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sabato 24 dicembre 2011

Il neoliberismo ''dal basso'', di James Petras

Il neoliberismo "dal basso"Le ambiguità dell'azione delle ONG


di James Petras


Già al principio degli anni '80, i settori più lucidi delle classi dominanti neoliberali si resero conto che le loro politiche stavano polarizzando le società e provocando malcontento su vasta scala. I governanti cominciarono a finanziare e promuovere una strategia parallela "dal basso": la promozione di organizzazioni "di base" con ideologia "antistatalista" per intervenire tra le classi potenzialmente conflittuali al fine di creare un diversivo sociale. Queste organizzazioni, dipendenti finanziariamente dai fondi neoliberali, erano direttamente concepite per competersi con i movimenti sociali la lealtà dei leader locali e di comunità attiviste.
Negli anni '90, queste organizzazioni descritte come "non governative" erano diventate migliaia e ricevevano circa 4 miliardi di dollari a livello mondiale.
La confusione rispetto al carattere politico delle ONG proviene dalla sua storia precedente agli anni '70 ovvero durante le dittature. In questo periodo le ONG funzionavano fornendo appoggio umanitario alle vittime delle dittature militari e denunciavano le molteplici violazioni dei diritti umani. Organizzavano anche "ollas populares" (le pentole comuni, NdT) che permettevano alle famiglie danneggiate di sopravvivere alla prima ondata delle terapie shock applicate dalle dittature. Questo periodo creò un'immagine favorevole, anche nella sinistra, intorno alle ONG ed esse venivano considerate parte del "campo progressista".
Senza dubbio e sin da allora i limiti delle ONG erano evidenti. Mentre attaccavano le violazioni dei diritti umeni perpetrate dalle dittature locali, rare volte denunciavano i "padrini" statunitensi ed europei che le finanziavano e assistevano. Ancora meno c'è stato uno sforzo serio per vincolare la politica economica e le violazioni dei diritti umani con la nuova fase del sistema. Ovviamente le fonti esterne di finanziamento limitarono la sfera per le critiche e l'azione in difesa dei popoli.
Mano a mano che cresceva l'opposizione al modello economico selvaggio degli anni '80, i governi statunitensi ed europei e la Banca Mondiale incrementarono i finanziamenti alle ONG. Esiste una relazione diretta tra la crescita dei movimenti sociali che sfidavano il modello neoliberista e gli sforzi per sovvertirli mediante la creazione di forme alternative di azione sociale mediante le ONG.
L'antistatalismo come elemento comune con il neoliberismo
Il punto basilare di questa convergenza tra le ONG e la Banca Mondiale era la loro identità di vedute nella opposizione allo "statalismo". Alla superficie le ONG criticavano lo Stato da una posizione di sinistra che difendeva la società civile mentre la destra faceva lo stesso in nome del mercato. In realtà i regimi neoliberali, la Banca Mondiale e le fondazioni occidentali (vedi la "Fondazione per la Società Aperta" di Soros, NdR) cooptavano e usavano le ONG per sottrarre allo Stato nazionale le funzioni di protezione e servizi sociali tese a compensare le vittime degli effetti delle corporazioni multinazionali.
In altre parole, mentre dall'alto i regimi neoliberali devastavano le popolazioni inondando i rispettivi paesi con importazioni a basso prezzo estraendo il pagamento del debito estero, abolendo la legislazione lavorativa che proteggeva il lavoro e creando una massa crescente di operai a basso salario o disoccupati, le ONG furono finanziate per provvedere a progetti di "auto-aiuto", di "educazione popolare" e di "qualificazione lavorativa" tese ad assorbire temporaneamente gruppi di bisognosi e a cooptare i leader locali per sottrarli alla lotta contro il sistema.
Disgraziatamente, molti nella sinistra affrontarono il neoliberismo solo "dall'alto" e nel suo volto estreno (FMI, BM) e non il neoliberismo "dal basso" (ONG, microimprese). Una ragione forte di questa svista fu la conversione di molti ex marxisti alla formula e alla pratica delle ONG. L'antistatalismo è stato il libretto ideologico di transito da una politica di classe a una politica di "sviluppo comunitario", dal marxismo alle ONG.
Di solito gli ideologi delle ONG contrappongono il potere "statale" al potere "locale". Il potere statale, argomentano alcuni, è distante dai cittadini, è autonomo e arbitrario e tende a sviluppare interessi diversi e opposti a quelli della cittadinanza, mentre il potere locale è necessariamente più vicino e risponde di più alla gente. La semplice verità è che un potere statale esercitato da una classe sfruttatrice non può che soffocare le iniziative locali progressiste, mentre questo potere nelle mani progressiste non può che rafforzare tali iniziative.
La contrapposizione tra potere statale e locale è stata utilizzata per giustificare il ruolo delle ONG come intermediario tra le organizzazioni locali, i "donatori" liberisti stranieri (BM, Europa o Stati Uniti) e i governi a libero mercato. L'effetto è però quello di rafforzare i regimi neoliberali tramite la rottura del vincolo tra organizzazioni e lotte sociali da un lato e i movimenti politici internazionali/nazionali dall'altro.
L'enfasi nell'"attività locale" è utile ai regimi neoliberali, permette ai suoi padrini interni ed esterni di dominare la politica macro socioeconomica e di canalizzare la maggioranza delle risorse dello Stato in sussidi ai capitalisti esportatori e alle istituzioni finanziarie. Così, mentre i neoliberisti stavano trasferendo proprietà statali redditizie ai ricchi privati, le ONG non erano parte della resistenza sindacale. Al contrario, erano attive nei progetti privati locali, promuovendo il discorso dell'impresa privata (auto-aiuto) nelle comunità locali sostenendo le microimprese. Mentre con le privatizzazioni i ricchi accumulavano vasti imperi finanziari, i professionisti delle classi medie delle ONG ricevevano piccole somme per finanziare officine, trasporti e attività economiche di piccola scala.
La funzione "depoliticizzante" delle ONG
Il punto politico importante è che le ONG depoliticizzano settori della popolazione, liquidano il compromesso con gli impiegati pubblici e cooptano i leader locali in piccoli progetti. Le ONG appoggiano raramente - solo in qualche caso - gli scioperi e le proteste contro i bassi salari e i tagli ai bilanci pubblici. In pratica, l'essere "non governativi" si traduce in una attività contro le spese pubbliche, liberando così le risorse con cui i regimi neoliberali sussidiano i capitalisti esportatori mentre solo una piccola quantità di esse transita dal governo alle ONG.
Le ONG non possono avanzare programmi universali e completi di largo respiro come invece può fare lo Stato sociale. Al suo posto realizzano servizi molto limitati ad un ristretto gruppo di comunità. Inoltre, ed è la cosa più importante, non devono rendere conto dei loro operati alla gente del luogo ma ai "donatori" stranieri. In questo senso le ONG indeboliscono la democrazia togliendo dalle mani della gente del posto e dei funzionari eletti i programmi sociali e creando dipendenza dai funzionari stranieri non eletti e dai funzionari locali controllati da questi.
Fondamentalmente la ideologia delle ONG basata sulla "attività privata volontaria" indebolisce il senso del "pubblico" ovvero l'idea che il governo abbia i suoi obblighi verso i suoi cittadini e provveda alla loro vita, l'idea che lo Stato è essenziale per il benessere dei suoi cittadini.
Contro questa nozione di responsabilità pubblica, le ONG fomentano l'idea neoliberale di responsabilità privata per i problemi sociali e l'importanza delle risorse private per risolvere questi problemi. In effetti impongono un doppio carico alla popolazione povera che continua a pagare imposte per finanziare lo Stato neoliberale affinché serva i ricchi e cosicché gli rimane solamente l'autosfruttamento privato per risolvere i propri bisogni.
Le ONG enfatizzano i progetti ma non i movimenti, "mobilitano" la gente per produrre nei margini ma non per lottare per il controllo dei mezzi basilari della produzione e della ricchezza; si concentrano nell'aiuto tecnico finanziario dei progetti ma non sulle condizioni strutturali che regolano la vita quotidiana della gente.
Le ONG e le loro equipe professionali postmarxiste entrano in competizione direttamente con movimenti sociopolitici per guadagnare influenza tra le donne, tra le popolazioni povere e quelle razzialmente escluse. La pratica e l'ideologia delle ONG devia l'attenzione dalle origini e dalle soluzioni alla povertà (mirando dal basso e dall'interno anziché verso l'alto e verso l'esterno).
L'aiuto delle ONG danneggia piccoli settori della popolazione nel generare competizione tra le comunità a causa delle scarse risorse, il che produce distinzioni insidiose e rivalità entro e tra le comunità, demolendo così la solidarietà di classe. Lo stesso accade tra i professionisti: ognuno crea la sua ONG per sollecitare fondi dall'estero. Entrano in competizione per presentare le proposte più convenienti per i donatori esteri e nello stesso tempo affermano di parlare a nome dei propri seguaci. L'effetto finale è una proliferazione di ONG che frammenta le comunità povere in aggregazioni settoriali e sottosettoriali, incapaci di vedere il quadro sociale più ampio che li affligge e ancora meno capaci di unirsi nella lotta contro il sistema.
La struttura e la natura delle ONG con la loro impostazione "apolitica" e la loro concentrazione sull'auto-aiuto, depoliticizzano e smobilitano la popolazione povera. Le ONG rafforzano i processi promossi dai partiti neoliberali e dai mass media. Si evita l'educazione politica sulla natura dell'imperialismo, sui fondamenti di classe del neoliberismo, sulla lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori. Al suo posto si discute intorno agli "esclusi", i "senza potere", la "estrema povertà", la "discriminazione razziale" o "di genere", senza andare al di là dei sintomi superficiali del sistema sociale che produce queste condizioni.
Nell'incorporare la popolazione povera all'economia neoliberale attraverso la "azione volontaria privata", le ONG creano un mondo politico dove l'apparenza della solidarietà e dell'azione sociale copre un conformismo conservatore con la struttura di potere nazionale e internazionale.
Le ONG aiutano la penetrazione del modello neoliberale
La crescita delle ONG coincide con l'incremento dei finanziamenti nel quadro del neoliberismo e l'approfondimento della povertà a tutti i livelli. Al di là delle affermazioni sui molti risultati locali, il potere generale del neoliberismo non incontra sfidanti e le ONG cercano in modo crescente delle nicchie negli interstizi del potere.
L'intento di formulare delle alternative è stato ostacolato anche in un altro modo. Molti dei e delle leader delle guerriglie, dei movimenti sociali, sindacali e delle organizzazioni popolari sono stati cooptati nelle ONG. Alcuni senza dubbio sono stati attratti dalla speranza che questo possa dar loro accesso alle anticamere del potere. In qualche modo questa offerta è tentatrice: una paga più alta (in valuta straniera), prestigio e riconoscimenti da parte dei donatori esteri, conferenze e reti di contatti all'estero, personale a disposizione in ufficio e una relativa sicurezza rispetto alla repressione. Al contrario, i movimenti sociopolitici offrono pochi benefici materiali ma maggiore rispetto e indipendenza e, soprattutto, libertà per sfidare il sistema economico e politico.
Le ONG e le loro banche patrocinanti (Banco Interamericano di Sviluppo, Banca Mondiale) pubblicano bollettini che danno risalto ai risultati delle microimprese e degli altri progetti di auto-aiuto ma omettono gli alti indici di fallimenti a causa del crollo dei consumi, delle importazioni a basso prezzo che inondano il mercato e dei tassi di interesse che schizzano verso l'alto come nel caso del Messico.
Una nuova forma di dipendenza e colonialismo
Le ONG fomentano un nuovo tipo di dipendenza e di colonialismo economico e culturale. I progetti sono disegnati, o almeno approvati, sulla base dei lineamenti e delle priorità dei centri imperiali e delle loro istituzioni. Le valutazioni vengono fatte da queste e per queste. I nuovi viceré supervisionano e assicurano la conformità degli obbiettivi, dei valori e dell'ideologia dei donatori così come l'uso appropriato dei fondi. Lì dove ci sono "risultati", questi sono fortemente dipendenti dal continuo appoggio esterno senza il quale fallirebbero.
In ogni modo le strutture gerarchiche e le forme di trasmissione degli "aiuti" e delle "capacità" somigliano moltissimo alla carità del XIX secolo e i promotori non sono molto diversi dai missionari cristiani.
Il valore propagandistico dei risultati microimprenditoriali individuali è senza dubbio importante per fomentare l'illusione secondo cui il neoliberismo è un fenomeno popolare. La frequenza delle proteste sociali massicce avutesi anche nelle regioni che promuovevano la microimprenditorialità suggerisce che l'ideologia non è egemonica e che le ONG non hanno ancora soppiantato i movimenti di classe indipendenti.
Forze alternative al neoliberismo
Tuttavia, mentre il grosso delle ONG è un crescentestrumento del neoliberismo, c'è una piccola minoranza che intende sviluppare una strategia alternativa che appoggia l'antimperialismo e una politica di classe. Questa minoranza non riceve fondi dalla Banca Mondiale o dalle agenzie governative statunitense o europee e sostiene gli sforzi per vincolare il potere locale alle lotte per il potere statale. Le ONG di questa minoranza connettono progetti locali con movimenti sociaopolitici nazionali: con le occupazioni dei latifondi, con la difesa della proprietà pubblica e della proprietà nazionale contro le imprese multinazionali [...].
In conclusione, i manager delle ONG trasmettono la nuova retorica sulla "identità" e il "globalismo" all'interno dei movimenti popolarti. Dopo un decennio di attività nelle ONG, questi professionisti hanno depoliticizzato zone intere della vita sociale: le donne, i giovani, i quartieri. In Perù e in Cile, dove le ONG si sono fortemente radicate, i movimenti sociali sono declinati.
Per giustificare questa impostazione, le ideologie delle ONG invocano il "pragmatismo", il "realismo" citando - quando devono confrontarsi con la sinistra rivoluzionaria - il trionfo del capitalismo nei paesi dell'Europa dell'Est, la "crisi del marxismo", la perdita di alternative, lo strapotere degli Stati Uniti, i golpe e le repressioni dei militari. Questo "possibilismo" viene utilizzato per convincere la sinistra affinché lavori nelle nicchie del libero mercato imposto dalla Banca Mondiale e per confinare la politica ai parametri elettorali imposti dai militari [...].
Per questo il marxismo offre un'alternativa reale alle ONG. E in America Latina esistono certamente intellettuali marxisti che scrivono e parlano a favore dei movimenti sociali di lotta e sono impegnati a condividerne le conseguenze politiche. La forza degli intellettuali marxisti risiede nel fatto che le loro idee sono in armonia con la realtà sociale in trasformazione. La crescente polarizzazione di classe e gli scontri violenti vanno crescendo sempre più. Cossicché mentre i marxisti sono numericamente deboli sul piano istituzionale, sono strategicamente forti perché comincia a crescere una nuova generazione di militanti rivoluzionari come gli zapatisti in Messico o i Sem Terra in Brasile.

