giovedì 17 maggio 2018

DA GAZA AL QUIRINALE Popoli fai da noi, cacicchi fai da me. E i Rothschild, di Fulvio Grimaldi





“Ogni volta che siamo testimoni di un’ingiustizia e non reagiamo, addestriamo il nostro carattere ad essere passivi di fronte all’ingiustizia , così, a perdere ogni capacità di difendernoi stessi e coloro che amiamo”. (Julian Assange)

“Si parva licet componere magnis”, premettevano i latini a un azzardato paragone che conducevano tra cose piccole grandi. Procedimento che adotto per passare dalle nostre squallide, ma non del tutto irrilevanti, piccinerie, alle immensità, per una parte orrendamente efferate e, per l’altra, eroiche, di quanto va succedendo in queste settimane e ore tra i palestinesi di Gaza e gli emuli israeliani dei macellai del ghetto di Varsavia.

Cosa ci accomuna, cosa li accomuna
Altra premessa al discorso di oggi è la constatazione di cosa abbiano in comune coloro che hanno portato alla novità di due fenomeni di massa che, fino all’altro ieri, parevano patrimonio di altri, migliori, tempi. E, per converso,  a cosa ci porta l’esame epistemologico circa la natura logica dei comportamenti di contrasto a questi fenomeni. Parlo della rivolta di masse popolari a Gaza impegnate in un movimento, la Grande Marcia del Ritorno, che, dopo anni di delega a rappresentanti inetti, inefficaci, rinnegati, divisi e divisivi, si appropria del tema che fu loro fin dal rifiuto della colonizzazione degli anni ’40 e poi nelle due Intifade degli anni ’80 e ’90. E parlo della cacciata, in Italia, dal proprio orizzonte politico di coloro, la coalizione di destra variamente denominata Ulivo, governo tecnico, larghe intese, renzusconismo. Usurpatori  che dalla fine del secolo scorso, eletti rappresentanti dei bisogni collettivi, queste masse le hanno conculcate, deprivate, escluse.

Avventandosi settimana dopo settimana contro i reticolati dei campi di concentramento in cui un olocausto strisciante li ha rinchiusi, finendo col sottrarre alla passività anche i fratelli in Cisgiordania, tornando ad essere protagonisti del proprio destino, i morituri di Gaza hanno sconfitto i propri carcerieri mostrando come la via della libertà di un popolo passa anche per la morte. Quando un popolo è conscio di sé e non ha più nulla da perdere, la sicurezza del suo oppressore non troverà mai misure sufficienti per garantirne il dominio.
E’ quel popolo, inteso in senso gramsciano che, da noi, non avrà dovuto pagare con una carneficina la propria autonomizzazione nella lotta di liberazione, la sua riappropriazione delle scelte fondamentali, ma, riducendo a brandelli  elettorali i dominanti e decidendo di rovesciare il tavolo sopra il quale banchettavano i propri “delegati”, politici, sindacali, mediatici, se non la morte ha dovuto affrontare (per ora), ma un fronte che nulla ha da invidiare alla mancanza di scrupoli democratici e alla protervia impositiva di Israele e della sua  lobby globale.

De minimis non curat praetor

Mi pare riduttivo, a questo punto, intrugliarmi nelle diatribe, intensificatesi in questi giorni, sul mio sostegno ai 5 Stelle, perlopiù scatenate da rabdomanti frustrati che andavano in cerca di responsabilità altrui per il disfacimento delle sinistre. Lasciatemi precisare ai grilli parlanti che mi attribuiscono, a volte apoditticamente, posizioni e schieramenti, che qui non è in gioco una valutazione di cosa i vincitori delle elezioni sono o faranno. Anzi, da convinto condivisore degli obiettivi dell’originale vaffa, come li ho visti praticare da militanti 5 Stelle sul territorio, come potrei negare perplessità e sconcerto su quanto il loro gruppo dirigente, oggi gravemente personalizzato, va dicendo e annunciando. Il pensiero corre angosciato alla parabola catastrofica di Tsipras. Ma tra le ricorrenze storiche c’è anche quella che ci riconduce al Berlinguer della scelta pro-Nato e pro-compromesso storico. Nessun dubbio che la parabola, chiusasi sulle maleodoranti scorie del PD, se non un inizio, lì ebbe un’accelerazione significativa. Quelli che ne auspicano una ripetizione, stanno tutti in alto e sono tutti nostri nemici, più di Di Maio.

