico scopo è quello di destabilizzare i partecipanti, e soprattutto una discussione per evidenziare l’assurdità del senso di colpa retroattivo che si vuole generare, visto che i riferimenti sono ad eventi del passato di cui le nostre generazioni non hanno né controllo né responsabilità...
... perché altrimenti si dovrebbe cominciare con il gioco dell’accusarsi l’un l’altro, riesumando fatti storici e bellici di vasta portata, e non se ne verrebbe mai a capo.

CHE  SIA  CHIARO: il dibattito storico è sempre importantissimo, anzi vitale, se si svolge nell’ottica del determinare la verità storica ai fini della giustizia. Ciò che è inaccettabile è abbozzare e accettare il ricatto morale su questioni del passato, specie da parte di chi difende crimini e criminali del presente...!!!

E’ dunque importante per il popolo dei forum essere consapevoli che i loro ‘accusatori’ sono semplici professionisti, non-ebrei, che fanno questo mestiere per lucro, e non perché ‘abbiano a cuore la causa di Israele’. Gli ebrei stessi – i committenti dei troll – hanno cose ‘ben più importanti’ da fare che ‘perdere tempo’ nei forum e nelle chat. E’ un’attività che affidano alla bassa manovalanza non-ebraica appositamente istruita. Loro invece, in quanto ebrei organizzati, esercitano direttamente le pressioni di ‘lobbying’ su coloro ‘che contano’, come i governi e le istituzioni, per imporre i propri interessi mediante ricatti morali, corruzione, minacce e l’intera gamma di tattiche usate dalle associazioni a delinquere di stampo mafioso.

Che sia anche consapevole, il popolo dei forum, che malgrado le apparenze, sono molto rari i singoli individui occidentali che ancora difendono Israele. I pubblici ‘simpatizzanti’ dello Stato Ebraico sono in genere le organizzazioni e i loro rappresentanti, che agiscono per interesse o perché temono le rappresaglie del potere ebraico organizzato.

E’ anche importante usare il termine ‘Stato Ebraico’, perché è così che Israele si definisce e perché appunto lo ‘stato ebraico’ rappresenta il carattere degli ebrei e del giudaismo. E per capire la natura del ‘carattere’ che rappresenta, è sufficiente guardare le macerie di Gaza.

Siamo tuttavia ben consapevoli che in certi ambiti delle discussioni è necessario usare l’eufemismo ‘sionista’ o ‘sionismo’, qui in Europa – mentre nella rete americana che affronta la questione ebraica, l’uso di questi palliativi è stato ormai scartato quasi interamente e sostituito con i termini appropriati: ebreo, ebraico, giudaismo, ecc.

In ogni caso, è importante non perdersi d’animo. Israele è un malato terminale, tenuto in vita artificialmente mediante espedienti destinati a cessare, come il veto USA all’ONU, le guerre NATO in favore di Israele, i miliardi di euro e dollari e le forniture militari che Israele riceve, pagati dai contribuenti occidentali. Tutto questo non durerà a lungo, e Israele non è capace di sopravvivere come nazione senza agire da parassita (come peraltro ha dimostrato l’esperimento fallito nel Biro-Bijan, un vasto territorio nella Russia orientale, assegnato agli ebrei come ‘Regione Autonoma’ negli anni ’30, per dare agli ebrei uno stato da gestire a proprio piacere – ma agli ebrei questo non bastava, e presto hanno iniziato a litigare tra loro, e tutto si è dissolto nel nulla).

LE  TATTICHE  DI  RIDICOLIZZAZIONE  DELLA  ‘CONFESSIONE’

E siccome questa introduzione è già fin troppo lunga per un articolo in rete, riassumiamo solo brevemente quali tattiche hanno usato i troll nei vari forum nel tentativo di screditare la pubblicazione della confessione riportata in basso.

A grandi linee, le reazioni dei troll si riducono a due tipologie di ‘obiezioni’ e si possono riassumere come segue:

- «Mi meraviglio che un sito noto e autorevole come il vostro pubblichi una ‘confessione’ anonima, ben sapendo che le dichiarazioni anonime sono in genere inventate per fini disonesti... Ma chi pensate di ingannare...?»

- «Il fatto che il troll si sia schierato dalla parte di Israele anche dopo essersi auto-accusato di inganno nei confronti dei lettori dei forum, è la dimostrazione che Israele è comunque una causa giusta...».

E’ vero, molti sono stati i commenti perplessi dei lettori comuni sulla ‘simpatia per il diavolo’ (come l’hanno battezzata), sviluppata dal troll durante la sua fraudolenta attività.

Ma molti hanno anche fornito spiegazioni di ordine psichiatrico a questa variante peculiare della ‘Sindrome di Stoccolma’, dicendo che è alquanto comune, e il risultato di un lavaggio del cervello ben riuscito, con un effetto di ‘autogol’ che presto sarebbe svanito.

Ma la reazione più sorprendente è stata quella dei molteplici ‘troll pentiti’, che di conseguenza si sono dichiarati nei forum, pur conservando l’anonimato... Per loro fortuna.

Dico per loro fortuna, perché conosciamo bene la ferocia con cui ire sioniste si scagliano su chi osa fare denunce pubbliche.

Ecco infatti cosa ha scritto in un forum un ex-troll che aveva pubblicamente confessato il suo passato di troll durante una trasmissione (in USA), in cui qualcuno lo aveva riconosciuto:
«...Hanno scoperto la mia vera identità e ora mi molestano al telefono con chiamate oscene. Mi inviano mail di minacce e pubblicano il mio nome, indirizzo e numero di telefono su base quotidiana. Postano anche i nomi dei miei figli, familiari e amici che hanno trovato su Facebook prima che bloccassi il mio account».
Altri utenti dei forum invece hanno confermato di essere vittime di alcune delle rappresaglie descritte dal troll confesso nell’articolo in basso.

Esempio delle parole di un commentatore:
«...Questa (la confessione) è una descrizione accurata delle tattiche della Hasbara su internet. In quanto assiduo frequentatore di forum politici, specie su ‘Yahoo Mid-East’, sono intimamente consapevole di queste strategie dei troll. Calunnie e menzogne sono i loro ferri del mestiere. Io stesso sono stato preso di mira dai troll della Hasbara per due lunghi anni come nemico pubblico numero 1. E le loro molestie non si limitavano a internet. Queste persone non hanno etica o principi morali. Sono capaci di qualunque cosa, purché ne traggano beneficio per l’immagine di Israele e degli ebrei».
Ecco: qualora fossimo tentati di liquidare la ‘confessione’ come un falso, ricordiamoci cosa dicono i lettori stessi...

Falso o no ... è tutto vero.


Egeria

* * * 

Ero pagato per fare il Troll sionista pro-Israele


Scrivo per uscire allo scoperto circa il mio passato come Troll pagato.

Per un periodo di oltre sei mesi sono stato pagato per diffondere disinformazione e provocare polemiche politiche su Internet.

Ho lasciato quel lavoro, un impiego fisso, verso la fine del 2011, perché ero disgustato con me stesso. Non riuscivo più a guardarmi allo specchio.

Se questa confessione innescherà una sorta di vendetta contro di me, così sia. Parte di essere un uomo vero in questo mondo è avere valori reali per i quali combattere, quali che siano le conseguenze.

La mia storia inizia nei primi mesi del 2011. Ero disoccupato da quasi un anno, dopo aver perso il mio ultimo lavoro nel campo dell’assistenza tecnica. Sempre più disperato e scoraggiato, ho colto al volo l'occasione quando una ex collega mi ha chiamato e mi ha detto di avere una potenziale miniera d'oro per me.

«Quello che ti propongo è un lavoro insolito  – spiegò la mia ex collega –  che richiede segretezza. Ma lo stipendio è buono. So che scrivi bene, e questo è un lavoro che fa per te».
(Vero: scrivere è sempre stato un hobby per me).

