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martedì 25 agosto 2015

Netanyahu e l'11 settembre, di Mauro Manno

Fonte: 21 & 33 Blog [scheda fonte] 

 


Leggiamo da Ha’aretz dell’17 aprile scorso che il caporione del Likud, il ben noto alle cronache Benjamin Netanyahu, ha affermato, riguardo all’11 settembre, che: “«Stiamo traendo beneficio da un grande evento, cioè dall’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono e quindi dalla guerra americana in Iraq», riporta Ma’ariv citando l’ex primo ministro. Secondo lo stesso giornale, Netanyahu avrebbe aggiunto che questi avvenimenti «hanno fatto oscillare l’opinione pubblica americana in nostro favore».” (Link) 

Le affermazioni di Netanyahu corrispondono alla realtà. Dopo l’11 settembre infatti il clima si è messo al bello per Israele. Le trattative di Oslo volute dai laburisti e osteggiate proprio da Netanyahu e Sharon, allora uniti nel Likud, è stato definitivamente sepolto. Il timido processo negoziale non era in realtà nulla di risolutivo in quanto mirava ad annettere allo stato ebraico la parte di Gerusalemme abitata dai palestinesi e la maggior parte dei territori occupati (quelli ricchi di acque sorgive soprattutto) lasciando le zone più povere, dopo averle frammentate, al cosiddetto “stato palestinese”. Riservando oltretutto agli israeliani il controllo delle sue frontiere. Un progetto noto a chi ha studiato la storia del sionismo: prendersi la maggior parte della terra, dividere i palestinesi in bantustans ed escluderli dallo stato ebraico che altrimenti perderebbe la sua preziosa natura ebraica e razzista. 



Le trattative di Oslo dovevano portare a sanzionare diplomaticamente tutto ciò facendo ingoiare l’amara pillola ad una parte malleabile dei palestinesi, all’Olp di Arafat. Tuttavia Yasser Arafat, che ancora aveva coscienza di quello che avrebbe fatto ai palestinesi se avesse avvallato il piano israeliano, rifiutò di piegarsi ai dictat convergenti di Israele e della Lobby ebraica americana che allora dominava l’Amministrazione Clinton, e per questo fu liquidato. Ad eliminarlo furono Sharon e Netanyahu, i dirigenti del Likud il cui governo era succeduto ai laburisti. I due erano i principali responsabili politici dell’assassinio di Rabin, nonché gli artefici del clima di violenza che aveva portato alla crisi del processo negoziale (si ricordi la provocatoria visita di Sharon alla Spianata delle Moschee).

Affermare che Sharon e Netanyahu sono stati gli affossatori di Oslo può far pensare, a chi non è addentro alla politica sionista, che il cosiddetto processo di pace fosse un processo vero che avrebbe realmente portato alla pace e alla stabilità nella regione. Questo non corrisponde alla realtà perché i palestinesi non accetteranno mai le riserve indiane o bantustans che Israele vuole per loro. Essi potrebbero anche accontentarsi, un giorno, di uno staterello ma solo se esso si estendesse su tutti i territori palestinesi occupati da Israele nel 1967 (Cisgiordania, Striscia di Gaza, Gerusalemme Est) e se esso fosse effettivamente indipendente da Israele. I palestinesi vogliono uno stato vero, seppur piccolo, uno stato unitario che confini con i paesi arabi Siria, Giordania, Egitto, uno stato con capitale la città storica di Gerusalemme Est, dove si trova la moschea di Al Aqsa da dove si dice che il profeta Maometto ascese al cielo.
Le differenze tra Likud e laburisti sulla politica verso i palestinesi non differisce di molto. Perché allora eliminare Rabin e Arafat, i due elementi su cui era fondato il processo di Oslo? Il Likud rifiuta ogni trattativa e al suo posto ha stabilito un processo di separazione unilaterale dai palestinesi, senza alcuna trattativa, e dunque alle sue esclusive condizioni. Oslo prevedeva una autonomia (che i laburisti volevano solo amministrativa ovviamente) per Gerusalemme Est, stabiliva il congelamento della colonizzazione e bloccava la costruzione del muro dell’apartheid. Su questa base dovevano risolversi le trattative. Sharon e Netnyahu questo non potevano accettarlo. La separazione unilaterale del Likud ha annullato di fatto ogni possibilità di compromesso. Gli accordi di Annapolis, che dovrebbero riaprire le trattative, sono già falliti in partenza. Sono una maschera che Israele utilizza per coprire la faccia brutta della sua politica di separazione unilaterale. Le trattative non procedono mentre procede l’israelizzazione di Gerusalemme Est, la colonizzazione delle regioni ricche di acqua della Cisgiordania e la costruzione del muro. La funzione di questo mostruoso serpente di cemento (nonché ecomostro) è di assicurare a Israele la maggior parte della Cisgiordania e spezzettare la popolazione palestinese, nonché togliere la possibilità che i futuri bantustans in cui essi saranno rinchiusi possano un giorno confinare con i paesi arabi.
Netanyahu ha quindi ragione di dire che Israele “sta traendo beneficio” dall’11 settembre. E non solo per quanto riguarda la politica verso i palestinesi. Anche per quanto riguarda la strategia verso i paesi arabi. L’eliminazione dell’Iraq di Saddam Hussein ha rafforzato, almeno provvisoriamente, la posizione di dominio israeliana sul Medio Oriente. Dico provvisoriamente perché, contemporaneamente, ha creato un vuoto che ha permesso all’Iran di assumere un ruolo molto più importante di quello che aveva prima, quando era in qualche modo ostacolato proprio dall’Iraq di Saddam. Fa meraviglia se lo stesso Netanyahu se la prende ora con l’Iran?

“Netanyahu, scrive sempre Ha’aretz, ha paragonato Ahmadinejad ad Adolf Hitler ed ha definito il programma nucleare di Teheran simile alla minaccia che i nazisti facevano pesare sull’Europa alla fine degli anni ‘30. Egli ha aggiunto che l’Iran differisce dai nazisti per un unico aspetto. Ha spiegato che «laddove il regime nazista aveva scatenato un conflitto globale prima di sviluppare armi nucleari, l’Iran sta costruendo ordigni nucleari prima di iniziare un conflitto globale»”.

Paragonare i nemici di Israele a Hitler è un trucco ormai vecchio, prima di Ahmadinejad è toccato a Saddam Hussein, al libico Gheddafi, al siriano Assad, e tanto tempo fa a Nasser (che in realtà fu il primo della lista). Netanyahu, naturalmente dimentica che Israele ha già armi nucleari e termonucleari nonché i sottomarini con cui portarle a distanza ravvicinata dalle coste iraniane. Tutto questo però fa parte del clima favorevole che l’11 settembre a creato per Israele. Dopo l’Iraq, Netanyahu (ma non solo lui) prepara il terreno per la guerra contro la Repubblica Islamica dell’Iran.

Chi ha creato il clima favorevole a Israele?

Cosa sia stato a creare questo clima, lo sappiamo. La risposta è l’11 settembre e ora ce ne dà conferma lo stesso Netanyahy. Ma chi è l’artefice dell’11 settembre? Il dubbio che non sia stato il responsabile ufficiale, cioè Osama bin Laden, serpeggia e trova ascolto ampiamente nel mondo. Non voglio qui affrontare il tema dell’inchiesta ufficiale che attribuisce (assai frettolosamente) gli attentati al terrorista saudita. Essa fa acqua da tutte le parti e le sue contraddizioni sono state messe in luce da altri più bravi e informati di me. Voglio solo ricordare ai lettori alcuni aspetti del passato politico transatlantico di Netanyahu. Nel 1996, mentre ferveva il processo di Oslo, Benjamin Netanyahu e i suoi amici likudisti americani facevano circolare negli Stati Uniti un documento intitolato “Un taglio netto”. Il documento riguardava la politica israeliana ma era anche un invito agli ebrei americani di adoperarsi secondo le sue linee guida per modificare la politica USA in Medio Oriente. Nel documento si poteva leggere:

“Il governo di Benjamin Netanyahu si presenta con un certo numero di idee nuove. Pur essendoci alcuni che consigliano la continuità, Israele ha l'opportunità di fare un taglio netto col passato; può forgiare un processo di pace e una strategia basati su un fondamento completamente nuovo, un fondamento che rilanci l'iniziativa strategica. Per rendere sicure le strade e i confini[1] nel futuro immediato, Israele può (tra le altre misure) operare strettamente con la Turchia e la Giordania per contenere, destabilizzare e far battere in ritirata alcuni dei suoi più minacciosi nemici. Questa strategia richiede un taglio netto rispetto alla parola d'ordine 'pace globale' e il passaggio a un concezione tradizionale di strategia basata sull'equilibrio delle forze. Israele è ora in grado di modificare il suo ambiente strategico, in cooperazione con la Turchia e la Giordania, indebolendo, contenendo e perfino facendo battere in ritirata la Siria. Questo sforzo può convergere sulla rimozione di Saddam Hussein dal potere in Iraq, un importante obiettivo strategico israeliano per diritto, come mezzo per frustrare le ambizioni regionali della Siria. La Giordania ha recentemente lanciato una sfida alle ambizioni regionali siriane suggerendo la restaurazione del regno Hashemita in Iraq. Siccome il futuro dell'Iraq potrebbe influenzare profondamente l'equilibrio strategico del Medio Oriente, è comprensibile che Israele abbia interesse a sostenere la casa reale Hashemita nel suo sforzo di delineare un nuovo l'Iraq. Il nuovo piano israeliano deve indicare un taglio netto col passato, abbandonando una politica che si fonda sulla ritirata strategica e ristabilendo il principio della guerra preventiva invece di quello della ritorsione soltanto e, infine, cessando di far assorbire colpi alla nazione senza rispondere. Il nuovo piano strategico israeliano può rimodellare la regione mediorientale in quei modi che permettano ad Israele di avere lo spazio di concentrare le proprie energie su ciò che è oggi la cosa più necessaria per il paese: ringiovanire la propria idea nazionale. In definitiva, Israele può fare ben più che limitarsi semplicemente a gestire, attraverso la guerra, il conflitto arabo-israeliano.(…). Quando Israele sarà un paese economicamente forte, libero, potente e in buona salute internamente, non si dovrà più limitare a gestire il conflitto arabo-israeliano; lo potrà trascendere”.

