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martedì 1 gennaio 2019

Cuba. Gli anni passano, la Rivoluzione resta, di Giusi Greta Di Cristina

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Cuba, dicembre del 1958.
L’isola è percorsa dal fuoco rivoluzionario che, né Batista né gli Usa suoi alleati, sono riusciti a spegnere. Al contrario: esso è ormai penetrato in ogni angolo di quella terra, agitando il popolo, informando di sé ogni spirito ormai convinto che il tiranno, anche a Cuba come in URSS, potesse essere sconfitto.
Il Movimento 26 Luglio, guidato da Ernesto Guevara e da Camilo Cienfuegos, dopo un inutile tentativo da parte delle forze governative di distruggere alcune posizioni guerrigliere di istanza a Escambray, decide di iniziare l’attacco definitivo a Batista. E lo fa attaccando Santa Clara, cuore dell’isola e ultimo baluardo da conquistare per arrivare alla capitale.
Era il 28 dicembre del 1958.
Batista, seguendo la tradizione dei codardi, decise di scappare e lasciò il Paese in mano al generale Cantillo.
Qualche giorno dopo, attraverso la messa in campo di una lucidissima strategia politica (formare il popolo alla Rivoluzione, avanzare militarmente), Fidel Castro entra trionfalmente a Santiago de Cuba, dichiarandola capitale provvisoria del Paese.
Era l’1 gennaio 1959. Il sogno della Rivoluzione era divenuto realtà.
Da quel momento Cuba rappresenta l’ “altro mondo” possibile. E davvero Cuba lo è, questo mondo possibile, se si pensa ai prodigi compiuti da questo Paese nonostante un blocco economico (per favore, non chiamatelo embargo!). Blocco che continua ancora oggi, che anzi è divenuto ancor più duro.
Eppure Cuba resiste.
Vi siete mai fermati a pensare come sia possibile che un’isola così piccola riesca a sopravvivere, riesca ad autodeterminarsi, riesca a sconfiggere lo Stato che, oggi come ieri, è responsabile per via diretta e indiretta dei più feroci e sanguinosi crimini, gli Stati Uniti.
Negli anni l’imperialismo statunitense ha tentato di distruggere Cuba e la sua Rivoluzione, attraverso i tentativi di uccidere il Comandante en Jefe, Fidel Castro Ruz, guida del Paese fino alla sua morte, guida di ogni socialista per l’eternità. Ha tentato di soffocare il popolo cubano con il blocco economico, falsamente chiamato embargo, iniziato da Eisenhower con le restrizioni economiche nel 1960 e poi allargato dal Proclama 3447 a firma di J.F Kennedy.
Cuba, terrore del liberismo, avamposto del comunismo proprio dinnanzi agli anticomunisti, segno reale e concreto di un socialismo vivo e vegeto, voluto e amato, difeso a qualsiasi costo.
Perché questo è Cuba, e non il sogno romantico che certa sinistra poco incline allo studio vorrebbe far passare. Non è la faccia del Che Guevara sulle magliette, né l’esotismo del caldo a tutte le stagioni: Cuba è teoria che si fa prassi, è gioventù educata alla rivoluzione, è esercito fedele agli ideali rivoluzionari.
Cuba è soprattutto il popolo cubano che sceglie, ogni giorno, il socialismo.
E lo ha fatto nei mesi passati, attraverso il lavoro sul progetto della nuova Costituzione, che prenderà il posto di quella vigente, del 1976.
LA NUOVA COSTITUZIONE DI CUBA
La bozza del progetto della Carta Costituzionale è stata proposta alla Consulta popolare per essere rivista e per dare la possibilità al popolo di proporre eventuali cambiamenti.
In quella che viene definita una dittatura persino dai maître à penser nel nostro Paese, quasi nove milioni di cittadini – emigrati inclusi – hanno potuto dire la loro sulla bozza costituzionale, che una volta rientrata è stata aggiornata con le proposte avanzate dalla Consulta popolare. Ad occuparsi della redazione della stessa e dell’incorporazione delle modifiche proposte dalla Consulta popolare,
una commissione guidata dall’ex presidente e Primo Segretario del Partito Comunista Cubano, Raúl Castro.
La bozza, votata all’unanimità dai deputati dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare il 22 dicembre appena trascorso, è stata fatta oggetto dell’interesse della stampa internazionale che plaudiva alla proposta iniziale di togliere l’aggettivo “comunista” come indirizzo del governo cubano. In sostanza, destra e sinistra imperialista (come non pensare ai nostrani Il Manifesto, Left, Internazionale?) hanno sprecato fiumi di inchiostro per festeggiare la fine del comunismo a Cuba, il ripiego verso il capitalismo, l’abbandono della Rivoluzione. Una sorta di requiem, esasperato dal ritornello “Miguel Díaz-Canel non è Fidel Castro”.
Avremmo tanto voluto vedere le facce di questi soloni del nulla, di questi cantori del liberismo, di questi cani da guardia degli USA, nel leggere che nella stesura definitiva, quella che è stata appena approvata all’unanimità, è stata ripristinata la formula prima tolta, ovvero “gli alti obiettivi della costruzione del socialismo e l’avanzo verso la società comunista” (art.5). E dà soddisfazione sottolineare che il ripristino di questo elemento formale e sostanziale fa parte delle proposte della Consulta Popolare.
Per quanto concerne gli altri cambiamenti inseriti nella nuova Costituzione – che verrà sottoposta a referendum il 24 febbraio dell’anno che è appena iniziato – due sono gli aspetti particolarmente interessanti: il primo riguarda l’assetto governativo, l’altro la tanto chiacchierata apertura ad una economia capitalista, altro aspetto sul quale la stampa borghese e liberista tante falsità ha scritto.
Per quel che concerne il primo punto, il Partito Comunista Cubano, di matrice marxista-leninista, rimane la guida del Paese. Viene però inaugurata l’istituzione della figura del Presidente della Repubblica e quella del Primo Ministro. Vengono ampliati i diritti e le garanzie dei cittadini, compreso il rispetto delle varie confessioni religiose.
La Commissione Costituzionale ha eliminato il controverso articolo che avrebbe consentito il matrimonio omosessuale a Cuba. Ha però promesso di aprire un tavolo di discussione sul tema che durerà due anni, quando verrà redatto il nuovo Codice di Famiglia (anch’esso verrà sottoposto a referendum).