Mi diede un numero di telefono e un indirizzo in uno dei quartieri più squallidi di San Francisco, la città in cui vivo.

Incuriosito, ho chiesto alla mia ex-collega quale fosse il sito internet dell’azienda e qualche informazione in più. Lei si è messa a ridere: «Loro non hanno un sito web. E neanche un nome. Vedrai: ti basterà presentarti e dire che ti mando io».

OK, sembrava sospetto, ma la disoccupazione di lunga durata genera disperazione, e la disperazione induce ad accantonare i sospetti quando si tratta di mettere il cibo in tavola.

Il giorno dopo mi sono recato all'indirizzo in questione.

La ditta si trovava al terzo piano di un edificio in cattive condizioni. L’aspetto non ispirava fiducia. Dopo aver attraversato un lungo corridoio coperto di linoleum e fiocamente illuminato dal neon, sono arrivato all’ingresso della sede in questione: una pesante porta di metallo con un cartello che diceva ‘United Amalgamated Industries, Inc.’

In seguito mi resi conto che la ‘ditta’ cambiava nome su base quasi mensile, sempre utilizzando nomi blandi come quello, che non fornivano alcun indizio sulla natura delle attività reali dell’azienda.

Non troppo pieno di speranza, entrai nella sede.

L’interno era alquanto scarno. C’erano alcuni tavoli con sedie su cui una dozzina di persone scriveva usando computer obsoleti. Non c’erano decorazioni, nemmeno le solite piante finte per dare un tono allegro.
Che squallore! Ma hey, un mendicante non può fare lo schizzinoso, giusto?

Il manager, un uomo calvo sulla quarantina, si alzò dalla scrivania e mi venne incontro con un sorriso rassicurante.

«Devi essere Chris, mi disse. Yvette mi ha detto che saresti venuto».
(Yvette e Chris non sono ovviamente i nostri veri nomi).
«Benvenuto. Permettimi di darti qualche informazione su quello che facciamo qui».

Non ci fu alcun colloquio preliminare per decidere se assumermi. In seguito appresi che impiegavano solo persone raccomandate da altre che già svolgevano questa attività, in più addestrate a individuare candidati sulla base di fattori specifici, tra cui  la capacità di tenere la bocca chiusa, l’abilità a scrivere, e la necessità impellente di un impiego.

Ci siamo seduti alla scrivania del manager, e lui iniziò a farmi domande sul mio background e in particolare sulle mie idee politiche (che erano praticamente inesistenti). Poi cominciò a spiegare il lavoro.

«Qui lavoriamo per influenzare le opinioni della gente. I nostri committenti ci pagano per postare commenti nei forum, nelle chat più popolari e nei social network come Facebook».
Chi erano questi committenti?
«Oh, varie persone», disse vagamente. «A volte aziende private, a volte gruppi politici».

Soddisfatto che le mie opinioni politiche non fossero forti, mi disse che sarei stato assegnato ai forum politici.
«I candidati ideali per tali attività sono persone come te, senza ideali politici precisi», disse ridendo. «Può sembrare un controsenso, ma in realtà abbiamo scoperto che è proprio così».

OK. Finché pagano bene, accetterò di credere a tutto ciò che vorranno farmi credere.
Dopo avermi comunicato l’ammontare dello stipendio (che era molto più alto di quanto mi aspettassi) e pochi altri dettagli, il manager sottolineò la necessità di assoluta riservatezza e segretezza.

«Non puoi raccontare a nessuno quello che facciamo qui. Non a tua moglie e nemmeno al cane...» (Non avevo né l’uno né l’altro, si dà il caso). «Ti cuciamo addosso un’identità di copertura, ti diamo un numero di telefono e ti creiamo un sito web finto che potrai utilizzare. Dovrai dire alla gente che sei un consulente. Dal momento che il tuo background nella vita reale è il supporto tecnico, questa sarà anche la tua attività di copertura. E’ un problema per te?»

Nessun problema, gli assicurai.
«Allora OK. Vogliamo cominciare?»
«Adesso?», chiesi, un po 'sorpreso.
«Non c'è momento migliore del presente!», rispose con una risata.

Il resto della giornata fu dedicato alla mia formazione.
Un altro membro del team, una donna sulla trentina dalle maniere spicce, sarebbe stata il mio istruttore, e la mia formazione doveva durare due giorni.
«Sembri un tipo sveglio, mi disse, e credo che imparerai in fretta».

E infatti, il lavoro era più facile di quanto avessi immaginato.
Il mio compito era semplice: mi avrebbero assegnato a quattro diversi siti web, con l'obiettivo di entrare in determinate discussioni e promuovere determinati punti di vista.

Seppi poi che una parte del personale (come me) era assegnato ai commenti nei forum. Altri, invece, lavoravano su Facebook, e altri ancora nelle chat.
Mi resi conto che per ognuno di questi tre mezzi di comunicazione venivano adottate specifiche strategie di ‘trolling’, e ogni troll si concentrava su una di esse in particolare.

E in cosa consisteva il mio compito?

«Dare supporto a Israele, e contraddire i commentatori anti-israeliani e anti-semiti».
Mi stava bene.
Non avevo opinioni in un modo o nell’altro su Israele – e poi, a chi piacevano gli anti-semiti o i nazisti? Non a me, comunque.
Ma non sapevo molto sull’argomento. «Va benissimo», rispose la mia istruttrice. «Imparerai man mano che procedi. All’inizio ti dedicherai soprattutto a ciò che chiamiamo ‘sorveglianza tematica’. E’ alquanto semplice. In seguito, se mostri di avere talento, verrai addestrato per compiti più complessi, che richiedono una conoscenza più approfondita».

La mia istruttrice mi consegnò due raccoglitori con fogli infilati in apposite schede trasparenti.

IL  RACCOGLITORE  ‘ISRAELE’

Il primo raccoglitore era semplicemente etichettato ‘Israele’.
Era suddiviso in due sezioni.

La prima sezione conteneva informazioni di base sull’argomento. Avrei dovuto leggere e imparare a memoria alcune di queste informazioni. La sezione comprendeva link a siti con materiale da leggere, articoli e interviste, e brani tratti da libri di storia.

La seconda sezione, più voluminosa della prima, aveva il titolo: ‘Strategie’.
Conteneva una lunga lista di ‘coppie di dialoghi’.
In altre parole, erano modelli di dialogo con specifiche risposte a specifici commenti nei forum.
Se un lettore commentava nel forum qualcosa di simile al modello di commento ‘X’, bisognava rispondere seguendo le indicazioni della risposta correlata.
«Dovrai però diversificare un po’ le risposte di volta in volta – disse la mia istruttrice – altrimenti si noterà».

Questa sezione conteneva anche una serie di suggerimenti per indirizzare il discorso secondo gli obiettivi da raggiungere, o per fare deragliare conversazioni che prendevano una brutta piega secondo i nostri criteri.

Tali strategie comprendevano:
- diverse forme di attacchi personali,
- lamentarsi con i moderatori dei forum,
- calunniare e mettere in cattiva luce il carattere dei nostri ‘avversari’,
- l’uso di immagini e iconografie efficaci,
- e perfino andare sul pesante con allusioni di carattere sessuale o pornografico, e altri trucchi del genere.

«A volte dobbiamo giocare sporco», spiegò la mia istruttrice. «I nostri avversari non esitano a farlo, e quindi noi non possiamo tirarci indietro».

IL  RACCOGLITORE  ‘SITI  WEB’

Il secondo raccoglitore conteneva informazioni specifiche sui siti web a cui sarei stato assegnato.

Si trattava dei siti con i forum più frequentati (come CNN News, Yahoo News, ecc.) e una manciata di siti più piccoli da frequentare a rotazione.

