sabato 13 febbraio 2016

Dalle guerre balcaniche a quelle del caucaso: quale autodeterminazione: dei popoli o del proletariato ?, di Dante Lepore

da Inchiesta Operaia, Anno II, n. 1, gennaio 2000
DALLE GUERRE BALCANICHE A QUELLE DEL CAUCASO:
QUALE AUTODETERMINAZIONE:
DEI POPOLI O DEL PROLETARIATO ?
A dieci mesi dai bombardamenti sferrati dalle civili e democratiche potenze NATO in Serbia, assistiamo ad una sfacciata latitanza e oscuramento del "principio d'ingerenza umanitaria", sotto il cui orpello si era mossa la crociata imperialista, in soccorso, così strombazzavano ai quattro venti, della popolazione di origine albanese del Kosovo, vittima dei soprusi dei serbi e del tirannello Milosevic.
Una cortina fumogena sembra scesa sui mass media europei, improvvisamente divenuti insensibili alle violenze e uccisioni di massa, incendi e devastazioni di abitazioni, pulizie etniche che ora hanno invertito solo il senso di marcia, perpetrate, con maggior ferocia di prima, contro il serbi. Non si tiene più il conto di tutto questo e il nobile principio dell'etica "umanitaria" sembra essersi ritirato in pensione, laddove, come minimo, ci si dovrebbe aspettare di vederlo comparire, stavolta, in difesa di Serbi e Tzigani. Non solo c'è silenzio - assenso, ma il tutto si sta svolgendo sotto il do-minio di una UCK divenuta polizia di stato, sotto il naso e con la protezione degli occupanti della NATO.
Nel recente rapporto OCSE, si può individuare ora chiaramente la responsabilità, non più velata ma palese, nell'innesco e gestione di questa miscela di massacri, di odi nazionali. Gli orpelli cadono uno ad uno e si comprende, adesso, quello da cui solo poche Cassandre internazionaliste cercavano di mettere in guardia i proletari di entrambi gli schieramenti, e cioè che il preteso intervento umanitario NATO avrebbe finito col soffiare sul fuoco nella terra dei nazionalismi e del militarismo di regime, gettando la popolazione albanese kosovara alla pulizia etnica da parte del regime. "Le esecuzioni sommarie e arbitrarie - si legge infatti nel rapporto OCSE - sono diventate un fenomeno generalizzato con l'inizio della campagna aerea della NATO contro la Repubblica federale di Jugoslavia nella notte dal 24 al 25 marzo. Fino a questa data, l'attenzione delle forze militari e paramilitari jugoslave e serbe era generalmente portata verso zone del Kosovo dove transitavano le forze di liberazione del Kosovo (UCK) e là dove l'UCK aveva le sue basi".
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Nel frattempo, il prezzo del greggio è passato dal 9 dollari al barile (marzo) ai 24 (settembre) per rimanere ai 22 di dicembre. La questione del controllo delle rendite petrolifere e soprattutto de-gli oleodotti dal Mar Caspio al Mediterraneo, sul cui sfondo si scatenò il conflitto nei Balcani, si è fatta ancor più drammatica nella zona di partenza (i paesi circostanti le rive del mar Caspio) e di passaggio degli oleodotti (l'area caucasica). Le fameliche borghesie della Cecenia, del Daghestan, dell'Armenia, dell'Azerbaigian, si agitano, oggi ancor più che subito dopo il crollo dell'URSS, per il controllo di zone dei giacimenti del Caspio, come il Nagornj Karabak, l'Inguscezia e l'Ossezia del sud. Altro crogiolo di nazionalismi fin dai tempi dell'autocrazia zarista, che nulla ha da invidiare ai nazionalismi dell'ex impero asburgico nei Balcani. Ora più che mai queste borghesie sono decise, mestando, in nome di Allah, nel traffico d'armi e di droga, ad approfittare della crisi dell'orso russo per svincolarsi dal suo pesante dispotismo, magari con l'appoggio di questa o quella potenza occi-dentale. Il terreno è fertile per le manovre della "globalizzazione" da parte dei gruppi finanziari la cui competizione sul mercato determina contese politiche e militari ormai sempre più concatenate nella ricerca di equilibri sempre più precari. L'intreccio tra le determinanti economiche, le politiche degli stati e le guerre si va facendo sempre più stretto e più rapido. Di fronte a questa situazione il proletariato deve farsi sempre più guardingo e assumere una forte dose di senso critico per non la-sciarsi coinvolgere in manovre disgregatrici della propria unità di classe.