Vediamo ora di fare chiarezza sul secondo punto. E per farlo è necessario un passo indietro. Chi afferma che a Cuba, d’emblée, si sia deciso di aprire le porte al capitalismo pecca d’ignoranza o di malafede. Cuba sperimenta un sistema di economia mista da almeno dieci anni, anni segnati dalle riforme economiche volute dal generale Castro (2008-2018). Chi conosce Cuba sa bene quanto, negli ultimi tempi, il Paese abbia proposto centinaia di possibilità di investimento a regime di economia mista (uno fra tutti, cito l’esempio della Zona Mariel). Leggiamo dunque le righe del progetto costituzionale, laddove si parla di riconoscimento della proprietà privata e della necessità degli investimenti stranieri
per lo sviluppo economico del Paese, come nient’altro che la strutturazione, nero su bianco, di un orientamento economico – ma anche politico – già deciso e messo in campo.
Vorrei anche sommessamente aggiungere che il voler a tutti i costi legare il cammino cubano a quello cinese rappresenta una forzatura: nell’enorme bisogno che abbiamo noi occidentali di trasporre ogni evento geograficamente lontano sotto una chiara comprensione, rischiamo di dimenticare troppo spesso l’originalità nazionale di ogni esperienza. Cuba non è la Cina, per varie ragioni, non ultime quelle di natura geofisica.
Cuba è Cuba, con le sue peculiarità, le scelte economiche che opera sono finemente cucite sui bisogni e le necessità del popolo cubano. E del suo benessere, ça va sans dire.
Inoltre, i deputati hanno approvato un articolo che dispone che “i mezzi di comunicazione fondamentale non possono essere oggetto di nessun altro tipo di proprietà che non sia quella socialista di tutto il popolo”. È superfluo aggiungere quanto questo sia necessario per evitare deviazioni che altrove hanno segnato la fine delle esperienze socialiste e che si sono servite dei mezzi di comunicazione antirivoluzionari e borghesi per incistarsi nella vita quotidiana e nella coscienza dei popoli.
La nuova Costituzione che, ripetiamo passerà ora al vaglio referendario il 24 febbraio dell’anno appena iniziato, si è confermata nella struttura quella proposta dalla bozza: 229 articoli, 11 titoli, due disposizioni speciali, 13 transitorie e due finali.
CUBA, RIVOLUZIONE PERENNE
Sessant’anni son passati da quella splendida mattina in cui gli eroi della Rivoluzione segnano la fine della dittatura di Batista.
Uno di quegli anniversari che non è solo commemorazione, ma che stringe in sé un profondo significato di rivalsa e vittoria dei popoli che combattono contro l’imperialismo.
Chi vi dice, chi ci dice che ormai tutto è passato, che il comunismo ha perso, lo dice incurante della situazione in cui si trova a dover sopravvivere la maggioranza delle donne, degli uomini, dei bambini e degli anziani di questo Pianeta: il sistema capitalistico si è imposto trascinando nella miseria, nell’indigenza, nella guerra persino Nazioni che hanno conosciuto il benessere per qualche decennio. L’aggressività degli USA e degli Stati vassalli è accresciuta enormemente dopo il tradimento e il crollo dell’URSS, i Paesi dell’ex blocco sovietico – secondo recentissimi sondaggi – vorrebbero il ritorno allo stato socialista, dopo l’inganno del capitalismo e la beffa dell’occupazione Nato.
A Cuba tutto questo non è accaduto, non accade, non accadrà. Lo diciamo con sicurezza, col sorriso. E lo sa anche chi, da questa parte del mondo, sperava il contrario con la dipartita del Comandante Eterno.
Cuba vanta tra i migliori sistemi sanitari al mondo, e il migliore dell’America Latina. Cuba ha sconfitto la fame: nessun bambino muore di fame a Cuba. Cuba ha tra i migliori sistemi educativi al mondo, e il migliore dell’America Latina, surclassando quelli nati dalle dittature dei militari preparati dai nazisti scappati dalla Germania e assoldati dai democraticissimi USA. Al contrario, in questi Paesi la gente rovista tra i rifiuti per mangiare.
A Cuba si è sopravvissuti al periodo especial, si sopravvive ancora a una restrizione economica, a una angheria finanziaria sotto la quale probabilmente qualsiasi altro Paese sarebbe crollato.
Cuba sarebbe un miracolo, se noi credessimo ai miracoli. Cuba è il prodotto della
ferrea disciplina marxista-leninista e dell’educazione alla rivoluzione.
Cuba, seguendo gli esempi antecedenti, su tutti quello di José Martí, ha plasmato la sua lotta di liberazione in chiave nazionale, applicando le lezioni di Lenin, di Stalin, di Mao sulla necessità di creare la Rivoluzione nel proprio Paese sposando le caratteristiche più idonee che possano renderla vincente, nel proprio Paese.
E in questi tempi oscuri, di antifascismo un tanto al chilo, letto in chiave esclusivamente ruffiana, in cui chiunque parli di difesa della sovranità popolare viene accusato di rossobrunismo – quando non direttamente di fascismo! - da Cuba ci arriva forte il monito: “Patria o Muerte!”.
Se il futuro che scegliamo per la Patria (perché Paese o Nazione e non Patria? Cosa avrà mai fatto di male questo termine per suscitare una tale repulsione tra gli ambienti cosiddetti di sinistra?) è quello socialista, se lottiamo per questo obiettivo, se lo sosteniamo col nostro impegno militante, la nostra dedizione agli insegnamenti marxisti-leninisti, come non possiamo ritrovare nella Rivoluzione cubana, nella sua difesa alla patria socialista l’indirizzo al quale volgerci, anche oggi, nel 2019?
È chiaro: proprio in virtù di quanto appena affermato non possiamo trasporre pari pari quella che fu, anzi quella che è, la Rivoluzione Cubana entro i nostri confini (altra parola che pare abbia assurto connotati da demonizzare): possiamo però studiare, analizzare, approfondire quella che, tra le pochissime, non è solo il sogno di ciò che poteva essere ma la realtà di ciò che è.
Lunga vita alla Rivoluzione Cubana. Lunga vita a Cuba!