Quando in seguito ho scritto questo ‘articolo-confessione’, l’ho proposto per  pubblicazione proprio al sito su cui avevo svolto gran parte della mia attività di troll. I gestori invece mi hanno perfino bandito dall’accesso al sito (forse vogliono perseguirmi legalmente?).

Le informazioni specifiche per sito comprendevano la storia del sito, compresi gli scontri recenti, e le istruzioni su ciò che doveva essere evitato in ciascun sito per non essere banditi.

Conteneva anche informazioni dettagliate sui moderatori e sui partecipanti più assidui, indicando:
- luogo di provenienza se noto (visto che l’inglese si parla in tanti paesi),
- tipo di personalità,
- interessi specifici della persona
- informazioni sulle debolezze psicologiche individuali e su come sfruttarle (!!!).

«Concentrati sui partecipanti (o lettori) più popolari, quelli a cui abbiamo assegnato un ‘marchio d’oro’ – ha detto la mia istruttrice. Sono quelli che maggiormente influenzano gli altri. Ciascuno di loro vale 50 o anche 100 dei nomi meno noti».

Ogni partecipante era classificato come ‘ostile’, ‘amichevole’ o ‘indifferente’ in relazione al nostro obiettivo.
Dovevamo legare con i partecipanti ‘amichevoli’ e ingraziarci i moderatori, e c’erano anche informazioni sulle strategie da adottare per specifici partecipanti ‘ostili’.
L’informazione era alquanto dettagliata, ma non del tutto perfetta per ciascun caso.

«Se riesci a convertire un ‘ostile’ e a portarlo dalla nostra parte, riceverai un grosso bonus. Ma questo accade raramente, purtroppo. E quindi passerai la maggior parte del tempo ad attaccare e infangare gli ostili».

All’inizio, come dicevo, il mio ruolo era relegato a fare il ‘poliziotto tematico’.

Si trattava di un’attività alquanto semplice e ripetitiva. Consisteva nel contrastare le argomentazioni e deviare il discorso introducendo nuove tematiche. Ciò non richiedeva una conoscenza approfondita della materia di discussione.

Per la maggior parte si trattava di fare uso dei modelli di ‘coppie di dialogo’ contenute nella sezione ‘Strategie’ del raccoglitore ‘Israele’. Era necessario far deragliare il filo del discorso quando andava in una direzione non favorevole dal nostro punto di vista, oppure lanciare accuse di razzismo e anti-semitismo.

A volte dovevo forzare la mano e mentire dicendo che uno specifico commentatore aveva detto o fatto qualcosa in un’altra discussione, sapendo bene che non fosse vero. La cosa mi faceva star male, ma stavo anche peggio al pensiero di perdere l’unico lavoro che ero riuscito a trovare da quando avevo perso il mio ‘vero’ lavoro.

In retrospettiva trovo curioso notare che, nonostante abbia iniziato questa attività sprovvisto di forti opinioni politiche, dopo alcune settimane mi sono ritrovato a essere emotivamente coinvolto nel difendere le idee pro-Israele, che stavo adottando per convinzione. Doveva essere intervenuto un qualche fattore psicologico ... Immagino che un buon venditore impari ad amare sinceramente i prodotti che propone.

«E’ un buon segno – commentò la mia istruttrice. Significa che sei pronto per il passo successivo: il dibattito complesso».

Il ‘dibattito complesso’ prevedeva un gran numero di corsi di formazione aggiuntivi, tra cui la memorizzazione di informazioni più approfondite sulle persone chiave (amichevoli e ostili) con cui mi sarei confrontato o scontrato.

Anche in questo caso esistevano linee-guida tematiche, ma ci era concessa maggiore libertà di argomentazione.

Il corso formativo avanzato forniva copioni specifici e strategie molto più dettagliate. Venivano analizzati perfino aspetti come la scelta dell’avatar più appropriato o l’uso di ‘immagini demotivanti’ che circolano sul web con un bordo nero.

Dovevamo anche fare uso di rapporti finti o falsificati, e di immagini montate ad arte mediante photoshop. Questa parte del lavoro mi metteva tuttavia alquanto a disagio.

In virtù del mio nuovo status venni anche autorizzato e addestrato al compito di trovare nuove reclute: persone ‘come me’ con la giusta personalità, l’inclinazione alla segretezza, la capacità di scrittura analitica, e la disperazione economica necessaria per accettare questo tipo di lavoro.

Ma di lì a poco, ho cominciato a sentirmi in colpa. Non perché mi trovassi a promuovere ed imporre opinioni (come dicevo, ero apolitico prima, e pro-Israele in seguito), ma a causa della disonestà implicita. Se le nostre argomentazioni erano tanto giuste e corrette, mi chiedevo, perché mai agire in questo modo fraudolento? La verità, in quanto tale, non dovrebbe essere propagata con naturalezza, senza necessità di falsa propaganda?

E poi: chi si celava dietro tutta questa operazione? Chi firmava il mio assegno mensile?

Lo stress di dover mentire ai miei genitori e agli amici sulla mia presunta posizione di ‘consulente’ cominciava a pesare alquanto.
Infine ho detto: adesso basta. Quando è troppo, è troppo.

Ho lasciato questo lavoro alla fine del 2011. Da allora ho svolto una serie di lavori poco affascinanti, a tempo determinato e a bassa retribuzione. Ma almeno mi guadagno da vivere senza mentire e senza molestare le persone che si rivolgono alla rete per esprimere le proprie opinioni ed esercitare la libertà di espressione.

Giorni fa sono capitato in quella parte di San Francisco e spinto dalla curiosità sono tornato sulla ‘scena del delitto’ per vedere cosa ne fosse del mio vecchio ufficio.
Non era più lì. Aveva cambiato sede.

Anche questo faceva parte della strategia. Non stare in un posto troppo a lungo, non mantenere lo stesso nome troppo a lungo, traslocare ogni sei mesi circa, mantenere un basso profilo, trovare nuovi addetti mediante il passaparola: è tutto parte dell’attività ‘trollesca’.

Ma è un modo di vivere ingannevole, e a prescindere se la causa sia nobile o no (e personalmente sono ancora in favore di Israele) il fine non giustifica mezzi tanto discutibili.

Questa è la mia confessione.
E penso sia giusto che si sappia: i Troll esistono. Sono reali.
Si muovono tra voi e prendono di mira in particolare quelli che tra voi sono marcati con l’etichetta d’oro – e cioè, quelli più ‘fastidiosi’ e scomodi.
Prendetene ben atto.
Sta a voi decidere come al meglio fare uso di questa consapevolezza.

Un troll pentito

Articolo pubblicato anche nel sito Civium Libertas.




giovedì 23 febbraio 2012

Facebook appartiene alla CIA?, di Ernesto Carmona

Ernesto Carmona è un giornalista e consigliere della Federazione Latino Americana dei Giornalisti (FELAP), fa parte del consiglio del Collegio Nazionale dei Giornalisti del Cile ed è associato al Circolo dei Giornalisti di Santiago.
Fonte: Argenpress

articolo messo in diffusione dal giornalista belga Michel Collon a
http://www.michelcollon.info/index.php?option=com_content&view=article&id=2091:facebook-appartient-il-a-la-cia-&catid=6:articles&Itemid=11 segnalato da Andrea Martocchia del Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia - onlus

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)



lunedì, 15 giugno 2009

I grandi mezzi di informazione hanno celebrato Mark Zuckerberg come il bambino prodigio che, all’età di 23 anni, si è trasformato in un multimiliardario grazie al successo conseguito da Facebook, ma non hanno prestato la loro attenzione all’“investimento di capitale di rischio” di oltre 40 milioni di dollari effettuato dalla CIA per sviluppare la rete sociale.