domenica 18 dicembre 2011

L'importanza del terzomondismo nella lotta contro l'imperialismo globale, di Stefano Zecchinelli

« Pueblo, conciencia y fusil.  »

« Popolo, coscienza e fucile.  »
(Inno del Mir )

In questo articolo vorrei replicare ad un interessante studio di Giacomo Scalfari, dirigente di Battaglia Comunista, pubblicato qualche tempo fa nelle riviste della sua organizzazione politica. L’articolo si intitola ‘’Contro l’imperialismo o contro l’America’’, e ripropone le tesi della Sinistra Comunista storica a riguardo delle nazionalità. Il dibattito è interessante, sia per ciò che riguarda la teoria marxista, che non è un feticcio ideologico da conservare attraverso ciò che viene chiamato schematismo dottrinario, ma soprattutto deve essere ripreso perché, a mio avviso, il dogmatismo (secondo me mosso da un vero e proprio istinto di autoconservazione) di queste organizzazione offre preziosi spunti alle classi dominanti contro chi ancora ha il fegato di contrapporre coerenti posizioni antimperialiste. Passo quindi ad esaminare l’articolo di Scalfari.

1. Prima di tutto è necessario inquadrare storicamente la questione e il bravo Scalfari – che espone le sue tesi con intelligenza e coerenza – lo fa contrapponendo le posizioni Rosa Luxemburg, sull’auto-determinazione dei popoli, a quelle di Lenin. Leggiamo cosa dice:

‘’ La rivoluzione d’Ottobre dovette subito fare i conti con la questione nazionale, poichè nel 1917 esistevano ancora molte colonie ed esistevano ancora, oltre i confini delle repubbliche sovietiche, numerosi regimi semi-feudali. Lenin sostenne che a certe condizioni — prima fra tutte la presenza del Partito comunista — le lotte anti-coloniali potevano inserirsi nella strategia complessiva del movimento operaio internazionale, che allora poteva contare sulla forza trascinante e propulsiva dello stato sovietico. E per favorire la resistenza dello stato sovietico stesso, accerchiato dal cordone sanitario anticomunista, i bolscevichi ritenevano auspicabile l’alleanza temporanea con quelle borghesie nazionali che si opponevano all’imperialismo occidentale. Sbagliavano. Sbagliavano non solo per una questione di principio — dato che ormai le maglie economiche del capitalismo, come lo stesso Lenin sosteneva, dominavano ormai a livello mondiale e integravano nel sistema di dominio imperialista le residuali aree precapitalistiche — ma anche perchè nei fatti, quando quest’alleanza fu tentata, come in Turchia e in Persia, i comunisti non ne ebbero vantaggio alcuno e l’imperialismo occidentale non fu affatto indebolito’’.

