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Recensione del libro ‘’La maledizione dell’Achille Lauro. La storia di Abu al-Abbas’’, di Reem al-Nimer.
Il libro La maledizione dell’Achille Lauro – edito da Zambon, 2016 – narra la storia di Abu al-Abbas tramite la penna della moglie: Reem al Nimer. La lista delle scrittrici palestinesi,  in questo modo, si allunga, aiutandoci a conoscere la tragedia di un popolo che – come scrive Diego Siragusa nella sua Introduzione ‘’non cede al logorio della lotta e afferma la propria identità con orgoglio, un gesto di sfida al nemico storico, il sionismo che ha devastato la Palestina e inflitto al suo popolo una ingiustizia tra le più crudeli’’ ( pag. 17 ).
La storia di Abu al-Abbas verrà associata alla ‘’maladezione dell’Achille Lauro’’ ma Reem al-Nimer descrive, con grande consapevolezza, la genesi storica della lotta di liberazione palestinese; i retroscena dei governi arabi – amici e nemici – vengono svelati, con indubbie capacità letterarie, da una diretta protagonista, così come le divisioni all’interno della Resistenza palestinese, le divergenze fra movimenti patriottici non sempre uniti.
Parto, come la struttura del libro richiede, dalla vicende dell’Achille Lauro: Che cosa accadde veramente a bordo dell’Achille Lauro ?
Il 7 ottobre 1985, durante una crociera sul Mediterrano, quattro guerriglieri palestinesi appartenenti al Fronte popolare di liberazione della Palestinasequestra il transatlantico con a bordo 201 passeggeri e 344 membri dell’equipaggio. ‘’Il loro piano’’ era solito dire Abu al-Abbas ‘’non era prendete la nave o degli ostaggi, e di certo non fare del male ad alcun passeggero. Miravano a un unico nemico: i soldati israeliani al porto di Ashdod. Per questo – continua Abu al-Abbas – li avevo addestrati e li avevo inviati più volte a bordo della nave: perché effettuassero un’operazione onorevole contro l’esercito israeliano. Se avessi voluto che dirottassero la nave, lo avrebbero fatto fin dall’inizio. Io volevo che raggiungessero Ashdod, non che se la prendessero con i passeggeri a bordo’’ ( pag. 47 ). Le teorie sul motivo per cui le cose ‘’andarono storte’’ sono varie ma Reem al-Nimer si sofferma su quella più fondata.

Polvere contro lusso: una nuova interpretazione

Reem al-Nimer tiene presente un terzo fattore, basandosi sulla intervista rilasciata da uno dei dirottatori, Bassam al-Achkar. Per la nostra scrittrice: ‘’semplicemente, questi giovani si tirarono indietro quando giunse per loro il momento di morire. Non dimentichiamoci che erano ragazzi poco più che diciottenni. Venivano dai campi profughi palestinesi della Giordania e della Siria e non avevano mai visto niente di tanto lussuoso quanto ciò che videro a bordo dell’Achille Lauro. Quell’ambiente era ad anni anni luce dalle strade affollate e polverose del campo di Yarmouk a Damasco, o dai campi di Wihdat o di Baq’a in Giordania. Non avevano ricevuto un’istruzione vera e propria, erano nati in minuscoli alloggi ammucchiati gli uni sugli altri, ed erano cresciuti per strada’’ ( pag. 50 ). Prima di questa esperienza i guerriglieri avevano coraggiosamente sfidato la morte perché non avevano vissuto comodamente un solo giorno in tutta la loro vita, in poche parole non avevano nulla da perdere in combattimento. L’Achille Lauro ha loro insegnato che la vita ‘’poteva avere un significato del tutto nuovo e dolce’’.
Per la prima volta, i quattro combattenti, scoprirono la bellezza della vita ed ebbero, tutto ad un tratto, paura di perderla. Umano troppo umano.
La situazione precipitò quando si scoprì che un passeggero disabile, cittadino ebreo-americano, Leon Klinghoffer, era stato ucciso e gettato in mare in circostanze mai chiarite. A quel punto gli Usa intervennero pesantemente, intercettando il Boeing 737 egiziano, diretto a Tunisi e costringendolo a dirigersi verso la base NATO di Sigonella. Il presidente del Consiglio italiano, Bettino Craxi, si oppose agli Usa ripristinando il diritto internazionale.