martedì 3 gennaio 2012

Le contraddizioni di Amnesty Internetional, di Salim Lamrani

Amnesty International è senza alcun dubbio la più celebre organizzazione di difesa dei diritti umani al mondo. Creata nel 1961 dall'avvocato britannico Peter Benenson, questa organizzazione non governativa dispone di sezioni in più di 50 paesi e conta più di 2 milioni di aderenti in tutto il pianeta. Il suo eminente lavoro a favore dell'abolizione della pena di morte e della tortura, o contro i crimini politici e per la liberazione dei prigionieri d'opinione, le ha permesso di beneficiare dello statuto di organismo a carattere consultivo presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, l'UNESCO, il Consiglio d'Europa e dell'Organizzazione degli Stati Americani, fra gli altri [1].

I “prigionieri di opinione

Amnesty International pubblica ogni anno un rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Quasi nessun paese è scappato al suo sguardo vigile. Per quel che riguarda Cuba, l'organizzazione internazionale denuncia “69 prigionieri d'opinione” nel suo rapporto del 2007 e spiega come questi ultimi siano stati incarcerati a causa delle “loro posizioni o attività politiche non violente”. Il governo cubano ricusa questa responsabilità e accusa Amnesty International di parzialità. Le relazioni tra l'organizzazione e le autorità del paese sono state interrotte dal 1988, data dell'ultima visita di Amnesty International a Cuba [2].

In una dichiarazione del 18 marzo 2008, Amnesty International ha contato questa volta “58 dissidenti ancora imprigionati nel paese”. L'organizzazione sottolinea che “il solo crimine commesso da queste 58 persone è stato quello di aver esercitato in maniera pacifica le loro libertà fondamentali”. Kerry Howard, direttrice aggiunta del Programma Americhe di Amnesty International, ricorda che l'organizzazione “li considera come prigionieri d'opinione. Queste persone devono essere rimesse in libertà immediatamente e senza condizioni” [3].

Nel suo comunicato, l'organizzazione internazionale riconosce che “la maggior parte sono stati incolpati per atti contro l'indipendenza dello Stato”. Amnesty International riconosce anche che queste persone sono state condannate “per aver ricevuto fondi o materiale dal governo americano per attività considerate dalle autorità come sovversive o suscettibili di far torto a Cuba [4]”.

Per convincersi di tale realtà, vigente dal 1959, basta consultare, oltre agli archivi statunitensi, parzialmente declassificati, la sezione 1705 della legge Torricelli del 1992, la sezione 109 della legge Helms-Burton del 1996 e i 2 rapporti della Commissione di Aiuto ad una Cuba libera del maggio 2004 e del luglio 2006. Tutti questi documenti mostrano che il presidente degli Stati Uniti finanzia l'opposizione interna a Cuba allo scopo di rovesciare il governo dell'Avana. Si tratta del principale pilastro della politica estera di Washington nei confronti di Cuba [5].

Così, la sezione 1705 della legge Torricelli prevede che “gli Stati Uniti forniranno assistenza, attraverso organizzazioni non governative appropriate, per sostenere individui e organizzazioni che promuovono un cambiamento democratico non violento a Cuba [6]”.

La sezione 109 della legge Helms-Burton è ugualmente molto chiara: “Il presidente [degli Stati Uniti] è autorizzato a fornire assistenza e a offrire qualsiasi tipo di appoggi ad individui e organizzazioni non governative indipendenti al fine di sostenere gli sforzi in vista della costruzione di una democrazia a Cuba [7]”.

Il primo rapporto della Commissione di Aiuto ad una Cuba libera prevede la messa in atto di un “solido programma di appoggio a favore della società civile cubana”. Tra le misure previste, un finanziamento dell'ammontare di 36 milioni di dollari è destinato al “sostegno dell'opposizione democratica e al rafforzamento della società civile emergente [8]”.

Il 3 marzo 2005, M. Roger Noriega, sottosegretario di Stato per l'Emisfero Occidentale dell'amministrazione Bush, ha segnalato che 14,4 milioni di dollari sono stati aggiunti al budget di 36 milioni di dollari previsto nel rapporto del 2004. M. Noriega ha spinto la sua sincerità a tal punto da svelare l'identità di alcune delle persone che stanno lavorando all'elaborazione della politica estera statunitense contro Cuba [9].

Infine, il secondo rapporto della Commissione di Aiuto ad una Cuba libera prevede un budget di 31 milioni di dollari per finanziare maggiormente l'opposizione interna. Inoltre, a questo stesso scopo, viene attribuito un finanziamento di almeno 20 milioni di dollari all'anno per gli anni futuri “fino a quando la dittatura cesserà di esistere [10]”.

A questo punto, non ci possono essere dubbi in materia.

Contraddizioni

Amnesty International ormai ammette che le persone che essa considera “prigionieri d'opinione” hanno “ricevuto fondi o materiale dal governo americano per attività considerate dalle autorità come sovversive o suscettibili di far torto a Cuba”. E' su questo punto che l'organizzazione internazionale entra in piena contraddizione.

Infatti, il diritto internazionale considera illegale il finanziamento ad un'opposizione interna in un'altra nazione sovrana. Una tale politica viola in modo flagrante i principi e le norme che reggono le relazioni tra stati. Tutti i paesi del mondo dispongono di un arsenale giuridico che permette loro di difendere l'indipendenza nazionale contro questo tipo di aggressione esterna, codificando come reato le condotte che favoriscono l'applicazione di disposizioni tali da portare alla sovversione. Si tratta di un dovere primordiale di ogni stato.