Quando il delirio speculativo di Wall Street ha fatto credere agli improvvidi che il valore di Facebook ammontava a 15 milioni di dollari, nel 2008 Zuckerberg è diventato il miliardario “che si è fatto tutto da solo”, il più giovane della storia della “graduatoria” della rivista Forbes, con 1500 milioni di dollari.
A quel momento, il capitale di rischio investito dalla CIA sembrava avere ottenuto degli ottimi rendimenti, ma nel 2009 il “valore” di Facebook è andato ad aggiustarsi al suo valore reale e Zuckerberg è scomparso dalla graduatoria Forbes.
La bolla Facebook si è gonfiata quando William Gates, il titolare di Microsoft, vi acquisiva nell’ottobre 2007 una partecipazione dell’1.6%, per un ammontare di 240 milioni di dollari.

Questa operazione induceva a fare il ragionamento per cui, se l’1% di Facebook corrispondeva a 150 milioni di dollari, allora il valore del 100% doveva ammontare a 15 miliardi di dollari, ma il sotterfugio finiva per apparire nella sua piena luce.
La questione di fondo è che Facebook esiste grazie ad un investimento di capitali di rischio della CIA. Nel 2009, i grandi mezzi di comunicazione non si sono risparmiati nel produrre “propaganda informativa” per rendere omaggio a Zuckerberg come paradigma del giovane imprenditore di successo, ma la diffusione reiterata di questa “informazione” non è stata in grado di indurre la rivista Forbes a mantenerlo nella sua graduatoria, versione 2009.(1) Il bambino prodigio spariva dalla lista, malgrado l’intensa campagna propagandistica della CNN e della grande stampa mondiale, che riflettevano gli interessi di Wall Street. La lista Forbes corrisponde ad un Premio Oscar dei grandi affari e fa gonfiare o sgonfiare il valore delle azioni.

La CIA ha investito in Facebook molto prima che questa rete divenisse una delle reti sociali più popolari di Internet, questo secondo una inchiesta del giornalista britannico Tom Hodgkinson pubblicata nel 2008 nel giornale inglese The Guardian (3) e ripresa e commentata da qualche mezzo di comunicazione indipendente di lingua inglese, ma senza alcuna ripercussione nella grande stampa.

La propaganda corporativa ha trasformato il portale sociale Facebook in sinonimo di successo, di popolarità, e nel contempo di buoni affari. Facebook si presenta come un inoffensivo sito web di relazioni sociali, che facilità i rapporti interpersonali. La sua popolarità ha fatto prevedere che i suoi approssimativamente 70 milioni di utilizzatori potrebbero aumentare in un paio di anni a 200 milioni nel mondo intero, dato che nelle migliori settimane Facebook è arrivato a ricevere fino a due milioni di nuovi utilizzatori. Nel frattempo, Facebook non convince proprio tutti!



Critiche e detrattori

“Colui che non compare su Facebook non conta nulla o si colloca fuori del sistema”, affermano taluni. Al contrario, altri dichiarano che si tratta di uno strumento atto a costruirsi una nuova immagine senza contenuti, per darsi dell’importanza nel mega-supermercato che è diventato Internet, sostituto dei posti pubblici di anziana memoria. I più pragmatici sostengono che Facebook consiste solo in uno strumento per ritrovarsi fra vecchi compagni di infanzia o di gioventù, che si sono persi di vista fra i movimenti della vita.

I suoi difensori di sinistra ribadiscono invece che Facebook serve a promuovere le lotte contro la globalizzazione e a coordinare campagne contro attività come le riunioni del G8.

Il giornalista spagnolo Pascual Serrano ha descritto come Facebook sia stato utilizzato dal governo della Colombia per coordinare la giornata mondiale contro le FARC, che nel 2008 ha marcato lo scatenarsi dell’offensiva propagandista contro la guerriglia, che continua tutt’oggi.

Ed è molto evidente come Facebook sia stato utilizzato dalla CIA.

Per Walter Goobar, di MiradasAlSur.com, “si è trattato in realtà di un esperimento di manipolazione globale: [...] Facebook è uno strumento sofisticato finanziato dall’Ufficio Centrale d’Informazione, la CIA, che non solamente lo utilizza per il reclutamento di agenti e per la compilazione di informazioni in lungo e in largo attraverso tutto il pianeta, ma anche per allestire operazioni sotto copertura.”

A grandi linee, Facebook è uno strumento di comunicazione che consente di contattare e di archiviare indirizzi ed altri dati relativi a famigliari ed amici. Per istituzioni come il ministero di Sicurezza per la Patria, degli Stati Uniti, e, in generale, per l’insieme degli apparati di sicurezza dello Stato, consacratisi con pari entusiasmo al “nemico” interno come a quello esterno, dopo l’era Bush, Facebook è una miniera di informazioni sulle amicizie dei suoi utilizzatori.

Milioni di utenti offrono informazioni sulla loro identità, fotografie, e liste di oggetti di consumo da loro preferiti.

Un messaggio proveniente da un amico invita all’iscrizione e a partecipare a Facebook.

I dati personali, spesso catturati da ogni sorta di truffatori e clonatori di carte bancarie, vanno inoltre ad approdare nei dischi rigidi dei computers dei sistemi di sicurezza degli USA.

Il sistema Beacon di Facebook realizza degli elenchi di utenti e associati, includendovi anche coloro che non si sono mai iscritti o quelli che hanno disattivato la loro registrazione. Facebook si dimostra essere più pratico e rapido degli InfraGard (2), che corrispondono a 23.000 micro-comunità o “cellule” di piccoli commercianti-informatori organizzati dall’FBI al fine di conoscere i profili psico-politici della loro clientela.

Dopo il dicembre 2006, la CIA ha utilizzato Facebook per reclutare nuovi agenti.

Altre organizzazioni governative devono sottoporre il reclutamento e gli ingaggi a regole federali, ma la CIA ha acquisito una maggior libertà di azione che non ha avuto mai nemmeno sotto l’amministrazione Bush, perfino per torturare senza salvare nemmeno le apparenze.

La CIA ha dichiarato: “ Non è necessario ottenere un qualsivoglia permesso per poterci inserire in questa rete sociale.”


Capitale di rischio della CIA

Il giornalista britannico Tom Hodgkinson ha lanciato un ben motivato segnale di allarme rispetto alla proprietà della CIA su Facebook in un articolo ben documentato, “With friends like these…”, pubblicato nel giornale londinese The Guardian, il 14 gennaio 2008 (3).

Il giornalista ha sottolineato come dopo l’11 settembre 2001 l’entusiasmo per l’alta tecnologia si è assolutamente intensificato. Entusiasmo che aveva già catturato gli apparati di sicurezza degli Stati Uniti, dopo che costoro avevano creato due anni innanzi il fondo di capitali “In-Q-Tel”, per far fronte ad opportunità di investimenti a rischio nelle alte tecnologie.

Secondo il giornalista Hodgkinson, i collegamenti di Facebook con la CIA passano attraverso Jim Breyer, uno dei tre associati chiave che nell’aprile 2005 ha investito in questa rete sociale 12,7 milioni di dollari, associato anche al fondo di capitali Accel Partners, membro dei consigli direttivi di giganti del calibro di Wal-Mart e Marvel Entertainment e per di più ex-presidente di National Venture Capital Association (NVCA), caratterizzata nell’investire su giovani talenti.