Il ruolo di Bettino Craxi

Bettino Craxi, scrive al-Nimer ha avuto ‘’il merito di aver rifiutato di estradare Abu al-Abbas e di avere tenuto duro di fronte agli americani’’ ( pag. 63 ). E continua:‘’Fu la prima sfida di questo tipo lanciata da un governo italiano nei confronti degli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale’’. Craxi diede l’ordine agli italiani di circondare l’aereo per proteggerlo dagli americani, difendendo – contro gli Usa ed il sionismo israeliano – i ‘’tradizionali legami diplomatici dell’Italia con il mondo arabo’’.
Il segretario del PSI pagò cara questa decisione: ‘’Il suo scontro con gli Usa determinò la caduta del suo governo il 18 ottobre, otto giorni dopo il fatto, dopo che il suo ministro della Difesa Giovanni Spadolini aveva ritirato l’appoggio del Partito repubblicano alla coalizione di governo proprio a causa dell’Achille Lauro’’. Bisogna fare chiarezza: Craxi non era un anticapitalista e certamente non un antimperialista ma rappresentava quelle fazioni della borghesia nazionale italiana che, per non vedersi soffocare nella ricerca di nuovi mercati, ha rifiutato le imposizioni più umilianti dell’imperialismo statunitense. Sbilanciarsi sulla sua strategia e anche sul suo ruolo politico sarebbe del tutto fuorviante.
Il processo ai ‘’quattro dirottatori’’ si tenne a Genova con rito direttissimo. Il PM, Luigi Carli, chiese clemenza alla Corte riconoscendo il sacrosanto diritto di autodecisione del popolo palestinese. Tutti i testimoni hanno riconosciuto il ‘’buon comportamento’’ dei guerriglieri; Ahmad Marrouf al Assadi dimostrò grande umanità verso gli ostaggi come confermarono undici testimoni chiamati a deporre. A Bassam al Ashker e Jbrahim Fatayer Abdelatif vennero riconosciute attenuanti generiche in quanto ‘’furono costretti a prendere le armi contro la loro volontà’’, mentre Mager Moussef al Molqi si dichiarò il ‘’responsabile’’ dell’attività del gruppo compreso l’ordine di usare le armi; l’accusa chiese nove anni di reclusione ma il tribunale gliene inflisse otto.
L’Operazione Achille Lauro, grazie al potere mediatico della lobby sionista, viene ricordata, soprattutto, per l’uccisione di Leon Klinghoffer. Alla domanda ‘’perché nel 1985 fu ucciso Leon Klinghoffer?’’, Abu al-Abbas era solito rispondere: ‘’E’ triste che lo chiediate’’; ‘’Nel mio paese il sangue sta scorrendo a fiumi, eppure il cadavere di un solo uomo continua a perseguitarmi ancora oggi, dopo quindici anni’’. La seguente famosa citazione di Orwell inchioda l’ipocrisia dei media imperialisti: tutti gli uomini sono uguali ma alcuni uomini sono più uguali degli altri.

Le divisioni all’interno della Resistenza palestinese

Reem al-Nimer ricorda le divergenze fra suo marito ed Ahmed Jibril, passato dal marxismo al baathismo. Ahmed Jibril ‘’ruppe con il FPLP fondando il Fronte per la Liberazione della Palestina – Commando Generale ( FPLP-CG ). Jibril accusava Habash di essere ‘’tutto parole e niente azione’’. Diversamente da Habash, Jibril era disposto ad accettare la fornitura di armi e di addestramento dai siriani’’ (pag. 110 ).
Nel 1977, Jibril attuò una rappresaglia contro Abu al-Abbas e Talaat Yacoub: le forze del FPLP-CG, appoggiate dal Ba’th siriano, fecero esplodere la sede del FLPa Beirut uccidendo duecento persone. Nel 1981 Talaat Yacoub accettò l’aiuto della Siria e quando, nel 1985, l’Operazione Achille Lauro fallì, Talaat denunciò Abu al-Abbas in quanto responsabile dell’attacco mentre Abbas criticò i legami di Talaat con la Siria.

