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giovedì 5 gennaio 2017

Gentiloni: da pacifista militante a finanziatore di dittatori e guerre, di Antonio Mazzeo

Paolo Gentiloni l’ha spuntata: il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale sostituisce l’amico fraterno Renzi alla Presidenza del consiglio. Da quando circolava con sempre più insistenza il suo nome, un ricordo sfocato mi è tornato alla mente. Correva l’autunno 1983 e a Roma si era conclusa da poco una delle più grandi manifestazioni per la pace della storia italiana. Un milione di persone per dire No ai missili nucleari Nato-Usa in Sicilia. Poi i sit-in di fronte al Parlamento duramente repressi dalle forze dell’ordine. Con alcuni dei componenti del Comitato XXIV ottobre ci si vede a cena in un signorile appartamento del centro. Tra gli ospiti, schivo e austero, c’era il giornalista Gentiloni, una breve e invidiata esperienza nel movimento studentesco di Mario Capanna, in procinto di assumere la direzione de La nuova ecologia, il periodico di Legambiente ideato con Chicco Testa ed Ermete Realacci che, non vorrei sbagliare, quella sera erano con noi pacifisti e antinucleari. Le evoluzioni o involuzioni del trio legambientalista sono note: Testa volò alla presidenza del Cda di Enel che contribuì a privatizzare; Realacci è oggi presidente della Commissione ambiente della Camera dei deputati, anch’egli in quota Giglio-Renzi, mentre il nobile di origini Gentiloni è incoronato Capo di governo.
Che differenze enormi tra il Gentiloni No war e No Nuke e il Gentiloni Pd. Ad agosto a Washington con l’amica-sorella-compagna Roberta Pinotti, molto probabilmente riconfermata ministra della difesa, offre agli Usa il consenso all’utilizzo della base di Sigonella per gli attacchi in Libia con i droni armati. Ai giornalisti Gentiloni spiega che “l’utilizzo delle basi italiane non richiede una specifica comunicazione al parlamento”. Così oltre a Sigonella, dall’hub aeroportuale di Pisa possono decollare gli aerei C-130 dell’US Air Force per trasportare armi e materiali militari in Libia e ai paesi nordafricani e mediorientali partner della campagna contro il “terrorismo internazionale”.
Alleati con cui Gentiloni (con Renzi e Pinotti) rafforzerà legami e affari, anche in nome e per conto del complesso militare industriale nazionale. La Libia innanzitutto, il cui fragile governo continua ad essere riconosciuto aldilà del Mediterraneo ma non in loco. O il Sultanato dell’Oman ad esempio, considerato dal ministro Gentiloni uno degli interlocutori privilegiati sul piano politico ed economico con cui discorrere sulle guerre in Iraq, Libia, Yemen e Ucraina. Ma soprattutto l’Arabia saudita, impegnata in un’escalation di morte in Yemen, grazie alle bombe e ai cacciabombardieri acquistati in Italia in palese violazione delle leggi e del diritto internazionale e l’assenso dell’uomo guida del ministero degli affari esteri.
Gentiloni ministro non ha perso occasione di far visita e farsi fotografare accanto ai generali in missione di guerra all’estero: a Mosul dove fanno la guardia alle imprese impegnate nella realizzazione di dighe dal controverso impatto socio-ambientale; a Kabul ed Herat dove operano con il Comando delle operazioni Nato in Aghanistan; in Libiano con le forze Unifil. A Roma Gentiloni ha ricevuto invece il Primo Ministro della Repubblica Federale di Somalia, Omar Abdirashid Ali Shamarke, accompagnato dai principali ministri del suo governo e dai manager di Confindustria Assafrica e Mediterraneo. Una visita, quella dei leader somali, conclusasi con un lauto assegno italiano: 21 milioni di euro in “aiuti alla cooperazione”, 7 in più di quanto era stato ricevuto l’anno prima.
Il 26 e 27 maggio a Taormina si terrà il vertice G7. A scegliere la località turistica siciliana era stato Matteo Renzi, ma una maledizione sembra dover mietere vittime una dopo l’altro tra i Potenti della terra. Sarà allora Gentiloni a dover fare da padrone di casa. “A Taormina si discuterà, tra le altre cose, delle situazioni di crisi a livello internazionale, soprattutto nel Mediterraneo e nel Medio Oriente e del problema della migrazione e dei profughi”, ha fatto sapere qualche mese fa Gentiloni. Quello di legare insieme guerre, migrazioni e aiuti è un chiodo fisso dell’(ex) ministro degli affari esteri. A maggio, recandosi a Tunisi, Gentiloni ha rafforzato la partnership con il governo nordafricano grazie agli aiuti militari e ad alcuni progetti strategici come ad esempio il “cavo di interconnessione elettrica Elmed”. In agosto è stata la volta della Nigeria per implementare con le autorità locali il famigerato “migration compact”, il piano elaborato in ambito Ue per impedire – anche manu militari – che i migranti provenienti dall’Africa occidentale raggiungano le coste del Mediterraneo per tentare la traversata verso il sud Italia. Solo qualche mese prima, Renzi e il capo della polizia Alessandro Pansa avevano firmato in Nigeria un accordo di cooperazione tra i due paesi per la “lotta al traffico di esseri umani” con tanto di “collaborazione reciproca anche per i rimpatri dei nigeriani che non hanno diritto a restare in Italia”.
Per portare a compimento la strategia del “migration compact”, del controllo delle frontiere europee del respingimento-deportazione dei migranti, Gentiloni si è recato a novembre in Niger, Mali e Senegal, in compagnia del Commissario Ue per le migrazioni Dimitris Avramopoulos. In particolare in Niger si è fatto un passo avanti per istituire veri e propri lager-hub dove concentrare i migranti in transito nel Sahara, in attesa che l’Ue valuti le loro domande d’asilo. Anche grazie a Gentiloni ministro, i confini della fortezza Europa hanno varcato il mare per insediarsi nel deserto africano.