Oltre a Benjamin Netanyahu, gli autori erano Richard Perle, Douglas Feith e David Wurmser. Lo stesso anno, uno degli autori, David Wurmser, scrive un altro documento, questa volta per l'Istituto israeliano per gli Studi Politico-Strategici Avanzati. Il titolo è “Far fronte agli Stati in disfacimento: Una strategia occidentale e israeliana per un nuovo equilibrio delle forze in Medio Oriente”. La nuova proposta sionista non riguarda solo Israele ma gli Stati Uniti ed Israele. Vi troviamo scritto:

“Il futuro dell'Iraq influenzerà profondamente l'equilibrio strategico in Medio Oriente. La battaglia per dominare e delineare un nuovo Iraq rappresenta, per estensione, la battaglia per dominare, a lungo, l'equilibrio delle forze nel Levante. L'Iraq ha tentato di impossessarsi del suo vicino, il Kuwait, commettendo un errore catastrofico che ha accelerato la sua discesa nel caos interno. Questo caos ha creato un vuoto in un'area geo-strategica centrale, ricca di risorse umane e naturali. (….) Sarebbe allora prudente per gli Stati Uniti ed Israele abbandonare la ricerca per una ‘pace globale’ che includa un accordo di ‘pace in cambio di terra’ con la Siria, dal momento che questa strategia immobilizza gli Stati Uniti in tentativi futili di puntellare i tiranni locali e gli stati innaturali che essi governano. Gli Stati Uniti ed Israele, invece, possono usare la competizione per l'Iraq al fine di modificare l'equilibrio delle forze a vantaggio dei loro amici nella regione come la Giordania”. (Sottolineature e corsivi nostri).

Nei due documenti, il Likud e i neoconservatori sionisti americani, che poi si ritroveranno nell’Amministrazione Bush, già dettano il programma di politica estera e geo-strategica di quel futuro governo. Il loro piano però richiedeva l’alleanza con un certo numero di neoconservatori goyim. Questi saranno essenzialmente Cheney e Rumsfeld.

Netanyahu, il Likud, i neocon e il PNAC

Nel 1997 appare il Project for the New American Century o PNAC (Progetto per un nuovo secolo americano) un istituto di ricerca con base a Washington. Tra i suoi fondatori spiccano Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Ma non sono soli. Il Presidente ne è William Kristol, ebreo sionista e direttore del Weekly Standard, il settimanale di cui si dice che circoli ancora oggi, più di qualsiasi altra pubblicazione, tra i membri dell’Amministrazione Bush. Kristoll è anche una prestigiosa firma della TV Fox News. Tra i suoi membri più importanti vi sono i soliti neoconservatori sionisti, Paul Wolfowitz, Richard Perle, Lewis Libby. Oltre a Cheney e Rumsfeld, vi sono anche altri goyim, William J. Bennett, Jeb Bush, fratello di George, Richard Armitage, Zalmay Khalilzad, Ellen Bork ed altri.[2] La maggior parte però sono ebrei likudisti, amici e soci in affari politici di Netanyahu.
Le idee nuove propugnate dal PNAC riguardano la strategia americana globale, all’interno della quale però il Medio Oriente assume una posizione fondamentale. Il gruppo propugna una politica globale che mette in secondo piano la diplomazia, le istituzioni internazionali, i ‘processi di pace’ e promuove l’unilateralismo, l’azione militare, il regime change e la sovversione. Essendo, secondo il PNAC, lo spiegamento di forze della Guerra Fredda ormai obsoleto, occorre mettere in cantiere una aggressiva agenda imperiale di espansionismo e dominio globale delle forze armate USA. Non è chiaro ancora però dove principalmente debbano esplicitarsi l’azione militare unilaterale, il regime change e la sovversione.
Tutto diventa molto più chiaro nel 1998 quando il PNAC decide di scrivere la famosa lettera al Presidente Bill Clinton. Donald Rumsfeld e Paul Wofowitz, scrivono al presidente, Bill Clinton, spronandolo a rimuovere Saddam Hussein dal potere ricorrendo all’uso della potenza militare USA. La lettera sosteneva che Saddam, se fosse riuscito ad ottenere armi di distruzione di massa, sarebbe stato una minaccia agli Stati Uniti, ai suoi alleati nel Medio Oriente e alle risorse di petrolio nella regione. La lettera dichiarava anche che “la politica americana non può continuare ad essere paralizzata da una mal indirizzata insistenza sull'unanimità nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU”. Si argomentava inoltre che una guerra con l'Iraq sarebbe giustificata dallo spregio di Saddam Hussein per la politica di “contenimento” dell'ONU e per la sua “persistente minaccia” agli interessi degli Stati Uniti. La lettera proponeva un atteggiamento prepotente degli USA in Medio Oriente, in modo da spingere la “comunità internazionale” ad appoggiare la guerra e Israele. La guerra poi effettivamente andò avanti nonostante le riserve dell’ONU, di parte dell’Occidente e di tutto il resto del mondo. La lettera del 1998 al presidente Clinton mostra che una seconda Guerra del Golfo era una conclusione prevista e chiarisce i progetti di Rumsfeld, Wolfowitz e Perle, cinque anni prima dell'invasione dell'Iraq.[3] Rory Bremner, citando la lettera disse “questo è quello che vogliono e basta -cambio di regime-, non Blair, né l'ONU, né Hans Blix, né Francia, Germania, Russia, Cina, né la minaccia del terrorismo, o le riserve arabe, o la mancanza di prove, o le marce per la pace …. potranno intralciare la loro strada”.
Ancora più esplicito è il documento del PNAC del settembre 2000, due mesi prima delle elezioni che porteranno Bush alla Casa Bianca e un anno prima dell’11 settembre. É un rapporto di 90 pagine intitolato “Ricostruire le difese dell'America: strategie, forze, e risorse per un nuovo secolo”.
Dopo aver ribadito, ovviamente, che “l'America dovrebbe cercare di preservare ed estendere la sua posizione di leadership globale mantenendo la superiorità delle forze armate USA”, il documento si concentra sul Medio Oriente e raccomanda di migliorare la pianificazione e lo spiegamento militare in Iraq per ridurre gli sforzi dovuti all'imposizione della zona interdetta al volo (No Fly Zone) e alleggerire le porta-aerei. Quindi sostiene che è necessario usare il successo degli Stati Uniti nella Guerra del Golfo (1991) come esempio del perché il mondo necessita della potenza militare americana. Il rapporto dichiara inoltre che: “mentre il conflitto irrisolto in Iraq fornisce un'immediata giustificazione (per la presenza militare USA) la necessità di una presenza sostanziale delle forze americane nel Golfo trascende la questione del regime di Saddam Hussein”. Cioè: bisogna stabilirsi solidamente in Medio Oriente, per realizzare il piano di regime change e sovversione che poi prenderà il nome di Grande Medio Oriente; per consolidare il regime di Israele e permettergli “di concentrare le proprie energie su la cosa più necessaria per il paese: ringiovanire la propria idea nazionale”. Perché sia chiaro che si vuole la presenza militare USA in Medio Oriente per modificarne l’ambiente politico, ecco subito un riferimento all’Iran.

“Inoltre sul lungo termine -- afferma il documento -- l'Iran può dimostrarsi una grossa minaccia agli interessi USA nel Golfo analogamente all'Iraq. E anche se migliorassero le relazioni USA-Iran, mantenere le forze militare in avanguardia nella regione sarebbe un elemento essenziale nella strategia di sicurezza degli USA, visti gli interessi americani di lunga data in quelle zone”.

Quindi dopo l’Iraq, deve essere il turno dell’Iran e, anche se “migliorassero le relazioni USA-Iran” (con un bel regime ch’ange a Teheran), le truppe USA devono restare nella regione.
Un bel piano sionista, indubbiamente. Ma come realizzarlo? Accetteranno mai gli americani di andare in guerra, anzi in una lunga serie di guerra, per Israele contro paesi che non rappresentano, malgrado le bugie PNAC, nessuna minaccia per gli Stati Uniti? Non sarà facile convincerli. A meno che…..

L’11 settembre

Gli strateghi del PNAC temono che realizzare il loro piano “rivoluzionario” prenderà molto tempo in condizioni normali. Bisogna forzare la mano a queste benedette condizioni normali. Il rapporto si chiude su questa affermazione:
“Il processo di trasformazione, anche se porterà un cambiamento rivoluzionario, risulterà molto lungo, se non si dovesse verificare un evento catastrofico e catalizzante, come una nuova Pearl Harbour”.