Prima di tutto vediamo cosa ha detto Lenin (in polemica con Rosa) e poi chiariamo perché Ilic non sbagliava.
Rosa Luxemburg ha commesso il grave errore di sostituire la questione dell’autodeterminazione politica con l’autodeterminazione economica.
Sulla questione polacca, Rosa riprese  un suo studio del 1893 dove spiegava il ‘’rapido sviluppo della Polonia’’ con lo smercio dei prodotti in Russia.
Lenin in modo deciso ribatte che così facendo si spiega solo la scomparsa della vecchia Polonia aristocratica.
La rivoluzionaria ebrea-polacca omette una distinzione fondamentale: il problema della nazionalità nei Paesi occidentali ed il problema della nazionalità nei Paesi orientali. Su questo argomento in seguito ritornerò, adesso mi limito solo ad esporre la posizione di Lenin.
Il periodo che va dal 1789 al 1871 ha visto in Europa le rivoluzioni democratico-borghesi. In questo modo si sono costituiti gli Stati nazionali ed alla fine di questo periodo ‘’l’Europa occidentale si era trasformata in un sistema di Stati borghesi e – di regola – nazionalmente omogenei’’ (parole di Lenin da Sul diritto di autodecisione delle nazioni). Lo stesso periodo – quello delle rivoluzioni borghesi – nasce nei Paesi orientali solo nel 1905, quindi ‘’cercare oggi il diritto di autodecisione nei programmi socialisti dell’Europa occidentale significa non capire l’abbiccì del marxismo’’ (cito sempre Lenin).
Il proletariato in questa lotta appoggia la borghesia, o meglio fa fronte unico militare, solo in determinate circostanze, senza confondersi con la borghesia. Le borghesie nazionali cercano privilegi ed accordi con l’imperialismo, il proletariato respinge questi privilegi e –cosa importantissima – subordina la questione dell’auto-determinazione all’andamento della lotta di classe. Questa è la posizione corretta di Lenin.
Vediamo i risvolti. Il pensiero di Rosa Luxemburg, in funzione anti-bolscevica, è stato ripreso daiComunisti dei consigli. Leggete cosa scrive Paul Mattick in funzione anti-leninista:

‘’La tattica di Lenin intesa ad utilizzare i movimenti nazionalisti a scopi rivoluzionari su scala mondiale si era dimostrata un errore storicamente parlando. Gli avvertimenti di Rosa Luxemburg, quindi, erano più che giustificati di quanto lei stessa osasse credere.
Le nazioni ‘’liberate’’ vennero a formare un cerchio fascista intorno alla Russia’’ (Paul Mattick, Ribelli e rinnegati, Musolini editore/Torino, 1976).

Strana posizione quella di Mattick. Non furono proprio i movimenti di liberazione nazionale, guidati dai comunisti, a portare alla rivoluzione il Vietnam e la Cina? E la stessa cosa non ha accompagnato importanti esperienze come quella della Rivoluzione cubana? Il marxismo di sinistra astrae completamente quelli che sono i processi reali, ignorando le lotte realmente esistenti (è un fatto che i comunisti vietnamiti indebolirono notevolmente l’imperialismo americano). Alla luce di ciò e di quello che è stato il socialismo realizzato che noi riteniamo che Lenin aveva impostato in modo corretto la questione.
Passiamo alla seconda parte del bell’articolo in questione.

2. Scrive Giacomo Scalfari:

‘’ Ora, l’aumento di ingerenza dell’imperialismo USA è andato più o meno di pari passo con l’aumento della cosiddetta globalizzazione, cioè la creazione di un mercato mondiale, senza frontiere, entro il quale il capitale delle multinazionali, e in particolare il capitale finanziario, può muoversi con libertà quasi assoluta. Per cui, tenendo conto del fatto che gli strumenti più potenti di ingerenza politica ed economica della globalizzazione — come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale — sono gestiti e controllati soprattutto dagli USA e in parte da un’Europa che è comunque sotto l’egida statunitense, agli occhi di molti la questione appare piuttosto semplice: imperialismo USA = globalizzazione = anti-nazione’’.

Che l’imperialismo non sia soltanto gli Usa è una cosa ovvia. Il problema è la sottovalutazione di una vergogna chiamata Impero yankee, dai seicentomila morti delle Filippine a cavallo fra ‘800 e ‘900, ai quattro milioni di comunisti uccisi in Indonesia negli anni ’60 (e qui con il genocidio dei comunisti come la mettiamo?); dal Piano Condor del 1975, in America Latina, con squadroni della morte neo-nazisti e narcotrafficanti, al genocidio dei contadini di tre quarti del mondo pianificato dal Fondo Monetario Internazionale (si leggano le leggi del Tesoro USA) e dalla Federal Reserve americana, progetto impunito che ancora continua, il record di quasi 3 miliardi di persone che crepano di fame; fino alla pulizia etnica della Palestina, i rapporti intimi con il Sionismo ed i massacri in Irak ed Afghanistan.
Questo metodo che ignora del tutto la ‘’contraddizione principale’’ possiamo considerarlo più che inutile, addirittura, pericoloso.
Continua Scalfari, facendo un grande minestrone (questi sì che sono minestroni!) funzionale al Corriere della sera e a La Repubblica:

‘’ Se allora si vuole fermare l’imperialismo — che è come dire l’imperialismo USA — e al contempo opporsi alla globalizzazione, foriera di un capitalismo selvaggio e feroce, bisogna recuperare la nazione, soprattutto quando essa è aggredita direttamente dalla forza militare imperialista. Viva la Serbia dunque, viva i Tupamaros e le FARC, viva la Palestina e il popolo arabo (Israele è cane da guardia degli USA); viva anche la Cecenia? No, perchè la guerra cecena indebolisce la Russia… e questo favorisce gli americani!’’

Non si capisce che cosa c’entrino i nazionalisti serbi e la Cecenia con movimenti come le FARC e iTupamarosFARC Tupamaros (e il movimento Tupamaros ha una sua genesi storica che meriterebbe uno studio a parte) sono movimenti di chiaro orientamento marxista e quindi perché non dovrebbero essere sostenuti? Questi movimenti hanno pagato un tributo di sangue altissimo (e potrei citare altri importanti movimenti come il MIR cileno o i Montoneros argentini) visto che l’imperialismo ha massacrato senza pietà i suoi militanti. Purtroppo l’imperialismo sa riconoscere i suoi nemici meglio di quello che la setta di Battaglia Comunista crede, e le oligarchie colombiane macellano giornalmente gli eroici guerriglieri delle FARC. Quindi che ben venga: ‘’Viva le FARC, Viva il MIR, Viva i Tupamaros, Viva i Montoneros’’.
In realtà questa nuova fase dell’imperialismo è strettamente ricollegata alle necessità di queste tre super-potenze: Stati Uniti, Unione Europea, Giappone (ed un discorso a parte lo meriterebbe Israele). Quindi il conflitto principale diventa quello fra centro e periferia, fra Nord e Sud del mondo, dove il centro cerca di controllare il resto del mondo ricorrendo ad una progressiva militarizzazione (e ne abbiamo un esempio con il ricorso agli eserciti privati).
Su questo argomento c’è una ampia letteratura marxista che va da Samir Amin a James Petras, da Hosea Jaffe a Luciano Vasapollo, ma la Sinistra Comunista non si preoccupa di ciò e bolla questi bravi teorici (che hanno preso parte alle lotte – si pensi a Samir Amin o Petras – personalmente, rischiando anche grosso) come revisionisti. Insomma la madre dei dogmatici è sempre in gravidanza.

3. Alla fine del suo articolo Scalfari fa alcune sparate degne di un giornalista di La Repubblica’’:

‘’ Al di là di questi episodi che riguardano singole organizzazioni, da più parti, negli ambienti magmatici della sedicente sinistra antagonista, che vanno dall’ala movimentista di Rifondazione comunista alle Tute bianche, passando per una “Autonomia di classe” quanto mai frantumata ed eterogenea, si sente sempre più spesso parlare di Impero. Sì. Non ci sarebbe più l’imperialismo, che presuppone la presenza di interessi imperialistici contrapposti, indipendentemente dal fatto che una delle forze imperialiste sia — momentaneamente — dominante, ma un unico, grande Impero. C’è bisogno di dire quale nazione lo incarna? Dunque, una volta di più, tutto ciò che va contro questa strategia imperiale, è benvenuto’’.

Il bravo militante in questione ha tirato fuori dei ridicoli proclami fatti da alcuni siti di estrema destra ed ha accostato (e questa è una caduta in basso) le organizzazioni antimperialiste di sinistra alle schegge impazzite di un certo neofascismo italiano. Il neofascismo è sempre stato uno strumento della NATO (e su questo si vedano i documenti del Convegno all’Hotel Parco dei Principi, dal 3 giugno al 5 giugno 1965) per rafforzare i grandi blocchi di centro (ed anti-sovietici). Adesso prendiamo atto che le sparate di qualche scheggia impazzita (soprattutto i cultori della geopolitica ridotta a feticcio ideologico) viene strumentalizzata non solo dai vari Mieli, Vespa e Travaglio, ma anche gruppetti di ultra-sinistra, ormai fuori dai processi reali. Utilizzando lo stesso metro di giudizio potremmo paragonare Battaglia Comunista Comunione e liberazione, tanto più che sostenere la resistenza irakena comporta maggiori responsabilità rispetto al dire ‘’no, no, però siamo anche noi contro i terroristi’’. Che posizione hanno questi signori davanti la pulizia etnica in Palestina? Nulla, il silenzio, nemmeno una denuncia. E’ forse il Fronte popolare di liberazione palestinese una organizzazione indegna di essere sostenuta? Questi signori che si rifugiano nella logica dei ‘’né-né’’ non solo si dimostrano indifferenti davanti il massacro sionista ma voltano le spalle anche al proletariato israeliano che, più volte, si è dimostrano pronto ad unirsi al movimento di liberazione palestinese o si è rivoltato contro le oligarchie sioniste iniziando coraggiosi boicottaggi da dentro.
Purtroppo queste sparate puerili nascono da una impostazione di fondo errata.