Popoli fai da noi
Conta invece la fenomenale mossa con cui 17 milioni di dominati si sono scrollati dal groppone briglie e morsi che gli imponevano di trascinare  carri e carrozze. Conta che l’hanno fatto contro una coalizione di potenti inferociti e  di certi “oppositori” (detti di sinistra), alla vaniglia per quelli in alto, alla vasellina per quelli in basso. E le bordate sparategli contro hanno tutta la carica di ferocia, odio, frustrazione, dei Radetzki  e dei Bava Beccaris negli albori milanesi del movimento operaio. E, di là dal mare, i masnadieri invasori, nascosti dietro ai loro terrapieni e resi impuniti e invulnerabili perché protetti dalla divisa dell’ esercito “più morale del mondo” e dal silenzio sulle criminali pallottole e bombe a espansione, a farfalla, a freccette, chimiche, finalizzate a uccidere facendo soffrire il massimo, sono i guardiani di una Fortezza Bastiani terrorizzati dai tartari (che in questo caso, però, ci sono e arrivano a decine di migliaia, domani a milioni). I maggiordomi, mercenari in marsina e Acqua di Colonia che, a Bruxelles, Washington, Londra,  Parigi, a Berlino, Roma, eseguono gli ordini di servizio degli stessi mandanti, con o senza kippà, puntano allo stesso effetto invalidante, di coma cerebrale, mediante le armi della menzogna, delle false notizie sparate contro quelle vere, della diffamazione, della pioggia di cavallette se solo apri bocca.


Voto disobbediente e bullismo presidenziale
Sono a pari merito stupri della libertà e assassinii della democrazia. Milioni di italiani si vedono posti sul banco degli imputati per aver votato in modo difforme dai gusti dell’establishment, populista, cioè per se stessi. Per aver pensato che non sia né bene né giusto deregolamentare, privatizzare, militarizzare, inquinare, distruggere ambiente, salute, lavoro, istruzione, condurre guerre, corrompere tutto e ogni cosa, governare insieme a mafia, massoneria e Nato. E subire tutto questo a beneficio di pochi eletti incistati in banche e oasi di lusso su diktat di una manica di abusivi che brucano gli ubertosi prati pasciuti dalle nostre tasse a Bruxelles e Francoforte. I quali, da Moscovici al cenobio ormai catacombale del Nazareno, dai soloni del principato mediatico delle fake news agli sguatteri buonisti che, per confonderci e alienarci tutti quanti, strappano e alienano popolazioni alle proprie radici e a un degno futuro, hanno sollecitato Mattarella a farsi Napolitano Tris. Anzi, ad allungare il passo: dalla repubblica parlamentare alla repubblica presidenziale.

Tentato l’affondo di un suo governo, con proterva ipocrisia definito “neutrale” (alla maniera degli arbitri di Moggi), beccato con le mani nella marmellata, l’ex-ministro della Difesa che ci difendeva massacrando la Serbia di bombe, il presidente che ha firmato tutte le malefatte PD, incluso il Rosatellum, che non si è fatto scrupolo di ricevere, anche a quattr’occhi, nel supremo palazzo della Repubblica il delinquente Berlusconi, si è permesso di porre “dei paletti”. Paletti come saracinesche nelle quali rinserrare fino all’estinzione, o alla resa, chi non si fa tappeto rosso per le scarpe laccate dell’evasore Juncker, per le marce contro Putin e tutti i nemici degli Stati terroristi, chi non rifornisce di munizioni e patte sulle spalle i valorosi antisemiti che in Medioriente eliminano dalla faccia della Terra i semiti (intesi come arabi, gli unici che semiti sono).

