sabato 22 aprile 2017

L’indipendenza nazionale, unica via d’uscita possibile, di Frantz Fanon

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di Frantz Fanon

Giornale El Moudjahid (Il Partigiano), organo ufficiale del FLN, n°10, settembre 1957

Ringraziamo Mohamed Walid Grine per la segnalazione e la traduzione di questo scritto di Frantz Fanon

Il termine di indipendenza da solo è sufficiente per aizzare contro di noi l’unanimità dei Francesi. Se ha il dono di far arrabbiare gravemente gli imperialisti accaniti, non manca anche di suscitare la furia degli uomini di sinistra le cui reazioni scioviniste sono diventate incontrollabili. L’opinione francese non ci perdona di rivendicare con tanta convinzione la sovranità piena ed intera del nostro paese. Ci accusa di infantilismo e ci rimprovera di avere questa passione idolatra che ci renderebbe schiavi di una parola.

Confrontata con una spinta nazionalista, questa stessa opinione non esita a mettere in questione l’idea di indipendenza nazionale in generale. Il concetto sarebbe antiquato e non corrisponderebbe più alle esigenze della nostra epoca in cui prevalgono i grandi blocchi politici, a scapito delle piccole potenze. Non coglie l’opportunità dell’indipendenza, che non sarebbe più una promozione, ma una regressione per l’Algeria situata alle porte dell’Europa e avendo tutto da beneficiare restando nelle mani della Francia.

Un obiettivo fondamentale e non una rivendicazione tattica

Ci si è impadroniti in Francia del problema algerino per oscurarne i dati e presentarlo in termini inintelligibili. Una moltiplicazione di soluzioni spesso contraddittorie, sempre illusorie, sono state presentate. In questo flusso di progetti, la soluzione valida, l’unica che importi per la pace, ovvero l’indipendenza dell’Algeria, è prevista soltanto per essere sistematicamente disapplicata. Ne conseguono tutte le controversie e discussioni che si sono instaurate tra i responsabili francesi, che è una soluzione ingiustificata e dopotutto arbitraria.

Rivendicandola, gli Algerini manifesterebbero una posizione estremista e essenzialmente passionale. La Francia non sarebbe obbligata a sottoscriverla e non si lascerebbe trascinare in questo estremismo. Inoltre, ci sarebbero degli Algerini, ragionevoli, che pensano in privato che la rivendicazione dell’indipendenza sia solo un gioco di fumo e specchi, un artificio di propaganda, sebbene la realtà sia completamente diversa. Nell’attesa che questi “moderati” possano alzare la voce, occorre continuare la guerra. Con l’affaticamento del popolo, si raggiungerebbe una fase di negoziazione in cui la Francia, in posizione di forza, imporrebbe lo statuto “liberale” che toglierebbe l’adesione di una frazione sostanziale dell’opinione algerina, seno della sua unanimità.

Tale concezione è ovviamente sbagliata; esprime desideri e auguri, però non corrisponde allo spirito reale che stimola il FLN [1]. Il suo errore è di ridurre ad una rivendicazione tattica ciò che si presenta fin da subito come un obiettivo fondamentale della rivoluzione. Questa concezione mostra l’incapacità della Francia di comprendere il problema algerino nei suoi dati effettivi, e la soluzione che reclama. Questo problema non può essere isolato dal contesto rivoluzionario nel quale si inserisce costantemente dal primo novembre 1954 [2], e la soluzione che richiede non potrebbe essere trovata fuori dei limiti di questo contesto.

Il popolo algerino pensa i suoi rapporti con la Francia in termini di opposizione irriducibile fra i suoi interessi e quelli della presenza coloniale. Non si tratta per lui di aspettare che il colonialismo si riformi, che si mostri meno avido e meno feroce, che allenti la sua morsa. Il sistema viene condannato in blocco, e la sua caduta può essere consumata realmente soltanto per via dell’indipendenza. Riprendendo e precisando questo punto di vista, il FLN lo ha esposto nel novembre 1954; l’indipendenza, fin da quella data, veniva presentata come una rivendicazione-limite al di sotto della quale nessun accordo potrebbe intervenire tra il popolo algerino e la Francia.

Un’idea iscritta nella realtà algerina

L’opinione francese non può nascondere la sua sorpresa nel vedere un paese come l’Algeria, considerato come una «provincia francese», sollevarsi con un unico movimento ad una esistenza nazionale oggettivata in uno stato indipendente. Nazioni cui la situazione giuridica presentava minori difficoltà dovettero compire attraverso tappe il cammino che le conduceva verso l’indipendenza. Il balzo unico che l’Algeria vuole compiere non conterrebbe nessuna nozione razionale e corrisponderebbe dunque ad una faccenda sospetta e avventurosa.