4. In conclusione scrive Scalfari:

‘’ Noi non siamo d’accordo. Noi riteniamo che questo inter-nazionalismo di stampo patriottico sia assolutamente agli antipodi dell’internazionalismo proletario. Noi pensiamo che tutte queste pestifere scorie nazionaliste rappresentino solo un gigantesco ostacolo sulla strada della maturazione classista e internazionalista del proletariato mondiale. L’imperialismo americano è ora come ora quello dominante in senso assoluto? Questo non vuol dire né che sia arginabile con le lotte di liberazione nazionale, né che sia l’unico imperialismo vigente, e l’imperialismo straccione e regionale di nazioni “anti-americane” come Iraq e Serbia non ci pare affatto progressivo per le sorti mondiali della classe lavoratrice. Indifferentismo? Noi lo chiamiamo internazionalismo proletario’’.

Lasciando stare l’infantile accostamento che Scalfari su fa (e che non motiva con nessuna analisi seria) qui si apre una interessante questione: il rapporto fra il marxismo e il concetto di nazione. Darò qualche altro interessante riferimento storico per capire come l’impostazione della Sinistra Comunistasia fuorviante e, a tratti, offra importanti spunti ai filo-colonialisti.
Quando Lenin e la Luxemburg dibattevano sulla questione nazionale, un altro importante comunista esponeva le sue tesi: James Connolly. Connolly è una figura eroica del sindacalismo di classe irlandese e ha presentato interessanti studi su marxismo e questione nazionale, analisi che ormai sono quasi sconosciute.
In uno scritto del 1895 intitolato ‘’Patriottismo e lavoro’’, Connolly dice che il compito della classe operaia è quello di elevarsi a classe dominante nazionale. La politica del movimento indipendentista nasceva da uno studio attento della particolare situazione dell’Irlanda; Connolly ha avuto il grande merito di porre il problema della rivoluzione socialista nei Paesi coloniali e di iniziare a combattere il cosmopolitismo astratto tipico del marxismo eurocentrico della Seconda Internazionale.
Il nostro imposta così la questione:

‘’E’ la missione della classe operaia di dare a questo patriottismo superiore, un più nobile significato. Questo può essere fatto solo dalla nostra classe operaia, come l’unica universale, classe che tutto abbraccia, come l’organizzazione di un distinto partito politico’’.

Ovviamente questo non implica nessuna concessione al socialismo in un solo paese, ma anzi, il Paese che inizialmente rovescia la sua borghesia diventa un faro, una avanguardia nella lotta al colonialismo. Questo è un principio che accomunerà molti marxisti (da Connolly a Guevara) che sfuggono allaSinistra Comunista (che anzi li bolla come nazionalisti).
Ma teniamo ferma la frase di Connolly e ritorniamo a Marx. Il fondatore del comunismo scientifico scrive proprio nel Manifesto:

‘’Gli operai non hanno patria. Non possono essere privati di ciò che non hanno. Dato che il proletariato deve in primo luogo conquistarsi il dominio politico, elevarsi a classe nazionale, costituirsi in nazione, è anch’esso ancora nazionale, seppure senz’altro non nel senso della borghesia’’.

In realtà l’involuzione dell’internazionalismo (perché la classe operaia è davvero, come dice Connolly, una classe universale) in cosmopolitismo astratto (e non c’è una ideologia più filo-capitalistica di questa) è collegata aduna mancata comprensione dello sviluppo multilineare del processo storico. Almeno questo – che poi si manifesta nel marxismo determinista della Seconda Internazionale – penso che sia il problema principale.
Per questo il concetto di nazione quando si passa da Occidente ad Oriente deve essere rivisto; nei Paesi coloniali le nazioni rappresentavano (e basta prendere i lavori di Ho Chi Minh, Guevara, Fanon) i blocchi storici delle classi lavoratrici che vogliono il socialismo, contro le borghesie compradore al servizio dell’imperialismo. Lenin fece benissimo – a differenza della Luxemburg – a prendere le distanze dalla impostazione della Seconda Internazionale e a concentrasi (pensiamo al Congresso di Baku) sulla questione della rivoluzione nei Paesi Coloniali. Non comprendere ciò significa non capire nulla sull’imperialismo allo stato attuale ed allontanarsi del tutto dalle lotte reali.
Scalfari conclude così:

‘’ Non solo. Il profilarsi all’orizzonte di un blocco imperialista europeo o anche euro-asiatico in contrapposizione a quello americano non è più solo una fantasia dei fascisti di sinistra, ma un’ipotesi realistica di quelli che potrebbero essere i futuri equilibri geopolitici. Qualcuno forse ha già una mezza intenzione di schierarsi con il blocco più debole o con quello meno reazionario? Kautsky docet’’.

Nessuno ha intenzione di scegliere il predone più debole, ma attento tu, Israele e gli squadroni della morte colombiani non hanno bisogno di una manina rossa, ce la fanno benissimo da soli. Che dire del neo-bordighismo? Da Plekanov a Kissinger!

L’articolo di Giacomo Scalfari potete leggerlo nel sito di leftcom: http://www.leftcom.org/it/articles/2000-12-01/contro-l-imperialismo-o-contro-l-america

Testi utili:

1)      Vladimir Il’ic Lenin ‘’L’autodeterminazione dei popoli. I testi fondamentali’’, Ed. Massari
2)     Samir Amin ‘’L’imperialismo contemporaneo’’, Ed. Punto Rosso
3) Sulle FARC segnalo questo saggio del compagno Riccardo Achilli che, oltre tutto, ha pubblicato vari testi sui movimenti di liberazione nazionale: http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/2011/12/farc-e-rivoluzione-di-riccardo-achilli.html

Stefano Zecchinelli 

giovedì 24 novembre 2011

Il mondo del 2025 secondo la CIA, di Samir Amin

Come gli americani immaginano gli scenari futuri dopo il crollo finanziario del 2007-08

La lettura dell’ultimo rapporto della CIA su «Il mondo nel 2025» non fornisce molte informazioni che un osservatore ordinario dell’economia e della politica avrebbe ignorato. Essa ci permette però di conoscere meglio il modo di pensare della classe dirigente statunitense e di identificarne i limiti. 

Le mie conclusioni dopo la lettura del documento sono riassunte nei punti seguenti: 

1. La capacità di previsione di Washington stupisce per la sua debolezza; si ha l’impressione che i rapporti della CIA siano sempre «in ritardo» rispetto agli avvenimenti, mai in anticipo;



2. Questa classe dirigente ignora il ruolo che i «popoli» giocano talvolta nella storia; essa ci dà l’impressione che le sue opinioni e le sue scelte contino da sole e che i popoli le seguano sempre, adattandosi, senza mai riuscire a metterle in discussione e ancora meno a imporre alternative diverse; 

3. Nessuno degli «esperti» la cui opinione viene presa in considerazione immagina possibile (e ancor meno «accettabile») un modo di gestione dell’economia diverso rispetto a quello di cui l’economia tradizionale riconosce il supposto carattere «scientifico» (l’economia capitalista «liberale» e «mondializzata»), e non ci sarebbe dunque alternativa credibile (e possibile) al «capitalismo liberale»; 

4. L’impressione che si ricava da questa lettura è che, oltretutto, l’establishment statunitense conserva solidi pregiudizi, soprattutto verso i popoli dell’Africa e dell’America Latina.

Il rapporto precedente – Il mondo nel 2015 – non aveva previsto che il modello di finanziarizzazione del capitalismo degli oligopoli doveva necessariamente condurre a un crollo, come è successo nel 2008, ed era stato previsto e descritto anni prima dagli analisti (François Morin, John Bellamy Foster oltre a me), critiche che gli esperti dell’establishment statunitense non lessero mai. Allo stesso modo, il fallimento militare in Afghanistan non era stato immaginato ed è dunque solo in quest’ultimo rapporto che è stata considerata l’idea di un parziale abbandono della strategia di Washington di controllo militare del pianeta – evidentemente a seguito del suo fallimento!

Ancora oggi quindi (in prospettiva del 2025) il rapporto afferma senza esitazione «che un crollo della mondializzazione» resta impensabile. La nostra ipotesi è al contrario che ci sia una forte probabilità di «de-globalizzazione» attraverso la costituzione di regionalizzazioni robuste e slegate (nel senso che i rapporti che queste regioni intenderanno allacciare tra loro non comprometteranno la loro autonomia).

«L’egemonia» degli Stati Uniti è ormai percepita come «intaccata» 

In generale «l’egemonia» degli Stati Uniti, il cui declino è visibile da molti anni, ritenuta tuttavia «definitiva» nel rapporto precedente, è ormai percepita come «intaccata», ma sempre robusta. 