A questo punto, visto che, o si corre in tradotte “austerity” di terza classe, sui binari imposti dai buro-despoti di Bruxelles, dallo sradicatore di popoli Soros e dai tagliagole della Nato, per completare la spoliazione e sottomissione dei popoli, o Mattarella ti cancella, cosa cazzo si vota a fare?

Davide e Golia
C’è uno che, per come fustiga i falsari dei grandi media, si erge a vessillo della libertà di stampa, dell’indipendenza dei giornalisti, della deontologia nella professione. Nel giorno in cui uno Stato, che per tasso di criminalità e sadismo non ha precedenti su questo e sicuramente su altri pianeti, celebra un genocidio che su quello nazista ha il vantaggio di durare sette volte tanto, titola: “Così il piccolo Davide si salvò dal Golia arabo e fu Israele”. Le due pagine che seguono e con cui Travaglio definitivamente disonora le parti e le firme rispettabili del Fatto Quotidiano (nessuna delle quali presenti nelle pagine di esteri, appaltate alla lobby), sono alla bassezza di questo sciagurato rovesciamento della verità.
Dalla fola del “ritorno alla terra degli avi” di genti  eurocaucasiche che, da quando esistono,  da quelle parti non ci avevano mai messo il naso, alle falsità sui dati demografici alla base dell’iniqua spartizione dell’ONU, dal silenziatore sugli inventori ebrei dello stragismo terrorista con le bande Stern, Irgun e Haganah, che poi spurgarono primi ministri assassini seriali di massa, al piagnucolìo sui poveri e deboli scampati all’olocausto (garantiti diplomaticamente e riforniti di ogni bene militare da tutte le grandi potenze) che dovevano vedersela con l’immane forza degli eserciti arabi. Con questi, infatti, sbrindellati, armati alla ‘800, da poco usciti dallo scontro con l’impero ottomano e dalle guerre di liberazione anticoloniali, per il “Davide” israeliano, sostenuto da Mosca, Washington, Londra e vassalli vari, come da un’opinione pubblica decerebrata da quella che l’ebreo Finkelstein chiama “L’industria dell’olocausto”, la partita era vinta prima di incominciare.

Israele: Il troppo stroppia


Obnubilazione che durava ancora nel 1967 quando, da inviato di Paese Sera alla “Guerra dei Sei Giorni”, a raccontare le atrocità di Tsahal sui villaggi palestinesi che vedevo, mi dovetti scontrare, non solo con la censura israeliana, anche con un direttore fedele alla linea del PCI che la vedeva come Travaglio oggi. Come sul Vietnam, un’altra verità emerse allora da un giornalismo ancora relativamente libero, il PCI cambiò posizione, il direttore di Paese Sera venne sostituito e, nel mondo, iniziò una lenta, progressiva presa di coscienza per cui l’arcaica equazione dei pifferai sionisti alla Travaglio andava invertita. Oggi la trafelata corsa alla compattezza filosionista dei media è, per converso, il segno del timore che quella coscienza possa minare alla base uno dei pilastri che sorreggono la cupola del finanzmilitarismo mondiale. Ne è dimostrazione la furibonda campagna di Israele e della  lobby contro il movimento BDS: boicottare, disinvestire, sabotare.

Gli oltre cento morti dell’orrenda carneficina di Gaza, gli oltre 10mila feriti e perlopiù mutilati, le migliaia di morti da Piombo Fuso del 2008 e successive, le centinaia di migliaia di seviziati, incarcerati, torturati, i milioni di sradicati, le decisioni dell’ONU tutte ignorate e sbeffeggiate, l’ininterrotta, feroce aggressività nei confronti di chi resiste, di chi si oppone, di chi critica, di chi non plaude, i ricatti che sfruttano le vittime dei nazifascismi, le 400 bombe atomiche agitate per ridurre all’impotenza  chiunque si trovi nel mirino dello Stato Gangster e della sua lobby, il cannibalismo nei confronti dei popoli vicini.