Un favore a Hafez al-Assad

I rapporti fra Abu Al Abbas ed il presidente siriano Hafez al-Assad migliorarono nel 1982 quando il leader baathista chiese al guerrigliero palestinese di addestrare suo figlio Basel. Ecco il racconto di Reem al-Nimer:
‘’Un giorno, il presidente Assad invitò Abu al-Abbas nel suo ufficio sulla collina che sovrasta Damasco. Hafez al-Assad era seduto su una grande poltrona di legno scuro, decorata con motivi arabi tradizionali in madreperla. ‘’Il mio figlio maggiore, Basel, si sta addestrando per diventare ufficiale dell’esercito’’, disse il presidente siriano. ‘’Voglio che lei mi aiuti a fare di lui un uomo. Voglio che riceva lo stesso addestramento che ho ricevuto io da giovane. Ma questo è difficile in Siria, perché tutti lo trattano come un re. Voglio che lei, Abu al-Abbas, lo addestri nell’uso dei deltaplani, insieme ai suoi ragazzi’’ ( pag. 165 ).
Il comandante del FLP fu piacevolmente colpito da questa richiesta di Assad.
Abu al-Abbas diede – scrive sua moglie – istruzioni molto precise ai suoi ufficiali del FLP: ‘’Non perdetelo di vista per un solo istante. Quello è il figlio di Hafez al-Assad: se gli succede qualcosa, siamo morti !’’.
Una testimonianza preziosa per capire meglio i rapporti fra i socialisti arabi, uniti contro l’imperialismo ed il sionismo.

1990: L’operazione Gerusalemme Mare; 1993: gli Accordi di Oslo

La seconda azione militare più importante condotta da Abu al-Abbas fu l’Operazione Gerusalemme Mare. L’attacco anfibio, purtroppo, non andò secondo i piani.
Abu al-Abbas spiegò che secondo i suoi accordi con Gheddafi la nave-madre libica avrebbe dovuto scaricare i combattenti a pochi kilometri dalla costa, invece li fece scendere in alto mare dando il tempo agli israeliani di intercettare i combattenti ed assassinarli.
Questa operazione avvenne in una fase critica della storia palestinese: l’Intifada scoppiata nel 1987 era giunta al culmine e l’Unione Sovietica era sull’orlo del collasso. Il comportamento di Arafat fu da campione della realpolitik: ‘’Arafat diede il benestare all’operazione Mare solo dopo aver stabilito un contatto con gli americani. Se la sua storia d’amore con gli americani fosse andata male, avrebbe approvato l’azione rivendicandone il merito. Se invece fosse andata bene, avrebbe preso definitivamente le distanze dall’operazione Mare, sostenendo che era stata un’iniziativa di Abu al-Abbas’’ pag. 207 ).
Abu al-Abbas sostenne con coerenza un combattente del calibro di Arafat ( tanto da allontanarsi da Hafez al Assad, negli anni ’70 ed ’80 in polemica con il leader dell’OLP ) ma davanti agli Accordi di Oslo, del 1993, i due sostennero posizioni del tutto diverse. Il capo militare del FLP si adirò nel vedere Abu Ammar stringere le mani – sporche di sangue – di Rabin: ‘’Quando seguimmo alla televisione la diretta su Oslo, Abu al-Abbas iniziò a picchiarsi i pugni in testa, quasi in preda a una crisi isterica, ed ebbe problemi di pressione che ci costrinsero a chiamare il medico. Niente avrebbe potuto essere più sconvolgente per un uomo della sua statura morale che vedere Yasser Arafat porgere la mano per stringere quella di Yitzhak Rabin. E a rendere la cosa ancora peggiore fu la celebre esitazione di Rabin, che rimase indietro e allungò a sua volta il braccio solo dopo essere stato ‘’spinto’’ dal presidente Bill Clinton’’ ( pag. 223 ). Invece di rendere la vita più facile ai palestinesi l’ ‘’accordo’’ rese difficilissimi gli spostamenti tra Israele e Palestina; si trattò di una vera beffa per i socialisti arabi ed Edward Said parlò, giustamente, di ‘’seconda Nakba’’. Oslo non fece altro che lasciare la Palestina frammentata, lasciò Israele impunita per i suoi crimini che non si limitano alle continue violazioni del diritto internazionale, e i disaccordi fra Arafat e le componenti marxiste divennero incolmabili.