È consuetudine che le classi dirigenti non immaginino la possibile fine di un sistema che assicura il perpetuarsi del loro dominio. Le «rivoluzioni» sono perciò sempre, per loro, non solo delle «catastrofi» ma anche degli incidenti imprevedibili, inaspettati e «irrazionali». Questa miopia fatale impedisce loro di uscire dal quadro di una pretesa «real-politik» (molto poco realista in realtà!) il cui percorso è delineato esclusivamente dagli effetti dei calcoli, delle alleanze e dei conflitti riguardanti le sole classi dirigenti. La geopolitica e la geostrategia sono allora strettamente racchiuse nell’orizzonte delle possibilità conformi a questi giochi. I ragionamenti sviluppati dagli analisti della CIA sulle differenti opzioni possibili per la classe dominante statunitense (e dei suoi alleati subalterni europei e giapponesi), in risposta a quelli dei loro avversari (i paesi emergenti, in primo luogo la Cina) e alle oscillazioni caotiche possibili degli altri, sono certamente fondati. 

Resta il fatto che il ventaglio di obiettivi e di strategie messe in campo dagli Stati, le nazioni e i popoli alla periferia del sistema mondiale (si tratta dei paesi emergenti o di quelli che sono marginalizzati) è gravemente ristretto dal pregiudizio «liberale». La contraddizione fondamentale con la quale devono confrontarsi le classi dirigenti dei paesi in questione è ignorata. Che queste classi siano «pro-capitaliste», nel senso ampio del termine, non è discutibile, ma evidente. È chiaro che i loro progetti capitalistici non possano spiegarsi se non nella misura in cui le strategie intraprese costringano allora, e con successo, i centri imperialisti a fare marcia indietro. Il rapporto sottostima largamente questa contraddizione per accontentarsi di quello che ancora oggi pare corretto, cioè che i poteri in carica (in Cina, in India, in Brasile, in Russia e altrove) non mettono in causa (ancora?) i pilastri dell’assetto internazionale. Questo perché nella fase precedente del dispiegamento della mondializzazione, quella che è stata qualificata come «belle époque» (1980-2008), i paesi emergenti erano effettivamente arrivati a «trarre profitto» dal loro inserimento nella mondializzazione in atto. Ma questa fase è ormai conclusa e le classi dirigenti dei paesi coinvolti dovranno constatarlo e, pertanto, adottare delle strategie sempre meno «complementari» a quelle sviluppate dagli oligopoli dei centri imperialisti, e di fatto sempre più conflittuali con essi. Un fattore decisivo – ignorato dagli analisti della CIA – accelererà probabilmente tale evoluzione: la difficoltà di conciliare una crescita «capitalista» forte con risposte accettabili ai problemi sociali associati ad essa, con la quale si scontrano i poteri in carica nelle periferie del sistema.

Nessuna distinzione tra le classi dirigenti e quelle delle periferie

Gli esperti della CIA non fanno distinzione tra le classi dirigenti del centro imperialista e quelle delle periferie, dal momento che sono tutte «pro-capitaliste». Tuttavia, a mio avviso, questa distinzione è importante. Le classi dirigenti della triade imperialista – i servitori fedeli degli oligopoli – non sono effettivamente «minacciate», almeno nell’immediato futuro. Esse si occuperanno della gestione della crisi, fornendo se necessario qualche concessione alle rivendicazioni sociali. Al contrario le classi dirigenti delle periferie si trovano in una posizione più scomoda. I limiti di quello che può produrre la via capitalista sono tali che la loro relazione con le classi popolari resti ambigua. Delle evoluzioni nei rapporti di forza sociali, favorevoli per gradi diversi alle classi popolari, sono possibili e anche probabili. La convergenza tra il conflitto che oppone l’imperialismo alle nazioni e ai popoli periferici da un lato e quella che oppone il capitalismo alla prospettiva socialista dall’altro è all’origine della posizione difficile delle classi dirigenti pro-capitaliste al potere nel Sud del mondo. 

Senza cogliere la natura di questa fondamentale contraddizione, gli esperti dell’establishment statunitense hanno considerato che l’opzione del «capitalismo di stato» (della Cina e della Russia) non sia valida e condurrà necessariamente prima o poi al capitalismo liberale. L’altra possibilità, che a loro sfugge, è che il capitalismo di stato evolva «a sinistra», sotto la pressione vincente delle classi popolari.

L’immaginario di Washington non va oltre il pregiudizio 

Gli scenari delineati nel rapporto sono quindi poco realistici. L’immaginario di Washington non va oltre il pregiudizio secondo cui il successo stesso della forte crescita dei paesi emergenti rafforzerà le classi medie che aspireranno a loro volta al capitalismo liberale e alla «democrazia», definita, sia ben inteso, secondo la formula occidentale (pluripartitismo e sistema elettorale proprio della democrazia rappresentativa), la sola forma di democrazia riconosciuta dall’establishment in occidente. Che le classi medie in questione non aspirino alla democrazia poiché esse sanno che il mantenimento dei loro privilegi esige la repressione delle rivendicazioni popolari non viene in mente ai nostri «esperti». Di conseguenza, che la democratizzazione, associata al progresso sociale e non dissociata dallo stesso, come nel caso del modello di «democrazia rappresentativa» raccomandato, debba imboccare altre vie, è ugualmente estraneo al loro modo di pensare.

In generale, gli «esperti» del liberalismo ignorano la possibilità di un coinvolgimento dei popoli nella storia. Invece sopravvalutano il ruolo di «individui eccezionali» (come Lenin e Mao, ai quali sono attribuite le rivoluzioni russa e cinese, come se non ci fosse stata nessuna situazione oggettiva a rendere prevedibili tali rivoluzioni, qualunque sia stato il ruolo dei loro dirigenti!). 

Quello che si può dedurre dagli «scenari», concepiti con un modo di pensare limitato degli esperti liberali, è ben poco. Molti dettagli interessanti (e senza dubbio correttamente inseriti), nessuna visione di insieme che convinca, visto che le contraddizioni fondamentali che danno senso e peso alle lotte e ai conflitti vengono ignorate.

Per esempio dalla lunga lista delle innovazioni tecnologiche che potrebbero imporsi non si impara granché. A meno che – ma lo sappiamo già – i paesi emergenti (la Cina e l’India in particolare) siano capaci di prenderne il controllo. La vera questione che qui si pone per questi paesi come per i paesi «benestanti» della triade riguarda l’uso di queste tecnologie, gli interessi sociali al servizio dei quali esse saranno messe in campo, i «problemi» per la cui soluzione possono contribuire e parallelamente i «problemi» sociali supplementari che questi usi generano. Nessuno di questi aspetti fondamentali è analizzato nel rapporto. 

Gli esperti dell’establishment statunitense si interessano solo alle scelte «possibili» delle classi dirigenti dei «paesi che contano» (in primo luogo la Cina, quindi la Russia e l’India, poi l’Iran e i paesi del Golfo e infine il Brasile). L’Europa, a loro avviso, non esiste (e su questo punto hanno certamente ragione) e quindi resterà necessariamente allineata alle scelte di Washington. L’illusione che essi si possono fare sui paesi del Golfo è istruttiva: «ricchi», questi paesi devono «contare», il fatto che si possa essere ricchi e insignificanti non sembra loro «immaginabile» (credo che sia questo ciò che pensano le classi dirigenti). Avevo tuttavia scritto una critica divertente del progetto di Dubai, prima del suo prevedibile fallimento. La loro paura verso l’Iran, non dovuta al suo «regime islamista», ma al fatto che questa nazione non intende arrendersi, è invece fondata.

Un pizzico di razzismo

Permane certamente un pizzico di razzismo nel giudizio dato da questi esperti sul futuro dell’Africa e dell’America Latina.

L’Africa non conterà mai, resterà disponibile al saccheggio delle sue risorse. Il solo problema per loro è che nel continente nero gli Stati Uniti (e i loro subalterni alleati europei) si troveranno in una difficile concorrenza con gli appetiti della Cina, dell’India e del Brasile. Questo timore non è senza fondamenti. Ma la possibilità di un rapporto Sud/Sud che leghi i «paesi emergenti» (Cina, India e Brasile) e l’Africa, di una natura un po’ differente dal rapporto imperialista classico di saccheggio delle risorse e che possa contribuire a far uscire l’Africa dalla posizione di regione «marginalizzata» («esclusione programmata») per entrare infine nell’era dell’industrializzazione, non sembra a loro un elemento degno di riflessione. 

L’America Latina non preoccupa ancora Washington. Il solo paese «emergente» - il Brasile – resterà «buono». Il modello di integrazione irreversibile nello spazio dominato dagli Stati Uniti, come il Messico dimostra, gli sembra col tempo il destino inevitabile del continente. I movimenti rivoluzionari (Cuba, il Venezuela, la Bolivia) sono considerati come destinati a fallire. 

Gli «scenari» mostrano i limiti del pensiero dominante

Gli «scenari» delineati nel rapporto, in queste condizioni, informano più sui limiti del pensiero dominante negli Stati Uniti che sulle probabilità della loro realizzazione. 