Articolo pubblicato in Africa ExPress l’11 dicembre 2016, http://www.africa-express.info/2016/12/11/gentiloni-da-pacifista-militante-finanziatore-di-dittatori-e-guerre/ 

http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2016/12/gentiloni-da-pacifista-militante.html

giovedì 25 agosto 2016

La guerra ambientale è in atto - Intervento di Antonio Mazzeo

Intervento di Antonio Mazzeo alla conferenza di Firenze del 27 Ottobre 2012 - La guerra ambientale è in atto, dalle mistificazioni scientifiche del global warming alle manipolazioni globali della geoingegneria -

mercoledì 10 febbraio 2016

Contro il capitalismo e le sue guerre ai migranti, di Antonio Mazzeo

Un giornalista impegnato per la pace e i diritti umani.Antonio Mazzeo si occupa soprattutto di pacifismo, militarizzazione, diritti umani e mafia. Lo spazio che indaga particolarmente è il Mediterraneo. È anche l’autore dell’opera “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina”. Nel 2010 ha ottenuto il “Premio G. Bassani – Italia Nostra 2010″ per il giornalismo. Ringraziamo moltissimo Antonio per il tempo che ha dedicato alla nostra redazione. Abbiamo urgente bisogno di ritrovare nei profughi esseri umani irripetibili. Abbiamo urgente bisogno di ritornare all’umanesimo, abbandonando la cultura della guerra, del crimine e dello sfruttamento.

Che rapporto vedi tra il capitalismo e la migrazione?

I fenomeni miratori fanno parte della storia dell’umanità e questa stessa storia è frutto dei processi migratori. Tuttavia per le dimensioni, le complessità, le modalità e l’immane drammaticità con cui oggi le migrazioni si manifestano a livello globale, è possibile dire che esse siano in gran parte frutto-effetto del capitalismo selvaggio imperante a livello mondiale. Le scelte di politica economica di stampo neoliberista, il modello in atto di sfruttamento di donne e uomini, dell’ambiente e delle risorse naturali, le discriminazioni di genere, i crimini che ne conseguono a livello ambientale e climatico, le guerre ormai globali, totali, sempre più automatizzate, disumanizzate e disumanizzanti, costringono ogni giorno milioni di donne, uomini, bambini a tentare di spostarsi da una parte all’altra del pianeta in nome del diritto alla sopravvivenza, alla speranza e alla resistenza. Ovviamente le guerre ai migranti e alle migrazioni scatenate dall’Occidente, dall’Unione europea e dalle alleanza locali e globali militari (come ad esempio la NATO), la negazione dei diritti di cittadinanza agli “stranieri”, lo sfruttamento intensivo del lavoro dei migranti volutamente tenuti in condizione di “irregolarità”, tutti insieme, sono funzionali ai processi di accumulazione capitalistica e di sfruttamento del lavoro e consentono al capitale finanziario transnazionale (e al complesso militare industriale) sempre maggiori profitti.

Quali sono le cause occidentali delle guerre in Africa e Medio Oriente?

I crimini del colonialismo ottocentesco e novecentesco, il fallimento sul piano democratico e ridistributivo dei processi di decolonizzazione, l’imperante neocolonialismo, l’imposizione di politiche di matrice neoliberista e di inaudito sfruttamento delle risorse naturali, l’espropriazione e privatizzazione dei beni comuni da parte delle transnazionali, ecc. sono le principali cause dei conflitti globali e permanenti che imperversano in buona parte del continente africano e in Medio oriente. Queste, inoltre, sono due aree del pianeta che l’Occidente continua a considerare un ottimo mercato per l’export degli strumenti di distruzione di massa e contestualmente, veri e propri bottini di guerra.