La legislazione cubana

La legislazione cubana punisce tramite sanzioni molto severe ogni associazione con una potenza straniera costituita allo scopo di sovvertire l'ordine stabilito e di distruggere il suo sistema politico, economico e sociale. La legge n°88 di protezione dell'indipendenza nazionale e dell'economia di Cuba è stata adottata il 15 marzo 1999, in seguito alla decisione presa dagli Stati Uniti di aumentare le sanzioni economiche e il finanziamento dell'opposizione interna a Cuba.

Questa legislazione ha lo scopo, come afferma l'articolo 1, di “specificare e sancire le azioni dirette a sostenere, facilitare o collaborare con gli obiettivi della legge Helms-Burton, l'embargo e la guerra economica contro il popolo [cubano], volti a spezzare l'ordine interno, a destabilizzare il paese e a liquidare lo stato socialista e l'indipendenza di Cuba[11]”.

La legge prevede sanzioni da 7 a 15 anni di reclusione a chiunque “fornisca, direttamente o tramite terzi, al governo degli Stati Uniti d'America, alle sue agenzie, dipendenze, rappresentanti o funzionari, informazioni che facilitino il perseguimento degli obiettivi della legge Helms-Burton”. La pena può durare dagli 8 ai 20 anni di prigione se il reato viene commesso congiuntamente da più persone o se esso viene assoldato in qualsivoglia maniera [12].

La legge n°88 punisce con una pena da 3 a 8 anni di carcere la raccolta, la riproduzione o la diffusione di materiale a carattere sovversivo proveniente dal “governo degli Stati Uniti, dalle sue agenzie, dipendenze, rappresentanti, funzionari o di qualsiasi entità straniera” allo scopo di sostenere il perseguimento di obiettivi quali sanzioni economiche e destabilizzazione della nazione. Le pene dureranno dai 4 ai 10 anni di prigione se il reato viene compiuto con il concorso di altre persone o se viene finanziato[13].

Infine, l' articolo 11 prevede che “colui che[...] direttamente o tramite terzi, riceve, distribuisce o partecipa alla distribuzione di mezzi finanziari, materiali o di altra natura, provenienti dal governo degli Stati Uniti d'America, dalle sue agenzie, dipendenze, rappresentanti, funzionari o entità private, è passibile di una privazione di libertà da 3 a 8 anni [14]”.

Così, come ammette esplicitamente Amnesty International, le persone che essa considera “prigionieri d'opinione” hanno in realtà commesso un grave reato punito severamente dalla legge cubana. Così facendo, sono passati dallo statuto di oppositori a quello di agenti pagati da una potenza straniera e sono quindi condannabili agli occhi della giustizia cubana. I “prigionieri d'opinione” sono in realtà dei mercenari al servizio di una potenza straniera ostile e bellicosa.

Specificità penale cubana?

È ugualmente opportuno sottolineare che gli Stati Uniti sono stati lo storico nemico accanito dell'indipendenza e della sovranità di Cuba. Nel 1898, Washington è intervenuta nella guerra anticoloniale cubana per impedire ai Cubani di accedere pienamente all'autodeterminazione e ha occupato il paese fino al 1902. In seguito, Cuba ne è divenuta una specie di protettorato dominato politicamente e economicamente fino al 1958. A partire del 1959, gli Stati Uniti hanno tentato di tutto per abbattere la Rivoluzione cubana: attentati terroristici, invasione armata, minaccia di disintegrazione nucleare, sanzioni economiche, guerre politiche, mediatiche e diplomatiche e sovversione interna. 

Come ogni stato responsabile, il governo rivoluzionario ha adottato delle misure legali per sopravvivere a tali manovre. Tuttavia, la legislazione penale cubana è contraddistinta da una sua peculiarità? È unica? Vediamo ciò che è previsto dalle legislazioni occidentali – che, tra l'altro, non devono far fronte alle stesse minacce a cui deve rispondere Cuba – nei confronti di individui che si mettono al servizio di una potenza straniera.

Il Codice penale statunitense

Negli Stati Uniti, simili manovre sono gravemente punite. Secondo il paragrafo 951 del Codice penale, “chiunque, che non sia un funzionario diplomatico o consolare o connesso, operi all'interno degli Stati Uniti come agente per conto di un governo straniero senza una previa notifica al Ministero della Giustizia [...] è soggetto a una pena che può raggiungere i 10 anni di prigione”.

Il punto e/2/A del paragrafo precisa che “chiunque sia impegnato in una transazione commerciale legale deve essere considerato come un agente di un governo straniero [...] se si tratta di un agente di Cuba”. Così, un Cubano che acquisti un apparecchio medico negli Stati Uniti per conto di un ospedale dell'Avana è legalmente passibile di una pena che può raggiungere 10 anni di prigione [15].

Il paragrafo 953, conosciuto col nome di legge Logan, afferma che “ogni cittadino degli Stati Uniti, chiunque sia, che, senza autorizzazione degli Stati Uniti, intraprenda o mantenga, direttamente o indirettamente, una corrispondenza o una relazione con un governo straniero o con qualsiasi suo funzionario o agente, nell'intenzione di influenzare le misure o la condotta di un governo straniero o di qualsiasi suo funzionario o agente, in rapporto a un conflitto o una controversia con gli Stati Uniti” è soggetto a una pena che può raggiungere i 3 anni di prigione [16].

Se una legge simile fosse applicata a Cuba, la stragrande maggioranza di quella che la stampa occidentale considera “dissidenza cubana” si troverebbe sotto chiave. In effetti, gli oppositori cubani si riuniscono regolarmente con il rappresentante degli Stati Uniti all'Avana, Michael Parmly, nell'ufficio della Sezione di Interessi Nordamericani(SINA) o addirittura nella residenza personale di quest'ultimo.