Primo scenario: una vittoria eclatante della Cina 

La Cina si impone come nuova «potenza egemonica», trascinando nella sua scia una Russia rinnovata (vale a dire una Russia che è riuscita a diversificare e modernizzare la sua industria e in particolare le sue industrie di punta fondate sulle prestazioni del proprio sistema educativo; uscita dunque dalla sola posizione di esportatore di petrolio e gas), un’India autonoma ma rassegnata e un Iran («islamista» o no) divenuto attore dominante nel Medio Oriente. La «conferenza di Shanghai» vittoriosa, riduce la NATO allo stato di alleanza impotente – e perfino ridicola – costretta a rinunciare definitivamente al suo progetto di «controllo militare del pianeta» e ai suoi interventi militari con il pretesto di «guerra al terrorismo». L’alleanza di Shanghai garantisce l’accesso della Cina e dell’India al 70% della produzione di petrolio e gas nel Medio Oriente.

Questa immagine – oltraggiosamente forzata – riveste una funzione ideologica evidente. Si tratta di agitare lo spettro del «pericolo giallo» e mobilitare gli europei, e perfino gli Arabi (in particolare del Golfo) dietro il piano di «resistenza» di Washington. L’immagine è forzata perché la Cina (e il fatto che le sue classi dirigenti siano «pro-capitaliste») non ha l’obiettivo di imporsi come potenza «egemonica» planetaria. Pechino è sufficientemente realista per sapere che sarebbe un obiettivo demenziale per la sua inconsistenza. Perché la Cina sa che i mezzi che può dispiegare per imporsi agli Stati Uniti, all’Europa e al Giappone e per il rispetto dei suoi diritti (oltre l’accesso al petrolio) sono limitati. Pechino potrebbe concepire un loro rafforzamento se la Cina riuscisse a portare con sé (e non «dietro») tutto il Sud.

Secondo «scenario»: conflitto Cina/India, stagnazione della Russia. I desideri degli USA

Il secondo «scenario» consacra, al contrario, il fallimento clamoroso del «Piano di Shanghai», l’esplosione del gruppo effimero che rappresenta il BRIC, l’affacciarsi del conflitto Cina/India, la stagnazione della Russia e l’aborto del progetto nazionalista dell’Iran. Niente di tutto questo è rigorosamente impossibile. Resta il fatto che questo successo «totale» degli Stati Uniti assomiglia troppo a quello che Washington si augurerebbe per poter essere credibile. 

Altri spunti di riflessione

L’analisi che propongo – in disaccordo con le elucubrazioni di Washington (e altre ispirate allo stesso tipo di pensiero) – è fondata su altri principi di riflessione, associando apertamente questa agli obiettivi di «trasformazione» del mondo (cioè dell’ordine sociale nei paesi considerati e congiuntamente degli equilibri internazionali) che ci si augura di promuovere. Il metodo esige che si dia spazio a «un altro punto di vista sociale», quello che risponde agli interessi delle classi popolari e delle nazioni. 

Un «mondo migliore» implica sia degli equilibri sociali all’interno di ciascuna delle componenti nazionali del sistema più favorevoli alle classi popolari sia un ordine internazionale più favorevole ai paesi del Sud, «emergenti» o «marginalizzati». Una sola questione che si pone: quali sono gli agenti possibili che possono operare in questa direzione e quali strategie possono condurre a questo risultato? Secondo questo modo di vedere, il «conflitto Nord/Sud» e la lotta per il sorpasso socialista del capitalismo sono indissociabili dal punto di vista dei popoli, anche se restano di fatto «dissociati» dalle strategie messe in atto dalle classi dirigenti ai posti di comando nel Sud. 

Tutte le «avanzate», anche se modeste, ancora frammentate e parziali, che vanno nella direzione delle nostre speranze e desideri devono essere sostenute. Per esempio un ri-orientamento dello sviluppo che dia più spazio al rafforzamento delle relazioni di cooperazione Sud/Sud. Ma rimane necessario andare ben oltre quello che si vede già innescato qua e là, in risposta alla crisi, in particolare per quel che riguarda la cooperazione Sud/Sud. Questa avrà un senso se permetterà ai paesi ancora «esclusi» (l’Africa in particolare) di entrare nell’era della imprescindibile industrializzazione.

Associare il rafforzamento del progresso sociale all’interno delle nazioni e quello dell’autonomia nei rapporti internazionali implica necessariamente degli «avanzamenti» democratici. Ma la democratizzazione passa per la lotta di classe, che è il solo mezzo con cui le classi popolari possono imporre la loro partecipazione ai poteri decisionali, e non attraverso il rafforzamento dei poteri della «classe media», ottenuto grazie alla democrazia rappresentativa «all’occidentale», la sola che evidentemente conoscono gli esperti dell’establishment statunitense. 

Versione originale:

Samir Amin
Fonte: www.michelcollon.info
Link: http://www.michelcollon.info/index.php?option=com_content&view=article&id=2566:le-monde-en-2025-selon-la-cia&catid=6:articles&Itemid=11 16.02.2010

Versione italiana:

Fonte: www.resistenze.org/
Link: http://www.resistenze.org/sito/te/pe/im/peimac02-006441.htm
4.03.2010

Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura di C.T. del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
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sabato 19 novembre 2011

Il peronismo delle origini: teoria, politica e lotta di classe, di Stefano Zecchinelli

Dati i recenti dibattiti sulla evoluzione storica delle destre, ripropongo un mio vecchio articolo-saggio sul peronismo, che, di certo, può essere interessante, e può stimolare il dibattito fra compagni. Manca sempre la seconda parte sui sindacati, che cercherò di scrivere prossimamente.

1. Gli ultimi avvenimenti riguardanti la politica argentina, hanno dato dei forti scossoni non solo al movimento operaio Latino-Americano ma a tutte le formazioni rivoluzionarie aderenti alla Quarta Internazionale.
Mariano Ferreyra, militante del Partito Obrero, è stato ucciso da una squadraccia del sindacalismo di destra peronista, mentre manifestava a difesa di centro operai licenziati, nella manutenzione ferroviaria della stazione di Avellaneda.
I comunisti devono conoscere bene l’avversario di classe per poterlo affrontare come si deve, per questo cercherò di stendere due contributi critici sul peronismo.
Questo primo contributo vuole inquadrare il peronismo come fenomeno storico-politico e teorico-politico mentre il secondo scritto cercherà di inquadrare il sindacalismo peronista, ovviamente nel primo articolo non mancheranno riferimenti ai sindacati di Peron.

2. Il peronismo è parte integrante della storia del capitalismo argentino e quindi deve essere rapportato alle esigenze congiunturali (e storiche) di quella borghesia.
Voglio introdurre la mia analisi, partendo da Trotsky e dalla sua definizione di bonapartismo sui generis, in questo modo fisserò le coordinate della mia esposizione.
Nel 1938 Trotsky riferendosi alle nazionalizzazioni del petrolio, compiute da Cardenas in Messico, iniziò ad introdurre questo concetto:

’Nei paesi industrialmente arretrati il capitale straniero ha una sua funzione decisiva. Di qui la relativa debolezza della borghesia nazionale rispetto al proletariato nazionale. Ciò determina un potere statale di tipo particolare. Il governo si barcamena tra il capitale straniero e il capitale indigeno,tra la debole borghesia nazionale e il proletariato relativamente forte. Ciò conferisce al governo un carattere bonapartista di tipo sui generis, di tipo particolare. Si colloca per così dire al di sopra delle classi. In realtà può governare o divenendo strumento del capitale straniero e tenendo incatenato il proletariato con una dittatura poliziesca o manovrando con il proletariato e giungendo persino a fargli delle concessioni, assicurandosi in tal modo la possibilità di una certa libertà di azione nei confronti dei capitalisti stranieri. La politica attuale (di Cardenas) rientra nella seconda categoria: le sue maggiori conquiste sono l’espropriazione delle ferrovie e delle industrie petrolifere’’.1

La politica di Cardenas (come quella di Peron e ora direi di Chavez) si colloca sul piano del capitalismo di stato, solo che in un paese arretrato, la borghesia non può resistere all’imperialismo senza l’aiuto del proletariato.
Detto questo vediamo di capire in che momento storico Peron andò al potere.

3. Il governo di Ramon Castillo fu rovesciato da un colpo di stato, guidato dal Gou (Grupo de oficiales unidos) nel giugno 1943.
Il 9 ottobre 1945 fu costretto alle dimissione da parte degli oppositori all'interno dello stesso esercito ma le forti mobilitazioni popolari chiesero il suo ritorno; forte di questo appoggio, Peron il 24 febbraio 1946 vinse le elezioni politiche con il 56% dei consensi.
Il periodo che va dai primi anni ’30 fino alla fine della guerra mondiale apre per i paesi coloniali, una fase di profonde trasformazioni della struttura economica, in rapporto alle esigenze congiunturali del capitalismo globale.
Le politiche dei governi, in un quel versante geo-politico devono essere lette in questa duplice prospettiva:

1) Resistenza all’imperialismo americano e al suo tentativo di colonizzare quei territori.

2) Modernizzazione dei capitalismi dipendenti, attraverso la strutturazione dell’industria nazionale.

