venerdì 13 novembre 2015

Erdogan e l’islamismo made in Usa, di Stefano Zecchinelli

La vittoria di Erdogan nelle ultime elezioni turche ha sconvolto le previsioni di gran parte dei media – soprattutto di sinistra – internazionali. Nel 2016 si voterà negli Stati Uniti e molto probabilmente gli accordi sul nucleare stipulati con la Repubblica Islamica dell’Iran diventeranno carta straccia. Assad, in Siria, grazie al sostegno russo sembra essersi rafforzato; il conflitto Iran/Arabia Saudita è diventato, in tutto il Medio Oriente, la linea di demarcazione fra il collaborazionismo con le potenze imperialiste e l’antimperialismo radicale. Alla luce di tutto ciò è necessario approfondire con più attenzione la vittoria di Erdogan.
Brogli elettorali o real politik ?
Un’ analisi più attenta e meno frettolosa ci dice che il progetto di Erdogan, ovvero l’edificazione di un capitalismo islamico autoritario, mantiene ancora, nonostante i fallimenti recenti, l’appoggio di rilevanti fazioni della borghesia nord-americana. E’ fuorviante, oltre che riduttivo, limitarsi ad affermare ”Erdogan ha truccato le elezioni’’: dal 1980 – anno in cui la Turchia entrò nell’orbita NATO – tutte le elezioni sono state, almeno in parte, eterodirette. Un metodo molto più efficace, invece, è lo studio documentato della ‘’base sociale’’ su cui si regge il potere del Sultano di Ankara ed è proprio in questa direzione che bisogna procedere.
Il giornalista Wilhelm Langthaler, nel 2014, ci offriva questo quadro sulla base elettorale del AKP: ‘’ La Turchia Bianca, costituita da larghi settori delle classi medie istruite, può anche consistere in una modesta minoranza quanto ad influenza elettorale. Il suo ruolo nella società comunque è di gran lunga superiore al suo peso demografico. La vera forza e l’attrazione della guida dell’AKP si era basata sul blocco che comprende questi ambienti contro le vecchie elites kemaliste, soprattutto negli apparati repressivi. Questa alleanza divenne possibile perché Erdogan ha lasciato autonomia culturale alle classi medie urbane occidentalizzate’’. Una analisi intelligente: Erdogan ha permesso l’occidentalizzazione dei ceti medi produttivi, promuovendo l’alleanza di questi con ampi settori della borghesia nazionalista. La crescita iniziale dei primissimi anni – il PIL si è triplicato – si è scontrata col ripristino del sogno ottomano e la destabilizzazione della Siria baathista. La politica del ‘’buon vicinato’’ è stata cestinata ed Erdogan, in quel preciso momento ( fisso come data indicativa il 2011 ), si propone alle classi dirigenti imperialiste americane come cane da guardia nella regione.
I ceti medi e forse anche buona parte delle cosiddette ‘’aristocrazie operaie’’, ubriacati dalla retorica dei Fratelli Musulmani, hanno dimostrato gratitudine all’AKP per la crescita iniziale, barattando l’ordine bombarolo del M.I.T. con una falsa sicurezza sociale.
Ribadisco anche che Erdogan non ha il controllo completo del M.I.T. (la sigla dei servizi segreti turchi ), però è evidente come l’AKP abbia saputo conciliare gli interessi economici della borghesia islamista con quelli politici dei vecchi apparati repressivi post-kemalisti. L’epoca della crescita economica sembra finita; l’economia turca aveva conosciuto un vero e proprio boom diventando la diciassettesima potenza economica mondiale, ma ora – come per molti altri paesi Brics – si abbatte su di essa la mannaia delle organizzazioni sovrannazionali e del loro strozzinaggio.
Chi è il vero nemico di Erdogan ?