Il paragrafo 954 prevede una pena di 10 anni di reclusione per chiunque esprima “false dichiarazioni” allo scopo di attaccare gli interessi degli Stati Uniti concernenti relazioni con un'altra nazione[17]. Anche in questo caso, se l'oppositore Oswaldo Payà – che accusa il governo cubano di essere responsabile di sparizioni e di aver assassinato più di “20 bambini” – dovesse sottostare ad una legislazione tanto severa quanto quella vigente negli Stati Uniti, attualmente sarebbe in prigione, senza destare alcun turbamento nelle anime dei ben-pensanti occidentali. Eppure il più celebre dei dissidenti cubani non è mai stato disturbato dalla giustizia cubana, perché quest'ultima non dispone di prove sul fatto che egli riceva del denaro da una potenza straniera. A titolo di paragone, Raùl Rivero, che era un oppositore relativamente moderato e cauto in confronto a Payà, è stato condannato a 20 anni di carcere (e liberato un anno più tardi) per aver accettato generose retribuzioni offerte da Washington [18]. 

Il paragrafo 2381 dispone che “chiunque, che presti fedeltà agli Stati Uniti, intraprenda una guerra contro il paese o si associ ai suoi nemici, fornendo agli Stati Uniti o altri aiuto e sostegno, è colpevole di tradimento e passibile di pena di morte, o di un periodo di reclusione superiore a 5 anni[19]”.

Così, se dei cittadini statunitensi avessero perpetrato le stesse manovre compiute dagli individui riconosciuti colpevoli d'associazione con una potenza straniera dalla giustizia cubana, rischierebbero la pena capitale. Il paragrafo 2385 prevede una pena di 20 anni di carcere per chiunque inneggi al rovesciamento del governo o dell'ordine stabilito [20].

Come è facilmente constatabile, il codice penale statunitense è, sotto molti aspetti, molto più severo della legislazione cubana.

La legislazione penale francese

Anche il Codice penale francese prevede sanzioni estremamente severe in caso di associazione con una potenza straniera. Secondo l'articolo 411-4, “il fatto di tenere rapporti di intelligence con una potenza straniera, un'impresa o un'organizzazione straniera o sotto controllo straniero o con i loro agenti, al fine di suscitare ostilità o atti di aggressione contro la Francia, è punito con 30 anni di detenzione criminale e 450.000 euro di ammenda. È punito allo stesso modo il fatto di fornire ad una potenza straniera, ad un'impresa o ad un'organizzazione straniera o sotto controllo straniero o ai loro agenti, i mezzi per intraprendere ostilità o compiere atti di aggressione contro la Francia [21]”.

La legge francese è, da questo punto di vista, più severa della legislazione cubana.

La legge spagnola

Il Codice penale spagnolo del 1995 prevede sanzioni severe per gli stessi reati. Secondo l'articolo 592, “ le persone che tengono rapporti di intelligence o relazioni di qualsiasi tipo con governi stranieri, con i loro agenti o con gruppi, organismi, o associazioni internazionali o straniere, allo scopo di pregiudicare l'autorità dello Stato o di compromettere la dignità o gli interessi vitali della Spagna, saranno puniti con un periodo di reclusione dai 4 agli 8 anni [22]”.

L'articolo 589 dispone una pena da 1 a 3 anni di prigione per “ chiunque divulghi o esegua in Spagna qualunque ordine, disposizione o documento di un governo straniero che attenti all'indipendenza o alla sicurezza dello Stato, si opponga al rispetto delle sue leggi o ne provochi la violazione[23]”. Se le famose Donne in bianco cubane avessero agito allo stesso modo in Spagna, sarebbero state private della libertà.

Il codice penale belga

Il Capitolo II della legislazione belga concernente “i crimini e i delitti contro la sicurezza esterna dello Stato” e più precisamente l'articolo 114, afferma che “chiunque pratichi delle manovre o tenga rapporti segreti con una potenza straniera o con chiunque agisca nell'interesse di una potenza straniera, per impegnare tale potenza in una guerra contro il Belgio, o per procurarle i mezzi per farlo, sarà punito con una detenzione dai 20 ai 30 anni. Se a questo seguono delle ostilità, egli sarà punito con una detenzione a vita [24]”.

La legislazione italiana

Secondo l'articolo 243 del Codice penale italiano, “chiunque tiene rapporti di intelligence con lo straniero affinché uno Stato estero muova guerra o compia atti di ostilità contro lo Stato italiano, ovvero commette altri fatti diretti allo stesso scopo, e' punito con la reclusione non inferiore a dieci anni. Se la guerra segue, si applica l'ergastolo [1]; se le ostilità si verificano, si applica l'ergastolo. [1] La pena di morte è stata soppressa e sostituita con la reclusione a vita [25]”.

L'articolo 246 tratta della corruzione di un cittadino da parte di una potenza straniera: “Il cittadino, che, anche indirettamente, riceve o si fa promettere dallo straniero, per se' o per altri, denaro o qualsiasi utilità, o soltanto ne accetta la promessa, al fine di compiere atti contrari agli interessi nazionali, e' punito, se il fatto non costituisce un piu' grave reato, con la reclusione da tre a dieci anni “. La pena e' aumentata se “il denaro o l'utilità sono dati o promessi per una propaganda col mezzo della stampa [26]”.

Così, la legislazione italiana è ben più severa di quella cubana. Se i celeberrimi dissidenti quali Payà, Marta Beatriz Roque o Elizardo Sànchez si trovassero in Italia, sarebbero in prigione, non in libertà.

La legge svizzera

Anche la pacifica svizzera prevede sanzioni per il reato di associazione con una potenza straniera. L'articolo 266 del Codice penale dispone che: “1. Chiunque commette un atto diretto a menomare ovvero ad esporre a pericolo l’indipendenza della Confederazione, a provocare l’ingerenza di uno Stato estero negli affari della Confederazione in modo da mettere in pericolo l’indipendenza della Confederazione, è punito con una pena detentiva non inferiore a un anno. 2. Chiunque tiene rapporti di intelligence col governo di uno Stato estero o con agenti di esso allo scopo di provocare una guerra contro la Confederazione, è punito con una pena detentiva non inferiore a tre anni. Nei casi gravi, il giudice può pronunciare la pena detentiva a vita”.