L’aggressione imperialistica all’Irak

Abu al-Abbas condannò l’invasione dell’Irak baathista contro il Kuwait, ma si schierò dalla parte della Resistenza irakena di fronte alle due aggressioni imperialiste statunitensi. Gli Usa accusarono Saddam di appoggiare il terrorismo islamista; nulla di più falso.
L’analisi di Reem al-Nimer del ‘’socialismo arabo’’ è di grande attualità: ‘’Saddam era un baathista – non un islamista. E l’Islam come ideologia politica rappresentava probabilmente la più grave minaccia del momento al suo potere; a meno di considerare la possibilità che i suoi nemici del passato tornassero alla ribalta. In quest’ultima categoria si potevano annoverare il suo arcinemico, l’Iran, e la maggioranza sciita le cui tribù meridionali erano state violentemente represse da Saddam dopo la ritirata delle truppe irachene dal Kuwait nel 1991. Vi erano poi i curdi del nord, che Saddam aveva gassato – schiacciandone poi la rivolta nel 1991’’ ( pag. 238 ).
I baathisti erano laici e nazionalisti, volevano unire il mondo arabo contro il colonialismo occidentale e il sionismo. L’Islam era celebrato solo come un tratto culturale comune. Lo stesso Hussein si rifaceva agli insegnamenti di Miquel Aflaq, un cristiano che simpatizzò per l’Urss e quindi era del tutto estraneo a tentazioni fondamentaliste. L’imperialismo statunitense, nel 2003, non fece altro che aggredire uno Stato sovrano con l’obiettivo di rafforzare l’egemonia israeliana in Medio Oriente; i neoconservatori ‘’israelo-statunitensi’’ fecero piazza pulita dei movimenti di liberazione nazionale laici che, per oltre settanta anni, si erano opposti con coraggio ai loro progetti.
Abu al-Abbas non perse la lucidità nemmeno davanti ai fatti dell’11 settembre 2001: ‘’Abu al-Abbas – scrive la moglie – non era mai stato un terrorista, e distingueva nettamente tra l’obiettivo ‘’limitato storico’’ del FLP, cioè la liberazione della Palestina, e gli attentati dell’11 settembre, che definì ‘’una guerra santa senza quartiere e illimitata contro l’America, Israele, gli americani e gli ebrei. Abu al-Abbas era idealista, ma mai irrazionale. Rispettava la fede religiosa, ma non era osservante e non si considerava motivato dalla dottrina religiosa. L’espressione ‘’guerra santa’’ non ha mai avuto nulla a che fare con la sua vita e con le sue azioni. La guerra è iniziata nel 1948 con la Nakba. E quella guerra non si è ancora conclusa. Dopo più di settant’anni non c’è ancora un accordo di pace’’ pag. 274 ).
Qusto grande combattente palestinese morì nel marzo del 2004, in circostanze oscure, mentre si trovava sotto custodia americana. Una cosa, dodici anni dopo la sua morte, è certa: il sionismo non vuole la pace. Israele è disposto a rinunciare a questa ideologia sciovinista e razzista che, come dicono gli stessi rabbini Neturei Karta, ‘’ha creato fiumi di sangue’’? Farsi delle illusioni, in questo caso, non è soltanto politicamente inutile ma anche criminale.

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