Hodgkinson ha scritto: “La più recente tornata di finanziamenti di Facebook è stata condotta da una compagnia finanziaria denominata Greylock Venture Capital, che vi ha impegnato 27,5 milioni di dollari. Uno dei più importanti associati di Greylock si chiama Howard Cox, che è un altro ex-presidente di NVCA, che inoltre fa parte del consiglio direttivo di In-Q-Tel”.
“E In-Q-Tel, in cosa si configura?” si domanda Hodgkinson. “Bene, che lo crediate o no, (comunque lo potete verificare sul suo sito web) si tratta di un fondo di capitali a rischio della CIA. Creato nel 1999, la sua missione è quella di “individuare e di associarsi a società che sono intenzionate a sviluppare nuove tecnologie, per sostenere l’apporto di nuove soluzioni necessarie all’Ufficio Centrale d’Informazione CIA”.

La pagina web di In-Q-Tel (4) raccomandata da Hodgkinson è del tutto esplicita: “Nel 1998, il Direttore della Centrale di Intelligence (DCI) identificava la tecnologia come una prerogativa strategica superiore, direttamente connessa ai progressi della CIA nelle future tecnologie per migliorare le sue missioni di base, di compilazione e di analisi. I responsabili della Direzione di Scienza e Tecnologia hanno elaborato un piano radicale per creare una nuova struttura d’impresa con il compito di consentire un accresciuto accesso dell’Agenzia all’innovazione del settore privato.”
Anche aggiungendo ancora acqua non potremo avere più limpidità, conclude Hodgkinson.

Note
(1) Rapporto Forbes 2009, a : http://www.forbes.com/lists/2009/10/billionaires-2009-richest-people_The-Worlds-Billionaires_CountryOfCitizen_18.html
(2) http://www.infragard.net/
(3) http://www.guardian.co.uk/technology/2008/jan/14/facebook
(4) http://www.iqt.org/about-iqt/history.html



Di seguito, l’articolo del Guardian, che nel documento appena esaminato è stato evidenziato.

“With friends like these...”

a: http://www.guardian.co.uk/technology/2008/jan/14/facebook



Facebook ha 59 milioni di utenti – e 2 milioni se ne aggiungono ogni settimana. Ma non vi troverete Tom Hodgkinson arruolato come volontario ad offrire i suoi dati personali informativi – non ora che si è reso consapevole delle politiche populiste che stanno nel retroscena di questo sito-rete sociale.

The Guardian, lunedì 14 gennaio 2008

di Tom Hodgkinson

L’entusiasmo della comunità spionistica di intelligence Statunitense per le innovazioni ad alta tecnologia dopo l’11 settembre 2001 è andato alle stelle, entusiasmo che aveva già catturato gli apparati di sicurezza degli Stati Uniti, visto che costoro avevano creato due anni prima, nel 1999, il fondo di capitali “In-Q-Tel”, per far fronte ad opportunità di investimenti a rischio nelle alte tecnologie.

Io detesto Facebook. Questo “affare” Americano di enorme successo viene descritto come “un servizio di pubblica utilità sociale che vi mette in comunicazione con le persone che stanno nel vostro intorno”. Ma aspettate un attimo! Perché, per la grazia di Dio, dovrei io avere necessità di un computer per mettermi in comunicazione con le persone che mi stanno attorno? Perché l’insieme delle mie relazioni dovrebbe venire mediato tramite l’immaginazione di un branco di superfanatici degenerati in California? Cosa c’era di sbagliato nel pub?
Comunque Facebook mette in comunicazione effettivamente le persone? Piuttosto, non è che ci sconnetta, dato che al posto di fare qualcosa di godibile come passeggiare e mangiare e danzare e bere con i miei amici, meramente invio loro delle note sgrammaticate e mi diverto con fotografie nel ciberspazio, mentre sto incatenato alla mia scrivania? Un mio caro amico di recente mi ha confessato che ha passato un sabato notte da solo a casa su Facebook, bevendo al suo tavolo di computer. Quale malinconica immagine! Ben lontano da metterci in comunicazione, in realtà Facebook ci isola nelle nostre postazioni di lavoro.
Facebook fa ricorso ad una qualche forma di vanità e di alta opinione in noi stessi, fin troppo.

Se io costruisco un ritratto lusinghiero di me stesso con una serie di cose ed attività da me preferite, io costruisco una rappresentazione artificiale di chi io sono, in modo da ottenere sesso o consenso. (“Io amo Facebook,” mi diceva un altro amico, “attraverso Facebook ho potuto anche scopare.”)

Per di più, Facebook incoraggia una disturbante competitività intorno all’amicizia: sembra che con gli amici oggi, quella che conta sia la quantità e che la qualità non conti nulla. Più amici voi avete, meglio siete. Voi risultate “popolari”, nel senso molto amato nelle scuole superiori Statunitensi. Lo testimonia il titolo di copertina sulla nuova rivista di Facebook del gruppo editoriale Tennis: “Come raddoppiare l’elenco dei vostri amici.”

Comunque, sembra che io sia veramente molto solo nella mia ostilità. Nel momento in cui scrivo, Facebook dichiara 59 milioni di utenze attive, di cui 7 milioni nella Gran Bretagna, il terzo più grande utilizzatore di Facebook dopo gli USA e il Canada.
Si tratta di 59 milioni di creduloni, di potenziali vittime, molti dei quali hanno volontariamente fornito informazioni relative al loro documento di identità e alle loro preferenze come consumatori al sistema affaristico Americano, senza rendersi conto di nulla su questo. Giusto ora, ogni settimana 2 milioni di nuove persone si iscrivono. Al presente tasso di crescita, da ora fino al prossimo anno Facebook avrà più di 200 milioni di utenti attivi. Ed io potrei prevedere che, se mai, questo tasso di crescita vedrà una accelerazione nei prossimi mesi. Come il portavoce di Facebook Chris Hughes dichiara: “ Si è radicato tanto che non può altro che crescere , mentre sarà duro liberarsene.”
Tutto questo per me è sufficiente per farmi rigettare Facebook per sempre. Ma vi sono tante altre ragioni per averlo in odio. Veramente tante!

Facebook è un progetto ben costruito, e le persone che stanno dietro alla sua fondazione, un gruppo di capitalisti di ventura della Silicon Valley, hanno un patrimonio ideologico chiaramente elaborato, che sono fiduciosi di propagare in tutto il mondo. Facebook è una manifestazione di questa ideologia. Come per il precedente PayPal, si tratta di un esperimento sociologico, un’espressione di un particolare tipo di dottrina del libero arbitrio neoconservatrice. Su Facebook, voi potete essere liberi di essere chi desiderate essere, finché non verrete bombardati da annunci pubblicitari dei più importanti marchi del mondo. Come con PayPal, le line di demarcazione nazionali sono una cosa del passato.
Sebbene il progetto sia stato inizialmente concepito dalla star delle copertine dei media Mark
Zuckerberg, il volto reale che sta dietro alle quinte di Facebook è quello del filosofo futurista Peter Thiel , un quarantenne capitalista di ventura della Silicon Valley.

Vi sono solo tre membri nel consiglio direttivo di Facebook, e questi sono Thiel, Zuckerberg e un terzo investitore che porta il nome di Jim Breyer, per conto di una impresa di capitali a rischio, la Accel Partners.