Più volte ho spiegato, citando numerose fonti, come i vari partiti curdi non siano ostili al progetto imperialista e neocolonialista nord-americano. In un recente articolo – Il massacro dei curdi e la lotta per il potere in Turchia, l’Interferenza.info – scrivevo che ‘’bisogna rompere con la mitizzazione del Hdp: non siamo di fronte ad un partito rivoluzionario né tanto meno progressista. Chiunque stia leggendo in questo momento il mio articolo concorderà nel dire ‘’Erdogan ha stroncato nel sangue la rivolta popolare di Gezi Park’’. Mi sbaglio? Ebbene, l’Hdp – così come alcuni settori del Pkk – considerarono la legittima mobilitazione dei lavoratori come un tentativo di golpe contro Erdogan, come riporta il sito sinistra.ch vicino al Partito comunista del Canton Ticino’’.
Il partito curdo Hdp si è rivelato molto vicino alla NATO e non ostile al neoliberismo. Inoltre, viene taciuto il fatto che rilevanti settori della borghesia curda appoggiano il progetto islamista di Erdogan. Anche sulla orrenda strage di Ankara sottolineai come gran parte dei media occidentali abbiano taciuto l’influenza del magnate Gulen sugli apparati repressivi post-kemalisti, non a caso ho escluso la responsabilità diretta dell’attuale presidente sull’accaduto. Posizione che confermo, non avendo trovato elementi che smentiscano questa tesi.
Dall’altra parte, in Europa, nessun giornalista (neanche quelli “alternativi e di sinistra”) ha speso una parola sull’ondata di arresti che ha colpito l’organizzazione marxista DHKP-C (The Revolutionary People’s Liberation Party–Front ), e sull’assassinio della giovane militante Dilek Dogan. Evidentemente la sinistra riformista europea ha interesse a porre l’enfasi sulla questione curda, rimuovendo il fatto che anche il PKK, in alcune occasioni, si è rivelata una organizzazione che ha praticato politiche antipopolari, a volte anche violente.
Erdogan farà un passo indietro ed accetterà il dialogo con alcuni settori della borghesia curda radicati, fra l’altro, anche nel ‘’Partito dei lavoratori del Kurdistan’’ ? Una cosa è certa: quelli che fino ad ora sono stati maggiormente colpiti dalla repressione dell’AKP e del governo turco, sono i guerriglieri marxisti del Fronte popolare, milizia che gode del supporto di ampi settori del proletariato urbano.
Il 2016 sarà l’anno della svolta ?
Il 2016 vedrà le elezioni presidenziali negli Usa ed il progetto di Obama, ovvero una spartizione imperiale del mondo con Russia e Cina, verrà probabilmente messo in cantina nel nome del più violento militarismo dell’ultradestra statunitense. In tal senso, gli Usa, intendono rilanciare la guerra contro Siria ed Iran. Erdogan, ed una Turchia neottomana unita, a quanto pare, vengono ritenuti funzionali a questo progetto. Fino a quando? Al momento non posso essere fatte previsioni.
Di recente, inoltre, abbiamo visto un progressivo riavvicinamento delle milizie terroristiche dell’ISIS all’Arabia Saudita. Erdogan, che ha perduto molta influenza sull’organizzazionedi Al Bagdadi, dal lato suo, mantiene il sostegno di Al Nusra e altre sigle provenienti da Al Qaeda. Possiamo dedurre che gli Usa ed Israele intendano mantenere viva una sorta di rivalità tra i Fratelli Musulmani e il regime wahabita assicurandosi il monopolio sulle decisioni importanti come la scelta dei paesi da destabilizzare o il concreto utilizzo delle cellule jihadiste.
Una cosa è sicura: Erdogan ha ancora qualche anno di vita, il suo progetto islamocapitalista non è al tramonto. Un gioco alquanto pericoloso condotto sulla pelle dei popoli turco e curdo. Un ‘’gioco’’ (le virgolette sono d’obbligo…) che, a parere di chi scrive, solo la solidarietà antimperialista tra le forze di classe e quelle dell’Asse della Resistenza sciita possono spezzare.
http://www.campoantimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2818:la-vittoria-elettorale-di-erdogan-e-la-fine-della-turchia-come-modello&catid=85:turchia
http://www.linterferenza.info/esteri/il-massacro-dei-curdi-e-la-lotta-per-il-potere-in-turchia/

http://www.linterferenza.info/esteri/erdogan-e-lislamismo-made-in-usa/

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