La nuova Pearl Harbour era già in programma e si sarebbe chiamata 11 settembre.
Come non ho voluto parlare prima della versione ufficiale dei fatti dell’11 settembre, che attribuisce la responsabilità a bin Laden, così non mi interessa ora analizzare tutti quei fatti già accertati o ancora sospetti riguardanti il coinvolgimento del Mossad nel crollo delle Twin Towers, né la partecipazione di questo o quel rappresentante della lobby allo sfruttamento economico dell’evento. Non parlerò quindi del caso degli oltre 100 agenti del Mossad che monitoravano i movimenti di Mohammed Atta e soci, dei quattro agenti del Mossad che riprendevano con telecamere a distanza il crollo delle torri dopo aver cercato con un camioncino superattrezzato il luogo migliore per le riprese, ovviamente prima che gli aerei giungessero sull’obiettivo. Non dirò delle comunicazioni precedenti tra Mossad e CIA sulla immediatezza degli attacchi, da almeno un mese prima dell’11 settembre. Non dirò delle speculazioni sui titoli delle compagnie aeree americane o su società con sede nelle Torri Gemelle, alcuni giorni prima degli attentati; speculazioni che hanno portato enormi guadagni ad un gruppo di borsisti e rappresentanti del capitale finanziario, e di cui erano a conoscenza sia i servizi segreti americani, sia il Mossad. Non diremo della fortuna accumulata da Larry Silverstein, noto ebreo sionista e proprietario del WTC 7, edificio fatto da lui abbattere con una demolizione controllata a ore di distanza dal crollo delle Torri. Non diremo delle sue speculazioni colossali realizzate con l’affitto, solo pochi giorni prima dell’11 settembre, di vasti locali delle Torri stesse. Non diremo della distruzione dei dati riguardanti i movimenti di borsa precedenti l’11 settembre, conservati, guarda caso, proprio nel WTC 7 di Silverstein. Evidentemente quel crollo doveva assolutamente cancellare molte prove scottanti. Frammenti, anche importanti, di un legame tra Mossad, rappresentanti della lobby e tragedia dell’11 settembre sono già noti. Tutta la storia non potrà mai essere ricostruita. Faccio un ragionamento politico e ricostruisco, su base di documenti, una strategia politica i cui autori sono in calce ai documenti citati. Questi autori sono neoconservatori americani ed ebrei-americani, uniti in un sodalizio sionista con organizzazioni della lobby ebraica (PNAC; JINSA, AIPAC, ecc), con l’industria militare, con organizzazioni private nel campo della difesa, con i servizi segreti USA e israeliani. Tra di essi, un posto di rilievo lo occupa certamente Benjamin Netanyahu. Il sionismo likudista di Sharon e Netanyahu non è estraneo agli attentati dell’11 settembre. L’attuale capo del Likud e autore delle parole riportate all’inizio di questo articolo è, senza dubbio, l’elemento di raccordo, nell’ambito dei fatti dell’11 settembre, tra Israele e Stati Uniti. Diversamente da Sharon, che non parlava nemmeno l’inglese, Netanyahu, da lungo tempo, in America è di casa. Parla perfettamente l’inglese, ha tentato una carriera da attore a Hollywood, è amico della cantante Barbara Streysand, ebrea sionista neoconservatrice, gode di legami profondi con gli ambienti ebraici influenti a Washington, opera in combutta con i neoconservatori ebrei, i giornali ebraici come il New York Times e il Washington Post riservano ampi spazi ai suoi articoli o a quelli che ispira ai suoi amici giornalisti, ecc. E si, assolutamente, sugli attentati dell’11 settembre e sugli effetti benefici per Israele Netanyahu la sa lunga e potrebbe fornire informazioni di prima mano…. la sua mano.

Mauro Manno
Fonte: http://21e33.blogspot.com
Link: http://21e33.blogspot.com/2008/04/netanyahu-e-l11-settembre.html
17.04.08

NOTE

[1]Si tratta quindi di un'iniziativa contro i palestinesi (“per rendere sicure le strade”) e i paesi arabi (“i confini”).

[2] I membri più importanti del PNAC (i nomi di coloro che sono sicuramente neoconservatori ebrei sionisti sono preceduti da un’asterisco): Gary Bauer, cristiano sionista fanatico, ex candidato presidenziale, presidente dell'organizzazione American Values . *William J. Bennet, ex segretario dell'educazione e direttore dell'Ente nazionale per il controllo della droga, co-fondatore di Empower America, autore del Book of Virtues, presidente di Americans for Victory Over Terrorism. Ellen Bork, vice direttrice del PNAC, e moglie del mancato candidato di Reagan alla Corte Suprema, Robert Bork. *Rudolf Ely Boschwitz senatore e lobbista. Jeff Bush, governatore della Florida (fratello di George W. Bush). R. James Woolsey, ex direttore della CIA per Bill Clinton, vice-presidente alla Booz Allen & Hamilton. *Eliot A. Cohen, professore di Studi Strategici alla Hopkins University. Thomas Donnelly, direttore delle comunicazioni della Lockheed Martin. Steve Forbes, multi-miliardario, editore di Forbes Magazine, ex candidato alla presidenza. *Aaron Friedberg, direttore del Centro di Studi Internazionali. Frank Caffney, editorialista, fondatore del Center for Security Policy. *Reuel Marc Gerecht, direttore della Middle East Initiative. *Fred C. Ikle, Centro di Studi Strategici e Internazionali, *Donald Kagan, professore della Yale University, editorialista conservatore con vari legami col Dipartimento di stato. *Fred Kagan, Academmia Militare di West Point. Jeane Kirkpatrick, ex ambasciatore statunitense. *Charles Krauthammer. *William Kristol, fondatore e presidente del PNAC, editorialista del Weekly Standard. *Christopher Maletz.*Daniel McKivergan.*Richard Perle, fondatore del PNAC, strettamente legato alla destra israeliana, ex membro della Defense Policy Board. *Norman Podhoretz, Hudson Institute. Dan Quayle, ex vice presidente degli USA. *Stephen Rosen, Professore di sicurezza Nazionale e affari militari alla Harvard University. Henry Rowen, ex presidente della Rand Corporation. *Gary Smitt. *Vin Weber, ex parlamentare, lobbysta, vice presidente di Empower America. George Weigel, commentatore politico, cattolico sionista (!). *Paula Dobriansky. *Alvin Bernstein del National Defense University. *Eliot Cohen ( Nitze School of Advanced International Studies, Johns Hopkins University, membro del Defense Policy Board . *David Epstein, Ufficio del Segretario alla Difesa. *Dan Goure (Center for Strategic and International Studies. Mark Lagon, Comitato per Rapporti Esteri del Senato. James Lasswell, GAMA Corporation. *Abram Shulsky, The RAND Corporation. *Joshua Muravchik, dell’American Enterprise Institute e del Washington Institute for Near East Policy, *Dov Zakheim, System Planning Corporation, sottosegretario della Difesa -controllore finanziario- e primo ufficiale finanziario del Pentagono.

[3] Ecco i nomi degli altri firmatari della lettera a Clinton: *William Kristol, Richard, *Elliot Abrahms, V. Allen, Gary Bauer, Jeffrey Bell, William J. Bennett, Richard Armitage, *Rudy Boshwitz, Jeffrey Bergner, *Eliot Cohen, Seth Cropsey, *Midge Decter, Thomas Donnelly, Nicholas Eberstadt, *Hillel Fradkin, *Aaron Friedberg, Francis Fukuyama, Frank Gaffney, *Jeffrey Gedmin, *Reuel Marc Gerecht, *Charles Hill, Bruce P. Jackson, *Eli S. Jacobs , Michael Joyce, *Donald Kagan, *Robert Kagan, Jeane Kirkpatrick, *Charles Krauthammer, *John Lehman, *Paula Dobriansky, Clifford May, *Martin Peretz, *Richard Perle, *Norman Podhoretz, *Stephen P. Rosen, *Randy Scheunemann, Gary Schmitt, *William Schneider, Jr., *Richard H. Shultz, *Henry Sokolski, *Stephen J. Solarz , *Vin Weber, *Leon Wieseltier , Marshall Wittmann, *Robert B. Zoellick.
 

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=18511

sabato 8 agosto 2015

Israele è uno stato democratico? Intervista a Mauro Manno

Quale nazione avrebbe accettato la divisione del proprio territorio imposta dall’alto fosse anche dall’ONU, (che allora, ricordiamolo, era costituito da un quarto degli stati attuali ed era sotto il controllo di USA e Unione Sovietica).
Se poi l’ONU avesse imposto anche l’applicazione della risoluzione 194 che chiedeva a Israele di permettere ai palestinesi cacciati con la forza di poter tornare, allora le cose sarebbero  andate molto diversamente. Ma Israele rifiutò la risoluzione…”  (Mauro Manno)

Il nostro compagno Mauro ci ha lasciato. E' morto a Napoli il venerdi 13 febbraio 2009, a 57 anni, dopo una lunga malattia. Mauro era fra i primi ad aver raggiunto Tlaxcala dopo la sua creazione nel dicembre 2005. Avrà pubblicato 59 articoli e traduzioni sul nostro sito. Visitate la nostra pagina di omaggio qui. Questa è l'ultima intervista rilasciata da Mauro, nel gennaio 2009. 

CANZANO 1- Ebrei ‘ueber alles’. Sin dal 1948 con la nascita dello stato di Israele leggendo vari giornali vediamo la presenza ebraica in ogni settore della vita sia culturale che economica: guida e saggi e ‘uomini giusti’?