Nel 1943 in Argentina si scontrarono due grandi frazioni interne alla borghesia: la borghesia industriale filo-americana e i vecchi proprietari terrieri che sarebbero stati danneggiati dal processo di colonizzazione yankee.
Il golpe fu fatto per difendere gli interessi dei proprietari terrieri che iniziarono a far crescere l’industria agro-alimentare.
Il governo Peron quindi assumerà un ruolo progressista nella difesa della sovranità nazionale del paese e reazionario per le politiche interne.
Secondo Nahuel Moreno, teorico di formazione trotskista, questo ‘’regime’’ è paragonabile alla Cina sotto Cian-Kai Shek, dice Moreno:

’Il regime di Cian-Kai Shek, dal punto di vista militare aveva una posizione simile nei confronti dei Giapponesi: difendeva il paese così come esso era, feudale e semicoloniale, dalla colonizzazione giapponese’’.2

Il colpo di stato difese, come nella Cina degli ’30, il paese nella sua vecchia struttura economica, fermando l’imperialismo.
Il potere in questi casi si va centralizzando, anche perché non siamo di fronte a capitalismi maturi, nonostante non si abbia quell’irrigidimento della sovrastruttura politica, tipica del fascismo.
A questo punto è bene che anticipi qualcosa sui sindacati.

4. Il peronismo differisce da tutte le altre forme di bonapartismo proprio per l’importante funzione che le organizzazioni operaie hanno assunto.
Il rovesciamento del governo civile portò ad una frattura all’interno delle burocrazie sindacali: una parte della Cgt era apolitica e appoggiava Castillo mentre l’altra parte, insieme al Partito comunista era vicino agli Usa.
Peron liquidò la Cgt pro-yankee e appoggiò la burocrazia sindacale apolitica, nello stesso modo iniziò a statizzare il movimento operaio.
I fattori che favorirono questo processo furono due:

1) L’aumento del reddito nazionale che permise al peronismo di fare grandi concessione alla classe operaia.

2) L’imborghesimento del proletariato urbano, complice la politica riformistica del Partito comunista e la nascita di un nuovo proletariato nelle campagne.

Non ci sono mai stati tanti borghesi in Argentina come durante la prima parte del governo Peron.
Il movimento sindacale fu agevolmente sottoposto al controllo statale, gli operai camminavano felici a braccetto con un carabiniere: lo Stato.
Vediamo cosa dice a riguardo la Dottrina Peronista.

5. Questo argomento necessita sicuramente tempi e spazi di grande portata e quindi metterò a fuoco i punti che ritengo più importanti.
Nel 1950, il Generale scrisse il Manifesto del Partito giustizialista che fissava questi venti punti:

‘’ 1 - La vera democrazia è quella in cui il governo compie la volontà del popolo e difende un solo interesse: quello del popolo.

2 - Il peronismo è essenzialmente popolare. Ogni fazione politica è antipopolare e pertanto non è peronista.

3 - Il peronista lavora per il movimento. Colui che in nome del partito serve una fazione o un caudillo è peronista soltanto di nome.

4 - Per il peronismo c’è soltanto una classe di uomini: quella degli uomini che lavorano.

5 - Nella nuova Argentina il lavoro è un diritto che dà dignità all’uomo, ed è un dovere perché è giusto che produca almeno quanto consuma.

6 - Per un peronista non vi può essere niente di meglio di un altro peronista.

7 - Nessun peronista deve sentirsi di più di quello che è, né meno di quello che può essere. Quando un peronista comincia a sentirsi superiore a quello che è, sta già trasformandosi in un oligarca.

8 - Nell’azione politica, la scala dei valori di ciascun peronista è la seguente: prima la patria, poi il movimento ed infine gli uomini.

9 - Per noi la politica non è un fine ma soltanto un mezzo per il bene della patria che è costituito dalla prosperità dei suoi figli e dalla sua grandezza nazionale.

10 - Le due braccia del peronismo sono la giustizia sociale e l’assistenza sociale. Con esse diamo al popolo un abbraccio di giustizia e di amore.

11 - Il peronismo aspira all’unità nazionale e non alla lotta. Desidera eroi ma non martiri.

12 - Nella nuova Argentina gli unici privilegiati sono i bambini.

13 - Un governo senza dottrina è come un corpo senz’anima. Perciò il peronismo ha una sua propria dottrina politica, economica e sociale: il giustizialismo.

14 - Il giustizialismo è una nuova concezione della vita, semplice, pratica, popolare, profondamente cristiana e profondamente umanista.

15 - Il giustizialismo, come dottrina politica, realizza l’equilibrio dell’individuo con quello della comunità.

16 - Il giustizialismo, come dottrina economica realizza l’economia sociale, mettendo il capitale al servizio dell’economia e quest’ultima al servizio del benessere sociale.

17 - Il giustizialismo, come dottrina sociale, realizza la giustizia sociale che dà a ciascuno il suo diritto in funzione sociale.

18 - Vogliamo un’Argentina socialmente giusta, economicamente libera e politicamente sovrana.

19 - Costruiamo un governo centralizzato, uno Stato organizzato e un popolo libero.

20 - In questo paese ciò che abbiamo di meglio è il popolo.’’3

Riporto per intero i punti programmatici del testo, proprio del dare al lettore un’idea chiara di che cosa voglio criticare e delle cose che vorrei venissero capite.
I tre concetti chiave sono, secondo la mia interpretazione, il popolo,la patria e il lavoro.
In questi momenti storici le borghesie nazionali hanno la necessità di non far pesare alle classi medie la rottura fra il passato e il presente, facilitandone l’assimilazione con un programma demagogico.
Non si capirà mai il richiamo al popolo se prima non si chiarisce qualcosa su queste classi (mezze classi) sempre indecise e titubanti.
Cediamo la parola ad Andres Nin, uno dei più attenti studiosi del fascismo europeo e profondo conoscitore dell’analisi di Marx sul bonapartismo:

‘’Tale collocazione economica della piccola borghesia ne predetermina la fisionomia politica. Priva di indipendenza sul terreno economico, meno ancora ne ha su quello politico. Posta tra le due classi fondamentali della società, si illude spesso di avere una propria politica distinta sia dal proletariato, sia dalla borghesia, una politica tendente all’instaurazione di un regime al di sopra delle contraddizioni di classe. Di qui l’ideologia vaga e confusa di questa classe sociale’’.4

Bravo Nin, è proprio così! Parlare di popolo significa parlare di interessi generalizzati, di mediazioni sociali, di politica inter-classista.
Riprendendo l’analisi di Trotsky sul bonapartismo sui generis, dobbiamo dire che questa mediazione riesce molto bene ad un governo che si trova al di sopra del conflitto di classe e quindi, proprio perché ne è al di sopra, riesce ad attenuarlo.
La politica interna è di compromesso sociale, mentre per ciò che riguarda la politica estera il governo diventa il miglior rappresentate dei settori strategici dell’industria nazionale.
Non poteva essere altrimenti, la democrazia doveva essere del popolo e non degli operai, con a capo ovviamente il governo, legittimo e sovrano.
La verticalizzazione del potere politico avviene per una ragione semplicissima: le classi medie, composte da singoli agenti economici (es. i contadini), non posso rappresentarsi (facendo ricorso ad organizzazioni come i sindacati) e quindi devono farsi rappresentare.
Il modo di produzione delle mezze classi, isola i suoi agenti e li mette in concorrenza, ognuno si fa portatore di una verità sociale; nasce da qui il rapporto diretto fra le classi medie e l’ordine borghese.
E ancora Nin:

‘’Una delle leve più robuste di cui si serve è quella del sentimento nazionale, che in realtà altro non è se non un’espressione di quella concezione tipica della piccola borghesia circa la possibilità di un’armonia fra tutte le classi, la costituzione di uno Stato che rappresenti gli interessi generali’’.

Da qui l’anti-comunismo del peronismo (e delle ideologie simili); i marxisti sono per una rivoluzione internazionale e soprattutto fortemente classisti.
Se ogni piccolo commerciante si fa portatore di una verità, questa verità deve essere rivolta alla difesa di qualcosa, in questo caso la nazione.
Gli stessi operai vengono chiamati in causa e il loro lavoro viene finalizzato agli interessi nazionali, alla crescita della propria patria e all’obbedienza ad essa. 
Peron a riguardo dirà:

‘’Forze Padronali (9 settembre 1944)

Non dimentichiamo nemmeno le forze padronali perché esse rappresentano la grandezza della Patria e non vogliamo nemmeno che i padroni si possano sentire minacciati da pericoli inesistenti.

Bene Comune (15 ottobre 1944)

Non appoggiamo il lavoratore contro il capitale sano, né i monopoli contro la classe lavoratrice, ma proponiamo delle soluzioni che giovino ugualmente ai lavoratori, al commercio e all’industria, poiché ci interessa solo il bene delle Patria.

Continua:

’Produrre (4 ottobre 1944)

Per ottenere la vittoria dobbiamo restare uniti e con lo sguardo rivolto verso lo splendido avvenire economico della Patria; dobbiamo restare fedeli all’indicazione del momento: produrre, produrre, produrre’’.