Stati Uniti, Unione Europea, Russia, borghesie nazionaliste del Caucaso vanno configurando uno scenario di competizione in cui quello ceceno con l'assedio e i bombardamenti di Grozny è solo la punta di un iceberg. Si ripetono le scene del Kosovo: corridoi umanitari, profughi ospitati nella vi-cina e povera Inguscezia in numero pari a quello degli indigeni, convogli di civili mitragliati, centi-naia di morti maciullati e feriti. L'ipocrisia delle iene della Nato per ora ha solo imposto, al vertice G8 di Mosca, alla Russia di coprire anche lo scempio in Cecenia, come prima quello in Serbia, con il solito pallido velo delle ragioni umanitarie. Per ora, in quanto l'impennata dei prezzi petroliferi sembra dare all'orso russo, che ne è esportatore, un attimo di respiro di fronte al ritardo della seconda parte del prestito promesso dal FMI. Al vertice di Istambul dell'OSCE i potentati occidentali, con la faccia commossa per la guerra in Cecenia, danno atto ai russi della sua natura di "affare interno".
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La rapidità di tutti questi processi crea una condizione apparente in cui sembra che la guerra non sia più una continuazione della politica, ma la politica stessa appare come una prosecuzione della guerra, dimostrando, se ce ne fosse ancora bisogno, l'ineluttabile carattere conflittuale del capitali-smo. La guerra, in fondo, non è altro che una politica, ossia è la soluzione politica borghese ai pro-blemi e alle contraddizioni create dal modo di vivere e di produrre borghese. Ciò è scontato per chi ha scelto le ragioni storiche del proletariato, sì da elevarlo a principio, come scontato è altresì il fatto che la guerra mette i proletari gli uni contro gli altri in difesa di interessi borghesi, comunque, ma sempre ipocritamente, giustificati.
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Se le motivazioni più ignobili escogitate in questi ultimi tempi intorno all'etica dell'ingerenza umanitaria si rivelano via via per quello che sono, molto più pericolose per la classe operaia si rive-lano le ragioni "politiche" addotte, come la questione dell'autodeterminazione dei popoli. Elevarla a principio assoluto è già di per sé un'accettazione supina di una tradizione borghese che, per di più, risale all'epoca, ormai consumata, della formazione ottocentesca degli stati nazionali e dei mercati nazionali delle merci e della forza lavoro. Se i bolscevichi vedevano un vantaggio nell'unificazione del mercato interno, questo è perché l'appoggio alle rivoluzioni democratico-borghesi nazionali do-veva facilitare la lotta di classe rivoluzionaria, e dunque doveva risolversi in una "doppia rivoluzio-ne". Ma questa era la condizione storica degli anni 20! Dopo gli anni '60, il quadro mondiale è ra-dicalmente mutato: l'appoggio indiscriminato alle borghesie secessioniste, per lo più fomentate da interessi imperialisti, finisce per oscurare la vera natura dei conflitti e non avvicina affatto, né av-vantaggia, ma fa arretrare di un secolo il cammino verso la vera autodeterminazione che ci interes-sa, quella del proletariato mondiale che oggi può e deve riprendere in mano il suo destino unica-mente educandosi ad una pratica di feroce antinazionalismo, a partire da una lotta contro la propria e contro tutte le borghesie ricche o straccione del mondo.
Non a caso abbiamo assistito al fenomeno per cui sedicenti comunisti, internazionalisti, antim-perialisti invitavano ad appoggiare prima la borghesia kosovara contro l'oppressore serbo, ora quella cecena contro l'oppressore russo, che non differisce in nulla da coloro che chiedevano l'appoggio del proletariato serbo alla propria borghesia contro l'aggressore NATO o, ancora più sofisticato, il proletariato di Belgrado contro Milosevic e a favore della borghesia kosovara oppressa dai serbi. E, si badi bene, tutti questi sedicenti internazionalisti si rifacevano alla stessa fonte, debitamente citata, il Lenin dell'autodeterminazione dei popoli elevato a principio assoluto al di sopra di ogni con-siderazione storica; e in nome di esso c'era anche chi auspicava l'armamento dell'UCK da parte del proletariato internazionale, come se non fosse già armato da ben altre parti! Nessuno di costoro si è posto il problema se e in che termini esista nei Balcani o nel Caucaso un processo in atto di autodeterminazione di popoli o se invece non si tratti di andare, anche in quelle zone, ad "aprire", ossia a mettere a nudo la verità della lotta di classe che le borghesiucce locali affogano nelle forme più reazionarie ed arcaiche di integralismo religioso, lucrando nel frattempo a tutto campo in traffici, tra i più sporchi, propri della putrefazione imperialista, con le grandi potenze, ritagliandosi, all'ombra protettiva delle grandi potenze in competizione, una nicchia per la propria sopravvivenza.
Dante Lepore

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