Mauro Manno
MANNO – Io non direi “Ebrei über alles”, semmai “sionisti über Alles”. Questa distinzione oggi è fondamentale. Studio da anni l’ideologia politica del sionismo per poter dire con certezza che la confusione su questo punto non è solamente errata, storicamente e politicamente, ma anche ingiusta verso quei tanti ebrei che sono stati le vittime del sionismo. Anche oggi ci sono ebrei che sono vittime del sionismo. Io di queste nuove vittime ne conosco alcune personalmente, e non mi sembra che siano “über alles”, sono invece certamente sotto il mirino dei sionisti. Vengono ostracizzate, perdono il posto all’università come è successo a Norman Finkelstein, l’autore de ‘L’industria dell’Olocausto’ oppure vengono isolate e messe in condizioni di lasciare non solo la cattedra universitaria ma anche i loro affetti e i loro amici in Israele ed emigrare in occidente, come è successo a Ilan Pappe, l’autore di ‘La pulizia etnica della Palestina’. Questi ebrei soffrono perché hanno il coraggio di proclamarsi antisionisti. Questo atto di rivolta contro il sionismo non costituisce solo il ripudio di quell’ideologia politica ma è anche il rigetto delle conseguenze storiche che la sua vittoria ha avuto, vale a dire, lo stato ebraico, Israele come stato ebraico. Gli antisionisti vogliono la fine dello stato d’Israele così come è stato edificato dai sionisti e si battono per la sua sostituzione con uno stato unico e democratico per tutti gli ebrei e tutti i palestinesi che si trovano all’interno dell’intera Palestina, cioè all’interno di Israele e dei territori occupati, Gaza compresa. Ma ciò non basta; essi sostengono anche il diritto al ritorno dei profughi cacciati nel 1948, come d’altronde sancisce la risoluzione dell’Onu  n° 194, votata esattamente 60 anni fa (11 dicembre 1948) e mai applicata.
Ma attenzione! Chi conosce la sorte di queste nuove vittime del sionismo, cioè degli ebrei antisionisti, non deve dimenticare la sorte ben più tragica toccata agli ebrei assimilazionisti durante il II conflitto mondiale. Anch’essi erano contrari al sionismo, anch’essi sono stati le vittime del sionismo. Questa è la parte della loro storia che i sionisti vogliono assolutamente tenere nascosta. La loro lotta contro gli ebrei assimilazionisti, condotta in collaborazione con i nazisti e gli antisemiti.
Altro che “uomini giusti”,  i sionisti sono gli uomini politici più ingiusti che ci siano mai stati, verso gli altri ebrei e verso i non-ebrei.
CANZANO 2- Gli ebrei assimilazionisti?
MANNO – Gli ebrei assimilazionisti sono quegli ebrei che vogliono assimilarsi, fondersi nella popolazione del paese dove sono nati. Per la legge rabbinica, l’halachà, è ebreo chi è figlio o figlia di madre ebrea o chi si converte al giudaismo. L’ebraicità dunque è trasmessa attraverso il sangue, dalla madre al figlio o alla figlia. Per le altre religioni non è così: il cristianesimo di un cattolico o l’islam di un musulmano non sono trasmessi attraverso il sangue. Per conservare questa peculiarità ebraica e per conservare l’ebraismo in generale è fondamentale che nella famiglia non ci siano matrimoni misti, con non-ebrei. Se un ebreo (non nato in Israele) ritiene che il fatto di essere figlio di madre ebrea non lo faccia ebreo, se rigetta la religione ebraica, se si considera un essere umano libero di scegliere un’altra religione o nessuna religione, se vuole vivere senza il peso del passato ebraico della sua famiglia, allora costui è un’assimilazionista. Vuole uscire dal chiuso mondo ebraico ed entrare nel mondo più aperto e libero dei non-ebrei. Costui quindi adotterà totalmente la cultura, la lingua, il modo di vita, la cucina, la tradizione, ecc. del paese in cui vive. Ne adotterà anche il destino. Non si sentirà obbligato a sposare una donna ebrea per cui i suoi figli non saranno più ebrei secondo l’halachà. Se educherà i suoi figli nello spirito in cui egli stesso è vissuto e se i suoi figli faranno anch’essi dei matrimoni misti, e così i figli dei suoi figli, allora, dopo poche generazioni i suoi discendenti non saranno più ebrei, saranno italiani, tedeschi, francesi ecc a tutti gli effetti. Il sionista Jabotinsky, che ovviamente aborriva l’assimilazione, così diceva: “Per giungere ad un’assimilazione vera …. [l’ebreo]  deve produrre attraverso una lunga serie di matrimoni misti, in un periodo di varie decine di anni, un nipote-di un nipote-di un nipote nelle cui vene sia rimasta soltanto una minima traccia di sangue ebraico, perché solo quel nipote-di un nipote-di un nipote avrà la conformazione spirituale di un vero francese o di un vero tedesco”. Il matrimonio misto è alla base dell’assimilazione. Prima del II conflitto mondiale, i matrimoni misti erano in forte progressione; per esempio, nel 1929, in Germania, essi costituivano il 59% dei matrimoni; per contro i matrimoni puri, con entrambi i coniugi ebrei erano una minoranza, il 41%. Ciò spaventava i sionisti, che consideravano gli assimilazionisti alla stregua dei traditori. Quando i nazisti salirono al potere, le organizzazioni sioniste internazionali si affrettarono a collaborare con loro e conclusero dei patti per far emigrare solo i sionisti fuori dalla Germania (recuperando i loro averi) e avviarli nelle colonie palestinesi. Gli ebrei assimilazionisti non li interessavano e così li condannarono alla loro sorte. I sionisti non fecero nulla perché gli assimilazionisti tedeschi potessero emigrare in America o in altri stati occidentali, anzi bloccarono tutti i tentativi in questo senso. Più tardi, durante la guerra, estesero questa politica a livello europeo. Erano in corso eccidi e massacri di ebrei e loro trattavano per salvare solo i sionisti e quelli che volevano emigrare in Palestina, gli altri potevano morire. L’esempio di Rezso Kasztner, è illuminante. Questo sionista ungherese, nel 1944, contrabbandò la salvezza della sua famiglia e degli aderenti alle varie organizzazioni sioniste ungheresi - 1600 persone in tutto - in cambio della sua collaborazione e quella dei suoi seguaci per facilitare la deportazione ad Auschwitz di centinaia di migliaia di ebrei assimilazionisti.
Questa politica ha facilitato la quasi estinzione degli ebrei non-sionisti, quelli sulla via dell’assimilazione. I sionisti sono corresponsabili, con i nazisti di questo crimine. Ecco la ragione per cui oggi la maggior parte degli ebrei della diaspora si dichiarano sionisti e praticano i matrimoni tra soli ebrei.
CANZANO 3- Cioè una pulizia etnica tra gli ebrei e condotta dagli ebrei?
MANNO – Serberei il termine «pulizia etnica» a quello che i sionisti hanno fatto ai palestinesi nel 1948. Essi hanno ripulito la Palestina dai suoi antichi abitanti, come ha minuziosamente mostrato Ilan Pappe nel suo recente libro con quel titolo. Direi invece che c’è stata la volontà dei sionisti di liberarsi degli ebrei non-sionisti. Io ho parlato di corresponsabilità dei sionisti con i nazisti. Sono stati i nazisti a portare la morte mentre i sionisti hanno collaborato a vari livelli con i carnefici. Durante il II conflitto mondiale, i sionisti, in alcuni casi, sono giunti ad uccidere direttamente, il più delle volte, hanno denunciato altri ebrei, hanno spesso gestito i campi di concentramento, hanno convinto gli assimilazionisti a starsene buoni, a non ribellarsi, il tutto in cambio della salvezza dei loro seguaci sionisti, dei loro familiari e degli amici. Per quel che riguarda i loro seguaci, bisogna specificare che i capi sionisti non si sono nemmeno impegnati a salvarli tutti, ma solo i più giovani, cioè quelli che potevano combattere con le armi (in previsione della lotta contro gli inglesi e i palestinesi), cioè quelli che potevano lavorare per lo sviluppo delle colonie, quelli che potevano fare figli. I vecchi e i bambini sarebbero stati di peso. Nel 1937, Chaim Weizmann, futuro presidente di Israele, davanti alla Commissione Peel a Londra dichiarò con freddezza: “voglio salvare ... dei giovani [per la Palestina]. I vecchi passeranno. Sopporteranno il loro destino o non lo faranno. Sono polvere, polvere economica e morale in un mondo crudele ... Solo il ramo giovane sopravviverà. Dovranno accettarlo”. E qui si tratta di sionisti. Ben Gurion, parlando nel ’38, dei bambini (figli di sionisti e non-sionisti), disse: “Se sapessi che è possibile salvare tutti i bambini di Germania portandoli in Inghilterra e solo metà di essi portandoli in Eretz Israel, allora opterei per la seconda alternativa”. Ben Gurion sapeva che se gli assimilazionisti e le persone di buona volontà avessero dovuto scegliere “tra il salvare gli ebrei dai campi di concentramento” e il sionismo, “la pietà” avrebbe avuto “la meglio e tutta l’energia della gente” sarebbe stata “canalizzata verso il soccorso degli ebrei di vari paesi”; allora “il sionismo” sarebbe stato “cancellato dall’ordine del giorno non solo presso l’opinione pubblica mondiale, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma anche in ogni altro luogo nell’opinione pubblica ebraica”. Per i sionisti ciò non doveva accadere ed essi fecero di tutto perché non accadesse. Pensi che quando qualcuno disse a Yitzhak Gruenbaum – capo del Comitato di Soccorso (!!!) dell'Agenzia Ebraica in Palestina, nel 1943 quando gli eccidi erano cominciati, “Non costruite nuove colonie (…) sborsate il denaro per salvare gli ebrei della diaspora”, egli rispose: “Il sionismo passa sopra ogni altra cosa”. In un’altra occasione, sempre nel 1943, pronunciò la frase: “Una mucca in Palestina vale più di tutti gli ebrei in Polonia”.
E così i sionisti, alleandosi con i nazisti, si sono salvati, mentre i non-sionisti sono stati eliminati proprio in grazia di quella alleanza. Ed oggi i sionisti dominano su tutti gli ebrei e influenzano pesantemente i governi occidentali. Determinano la politica estera americana (vedi il libro di Mearsheimer e Walt). Per questo Israele è intoccabile e può fare tutto quello che vuole e non solo ai Palestinesi… Ma qui tocchiamo il problema della lobby sionista.
CANZANO 4– Lobby sionista?
MANNO – Per capirci, prendiamo l’esempio della lobby sionista in America, la lobby sionista più forte d’Occidente. Nella corsa dei due candidati americani alla Casa Bianca, tutti hanno potuto vedere in TV sia Obama sia il suo vice, Biden, sia i due perdenti McCain e la Palin correre a genuflettersi davanti all’organizzazione più potente della lobby, l’AIPAC. Questo era stato previsto da Mearsheimer e Walt e si è avverato puntualmente. I due candidati sono stati costretti a sottomettersi ad un accurato esame davanti ai giudici della lobby riguardo alle loro proposte politiche riguardanti Israele e ai posti di comando che essi erano disposti ad accordare a sionisti (ebrei o non ebrei) nella loro futura amministrazione. Tutti ricorderanno come Obama sia riuscito a spiazzare il rivale proclamando che egli appoggia la linea di “Gerusalemme unica e indivisibile capitale dello Stato ebraico”. McCain non si era spinto a tanto. Questa linea è ufficialmente condannata dalla comunità internazionale sulla base di una serie di risoluzioni dell’ONU. Israele prosegue nell’espulsione dei palestinesi (in gran parte di fede cristiana) dalla Città Santa e l’Occidente fa finta di niente pur mantenendo la posizione ufficiale dell’ONU. Adesso Obama, l’«uomo della pace» si è spinto dalla parte di Israele come nessun presidente lo aveva mai fatto. All’inizio sembrava che l’appoggio determinante della lobby andasse per McCain, poi le cose sono cambiate. Bisogna ricordare che il vice di Obama, Joe Biden, appena scelto, si è dichiarato “un ardente sionista” e non mi sorprenderebbe se non sia stato imposto a Obama proprio dalla Lobby. Poi Obama è riuscito a dare garanzie sicure e i favori (e i denari) della lobby sono affluiti dalla sua parte. Un colpo formidabile per i sionisti. Adesso la lobby avrà una politica pro israele e pro lobby portata avanti da un presidente popolare e non da una controfigura di Bush. I politici occidentali potranno fare anche loro una politica pro israeliana e pro americana (che è lo stesso) senza troppo scontrarsi con l’opinione pubblica. Il movimento pacifista è completamente spiazzato. Certo molto presto Obama distruggerà la sua immagine di uomo nuovo, diventando come la Rice o Powell, il nero di turno che serve gli interessi della lobby; ma alla lobby questo cosa importa, dal momento che ottiene ciò che vuole? In realtà l’immagine di Obama è già intaccata. La scelta della Clinton agli esteri, la scelta di Rahm Emanuel (il cui padre ha dichiarato di odiare gli arabi e di essere sicuro che il figlio agirà a favore di Israele) sono solo i primi segni. Un’altra cosa è riuscita ad ottenere la lobby. Dopo lo strapotere che Bush aveva accordato ad un’altra ala della lobby, agli screditati neocons (quasi tutti ebrei), gli strateghi sionisti hanno pensato di far fare la stessa politica di costoro a dei non-ebrei, ma di sicura fede sionista. Così dopo Biden, ecco ricomparire la Clinton (con la quale Obama all’inizio si era scontrato sulla politica estera e oggi gliel’affida). Hillary è un’altra sionista e si porta al Dipartimento di Stato la squadra ebraica del marito: La Madeleine Albright, Holbrooke, Dennis Ross, ecc. Stessa politica dei neocons ebraici ma portata avanti ufficialmente da non-ebrei. I sionisti non-ebrei sono per fortuna pochi ma sono i peggiori traditori del loro paese e mandano a morire giovani americani in guerre per rafforzare Israele, come è successo in Iraq.