L'articolo 266 bis è ugualmente molto chiaro: “1 Chiunque, nell’intento di provocare o di sostenere imprese o maneggi dell’estero contro la sicurezza della Svizzera, entra in rapporto con uno Stato estero, con partiti esteri o con altre organizzazioni all’estero, o con i loro agenti, ovvero lancia o diffonde informazioni inesatte o tendenziose, è punito con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria. Nei casi gravi, il giudice può pronunciare una pena detentiva non inferiore ad un anno [27]”.

La legislazione svedese

In Svezia, il Codice penale prevede una pena di 2 anni di reclusione per “colui che riceve denaro o altre utilità da una potenza straniera o da chiunque agisca nell'interesse di quest'ultima, allo scopo di pubblicare o diffondere degli scritti, o di influenzare in un qualche modo l'opinione pubblica per ciò che riguarda l'organizzazione interna dello Stato[28]”.

Questa democrazia scandinava sanziona anche “colui che divulga o trasmette a potenze straniere o a loro agenti informazioni inesatte o tendenziose, allo scopo di creare una minaccia alla sicurezza dello Stato”. Infine, una pena dai 10 anni di reclusione all'ergastolo è applicata a “colui che costituisce una minaccia alla sicurezza dello Stato per aver fatto uso di mezzi illegali con il sostegno di una potenza estera[29]”.

Agenti al servizio di una potenza straniera e non “prigionieri d'opinione

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi all'infinito. In qualsiasi paese del mondo, l'associazione con una potenza straniera è severamente punita dalla legge e non è affatto possibile accordare la qualifica di “prigionieri d'opinione” a individui stipendiati da un governo straniero, come è il caso dei detenuti cubani, cosa peraltro onestamente riconosciuta da Amnesty International. 

Amnesty International è un'organizzazione riconosciuta per la sua serietà, la sua professionalità e la sua imparzialità. Ma il trattamento che essa riserva a Cuba è poco attendibile. Per poter continuare a godere dello stesso prestigio e della stessa obiettività, Amnesty International dovrebbe riconsiderare, senza più indugi, il suo giudizio nei confronti di coloro che considera “prigionieri d'opinione” a Cuba, poiché la logica “due pesi, due misure” non è più accettabile.

Salim Lamrani è un insegnante, saggista e giornalista francese, specialista nelle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti. Ha pubblicato “Washington contre Cuba” (Pantin : Le Temps des Cerises, 2005), Cuba face à l’Empire (Genève : Timeli, 2006) et Fidel Castro, Cuba et les Etats-Unis (Pantin : Le Temps des Cerises, 2006)[“Fidel Castro, Cuba, gli Stati Uniti”, Sperling&Kupfer editori, ndt].

Ha appena pubblicato “Double Morale. Cuba, l’Union européenne et les droits de l’homme” (Paris : Editions Estrella, 2008)[“Doppia morale: Cuba, l'Unione Europea e i Diritti Umani”, ndt].

Contact : lamranisalim@yahoo.fr

Salim Lamrani collabora regolarmente con Mondialisation.ca. 

Fonte: Mondialisation.ca
Link: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=8896
5.05.08

Tradotto per www.comedonchisciotte.org da VELEROSSA

Note

[1] Amnesty International, « L’histoire d’Amnesty International », nessuna data. http://www.amnesty.org/fr/who-we-are/history (sito consultato il 23 aprile 2008).
[2] Amnesty International, « Cuba. Rapport 2007 », aprile 2007. http://www.amnesty.org/fr/region/americas/caribbean/cuba#report (sito consultato il 23 aprile 2008).
[3] Amnesty International, « Cuba. Cinq années de trop, le nouveau gouvernement doit libérer les dissidents emprisonnés» [“Cuba. Cinque anni di troppo, il nuovo governo deve liberare i dissidenti incarcerati”,ndt] , 18 mars 2008. (site consulté le 23 avril 2008).
[4] Ibid.
[5] Salim Lamrani, Double Morale. Cuba, l’Union européenne et les droits de l’homme (Paris : Editions Estrella, 2008), pp. 45-55.
[6] Legge Torricelli[Cuban Democracy Act, ndt], Titolo XVII, Sezione 1705, 1992.
[7] Legge Helms-Burton, Titolo I, Sezione 109, 1996.
[8] Colin L. Powell, Commission for Assistance to a Free Cuba[Commissione di Aiuto ad una Cuba libera, ndt], (Washington : United States Department of State, mai 2004). www.state.gov/documents/organization/32334.pdf (sito consultato il 7 maggio 2004), pp. 16, 22.
[9] Roger F. Noriega, « Assistant Secretary Noriega’s Statement Before the House of Representatives Committee on International Relations », Department of State, 3 marzo 2005. www.state.gov/p/wha/rls/rm/2005/ql/42986.htm (sito consultato il 9 aprile 2005).
[10] Condolezza Rice & Carlos Gutierrez, Commission for Assistance to a Free Cuba, (Washington : United States Department of State, luglio 2006). www.cafc.gov/documents/organization/68166.pdf (sito consultato il 12 luglio 2006), p. 20.
[11] Gaceta Oficial de la República de Cuba, Ley de protección de la independencia nacional y la economía de Cuba (LEY NO 88)[legge n° 88 sulla protezione dell'indipendenza nazionale e dell'economia di Cuba, ndt], 15 marzo 1999.
[12] Ibid.
[13] Ibid.
[14] Ibid.
[15] Codice penale degli Stati Uniti, Titolo 18, Parte I, Capitolo 45, § 951.
[16] Codice penale degli Stati Uniti, Titolo 18, Parte I, Capitolo 45, § 953.
[17] Codice penale degli Stati Uniti, Titolo 18, Parte I, Capitolo 45, § 954.
[18] El Nuevo Herald, “Mensaje de Payá destaca que en la isla hay desaparecidos”, 18 marzo 2005, p. 23A.
[19] Codice penale degli Stati Uniti, Titolo 18, Parte I, Capitolo 115, § 2381.
[20] Codice penale degli Stati Uniti, Titolo18, Parte I, Capitolo 115, § 2385.
[21] Codice penale francese, Libro IV,Capitolo I, Sezione 2, Articolo 411-4.
[22] Codice penale spagnolo del 1995, capitolo II, Articolo 592. 
[23] Codice penale spagnolo del 1995, capitolo II, Articolo 589.
[24] Codice penale belga, Capitolo II, Articolo 114.
[25] Codice penale italiano, Libro II, Titolo I, Capitolo I, Articolo 243.
[26] Codice penale italiano, Libro II, Titolo I, Capitolo I, Articolo 246.
[27]Codice penale svizzero, Articolo 266.
[28]Codice penale svedese, Capitolo 19, Articolo 13.
[29] Codice penale svedese, Capitolo 19, Articolo 8.