E dall’altra parte un popolo intero, privato di cibo, acqua, energia, salute, rinchiuso in una Auschwitz tra deserto e mare. E i suoi ragazzi, le sue donne, con fionde e pietre rubate ai secoli della Bibbia, contro il quarto più potente esercito del mondo, il più immorale, il più vile. Nella Storia, domani, rimarrà un’orma a distinguere dal subumano israeliano l’umano palestinese: quella di un popolo, abbandonato, tradito, tormentato oltre ogni limite, che a decine di migliaia cammina verso la libertà, inerme, sapendo di morire, morendo per la libertà. Purchè in piedi. Non s’è mai visto niente di simile, un tale tributo al valore supremo di ogni creatura. Grazie, palestinesi. Impossibile che non vinciate.


Hic sunt leones
scrivevano i romani sulle aree delle loro carte geografiche dove non c’era altro interesse che quello per le battute di caccia e la cattura di animali selvaggi. Netaniahu vede così i territori oltre i propri mai stabiliti confini: quelli della Grande Israele dove gli animali da uccidere o catturare camminano eretti su due gambe e dove si trovano acqua, petrolio, quelle ricchezze che a Israele e alla comunità che lo sostiene servono per il raggiungimento degli obiettivi storici. Guerra dopo guerra. Possibilmente combattute per conto suo da terzi: Usa, Nato, jihadisti, curdi, sauditi. Non sarebbe la prima volta.

Le guerre Rothschild per Israele

 Churchill e Rothschild
Le due guerre mondiali sono state scatenate per una varietà di motivi e interessi. Egemonia in Europa, primato coloniale, competizioni sociali,  potere e ricchezza degli industriali a partire dalla produzione di armi. Ma, forse, nella tormenta che ha insanguinato l’Europa con due guerre mondiali, Israele c’entra. O, quanto meno, il piano per porre in essere uno Stato ebraico ha goduto dei finanziamenti della famiglia Rothschild e affini. Ed è un piano che si è valso di guerre. Non solo quelle del 1948, 1956, 1967 e 2003. Il crollo dell’impero ottomano al termine del primo conflitto consegnò alla Gran Bretagna il controllo totale sulle terre palestinesi. E’ del 1926 la dichiarazione di Balfour che istituì il “focolare ebraico” in Palestina. Ma è del 2 novembre  1917, con sconfitta ottomana in vista, che lord Balfour, massone, ministro degli esteri e già primo ministro, scrive al capo di quella che da secoli è la più potente banca del mondo:

Caro Lord Rothschild, ho grande piacere a comunicarle, a nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di sostegno alle aspirazioni sioniste che sono state sottoposte e approvate dal Gabinetto. Il governo di Sua Maestà vede con favore lo stabilimento in Palestina di una patria nazionale per il popolo ebreo e farà del suo meglio per raggiungere questo obiettivo…”


Grazie alla prima guerra mondiale gli ebrei si assicurarono quella terra.  Alla vigilia della seconda, si realizza “L’Accordo di Trasferimento”, concluso tra i sionisti del Bund e il governo di Hitler per lo spostamento degli ebrei in Palestina. Si può dire che se la prima guerra mondiale preparò la terra per gli ebrei, la seconda preparò gli ebrei per quella terra. A Monaco Chamberlain volle evitare lo scontro, ma Churchill lo liquidò e scatenò la reazione anglosassone all’invasione della Polonia. La famiglia di Churchill era legatissima ai Rothschild, il padre di Winston fu amico intimo di Nathaniel, primo Lord Rothschild. Il figlio ne seguì le orme e rafforzò il sodalizio (vedi foto). Poi bombardò l’Iraq, sottomise l’Egitto e colonizzò la Palestina. I denari dei Rothschild non gli vennero negati.  Sono i Rothschild i genitori dello Stato che da 70 anni sconvolge e minaccia il mondo.  Sono i Rothschild che tracciano il solco, sono Bilderberg, Open Society di Soros e Trilateral che lo difendono. Si chiama mondialismo.

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2018/05/da-gaza-al-quirinale-popoli-fai-da-noi.html

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