Anche noi europei abbiamo la nostra lobby sionista comunque. Non ci facciamo illusioni.
CANZANO  5– Anche in Europa c’è la lobby sionista?
MANNO – La lobby sionista si trova ovunque nel mondo dove ci sono sionisti. Se quest’ultimi fossero tutti in Israele le cose sarebbero più semplici ma c’è la Diaspora e tra gli ebrei della Diaspora ci sono molti sionisti.  Già era nel programma del primo Congresso Sionista (1897) che i sionisti della Diaspora dovessero compiere i passi necessari “per ottenere dai diversi governi il consenso necessario alla realizzazione degli scopi del sionismo”. Ed è quello che essi sono riusciti a fare. Oggi, dopo la nascita di Israele, la lobby sionista americana e le varie lobby nazionali servono sempre gli “scopi del sionismo”, che però sono diversi rispetto a quando bisognava fondare lo stato ebraico. Dopo 60 dalla sua fondazione, Israele non ha fondamenti sicuri. La sua esistenza come “stato ebraico” è messa in discussione ed esso si mantiene solo con la forza. Essendo uno stato etnico che occupa terre altrui e opprime i palestinesi, senza rispettare la legalità internazionale, esso sa bene che è uno stato illegittimo. La lobby ha il compito di “legittimarlo” almeno in Occidente. L’Europa, almeno formalmente, si è impegnata in Medio Oriente con una posizione di equilibrio tra arabi e israeliani. Abbiamo grandi interessi nel mondo arabo. Nel 2004 ci sono stati i primi cambiamenti. Il Consiglio dell’UE approvò il “Piano d’Azione UE-Israele” e nonostante la pagella sconvolgente di Israele nel campo dei diritti umani, il Piano dichiarava che “L’UE e Israele condividono gli stessi valori di democrazia, rispetto di diritti umani e sovranità della legge e delle libertà fondamentali”. Il che non è assolutamente vero e sono pronto a dimostrarlo. Comunque il Piano fa anche peggio: dà la possibilità a Israele di “prendere parte in aspetti determinanti delle politiche dell’UE”. Diventeremo una colonia sionista. 
“Dal 2006 la posizione dell’Europa cambiò  ulteriormente. Prima ci fu un ammorbidimento delle critiche a Israele. Ciò avvenne su pressione di uno speciale “Comitato Ebraico Americano per L’Europa”. In esso vi è L’Aipac, l’ADL (lega antidiffamazione), l’American Jewish Congress, che si è distinto in modo particolare. A rispondere positivamente da parte dell’UE fu prima Prodi, poi la Ferrero-Waldner, infine Barroso. Prima del 2000 l’UE pretendeva che Israele ripagasse i danni alle infrastrutture costruite nei territori occupati coi denari europei, dopo, la Ferrero-Waldner e Barroso non pretendono più niente. Oggi esiste nel parlamento Europeo una struttura di circa 200 parlamentari “Amici Europei di Israele” che lavora per Tel Aviv. Questo sforzo è sostenuto da uomini d’affari ebrei di tutto il continente nonché da ebrei eletti nei vari parlamenti, come, in Italia, la Fiamma Nierenstein e l’avvocato Alessandro Ruben. Infine, con la presidenza UE alla Francia dell’ebreo sionista (lo ha dichiarato lui) Nicolas Sarkozy e la costituzione dell’Unione Mediterranea, il sionismo è ormai molto vicino ad ottenere l’accettazione e la legittimazione di Israele nel mondo arabo, tramite l’Europa. Attenzione, questa non è una politica di pace, come dicono i governanti europei. Se la legittimazione araba si realizzerà, Israele avrà mano libera per una politica militare, contro l’Iran, contro Hezbollah e i palestinesi, con il beneplacido dei paesi arabi. In questo quadro lo stato palestinese sarà una serie di piccoli bantustans completamente circondati, come Gaza. Solo la crisi economica dell’Occidente può fermare il conflitto. Se la crisi economica farà saltare il potere traballante dei governanti arabi corrotti, assisteremo ad una ripresa del terrorismo, delle rivolte, delle rivoluzioni dei popoli arabi frustrati.
CANZANO 6- Israele non è uno stato democratico?
MANNO – No. Non lo è. È uno stato etnocratico. Uno stato per soli ebrei. La democrazia nello stato ebraico vale solo per gli ebrei. Per i non-ebrei è una farsa. Immaginiamo per un attimo che in un paese multietnico in cui vi è un’amministrazione coloniale, un partito che rappresenta una particolare etnia ha in programma, dopo la fine del colonialismo, di costituire uno stato democratico su tutto il paese ma cacciando le altre etnie. Possiamo dire che il programma di questo partito è democratico? Per me è un programma razzista basato sulla pulizia etnica. Adesso immaginiamo che, finita la fase del colonialismo, a questo partito venga concesso di costituire il suo stato ma solo su una parte del territorio del paese e a condizione che anche su quel territorio non ci siano espulsioni etniche. Succede invece che lo stato viene fondato subito dopo l’espulsione della maggioranza degli abitanti da parte della minoranza, secondo il suo programma razzista iniziale. È uno stato democratico ma la democrazia doveva coinvolgere tutta la popolazione e non solo la minoranza che ha effettuato la pulizia etnica. Adesso succede che le istituzioni che rappresentano la legalità internazionale (per esempio l’ONU) chiedano a questo stato etnico di reintegrare gli espulsi e accordare loro pari diritti democratici. In risposta questo stato “democratico” (per la sola etnia che esso rappresenta) si rifiuta di farlo, anzi persevera nel suo programma iniziale di volere conquistare tutto il territorio del paese e di colonizzarlo con gente della sua etnia fatta affluire da altri paesi. Questa nuova espansione e questa nuova pulizia etnica non avvengono in modo fortuito ma sono sancite nei documenti fondanti dello stato “democratico”. Per esempio in essi vi si stabilisce che tutto il territorio del paese appartiene a tutti coloro che appartengono all’etnia giusta ovunque essi si trovino (e magari da migliaia di anni) e non appartenga invece agli espulsi che vi vivevano prima della fondazione dello stato etnico. È ancora uno stato democratico?
Non basta. Immaginiamo che in questo stato etnico è sopravvissuta una piccola minoranza dell’etnia sbagliata. Una minoranza in crescita demografica che costituisce circa un quarto della popolazione totale. Queste persone vengono trattate come cittadini di secondo grado, nelle attività economiche, nei tribunali, nella vita quotidiana, ecc., dove devono subire mille discriminazioni. La discriminazione più grave riguarda il possesso della terra. Lo stato si è assicurato, con un’altra legge fondante della “democrazia” etnica, che il 93% della terra del paese resti nelle mani dell’etnia giusta. La vendita di proprietà terriere (e immobiliari costruite su di esse) deve avvenire solo tra persone di questa etnia. È però possibile acquistare nuove terre di quel 7% rimasto all’etnia minoritaria, in modo da espander le proprietà dell’etnia giusta. È ancora uno stato democratico?
Di fronte a queste discriminazioni lo stato etnico concede un limitato diritto di voto e un limitato diritto di critica alla minoranza discriminata. Bastano questi diritti politici di fronte alle mille discriminazioni a far sì che lo stato sia democratico?
Già sento i difensori di Israele, perché è di lui che stiamo parlando, insorgere e protestare contro la mia ultima affermazione sui limitati diritti politici della minoranza palestinese. Invece è proprio così. Si pensi, per esempio al fatto che in Israele è proibito mettere in discussione il carattere ebraico dello stato. È proibito fondare partiti che hanno come programma uno stato diverso, non etnico, ma di tutti i  cittadini. È proibito lottare per l’applicazione della risoluzione 194 dell’ONU che sancisce il diritto al ritorno dei palestinesi espulsi. È proibito lottare per abolire la legge fondante dello stato che dice che la Palestina appartiene a tutti gli ebrei del mondo e che in qualunque momento uno di essi può andare in Palestina a occupare una proprietà che l’esercito dello stato ebraico avrà provveduto a togliere a qualche palestinese dei territori occupati. È ancora uno stato democratico?
Rovesciamo la situazione: immaginiamo per un attimo che lo stato italiano si proclami stato “cattolico” e stabilisca che i cittadini italiani ebrei, o protestanti o altri ancora non appartengano a questo stato, li discrimini direttamente, proibisca loro di acquistare terre o proprietà immobiliari da cittadini cattolici. D’altra parte stabilisca che i cittadini cattolici (qualsiasi cosa ciò possa oggi significare) non possano vendere proprietà a ebrei, protestanti, ecc, in modo che la terra d’Italia si concentri sempre più in mani cattoliche. Ai non cattolici viene lasciato il diritto di voto ma in modo tale che esso non pregiudichi il carattere “cattolico” dello stato. L’Italia potrebbe ancora chiamarsi stato democratico? E ricordo ai difensori di Israele che gli ebrei in Italia non sono un quarto della popolazione come i palestinesi in Israele. Ricordo loro anche che andando avanti nel modo in cui si sta andando avanti c’è il rischio che oltre che uno stato etnocratico Israele, diventi anche  uno stato teocratico, visto il peso crescente dei religiosi nella politica israeliana.
CANZANO 7- Rispetto a quanto abbiamo detto in quest’intervista, quale sarebbe la tua spiegazione del furibondo attacco israeliano contro Gaza?
MANNO – Se guardiamo a quello che sta accadendo adesso a Gaza nel quadro storico che in qualche modo abbiamo tracciato in questa intervista dobbiamo concludere che si tratta di un ulteriore passo in avanti della pulizia etnica dei palestinesi. Se Israele avesse voluto un compromesso con i palestinesi su uno stato palestinese, ebbene le occasioni non sono mancate.
I sostenitori di Israele sostengono che furono i palestinesi a non accettare la divisione della Palestina nel 1948. Ma chi l’avrebbe accettata? Quale nazione avrebbe accettato la divisione del proprio territorio imposta dall’alto fosse anche dall’ONU, (che allora, ricordiamolo, era costituito da un quarto degli stati attuali ed era sotto il controllo di USA e Unione Sovietica). Se poi l’ONU avesse imposto anche l’applicazione della risoluzione 194 che chiedeva a Israele di permettere ai palestinesi cacciati con la forza di poter tornare, allora le cose sarebbero andate molto diversamente. Ma Israele rifiutò la risoluzione, sicuro dell’appoggio USA, il quale era già sotto l’influenza della Lobby sionista americana. Fece molto di più, assassinò il mediatore ONU Folke Bernadotte che stava elaborando una nuova politica. Israele voleva uno stato etnicamente puro e niente altro. Questo è il sionismo. Dopo la guerra del 1967, Israele non accettò neanche la risoluzione 242 che imponeva il ritiro israeliano dai territori occupati. Anzi, contro ogni legge internazionale, cominciò a colonizzarli. Israele non accettò nessun compromesso durante le trattative di Oslo e continuò ancora la colonizzazione. Nel 2002 gli stati arabi offrirono il riconoscimento di Israele e la pace in cambio del ritiro di Israele entro i confini del 1967, ma Israele rifiutò, iniziò la costruzione del muro che ingloba vasti territori occupati dai quali la popolazione palestinese viene lentamente espulsa, e continua sempre con la costruzioni di colonie e con il soffocamento dei palestinesi di Gerusalemme Est.
Quando nel 2006, Hamas vinse le elezioni democratiche e formò un suo governo su tutti i palestinesi di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, Israele non lo riconobbe e assieme agli USA e con la complicità dell’UE, iniziò una politica di divisione dei palestinesi. A questa politica si prestò il corrotto Abu Mazen. Per salvaguardare l’unità, Hamas accettò un compromesso con lui e con quella parte di Fatah che lo sostiene; formò con lui, un governo di unità nazionale. Istigato da USA e da Israele, Abu Mazen, convinto anche che il nuovo governo era nato per la debolezza di Hamas, organizzò un complotto a Gaza per evincere il potere militare del partito rivale. Ma fallì e furono i seguaci di Abu Mazen ad essere cacciati da Gaza. Allora, Abu Mazen sciolse il governo formandone uno con i suoi fedelissimi e lasciò che Israele arrestasse ministri, deputati, dirigenti di Hamas in tutta la Cisgiordania. Si impegnò in trattative per un accordo di Pace con Israele (Annapolis). Queste ovviamente non hanno portato a niente, perché Israele non cede su niente e vuole gente come Abu Mazen che si presta alla finzione eterna delle trattative e intanto avanza con la colonizzazione e la pulizia etnica. Per Israele quindi adesso è essenziale eliminare Hamas, uccidendone o arrestandone tutti i dirigenti. Questo è il senso dell’attacco criminale contro Gaza. Conquistarla e darla a Abu Mazen con il quale continuare la finzione delle trattative. Se Hamas resiste ed Israele è costretto a cessare l’attacco e ritirarsi, sarà Abu Mazen il primo sconfitto, ma fallirà tutta la strategia di Israele e degli americani.