Thiel ha investito 500.000 dollari in Facebook , quando gli studenti di Harvard Zuckerberg, Chris Hughes e Dustin Moskowitz lo hanno incontrato a San Francisco nel giugno 2004, subito dopo che questi avevano lanciato il sito. Da quel che si dice, attualmente Thiel possiede il 7% di Facebook, che, alla valutazione corrente di Facebook di 15 miliardi di dollari, dovrebbe corrispondere a più di 1 miliardo di dollari. Esiste un ampio dibattito su chi esattamente siano stati i co-fondatori originali di Facebook, ma chiunque siano stati, Zuckerberg è l’unico rimasto nel consiglio direttivo, benché Hughes e Moskowitz lavorino ancora per la compagnia.
Thiel è ampiamente riconosciuto nella Silicon Valley e nello scenario Statunitense dei capitali di rischio come un genio libertario. Egli è il co-fondatore e direttore generale del sistema bancario virtuale PayPal, che ha venduto a Ebay per 1.5 miliardi di dollari, guadagnando per sé 55 milioni di dollari. Inoltre, ha amministrato un fondo assicurativo di 3 miliardi di lire sterline, il Clarium Capital Management e un fondo di capitali a rischio denominato Founders Fund.
Di recente, la rivista Bloomberg Markets lo ha definito come “uno dei manager di maggior successo del paese nel campo dei fondi assicurativi”. Thiel ha fatto i soldi scommettendo sul rialzo dei prezzi del petrolio e prevedendo in modo giusto l’indebolimento del dollaro. Lui e i suoi amiconi assurdamente ricchi della Silicon Valley sono stati recentemente etichettati come “La Mafia di PayPal” dal periodico Fortune, e un giornalista della rivista ha per di più fatto osservare che Thiel impiega un maggiordomo in uniforme e possiede una superautomobile McLaren da 500.000 dollari. Per altro Thiel è anche un maestro di scacchi, decisivamente competitivo. In questo campo si è anche distinto per avere rovesciato con furia la scacchiera addosso agli altri giocatori, se perdente. E non si è mai scusato per questo atteggiamento iper-competitivo, affermando: “Mostratemi un buon perdente ed io mi dimostrerò perdente!”
Ma Thiel è ben più di un capitalista abile ed avido. È anche un filosofo futurista ed un attivista neocon.

Laureato in filosofia all’università di Stanford, nel 1998 egli scriveva in collaborazione un libro dal titolo “The Diversity Myth – il Mito della Diversità”, un minuzioso attacco contro il liberalismo e l’ideologia multiculturalista, che dominava Stanford. Egli affermava che la “multicultura” portava ad una perdita delle libertà individuali.

Da studente a Stanford, Thiel aveva fondato un giornale di tendenze di destra, ancora pubblicato, il
“The Stanford Review”- motto: Fiat Lux (“Che venga la luce!”).

Thiel è membro del TheVanguard.Org, un gruppo di pressione neoconservatore con sito in Internet, che era stato costruito per attaccare MoveOn.org, un gruppo di pressione liberale che opera sul web. Thiel si definisce “libertario di passaggio”.
TheVanguard è diretto da un certo Rod D. Martin, un capitalista-filosofo grande ammiratore di Thiel. Sul sito Thiel dichiara: “Rod è una delle nostre menti guida della nazione nella creazione di nuove ed indispensabili idee per la politica pubblica. Ron è in possesso di una più che completa comprensione dell’America, più di quello che molti poteri esecutivi hanno dei loro affari.”
Questo piccolo assaggio dal loro sito web vi darà un’idea della loro visione del mondo: “TheVanguard.Org è una comunità online di Americani che credono nei valori della conservazione, del libero mercato e del governo limitato della cosa pubblica come i mezzi migliori per produrre aspettative ed opportunità per ognuno, specialmente per i più poveri fra noi.”

Il loro obiettivo è quello di promuovere politiche che “daranno nuova forma all’America e al mondo”.

TheVanguard descrive la sua politica come “Reaganite/Thatcherite”.

Un messaggio del presidente recita: “Oggi impartiremo a MoveOn [il sito web liberal], ad Hillary, e ai media radicali di sinistra alcune lezioni che mai hanno immaginato.”
Allora, le politiche di Thiel non presentano dubbi di sorta. Cosa possiamo dire sulla sua filosofia? Io ho prestato ascolto ad un podcast [un podcast è un file (generalmente audio o video), messo a disposizione su Internet per chiunque si abboni ad una trasmissione periodica e scaricabile automaticamente da un apposito programma, chiamato aggregatore] sugli indirizzi che Thiel ha dato sulla sua visione del futuro. In breve, questa è la sua filosofia: dal secolo diciassettesimo, alcuni pensatori illuminati hanno sottratto il mondo da una esistenza legata a valori vecchi, costretta dallo stato di natura, e a questo proposito cita la famosa caratterizzazione di Thomas Hobbes sull’esistenza come “cattiva, brutale e caduca”, in favore di un nuovo mondo effettivo, in cui noi abbiamo conquistato la natura.
Attualmente, viene riposto valore nelle cose immaginarie. Thiel sottolinea come PayPal poneva le sue motivazioni su questa concezione: non si ripone valore su oggetti di produzione reale, ma nelle relazioni fra esseri umani. Quindi, PayPal costituiva una modalità di movimentare denaro in tutto il mondo senza alcuna limitazione. La rivista “Bloomberg Markets” si esprimeva così al riguardo: “Per Thiel, PayPal è tutto centrato sulla libertà: dovrebbe consentire alla gente di scansare i controlli monetari e movimentare denaro in tutto il mondo.”

Chiaramente, Facebook è un altro esperimento del grande capitale: volete fare denaro con l’amicizia? Volete creare collettività libere da confini nazionali – e quindi vendere poi a queste la Coca-Cola? Facebook è profondamente acreativo. Non fa nulla di tutto questo. Semplicemente fa da mediatore in relazioni che sarebbero avvenute comunque.

Il mentore filosofico di Thiel è un certo René Girard della Stanford University, che propone una teoria sul comportamento umano denominata “desiderio mimetico”.

Girard riconosce che la gente è essenzialmente un branco di pecore, che tendono a copiarsi l’un l’altra senza troppa riflessione. Quindi la teoria dovrebbe sembrare essere dimostratamente corretta nel caso dei mondi virtuali di Thiel: l’oggetto desiderato è irrilevante; tutto quello che è necessario sapere è che gli esseri umani tenderanno a muoversi come un gregge. Da qui, le bolle finanziarie! Da qui, l’enorme popolarità di Facebook!

Girard è una presenza regolare alle serate intellettuali di Thiel.

Quello che non sentirete mai nella filosofia di Thiel, fra parentesi, sono concetti…antiquati del mondo reale, come arte, bellezza, amore, piacere e verità.
Internet è estremamente attraente per i neocons come Thiel, visto che promette un certo tipo di libertà nelle relazioni umane e negli affari, libertà dalle fastidiose leggi nazionali, dai confini nazionali e da cose di tal fatta. Internet apre su un mondo di libero commercio e di espansione liberistica.

Perciò, Thiel si mostra approvare i paradisi fiscali, e afferma con chiarezza che il 40% delle ricchezze mondiali risiedono in posti come Vanuatu [una Repubblica situata nell’Oceano Pacifico meridionale], le Isole Cayman, Monaco e le Barbados.

Penso che non siamo molto lontani dal dire che Thiel, come Rupert Murdoch, è contrario ad ogni tipo di tassazione. Inoltre ama la globalizzazione della cultura digitale, perché il digitale mette i signori supremi del sistema bancario al riparo da attacchi; e per questo ha dichiarato: “Non è possibile avere una rivoluzione operaia che prenda il controllo delle banche, se queste banche hanno la sede a Vanuatu.”
Se l’esistenza nel passato era cattiva, brutale e caduca, allora per il futuro Thiel desidera renderla molto più lunga, e per questo fine ha investito in un’impresa che sta esplorando tecnologie che procurino un allungamento della vita. Egli ha impegnato 3.5 milioni di sterline su Aubrey de Grey, un gerontologo con sede a Cambridge, che sta ricercando le chiavi dell’immortalità.

Inoltre, Thiel fa parte del consiglio direttivo di un istituto denominato “Singularity Institute
for Artificial Intelligence”. Estrapoliamo dal suo fantastico sito web: “L’istituto Singularity è la creazione tecnologica di un’intelligenza più acuta di quella umana. Esistono diverse tecnologie…che spingono in questa direzione…Intelligenza Artificiale…dirette interfacce cervello-computer…ingegneria genetica…differenti tecnologie che, se raggiungessero un livello percettivo di sofisticazione, dovrebbero consentire la creazione di un’intelligenza più acuta di quella dell’uomo.”
Dunque, per sua stessa ammissione, Thiel sta cercando di distruggere il mondo reale, che egli identifica con “natura”, per imporre al suo posto un mondo virtuale, ed è in questo contesto che noi dobbiamo considerare la nascita di Facebook.