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lunedì 10 ottobre 2011

Il partito unico a Cuba e la questione della sovranità nazionale, di Marta Harnecker


Il partito unico a Cuba e la questione della sovranità nazionale
di Marta Harnecker

L’esistenza di vari partiti o di uno solo non è una questione di principio, non è un dogma, dipende dalla forma concreta che adotta la lotta di classe in ogni Paese
Prima di affrontare il tema del partito unico a Cuba vorrei impostare la seguente tesi: l’esistenza di vari partiti o di uno solo non è una questione di principio, non è un dogma, dipende dalla forma concreta che adotta la lotta di classe in ogni Paese, e non è scollegato dalle dinamiche assunte dalla lotta di classe a livello internazionale.
Non dobbiamo cadere né nel feticismo del pluralismo né in quello del partito unico. Ci sono tipi di pluripartitismo puramente formali, questo succede quando due partiti diversi hanno programmi simili, come è il caso dei partiti Repubblicano e Democratico negli Stati Uniti. Questo non vuol dire però che sia sempre così, esistono forme di pluripartitismo nei quali si distinguono i diversi interessi di classe come succede in molti paesi europei e dell’America Latina.
Cosa pensare del così discusso tema del partito unico a Cuba? Anzitutto dobbiamo tener presente la realtà storico sociale che esiste in quel piccolo paese situato geograficamente a 90 miglia dell’impero più potente del mondo, e quale struttura politica e strumenti di conduzione richiedeva per portare avanti la lotta per la liberazione nazionale e il socialismo.
E’ importante cominciare chiarendo che il Movimento 26 Luglio (M 26), l’organizzazione che ha portato il processo rivoluzionario alla vittoria, era un’organizzazione politica creata da Fidel Castro e da un gruppo di rivoluzionari cubani che non si ispiravano ai classici partiti comunisti ma alle idee organizzative di José Martì.
Martì, una delle figure più rilevanti nella lotta per l’indipendenza di Cuba dalla Spagna, comprovato che i patrioti non erano riusciti nella prima fase di lotta a conquistare l’indipendenza, dato il fatto che Cuba fu l’ultimo paese dell’America Latina a conquistare l’indipendenza poiché erano forti le differenze tra le forze indipendentiste. Vi erano divisioni non soltanto nel campo politico ma anche tra chi faceva politica e chi impugnava le armi. Per superare questi problemi Marti concretizzò l’idea di unire in un solo corpo tutte le forse disposte a lottare per l’indipendenza di Cuba e, allo steso tempo, di Porto Rico. Nasce cosi l’idea del Partito Rivoluzionario Cubano, con una concezione non di partito classista, ma di partito-fronte: il partito della nazione cubana che intendeva unire tutti i patrioti cubani, presenti nei diversi settori sociali, in un'unica organizzazione politica capace di superare gli errori e le divisioni del passato.
Anni più tardi Fidel, nonostante la sua concezione marxista della politica, non entra nel Partito Socialista Popolare, nome adottato dal Partito Comunista, ma nel Partito Ortodosso il quale rappresentava la piccola borghesia antimperialista radicale, e da li comincia a configurare il nucleo iniziale del movimento 26 Luglio ispirandosi alla concezione martiana del partito. Nella conformazione del movimento 26 Luglio, Fidel aveva ben presente l’importanza di unificare tutti i rivoluzionari e di conseguenza lavora per ottenere accordi unitari con le altre forze della sinistra cubana. Il Partito Socialista Popolare (PSP) e il Direttivo Rivoluzionario riescono, prima dello sbarco del Granma, a produrre un manifesto politico congiunto.
A pochi mesi dalla vittoria alcuni quadri del PSP si uniscono alla guerriglia. E’ importante ricordare che subito dopo il trionfo della rivoluzione i comunisti cubani hanno il merito storico di aver riconosciuto la leadership di Fidel Castro, cosa che molti altri partiti comunisti non sono stati capaci di fare. Nel caso del Nicaragua alcuni partiti marxisti non furono capaci di riconoscere la leadership sandinista e continuarono a lottare contro il Fronte sandinista di liberazione nazionale (FSLN) preferendo alleanze con la borghesia.
A Cuba non vi fu il solo gesto del PSP ma anche di Fidel che, dopo il trionfo della rivoluzione, adottò una posizione patriottica e antisettaria, come lui stesso dice, lasciando il movimento 26 Luglio e adottando come sua la bandiera della rivoluzione come qualcosa di molto più grande della sua organizzazione politico militare, poiché alla rivoluzione partecipava l’intero popolo. Nel linguaggio popolare “Fidel abbandonò la camicia del partito per indossare quella della rivoluzione”.
E’ importante ricordare che dopo il trionfo, a Cuba non vi erano più partiti borghesi poiché i suoi dirigenti si erano stabiliti a Miami durante la dittatura di Batista o immediatamente dopo il suo rovesciamento. Finita però positivamente la lotta contro Batista, inizia la guerra più lunga e dura: la lotta contro l’imperialismo, già prevista e annunciata da Fidel quando era ancora sulla Sierra Maestra, in una lettera a Celia Sanchez. E’ allora che si manifesta l’importanza degli ideali di Marti di raggruppare le forze rivoluzionarie in un unico partito. In quel momento esistevano tre organizzazioni politiche di opposizione importanti: il PSP, il Direttivo e il M 26 Luglio.