AUTOBIOGRAFIA

Provengo da una famiglia proletaria ed essendo stato mio padre emigrante all'estero, sono nato in una regione mineraria del Nord Europa. Vivo a Napoli.
Ho 57 anni. Ho compiuto studi liceali classici all'estero e poi, rientrato in Italia, ho frequentato l'Università Orientale di Napoli dove mi sono laureato in lingue dell'Europa occidentale (germanistica). Parlo varie lingue e ho una lunga esperienza come traduttore. Riscrittomi all'Università dopo la prima laurea, ho fatto studi storici che però non ho completato. Non ho comunque mai smesso di approfondire questioni di storia e geopolitica. Il mio interesse è soprattutto rivolto al Medio Oriente, al conflitto Israele-Palestina, all’islamismo politico e al sionismo. Studio anche l’influenza del sionismo sulla politica statunitense. Tra le mie pubblicazioni, segnalo /La natura del sionismo/, uno studio sulle convergenze storiche ed ideologiche tra sionisti da una parte e antisemiti e nazisti dall’altra. Un argomento che i sostenitori di Israele tengono accuratamente nascosto. Rivendico con fierezza di essere l’autore della /Lettera aperta al Presidente Napolitano/, scritta quando egli, avventatamente, ha accomunato antisionismo e antisemitismo. Ho fatto parte del gruppo di docenti del Master "Enrico Mattei" per il Medio Oriente dell'Università di Teramo ed ho partecipato, con un mio intervento sulla lobby sionista in America,  alla Conferenza sul Medio Oriente (17-19 aprile 2007) che tante polemiche ha scatenato. Sono membro fondatore dell'Istituto Enrico Mattei di alti studi sul Medio Oriente (IEMASMO), con sede a Roma, un Istituto di ricerca privato che opera con spirito di amicizia con tutti i popoli della regione ma sempre in piena autonomia da qualsiasi influenza di stati o governi.

http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=2605

sabato 9 maggio 2015

La fondamentale differenza fra ebraismo e sionismo, di Mauro Manno

Introduzione a cura di Giuseppe Angiuli

In questa lettera aperta rivolta a Giorgio Napolitano, scritta qualche anno fa, il compianto prof. Mauro Manno, studioso del sionismo e della storia di Israele, cercava di criticare alla radice un discutibilissimo intervento del Presidente della Repubblica, che aveva osato bollare di "anti-semitismo" qualsiasi critica rivolta all'ideologia politica del sionismo storico.
E' importante rileggerla a qualche anno di distanza, per cercare di non farsi confondere da messaggi che tendono a sovrapporre 2 concetti alquanto distinti: quello di EBRAISMO e quello di SIONISMO.
L'intervento di Manno è estremamente meticoloso e ben motivato e porta alla luce uno degli aspetti meno conosciuti della storia del sionismo, ossia la sua convergenza, in certi frangenti, con il nazismo ed il fascismo.
In fondo, sia i nazisti che i sionisti muovevano entrambi da una medesima nozione "etnica" di ebraismo e dunque lavoravano per un obiettivo convergente: sradicare gli ebrei dall'Europa e confinarli in un unico Stato etnocratico "per soli ebrei", ciò che in fondo è diventato oggi Israele.
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Lettera aperta al Presidente della Repubblica Italiana
Signor Presidente,
Da quanto leggo su televideo lei avrebbe dichiarato:
“No all’antisemitismo anche quando esso si travesta da antisionismo”.
Antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele”.
Se questo è realmente il suo pensiero, e naturalmente mi auguro che non lo sia, mi lasci dire che queste sono affermazioni errate e gravi e mi auguro che suscitino, da parte di numerosi italiani, una reazione calma e ragionata ma ferma.