Facebook consiste in un esperimento programmato a tavolino di manipolazione globale, e Thiel è un giovane e lucido pensatore nel pantheon dei neoconservatori, con una inclinazione per insolite fantasie techno-utopistiche. Ed io non desidero aiutare nessuno a diventare ancora più ricco!

Il terzo membro del consiglio direttivo di Facebook è Jim Breyer, un partner nell’impresa a capitale di rischio “Accel Partners”, che nell’aprile 2005 ha portato in Facebook 12.7 milioni di dollari. Breyer fa parte del consiglio di amministrazione di giganti Statunitensi del calibro di “Wal-Mart” e di “Marvel Entertainment”, ed inoltre è un ex presidente della “National Venture Capital Association (NVCA)”.

Ora, queste sono le persone che realmente muovono le cose negli Stati Uniti, dato che investono nei giovani talenti, sul tipo di Zuckerberg. La più recente tornata di finanziamenti di Facebook è stata condotta da una compagnia denominata “Greylock Venture Capital”, che ha posizionato una somma pari a 27.5 milioni di dollari. Uno dei soci importanti di Greylock si chiama Howard Cox, un altro ex presidente della NVCA, che è anche nel consiglio direttivo di “In-Q-Tel”.

A cosa corrisponde “In-Q-Tel”? Bene, che lo crediate o no (ma lo potete verificare nel loro sito web), questa organizzazione gestisce il fondo a capitale di rischio della CIA. Prima dell’11 settembre, l’organizzazione spionistica Statunitense si era tanto eccitata per le possibilità offerte dalle nuove tecnologie e dalle innovazioni portate avanti nel settore privato, che nel 1999 istituiva un suo fondo a capitale di rischio, l’In-Q-Tel, che “identifica e si associa con quelle imprese che sviluppano tecnologie all’avanguardia per aiutare a trasmettere queste soluzioni alla Central Intelligence Agency e ai contigui Servizi Informativi (IC) per le loro future missioni”.

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e la CIA adorano la tecnologia perché questa consente loro di spiare più facilmente. Nel 2003, il Ministro della Difesa USA Donald Rumsfeld dichiarava: “Noi abbiamo bisogno di trovare nuovi mezzi per scoraggiare i nuovi avversari; abbiamo necessità di spiccare un balzo nell’era dell’informazione, cosa che costituisce il fondamento cruciale dei nostri sforzi di trasformazione.”

Il primo presidente di “In-Q-Tel” è stato Gilman Louie, che aveva fatto parte del consiglio direttivo della NVCA con Breyer.

Un’altra figura chiave nella squadra di “In-Q-Tel” è Anita K. Jones, ex- direttrice delle ricerche e dei servizi di ingegneria per la difesa per il Ministero della Difesa degli USA e, sempre con Breyer, membro del consiglio di amministrazione di “BBN Technologies”. Quando lei ha lasciato il Ministero della Difesa USA, il Senatore Chuck Robb le ha riservato il seguente tributo: “La Jones ha procurato la tecnologia e le organizzazioni militari operative insieme ai progetti dettagliati per sostenere il dominio Statunitense sui campi di battaglia per il prossimo secolo.”

Ora, anche se voi non accogliete l’idea che Facebook sia una qualche sorta di allargamento del programma imperialista Americano incrociato con un massiccio strumento di raccolta delle informazioni, comunque non vi è modo di negare che come affare consista in una trovata puramente megageniale. Alcuni analisti della rete hanno suggerito che la sua valutazione di 15 miliardi di dollari sia eccessiva, ma io reputo al contrario che sia troppo modesta. Le sue quotazioni sono veramente da vertigine, ma il suo potenziale di crescita è effettivamente senza limiti.

La voce impersonale del Grande Fratello sui siti web incita: “Tutti desideriamo essere in grado di usare Facebook”. Potete scommettere che questo avverrà!

È il potenziale enorme di Facebook che ha indotto Microsoft ad acquisirne l’1.6% per 240 milioni di dollari. Una recente voce di corridoio assicura che l’investitore Asiatico Lee Ka-Shing, si dice che sia il nono uomo più ricco del mondo, ha acquistato lo 0.4% di Facebook per 60milioni di dollari.
I creatori del sito devono fare ben poco, se non giocherellare con il programma. Principalmente, devono molto semplicemente stare a guardare e aspettare che milioni di fanatici intossicati da Facebook a titolo volontario inviino file con dettagliati i loro dati identificativi, le loro fotografie ed elenchi dei loro oggetti favoriti di consumo. Dopo avere assemblato questo enorme “database” di esseri umani, Facebook non ha altro da fare che vendere ad agenzie pubblicitarie le informazioni ricevute, o, come ha sottolineato Zuckerberg in un recente blog post, “di cercare di aiutare le persone a condividere informazioni con i loro amici su argomenti e cose che fanno sul web.” Ed infatti, è precisamente quello che sta avvenendo.

Il 6 novembre dello scorso anno, Facebook ha annunciato che 12 marchi mondiali hanno dato la scalata al consiglio direttivo. Fra loro, Coca-Cola, Blockbuster, Verizon, Sony Pictures e Condé Nast. Tutti addestrati nelle stupidaggini del marketing di ordine più elevato, i loro rappresentanti hanno reso commenti di fiamma di questa natura:
“Con Facebook Ads, il nostro marchio può diventare parte del modo in cui gli utenti comunicano ed interagiscono su Facebook,” ha affermato Carol Kruse, vice presidente della sezione marketing interagente mondialmente della Coca-Cola Company.

“Noi pensiamo questa come una maniera innovativa di coltivare relazioni fra milioni di utenti, mettendoli in grado di interagire con Blockbuster in un modo conveniente, adatto e divertente,” così ha dichiarato Jim Keyes, presidente e direttore generale della Blockbuster. “Questo va al di là della creazione di effetti pubblicitari. Questa è la ragione per cui Blockbuster partecipa alla comunità dei consumatori, in modo tale che, per concerto, i consumatori vengono motivati a condividere i vantaggi del nostro marchio con i loro amici.”
“Condividere”, questo il linguaggio di Facebook, per “reclamizzare”! Iscrivetevi a Facebook e diverrete gratuitamente pubblicisti rice-trasmittenti per Blockbuster o la Coca, decantanti le virtù di questi marchi ai vostri amici.

Stiamo assistendo alla modificazione mercantile delle relazioni umane, all’estrazione del valore capitalistico dall’amicizia.

Ora, rispetto a Facebook, i quotidiani, ad esempio, cominciano ad apparire sorpassati senza speranza come modello produttivistico. Un giornale vende spazi pubblicitari alle imprese commerciali perché sembra vendere materiale di valore ai suoi lettori. Ma questo sistema è molto meno sofisticato di Facebook per due ragioni. Una è quella che i giornali devono affrontare la fastidiosa spesa per pagare i giornalisti che devono fornire i contenuti. Facebook fornisce questo servizio gratuitamente. L’altra è che Facebook può raggiungere l’obiettivo pubblicitario con una precisione molto più grande di quella di un quotidiano.
È vero che Facebook recentemente naviga in acque agitate, dato il suo programma pubblicitario Beacon. Degli utenti avevano fatto presente come uno dei loro amici aveva fatto un acquisto online presso alcuni esercizi commerciali pubblicizzati; 46.000 utenti hanno considerato che quel livello di pubblicità risultava intrusivo ed hanno firmato una petizione dal titolo “Facebook! Basta invadere la mia privacy!”, tanto per dire. Zuckerberg ha presentato le scuse presso il blog della compagnia, asserendo che ora il sistema era mutato da “opt-out” a “opt-in”.