In ogni caso, l’opinione francese non vuole prendere lucidamente coscienza del cambiamento che si sta realizzando in Algeria. Si accontenta di negarlo. Le arriva unicamente la rivendicazione stupefacente che il FLN formula in termini coraggiosi. Ne è scioccata e la imputa a gente appassionata che tradurrebbe in politica i suoi sogni deliranti. Non capisce che il popolo algerino non può accettare la necessità delle transizioni che lo condurrebbero progressivamente alla sua autonomia. È perché non tiene conto in misura sufficiente della natura specifica dell’oppressione colonialista in Algeria, oppressione che ha contributo all’avvio del processo rivoluzionario.

Dichiarare l’Algeria dipartimento francese, significa instaurarci un’oppressione totale, eliminare una nazione dalla mappa, spersonalizzare un popolo, ridurlo alla decadenza e alla morte; ma è anche determinare in questo paese una situazione esplosiva, uno stato di tensione permanente e dare vita a contraddizioni la cui profondità sarà tale che il sistema che le ha generate si troverà nell’impossibilità di assumerle.

In altre parole, la forma estrema che ha assunto il colonialismo francese in Algeria- colonialismo basato sugli insediamenti di tipo sudista- ha determinato fra il popolo reazioni non meno estreme. Esse non si riducono ad accessi di violenza collettiva e a movimenti incontrollabili di rivolta e di disperazione. Esse si traducono in una lenta maturazione della coscienza politica che cresce assumendo una dimensione rivoluzionaria. Interiorizzate e sviluppate in profondità, essa hanno determinato nel popolo l’apparizione di una lucidità progressiva che, dando allo stesso tempo un’idea precisa delle loro possibilità di sopravvivenza e dei suoi interessi essenziali, offre la possibilità di una rimessa in questione implacabile del sistema coloniale, non in una qualsiasi forma particolare che assume, ma nella sua essenza e nei suoi fondamenti obiettivi.

È sotto la straordinaria pressione che si esercitava su di esso, che escludeva ogni possibilità di evoluzione normale, che il popolo algerino ha potuto compiere la propria educazione politica. Sostenuta alla base da una pedagogia rivoluzionaria, essa costituisce una esperienza originale che giocherà un ruolo determinante nell’avvenire dell’Algeria.

Il nucleo del neocolonialismo è di prevenire le situazioni rivoluzionarie, introducendo nel suo sistema metodi in evoluzione. L’esperienza mostra che vi è spesso riuscito e che ha dunque potuto mantenere a lungo situazioni coloniali anche disperate. In Algeria, la situazione è precisamente disperata, e il neocolonialismo ha mancato la sua occasione storica. Una discrepanza storica è nata fra il popolo algerino e la Francia; mentre essa solleva il problema in termini di evoluzione, il popolo si esprime in termini di rivoluzione e interpreta la situazione effettiva nella quale si trova coinvolto.

Un obiettivo realista

L’idea di indipendenza trova la sua forza meno a livello della coscienza psicologica dei dirigenti del FLN che nella realtà coloniale obiettiva nella quale si inserisce dialetticamente. Sarebbe intransigenza astratta e vuota di contenuto, se non fosse, come la rivoluzione che la rivendica, il frutto di una profonda maturazione ed il risultato di un lungo progresso sotterraneo.

In tempo “normale”, il rifiuto di riforme di struttura e di modi seri di evoluzione avrebbe espresso un’assenza totale d’intelligenza da parte dei responsabili. In periodi di impegno rivoluzionario, tale rifiuto traduce una esigenza fondamentale. Accettare una formula centrata su un’altra cosa che non sia l’indipendenza, è rinunciare ad abbattere il colonialismo mentre si ha la possibilità di farlo, è lasciare sussistere i germi virulenti che ben presto genererebbero un sistema di oppressione più mostruoso che il precedente.

La rivoluzione è essenzialmente nemica delle mezze misure, dei compromessi, dei passi indietro. Se è portata a termine, salva i popoli; se è bloccata lungo il percorso, li distrugge e li rovina. Il processo rivoluzionario è irreversibile ed inesorabile. Il senso politico comanda di non pregiudicarlo del tutto nella sua marcia.

L’intransigenza del FLN ha quindi un contenuto. È una intransigenza rivoluzionaria che non si accontenta delle parole. Lungi dal tradurre un irrealismo politico, essa è l’esigenza di un realismo rivoluzionario. Quello che fa la forza del popolo algerino, è che sa quello che vuole e a dove va. Egli vuole la propria indipendenza e sa che è una possibilità a portata di mano che finirà per conseguire.

La Francia, al contrario, non sa quello che vuole, neppure sa dove va. Rifiuta di riconoscere la fondatezza di tale obiettivo, ma il suo atteggiamento rimane negativo e sterile, incapace di convertirsi in condotta dinamica ed effettiva. Si accontenta di rifiutare l’indipendenza, ma ignora la nuova realtà creata in Algeria; definisce piani, elabora leggi quadro, però ragiona in un contesto pre-rivoluzionario e avanza fuori dalla realtà, nel empireo delle idee di prestige, di grandeur, di legami permanenti ed indissolubili.