Signor Presidente,
mi consenta di dissentire dalla prima frase da lei pronunciata. Lei sostiene che l’opposizione al sionismo è antisemitismo mascherato. Né si può pensare che Lei abbia voluto dire che solo alcuni antisemiti nascondono il loro antisemitismo reale dietro un preteso o falso antisionismo. Lei ha formulato il suo pensiero in modo inequivocabile: per Lei chi è antisionista è antisemita sic et simpliciter.
Io sono d’accordo con lei che l’antisionismo è la “negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico e delle ragioni della sua nascita” ma sostengo con decisione che la negazione delle ragioni della nascita dello Stato ebraico e la sua sostituzione con uno Stato democratico unico di ebrei e palestinesi su tutta la Palestina non potrà che arrecare bene agli ebrei, ai palestinesi, ai popoli mediorientali e del mondo intero. Ritengo, e non sono l’unico visto che molti ebrei antisionisti sono dello stesso avviso, che lo Stato sionista per soli ebrei è uno Stato razzista, coloniale e espansionista, non diversamente da quello che era lo Stato razzista per soli bianchi del Sud Africa. La natura sionista di Israele è una minaccia per la pace mondiale e per gli stessi ebrei.
Signor Presidente,
Un testo fondamentale
per comprendere le radici
del conflitto israelo-palestinese,
scritto da Ilan Pappè,
un docente ebreo, poi espulso
dal mondo accademico israeliano
non sono un negazionista dell’Olocausto e non nutro sentimenti anti-ebraici. Desidero solo che gli ebrei in Palestina non neghino ai palestinesi un diritto che rivendicano per sé. I palestinesi, profughi e residenti in Israele o nei territori occupati, hanno diritto a vivere in Palestina in pace e in armonia, godendo delle libertà democratiche che tutti i popoli del mondo meritano. Questo principio che noi non neghiamo agli ebrei di Palestina, Israele lo nega ai palestinesi.
Lei forse è favorevole agli stati etnici? Mi sembrava di aver capito che Lei e il partito da cui proviene eravate favorevoli agli Stati democratici in cui tutti i cittadini sono uguali indipendentemente dalla religione, dall’etnia, dalla cultura o altro, a cui appartengono. Forse mi sono sbagliato. Non capisco perché l’Italia e l’UE si sono impegnati per l’uguaglianza dei diritti tra bianchi e neri in Sud Africa, o si impegnano oggi per l’uguaglianza e la convivenza tra serbi e cossovari in Kossovo, tra macedoni e albanesi in Macedonia, tra musulmani, ortodossi e cristiani in Bosnia, tra sciiti, sunniti e cristiani in Libano e poi sostengano il carattere esclusivamente ebraico di Israele?
Forse Olmert ha chiesto anche a Lei, come ha fatto con il Signor Prodi, di difendere Israele in quanto Stato esclusivamente ebraico e sionista?
Se questo è il suo pensiero, voglio chiederLe:
- se Israele decidesse di deportare i cittadini israeliani non ebrei, come chiede da tempo il ministro razzista Avigdor Lieberman, Lei appoggerebbe questa politica in nome della difesa del carattere ebraico dello Stato israeliano?
- ignora Lei forse che i cittadini non ebrei d’Israele non hanno gli stessi diritti degli ebrei?
Non sa forse che è proibito per legge ad un cittadino israeliano non ebreo di acquistare proprietà terriere da un ebreo? Ignora forse che esistono strade che collegano Israele alle colonie nei territori occupati su cui non possono circolare (non i palestinesi dei territori occupati, questo tutti lo sanno) ma i cittadini arabi di Israele? Le ricordo, inter alia, anche che è negato il ricongiungimento al coniuge ad un cittadino arabo d’Israele se questo coniuge proviene dai territori occupati. Spero che Lei sia informato sulla proposta di legge nella Knesset che prevede di togliere la nazionalità israeliana ad un cittadino arabo d’Israele se costui non dichiara fedeltà al sionismo. Si renderà conto che questo corrisponde a volere l’accettazione dell’ingiustizia storica che il sionismo ha fatto ai palestinesi da parte delle stesse vittime dell’ingiustizia.
- Non ritiene che portare quegli ebrei (per fortuna non sono tutti gli ebrei) che sostengono Israele a liberarsi di una forma statale che discrimina i cittadini non ebrei, che impianta colonie su territori fuori dai suoi confini, che conduce una guerra contro una popolazione occupata e indifesa, che possiede armi nucleari e non aderisce al trattato di non proliferazione nucleare e all’AIEA, che è stata condannata mille volte nell’ambito dell’ONU, non equivalga ad un bene per loro e per i palestinesi?
- e infine l’ultima domanda: se l’Italia (che lo ha già fatto nel passato) dovesse attuare una politica discriminatoria verso i suoi cittadini ebrei come Israele discrimina i suoi cittadini non ebrei e dovesse riprendere, malauguratamente, una politica coloniale, Lei non riprenderebbe la lotta contro il regime o il governo che così si comportasse?
Allora perché non si può combattere un regime, quello sionista, che è discriminatorio, razzista e colonialista?
Nessuno sta proponendo un nuovo olocausto ebraico, gli antisionisti vogliono solo uno Stato non confessionale, non etnico, non razzista in Palestina, per gli ebrei e per i palestinesi.
Non diversamente da quello che sono tutti gli stati autenticamente democratici nel mondo.
"L'asse Roma-Berlino-Tel Aviv":
un libro scottante che rivela
le convergenze che ci furono
per un periodo tra il nascente
movimento sionista,
il fascismo e il nazismo
Signor Presidente,
si dà il caso che sono uno studioso del sionismo. É quindi sulla base dei miei studi di questa ideologia politica che Le scrivo.
Le ricordo alcuni fatti:
Primo tra tutti la collaborazione dei sionisti (di destra e di sinistra) con gli antisemiti, con il fascismo e il nazismo.
Si è trattato di una collaborazione lunga ed estremamente dannosa per gli ebrei non sionisti (che allora erano la stragrande maggioranza). Per quanto ciò possa apparire incredibile, la collaborazione dei sionisti con i fascisti, i nazisti e gli antisemiti, storicamente documentata, si fondava su una logica di scambio criminale a danno degli ebrei. I sionisti hanno appoggiato i regimi fascisti e antisemiti prima e durante la seconda guerra mondiale, chiedendo in cambio di permettere loro di portare gli ebrei in Palestina per realizzare il loro progetto coloniale.
Gli ebrei che non accettavano di emigrare in Palestina sono stati abbandonati al loro destino. Gli antisemiti erano ben contenti di liberarsi degli ebrei in questo modo.
Non è vero che gli antisemiti sono antisionisti come lei sostiene ma è vero proprio il contrario.
Non metterà in dubbio, spero, le parole dello scrittore israeliano Yehoshua che qualche anno fa ha dichiarato: “I gentili hanno sempre incoraggiato il sionismo, sperando che li avrebbe aiutati a liberarsi degli ebrei che vivevano tra di loro. Anche oggi, in una maniera perversa, un vero antisemita deve essere un sionista”.
Lo scrittore israeliano dimentica però di dire che anche i sionisti, in maniera perversa, hanno incoraggiato gli antisemiti affinché allontanassero gli ebrei dai loro paesi e li consegnassero agli attivisti sionisti pronti a portarli nelle colonie in Palestina. Un vero sionista è un amico degli antisemiti.
Questo aspetto vergognoso della storia del sionismo inizia con il suo stesso fondatore, Theodor Herzl. Nell’agosto del 1903, Herzl si recò nella Russia zarista per una serie di incontri con il Conte von Plehve, ministro antisemita dello Zar Nicola II e Witte, ministro delle finanze. Gli incontri avvennero meno di 4 mesi dopo l’orrendo pogrom di Kishinev, di cui era direttamente responsabile von Plehve. Herzl propose un’alleanza, basata sul comune desiderio di far uscire la maggior parte degli ebrei russi dalla Russia e, a più breve termine, allontanare gli ebrei russi dal movimento socialista e comunista. All’inizio del primo incontro (8 agosto) von Plehve dichiarò che egli si considerava “un ardente sostenitore del sionismo”. Quando Herzl cominciò a descrivere lo scopo del sionismo, il Conte lo interruppe affermando: “Predicate a un convertito”.
In un successivo incontro con Witte, il fondatore del sionismo si sentì dichiarare apertamente: “Avevo l’abitudine di dire al povero imperatore Alessandro III: se fosse possibile annegare nel mar Nero sei o sette milioni di ebrei, io ne sarei perfettamente soddisfatto; ma non è possibile; allora dobbiamo lasciarli vivere”. E quando Herzl disse di sperare in qualche incoraggiamento dal governo russo, Witte rispose: “Ma noi diamo agli ebrei degli incoraggiamenti ad emigrare, per esempio dei calci nel sedere”.
Il risultato degli incontri fu la promessa di von Plehve e del governo russo di “un appoggio morale e materiale al sionismo nel giorno in cui alcune delle sue azioni pratiche sarebbero servite a diminuire la popolazione ebraica in Russia”.
“Se noi [sionisti] – diceva Jacob Klatzkin - non ammettiamo che gli altri abbiano il diritto di essere anti-semiti, allora noi neghiamo a noi stessi il diritto di essere nazionalisti. Se il nostro popolo merita e desidera vivere la propria vita nazionale, è naturale che si senta un corpo alieno costretto a stare nelle nazioni tra le quali vive, un corpo alieno che insiste ad avere una propria distinta identità e che perciò è costretto a ridurre la sfera della propria esistenza. É giusto, quindi, che essi [gli antisemiti] lottino contro di noi per la loro integrità nazionale. Invece di costruire organizzazioni per difendere gli ebrei dagli anti-semiti, i quali vogliono ridurre i nostri diritti, noi dobbiamo costruire organizzazioni per difendere gli ebrei dai nostri amici che desiderano difendere i nostri diritti”.
Queste parole, e l’atteggiamento conseguente dei sionisti, hanno certo dato argomenti preziosi ai nazisti che sostenevano appunto che gli ebrei erano una nazione estranea nella loro nazione.
“Per i sionisti, affermava senza vergogna Harry Sacher, un sionista inglese - il nemico è il liberalismo; esso è anche il nemico per il nazismo; ergo, il sionismo dovrebbe avere molta simpatia e comprensione per il nazismo, di cui l'anti-semitismo è probabilmente un aspetto passeggero”.
Non è solo cecità politica, è collaborazione criminale col nemico degli ebrei. E Lei, Presidente, vuole chiudere gli occhi su questo aspetto della storia del sionismo? Le ricordo poi che i nazisti rispondevano molto positivamente alle offerte dei sionisti come dimostra questo brano di una loro circolare:
“I membri delle organizzazioni sioniste non devono essere, date le loro attività dirette verso l'emigrazione in Palestina, trattati con lo stesso rigore che invece è necessario nei confronti dei membri delle organizzazioni ebraico-tedesche (cioè gli assimilazionisti)”. E Reinhardt Heyndrich, capo dei Servizi Segreti delle SS dichiarava: “Il momento non può più essere lontano ormai in cui la Palestina sarà in grado di nuovo di accogliere i suoi figli che aveva perduto da oltre mille anni. I nostri buoni auguri e la nostra benevolenza ufficiale li accompagnino”.
La colonizzazione della Palestina era ben vista dai nazisti. Tra colonialisti ci si intende. Questo per ricordarLe che i nazisti, con l’aiuto consapevole dei sionisti, hanno colpito solo quegli ebrei che intendevano vivere nei paesi in cui erano nati e non volevano rendersi responsabili dell’occupazione della Palestina e della conseguente e inevitabile cacciata dei palestinesi. Queste vittime ebraiche non erano sioniste, erano semmai assimilazionisti o antisionisti.