Quindi da una parte si proclama la fine del conflitto capitale/lavoro e dall’altra la nascita di un capitalismo buono, per cui ogni cittadino onesto deve rimboccarsi le maniche.
La patria coincide con le forze padronali e l’ordine con il governo costituito, ecco che si pongono le basi ideologiche per la statizzazione.
Il peronismo è un ibrido ideologico (anche il fascismo lo era) che si sposa molto bene con il desiderio di pragmatismo dei piccolo produttori, i quali sono soliti disprezzare gli idealismi; questa ideologia non può che rendersi compatibile con il liberismo e contrastante con il socialismo. 
I lavoratori devono produrre,i piccoli commercianti fare affari e intanto il capitalismo argentino cresceva puntando tutto su quei settori dell’industria per così dire tradizionali.
Il programma di Peron non manca di fare richiami alla razza:

’Razza (12 ottobre 1947)

Per noi la razza non è un concetto biologico. Per noi è qualcosa di puramente spirituale. Rappresenta una sintesi di fattori imprevedibili che ci fa essere ciò che siamo e ci spinge ad essere quello che dovremmo essere, per la nostra origine e il nostro destino. E’ essa che ci impedisce di cadere nella direzione di altre comunità la cui essenza è diversa dalla nostra, ma che noi cerchiamo di capire e rispettiamo con carità cristiana. Per noi la razza rappresenta il nostro sigillo personale, indefinibile e inconfondibile’’.

Imprenditori e lavoratori si trovavano uniti sotto i destini storici della nazione, una ideologia simile nelle zucche degli operai poteva avere effetti devastanti e così fu.
La statizzazione delle organizzazione sindacali serviva proprio a questo; i sindacati facevano il gioco del gran capitale (stando attenti a soddisfare le richieste che partivano dalla base) e intanto riempivano gli operai di ideologia dominante.
Peron lasciò ai sindacati una libertà ‘’relativa’’ (molti dirigenti comunisti furono arrestati), mentre il fascismo li mette sotto il controllo dello Stato, questo fattore è di particolare importanza ma verrà preso in esame nel mio secondo contributo.

6. Il governo di Peron assunse fin da subito un atteggiamento ostile al Partito comunista.
La sua dirigenza era composta principalmente da uomini di destra e la costituzione durante l’ultimo governo del generale della Tripla A (Alleanza anti-comunista argentina) ne è una prova.
La vittoria del 4 giugno 1943 fu ispirata dal Gou (Grupo de oficiales unidos) di ispirazione nazista.
Peron del resto, molto astutamente, ruppe i rapporti con l’Asse nel 1944 quando ormai era chiara una loro sconfitta.
Benito Marianetti, dirigente del Partito comunista argentino, fa delle osservazioni di carattere geo-politico.
Riportare le osservazioni di un dirigente filo-sovietico è interessante per capire come il peronismo alle origini fosse avverso al Partito comunista argentino e all'Unione Sovietica, con chiare conseguenze nei rapporti di politica estera.
Secondo Marianetti, Peron da una parte cerca di circondare il Brasile militarmente e poi di estendere la sua influenza in tutta l’America Latina; un capitalismo giovane che cercava di estendere la sua egemonia, anche se è difficile parlare di imperialismo.
Le stesse leggi nazionali sono molto simili a quelle del nazional-socialismo; viene proclamato lo Stato d’assedio e la classa operaia si va auto-militarizzando (complice la forte diffusione della Dottrina Giustizialista).
Tutto questo è ben lontano dall’essere un’involuzione ‘’dittatoriale’’, ma è la semplice maschera che si è messa la borghesia argentina per centralizzare il processo produttivo. Su questo possiamo dire di Peron quello che Bordiga disse di Mussolini e Hitler:

"Quando il primo esempio del tipo di governo totalitario borghese si ebbe in Italia col fascismo, la fondamentale falsa impostazione strategica di dare al proletariato la consegna della lotta per la libertà e le garanzie costituzionali nel seno di una coalizione antifascista manifestò il fuorviarsi totale del movimento comunista internazionale dalla giusta strategia rivoluzionaria. Il confondere Mussolini e Hitler, riformatori del regime capitalistico nel senso più moderno, con Kornilov o con le forze della restaurazione e della Santa Alleanza del 1815, fu il più grande e rovinoso errore di valutazione e segnò l'abbandono totale del metodo rivoluzionario".

Ovviamente questo poteva andare bene fino a quando i settori dell’industria strategica argentina avrebbero retto nel mercato internazionale, ma vediamo meglio che cosa provocò la caduta di Peron le 1955.

7. Il 1954 fu un anno di svolta per il peronismo a causa della nuova situazione economica.
Bisognava strutturare gli apparati economici del paese, in condizione di bassi prezzi nel mercato estero dei prodotti agro-alimentari.
Tutto questo costrinse il padronato a sferrare un’offensiva contro quella stessa classe operaia che l’aveva appoggiato nella lotta all’imperialismo yankee.
Gli operai cercano quindi una soluzione indipendente ma lo stretto rapporto fra il sindacale e il politico ne limito fortemente l’azione.
Il peronismo da una parte e l’atomizzazione dall’altra determinarono nel 1952 la sconfitta degli operai sul rinnovo dei contratti collettivi.
Secondo Nahuel Moreno le conseguenze dell’atomizzazione erano due:

1) La classe operaia reagisce in modo diverso all’offensiva capitalistica, a seconda delle fabbriche e delle officine, parlerei quindi di lotte di categoria.

2) Gli attivisti sindacali sono incapaci di formare un’organizzazione autonoma.

Questi avvenimenti storici portarono a un colpo di stato contro Peron, condotto con l’appoggio degli Stati Uniti il 19 settembre 1955; Peron si recò in esilio in Paraguay e poi a Madrid.
L’instabilità politica dell’Argentina negli anni’60, fece sì che il popolo si appellò nuovamente a lui nelle elezioni del 1973, ma questa parte di storia non rientra nella mia analisi e comunque esula dallo studio del peronismo delle origini.

7. Possiamo rinvenire l’origine del movimento di Peron, nel compromesso fra la classe lavoratrice e due istituzioni significative: l’esercito e la chiesa.
Un’analisi dell’Argentina degli anni’40 deve tener conto delle condizioni che resero possibile questo blocco di forze e il ruolo della classe operaia al suo interno.
Nei paesi capitalistici lo sviluppo della classe operaia fu caratterizzata da forti mutamenti del corpo sociale e da potenti offensive delle borghesia.
In Argentina, invece, la prosperità del paese rese possibile un aumento reale del livello di vita degli operai e l’introduzione di tutta una serie di diritti democratici, senza che questi passassero attraverso lo scontro di classe.
Quando questa venne meno, nel 1952, per i motivi che ho chiarito sopra, c’era la possibilità per i lavoratori di acquistare coscienza, ma questi rimasero ancora vincolati all’ideologia dominante, oltre che per la politica disastrosa del Partito comunista argentino che in seguito divenne addirittura tragica.
Secondo Celia Durruty, bisogna chiarire il rapporto fra masse mobilitate e elites disponibili.
Il movimento sociale quindi si mette in rapporto con  le masse che si mobilitano e i dominanti disposti ad indirizzare questo movimento.
In questo modo abbiamo un superamento dell’ordine tradizionale e i vecchi strumenti volti a mantenere quell’ordine (Chiesa, Scuola, Radio) devono guidare un processo di modernizzazione, come fece Peron diffondendo la cultura dominante soprattutto nelle organizzazioni sindacali.
Per finire, questa brava sociologa marxista, pone tre problemi importanti:

1) Non è detto che la presenza di certe istituzioni determini un vero processo di modernizzazione del capitalismo.

2) Le trasformazioni del modo di vita delle classi più deboli, può assumere importanza anche senza la presenza di organizzazioni politiche.

3) Un’azione sociale, può acquistare rilevanza anche partendo dall’esterno e poi arrivando alla politica.

L’ultimo punto ci pone davanti un quesito; il peronismo avrebbe ottenuto una così vasta adesione se fosse partito dalla società civile e non dalle istituzioni dello stato.
Allora sulla base di ciò dovremmo invertire la formula delle elites e parlare di elites mobilitanti e masse disponibili, fornendo un’altra ipotesi di lettura del cambiamento sociale.
Risposta molto difficile da dare, vista la stretta corrispondenza che lega elites e masse in un rapporto di inter-dipendenza che rende difficile dare un giudizio definitivo, almeno per questo tipo di complessi fenomeni sociali.

9. In questo primo intervento, ho messo in risalto le radici storiche del peronismo e ho cercato di chiarire, facendo un’introduzione teorico-politica la sua importanza per il capitalismo argentino.
L’Argentina, nel periodo che va dal 1943 al 1954, ha attraversato una fase di modernizzazione, la quale ha assunto connotati populistici, grazie all’agitazione demagogica a cui ricorse il gran capitale.
La funzione del movimento di Peron (almeno nella prima fase di presa e mantenimento del potere) era quella di integrare le masse in una fase qualitativamente nuova per il capitalismo nazionale; esperimento, sulla base degli avvenimenti a seguire, che si è rivelato a dir poco disastroso.

Note:

1) Lev Trotsky ‘’Industria nazionalizzata e gestione operaia’’

2) Nahuel Moreno ‘’1954 anno chiave del peronismo’’

3) Juan Domingo Peron ‘’Le venti verità del Giustizialismo Peronista’’

4) Andres Nin ‘’Reazione e rivoluzione in Spagna’’

5) Si veda anche ‘’Il peronismo’’ di Roberto Massari

Stefano Zecchinelli