In tale contesto, l’indipendenza algerina sembra una chimera, e gli Algerini sono descritti come sognatori. Quello che viene considerato come una impossibilità in Francia, viene recepito in Algeria. È sicuramente partire da un’analisi ben fragile della realtà e precipitarsi nell’avventura che fa dichiarare, a M. Mauriac, che nessun governo francese concederà l’indipendenza per l’Algeria.

Un obiettivo pienamente realizzabile

Qualsiasi cosa abbia detto M. Mauriac, l’indipendenza non si conferisce e non dipende neppure della volontà dei governi francesi di farlo o di rifiutarlo. Non è un bene che si dà, ma una realtà viva che si costruisce.

Tre anni di guerra rivoluzionaria hanno minato profondamente il sistema coloniale. Esso non è più che un edificio patetico che sta crollando. È su questa materia, in piena disaggregazione, che i tecnici della “pacificazione” contano di consolidare le loro riforme. Mentre provano a mantenere dei muri che crollano da tutte le parti, nuove basi si stabiliscono dovunque nella terra algerina dalla quale si alza l’edificio potente dell’indipendenza nazionale.

L’indipendenza è scesa dal cielo delle possibilità ideali. Si è fatta carne e vita, si è incorporata alla sostanza del popolo. Egli esercita ormai la propria sovranità nel quadro del proprio esercito e della propria amministrazione. È qui che si può toccare con mano il successo straordinario della rivoluzione algerina.

Dall’Algerino del periodo coloniale è emerso un uomo nuovo, l’Algerino dell’epoca dell’indipendenza. Egli recupera la propria personalità nell’azione, nella disciplina, nel senso delle responsabilità, e scopre di nuovo il reale che affronta a piene mani e trasforma avvicinandosi nuovamente a rapporti effettivi. Diventa organizzatore, amministratore, soldato e cittadino responsabile.

L’unica via d’uscita possibile

Mantenendo l’indipendenza come condizione per la pace, il FLN non obbedisce ad un estremismo gratuito. Progettando la propria politica in una prospettiva rivoluzionaria, ha sviluppato i mezzi per realizzarla. Il problema algerino ha smesso da molto tempo di essere una questione di uomini politici. Qualora le scelte siano fatte da entrambe le parti, si presenta in termini militari, e la sua risoluzione dipende essenzialmente dallo sviluppo del rapporto delle forze presenti.

È un fatto ben conosciuto che il nemico non può aspettarsi una vittoria decisiva e che la guerra può durare indefinitamente. È un fatto meno conosciuto, ma che finirà per esserlo, che le condizioni di un disastro militare per le truppe imperialiste sono sempre più a portata di mano. A meno che finisca di riprendere i suoi diritti in Francia, il quarto anno della rivoluzione sarà segnato da una intensificazione della guerra, in cui non è da escludere la possibilità di un disastro francese.

D’altra parte, l’idea di indipendenza ha compiuto enormi progressi sul piano internazionale. Questa evoluzione è percepibile persino nell’opinione americana e europea; mostra chiaramente che il FLN non è l’unico oggi a rivendicare l’indipendenza e che la stragrande maggioranza delle nazioni gli fanno eco . La Francia non potrà resistere più a lungo alla marea internazionale che la sua ostinazione ha scatenato. Dovrà uscire dal suo immobilismo precario e pronunciare la parola tabù di cui ha paura oggi.

L’Algeria è diventata un paese che sfugge al controllo della Francia. Essa avrà anche elaborato alternative, stati nuovi che le salvaguarderebbero la sua vecchia colonia; i suoi sforzi sono tardivi e vani. La nazione algerina ha recuperato la propria libertà e ha fermamente imboccato la strada verso l’indipendenza.

* Mohamed Walid Grine, professore di traduzione all’Istituto di Traduzione (Algeri, Algeria), blogger e scrittore algerino. 

Titolo del testo originale: “L’indépendance nationale, seule issue possible”

https://almarto.wordpress.com/NOTE

1 FLN : Fronte di Liberazione Nazionale Algerino, principale forza e movimento politici che ha condotto la guerra de indipendenza dell’Algeria. Il FLN è stato creato in ottobre 1954. I membri fondatori sono: Krim Belkacem, Mohammed Larbi Ben M’hidi, Mostefa Ben Boulaïd, Mohamed Boudiaf, Rabah Bitat, Mourad Didouche, (nota del traduttore).
2 1 novembre 1954: data dell’avvio della guerra di liberazione nazionale Algerina (1954-1962), (nota del traduttore)

http://www.marx21.it/index.php/storia-teoria-e-scienza/storia/27958-lindipendenza-nazionale-unica-via-duscita-possibile

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