Dopo l’Olocausto, l’Occidente non ha fatto altro che premiare i sionisti consegnando loro la terra dei palestinesi e facendo pagare a chi non aveva nessuna colpa, il caro prezzo dello sterminio degli ebrei avvenuto per diretta responsabilità di alcuni paesi europei e per l’ignavia di altri nonché per il folle piano sionista.

Il compianto prof. Mauro Manno
La collaborazione tra sionisti e nazisti è stata possibile anche, al di là dell’aspetto pratico della comune volontà di portare gli ebrei in Palestina, perché l’ideologia sionista e quella nazista avevano un punto in comune, come riconosce l’ebreo sionista Prinz: “Uno Stato costruito sul principio della purezza della nazione e della razza (cioè la Germania nazista) può solo avere rispetto per quegli ebrei che vedono se stessi allo stesso modo”.

Lo stesso personaggio si rendeva conto della situazione paradossale che si veniva a creare, e ammetteva: “Per i sionisti era molto disagevole operare. Era moralmente imbarazzante sembrare essere considerati i figli prediletti del governo nazista, in particolare proprio nel momento in cui esso scioglieva i gruppi giovanili (ebraici) antisionisti, e sembrava preferire per altre vie i sionisti. I nazisti chiedevano un «comportamento più coerentemente sionista»”.
E tuttavia la collaborazione andò avanti. Fu una collaborazione multiforme che ricostruisco nel mio saggio “La natura del sionismo”.

Le voglio ricordare, per finire, l’invito di Dov Joseph, caporione dell’Agenzia Ebraica, che sul finire del 1944, quando gli ebrei morivano a centinaia di migliaia nei lager, parlando a giornalisti sionisti in Palestina preoccupati delle notizie dei massacri, li mise in guardia contro: “la pubblicazione di dati che esagerano il numero delle vittime ebraiche, perché se noi annunciamo che milioni di ebrei sono stati massacrati dai nazisti, poi ci chiederanno, a ragione, dove sono i milioni di ebrei per i quali noi rivendichiamo una patria quando la guerra sarà finita”. (Circolare della Gestapo bavarese indirizzata al corpo di polizia bavarese, 23 gennaio, 1935, pubblicata in Kurt Grossman, Zionists and Non-Zionists under Nazi Rule in the 1930's, Herzl Yearbook, vol VI, p. 340).

Questo può bastare, ma ho l’ardire signor Presidente di consigliarLe di approfondire l’argomento.
La storia del sionismo è una storia criminale, non è sorprendente quindi che i sionisti e lo Stato sionista continuino a trattare così barbaramente i palestinesi.
Ma la mia preoccupazione va al di là della tristissima situazione del popolo palestinese che tutti sembrano dimenticare.
Sinceramente, signor Presidente, vogliamo fare la fine degli Stati Uniti in Iraq? Oggi personaggi importanti negli USA, come l’ex presidente Jimmy Carter, o gli studiosi universitari Mersheimer e Walt si sforzano di aprire gli occhi ai loro compatrioti sulle conseguenze della cieca politica estera elaborata a Tel Aviv e nei circoli dei neoconservatori sionisti di Washington che gli Stati Uniti stanno conducendo in Medio Oriente. Crede che la guerra in Iraq sia stata fatta per le armi di distruzione di massa di Saddam? Per la minaccia che l’Iraq rappresentava per l’Occidente? Per l’esportazione della democrazia? Per gli interessi petroliferi americani? Molti sostengono quest’ultima ipotesi (le altre sono miseramente crollate). Ma il petrolio non si compra sul mercato?
E poi quanto verrebbe a costare se dobbiamo fare una guerra ad ogni paese produttore? Signor Presidente, la guerra è stata fatta per eliminare un possibile rivale di Israele e per consolidare il dominio sionista in Medio Oriente. Adesso Tel Aviv invita l’Occidente a distruggere l’Iran, e ricatta tutti facendo capire che se non lo facciamo noi, sarà proprio Israele a farlo. Come? Invadendo l’Iran? No Presidente, sappiamo tutti che Israele ricorrerebbe alle sue armi nucleari.
Gli americani si stanno accorgendo, a proprie spese, di cosa voglia dire essersi fatti invischiare in una guerra assurda in Iraq per gli interessi di Israele. E noi non ce ne vogliamo rendere conto.
Vogliamo veramente farci coinvolgere nella guerra nucleare contro l’Iran? Nella guerra mondiale contro l’Islam?
Prenda esempio dall’ex-presidente Carter e denunci l’Apartheid di Israele. Se non lo vuole fare Lei, lasci che qualcun altro, per il bene dell’umanità, degli ebrei e dei palestinesi, continui a denunciare il sionismo e si batta per uno Stato unico, democratico, pacifico in Palestina per tutti i suoi abitanti, nessuno escluso.

Signor Presidente,
Lei non si ricorderà di me, eppure noi ci siamo conosciuti e ci siamo parlati. Fu in una triste occasione. Qualche anno fa, all’aeroporto di Fiumicino, Lei in rappresentanza del suo partito venne a portare solidarietà a mia sorella, Marisa, che, dopo aver partecipato ad una manifestazione pacifista a Gerusalemme, solo perché guardava da dietro la vetrata dell’albergo i poliziotti israeliani che massacravano un ragazzino palestinese per strada, perse un occhio quando da un idrante con la stella di Davide spararono uno spruzzo talmente violento da infrangere il vetro e conficcarle una scheggia nell’occhio. Allora veniva a porgere un saluto a mia sorella che aveva pagato per difendere i diritti e la dignità dei palestinesi. Oggi con la sua dichiarazione inaccettabile accusa gli antisionisti, e molti sono ebrei, che si battono per uno Stato democratico in Palestina mettendoli nello stesso immondezzaio degli antisemiti.

Credo, signor Presidente, che i sionisti sono riusciti a fare con Lei, ancora peggio che con mia sorella.
A lei sono riusciti ad accecare non uno, ma tutti e due gli occhi!
Distinti saluti
Mauro Manno
(marzo 2007)
 http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2012/11/la-fondamentale-differenza-tra-ebraismo.html