[ N.d.tr.: Con il termine “opt-out” (in cui opt è l'abbreviazione di option, opzione) ci si riferisce ad un concetto della comunicazione commerciale diretta (direct marketing), secondo cui il destinatario della comunicazione commerciale non desiderata ha la possibilità di opporsi ad ulteriori invii per il futuro. In mancanza di tale opposizione e in virtù di una sorta di silenzio-assenso può continuare a essere destinatario di questo tipo di comunicazioni; i metodi di opt-out sono quindi i metodi con cui un individuo può evitare di ricevere informazioni su prodotti o servizi non desiderati. Un esempio molto comune di opt-out è l’apposizione della scritta “Niente pubblicità” o similare sulla propria casella di posta in modo da evitare l’inserimento non desiderato di depliant pubblicitari.

Si definisce “opt-in” il concetto inverso, ovvero la comunicazione commerciale può essere indirizzata soltanto a chi abbia preventivamente manifestato il consenso a riceverla. I metodi di opt-in sono i metodi con cui un individuo può esprimere il consenso al ricevimento di informazioni su prodotti o servizi non desiderati. Un esempio molto comune di opt-in è l'invio di una e-mail per confermare la propria volontà di ricevere un servizio che potrebbe essere stato attivato senza esplicito assenso.]

Ma ho il sospetto che la piccola ribellione a questo sistema tanto radicalmente modificato sarà quanto prima dimenticata: dopo tutto, nella Gran Bretagna della metà del diciannovesimo secolo vi è stata perfino una protesta nazionale da parte del movimento per le libertà civili quando era stata proposta l’idea di una forza di polizia!
Per di più, voi tutti, utenti di Facebook, avete letto effettivamente le norme che regolano la privacy? Questo vi sta a dimostrare che non avete molta privacy. Facebook pretende di essere un campione di libertà, ma in realtà non è forse un sistema virtuale totalitario, ideologicamente motivato, con una popolazione di utenti che va ben oltre a quella della Gran Bretagna?
Thiel e gli altri hanno creato un loro proprio paese, una nazione di consumatori.
Ora, come Thiel e gli altri nuovi proprietari di questo poetico cyberspazio, voi potrete trovare questo esperimento sociale anche tremendamente eccitante. Finalmente si è realizzata la condizione Illuminista tanto desiderata fin dai tempi dei Puritani del diciassettesimo secolo che hanno veleggiato verso il Nord America, un mondo dove ognuno è libero di esprimere se stesso come più gli aggrada. I confini nazionali sono una cosa del passato ed ognuno salterella insieme a ruota libera in uno spazio virtuale. La natura è stata conquistata tramite l’abilità inventiva illimitata dell’uomo. Sì. E come voi potete decidere di inviare al geniale investitore Thiel tutti i vostri denari, allora certamente dovreste impazientemente attendervi la costituzione pubblica di un sistema Facebook senza blocchi limitanti.
O potreste riflettere che veramente non potete desiderare di far parte di questo programma pesantemente finanziato per creare una arida repubblica virtuale globale, nella quale il vostro io e le relazioni con i vostri amici sono trasformati in merci da vendere ai marchi giganti mondiali.

Voi potreste decidere di non volere di far parte di questo tentativo di prendere il controllo sul mondo.
Per parte mia, io non sono interessato al sistema Facebook, rimango quanto possibile senza strumenti elettronici e spendo il mio tempo che risparmio non per andare su Facebook, ma per fare qualcosa di utile come leggere qualche libro. Perché dovrei desiderare di sprecare il mio tempo su Facebook, quando non ho ancora letto il poema “Endimione” di John Keats? E quando vi sono ancora sementi da piantare nel mio giardino di casa? Non ho alcun desiderio di allontanarmi dalla natura, desidero ricongiungermi con essa. Maledetta l’aria condizionata! E se io desidero mettermi in rapporto con le persone che mi stanno attorno, farò riferimento ad un metodo tecnologico molto antico. Si tratta di un metodo libero, facile da usare e che trasmette una ineguagliabile esperienza individuale nel distribuire le informazioni: questo metodo viene denominato “parlare faccia-a-faccia con gli altri”.



La politica di Facebook sulla privacy. (Tanto per divertimento, proviamo a sostituire le parole “Grande Fratello” tutte le volte che leggiamo la parola “Facebook”.)

1) Noi vi faremo pubblicità: “Quando usate Facebook, avete la possibilità di fornire il vostro profilo personale, costruire relazioni, inviare messaggi, svolgere ricerche e presentare quesiti, formare gruppi, presentare eventi, rivolgere istanze e trasmettere informazioni mediante svariati canali. Noi raccoglieremo queste informazioni in modo tale da fornirvi i servizi ed offrirvi attrattive personalizzate.”
2) Voi non potete cancellare o perdere nulla: “Quando volete aggiornare le informazioni, noi conserviamo di regola una copia registrata della versione originale per un ragionevole periodo di tempo in modo da rendere possibile la riacquisizione della primitiva versione di quelle informazioni.”
3) Ognuno può lanciare uno sguardo sulle vostre più personali confessioni: “... noi non possiamo garantire, e non lo facciamo, che il contenuto pubblicato sul sito da un utente non sarà visionato da persone non autorizzate. Noi non ci rendiamo responsabili per l’aggiramento di qualsiasi regolazione della privacy o delle misure di sicurezza presenti sul sito. Voi siete ben consapevoli che, anche dopo la rimozione, copie del contenuto dell’utente possono rimanere visibili in pagine conservate nelle memorie di archivio, o possono essere state copiate da altri utenti, che ne hanno conservato il contenuto.”
4) Il profilo di marketing che noi vi procuriamo sarà imbattibile: “Inoltre, Facebook ha la potenzialità di raccogliere informazioni su di voi da altre fonti, come giornali, blog, servizi che consentono di scambiare messaggi in tempo reale e da altri utenti del sistema Facebook mediante l’operatività del servizio (ad esempio, cartellini fotografici) in modo da fornire informazioni a vostro riguardo le più opportune e un curriculum più personalizzato.”
5) Decidere di ritirarsi non vuol dire “decidere di ritirarsi.”: “Facebook si riserva il diritto di mettere a disposizione i dati che vi concernono, anche se decidete di ritirarvi del tutto spontaneamente mediante comunicazioni via e-mail.”
6) La CIA può visionare tutto il materiale, quando ritiene opportuno farlo: “Diventando utenti di Facebook, voi acconsentite a che i vostri dati personali possano essere trasferiti ed elaborati negli Stati Uniti…Noi possiamo ricevere la richiesta di mettere a disposizione le informazioni su un utente conformemente ai requisiti e alle norme di legge, come mandati di comparizione o citazioni del tribunale, o in conformità alle applicazioni di norme legali. Noi non rendiamo pubbliche le informazioni fintanto che non riceviamo valide garanzie che le richieste di informazioni per imposizioni legali o per controversie private non corrispondano a consone modalità legali standard. Inoltre, noi possiamo condividere il materiale informativo quando pensiamo sia necessario in ottemperanza della legge, per proteggere i nostri interessi e le nostre proprietà, per prevenire frodi o altre attività illegali perpetrate tramite il servizio di Facebook o con l’utilizzo del marchio Facebook, o per impedire imminenti lesioni corporali. Questo può intendersi come condivisione di informazioni con altre compagnie, studi legali, magistrati, agenti o agenzie governative.”

http://www.webalice.it/mario.gangarossa/sottolebandieredelmarxismo_dossier/2009_06_ernesto-carmona_facebook-appartiene-alla-cia.htm