martedì 17 luglio 2012

Variare il coefficente di inevitabilità. Per una filosofia della potenzialità ontologica, di Alessandro Monchietto


A. Monchietto – Variare il coefficiente di inevitabilità. Per una filosofia della potenzialità ontologica
Vi proponiamo in anteprima un breve paragrafo tratto da un recente saggio di Alessandro Monchietto, la cui sintesi è visualizzabile sul sito:www.petiteplaisance.it/
In mancanza di una chiara nozione di sfruttamento e in assenza di speranze per un cambiamento sociale, il rifiuto dell’ingiustizia si è in un certo senso atrofizzato. La disoccupazione, la mortalità infantile, la povertà sono oggi trattate come il risultato di forze impersonali che agiscono ad un livello globale e contro cui non si può fare nulla; i mali che affliggono la nostra società e il nostro tempo ci sembrano un destino, ed i movimenti del mercato – divenuti imprevedibili come i terremoti e le inondazioni – si abbattono sugli uomini con la stessa forza ed inevitabilità delle catastrofi naturali.
Tuttavia – come sottolineò Boltanski in un’intervista concessa a Marco D’Eramo – nel capitalismo «la natura della risposta in termini di giustizia dipende in gran parte dalla critica. Se gli sfruttati, gli infelici, coloro che non riescono restano silenziosi ed esclusi, allora non c’è necessità per il capitalismo di rispondere in termini di giustizia». A che cosa è dovuto tale «deserto della critica»? E come lo si può combattere?
Per rispondere a queste domande partirei da un presupposto piuttosto banale: le immagini del mondo perimetrano un orizzonte di possibilità. È l’immagine del mondo che spiega e organizza l’esistente, che seleziona e delimita i confini di ciò che rientra nel nostro raggio d’azione, di ciò che si può modificare e di ciò che, viceversa, assume i tratti della fatalità. Le “condizioni di possibilità” dell’agire individuale e collettivo nel mondo si definiscono in qualche modo all’interno di questo quadro: di fronte ad eventi percepiti come naturali, inevitabili, fatali, l’inerzia, la rassegnazione e l’apatia divengono gli unici atteggiamenti ragionevoli. La descrizione di un “mondo insensato” è quindi un’immagine del mondo a tutti gli effetti, «che impatta con le esperienze etiche dei singoli e ne plasma la soggettività»; come infatti sottolinea Dimitri D’Andrea, il bisogno di liberazione da qualcosa (ideale o materiale che sia) «è condizionato anche e soprattutto dalla percezione di una possibilità di redenzione»:
Presupposto del conflitto non è l’indigenza, la mancanza, la deprivazione, ma la disponibilità di un’immagine del mondo che consenta di nutrire l’aspettativa di un sovvertimento di questa situazione ad opera di una trasformazione dello stato di cose esistente. Senza aspettativa di trasformazione, l’unica conseguenza della deprivazione materiale e simbolica è la rassegnazione o l’adattamento come strategia rigorosamente individuale. Ma l’immagine del mondo non decide soltanto delle forme possibili di reazione ad una condizione di indigenza materiale e simbolica. Decide anche della sua stessa riconoscibilità: della percepibilità stessa di tale condizione. Soltanto dove un fenomeno può essere attribuito ad una scelta umana si può percepire un’ingiustizia, e soltanto quando l’ingiustizia viene percepita come correggibile si apre uno spazio per la politica. L’affermazione di un’immagine del mondo in cui le patologie sociali sono interpretate alla stessa stregua di eventi naturali rende impossibile che la deprivazione materiale e simbolica, la solitudine, l’esclusione sociale legate al funzionamento del mercato e al dispiegarsi degli imperativi sistemici della competizione globale vengano percepite come scandalose e possano produrre conflitto e progettualità politica. […] Assolutismo della realtà significa incapacità di ribellione.
La «speranza», pertanto, e Ernst Bloch ci perdoni, non è un principio bensì un effetto: fino a quando il mondo sembrerà fatale, essa potrà giocare un ruolo esclusivamente marginale. Compito della filosofia oggi diviene perciò quello di defatalizzare il mondo, liberandosi – al medesimo tempo – di ogni prospettiva fatalistica e necessitaristica interna allo stesso orizzonte anticapitalista.

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