Che rapporto vedi tra militarismo e migrazione forzata?

I conflitti militari in corso, l’esistenza di governi militar fascisti, le pesantissime condizioni di vita di buona parte delle popolazioni, l’assenza di agibilità politiche e democratiche determinano o condizionano sparizioni, assassinii, deportazioni ed espulsioni più o meno forzate di potenziali oppositori e delle fasce sociali ed economiche più deboli. Si spiega così come mai, oggi, in Europa i “migranti” (ma in realtà rifugiati a cui sono negati l’asilo e i diritti di protezione e accoglienza previsti dalle convenzioni internazionali) provengano in buna parte dalla Siria, dall’Iraq, dal Kurdistan, dall’Afghanistan, dal Corno d’Africa, dalla Libia, dall’Egitto e da molti paesi dell’Africa Subsahariana.

Per quale motivo noi occidentali non riusciamo a smettere di parlare di immigrati e profughi, parlando finalmente di esseri umani? Cosa ci vuole per questo movimento verso l’umanesimo nella politica occidentale?

Classi politico-economiche dirigenti, media, la stramaggioranza delle forze politiche e sociali conducono quotidianamente una campagna di spersonalizzazione, disumanizzazione, deprivazione di soggettività e identità delle donne, degli uomini, delle bambine e dei bambini che esercitano il diritto-dovere alla fuga. Un intervento “scientifico” che ha finalità di esclusione, marginalizzazione, criminalizzazione e che deve essere contrastato subito dall’associazionismo e dalle forze politiche realmente democratiche, prima che il cancro della xenofobia, del razzismo e del neofascismo sviluppi irrimediabilmente le sue metastasi.

Come diminuire la paura occidentale dello straniero e del profugo, scrivendo per un giornalismo alternativo?

Abbiamo il dovere di decostruire i luoghi comuni, le falsità e le volgarità che sono stati artificialmente creati dal sistema dominante per demonizzare le donne e gli uomini che chiedono libertà, pane e giustizia nell’Europa fortezza sempre più terra d’ingiustizia, disuguaglianza e discriminazione. Dobbiamo denunciare con forza le responsabilità e i crimini dell’Occidente nel sud del mondo, le gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale in atto, le vere cause e le ragioni delle guerre scatenate direttamente o per procura. Dobbiamo riscoprire e ritrovare umanità, solidarietà, affermare sempre e comunque il diritto di tutte e tutti di potersi muovere liberamente nel pianeta e di scegliere dove e come provare a ricostruire la vita propria e quella dei propri cari.

Quali sono gli obiettivi principali del tuo lavoro e quali le tematiche più importanti?

Personalmente ho sempre interpretato il mio fare giornalismo rifiutando la “neutralità” e la cosiddetta “imparzialità”. Sono e voglio continuare ad essere “di parte” e sentirmi con la scrittura e le inchieste a fianco dei movimenti sociali che si oppongono alla guerra, all’esclusione sociale e al razzismo. Un giornalismo militante e dal basso, forse meglio un medioattivismo per difendere strenuamente i sempre minori diritti di noi donne e uomini che resistiamo in questo pianeta a rischio reale di implosione e olocausto.

Che cosa possono fare i giornalisti impegnati oggi per aiutare gli immigrati e i profughi di guerra?

Credo che abbiamo tutti il dovere di denunciare le guerre e le cause delle guerre, le complicità e le responsabilità di governi fantoccio e transnazionali; di descrivere i lager ignobili dove profughi, richiedenti asilo e migranti, spesso minori di età, vengono reclusi e psicologicamente annientati; di fare inchiesta sugli illeciti affari realizzati dalle mafie con lo sfruttamento del lavoro migrante o con il business della falsa “accoglienza”. Dobbiamo rivendicare diritti e uguaglianza per tutte e tutti ma soprattutto non dobbiamo dimenticare mai che dietro ogni nome di “profugo” o “migrante” c’è una storia personale e un’identità e ci sono sogni, speranze, ricordi, gioie e sofferenze, affetti vecchi e nuovi, valori. Che dietro ogni sorella e fratello migrante c’è cioè un essere umano unico e irripetibile.
Intervista a cura di Milena Rampoldi, pubblicata il 26 ottobre 2015 in ProMosaik (Germania),http://promosaik.blogspot.com.tr/2015/10/antonio-mazzeo-un-giornalista-impegnato.html

http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2015/11/contro-il-capitalismo-e-le-sue-guerre.html