Fidel sapeva che qualunque fessura si fosse creata tra le file del popolo avrebbe permesso all’imperialismo di affondare dall’interno la rivoluzione. Da qui, nella misura in cui cresceva la lotta contro gli Stati Uniti aumentavano gli sforzi per dare una struttura unica ai tre partiti. Il primo intento, due anni dopo il trionfo della rivoluzione, fu la formazione delle Organizzazioni Rivoluzionarie Integrate (ORI).
Che Guevara raccontava che insieme a Fidel pensarono ad un organismo legato alle masse formato da “quadri fortemente selezionati” e ad una organizzazione “centralizzata ed elastica allo stesso tempo”; per metterla in pratica “confidarono ciecamente nell’autorità raggiunta in tanti anni di lotta dal Partito Socialista Popolare”.1
In questo contesto, contro il criterio di importanti esponenti del suo stesso partito e di Fidel, Anibal Escalante, dirigente del PSP e segretario organizzativo delle ORI, cade in deviazioni settarie e cerca di controllare il nascente organismo unitario facendo ricoprire le cariche ai militanti del PSP. Questo tipo di deviazioni vengono subito rilevate e il 26 marzo del 1962 si realizza il cosiddetto “primo processo a Escalante” dove Fidel critica il settarismo e responsabilizza di questa deviazione una parte dei quadri del PSP, specialmente Anibal Escalante. Il processo finisce e con esso il primo tentativo di unire le forze rivoluzionarie. Una delle grandi responsabilità delle ORI è quella di non essere riusciti a integrarsi con le masse.
Nello steso anno inizia un nuovo sforzo di unificazione con la creazione del Partito Unito della Rivoluzione Socialista (PURS), che risponde al carattere socialista che apertamente comincia ad assumere il processo cubano dopo l’invasione di Playa Giron. Dopo l’esperienza negativa delle ORI, si decide che siano le masse a scegliere i candidati per il partito tra i lavoratori che si distinguono, considerando molto importante che i militanti della nuova organizzazione politica abbiano pieno appoggio e godano del prestigio tra le masse. Con il tempo però il PURS non cresce.
Tre anni dopo il 3 ottobre del 1965, viene fondato il Partito Comunista di Cuba (PCC) e si costituisce il suo primo Comitato Centrale, quando ormai sono considerate superate le divergenze originali dei militanti rivoluzionari. Questa è la storia e il contesto in cui nasce il partito unico a Cuba. Va bene, si potrà dire, questa è la storia, però perché oggi quando la direzione cubana sostiene che Fidel Castro ha l’appoggio della popolazione non si permette la creazione di altri partiti? Ritengo che il seguente paragone possa aiutare a comprendere il rifiuto cubano al multipartitismo.
Perché fu così importante per il futuro di Cuba smontare i piani dell’imperialismo con l’invasione di Playa Giron? Poiché era fondamentale impedire che venisse stabilita una testa di ponte controrivoluzionaria, che permettesse di instaurare a Cuba un governo provvisorio che avrebbe ricevuto immediatamente tutto l’appoggio degli Stati Uniti per riconquistare, da quel momento, il resto del territorio. Allo stesso modo, permettere a Cuba la creazione di altri partiti politici in momenti in cui le forze mondiale sono sfavorevoli al socialismo, avrebbe significato accettare in territorio nazionale cubano una testa di ponte politica che tramite quel canale avrebbe fatto penetrare a Cuba la propaganda politica e i mezzi della controrivoluzione con sede a Miami e lo stesso governo degli Stati Uniti. Sarebbe assurdo che dopo quarant’anni di sviluppo indipendente e sovrano, i cubani, per soddisfare le richieste di alcuni settori auto proclamatisi “Democra-tici”, cedessero spazio gratuito alla controrivoluzione. Sarebbe un’enorme ingenuità politica. La storia è piena di questa ingenuità. Gorbachov portò al disastro il campo socialista, come ripetere un errore simile2.
Vorrei chiarire che sto parlando della situazione vissuta attualmente da Cuba. Se queste condizioni cambieranno, se cambieranno i rapporti di forza a livello mondiale, se l’imperialismo riuscisse ad accettare una necessaria convivenza con regimi che non condividono il suo sistema di governo né la sua concezione del mondo, questa situazione potrebbe variare.
Se in futuro con un altro rapporto tra le forze mondiali, le masse cubane chiederanno la formazione di altri partiti, penso che la direzione cubana non si opporrebbe e si aprirebbe una discussione in merito. Ma nessuno che abbia un minimo di rappresentatività a Cuba sta chiedendo oggi che si formi un altro partito.
Ritengo che questo partito unico, che si ispira alla concezione martiana del Partito della Nazione Cubana, non può essere considerato oggi esclusivamente come un partito operaio-contadino, deve essere considerato come un partito di tutti i laboratori, il che significa tener in conto espressamente gli ampi settori di professionalità formati, in tutti i campi, dalla rivoluzione in questi quarant’anni. E’ fondamentale che si creino spazi di partecipazione politica specifici per questi settori, affinché tutto il suo potenziale intellettuale possa trovare canali di espressione che permettano di contribuire, con idee e iniziative, alle grandi sfide che la rivoluzione deve oggi affrontare.



Note:

1. Ernesto Che Guevara, “Il partito marxista-leninista” (1963), in Scritti e Discorsi, Editoriale Politica, l’Avana, 1985, t.7, p.10.

2. La storia dirà se fu ingenuità o tradimento.